La Ciociaria oggi: tra dipendenza da Roma e ricerca di un modello di sviluppo autonomo


Il libro di Chiara Nifosì, Federico De Angelis e Paolo Beria La provincia aggiunta. La Ciociaria, il Nord del Sud ricorda che la Ciociaria è un territorio composito il cui nucleo centrale ha le caratteristiche di un continuum urbano-rurale di montagna e collina, con Frosinone come città media al centro del sistema insediativo. La sua identità è da sempre influenzata dalla vicinanza di Roma e della sua area metropolitana. La struttura insediativa storica, ricostruibile da una cartografia del primo Novecento, mostra un chiaro policentrismo. I centri principali come Anagni, Ferentino, Alatri, Veroli e lo stesso Frosinone, allora limitato al suo nucleo storico, erano arroccati su alture a controllo della Valle del Sacco, un corridoio vallivo attraversato dal fiume e dalle infrastrutture dell'epoca, come la ferrovia Roma-Cassino e la via Casilina. La valle stessa appariva scarsamente popolata e dedicata all'agricoltura.

A distanza di cento anni l'immagine del territorio è profondamente trasformata. Il corridoio vallivo, ora solcato da un fascio infrastrutturale densissimo che include l'autostrada, la ferrovia storica e l'alta velocità, ha mantenuto la sua scarsa residenzialità ma ha visto l'insediamento massiccio dei grandi comparti industriali. Le zone collinari ai lati della valle hanno invece accolto l'espansione residenziale, sia nei centri storici che in forme più recenti e spesso informali. Questa dinamica è asimmetrica. A nord le colline più dolci dei monti Ernici hanno favorito una crescita insediativa ampia e diffusa mentre a sud i ripidi pendii dei monti Lepini hanno limitato lo sviluppo, mantenendo i borghi più isolati.

La geografia amministrativa rivela un forte policentrismo e una storica frammentazione. La Ciociaria non coincide con l'intera provincia di Frosinone ma ne rappresenta la parte settentrionale e i comuni hanno una dimensione media tra le più basse del Lazio, con confini spesso risalenti a secoli fa. Frosinone, pur essendo il capoluogo, non esercita un ruolo egemone ed è il fulcro di un sistema di comuni con pari dignità storica.

L'analisi demografica contemporanea mostra una decrescita diffusa in quasi tutti i comuni ma all'interno di questo trend si assiste a un doppio movimento. I centri urbani compatti tendono a svuotarsi, le aree a bassa densità circostanti hanno conosciuto una crescita percentuale elevata, sia demografica che insediativa, con un conseguente ulteriore consumo di suolo. Questo pattern indica una dispersione abitativa e una perdita di attrattività dei nuclei storici, fenomeno particolarmente evidente a Frosinone, Alatri, Anagni e Ferentino.

Il mercato immobiliare riflette questa dinamica a due velocità. I prezzi più alti, tra i 1000 e i 1500 euro al metro quadrato, si registrano nei poli principali mentre nelle aree montuose si scende sotto i 750 euro. Due fenomeni accomunano l'intero territorio, un'altissima percentuale di case vuote, particolarmente elevata anche a Frosinone, e un'intensità del mercato immobiliare ovunque molto bassa, indice di un patrimonio abbordabile ma poco appetibile e con scarsa fluidità di compravendite.

Anche la geografia dei servizi è segnata da uno squilibrio. C'è stato un progressivo accentramento a Frosinone, che è il polo indiscusso per i servizi di rango superiore come l'ospedale, il tribunale, le scuole superiori e la stazione ferroviaria principale. Molti comuni, anche nella valle, faticano a mantenere presidi essenziali come le scuole elementari. Paradossalmente le stazioni ferroviarie, a eccezione di quelle di Frosinone e Ceccano, sono spesso localizzate lontano dai centri urbani che dovrebbero servire.

Il tessuto produttivo è il risultato delle repentine trasformazioni del secondo Novecento, in gran parte guidate dagli investimenti della Cassa del Mezzogiorno. L'agricoltura estensiva, un tempo pilastro dell'economia, si è contratta, lasciando spazio a seminativi, oliveti e ampie aree a pascolo. L'industria, invece, è stata pianificata dall'alto con la creazione di aree di sviluppo industriale lungo il corridoio infrastrutturale, a Colleferro, Anagni e Frosinone, con l'eccezione di Sora. Negli ultimi quindici anni si sono aggiunte numerose strutture logistiche che vanno a riempire gli spazi interstiziali all'interno delle aree industriali esistenti.

Questo sviluppo ha avuto un impatto diretto sul consumo di suolo. Esiste un consumo estensivo e pianificato, con il completamento e l'espansione delle aree industriali e dei nuovi centri logistici, e si osserva anche un consumo pulviscolare e diffuso, costituito da interventi puntuali per lo più di singole unità abitative che sorgono lungo ogni strada minore, erodendo suolo agricolo in maniera capillare.

La complessa identità della Ciociaria è il prodotto di una lunga stratificazione di confini geopolitici che ne hanno fatto storicamente un territorio di cerniera e di contesa. Questa posizione è sintetizzata dal concetto di provincia aggiunta che trae origine dall'antica denominazione latina di Latium adiectum, Lazio aggiunto, con cui veniva indicata la campagna a sud dei Castelli romani per distinguerla dall'area propriamente romana. Quattro momenti storici sono fondamentali per comprenderne la natura: il confine tra Stato Pontificio e Regno di Napoli, che per secoli ha diviso il territorio, la Linea Gustav durante la Seconda guerra mondiale e l'inclusione dell'intera provincia nell'area di intervento della Cassa del Mezzogiorno che ha spostato simbolicamente il confine tra Nord e Sud più a nord, consolidando l'immagine della Ciociaria come Nord del Sud, un'area con strutture economiche industriali ma inserita in un contesto meridionale. Questa storia ha prodotto una frammentazione interna, dovuta alla persistenza di antiche divisioni, e un tentativo unificatorio rappresentato dall'istituzione della grande provincia nel 1927.

Da questa stratificazione emergono sei sistemi insediativi distinti. Il fondovalle del Sacco è oggi dominato da un paesaggio industriale e infrastrutturale continuo. La conurbazione tra Alatri, Frosinone e Ceccano è l'esito dell'espansione edilizia incontrollata del boom economico che ha saldato i centri urbani in un continuum edilizio di bassa qualità. Il libro parla di Crinalopoli, un fenomeno di urbanizzazione lineare e diffusa che ha saturato i crinali collinari a est di Frosinone creando un paesaggio antropizzato unico ma deregolamentato. Il sistema policentrico dei nuclei storici ernici, come Anagni, Alatri, Veroli e Ferentino, è costituito da antichi centri di potere la cui espansione incontrollata scende verso valle. I monti Ernici a nord ospitano centri come Fiuggi e Guarcino con un insediamento più contenuto. I monti Volsci a sud, con borghi come Patrica e Sgurgola, hanno avuto un'espansione limitata e oggi affrontano il problema dello spopolamento e del degrado del patrimonio edilizio.

