Cronache economiche da Israele #2

 


La maggior parte dei lavoratori in Israele può interrompere le proprie attività e rifugiarsi in un luogo protetto al suono delle sirene ma per decine di migliaia di dipendenti nei settori dell'assistenza infermieristica, dell'agricoltura e dell'edilizia questa possibilità è spesso preclusa a causa della natura stessa del loro lavoro e della mancanza di strutture adeguate. Nonostante le direttive ufficiali la loro esposizione al pericolo è una costante, aggravata da condizioni strutturali e da una regolamentazione che spesso resta inapplicata. Dall'inizio della guerra il settore edile è stato riconosciuto come parte integrante dell'economia essenziale del paese, consentendo la prosecuzione delle attività lavorative. Le linee guida del Ministero delle Costruzioni e del Comando del Fronte Interno stabiliscono che il lavoro in un cantiere è consentito solo in presenza di un luogo protetto regolamentare e accessibile in caso di allarme e che la presenza dei lavoratori deve essere ridotta al minimo indispensabile. La realtà operativa è ben diversa. I cantieri, specialmente quelli di grandi dimensioni che richiedono l'uso di gru e lavori in quota, spesso non garantiscono un riparo raggiungibile nei novanta secondi concessi. Un lavoratore della regione centrale di Israele ha raccontato ad Haaretz come sia materialmente impossibile per lui raggiungere un rifugio in tempo. Un altro ha aggiunto che tutti i lavoratori sono consapevoli che chi opera in punti lontani del cantiere non riuscirà mai a mettersi al sicuro in tempo. La tragica conseguenza di questa situazione si è materializzata questa settimana a Yehud, dove, a causa di un missile iraniano, sono morti due operai edili, Rustom Gulomb, di 61 anni, e Amid Murtuzov, di 40 anni, entrambi residenti a Petah Tikva, mentre sono state ferite gravemente altre persone. Shlomo Aloni, vice direttore generale dell'Istituto per la Sicurezza e la Salute sul Lavoro, su Maariv ha evidenziato le criticità specifiche del settore. I rischi maggiori riguardano gli operatori di gru che impiegano circa dieci minuti per scendere dalle loro postazioni in altura, un tempo spesso superiore a quello a disposizione per raggiungere un rifugio. Le difficoltà riguardano anche i lavoratori a terra. Sebbene esistano soluzioni temporanee, la loro applicazione pratica non è sempre fattibile. Un cantiere dovrebbe disporre di uno spazio protetto ma la presenza e l'adeguatezza di questo spazio dipendono dallo stato di avanzamento dei lavori. Un cantiere nuovo, ad esempio, spesso non ha nemmeno la porta nel vano destinato a diventare un rifugio. Aloni ha sottolineato l'importanza di un percorso sgombro e sicuro per raggiungere il rifugio, ben illuminato durante le ore notturne, e la necessità di un sistema di allarme efficace, dato che un operaio che utilizza un martello pneumatico non può sentire una notifica sul telefono. È quindi fondamentale la presenza di un supervisore che garantisca che tutti ricevano e comprendano l'allarme. Pur notando un miglioramento nella consapevolezza dei capi cantiere e nelle vie di accesso ai rifugi, Aloni ha lamentato l'assenza di un'efficace attività ispettiva affermando che il Ministero del Lavoro, da cui dipendono, non ha attualmente la capacità di far rispettare le norme, nonostante l'autorizzazione a costruire in emergenza sia subordinata proprio alla garanzia della protezione dei lavoratori.

