Analisi del VI Rapporto del Laboratorio sullo sfruttamento lavorativo

Il VI Rapporto del Laboratorio sullo sfruttamento lavorativo rappresenta la prosecuzione di un'indagine iniziata nel 2018 dal Centro di ricerca interuniversitario L'Altro Diritto in collaborazione con la FLAI Cgil e l'Osservatorio Placido Rizzotto con l'obiettivo di verificare l'effettiva capacità della Legge 199 del 2016, con cui è stato introdotto l'articolo 603-bis del codice penale come reato autonomo di sfruttamento, di far emergere il fenomeno e di proteggere le vittime. La premessa metodologica è fondamentale per comprendere la portata e i limiti dello studio perché non mira a misurare la reale incidenza dello sfruttamento bensì ciò che gli "occhiali" del 603-bis permettono di vedere. Si basa sull'analisi dell'attività inquirente delle Procure perché è nelle fasi di indagine e di adozione delle misure cautelari che si gioca la partita cruciale della protezione delle vittime poiché una protezione tardiva rischia di ricacciare il lavoratore in un nuovo circuito di sfruttamento per sopravvivere. Il metodo seguito prevede una ricerca articolata in tre fasi: la raccolta di notizie dai media e dalle segnalazioni sindacali, l'interlocuzione con le Procure per incrociare i dati e acquisire atti e infine l'elaborazione dei dati raccolti in una banca dati in continua evoluzione. Questo approccio ha portato il Laboratorio a censire complessivamente 1249 casi di sfruttamento fino a dicembre 2024, con un incremento di 415 casi rispetto al rapporto precedente, grazie anche alla collaborazione di 81 Procure su 140. Il rapporto sottolinea la natura dinamica dei dati, soggetti a continui aggiornamenti man mano che il segreto istruttorio decade e nuove Procure collaborano, come dimostra il fatto che dei 415 nuovi casi, ben 248 sono relativi ad anni precedenti al 2024 e sono emersi solo ora. Un dato cruciale è la forbice tra lavoro irregolare e sfruttamento penalmente rilevante. Confrontando i dati dell'Ispettorato Nazionale del Lavoro con le proprie rilevazioni, emerge che tra il 2020 e il 2024, su 83.596 lavoratori in nero individuati dall'INL, solo 8.327 sono stati segnalati per caporalato o sfruttamento e il numero delle inchieste penali si aggira intorno al 10% di queste segnalazioni, dimostrando che la soglia del penalmente rilevante è ben più alta della semplice irregolarità amministrativa e si incentra sulla violazione della dignità costituzionale del lavoratore.

Nel corso degli anni la ricerca ha documentato un'evoluzione concettuale fondamentale nelle politiche di contrasto che rappresenta il cuore dell'analisi del rapporto. Si è passati dalla centralità dello strumento penale alla consapevolezza che il "motore" dello sfruttamento è lo stato di bisogno della vittima e che per spezzare il meccanismo è necessario affiancare alla repressione strumenti di protezione sociale che offrano al lavoratore una valida alternativa allo sfruttamento stesso. Il Piano Triennale di contrasto al caporalato del 2020 ha fornito la cornice per una serie di progetti integrati, come P.I.U.SU.Pr.Eme e la cooperazione tra INL e OIM che hanno portato alla creazione di task-force multi-agenzia con mediatori culturali, inizialmente in agricoltura e successivamente estesi ad altri settori come edilizia, logistica e manifattura, con un focus particolare sul distretto tessile di Prato. Le Linee guida nazionali del 2021 hanno introdotto una distinzione tra identificazione preliminare, che può essere effettuata anche dai sindacati e apre la porta ai servizi di prima assistenza e ai Piani di Assistenza Individuale, e identificazione formale, che conduce al permesso di soggiorno per le vittime di grave sfruttamento. Il culmine di questo percorso è rappresentato dal nuovo articolo 18-ter del Testo Unico Immigrazione, introdotto a fine 2024, che, a differenza del vecchio permesso ex art. 22 riservato a vittime prive di permesso, viene rilasciato a qualsiasi lavoratore straniero vittima anche di "semplice" sfruttamento che contribuisca utilmente all'emersione dei fatti ed ha una marcata valenza sociale essendo esteso ai familiari, consentendo l'accesso al lavoro, all'Assegno di Inclusione e a un programma individualizzato di assistenza, con la possibilità di convertirlo in permesso per lavoro. A questi si affiancano strumenti reattivi di protezione come il controllo giudiziario dell'azienda ex art. 3 della legge 199, che mira a preservare i livelli occupazionali durante le indagini, e l'amministrazione giudiziaria ex art. 34 del Codice Antimafia che consente di risalire la filiera produttiva per colpire le grandi imprese committenti che agevolano lo sfruttamento.

L'analisi geografica del fenomeno rivela una diffusione nazionale, con il Sud in testa con 573 casi pari al 46% del totale, seguito dal Nord con 369 casi e dal Centro con 307. L'andamento temporale mostra un picco di casi nel 2019 e 2020, seguito da un andamento altalenante attribuito alla lentezza dell'emersione dei dati giudiziari. Il settore agricolo rimane centrale con 589 casi, pari al 47% del totale e al 60% se si considerano solo i casi con settore noto ma la sua incidenza percentuale sul totale sta calando, passando dal 67% del 2016 al 38% del 2024, segno di una crescente capacità degli inquirenti di "vedere" lo sfruttamento in altri settori, come il manifatturiero che con 116 casi è il secondo settore per numero di inchieste, con epicentri al Centro nel distretto pratese e al Nord nelle province di Milano e Mantova, dove le inchieste nel settore della moda di lusso e della logistica rivelano schemi di sfruttamento in subappalti a conduzione cinese o pakistana. Il settore della logistica e trasporti conta 52 casi fortemente concentrati al Nord, con il meccanismo del caporalato della logistica che utilizza serbatoi di manodopera e fittizi contratti di appalto. Nel commercio e in altri servizi, come autolavaggi e distributori di carburante, spiccano 21 casi con condizioni di vita degradanti mentre il rapporto lamenta una sottostima nei settori dell'edilizia, dei servizi di cura e del turismo, dove le violazioni vengono spesso sanzionate in via amministrativa senza sfociare in procedimenti penali.