Metalmezzadri e progresso industriale in Ciociaria 

Il saggio La fuga di Saturno dalla Ciociaria di Chiara Nifosì e Federico De Angelis offre una lettura profonda e stratificata della Ciociaria a partire dalla suggestiva leggenda di Saturno che, esiliato dall'Olimpo, trovò rifugio in questa terra dando inizio a un'Età dell'oro e insegnando agli uomini l'arte della costruzione. Di questo lascito mitico rimarrebbero testimonianza le cinque città dei ciclopi i cui nomi iniziano con la lettera A (simbolo della testa del toro): Anagni, Antino (l'odierna Ferentino), Alatri, Arpino e Atina. Edificate in cima ai colli, queste città preromane condividono la straordinaria tecnica delle mura megalitiche in opera poligonale, realizzate con enormi blocchi di pietra assemblati a secco, a formare quelle che oggi riconosciamo come imponenti acropoli. Questo sistema insediativo policentrico rappresentava una chiara e duratura "visione" del territorio, un equilibrio che i successivi interventi umani hanno progressivamente eroso. Oggi, infatti, i centri storici si "diroccano" in colate di edilizia spontanea verso un fondovalle cementificato, frutto di uno sviluppo accumulativo che dalle riforme borboniche, passando per le lotte agrarie e l'industrializzazione della Cassa del Mezzogiorno, è arrivato fino all'attuale espansione della logistica senza mai generare una struttura insediativa altrettanto chiara né un indotto solido e diffuso.

Il cuore dell'analisi si concentra sulla metamorfosi sociale ed economica che ha investito la Ciociaria a partire dagli anni ‘60, incarnata dalla figura del metalmezzadro. Questo termine sintetizza la doppia anima di un territorio che, in una generazione, ha vissuto il passaggio epocale da una società prevalentemente contadina a una operaia. L'evento scatenante viene identificato nell'apertura del tratto autostradale tra Frosinone, Roma e Capua nel giugno del 1962. Si consumava l'epopea delle lotte contadine per l'abolizione dei contratti agrari semifeudali, come il patto colonico verolano, che culminarono con le leggi 327/1963 e 607/1966 e coinvolsero tutti i quaranta comuni della provincia. Prendeva anche forma il mito dell'industrializzazione e del progresso, alimentato dalla visione di un'indipendenza economica dalla vicina Roma. La Democrazia Cristiana si fece promotrice di questa strategia, utilizzando la Cassa del Mezzogiorno per risollevare un'area considerata depressa che rappresentava anche un suo solido bacino elettorale. Nel 1963 nacque il Consorzio per il nucleo di industrializzazione della Valle del Sacco, trasformato nel maggio del 1969 in Area di sviluppo industriale (Asi), con l'adesione che schizzò da sei a trentasei comuni. Alla fine di quello stesso anno l'area contava già 25 imprese attive con circa 6.000 lavoratori, e altri 52 progetti in cantiere promettevano ulteriori 7.000 posti di lavoro.

A differenza del Nord Est, dove la grande industria si integrò con un tessuto di piccole e medie imprese dinamiche, in Ciociaria si verificò un fenomeno definito di prenditoria: grandi aziende esterne, attratte dai cospicui finanziamenti statali, si insediarono nel territorio instaurando legami deboli e filiere locali fragili. Quando queste aziende si sono ridimensionate o hanno chiuso, hanno lasciato sul campo disoccupazione, debito pubblico e pesanti danni ambientali, come dimostra l'istituzione del Sito di Interesse Nazionale (Sin) della Valle del Sacco che ha interdetto alla coltivazione vaste aree rurali a causa dell'inquinamento. La recente evoluzione occupazionale, con una crescita nei settori delle costruzioni e dei servizi, non sembra invertire la rotta, rischiando anzi di acuire la segmentazione tra lavoro ad alto valore aggiunto e lavoro povero tipico delle società post-industriali.

A questa pianificazione industriale, seppur eterodiretta, ha fatto da contraltare un'espansione edilizia residenziale caotica e spesso abusiva, battezzata edilizia gestuale e Crinalopoli. Per far fronte alla domanda di alloggi dei nuovi operai, centri come Frosinone, Ferentino, Alatri, Veroli, Cassino e altri videro una massiccia crescita "per addizione" lungo le pendici dei colli e le vie di crinale, erodendo il paesaggio e i contesti naturali. Questa urbanizzazione fu in gran parte auto-costruita da un tessuto di piccoli imprenditori edili locali (gli stessi che avevano ricostruito Roma), con servizi realizzati dopo gli insediamenti e successivamente sanati grazie a condoni come la legge 47/85. Il Piano territoriale provinciale generale del 2007, redatto da Camillo Nucci, tentò di porre un argine a questo fenomeno e di riorganizzare il territorio in sistemi locali intercomunali, introducendo principi innovativi come la limitazione del consumo di suolo, ma la sua attuazione si arenò a causa di tempistiche non allineate, varianti continue e instabilità politica.

Il caso più emblematico di questa spirale è proprio il capoluogo, Frosinone. Il suo piano regolatore del 1970, basato su un ottimismo demografico tipico dell'epoca, aveva dimensionato la città per ospitare 120.000 abitanti entro il 2015. La realtà è stata ben diversa. Dopo un picco di quasi 50.000 residenti nel 2001, la popolazione è scesa a circa 43.000. Le previsioni Istat per il decennio 2025-2035 sono ancora più preoccupanti, stimando una perdita di circa 27.000 abitanti per l'intera provincia, a causa di un saldo naturale negativo e della più bassa percentuale di stranieri del Lazio (appena il 5%), rendendo l'area quella con il maggior calo di residenti in età lavorativa. Non solo il piano era sovradimensionato ma la sua attuazione è stata disattesa. La città bassa si è sviluppata in modo disordinato, con piani di edilizia economica popolare (Peep) sprovvisti di servizi e un'edilizia privata spontanea lungo le arterie principali, creando una struttura urbana confusa che l'amministrazione cerca oggi di ricucire. I dati restituiscono un quadro di profonda crisi. In provincia il 31,61% delle case è inattivo, nel centro storico di Frosinone la percentuale sale al 51,4% e la provincia detiene il triste primato nazionale per immobili degradati. A questo si aggiungono emergenze ambientali come il primo posto di Frosinone per sforamenti di PM10 e una dispersione idrica che nelle province di Frosinone e Latina raggiunge il 70%.

Nonostante alcuni segnali positivi a Frosinone, come il recupero di spazi pubblici (Parco ex Matusa, piazza Turriziani) e il potenziamento dell'ascensore inclinato che collega la città alta a quella bassa, Chiara Nifosì e Federico De Angelis concludono che la storica ambizione di fare della Ciociaria una valida "alternativa a Roma" necessita di un cambio di passo radicale. 

