Cronache economiche da Israele #4

Gestione della disoccupazione in Israele durante la guerra

La Commissione Lavoro ha approvato in seconda e terza lettura un progetto di legge a tutela dei lavoratori disoccupati a causa della guerra mentre il parlamento israeliano ha approvato giovedì l’emendamento promosso dal Ministero del Lavoro volto a tutelare i lavoratori in situazione di emergenza. Andiamo con ordine partendo da ciò che ha discusso la Commissione Lavoro.

Il presidente dell'Histadrut, Arnon Bar-David, aveva inviato una lettera ufficiale al ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e al presidente della Commissione Finanze della Knesset chiedendo modifiche al piano di risarcimento per aziende e lavoratori. Bar-David sostiene che i modelli proposti si basano su meccanismi problematici del passato e non forniscono una risposta adeguata alla maggior parte dei lavoratori e dei settori colpiti. Veniva richiesto un congedo continuativo di 14 giorni, penalizzando di fatto i lavoratori che sono tornati al lavoro non appena le restrizioni della difesa civile sono state allentate. Ha ricordato che circa il 30% dei lavoratori, impiegati con contratti orari o a turni (spesso provenienti da fasce sociali deboli), rimangono esclusi perché i datori di lavoro riducono i turni senza concedere un congedo formale che dia diritto alla disoccupazione. Bar-David ha anche denunciato l'impatto negativo sul versante previdenziale e contributivo, costringendo i lavoratori a utilizzare giorni di disoccupazione che sarebbero dovuti servire in caso di licenziamento e ha criticato il modello di risarcimento per le aziende che non condiziona il sussidio al pagamento dello stipendio pieno ai dipendenti, incentivando di fatto i congedi anziché la continuità lavorativa. Per questo ha chiesto di adottare un rimborso giornaliero fisso (circa 550 shekel al giorno) per i datori di lavoro che pagano per intero i propri dipendenti assenti. 

Grazie alla pressione esercitata dall'Histadrut, il numero minimo di giorni consecutivi di congedo non retribuito richiesti per accedere al sussidio è stato ridotto da 14 a 10 giorni. Inoltre il periodo di validità del provvedimento è stato esteso fino al 14 aprile ed è stata garantita una copertura retroattiva completa per i lavoratori messi in congedo forzato già a marzo. Il Ministero delle Finanze ha mantenuto una posizione rigida, opponendosi alla possibilità di adottare modelli flessibili di congedo non retribuito o di frazionare il periodo di congedo come era stato fatto durante la precedente guerra con l’Iran. Questa resistenza è avvenuta nonostante le organizzazioni datoriali avessero sottolineato come l'obbligo di un congedo consecutivo penalizzi la flessibilità e la capacità di rimettere in moto l'economia in tempo di guerra, danneggiando sia i lavoratori che hanno dovuto continuare a lavorare durante il conflitto sia le coppie che avevano bisogno di dividersi la cura dei figli. Anche la richiesta del Ministero dell'Economia di implementare un modello di congedo flessibile è stata respinta. 

Sempre in linea con le richieste dell'Histadrut, è stato concesso più tempo per la registrazione al Servizio per l'Impiego, fissando come scadenza la fine di maggio. Il provvedimento avrà effetto retroattivo, coprendo anche i lavoratori messi in congedo forzato a marzo. Bituach Leumi ha chiarito che i datori di lavoro che avevano utilizzato i giorni di ferie pagate per i propri dipendenti potranno rettificare le buste paga e trasformare quei giorni in congedo non retribuito. Un altro risultato importante è stato il riconoscimento della possibilità dei lavoratori di usufruire del congedo non retribuito su propria iniziativa, a causa del contesto bellico, purché concordato con il datore di lavoro.

Il periodo di lavoro necessario per avere diritto al sussidio è stato ridotto da 12 a 6 mesi. Histadrut e alcuni parlamentari hanno ottenuto, per categorie specifiche come le persone con disabilità, gli sfollati, i coniugi dei riservisti, i soldati feriti e le vittime di atti ostili della guerra a Gaza, che questo lasso di tempo fosse accorciato a soli 3 mesi. Inoltre è stato stabilito che il periodo di congedo non retribuito non verrà conteggiato nei 60 giorni durante i quali vige il divieto di licenziare una lavoratrice dopo il congedo di maternità e genitoriale ma verrà invece conteggiato ai fini del raggiungimento del periodo di tempo necessario per ricevere l'indennità di maternità piena.

