L'esortazione apostolica Dilexi Te di Papa Leone XIV si colloca in piena continuità con il magistero del suo predecessore Francesco, in particolare con l'enciclica Dilexit nos, e ne raccoglie il progetto incompiuto per farne il cuore del proprio pontificato. Il titolo, tratto dal libro dell'Apocalisse Ti ho amato, è rivolto da Cristo a una comunità debole, priva di forza e diventa la dichiarazione d'amore che il Signore rivolge a ogni povero. Questo amore divino, contemplato nel Cuore di Cristo, è il fondamento di ogni risposta cristiana poiché in esso si rivela la dignità assoluta di ogni essere umano, specialmente quando è più debole e sofferente. Il documento nasce dalla convinzione che esista un nesso forte e indissolubile tra l'amore per Cristo e la vicinanza ai poveri, un nesso che è via di santificazione e conformazione ai sentimenti più profondi del Signore.
Per comprendere questa via, è necessario partire da alcune parole indispensabili del Vangelo. L'episodio dell'unzione di Betania, dove Gesù difende il gesto d'amore della donna contro l'accusa di spreco, è illuminante. In quel piccolo gesto di affetto verso il Maestro in procinto di soffrire, si rivela un principio eterno: nessun gesto d'amore, specie verso chi è nel bisogno e nel dolore, sarà dimenticato. È in questa prospettiva che l'affetto per il Signore si unisce inscindibilmente a quello per i poveri. Le parole di Gesù "i poveri li avete sempre con voi" risuonano con la stessa promessa della sua presenza perenne "io sono con voi tutti i giorni" e trovano la loro spiegazione più alta nel giudizio finale: "Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me". Non si tratta quindi di beneficenza ma di Rivelazione: l'incontro con chi è senza potere è un modo fondamentale di incontrare il Signore della storia. La figura di San Francesco d'Assisi, che nel lebbroso abbracciò Cristo, e la raccomandazione a San Paolo di non dimenticare i poveri diventano i paradigmi di questa scelta, una scelta che ha il potere di rinnovare la Chiesa e la società quando ci libera dall'autoreferenzialità per ascoltare il loro grido.
Il grido dei poveri è, sin dall'Antico Testamento, il grido che Dio ascolta. Come ascoltò la miseria del suo popolo in Egitto e scese per liberarlo, così il credente è chiamato a immedesimarsi con il cuore premuroso di Dio, sapendo che l'indifferenza a quel grido costituisce un peccato e un allontanamento da Dio stesso. Questo grido interpella la vita personale, le società, i sistemi economici e politici e la Chiesa stessa. Il volto ferito dei poveri porta impressa la sofferenza degli innocenti e, quindi, di Cristo. Oggi, tuttavia, dobbiamo parlare dei numerosi volti della povertà. Essa non è solo materiale ma anche sociale, culturale, morale e spirituale, di chi è emarginato, senza diritti o in condizione di fragilità. Nonostante un maggiore impegno negli ultimi decenni, la lotta alla povertà rimane insufficiente, aggravata da una cultura che privilegia il successo e l'accumulo a scapito degli altri, creando élite opulente che vivono in un mondo separato e tollerando con indifferenza milioni di morti per fame. Persino nei Paesi ricchi la povertà cresce e si diversifica, colpendo in modo particolare le donne, spesso doppiamente povere e vittime di esclusione e violenza. È necessario vigilare, andando oltre i pregiudizi ideologici che minimizzano i dati o attribuiscono la povertà a una mancanza di meriti, una falsa meritocrazia che ignora il duro lavoro di tanti poveri condannati alla mera sopravvivenza. I cristiani stessi non sono immuni da queste mentalità mondane, rischiando di sostituire il Vangelo con logiche estranee e di disprezzare la carità come nucleo incandescente della missione ecclesiale.