Ludovica Battista, Nicola Fierro ed Enrico Formato con La Valle del Sacco tra industrializzazione, crisi ecologica e transizione territoriale ci permette di analizzare un osservatorio privilegiato delle politiche pubbliche italiane in materia di industrializzazione, pianificazione territoriale e gestione ambientale.

La prima e più profonda stratificazione che mettono in luce è quella industriale, un processo che affonda le sue radici nei primi anni del Novecento e che conosce diverse fasi, ciascuna delle quali lascia segni indelebili sul territorio. Tutto comincia nel 1912, quando lungo le rive del fiume vengono installate le polveriere Bombrini Parodi Delfino per la produzione di esplosivi destinati all'industria bellica. È l'inizio di una trasformazione che nel 1935, in piena epoca fascista, assume la forma compiuta della città-fabbrica. Colleferro viene fondata ex novo su progetto dell'ingegner Riccardo Morandi, con quartieri operai razionalmente disposti intorno al nucleo produttivo, servizi pubblici, una rigida gerarchia degli spazi che rispecchia quella sociale. La fabbrica è il principio ordinatore dell'intera esistenza collettiva e questa impronta originaria continuerà a condizionare per decenni il rapporto tra comunità e industria. Nel secondo dopoguerra, con l'istituzione della Cassa per il Mezzogiorno nel 1950 e la successiva creazione dei Consorzi per le Aree di sviluppo industriale, l'industrializzazione della valle subisce un'accelerazione impressionante. La logica che guida questi interventi è quella del grande contenitore produttivo. Si tratta di attrarre investimenti attraverso incentivi, infrastrutture, agevolazioni, in un'ottica funzionalista che valuta il territorio solo in base ai suoi requisiti tecnico-logistici, come l'orografia favorevole, l'accessibilità ferroviaria, la disponibilità idrica. Tra Colleferro, Anagni e Ceccano nel giro di 25 anni gli impianti industriali passano da poche decine a 138 nel 1976 mentre la popolazione di Colleferro cresce da 6.600 abitanti nel 1951 a oltre 20.000 nel 1981 e gli investimenti pubblici complessivi nell'area raggiungono i 283 miliardi di lire. Sorgono opifici, capannoni, strade consortili, raccordi ferroviari e nel 1964 l'inaugurazione dell'Autostrada del Sole viene a saldare definitivamente la valle alle grandi reti della circolazione nazionale.

Questa impressionante infrastrutturazione nasconde un vizio d'origine, cioè un'industrializzazione per insediamenti più che per sviluppo dove le fabbriche atterrano come corpi estranei, scollegate dai territori che le ospitano, indifferenti alla loro ecologia. Le imprese si insediano per beneficiare dei finanziamenti straordinari ma investono poco in manutenzione e ancora meno in sostenibilità. Si costruiscono camini ma non depuratori, si accumulano rifiuti tossici, residui di produzione, scarichi che finiscono nei fossi e direttamente nel fiume senza alcun sistema di controllo integrato. È uno sviluppo che procede per giustapposizione, incapace di generare una vera cultura della trasformazione territoriale e che lascia dietro di sé una scia di impianti obsoleti, suoli compromessi, comunità sempre più esposte a vulnerabilità ambientali e sanitarie. Quando nei primi anni ‘90 la Cassa per il Mezzogiorno viene chiusa e il motore pubblico dell'industrializzazione straordinaria si arresta, molte fabbriche si spengono una dopo l'altra, lasciando scheletri industriali, disoccupazione e un'eredità ambientale pesantissima. La mancata progettazione del dopo, la mancata bonifica, la mancata riconversione contribuiscono a trasformare la Valle del Sacco in una delle aree più inquinate d'Italia, un'area segnata da un'emergenza sanitaria silenziosa che solo negli anni successivi comincerà a emergere in tutta la sua gravità.

Gli autori danno anche voce alle memorie eco-sociali, ai corpi, alle percezioni degli abitanti. Nei ricordi di chi vive lungo il Sacco, l'aria si intingeva nel secondo Novecento di fumi di solvente, di odori forti e sgradevoli che ancora oggi in certe giornate afose si fanno sentire. L'acqua bruciava come foglie d'ortica, ricoprendo i bagnanti estivi di bolle, e i pesci cominciavano a risalire il fiume pancia all'aria, segnalati dai pescatori. L'odore si insinuava nelle case, nei vestiti stesi, nei respiri, costituendo un linguaggio e un segnale, prima ancora delle analisi scientifiche, della contaminazione in corso. Per lunghi decenni, però, il ricatto occupazionale e le politiche di investimento industriale hanno silenziato questi indicatori sensoriali. Ci voleva un evento drammatico perché la situazione venisse riconosciuta ufficialmente. Nel 2005 25 vacche muoiono dopo aver brucato l'erba contaminata nei pressi del fiume, nella zona di Anagni. È la scintilla che costringe le istituzioni a dichiarare l'intero bacino Sito di Interesse Nazionale, in attesa di urgenti bonifiche ambientali. La prima perimetrazione del Sin, successivamente ridefinita con decreto ministeriale nel 2016, comprende oggi un'area di 7.000 ettari nel territorio di 19 comuni tra le province di Roma e Frosinone, in cui vivono circa 200.000 persone. Le indagini condotte da Arpa Lazio e Ispra nel corso degli anni hanno rilevato livelli preoccupanti di contaminazione in tutte le matrici ambientali: suolo, sottosuolo, acque superficiali e sotterranee. Tra le sostanze più pericolose troviamo il beta-esaclorocicloesano, un sottoprodotto del ciclo produttivo del Lindano, l'antiparassitario ampiamente utilizzato in Europa fino al primo decennio del duemila, che nell'area del bacino del Sacco è stato trovato in concentrazioni fino a 30 volte superiori al valore massimo consentito per normativa. A questo si affiancano il DDT e i suoi metaboliti, vietati in Italia dal 1978 ma durante l'emergenza ancora presenti in numerosi campioni di suolo e acque superficiali, insieme a tracce significative di PCB, metalli pesanti, come piombo e mercurio, e composti organici volatili. Sono tutte sostanze cancerogene, neurotossiche, capaci di entrare nella catena alimentare e di accumularsi per lunghi tempi nei tessuti viventi.

