1. Contesto storico
L'esperienza del Partito Comunista Olandese (CPN) nella Seconda Guerra Mondiale, come sostiene Elke Weesjes in Growing Up Communist in the Netherlands and Britain, è un prisma attraverso cui si rifrangono le contraddizioni più profonde del Novecento europeo.
Nei primi mesi dell'occupazione tedesca il partito si trova in una situazione di estrema vulnerabilità. Il Patto Molotov-Ribbentrop del 1939 getta un'ombra sinistra sui comunisti di tutta Europa e i Paesi Bassi non fanno eccezione. Il governo olandese, ancor prima della resa, equipara comunisti e nazisti e il quotidiano ufficiale del partito, Het Volksdagblad, viene soppresso il 10 maggio 1940, il giorno stesso in cui i panzer tedeschi varcano il confine. L'organizzazione giovanile ufficiale, il Nederlandse Jeugd Federatie (NJF), si dissolve formalmente per evitare rappresaglie ma dimostra una notevole duttilità. Le sue cellule di base vengono incoraggiate dai dirigenti a mantenere una parvenza di normalità, a "sciogliersi" per ritornare alla loro forma originaria e indipendente, diventando così delle perfette coperture per future attività clandestine. È un'esistenza al limite, fatta di riunioni segrete e produzione di pubblicazioni clandestine come De Jonge Werker che già nell'estate del 1940 inizia a diffondere un messaggio di opposizione all’occupazione. La vera svolta avviene a novembre, quando dalle ceneri del vecchio giornale nasce De Waarheid. Si tratta del cuore pulsante, il centro nevralgico e il simbolo stesso della resistenza comunista. Intorno ad esso si coagulano gruppi di resistenza, si tessono reti di solidarietà, si organizzano le prime azioni della resistenza.
All'interno del partito diversi ebrei ricoprirono ruoli di primo piano, tra cui spiccava la figura di De Groot che fu leader del partito e direttore del suo giornale durante i primi anni di guerra. Il partito considerava i lavoratori ebrei come parte integrante del proletariato olandese, la cui unica salvezza risiedeva nella lotta di classe. Con l’avvio delle deportazioni questa posizione si modificò e ai comunisti fu ordinato di offrire aiuto pratico ai singoli ebrei che si davano alla clandestinità. Parallelamente i dirigenti dovettero fronteggiare e contrastare sentimenti antisemiti che erano emersi all'interno del partito.
Al di là del CPN, altri ebrei confluirono in gruppi di sinistra più radicali, come i socialisti rivoluzionari. Ad esempio Eddy Wijnkoop, leader del Fronte Marx-Lenin-Luxemburg, nel dicembre del 1940 iniziò la pubblicazione di un foglio clandestino, De Vonk, che si distinse per i suoi attacchi decisi e inequivocabili contro la persecuzione degli ebrei, dedicando molta attenzione alle violenze antisemite ad Amsterdam e alle misure di lavoro forzato. Quando nel maggio del 1942 fu introdotta la stella gialla, De Vonk arrivò a distribuire 300.000 stelle di carta in segno di protesta. L'influenza personale di Wijnkoop su questa linea editoriale è testimoniata dal fatto che, dopo il suo arresto nel marzo del 1942 e la successiva morte a Mauthausen, la pubblicazione attenuò i toni sulla questione ebraica.
Un'altra figura di spicco di questa area fu Ab Menist, un sindacalista ebreo nato ad Amsterdam nel 1896. Operaio edile, sposato con una non ebrea, si era allontanato dalla religione paterna e aveva militato prima nel CPN e poi nel Partito Socialista Rivoluzionario. Nel luglio del 1940, nonostante le ferite riportate in un incidente d'auto che ne rallentarono il lavoro, Menist si attivò per creare una rete clandestina del suo partito, riuscendo a coinvolgere circa quattrocento membri in attività illegali. Nel 1941 gli fu affidata la responsabilità della pubblicazione clandestina Spartacus che, proprio come De Vonk, condannava con forza la persecuzione ebraica, parlando di "cacciatori di schiavi" che trattavano gli ebrei come animali. Arrestato nel marzo del 1942, Menist confessò apertamente le sue attività, dichiarando di aver lottato per una giusta causa. Per questo venne condannato a morte.