Il fondamento di tutto è teologico: Dio sceglie i poveri. La sua è un'opzione preferenziale, espressione nata in America Latina e integrata nel Magistero, che non indica esclusivismo ma sottolinea l'agire compassionevole di Dio che ha particolarmente a cuore i discriminati e gli oppressi, chiedendo alla Chiesa una decisa scelta di campo. L'Antico Testamento è costellato dalla figura di Dio come amico e liberatore dei poveri, Colui che ascolta il loro grido. Questa predilezione trova la sua pienezza in Gesù di Nazaret, il Messia povero. La sua incarnazione è uno svuotamento, un farsi povero per arricchirci. Il Vangelo mostra questa povertà in ogni aspetto: nella nascita senza un posto nell'alloggio, nella fuga in Egitto, nell'essere scacciato da Nazaret, nella morte fuori dalle mura. Gesù sperimentò l'esclusione che definisce il povero. Era un téktōn, un artigiano di condizione sociale modesta, i suoi genitori offrirono al Tempio il sacrificio dei poveri, con i discepoli spigolava, attività concessa solo ai bisognosi, non aveva dove posare il capo. All'inizio del suo ministero, nella sinagoga di Nazaret, si applica le parole di Isaia: "mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio". I suoi miracoli sono manifestazioni di compassione verso gli emarginati dalla società e dalla religione. Per questo proclama beati i poveri, perché a loro è il Regno di Dio, e la Chiesa, per essere di Cristo, deve essere la Chiesa delle Beatitudini, che fa spazio ai piccoli e cammina povera con i poveri. Gesù ribalta la concezione che legava povertà e malattia al peccato, insegnando che dalla fede in Cristo fattosi povero deriva la preoccupazione per lo sviluppo integrale degli ultimi.
Questa preoccupazione si traduce in misericordia concreta, come insegna la Bibbia. L'amore per Dio e per il prossimo sono due comandamenti distinti ma inseparabili. L'amore per il prossimo è la prova tangibile dell'autenticità dell'amore per Dio. Ogni atto d'amore verso il fratello più piccolo è fatto a Cristo stesso. Le opere di misericordia non sono quindi optional ma segno del vero culto che ci apre alla gratuità e ci libera dalla logica del calcolo. La parabola del giudizio finale è la regola di comportamento su cui saremo giudicati, una regola chiara che non ammette elucubrazioni indebolenti. La Lettera di Giacomo è implacabile nel denunciare una fede senza opere come morta e nell'accusare i ricchi che accumulano tesori mentre il salario non pagato ai lavoratori grida al Signore. Giovanni, invece, ammonisce che chi chiude il cuore al fratello in necessità non può avere in sé l'amore di Dio. Questo messaggio è così diretto che nessuna ermeneutica ecclesiale ha il diritto di relativizzarlo. La prima comunità cristiana, come mostrano gli Atti degli Apostoli, mise in pratica questo insegnamento organizzando il servizio alle vedove attraverso i diaconi mentre Paolo organizzò collette per i poveri di Gerusalemme, ricordando che "Dio ama chi dona con gioia" e che la generosità verso i bisognosi è un prestito fatto al Signore, che ricompensa con abbondanza.
La sfida per la Chiesa di oggi è ineludibile. I poveri sono la "carne di Cristo". La questione dei poveri è una "questione familiare" per i cristiani. La parabola del buon samaritano interpella ciascuno a identificarsi con chi si ferma, in una società che spesso gira lo sguardo, abituata all'indifferenza. Come ammoniva San Gregorio Magno, ogni giorno ci imbattiamo in Lazzaro, e i poveri, con la loro precarietà, evangelizzano noi stessi, smascherando la nostra arroganza e la vacuità di una vita solo apparentemente sicura. Una comunità cristiana che trascuri questo impegno creativo per la dignità dei poveri rischia la dissoluzione nella mondanità spirituale, anche se parla di temi sociali. Occorre vigilare contro due incoerenze: limitare la religione alla sfera privata, svincolandola dal bene comune, e, soprattutto, praticare la peggiore discriminazione che è la mancanza di attenzione spirituale verso i poveri, privilegiando una pastorale delle élite o affidandosi a pseudoscienze economiche che promettono soluzioni spontanee.
In questo contesto l'esortazione difende il valore profondo dell'elemosina, oggi spesso disprezzata. Pur ribadendo con forza che l'aiuto più importante è offrire un lavoro dignitoso, che permetta alla persona di sviluppare le proprie capacità e di fiorire, Papa Leone XIV insegna che quando questo non è possibile l'elemosina rimane un momento necessario. Non è una delega delle responsabilità pubbliche, né sostituisce la lotta per la giustizia, ma è un gesto di incontro, di condivisione e di pietas che ci tocca il cuore e ci esercita a toccare la carne sofferente di Cristo. Come dicevano i Padri, è l'ala della preghiera, l'offerta che si fa ai poveri per essere accolti nei templi eterni. L'amore cristiano, infatti, supera ogni barriera, è profetico e non ha limiti. Una Chiesa che vive questo amore senza riserve, che non conosce nemici ma solo persone da amare, è la Chiesa di cui il mondo ha bisogno affinché ogni povero, nella sua debolezza, possa sentire risuonare per sé le parole definitive: "Io ti ho amato".