Le conseguenze sanitarie, ormai documentate da numerosi studi, sono gravi. Secondo i dati del progetto Sentieri, coordinato dall'Istituto Superiore di Sanità, nei comuni compresi nel Sin Sacco si registrano eccessi statisticamente significativi di mortalità per tumori del fegato, del polmone, del colon-retto, insieme a una maggiore incidenza di bassa natalità e a un aumento di patologie legate al sistema endocrino e nervoso. A Colleferro il Registro tumori della Regione Lazio ha documentato un considerevole aumento percentuale della mortalità per leucemie e linfomi rispetto alla media regionale ma, oltre ai corpi biologici degli abitanti, a portare lo spettro dell'industrializzazione sono i loro corpi politici, la loro storia di lotte e di conflitti. A Ceccano, dove il fiume costeggia l'ex Saponificio Annunziata, uno degli insediamenti industriali più rilevanti del primo Novecento, si intrecciano i segni dell'industria con quelli del conflitto sociale. Fondato nel 1938, lo stabilimento raggiunse il suo apice negli anni ‘50 impiegando oltre 500 operai e producendo circa un terzo del sapone circolante sul mercato nazionale. Le condizioni di lavoro erano dure, con turni estenuanti e forte repressione dell'apparato sindacale. Solo nel 1961 furono consentite le prime elezioni per la commissione interna che portarono alla vittoria della Cgil. L'anno successivo il mancato pagamento del premio di produzione scatenò una delle più lunghe vertenze operaie della valle: lo sciopero iniziò il 25 aprile 1962 e durò 41 giorni, vedendo partecipe l'intera comunità locale, finché il 28 maggio, durante una manifestazione, le forze dell'ordine aprirono il fuoco uccidendo Luigi Mastrogiacomo, operaio dello stabilimento. Questo episodio racconta l'apertura di lente e progressive crepe nell'accettazione muta del ricatto occupazionale e racconta anche come il saponificio, come molte altre imprese della valle, finì per chiudere alle soglie del nuovo millennio, lasciando dietro di sé uno scheletro vuoto di cemento e amianto. Accanto a questa storia viene richiamata un'altra stortura emblematica dello sviluppo industriale della valle. Il depuratore consortile della zona Asi di Frosinone, previsto come infrastruttura fondamentale per la tutela ambientale, è entrato in funzione solo decenni dopo l'inizio delle attività produttive, lasciando che per anni, in alcuni casi fino ai primi duemila, scarichi non trattati o parzialmente depurati confluissero direttamente nel fiume. L'assenza di infrastrutture minime per la gestione dei carichi inquinanti fu una regola tacita del modello industriale insediato nel Sacco, basato sulla rapidità dell'installazione, sulla generosità dei fondi pubblici e sull'elusione sistematica dei vincoli ambientali.

Il terzo scatto allarga di nuovo il campo per osservare le trasformazioni più recenti, quelle legate alle retoriche della transizione ecologica e digitale e per chiedersi se e come queste stiano realmente modificando la traiettoria storica della valle. La risposta che emerge dall'analisi è in larga parte negativa. I nuovi fenomeni, più che invertire la rotta, sembrano rafforzare la configurazione della valle come retrobottega, come sgabuzzino della metropoli romana, un'infrastruttura di supporto invisibile e diseguale dove si accatastano funzioni urbanisticamente ingombranti: centri commerciali a taglio autostradale, discariche tombate, impianti energetici e soprattutto hub logistici di proporzioni mai viste prima. Nel 2020 Amazon ha inaugurato a Colleferro un centro di distribuzione esteso su circa 100.000 metri quadrati, investendo su questo impianto, insieme a quello situato in provincia di Rovigo, circa 140 milioni di euro. La struttura, che include pannelli solari per una potenza installata di oltre 2 megawatt e sistemi di illuminazione a Led, è stata progettata per generare almeno 500 posti di lavoro entro tre anni dall'apertura. Parallelamente Leroy Merlin ha realizzato una piattaforma logistica da 50.000 metri quadrati, parte di una strategia più ampia per ottimizzare la supply chain nel Centro-Sud. Entrambe le strutture si inseriscono nel Sistema logistico integrato multimodale di Colleferro, cresciuto ormai fino a più di 40 ettari, con proiezioni future di ulteriore sviluppo sino a 140 ettari, una movimentazione prevista di 2,5 milioni di tonnellate annue di merci e un potenziale occupazionale stimato in 1.700 unità. Questo nuovo asse logistico rischia di cristallizzare la funzione ancillare del territorio, sottraendogli ulteriormente voce e visione, riproducendo quella logica di insediamento dall'alto che ha caratterizzato l'industrializzazione novecentesca.

Nel frattempo la valle conosce un'espansione accelerata degli impianti fotovoltaici a terra, soprattutto nei comuni di Colleferro, Paliano, Anagni e Ceccano. Nel 2024 sono stati approvati diversi impianti destinati all'immissione diretta in rete mentre altri, come quello di Fontana degli Angeli con i suoi 990 kilowatt di picco, sono già attivi. Secondo i dati Ispra nel 2023 gli ettari occupati da fotovoltaico a terra sono aumentati del 60% rispetto all'anno precedente e il 12,5% del consumo di suolo registrato tra il 2006 e il 2023 è riconducibile a questo tipo di impianti. La gran parte di queste installazioni insiste su suoli agricoli, talvolta all'interno del biodistretto Terre dei Colonna, alimentando una nuova pressione speculativa e un ciclo di consumo di suolo non dissimile da quello delle prime ondate industriali. Cambiano i linguaggi, si moltiplicano le dichiarazioni di sostenibilità però persiste la logica estrattiva con il paradosso che molte delle infrastrutture predisposte dall'Asi, pensate per uno sviluppo industriale che non si è mai compiuto, restano telai vuoti che ospitano circhi equestri o outlet temporanei mentre la nuova logistica e il fotovoltaico aggrediscono il paesaggio agrario sostituendo la biodiversità con lastre di silicio e la continuità rurale con piattaforme di carico.

Negli spazi fisici e d'azione lasciati dal declino industriale vengono trovati segnali di resistenza e forme embrionali di contro-pianificazione. L'ex Parco Uccelli della Selva di Paliano, il Bosco Faito, le radure del Terzo Paesaggio nate spontaneamente sui terreni di risulta si trasformano in rifugi per piante, uccelli, api. Qui c'è spazio perché prenda corpo una forma embrionale di scienza civica, fatta di odori, suoni, campionamenti di acque e arie, condivisioni possibili di saperi tra tecnici, attivisti e abitanti. La Valle del Sacco, concludono Battista, Fierro e Formato, è un territorio di soggettivazione politica, un luogo che, per trasformare i propri fantasmi in compagni di strada, ha bisogno di curare le proprie ferite, rielaborare le proprie memorie, immaginare alternative socio-territoriali fondate sulla giustizia ambientale, la democrazia e la riparazione. Emerge così l'opportunità di una pianificazione prossima, situata, dialogica, capace di partire dai margini e rovesciare la mappa, restituendo centralità a quelle comunità che per troppo tempo sono state oggetto passivo di decisioni calate dall'alto e che oggi rivendicano di tornare a essere soggetto politico della trasformazione del proprio territorio.