Nel settore agricolo la situazione è altrettanto preoccupante. Dice Haaretz che un rapporto della Corte dei Conti dello scorso settembre ha evidenziato le gravi lacune nella protezione dei lavoratori agricoli nel nord e nel sud del paese. Secondo il rapporto, il Ministero dell'Agricoltura non ha provveduto a mappare la carenza di spazi protetti nelle aziende agricole né prima né durante il conflitto. La stima è di una mancanza di almeno mille strutture di protezione, con una particolare urgenza nel nord. Anche nel sud, dove sono state allocate circa 600 strutture, la loro installazione è avvenuta senza criteri di distribuzione uniformi. Tra lo scoppio della guerra e l'aprile 2024 il Ministero ha autorizzato l'installazione di sole 497 strutture, pari al 61% delle richieste di supporto pervenute, e molte di queste sono state collocate senza la necessaria approvazione del Comando del Fronte Interno o delle autorità locali. L'efficacia stessa di questi ripari, molti dei quali sprovvisti di porta, è messa in seria discussione di fronte alla minaccia dei missili balistici iraniani. Il settore dell'assistenza infermieristica presenta, invece, una complessità unica, legata alle condizioni del paziente assistito. La sicurezza del caregiver dipende dalla presenza di un rifugio nell'abitazione e dalla possibilità di trasportarvi tempestivamente la persona accudita. Un caso drammatico è quello dell'infermiera Mary Ann De Vera, uccisa la scorsa settimana a Tel Aviv da un razzo iraniano mentre rimaneva accanto alla sua assistita in casa, senza potersi mettere al riparo. Avvocati specializzati nella tutela dei lavoratori, come quelli dell'organizzazione Kav LaOved, riferiscono di decine di segnalazioni simili. Le assistenti si trovano in un dilemma etico e pratico: legate da un profondo rapporto con i pazienti, molte si rifiutano di abbandonarli mentre in altri casi i familiari propongono soluzioni inadeguate come il rifugio nelle scale. Un elemento trasversale che accomuna questi tre settori è l'elevata incidenza di manodopera straniera. In una lettera indirizzata al Ministro della Difesa, al Comando del Fronte Interno e al Direttore Generale del Ministero dell'Interno, l'Histadrut dei lavoratori edili e l'organizzazione Kav LaOved hanno chiesto la chiusura immediata di tutti i luoghi di lavoro che operano in violazione delle norme di sicurezza, sottolineando come centinaia di migliaia di lavoratori israeliani, insieme a circa 240.000 lavoratori migranti, siano impiegati in settori come l'edilizia e l'agricoltura. Quest’ultimi, spesso con contratti a ore e provenienti dalla periferia socio-economica, sono i più esposti perché privi, per ragioni linguistiche, dell’accesso alle informazioni essenziali si trovano a dover fronteggiare una realtà complessa, come un paese in guerra, senza un'adeguata protezione. Chiedono un intervento immediato delle forze dell'ordine e delle autorità locali per far rispettare le normative e sanzionare i datori di lavoro inadempienti.

La sicurezza in un contesto bellico complesso come quello in cui si trova a vivere Israele dall’attacco terroristico del 7 ottobre non riguarda solo i lavoratori migranti. Per il sito The Marker si affaccia un nuovo e complesso dilemma per il mondo del lavoro israeliano: fino a che punto chiedere ai dipendenti di rientrare in ufficio in un contesto bellico? La decisione, lasciata in gran parte ai singoli datori di lavoro, crea attriti e rivela divergenze profonde sulla produttività e la gestione del personale. Da un lato ci sono lavoratori come Tamir, residente nell'area di Yavne, che lavora in un'azienda di fintech a Tel Aviv. Abituato allo smart working già in tempi normali, con un solo giorno di presenza richiesto a settimana, è rimasto sorpreso quando i suoi manager gli hanno chiesto di presentarsi in ufficio nonostante la guerra. Il suo timore riguarda il viaggio stesso, che percepisce come rischioso e inutile, data l'ottima infrastruttura tecnologica dell'azienda per il lavoro a distanza. Dall'altro lato ci sono realtà come una piccola azienda di health-tech in cui lavora Alon, un giovane ingegnere. Già tre giorni dopo lo scoppio della guerra con l’Iran l'azienda ha richiamato i dipendenti in ufficio, ottenendo la classificazione di luogo di lavoro