Commento
La prima Esortazione apostolica di Papa Leone XIV, Dilexi Te, si colloca in una linea di piena continuità tematica e dottrinale con l'ultima Lettera enciclica di Papa Francesco, Dilexit nos, costituendo la povertà il nucleo centrale e il vero anello di congiunzione tra i due pontificati, una piattaforma programmatica e una guida pastorale per la nuova fase della Chiesa. Nei commenti del Sole 24 Ore del 17 ottobre si dice che il documento non pretende di offrire soluzioni precostituite ma ha il merito di sollevare con forza questioni di bruciante attualità, a cominciare dalla profonda iniquità che caratterizza gli attuali sistemi economici, dove si registra un aumento della ricchezza globale ma senza equità, un divario che è all'origine della proliferazione di nuove forme di indigenza. Questa constatazione, che riprende esplicitamente l'insegnamento di Papa Francesco nell'Evangelii Gaudium, identifica nella disuguaglianza la radice dei mali sociali, trasmettendo un messaggio di speranza: l'attuale assetto economico-finanziario non è un destino ineluttabile e pertanto è possibile e doveroso impegnarsi attivamente, attraverso un mutamento degli orientamenti culturali e, con il supporto delle scienze e della tecnica, mediante l'elaborazione di politiche pubbliche efficaci, per edificare una società alternativa, più giusta e solidale. In questa prospettiva, come sottolineato da un'approfondita analisi della Conferenza Episcopale Tedesca, non si può non cogliere nella Dilexi Te un forte e consapevole richiamo, specialmente nel suo quarto capitolo, alla Rerum Novarum di Leone XIII, documento fondativo della Dottrina Sociale della Chiesa. Del resto lo stesso pontefice, nella scelta del nome, ha voluto porsi in esplicita continuità con il suo predecessore che, nel 1891, affrontò la "questione operaia". È proprio all'interno di questo solido Magistero che si delinea una possibile via per contrastare la povertà: la fiscalità, elevata a strumento principe per una redistribuzione equa della ricchezza e per il perseguimento dell'eguaglianza sostanziale. Il collegamento con Papa Francesco è qui particolarmente stringente. Egli, infatti, intercettando il crescente interesse della Dottrina sociale per la materia tributaria le ha riservato un'attenzione senza precedenti, proponendone una lettura modernissima che ne valorizza la funzione extrafiscale, ossia gli effetti che il prelievo e la spesa pubblica producono sulla società, con particolare riguardo alle condizioni dei più poveri. Se in passato il Magistero privilegiava altri strumenti per combattere le ingiustizie, oggi la leva fiscale è vista come un mezzo concreto per realizzare il bene comune e, di conseguenza, per affrontare strutturalmente il fenomeno della povertà. Pertanto concorrere alla spesa pubblica attraverso il pagamento delle tasse non è solo un dovere di obbedienza alla legge ma un atto che realizza una più equa redistribuzione delle risorse e un sostegno efficace verso i più deboli, applicando, come già ricordava la Rerum Novarum, un'inviolabile imparzialità nella cosiddetta giustizia distributiva. La fiscalità deve quindi essere considerata uno strumento per garantire un "benessere di tutto l'uomo", nella sua integralità di corpo e spirito, e "di tutti gli uomini", un principio ribadito nel documento Oeconomicae et pecuniariae quaestiones del 2018. Questo approccio trova un preciso riscontro nel Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa del 2004, ove si afferma che la raccolta fiscale e la spesa pubblica assumono un'importanza economica cruciale, con l'obiettivo di forgiare una finanza pubblica che sia strumento di sviluppo e solidarietà. In tempi recenti la Dottrina sociale ha dimostrato di comprendere appieno la rilevanza strategica della fiscalità in due ambiti specifici e profondamente interconnessi con la lotta alla povertà e alle disuguaglianze: la tutela dell'ambiente e il contrasto ai paradisi fiscali. Riguardo al primo aspetto, i cambiamenti climatici innescano gravi problemi economici e distributivi con impatti devastanti sui Paesi più poveri poiché, come osserva la Laudato si', molte comunità indigenti vivono in aree a maggior rischio e le loro economie di sussistenza dipendono fortemente dal capitale naturale. Nella sua Esortazione Papa Leone XIV ribadisce che "il deterioramento dell’ambiente e quello della società colpiscono in modo speciale i più deboli del pianeta". Per quanto concerne i paradisi fiscali, essi arrecano