Le infrastrutture della Ciociaria 

Per quanto riguarda i trasporti, Paolo Beria e Federico De Angelis in Vicino a Roma, lontano da Roma prendono le mosse dalla stazione di Anagni-Fiuggi. Nonostante il nome, la stazione non serve direttamente i due centri storici, da cui dista rispettivamente 8 km e 24 km. È situata in una valle, vicino al fiume Sacco, in un'area con meno di 300 residenti nel raggio di un chilometro. Tuttavia non è affatto una stazione fantasma. Ogni giorno circa 2000 passeggeri vi salgono a bordo di una delle 28 coppie di treni che vi effettuano fermata, con una media di quasi 40 viaggiatori per convoglio. La ragione di questo flusso è la vicinanza e l'attrattività di Roma che rende il treno un'opzione competitiva nonostante la distanza della stazione dai centri abitati. Il successo di questo nodo è dovuto anche alla presenza di un parcheggio di interscambio molto utilizzato e a un servizio di autobus di adduzione che collega Anagni e Fiuggi in modo coordinato con gli orari dei treni. Questo caso dimostra come, in presenza di un forte polo attrattore come una metropoli, anche una stazione geograficamente scomoda possa diventare un nodo vitale se supportata da una buona accessibilità e integrazione modale.

Questa situazione è il risultato di una lunga storia infrastrutturale che ha reso la Ciociaria un corridoio di transito più che una rete al servizio del proprio territorio. Già nel 1863, pochi anni dopo l'Unità d'Italia, la zona fu attraversata dalla prima ferrovia Roma-Napoli, seguita nel 1892 da una variante più veloce. Seguendo la logica dei grandi flussi, nel 1962 arrivò l'Autostrada del Sole e, infine, nel 2009, la linea ad Alta Velocità. Questa stratificazione ha dotato la regione di infrastrutture imponenti ma pensate per il transito a lunga distanza. La linea AV, in particolare, amplifica l'effetto tunnel, correndo parallela all'autostrada ma senza offrire punti di accesso ai passeggeri tra Roma e la periferia di Napoli, creando così una cesura con il territorio. La stessa linea secondaria Roma-Fiuggi-Frosinone, nata con l'ambizione di creare una rete più capillare e aderente ai centri abitati, ebbe vita breve a causa della crescente concorrenza dell'auto privata. Questo processo storico ha portato a una situazione in cui le infrastrutture "passano" in Ciociaria ma non sempre "servono" la Ciociaria, come dimostra la localizzazione di molte stazioni, lontane dai centri urbani arroccati sulle alture.

Analizzando la mobilità attuale, il quadro che emerge è complesso e stratificato. Per gli spostamenti sistematici legati al lavoro la provincia di Frosinone non si configura come un'area omogenea. Esiste un nucleo centrale formato dai comuni di Anagni, Ferentino, Alatri, Frosinone, Veroli e Ceccano. Questo gruppo di città assorbe da solo il 47% degli spostamenti pendolari tra comuni diversi, dimostrando una forte interconnessione interna. Fuori da questo nucleo ci sono aree con polarità proprie, come Sora e Cassino. Roma, pur distando circa 90-100 km, gioca un ruolo importante ma non dominante. Complessivamente il 23% dei flussi pendolari intercomunali è diretto verso la capitale. Questa quota, però, non è uniforme. Nei comuni più prossimi a Roma, come Anagni o Paliano, la percentuale di chi si sposta verso la metropoli è molto più alta, configurando un'area di transizione. Se si esclude Roma, solo il 6% dei flussi lavorativi esce dalla provincia, a conferma di un sostanziale autocontenimento della mobilità. Per gli spostamenti per motivi di studio la geografia si semplifica e si polarizza ulteriormente sui centri che offrono istruzione superiore, con Frosinone e Cassino (grazie alla sua università) che diventano i principali attrattori dai rispettivi bacini.

Questa domanda di mobilità si confronta con un'offerta di trasporto pubblico duale. La ferrovia Roma-Cassino, con i suoi servizi regionali e qualche Intercity, collega la Ciociaria a Roma. Un viaggio da Frosinone alla capitale dura in media 1 ora e 30 minuti, con punte di 1 ora e 10 minuti per i treni più veloci. Beria e De Angelis collocano questo livello di servizio in una fascia medio-alta rispetto ad altri capoluoghi di provincia italiani di dimensioni simili, situati a circa 80-90 km da un'area metropolitana. Un confronto con Rieti e Viterbo, nel Lazio, è impietoso. Quest’ultime, pur a distanze analoghe da Roma, hanno collegamenti molto più lenti, con velocità commerciali che si aggirano intorno ai 40-50 km/h e frequenze drasticamente inferiori. Il ruolo della ferrovia per gli spostamenti all'interno della Ciociaria è marginale perché le stazioni sono spesso lontane dai centri urbani e dai principali servizi, come i licei o gli ospedali. Il vero pilastro del trasporto pubblico locale è Cotral, l'azienda regionale di bus. La sua rete è capillare e svolge funzioni diverse. Ci sono linee di forza che collegano i centri maggiori ma la maggior parte delle corse è pensata per il pendolarismo scolastico, con una o due corse al giorno che prelevano gli studenti dai piccoli paesi e li portano direttamente davanti ai licei di Frosinone. Un esempio virtuoso di integrazione tra i due sistemi si trova a Colleferro, dove l'interscambio tra bus e treno è curato sia a livello spaziale che temporale, tanto che il 21% delle persone raggiunge la stazione in autobus, un dato raro per l'Italia.

Beria e De Angelis definiscono la mobilità ciociara come la sovrapposizione di due strati. C'è una mobilità tipica dell'Italia di mezzo articolata su più poli, dipendente dall'auto a causa della dispersione degli insediamenti e delle funzioni e in larga parte contenuta all'interno del proprio bacino territoriale. Esiste anche una marcata mobilità di dipendenza da Roma per la quale il treno è il mezzo prevalente e che trasforma, per certi aspetti, la Ciociaria in una frangia dell'area metropolitana capitolina. Questa doppia natura suggerisce che le politiche future non dovrebbero tanto puntare a un'ulteriore capillarità, quanto a una riorganizzazione funzionale dell'offerta ferroviaria. L'idea sarebbe quella di sacrificare il ruolo locale della linea Roma-Cassino ottimizzandola per garantire collegamenti più veloci, frequenti e leggibili verso Roma e verso il Sud. Questo, unito a una migliore integrazione con la rete dell'Alta Velocità (le cui interconnessioni con la linea tradizionale sono oggi inutilizzate), potrebbe ridurre la dipendenza dalla capitale e la sensazione di isolamento, offrendo ai cittadini un'alternativa sostenibile e competitiva all'auto anche per i viaggi di lungo raggio.

Federico De Angelis in La chimera della velocità: tra megaprogetti e strategie d’insieme prosegue la riflessione sul tema affermando che questa sensazione deriva dalla storica dipendenza da Roma per molte funzioni. Quando affronta la questione dell’alta velocità, parla di occasione mancata dato che attraversa la regione come un tubo senza servirla realmente, nonostante a Ceprano esista un'interconnessione fisica tra la linea lenta e quella veloce.