2. Polak, un sindacalista socialista ed ebreo
Henri Polak rappresenta una delle figure più complesse e rappresentative dell'intersezione tra l'identità ebraica e il movimento socialista nei Paesi Bassi tra la fine dell'Ottocento e la prima metà del Novecento. Si sentiva, come lui stesso ebbe modo di dire in un'intervista del 1928, olandese tra gli olandesi ed ebreo tra gli ebrei. Con questa affermazione Polak rifiutava sia l'assimilazionismo puro, che avrebbe comportato la dissoluzione della sua specificità ebraica in una generica identità olandese, sia l'idea che la sua patria potesse essere altrove. Nato e cresciuto ai margini del vecchio quartiere ebraico di Amsterdam, la sua infanzia fu segnata dalla vicinanza a quel mondo. Frequentò la scuola ebraica, accompagnava il padre in sinagoga il sabato e poi al Talmud Torà per ascoltare lezioni in yiddish. Il suo primo lavoro fu nel settore del taglio dei diamanti, un ambiente con una forte concentrazione di forza lavoro ebraica. Pur allontanandosi progressivamente dalla pratica religiosa, non perse mai il legame sentimentale con quella comunità. In un articolo del 1926 descrisse con nostalgia il vecchio quartiere come una grande famiglia solidale, evocando un'immagine idealizzata ma rivelatrice del suo attaccamento emotivo alle proprie radici.
All'interno del movimento socialista e sindacale olandese Polak fu una figura carismatica. Nel 1894 fu l'artefice della nascita dell'Algemene Nederlandse Diamantbewerkersbond (ANDB), il sindacato dei lavoratori del diamante, che sotto la sua guida divenne un modello di organizzazione efficiente e pragmatismo, opponendosi alle tattiche anarchiche del sindacalismo di allora e favorendo, ove possibile, la contrattazione collettiva con i datori di lavoro. Questa sua autorevolezza lo portò a essere tra i fondatori del partito socialdemocratico SDAP, di cui fu presidente, e a sedere in parlamento, prima alla Tweede e poi alla Eerste Kamer. La sua statura morale era tale che la sua adesione a un'iniziativa era considerata un lasciapassare per darle peso e credibilità. Per i lavoratori era una figura paterna e al contempo familiare, un neef (cugino), come lo chiamavano affettuosamente in una canzone operaia.
Il rapporto di Polak con il sionismo fu particolarmente complesso e mutevole, riflettendo l'evoluzione delle sue priorità e del contesto storico. Inizialmente diffidente, temeva che il progetto sionista potesse danneggiare i lavoratori ebrei di Amsterdam con la creazione di un’industria del diamante concorrente nella Palestina britannica. La svolta avvenne dopo la Prima Guerra Mondiale, quando i pogrom in Europa orientale lo convinsero della necessità di garantire i diritti nazionali agli ebrei perseguitati. Sostenne la Dichiarazione Balfour e nel 1920 accettò di entrare nel Keren Hajesod, il fondo per la costruzione di insediamenti ebraici in Palestina. Tuttavia si premurò sempre di dichiarare pubblicamente di non essere un sionista. Riteneva il sionismo una soluzione pratica e necessaria per gli ebrei dell'Est, non certo per sé o per gli ebrei occidentali come lui, perfettamente integrati nelle loro patrie. Con l'avvento del nazismo e la crescente ondata di rifugiati, il suo già tiepido entusiasmo si affievolì ulteriormente. La Palestina gli sembrava troppo piccola e politicamente ingestibile per rappresentare una soluzione alla catastrofe imminente. Inoltre, la paura che l'adesione al sionismo potesse esporre gli ebrei olandesi all'accusa di doppia lealtà, un'accusa già strumentalizzata dagli antisemiti, lo spinse a un progressivo distacco, culminato con le dimissioni dal Keren Hajesod nel 1936.
Con l'ascesa del nazismo in Germania e l'affermarsi della NSB nei Paesi Bassi, la lotta all'antisemitismo divenne l'assoluta priorità di Polak. Attraverso le sue popolari Kroniek sul quotidiano socialista Het Volk si trasformò in un instancabile e feroce oppositore del fascismo e dell'odio razziale. Scrisse opuscoli come Het 'wetenschappelijk' antisemitisme per fornire ai lettori gli strumenti intellettuali per confutare i pregiudizi antisemiti. La sua radicalità, tuttavia, lo mise in conflitto con la dirigenza del suo stesso partito. Le sue posizioni furono bollate come "isteriche" da alcuni colleghi, un'accusa che, al di là del disaccordo tattico, lasciava trasparire un antico stereotipo sull'eccessiva emotività ebraica. Nonostante l'isolamento politico, il suo seguito popolare lo rese intoccabile. Col passare del tempo l'ottimismo che lo aveva sempre sorretto si incrinò. La Conferenza di Evian del 1938, con la sua sostanziale inutilità, lo portò a perdere fiducia nelle democrazie occidentali.