Per i lavoratori di età pari o superiore a 67 anni messi in congedo non retribuito e che non hanno diritto ai sussidi di disoccupazione è stato previsto un assegno speciale pari al 75% del reddito, fino a un massimo di 4.100 shekel. È stata inoltre aggiunta la possibilità di attivare il meccanismo del congedo non retribuito in ulteriori situazioni di emergenza, tramite una procedura accelerata con l'approvazione del Ministro delle Finanze e senza necessità di una nuova legislazione, fino alla fine del 2027. È stato infine stabilito che il periodo massimo di erogazione dei sussidi di disoccupazione sarà esteso per coloro che avevano già esaurito la loro eligibilità a causa di congedi non retribuiti durante la precedente guerra con l’Iran.

Il provvedimento non offre una copertura sufficiente a tutte le fasce della popolazione, in particolare ai lavoratori part-time, ai genitori che avevano concordato di dividersi l'assistenza ai figli, a chi ha lavorato per parte del periodo di guerra e ad altre categorie vulnerabili. 

Un'altra questione sollevata riguarda le modalità di richiesta. L'Histadrut ha sottolineato che, durante la guerra precedente, su circa 298.000 lavoratori messi in congedo solo 110.000 avevano effettivamente ricevuto il sussidio. Una delle ragioni individuate è l'obbligo per il lavoratore di presentare un certificato del datore di lavoro, un ostacolo per i lavoratori più deboli, giovani o part-time. È stata quindi avanzata la proposta di consentire ai lavoratori di autocertificare il congedo, lasciando poi all'ente previdenziale il compito di verificare con i datori di lavoro. Il Tesoro si è detto disponibile a valutare questa possibilità. Histadrut ha chiesto di consentire una rettifica retroattiva per coloro che hanno utilizzato giorni di ferie a marzo. 

Giovedì, invece, è stato approvato un emendamento del Ministero del Lavoro che prevede la protezione dal licenziamento per i lavoratori che sono stati evacuati dalle loro case a causa dei danni della guerra presentando un certificato del comune di appartenenza. È stata inoltre stabilita la protezione dal licenziamento per i genitori di bambini fino a 14 anni o di figli con disabilità fino a 21 anni, qualora l'istituzione educativa sia stata chiusa, a condizione che il coniuge non possa prendersi cura dei bambini e che non sia stata fornita una soluzione alternativa dal datore di lavoro. Anche i partner di persone in servizio di riserva, in servizio regolare o nelle forze di sicurezza e soccorso avranno diritto alla protezione dal licenziamento, anche se il coniuge si prende cura dei loro figli. Le tutele avranno effetto retroattivo dall'inizio della guerra, con decorrenza dal 28 febbraio, e si sommano a quelle già esistenti, come le agevolazioni per i lavoratori il cui luogo di lavoro non è conforme alle direttive della protezione civile. I datori di lavoro che violano la legge sono esposti a procedimenti penali di competenza del ministero del Lavoro.

Infine la Commissione Lavoro ha approvato per la seconda e terza lettura un'ordinanza temporanea che accelera l'iter della firma del ministro del Lavoro per le ordinanze che estendono gli accordi collettivi generali. Questa modifica, volta a consentire l'attuazione rapida dell'accordo collettivo siglato a febbraio tra Histadrut e le organizzazioni padronali, mira a prolungare il divieto di licenziamento per i riservisti (estendendolo da 30 a 60 giorni) e a regolamentare i giorni di assenza per le mogli dei riservisti. Tali tutele erano scadute alla fine del 2025. L’approvazione non è stata esente da critiche. Le organizzazioni dei riservisti hanno aspramente contestato il governo in commissione, accusandolo di aver ritardato l'approvazione della legge e la firma sull'ordinanza di estensione nonostante fosse noto che le tutele sarebbero scadute il 31 dicembre 2025. L'avvocato Bar Shaham, del Forum delle Mogli dei Riservisti, denuncia di aver ricevuto decine di segnalazioni dal 31 dicembre in poi da parte di donne rimaste senza protezione mentre si assentavano dal lavoro per assistere i figli, definendo la misura urgente e necessaria per dare certezza a decine di migliaia di famiglie e chiedendo, inoltre, che l'applicazione avesse effetto retroattivo. Funzionari del ministero ritengono sia giuridicamente impossibile un’estensione retroattiva dell’accordo ma, per il futuro, Histadrut precisa che l'accordo collettivo in questione è permanente, volto a regolamentare i diritti dei riservisti e delle loro famiglie.

Naomi Friedman dell’Università Bar-Ilan in collaborazione con l’Arlozorov Forum ha pubblicato questa settimana un’analisi dell’impatto della guerra sui lavoratori in Israele.