Un primo tentativo di recupero è arrivato dalla Regione Lazio che dal giugno 2020 finanzia un servizio sperimentale con 2 coppie giornaliere di Frecciarossa che fermano a Frosinone e Cassino, sfruttando le interconnessioni esistenti tra rete tradizionale e AV. Questo ha ridotto il tempo di percorrenza tra Frosinone e Roma a 40 minuti ma l'offerta è considerata numericamente troppo limitata e il beneficio non sostanziale, soprattutto perché non migliora i collegamenti con il resto della provincia.

Il progetto di lungo periodo più sostenuto dagli amministratori locali è la realizzazione di una nuova stazione AV in posizione ancora da definire con precisione ma indicativamente nei pressi di Ferentino, al centro della conurbazione ciociara. Dopo anni di rivendicazioni locali spesso trascurate nella primavera del 2025 si è registrata una significativa convergenza tra diversi attori istituzionali, locali e nazionali, determinati a sostenere l'iniziativa nei contesti ministeriali. Il 3 luglio 2025 si è tenuta la prima riunione del tavolo tecnico al ministero dei Trasporti per avviare la valutazione economica e la progettazione definitiva da parte di Ferrovie dello Stato.

Il progetto è accompagnato dall'obiettivo di ridurre i tempi di percorrenza per i passeggeri, con lo slogan dei "28 minuti" per Roma, che rappresenterebbe un miglioramento rispetto all'attuale situazione in cui i tempi medi tra Frosinone e Roma oscillano tra 1 ora e mezza e 1 ora e 10 minuti per i regionali mentre sono di 40 minuti con il Frecciarossa deviato su linea lenta. Si punta anche all'utilizzo della rete AV, che è anche AC cioè ad alta capacità, per la movimentazione delle merci lungo il corridoio europeo Ten-T scandinavo-mediterraneo.

De Angelis solleva diverse criticità su entrambi i fronti. Per quanto riguarda i passeggeri, il beneficio dei 28 minuti viene ridimensionato dal tempo di accesso a una stazione extraurbana e la frequenza delle fermate rimarrebbe una decisione delle imprese ferroviarie in base alla loro convenienza, non un elemento controllabile dalla politica. Per quanto riguarda le merci, l'idea appare ancora più problematica. In Italia la rete AV non è mai stata utilizzata per il trasporto merci pesante, se si esclude la breve e conclusa esperienza di Mercitalia Fast che in realtà non era un treno merci ma un vecchio ETR500 riconvertito per il trasporto di colli leggeri sulla tratta Bologna-Nola. È quindi difficile immaginare che una stazione a Ferentino possa cambiare una situazione nazionale determinata da errate valutazioni sulla convenienza del trasporto merci veloce risalenti agli anni ‘90, tanto più che i raccordi con la linea tradizionale esistono già.

Questo desiderio si inserisce in una "corsa alla stazione ad alta velocità" che coinvolge molte città medie italiane, tutte desiderose di "tornare sulla mappa" dopo essere state ignorate dai servizi veloci. Si tratta quasi sempre di impianti posizionati in ambiti suburbani tra due poli metropolitani che inseguono il modello della Stazione AV Mediopadana di Reggio Emilia, unica nel suo genere fuori da un'area metropolitana e coronata da un lento ma reale successo. Nella sola Italia Centrale si possono citare i casi di Orte, che analogamente a Frosinone vede fermare 2 coppie di Frecciarossa al giorno ma punta a una stazione AV dedicata, e il progetto della Stazione Medioetruria, fortemente voluto dalle Regioni Umbria e Toscana che dovrebbe sorgere in una posizione non ancora definita tra Arezzo e Orvieto.

Questa corsa rischia di degradare ulteriormente il concetto stesso di Alta velocità ed evidenzia un'incapacità strutturale dei territori intermedi di raggiungere agevolmente i poli ferroviari di scala nazionale. Gran parte della retorica che circonda queste nuove stazioni, in particolare quella di Ferentino, si basa sull'argomentazione di una più veloce connessione con la metropoli di riferimento, piuttosto che con il resto dei poli italiani. L'aspirazione sembra essere quella di un regionale ad Alta velocità, modellato sull'esempio spagnolo delle linee come Toledo-Madrid. De Angelis si chiede se sia realistico immaginare un futuro in cui la rete AV diventi un connettore rapido ma a bassa frequenza per poche centinaia di pendolari dei territori intermedi verso i loro poli metropolitani, su distanze di mezz'ora. Un modello che difficilmente può funzionare, considerando i tempi di accesso al sistema e la grave saturazione cui la dorsale è già soggetta.

A sostegno di questa tesi analizza brevemente il caso della Stazione AV Mediopadana di Reggio Emilia. Solo il 33% degli utenti locali della stazione è diretto a Milano, con un tempo di percorrenza di circa 50 minuti, e solo il 2% a Bologna, con 25-28 minuti, nonostante Bologna disti 70 km e si trovi quindi in una situazione non molto diversa da Frosinone rispetto a Roma. Due terzi dei viaggiatori si spostano quindi verso destinazioni lontane, il che non sorprende trattandosi di una linea AV.

Parallelamente ha preso piede anche l'idea di realizzare un nuovo scalo aeroportuale civile nel territorio del capoluogo, non tanto come aeroporto di Frosinone ma come terzo scalo romano. Per il progetto era stata costituita una società ad hoc, l'Aeroporto di Frosinone spa, ed erano iniziati i congelamenti dei terreni in vista di futuri espropri. Attualmente quel progetto è fermo e la società è in liquidazione ma nel frattempo è stata creata la nuova Associazione Progetto Aeroporto di Roma Frosinone che ha come obiettivo principale la promozione del progetto aeroportuale a tutte le scale istituzionali. Il rapporto con la nuova stazione AV ha assunto un ruolo chiave nell'immagine del nuovo scalo a servizio di Roma, in quanto sarebbe anche rapidamente connesso con la città. Rimane tuttavia da chiarire come questa connessione possa essere resa efficace, considerati i circa 3 km che separerebbero in linea d'aria la stazione AV e il terminal aeroportuale, con il conseguente inserimento di un'ulteriore rottura di carico.

Emergono qui chiaramente due lenti con cui le istituzioni locali cercano di far emergere il territorio. La prima vuole esaltarne la centralità e rispondere ai bisogni dei suoi cittadini, la seconda vuole promuoverlo come alternativa alla capitale. De Angelis si interroga sulla capacità di queste due lenti di coesistere e sul rischio che l'enorme impatto prodotto da questi progetti non generi davvero i benefici sperati o li generi al di fuori dei confini ciociari.