essenziale, una definizione che Alon stesso definisce una "totale fesseria". Nonostante l'allentamento delle restrizioni, con il Comando del Fronte Interno che ha permesso la ripresa delle attività lavorative anche in luoghi non essenziali purché dotati di un adeguato spazio protetto, il rischio oggettivo rimane dato che i lanci di missili dall'Iran e dal Libano continuano regolarmente, con Hezbollah che ha intensificato i propri attacchi. La decisione di richiamare o meno i dipendenti varia notevolmente da azienda ad azienda. Alcune hanno scelto la linea della massima prudenza, raccomandando o ordinando espressamente di non venire in ufficio, o lasciando la scelta ai singoli. In altre realtà, come quella di Michael, che vive a Tel Aviv e lavora in una startup logistica nello Sharon, è arrivata l'istruzione chiara di presentarsi al lavoro. La sua azienda lavora con clienti del settore della difesa e teme ripercussioni immediate sulla propria affidabilità. Michal, la responsabile delle risorse umane, spiega che per loro lo smart working "non funziona". Le problematiche tecniche aumentano, i dipendenti sono meno reperibili e la produttività cala. La paura è che un cliente, già poco incline a tollerare l’instabilità nell'area mediorientale, possa facilmente rivolgersi altrove. Pur chiedendo il rientro, l'azienda assicura che rispetterà le decisioni individuali, in particolare per i genitori di bambini piccoli. Anche Dganit, CEO di un'altra azienda fintech, si trova a navigare questa tensione sottile tra la necessità di ripristinare una parvenza di normalità lavorativa e l'ascolto delle paure dei propri dipendenti. Se nella prima settimana di guerra è stata molto permissiva, per la seconda ha ritenuto importante chiedere una presenza minima settimanale. La sua motivazione è pratica perché dirigere una startup di piccole dimensioni significa che l'assenza anche di un solo dipendente ha un impatto diretto e significativo sugli altri dipendenti e sul rispetto delle scadenze di un progetto. Pur consapevole della complessità della situazione, Dganit sottolinea che lo Stato non ha permesso a datori di lavoro e dipendenti di ricevere un indennizzo, spingendo di fatto verso una ripresa delle attività. La sua decisione è comunque soggetta a cambiamenti in base all'evolversi della situazione: un'intensificazione delle allerte la porterebbe a rivedere le proprie disposizioni, così come una riapertura del sistema scolastico. Questo conflitto sta riportando alla luce dinamiche già emerse con la pandemia di Covid-19, quando il lavoro da remoto è diventato la norma anche in Israele.

Lilach Lurie, a capo del Dipartimento di Studi sul Lavoro dell'Università di Tel Aviv, su Davar ci permette di ampliare il discorso analizzando le implicazioni economiche e normative del contesto bellico in Israele. Da due anni e mezzo a questa parte lavoratori e datori di lavoro vivono in uno stato di continua incertezza riguardo alla retribuzione per i giorni di assenza forzata a causa delle direttive del Fronte Interno o della chiusura delle scuole. In ogni ciclo di emergenza il problema viene risolto solo a posteriori e con provvedimenti temporanei, lasciando tutti nell'incertezza fino a quel momento. Sebbene questi accordi temporanei abbiano il vantaggio di essere rapidi, spesso escludono alcune categorie di persone. Lurie ha elogiato il ruolo della contrattazione collettiva tra Histadrut e le organizzazioni imprenditoriali che si è rivelata uno strumento flessibile ed efficace per rispondere rapidamente ai bisogni immediati ma suggerisce che sia giunto il momento di rendere permanenti alcune di queste tutele. Ha indicato altre aree critiche che necessitano di una regolamentazione stabile, come la tutela dei lavoratori che assistono parenti anziani in emergenza, l'effettiva applicazione delle norme di protezione nei luoghi di lavoro e, soprattutto, la situazione dei lavoratori autonomi che durante la pandemia e le guerre non hanno accesso agli ammortizzatori sociali come l'indennità di disoccupazione. Raccomanda ai decisori politici di istituire un meccanismo permanente e chiaro che garantisca una rete di sicurezza per il reddito di tutti i lavoratori durante i periodi di crisi, superando la logica degli interventi frammentari e postumi.