La metodologia adottata si fonda su tre elementi principali. Il primo è un indice di capacità di lavoro da remoto, costruito incrociando i dati dell’Ufficio Centrale di Statistica israeliano per professione e settore economico. Misura, per ogni combinazione di professione e settore, la percentuale di lavoratori che dichiarano di svolgere abitualmente o in via occasionale parte del proprio lavoro da casa. Il secondo elemento è un albero decisionale che classifica i lavoratori in base all’appartenenza a settori definiti essenziali dalle autorità. Il terzo elemento, centrale per la seconda settimana, è la presenza nel nucleo familiare di bambini fino a 14 anni, utilizzata come indicatore della necessità di supervisione parentale che limita la possibilità di recarsi al lavoro.

Per la prima settimana di guerra stimano che la perdita complessiva di salario per i lavoratori sia stata di 5 miliardi di shekel, cifra aggiornata a 6 miliardi nei valori del 2026. Questa perdita viene scomposta in: circa 3 miliardi di shekel per i lavoratori che non hanno potuto lavorare affatto e 2 miliardi di shekel per quelli che sono rimasti a casa per prendersi cura dei figli, nell’ipotesi che in una coppia la responsabilità della supervisione venga suddivisa equamente tra i due genitori. Sul piano occupazionale stimano che nella prima settimana di guerra il 20,7% dei lavoratori, circa 800.000 dipendenti, non abbia potuto lavorare affatto, con il proprio reddito quindi interamente a rischio. In una definizione più ampia che include anche i lavoratori con capacità lavorativa fortemente ridotta a causa della presenza di bambini in casa, il totale dei lavoratori colpiti raggiunge circa 1,8 milioni di persone, cifra che sale a 2 milioni nei valori del 2026. Il 39,8% dei lavoratori, pari a circa 1,5 milioni di dipendenti, è stato in grado di lavorare regolarmente sin dalla prima settimana.

Un dato macroeconomico particolarmente rilevante è il confronto con le stime del Ministero delle Finanze. Tra l’83% e il 93% della perdita settimanale di Pil attribuita al fermo delle attività è riconducibile direttamente alla perdita di salario dei lavoratori. La differenza tra le due stime riflette una distinzione analitica fondamentale dato che una parte dell’attività economica sospesa può essere recuperata successivamente dalle imprese mentre il salario non corrisposto ai lavoratori costituisce una perdita permanente in assenza di interventi compensativi.

Per la seconda settimana di guerra il quadro cambia radicalmente. In questa fase il Comando del fronte interno ha autorizzato la riapertura dell’economia ma i servizi educativi sono rimasti chiusi. Ne consegue che circa 1,8 milioni di lavoratori, pari al 48% degli occupati, abbiano subito una limitazione significativa nella possibilità di recarsi al lavoro a causa della necessità di supervisionare figli nella fascia d’età compresa tra 4 e 10 anni. L’ipotesi sottostante è che, all’interno delle coppie, i genitori si alternino nella cura dei figli, consentendo a un solo genitore per volta di uscire per lavoro. Di conseguenza la perdita salariale stimata per questa settimana viene dimezzata rispetto alla settimana di chiusura totale.

L’analisi delle caratteristiche dei lavoratori colpiti rivela che la sospensione del lavoro non si concentra solo nelle fasce a basso reddito. Nella stima che considera la presenza di bambini fino a 14 anni come principale fattore di limitazione, i lavoratori coinvolti si distribuiscono lungo l’intera scala retributiva. La ragione addotta è che la distribuzione della natalità in Israele è relativamente uniforme lungo la distribuzione dei salari, cosicché l’impatto della chiusura delle scuole si riverbera su tutte le fasce di reddito. Lo studio dedica infine una sezione al confronto con le stime pubblicate dal Ministero del Lavoro nell’agosto 2025. Secondo quella stima, riferita alla prima guerra Israele-Iran, i lavoratori assenti dal lavoro a causa del conflitto sarebbero stati 360.650, un dato giudicato significativamente sottostimato. Le motivazioni sono di natura metodologica. La stima del Ministero prendeva in considerazione solo l’assenza completa dal lavoro, senza considerare i casi di riduzione parziale dell’orario o di assenza solo in alcuni giorni, nonostante la legge sul congedo non retribuito consentisse l’accesso ai benefici anche a chi aveva lavorato in due dei dodici giorni del periodo di riferimento. Inoltre il campione utilizzato si riferiva a un arco temporale ristretto, corrispondente alla settimana del conflitto e a quella immediatamente successiva, senza consentire di distinguere tra dati raccolti all’inizio e alla fine del periodo di rilevazione, con il rischio di non cogliere pienamente il fenomeno. A conclusione dello studio si ricorda che i dati del Bituach Leumi durante i lockdown del COVID-19 indicavano un numero di richieste di congedo non retribuito o disoccupazione compreso tra 600.000 e 800.000 lavoratori al mese, un dato più che doppio rispetto alla stima del Ministero del Lavoro e allineato invece con le valutazioni prodotte dallo studio.