Mentre queste ambiziose visioni sono tutte in evoluzione, sono invece entrati nel vivo i lavori di riqualificazione dell'attuale Stazione di Frosinone e dell'area a essa prospiciente. Si tratta di un caso virtuoso di integrazione tra intervento sull'infrastruttura ferroviaria e spazio pubblico, frutto di un Protocollo d'intesa sottoscritto nel 2019 tra il Comune di Frosinone e Rete Ferroviaria Italiana. Il Comune si è impegnato a investire circa 10 milioni di euro per la realizzazione di un parcheggio di interscambio sul lato sud e la trasformazione del piazzale nord della stazione in un'area pedonale di accoglienza ai viaggiatori, attraverso il restauro e la rifunzionalizzazione degli antichi volumi della ferrovia dismessa Frosinone-Fiuggi e l'inserimento di funzioni di supporto all'accoglienza e all'informazione turistica. RFI ha invece investito circa 15 milioni di euro per un restyling complessivo del fabbricato viaggiatori, per la realizzazione di un cavalcavia pedonale di collegamento con il nuovo parcheggio e più in generale per favorire la permeabilità tra i due lati della città tagliati dalla ferrovia. Si tratta di un intervento che mira ad aumentare l'appetibilità del treno, non solo AV, favorendo l'accesso alla stazione e migliorando la qualità dello spazio.

Rimangono tuttavia alcune questioni aperte, una su tutte il rapporto della rinnovata Stazione di Frosinone con la nuova stazione AV. De Angelis critica la tendenza ad affrontare la progettazione dell'offerta ferroviaria come una giustapposizione di megaprogetti immaginati solo come oggetti architettonici, senza una visione strategica per il funzionamento dell'intera rete, una tendenza foriera di sprechi e delusioni. Un ripensamento della mobilità ferroviaria della Ciociaria richiederebbe piuttosto una visione progettuale complessiva che definisca quali e quanti treni fermeranno nei diversi impianti e a servizio di chi. Quale sarebbe la relazione tra le due stazioni? Come evitare che si "cannibalizzino" l'offerta, creando invece un effetto rete? Non sarebbe più fattibile aumentare con sussidi le fermate AV a Frosinone, prima di investire decine di milioni in un impianto nuovo?

I territori di mezzo non hanno dimensioni e domanda tali da replicare i modelli delle grandi aree metropolitane e richiedono una strategia specifica che li renda più forti e non più dipendenti dagli ingombranti vicini.

Conclusioni

La riflessione finale nella sezione Voci riparte dall’idea della Ciociaria come retroterra di Roma, la cui dipendenza dalla capitale ha rappresentato il nodo centrale di ogni politica di riequilibrio territoriale sin dagli anni ‘60. La conclusione si sviluppa attraverso il dialogo con voci del territorio e fotografa una regione che da almeno trent’anni attraversa una fase discendente segnata da crisi industriale, delocalizzazioni e contrazione demografica e individua due distinte visioni di futuro che convivono nel dibattito locale.

La prima via di riscatto è quella che punta sull’investimento industriale e infrastrutturale come driver di sviluppo, riprendendo in parte l’impostazione della Cassa per il Mezzogiorno ma aggiornandola al contesto attuale. Secondo il giornalista Alessio Porcu il territorio sta vivendo una trasformazione epocale del settore industriale che non si vedeva da cinquant’anni, trainata da attori di mercato che trovano condizioni favorevoli nell’area. La prima condizione di attrattività risiede nella presenza di un tessuto industriale consolidato e regolato dalle Asi, capace di assorbire nuova domanda: settori come quello chimico-farmaceutico, aerospaziale e bellico sono in forte espansione e richiedono spazi produttivi. La seconda condizione, paradossalmente, deriva dalla crisi del settore automotive. Negli anni ‘70 il comparto Fiat contava 12.000 dipendenti, oggi il numero è sceso a circa 2.500 e per la fine dell’anno è previsto un ulteriore calo a 2.000. Si tratta però di lavoratori altamente specializzati nella catena di montaggio che potrebbero essere riconvertiti in altri settori, in particolare quello chimico-farmaceutico dove stanno arrivando investimenti significativi come quelli di Novo Nordisk. La terza condizione favorevole è rappresentata dalla recente riperimetrazione del Sito di Interesse Nazionale della Valle del Sacco, ottenuta a luglio del 2025 su richiesta delle imprese. Il restringimento dei perimetri soggetti a vincolo di inedificabilità rende nuovamente disponibili per insediamenti industriali le aree residuali all’interno delle Asi, auspicabilmente rallentando il consumo di suolo vergine che negli ultimi anni si era reso necessario proprio per aggirare i vincoli.

A questi fattori si aggiunge l’esplosione del settore logistico, favorita dalla posizione strategica della Ciociaria lungo l’asse infrastrutturale Roma-Napoli. Le richieste per nuovi insediamenti logistici sono talmente elevate che, come sottolinea Porcu, con l’attuale piano regolatore del consorzio non esistono più terreni disponibili a questa finalità da Roma Sud fino a Frosinone. La riperimetrazione del Sin potrebbe quindi limitare la pervasività della logistica sul suolo agricolo, concentrandola nelle aree già destinate a uso produttivo. Un esempio particolarmente significativo è il nuovo centro del freddo NewCold a Ferentino che una volta completato sarà il più grande polo della catena del freddo del Sud Europa, pensato in sinergia con l’importante mercato ortofrutticolo di Fondi.

A fungere da catalizzatore di questi processi è l’investimento nella nuova stazione ad alta velocità che il territorio interpreta come infrastruttura strategica anche per il trasporto di merci, inserita nel più ampio Corridoio europeo scandinavo-mediterraneo. La convinzione diffusa è che questa opera possa rilanciare la Ciociaria come alternativa residenziale a Roma. Secondo Porcu, impiegare 28 minuti da Frosinone a Roma centro significherebbe essere più veloci di molte aree del nord della capitale. Su questa posizione sono allineati i sindaci del territorio che hanno costituito un tavolo ministeriale dedicato alla nuova stazione. Il sindaco di Frosinone Riccardo Mastrangeli porta un esempio concreto del potenziale attrattivo. Nella zona di corso Lazio a Frosinone, recentemente riqualificata e vicina alla stazione, le case vengono vendute a 800-1000 euro al metro quadro mentre a Trigoria, zona sud di Roma scarsamente urbanizzata e mal collegata, i prezzi raggiungono i 5000 euro al metro quadro. La strategia dell’amministrazione capoluogo si muove verso il miglioramento della connessione con Roma attraverso il dialogo istituzionale e la realizzazione di interventi di città pubblica per aumentare la qualità urbana e l’appetibilità del territorio. Questa azione si scontra però con la vetustà del piano regolatore generale, risalente agli anni ‘60, che costringe l’amministrazione a lavorare per varianti puntuali e a svolgere un doppio ruolo di regolatore delle distorsioni e di promotore delle trasformazioni urbanistiche, come spiega l’architetto Luca Faticanti, dirigente dell’ufficio Pianificazione di Frosinone.