A tal proposito, sempre su Davar, si parla di un nuovo schema di risarcimenti presentato dal Ministero delle Finanze israeliano, basato sulla messa in aspettativa non retribuita (halat) dei dipendenti e sul risarcimento ai datori di lavoro. L’iniziativa è stata aspramente criticata da diverse organizzazioni, tra cui Kav LaOved, che lo ritengono inadeguato a proteggere tutti i lavoratori. In una lettera indirizzata al Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e al direttore facente funzioni dell'Istituto Nazionale di Previdenza Sociale (Bituach Leumi) le organizzazioni denunciano la penalizzazione dei lavoratori più deboli, con un focus specifico sui lavoratori pagati a ore. Secondo quanto riportato nella missiva, durante la guerra contro Hamas molti lavoratori a ore hanno subito un danno economico a causa della natura flessibile del loro impiego. I datori di lavoro, infatti, hanno semplicemente smesso di convocarli al lavoro per periodi anche prolungati, senza tuttavia licenziarli formalmente o fornire loro la lettera di messa in aspettativa necessaria per richiedere l'indennità di disoccupazione. La mancanza di documentazione ha di fatto escluso questi lavoratori dal beneficio economico, costringendoli a subire passivamente la riduzione del salario o a dimettersi. Le organizzazioni sottolineano come questo crei una doppia penalizzazione: i lavoratori a ore non ricevono il salario attraverso i canali di risarcimento indiretto previsti per i datori di lavoro e allo stesso tempo non hanno diritto all'indennità di disoccupazione per mancanza del documento formale, nonostante soddisfino tutti gli altri criteri. Un altro grave limite evidenziato è che il risarcimento concesso ai datori di lavoro, volto a coprire parte del salario dei dipendenti per incentivarne il mantenimento durante il conflitto, non è stato condizionato alla conservazione degli stessi livelli occupazionali. Questa mancanza ha colpito duramente i lavoratori a ore, le cui mansioni sono state di fatto ridotte con il taglio dei turni, senza che ciò comportasse alcun indennizzo per la riduzione dell'orario lavorativo. Molte organizzazioni mettono in guardia dalle conseguenze dell'adozione di un modello che di fatto incoraggia la messa in aspettativa di massa. Si teme che molti lavoratori, per garantirsi un reddito, siano costretti a lavorare contravvenendo alle direttive delle autorità, a lasciare il proprio posto per cercare fonti di reddito alternative o ad accettare condizioni peggiorative come riduzioni salariali o aspettative non retribuite, senza alcun ristoro per il danno subito durante la guerra. Tutto ciò non farà che approfondire le disuguaglianze economiche e sociali. Come soluzione viene chiesta l'adozione di una legge permanente che garantisca il pagamento del salario ai lavoratori in situazioni di emergenza e rimborsi i datori di lavoro, regolamentando il diritto dei dipendenti a ricevere la retribuzione in caso di assenza dovuta a direttive di emergenza, una proposta di legge già depositata in Parlamento. In alternativa propongono l'introduzione di un meccanismo di aspettativa flessibile (halat gamish) che indennizzi i lavoratori per la riduzione dell'orario senza richiedere una messa in aspettativa totale. Questo modello, pur osteggiato dal Ministero delle Finanze sin dai tempi del Covid-19, gode del sostegno sia dell'Associazione degli Industriali che dell'Histadrut. Come misura minima chiedono che venga consentito ai lavoratori di richiedere l'indennità di disoccupazione anche in assenza di una lettera di messa in aspettativa formale, qualora non siano stati chiamati al lavoro durante il periodo bellico, accontentandosi di una dichiarazione sostitutiva o dei rapporti di presenza forniti dal datore di lavoro. Parallelamente a queste critiche la Commissione Lavoro e Welfare della Knesset ha approvato per la seconda e terza lettura una modifica legislativa proposta dal Ministero delle Finanze. La modifica autorizza il Bituach Leumi a richiedere ai datori di lavoro di comunicare la classificazione professionale dei dipendenti secondo i codici dell'Ufficio Centrale di Statistica, la loro località di lavoro principale e, in una fase successiva, anche le ore di lavoro effettivamente retribuite. L'implementazione avverrà gradualmente. Una fase pilota volontaria partirà nel 2027 e l'obbligo diventerà effettivo solo dal 2030. L'obiettivo è dotare lo Stato di dati dettagliati e aggiornati sul mercato del lavoro per poter definire e attuare politiche più efficaci. La decisione ha incontrato la ferma opposizione delle organizzazioni datoriali che definiscono la proposta "draconiana", temendo un aggravio burocratico essendo costretti ad aggiornare costantemente la classificazione dei dipendenti. Per rispondere a queste preoccupazioni la Commissione ha stabilito che l'obbligo di rendicontazione scatterà solo dopo l'implementazione di un sistema online semplice e user-friendly per la classificazione. Sono state escluse sanzioni penali per la mancata comunicazione fino all'approvazione di appositi regolamenti. La mancanza di dati sulle ore lavorate è stata indicata dal Forum per la Lotta alla Povertà come una delle cause principali della mancata protezione dei lavoratori a ore, che rappresentano circa il 32% della forza lavoro, nei piani di risarcimento di emergenza dalla pandemia ad oggi. Sebbene il Bituach Leumi raccolga già dati sulla tipologia di impiego (orario o mensile), i dati sulle ore effettivamente retribuite sono spesso carenti. Hila Shinuk, dell'Histadrut, ha sottolineato che queste informazioni sono fondamentali per adattare le misure di emergenza ai lavoratori a ore e a quelli con riduzione di orario e che, senza sanzioni significative per i datori di lavoro, la motivazione a fornire dati accurati rimarrà debole, compromettendo la capacità decisionale dello Stato.