Il bilancio statale

La Commissione Finanze israeliana ha approvato lunedì il bilancio statale per l'anno 2026, un documento finanziario di fondamentale importanza che ora attende l'approvazione finale del governo e della Knesset entro una settimana. L'importo complessivo ammonta a 699 miliardi di shekel, con una spesa per la difesa che raggiunge circa 144 miliardi di shekel. Il deficit annuo previsto in rapporto al Pil è del 4,9%, una percentuale inferiore al tetto massimo di deficit autorizzato per il 2025, fissato al 5,2%, ma superiore al deficit effettivamente registrato alla fine dell'anno precedente che si era attestato al 4,7%. La cifra totale del bilancio, includendo il rimborso del debito e i fondi del Bituach Leumi, ammonta a 850,6 miliardi di shekel. Questi importi non vengono computati nel calcolo del bilancio ai fini del limite di spesa poiché i debiti vengono annualmente rifinanziati e non sono considerati una spesa in senso sostanziale. Gli interessi sul debito, al contrario, sono inclusi nei 699 miliardi di shekel e rappresentano un indicatore del costo del debito che varia di anno in anno. Per il 2026 gli interessi sul debito ammontano a 64,5 miliardi di shekel, con un'incidenza sul Pil del 2,91%, una percentuale leggermente superiore alla media Ocse ma inferiore rispetto ai decenni precedenti in Israele prima della guerra.

Il ministero con la maggiore influenza sull'entità del bilancio è quello della Difesa. Il budget iniziale del ministero, approvato in prima lettura alla Knesset, era di 112 miliardi di shekel ma la guerra con l’Iran ha comportato un aumento di circa 30 miliardi di shekel, portando il totale a 142 miliardi di shekel, con ulteriori 7 miliardi di shekel riservati come fondo di riserva in base agli sviluppi della situazione di sicurezza. La spesa per la difesa era inferiore di decine di punti percentuali prima del 7 ottobre 2023, quando si attestava a 63 miliardi di shekel prima dello scoppio della guerra. Il ministero delle Finanze aveva inizialmente auspicato, all'inizio delle discussioni, che il bilancio della difesa si fermasse a 90 miliardi di shekel mentre il ministero della Difesa richiedeva circa 140 miliardi di shekel.

Nella maggior parte dei grandi ministeri si registra una crescita reale, al netto dell'inflazione e della crescita demografica. Il budget per l'Istruzione cresce da 89,8 miliardi di shekel nel 2025 a 98,9 miliardi di shekel, con un incremento reale del 4%. Il budget per la Sanità aumenta da 59 miliardi a 63 miliardi di shekel mentre quello per il Welfare sale da 12,2 miliardi a circa 14 miliardi di shekel, segnando una crescita reale del 10,3%. Il budget del ministero per la Sicurezza Nazionale passa da 26 miliardi a 30,3 miliardi di shekel, di cui circa 1,1 miliardi aggiunti dopo l'inizio della guerra. Cambiamenti notevoli si osservano nel ministero degli Esteri, il cui budget cresce in termini reali del 24,1%, arrivando a 3,3 miliardi di shekel, e nel budget per le elezioni e il finanziamento dei partiti che in vista delle elezioni sale da 234 milioni a 976 milioni di shekel. Al contrario, i budget dei ministeri dell'Aliyah e dell'Assorbimento, dell'Agricoltura, delle Finanze, dell'Economia e dell'Industria, delle Comunicazioni, delle Costruzioni e dell'Autorità per l'Acqua e le Fognature subiranno una riduzione reale.

I fondi a disposizione della coalizione, che non sono inclusi nella base del bilancio ma vengono approvati annualmente separatamente per scopi specifici indicati dai partiti, ammontano a 5,8 miliardi di shekel. Circa il 75% di questi fondi è destinato al settore ultra-ortodosso e nazionalista-religioso.