La seconda via di riscatto si fonda invece sulla valorizzazione di ciò che già esiste, ovvero il patrimonio ambientale, le reti di comunità, i paesaggi, le memorie storiche e culturali. In questa prospettiva il futuro passa per una trama più lenta fatta di reti culturali e tutela ambientale. Francesco Cerroni, mobility leader presso Buro Happold, richiama l’immaginario potente che i romani associano alla Ciociaria: quella di un territorio genuino, di una campagna felix che permane nell’immaginario collettivo nonostante le devastanti conseguenze ambientali dell’industrializzazione del secolo scorso. Per Cerroni la soluzione deve essere quella di riconciliare le due facce del territorio, riportando equilibrio tra ambiente e sviluppo.

Il direttore dell’Accademia di Brera Franco Marrocco, forte della sua esperienza di vita tra Milano, Roma e la Ciociaria, individua tre livelli su cui costruire una rete culturale diffusa che superi le divisioni tra pubblico e privato e tra istituzioni sovralocali e realtà locali. Il primo livello è costituito dal patrimonio architettonico delle abbazie e dei monasteri, veri giacimenti culturali: Montecassino, Casamari, Trisulti e, ai confini del territorio, Fossanova e il Monastero di Santa Scolastica a Subiaco dove fu stampato il primo libro in Italia. Questi luoghi hanno un valore anche bibliografico, con biblioteche monumentali inserite nel sistema bibliotecario nazionale. Il secondo livello è il patrimonio naturalistico, come il Parco nazionale d’Abruzzo, che lambisce la Val di Comino, e i monti Ernici, dove l’antropizzazione è ancora pressoché assente, ma anche contesti in cui natura e architettura si fondono come i Giardini di Ninfa, il Parco naturale di Pantanello tra le province di Latina e Frosinone, i terrazzamenti del Castello di Fumone, il piccolo lago di Posta Fibreno. Il terzo livello comprende le strutture legate alla formazione artistica: il Camusac di Cassino, la Fondazione Mastroianni di Arpino e altre piccole realtà disseminate nel territorio, insieme all’Accademia di belle arti di Frosinone e al Conservatorio, che potrebbero tradurre le necessità del territorio e farsi promotori di sinergie innovative mettendo a sistema le risorse artistiche della Ciociaria. Per Marrocco è necessario individuare le aree che possono diventare volano di ricerca e di sistema, capaci di dare una spinta propulsiva a un’economia basata sulla cultura, tanto più in un contesto in cui l’industria produttiva è diventata anch’essa luogo della memoria.

Questa valorizzazione potrebbe alimentare altre economie, a partire dal turismo, ancorato ancora a modelli di ricettività stagnanti o a esperienze innovative ma isolate, come gli sporadici recuperi di centri storici attraverso alberghi diffusi. Alcuni borghi storici ritrovano appetibilità per turisti o per nativi che rientrano ma la campagna, che ha vissuto un’edificazione intensiva più recente, è in decadimento, con forme di urbanizzazione diffusa in stato di abbandono che contribuiscono al degrado paesaggistico. Altre economie sono del tutto inesplorate, come quelle legate alla cura. La sfida dell’assistenza agli anziani si gioca sempre più all’interno delle case e per Cerroni occorrerebbe immaginare un modello diverso dalle badanti o dalle Rsa, basato sull’assistenza domiciliare che coniughi la domanda di una popolazione che invecchia e la disponibilità di risorse umane giovani, spesso immigrate. I tentativi in questa direzione sono finora falliti per lungaggini e ostacoli burocratici e manca ancora una regia che stimoli l’effetto rete a livello istituzionale.

Proprio a livello istituzionale si sta però iniziando a riconoscere il potenziale di un approccio collaborativo. Nel 2025 undici comuni ciociari hanno aderito all’Area vasta promossa dal Comune di Frosinone, un’alleanza che secondo il sindaco Mastrangeli va al di là delle appartenenze politiche e mira a superare i limiti di un capoluogo di meno di 50.000 abitanti che fatica a ricoprire il suo ruolo. L’obiettivo è creare una massa critica di 110-120.000 abitanti per accedere ai fondi diretti dell’Unione Europea e gestire in modo coordinato i servizi. L’Area vasta potrebbe trasformare la frammentazione amministrativa in una risorsa purché la cooperazione non si limiti alla dimensione infrastrutturale ma abbracci cultura, paesaggio e welfare, dando forma a una metropoli ciociara intesa come comunità capace di valorizzare le proprie specificità.

La riflessione conclusiva degli autori rilegge queste due visioni alla luce del rapporto storico con Roma. Per riequilibrare il territorio laziale, diminuendo la dipendenza delle aree marginali dai servizi urbani della capitale, le province di Frosinone e Latina furono incluse nell’area del Mezzogiorno per essere affrancate attraverso un’azione intensa di recupero di autonomia basata su massicci investimenti pubblici. A quegli insediamenti fece seguito un rilancio dell’occupazione che trasformò l’area da luogo di emigrazione a polo di attrazione di manodopera ma a questo sviluppo produttivo non corrispose un miglioramento delle dotazioni pubbliche, salvo che nei servizi di base come scuole e sanità. Si è assistito a una emancipazione economica della popolazione in presenza di uno Stato debole, sia come capacità di guida strategica che come fornitore di servizi, e la vicinanza di Roma ha continuato a rappresentare il centro di attrazione per tutti i servizi urbani di livello superiore, lasciando queste aree in uno stato di periferia.

Oggi la Ciociaria presenta i tratti tipici dell’Italia di mezzo, con la sua tradizione industriale, le sue storie di sfruttamento estrattivo e una certa indipendenza ma permangono elementi da frangia metropolitana allargata. Si tratta di un territorio deposito di funzioni metropolitane, un bacino di pendolarismo per alcuni profili lavorativi e risente dell’ombra di Roma per l’offerta culturale e sanitaria. A questa sottorappresentazione nelle politiche nazionali, che come sottolinea Lanzani non forniscono una visione per chi non è né metropoli né area interna, si aggiunge una storica incapacità del territorio di autorappresentarsi e di emanciparsi dall’autoimposto cliché di provincia aggiunta per costruire una visione strategica propria. La scelta cruciale non è tra industria e ambiente o tra pubblico e privato. La Ciociaria deve diventare più pienamente Italia di mezzo come altri luoghi d’Italia oppure accettare e lavorare coerentemente per essere un’efficiente e attrattiva appendice romana. La posizione degli autori è che la prima strada sia più fruttuosa perché per farsi periferia vincente non basta una veloce infrastruttura di trasporto, quanto piuttosto una vera integrazione funzionale la cui conseguenza sarebbe una perdita di identità e autonomia. La sfida è riconciliare le due facce della Ciociaria, evitando che l’immagine della campagna felice resti solo una cartolina per i fine settimana dei romani e diventando invece il fondamento di un modello di sviluppo autonomo e durevole.