Su 840 casi con provenienza nota, le vittime sono solo cittadini extra-UE in 633 casi, solo cittadini UE in 112 casi e miste in 95 casi, con cittadini italiani coinvolti in 105 inchieste, a dimostrazione che lo sfruttamento non è un problema solo di migranti irregolari. Analizzando lo status giuridico delle vittime extra-UE, su 500 casi emerge che la maggioranza delle inchieste coinvolge lavoratori irregolari ma è altrettanto significativo che in 329 casi siano coinvolti lavoratori regolarmente soggiornanti, un dato corroborato dai dati OIM che mostrano che il 74% dei lavoratori assistiti era regolare, a riprova che la regolarità del soggiorno non è una protezione dallo sfruttamento. In 125 inchieste risultano coinvolti richiedenti asilo o titolari di protezione, un fenomeno definito di profughizzazione dello sfruttamento particolarmente evidente in agricoltura in regioni come Toscana, Piemonte e Lombardia. L'analisi delle denunce dei lavoratori mostra che queste sono in aumento ma restano basse, con 109 procedimenti su 1068 avviati su loro denuncia, pari a poco più del 10%, mentre in agricoltura la percentuale è leggermente più alta. I dati OIM, che mostrano un supporto massiccio alla denuncia con 1155 denunce supportate su 1297 lavoratori assistiti, fanno ben sperare per il futuro completamento dei dati giudiziari.

Per quanto riguarda l'azione penale, su 1068 procedimenti avviati in ben 1031 è nota l'imputazione e l'articolo 603-bis domina incontrastato, essendo contestato in 883 procedimenti, da solo o in concorso con altri reati, seguito dai reati del Testo Unico Immigrazione come l'articolo 22 sul lavoro nero di stranieri e l'articolo 12 sul favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. L'articolo 629 sull'estorsione è contestato in 43 casi in concorso con il 603-bis, una prassi che il rapporto critica per il rischio di violazione del ne bis in idem, sovrapponendosi all'aggravante della violenza o minaccia già prevista dal 603-bis. I reati più gravi di tratta e riduzione in schiavitù sono usati pochissimo, nonostante molte vicende di reclutamento all'estero con l'inganno ne integrerebbero gli estremi secondo la normativa europea. L'analisi degli autori del reato mostra che nella maggioranza dei casi si procede solo contro il datore di lavoro, a testimonianza dell'efficacia della riforma del 2016 che ha permesso di colpire direttamente chi utilizza la manodopera, mentre il caporalato classico è più frequente in agricoltura che in altri settori. Sul fronte degli esiti giudiziari, su 270 procedimenti con esito noto, il 44% è stato archiviato, principalmente per mancata prova degli indici di sfruttamento, a conferma dell'attenzione degli inquirenti a non banalizzare il reato, mentre solo 76 procedimenti sono giunti a sentenza con 57 condanne e 19 assoluzioni, con una percentuale di condanne più alta in agricoltura segno di una maggiore dimestichezza investigativa. Per quanto riguarda le misure patrimoniali, il controllo giudiziario ex art. 3 è stato usato in soli 54 procedimenti, un timido impiego dovuto alla difficoltà di rendere competitive le aziende una volta riportate alla legalità, mentre l'amministrazione giudiziaria ex art. 34 è stata applicata in soli 13 procedimenti, tutti dalla Procura di Milano, con un impatto sociale enorme che ha portato alla regolarizzazione di 52.470 lavoratori e la responsabilità degli enti ex D. Lgs. 231/2001 è scarsamente applicata per una serie di ragioni tecniche e pratiche.

Il rapporto si conclude con due approfondimenti territoriali sulle procure di Ragusa e Foggia che permettono un'analisi qualitativa del fenomeno. A Ragusa l'analisi di 26 fascicoli mostra uno sfruttamento quasi esclusivamente agricolo con vittime di nazionalità mista, condizioni lavorative e abitative estremamente degradanti con retribuzioni da 17 a 45 euro al giorno contro i 54-63 del CCNL, turni di 8-10 ore in serra senza protezioni, alloggi in container o roulotte fatiscenti e coinvolgimento di minori in tre casi. A Foggia l'aggiornamento al biennio 2023-2024 mostra un calo delle inchieste ma soprattutto un altissimo tasso di archiviazione, 22 su 25 definiti, spesso per la difficoltà di identificare gli autori, per la sola presenza di violazioni amministrative senza il quid pluris dello sfruttamento o per l'irreperibilità dei lavoratori, mentre le poche sentenze di condanna descrivono uno scenario drammatico di vittime africane residenti nei ghetti di Rignano e Borgo Mezzanone, pagate a cottimo e sottoposte a condizioni di vita disumane, con il rapporto che sottolinea la sproporzione tra la diffusione del fenomeno e l'esiguo numero di condanne e l'inerzia istituzionale nell'utilizzo dei fondi Pnrr per il superamento dei ghetti stessi.