L’Economic Arrangements Law per il 2026 era stato concepito in maniera particolarmente ampia ma diverse riforme e misure politiche di rilievo sono state espunte tra cui la riforma del settore lattiero-caseario e l'applicazione di un'imposta patrimoniale dell'1,5% annuo sul valore dei terreni non edificati. È stata invece approvata una riduzione fiscale sul reddito fino a 400 shekel al mese per i lavoratori appartenenti ai decili di reddito dall'8 al 10, così come l’esenzione totale dall'imposta sul reddito per i nuovi immigrati per i primi cinque anni, con un'esenzione completa nel primo anno per redditi annui fino a un milione di shekel. Sono stati inoltre approvati incentivi fiscali per promuovere il settore high-tech.

La tassazione sugli extraprofitti delle grandi banche, una misura che avrebbe dovuto generare un gettito di circa 7,5 miliardi di shekel in cinque anni, è stata ridimensionata: al suo posto verrà applicato un "prelievo" una tantum di 3 miliardi di shekel per le casse dello stato, con ulteriori 125 milioni di shekel previsti per l'anno successivo. Queste entrate, insieme a un'aggiunta di 50 milioni di shekel per le banche, saranno destinate a un fondo per le aziende del nord del paese danneggiate dalla guerra. Durante le discussioni in Commissione Finanze, il ministero delle Finanze ha spiegato di preferire un importo inferiore, concordato con le banche, che possa servire le esigenze di bilancio del 2026 e ridurre la previsione di deficit per l'anno in corso dal 5,1% al 4,9% del Pil.

Il Fondo per i Cittadini d'Israele stanzierà quest'anno 235,6 milioni di shekel, destinati principalmente alla promozione dell'occupazione, dell'energia e della salute mentale. Questo fondo gestisce i profitti statali derivanti dall'estrazione del gas. Dopo che lo scorso anno la coalizione aveva deciso all'ultimo momento di destinare i fondi a scopi diversi da quelli discussi dalla commissione parlamentare di vigilanza, quest'anno le risorse sono state indirizzate verso obiettivi differenti rispetto agli anni precedenti e non settoriali. Nello specifico, 40 milioni di shekel sono stati stanziati per incentivare l'occupazione nel Negev e in Galilea, 40 milioni per trattamenti mirati al trauma per i riservisti e circa 40 milioni per ampliare l'offerta di supporto emotivo e riabilitazione. Ulteriori 15 milioni sono stati destinati alla promozione delle tecnologie marine (blue-tech) e 25 milioni per l'installazione di pannelli solari su impianti sportivi e negli spazi pubblici.

Al governo rimane ora una settimana per approvare il bilancio statale per il 2026, un esercizio finanziario iniziato quasi tre mesi fa. Qualora la legge di bilancio non venisse approvata entro i tempi previsti, il governo si scioglierebbe portando a nuove elezioni entro tre mesi. Già lo scorso anno il bilancio era stato approvato nell'ultima settimana utile. Attualmente i ministeri operano sulla base di un bilancio provvisorio che assegna mensilmente un dodicesimo del budget dell'anno precedente, un importo inferiore rispetto al bilancio proposto di 699 miliardi di shekel. Se non venisse approvato un bilancio per quest'anno, il budget provvisorio complessivo si attesterebbe su circa 605 miliardi di shekel e tutte le spese aggiuntive non definite come essenziali verrebbero cancellate.

Uno sguardo più lungo

L’ultimo rapporto della Banca d'Israele, ripreso da Davar in più articoli, dipinge un quadro complesso dell'economia israeliana nel 2025, evidenziando un netto contrasto tra il settore privato e quello pubblico. Il salario reale nel settore privato è aumentato in misura superiore alla crescita della produttività per lavoratore, registrando un incremento complessivo del 18% dal 2019. Il salario nel settore pubblico continua a erodersi rispetto ai livelli precedenti la guerra a Gaza, senza alcuna crescita nello stesso periodo. Questa divergenza è stata accentuata dalle misure di contenimento della spesa pubblica, includendo riduzioni salariali concordate tra lo Stato e Histadrut per gli anni 2025-2026, una decisione che la Banca d'Israele ha definito un segno di resilienza ma che ha approfondito il divario retributivo tra i due settori. L'istituto ha avvertito che se questo divario continuerà ad ampliarsi, potrebbe portare a un calo della qualità delle risorse umane nel settore pubblico, con conseguente deterioramento dei servizi offerti ai cittadini.