un danno ancor più grave alle già fragili economie del Sud del mondo che vengono ulteriormente depauperate dalla fuga di capitali verso giurisdizioni a fiscalità privilegiata, sottraendo così risorse decisive all'economia reale e alimentando sistemi economici strutturalmente disuguali. Alla luce di questa complessa analisi il compito che l'Esortazione affida alla classe politica e ai governanti è dunque altissimo e il diritto tributario è chiamato a fare la sua parte, abbandonando una visione meramente impositiva per valorizzare appieno la sua funzione extrafiscale, orientandola a finalità ulteriori e indifferibili di giustizia sociale. Questo potente richiamo alla responsabilità si scontra con la cruda realtà dei dati statistici. Il recente rapporto Istat "La povertà in Italia – Anno 2024" restituisce un'immagine nitida e drammatica del Paese: oltre 2,2 milioni di famiglie vivono in povertà assoluta, l'8,4% del totale, per un totale di 5,7 milioni di individui, il 9,8% della popolazione. Dietro queste percentuali si celano volti e storie sofferte, bambini senza prospettive e adulti senza futuro. Il fenomeno ha un'incidenza sproporzionata tra le famiglie con almeno un componente straniero, dove raggiunge il 30,4%, superando il 35% se tutti i membri sono stranieri, a fronte di un'incidenza del 6,2% per le famiglie di soli italiani. La povertà relativa interessa 2,8 milioni di famiglie e quasi 9 milioni di persone. Il Mezzogiorno è l'area più colpita, con il 10,5% di famiglie in povertà assoluta, contro l'8% del Nord. I minori sono i più vulnerabili, con un tasso del 13,8%, il dato più alto dal 2014. È significativa anche la condizione dei lavoratori, con il 15,6% delle famiglie di operai in povertà assoluta, mentre per chi vive in affitto la situazione diventa drammatica, toccando quasi il 22%. Questi numeri dipingono un'Italia a due velocità, dove la povertà non è più un'emergenza temporanea ma un sistema consolidato e l'ascensore sociale sembra bloccato. Di fronte a questo scenario l'esortazione Dilexi Te offre una chiave di lettura insieme evangelica e sociale di straordinaria potenza. Il Papa afferma che nei poveri e nei sofferenti si rivela il vero cuore di Cristo, i suoi sentimenti e le sue scelte più profonde. Scrive Leone XIV: "La condizione dei poveri rappresenta un grido che, nella storia dell’umanità, interpella costantemente la nostra vita, le nostre società, i sistemi politici ed economici e, non da ultimo, anche la Chiesa. Sul volto ferito dei poveri troviamo impressa la sofferenza degli innocenti e, perciò, la stessa sofferenza del Cristo". È un invito a non considerare la povertà una fatalità ma un'ingiustizia da riparare che chiama in causa una responsabilità insieme personale, economica e politica. Non ci si trova nell'orizzonte della beneficenza ma in quello della Rivelazione. La povertà, quindi, non chiede solo gesti caritatevoli ma un cambiamento radicale di mentalità e di strutture: "Sono convinto che la scelta prioritaria per i poveri genera un rinnovamento straordinario sia nella Chiesa che nella società, quando siamo capaci di liberarci dall’autoreferenzialità e di ascoltare il loro grido". In questa visione "i poveri non sono solo oggetto della nostra compassione, ma maestri del Vangelo", da cui imparare "la sapienza della croce, la pazienza e la speranza che non delude". La povertà evangelica non è dunque un'idealizzazione della miseria ma una via concreta per realizzare la giustizia e la fraternità, un orizzonte che intreccia indissolubilmente misericordia e riforma sociale. È questa la prospettiva profetica che san Francesco d'Assisi seppe intuire otto secoli fa: la povertà come libertà dal possesso e come via di fraternità. Spogliandosi di tutto il Santo smascherò l'idolatria del denaro e del potere, scrivendo nella Regola non bollata: "I frati non si approprino di nulla né casa, né luogo, né alcuna cosa" perché solo il distacco apre alla vera comunione. La sua scelta fu un atto di giustizia per restituire dignità e voce agli ultimi. Francesco comprese che la pace è figlia della giustizia e che la giustizia nasce da un'economia capace di includere. Quando, nella Lettera a tutti i fedeli, ricorda le parole del Vangelo "Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli", non propone una fuga dal mondo ma un nuovo modo di abitarlo: senza dominio, senza sfruttamento, senza esclusione. La sua povertà fu una riforma radicale della relazione tra l'uomo, il creato e la ricchezza.