Con l'occupazione tedesca del maggio 1940 la vita di Polak giunse al suo capitolo finale. Arrestato nel luglio dello stesso anno, fu imprigionato e poi posto agli arresti domiciliari, vivendo in un isolamento quasi totale. Poco prima della sua morte per polmonite, nel febbraio del 1943, disse a un conoscente: "Bram, sono piegato, ma non spezzato". Un'affermazione di dignità e forza d'animo che lo distingue da molti suoi amici e compagni, come Emanuel Boekman, che in quel tragico maggio del 1940 avevano scelto la via del suicidio.
3. Februaristaking
Il 1941 fu un anno spartiacque. A febbraio, in risposta ai primi rastrellamenti nazisti nel cuore del quartiere ebraico di Amsterdam, il CPN, attraverso la sua struttura clandestina e i suoi militanti più determinati, contribuisce all'organizzazione dello Sciopero di Febbraio (Februaristaking). Nei mesi precedenti, ricorda Ben Braber in This Cannot Happen Here. Integration and Jewish Resistance in the Netherlands, 1940-1945, la tensione ad Amsterdam era cresciuta in modo esponenziale a causa delle violenze dei nazisti olandesi contro gli ebrei, culminate in sanguinosi scontri di piazza a febbraio. La risposta dei tedeschi a queste resistenze, in particolare alla morte del nazista H. Koot durante una rissa sul Waterlooplein l'11 febbraio e all'incidente della gelateria Koco, dove gli ebrei avevano usato dell’ammoniaca contro la polizia tedesca, fu immediata e brutale. Il 22 e 23 febbraio 1941, come rappresaglia, i tedeschi circondarono il vecchio quartiere ebraico di Amsterdam e rastrellarono 425 giovani ebrei, prelevandoli dalle loro case e dalle strade per deportarli nei campi di concentramento di Buchenwald e Mauthausen, dove la stragrande maggioranza di loro sarebbe morta in brevissimo tempo. Questo atto di forza bruta suscitò un'ondata di indignazione senza precedenti tra la popolazione di Amsterdam. La vista dei rastrellamenti, le notizie sulle terribili condizioni dei deportati e l'orrore per la violenza gratuita furono il detonante per una reazione popolare che andava oltre la solidarietà verso i vicini ebrei, toccando le corde della coscienza civile e antifascista di molti olandesi.
Fu in questo clima di shock e rabbia che il CPN, insieme ad altri gruppi di sinistra come i Socialisti Rivoluzionari, prese l'iniziativa. Il 24 febbraio il partito distribuì volantini in cui si denunciava il pogrom e chiamava la popolazione di Amsterdam a uno sciopero generale per il giorno successivo, il 25 febbraio. L'appello ebbe un'eco straordinaria. La mattina del 25 febbraio i tram si fermarono, i mercati rimasero deserti, le fabbriche e i cantieri si bloccarono, i negozi chiusero le saracinesche e i dipendenti pubblici abbandonarono gli uffici. Lo sciopero si diffuse come un'onda di moto da Amsterdam ai comuni limitrofi come Zaandam, Haarlem, Hilversum e Utrecht, paralizzando di fatto l'area occidentale del paese per due giorni. Fu la prima e più significativa protesta di massa della popolazione non ebraica nell'Europa occupata contro le persecuzioni naziste degli ebrei, un atto di coraggio collettivo senza precedenti che dimostrava come una parte consistente della società olandese non fosse disposta ad accettare passivamente la violenza e la discriminazione.