Il mercato del lavoro nel 2025 è stato caratterizzato da una forte tensione, dovuta principalmente a limitazioni nell'offerta di manodopera civile influenzate dalla prosecuzione del conflitto. La riduzione dell'offerta di lavoratori è stata stimata intorno al 3,6%, di cui il 55% attribuibile a un calo del tasso di partecipazione alla forza lavoro, sceso dal 63,5% pre-guerra al 62,6% nel 2025. Un fattore determinante è stato il servizio di riserva che ha sottratto al lavoro circa 30.000 persone in media al mese nel 2025 (in calo rispetto ai 60.000 del 2024), con un impatto particolarmente significativo sui giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni, molti dei quali hanno ritardato l'ingresso nel mercato del lavoro. La Banca d'Israele ha spiegato che il servizio di riserva frequente può ridurre la motivazione e la capacità dei giovani di cercare un lavoro a lungo termine, anche nei periodi in cui non sono effettivamente mobilitati. A questi fattori si sono aggiunte l'emigrazione di circa 18.000 occupati (pari allo 0,4% della forza lavoro), la diminuzione del 10% del tasso di partecipazione tra i residenti delle località evacuate (principalmente nel nord) e l'impatto di circa 22.000 soldati feriti e 24.000 civili vittime di atti ostili.

Un altro elemento chiave analizzato è la contrazione dei lavoratori non israeliani che ha spiegato il 35% del calo complessivo della forza lavoro. Sebbene negli ultimi due anni vi sia stato un graduale ingresso di lavoratori stranieri, il loro numero rimane inferiore ai livelli prebellici a causa dell'interruzione dell'ingresso di lavoratori palestinesi. La Banca d'Israele ha rilevato un cambio di rotta nella politica occupazionale del governo che tradizionalmente manteneva basso il numero di lavoratori stranieri. Ora si prevede che, se il loro numero continuerà a crescere al ritmo attuale, entro il 2027 si tornerà ai livelli pre-guerra.

La domanda di lavoro è rimasta elevata, con un tasso di posti vacanti del 4,5% nel 2025. Questa tensione ha portato ad aumenti salariali in tutti i settori dell'economia, sebbene in modo controintuitivo. I settori con la maggiore carenza di manodopera, come commercio, edilizia, ospitalità e ristorazione, hanno registrato gli aumenti salariali più bassi. La Banca d'Israele ha ipotizzato che ciò sia dovuto alla prevalenza di piccole imprese in questi settori che, a differenza delle aziende più grandi e solide, hanno minore capacità finanziaria e margini di profitto più ristretti per poter reagire alla carenza di personale con forti aumenti salariali. Un lieve miglioramento si è visto nell'ultimo trimestre del 2025, dopo l'entrata in vigore del cessate il fuoco a Gaza in ottobre, con un aumento dei tassi di occupazione e partecipazione, sebbene non siano ancora tornati ai livelli pre-bellici.

Guardando al quadro macroeconomico più ampio, il rapporto contiene una duplice avvertenza. La guerra ha fatto aumentare il debito pubblico dal 60% al 68,5% del Pil a causa dell'impennata delle spese per la difesa. Questo livello è ancora inferiore alla media delle economie avanzate ma i pagamenti per gli interessi sul debito sono relativamente elevati (3,1% del Pil contro una media Ocse dell'1,9%) a causa del maggior rischio geopolitico attribuito dagli investitori a Israele. La sfida per il futuro, secondo la Banca d’Israele, è aumentare la spesa civile per garantire una crescita economica di lungo periodo mentre viene finanziata la difesa del paese. Questa scarsa spesa pubblica è collegata alla bassa produttività del lavoro in Israele e si traduce in investimenti insufficienti in infrastrutture (come trasporti, energia e comunicazioni) e nel sistema educativo, fattori che a loro volta contribuiscono all'elevato tasso di povertà, il doppio della media Ocse, e a un'alta percentuale di lavoratori a basso salario (quasi un quarto della forza lavoro). Il rapporto, in conclusione, sottolinea che la rapida crescita demografica di Israele, dovuta all'alto tasso di natalità, rende ancora più urgente e critica la necessità di investire in capitale pubblico e umano per sostenere il tenore di vita e ridurre il divario infrastrutturale con i paesi più sviluppati.

Su Davar e The Market ho trovato due commenti, molto vicini ad una prospettiva solidamente riformista, su questi dati e l’approccio all’economia in Israele. Il primo, su Davar, è molto importante da analizzare perché offre una lettura keynesiana del rapporto in un paese in cui, come ha detto Dani Filc nell’intervista che mi ha concesso qualche mese fa: “non esistono economisti non ortodossi (post-keynesiani, neo-istituzionalisti), di modo che tutta la formazione degli economisti che in futuro si uniranno alla burocrazia statale nei ministeri incaricati di guidare le politiche economiche e industriali è nelle mani di economisti formati nel credo neoliberale. La sfida è generare una corrente di economisti eterodossi che si facciano ascoltare nella società politica, nella società civile e nel mondo accademico”.

Il commentatore dice che la Banca d’Israele ha ragione quando afferma che il paese dovrà aumentare la spesa pubblica civile affrontando contestualmente il continuo incremento delle spese per la difesa. Altrettanto corrette sono le osservazioni sulla necessità di integrare meglio le comunità ultraortodossa e araba nel mercato del lavoro attraverso percorsi di istruzione, formazione e acquisizione di competenze adeguate. È importante anche il riconoscimento dei divari retributivi tra il settore privato e quello pubblico e il fatto che i bassi salari nel settore pubblico compromettano la capacità di attrarre lavoratori validi e di fornire servizi di qualità. Anche la raccomandazione di aumentare il prelievo fiscale per finanziare le esigenze di sicurezza e ampliare gli investimenti civili appare ragionevole, considerato il carico fiscale relativamente basso in Israele. Tuttavia, dice, la Banca propone di iniziare con imposte indirette e strumenti di “correzione comportamentale” come la tassa sul carbonio, le accise sulle bevande zuccherate e sugli oggetti monouso ma senza suggerire una tassazione progressiva sui redditi da capitale, nonostante l’attuale sistema favorisca in modo sproporzionato i percettori di redditi elevati.

Quello che manca nel rapporto, però, riguarda la visione di ciò che lo Stato è disposto a fare con l’economia. Coerentemente con l’approccio che ha dominato la politica economica degli ultimi decenni, l’attenzione principale è rivolta al lato dell’offerta: istruzione, competenze, incentivi al lavoro e infrastrutture. Tutti elementi fondamentali ma non sufficienti. Per migliorare la produttività, innalzare il tenore di vita e ridurre le disuguaglianze sono necessari strumenti di diversa natura, come una politica industriale attiva, il mantenimento di un livello elevato della domanda aggregata e la promozione di salari più alti per i lavoratori. La politica industriale, finalizzata a sviluppare settori selezionati sulla base di obiettivi strategici come quelli orientati all’export, in grado di offrire posti di lavoro di qualità con salari elevati e caratterizzati da alta produttività e innovazione, ha dimostrato la sua efficacia in paesi come Taiwan e Corea del Sud che l’hanno utilizzata come strumento centrale nella loro trasformazione da economie povere a potenze tecnologiche. Mentre nel mondo questa politica è tornata al centro del dibattito, la Banca d’Israele si attiene a schemi consolidati, nonostante lo stesso settore hi-tech israeliano rappresenti un esempio lampante di successo di politica industriale, essendo il frutto di iniziativa privata supportata da varie forme di intervento pubblico. Pertanto il governo dovrebbe riflettere su come estendere il successo dell’hi-tech a più segmenti della popolazione e il ruolo dello Stato nel promuovere settori come il food-tech, le tecnologie mediche e le energie rinnovabili, espandendo l’attività hi-tech anche alla produzione e non limitandola allo sviluppo, è cruciale.

Il commentatore prosegue affermando che la produttività del lavoro viene solitamente presentata come un problema legato all’offerta ma essa è influenzata anche dal livello della domanda aggregata. Quando le imprese godono di una domanda elevata e stabile, possono vendere di più, utilizzare meglio il personale e le attrezzature esistenti e giustificare nuovi investimenti in tecnologie e metodi di gestione più efficienti. In molti casi l’aumento delle vendite può avvenire senza un incremento significativo dei costi, migliorando così la produttività per addetto. La domanda elevata rende anche più difficile assumere lavoratori, spingendo le aziende ad adottare tecnologie più efficienti e, attraverso la competizione, favorisce la sopravvivenza delle imprese con produttività più alta. Allo stesso modo, l’aumento dei salari si integra con un livello elevato di domanda e con una politica industriale volta a creare posti di lavoro ben retribuiti poiché salari più alti incentivano l’efficienza tramite miglioramenti tecnologici e gestionali, aumentano la motivazione dei lavoratori e riducono il turnover, con conseguente risparmio di risorse su formazione e inserimento di nuovo personale. La crescita dei salari contribuisce inoltre alla domanda aumentando i consumi, un meccanismo che, come osservato dall’ex governatrice della Banca d’Israele Karnit Flug, ha sostenuto la rapida crescita israeliana. L’esperienza dell’amministrazione Biden offre un esempio contemporaneo di come una politica di investimenti statali attiva possa funzionare: promuovendo ampi investimenti in infrastrutture, semiconduttori, energia pulita e produzione avanzata, mantenendo al contempo un elevato livello di domanda sostenuto anche dall’aumento dei salari. Questa combinazione ha permesso agli Stati Uniti di crescere al ritmo più rapido tra i paesi del G7 e di registrare il maggiore miglioramento della produttività.