I tedeschi, colti di sorpresa dall'ampiezza e dalla determinazione dello sciopero, reagirono con estrema ferocia. Inviarono rinforzi delle SS e della polizia, proclamarono lo stato d'emergenza e repressero nel sangue ogni manifestazione. Avviarono una caccia spietata agli organizzatori e la loro attenzione si concentrò immediatamente sui comunisti, in particolare sui comunisti ebrei, visti come i principali istigatori e il nemico ideologico per eccellenza. Il 26 febbraio, mentre lo sciopero entrava nel suo secondo giorno, Joop Eyl fu arrestato mentre distribuiva volantini che incitavano alla prosecuzione della protesta. Processato sommariamente, fu giustiziato il 13 marzo 1941 insieme a quindici membri del gruppo di resistenza De Geuzen e ad altri due ebrei comunisti, Herman Coenradi ed E. Hellendoorn. Una settimana prima, il 6 marzo, era già stato giustiziato un altro ebreo comunista, Leen Schijvenschuurder. Queste esecuzioni avevano lo scopo di colpire al cuore la leadership comunista e dissuadere chiunque altro dall'idea di opporsi all'occupante. Nel corso del 1941 ventidue persone furono processate con l'accusa di aver fomentato e guidato la protesta. Tra gli imputati figuravano due ebrei, la cui militanza politica e il cui ruolo nell'organizzazione dello sciopero furono al centro dell'accusa. La prima era Rosa Boekdrukker-Hirsch, una donna ebrea nata nel 1908 a Ostrowo che aveva vissuto in Germania e in Palestina prima di emigrare nei Paesi Bassi nel 1937. A Berlino aveva studiato per fare l'infermiera e, una volta stabilitasi ad Amsterdam dove lavorava come donna delle pulizie per mantenersi, si era unita al partito diventando una militante attiva. Durante il processo, dimostrando un notevole coraggio e coerenza, rifiutò categoricamente di rendere qualsiasi dichiarazione agli inquirenti. Ciò non impedì ai tedeschi di accusarla di essere responsabile di una sezione di quartiere del partito comunista e di aver svolto un ruolo chiave nell'organizzazione dello sciopero nella sua zona. Fu condannata a dieci anni di prigione, una pena durissima a cui riuscì a sopravvivere. Il secondo imputato ebreo era Joop van Weezel, un chimico di trentuno anni che prima della guerra aveva lavorato per il giornale del partito. Durante l'interrogatorio e il processo van Weezel negò con forza di essere membro del partito, probabilmente nel disperato tentativo di evitare la pena capitale. Nonostante le sue smentite fu ugualmente accusato di guidare una sezione di quartiere del partito e di aver contribuito a mobilitare i lavoratori. Fu condannato a quattro anni di reclusione. Morì a Dachau nell'aprile del 1945, a poche settimane dalla liberazione del campo. Nei mesi successivi allo sciopero, ricorda Elke Weesjes, circa 500 tra i principali organizzatori e militanti comunisti vengono identificati e arrestati. A marzo quattro di loro vengono giustiziati. La repressione è durissima e decapita temporaneamente il movimento ma a giugno l'invasione tedesca dell'Unione Sovietica cambia radicalmente lo scenario geopolitico e morale. Il patto Molotov-Ribbentrop è infranto e il CPN può finalmente uscire dall'angolo. L'appello è chiaro: sostenere gli Alleati e combattere il nemico nazista senza ambiguità. La resistenza rinasce, più organizzata e determinata di prima, nonostante l'ondata di arresti che si abbatte nuovamente sui comunisti, considerati ormai un nemico interno prioritario da deportare nei campi di concentramento in Germania.
La resistenza comunista assume così le caratteristiche di una guerra segreta e totale, combattuta nell'ombra delle città e delle campagne. De Waarheid è una delle armi principali. La sua produzione, affidata a tipografie clandestine, e la sua distribuzione, che si avvale di una rete di corrieri e depositi segreti, è un'impresa titanica che coinvolge migliaia di persone. Tra queste le donne giocano un ruolo fondamentale e spesso trascurato come ricorda Elke Weesjes.
L'eroismo della resistenza comunista, però, è destinato a essere un capitale politico dalla durata effimera. Alla liberazione, nel maggio 1945, il CPN sembra toccare il cielo con un dito. Le adesioni al partito esplodono, passando dalle 9.000 del 1937 a 50.000. De Waarheid, il giornale nato nella clandestinità, è il quotidiano più letto del paese, con una tiratura di 300.000 copie. I comunisti siedono in parlamento con un numero di seggi mai visto prima. Questa popolarità è un castello di carte. La figlia di una deportata, Janny, racconta un episodio agghiacciante che prefigura il futuro: sua madre, sopravvissuta ai campi, mentre torna in treno verso casa, appena varcato il confine olandese, viene presa a sassate e insultata come "sporca comunista" dalla folla che la accoglie. Non c'è un minuto di respiro. L'eroina di ieri è già la traditrice di oggi. La Guerra Fredda è alle porte e l'anticomunismo, latente da sempre nella società olandese, diventa virulento e sistematico. Il governo, nel suo sforzo di costruire un'identità nazionale unitaria e filo-occidentale, avvia un'opera sistematica di damnatio memoriae. Il ruolo centrale del CPN nella resistenza viene minimizzato, distorto, infine cancellato. I comunisti, da eroi nazionali, vengono rapidamente retrocessi al rango di quinta colonna, di agenti al servizio di una potenza straniera ostile. I reduci dei campi non trovano più un posto nella memoria collettiva. Le commemorazioni ufficiali li escludono. Persino le pensioni speciali per i superstiti della resistenza vengono negate a molti di loro con la motivazione che la loro attività non era "resistenza" ma mera "attività comunista". È una ferocia simbolica che aggiunge dolore al dolore.