A mio avviso questo commento trova un fondamento nei testi di Mariana Mazzucato e, per il suo richiamo alla domanda aggregata, al pensiero di Keynes. Mazzucato, in Missione economia, dedica un intero capitolo a smontare ciò che definisce “cinque falsi miti che ostacolano il progresso”. Il primo e il secondo di questi miti sono particolarmente rilevanti: “le imprese creano valore e si assumono rischi; lo Stato si limiti ad agire da facilitatore” e “lo scopo dello Stato è correggere i fallimenti del mercato”. Quando si evidenzia che la Banca d’Israele si concentra sul lato dell’offerta e su strumenti di correzione comportamentale, come tasse indirette, sta esattamente descrivendo un approccio che Mazzucato definisce insufficiente e superato. Per l’economista lo Stato deve assumere un ruolo attivo di market-shaper, ovvero di creatore e orientatore dei mercati. La proposta della banca centrale israeliana, pur nelle sue intenzioni pragmatiche, rimane prigioniera di quella logica che vede l’intervento pubblico un semplice correttivo, quando invece la storia delle innovazioni più significative racconta qualcosa di diverso.

In Lo Stato innovatore Mazzucato dimostra in dettaglio come la Silicon Valley, Internet, l’iPhone e l’industria biotecnologica siano state rese possibili da decenni di investimenti pubblici mirati, assunzione di rischi da parte dello Stato e, appunto, da una politica industriale attiva. Quando afferma che la produttività è influenzata dalla domanda aggregata e che salari più alti possono alimentare un circolo virtuoso di consumi e investimenti, tocca un punto centrale nel pensiero economico keynesiano. Keynes sosteneva che è la domanda effettiva a determinare il livello di reddito e occupazione mentre il moltiplicatore keynesiano dimostra come un aumento degli investimenti o dei consumi generi un incremento multiplo del reddito. 

La questione dello sviluppo del settore tech, invece, andrebbe inquadrata meglio e ci fa capire i limiti di questo commento. A partire dal 1985, con il Piano di Stabilizzazione, vennero ridisegnati in modo permanente i rapporti di potere all’interno dello Stato. La legge che proibì alla Banca d’Israele di finanziare il deficit pubblico, le modifiche alla legge di bilancio che concentrarono il potere di spesa nelle mani del Ministero delle Finanze, l’istituzione di un regime di targeting dell’inflazione che sottraeva la politica monetaria al controllo politico furono gli strumenti con cui la teoria economica neoliberista si tradusse in una nuova struttura di potere in Israele, depoliticizzando le decisioni economiche e immunizzandole dalla pressione democratica.

Fu su questa base istituzionale che il settore tech poté emergere come oggetto di un intervento statale altamente selettivo. Il Ministero delle Finanze e la Banca d’Israele, dopo aver ottenuto autonomia dalla politica, concentrarono le risorse pubbliche in un’area ristretta dell’economia. Il fondo del Chief Scientist eroga ogni anno centinaia di milioni di dollari in sovvenzioni dirette alla ricerca e sviluppo. Ad esempio nel 2009, su 573 aziende beneficiarie, le dieci sovvenzioni più alte assorbirono il 15% del totale e andarono tutte a grandi imprese già inserite nei gruppi economici dominanti. La legge per l’incoraggiamento degli investimenti di capitale, che avrebbe dovuto incentivare la crescita diffusa, nel 2011 dirottò 7,2 miliardi di shekel verso le imprese ma, di questi, 4 miliardi finirono a sole quattro aziende: Teva, Israel Chemicals, Intel Israel e Check Point. La teoria del trickle-down, secondo cui favorire i più produttivi avrebbe alla fine beneficiato tutti, si traduceva così in un meccanismo di concentrazione che rafforzava i già forti e lasciava indietro il resto del sistema produttivo.

Il paradosso è che questa concentrazione avveniva mentre la retorica neoliberista proclamava il ritiro dello Stato dall’economia. In realtà lo Stato non si ritirava affatto: semplicemente cambiava la natura del suo intervento. Se in passato lo Stato aveva sostenuto l’industria pesante, l’edilizia e i settori strategici attraverso sussidi diretti e protezionismo, ora sosteneva settori come quello tech attraverso un complesso sistema di agevolazioni fiscali, esenzioni e infrastrutture legali che rendevano l’intervento statale meno visibile ma non meno incisivo. La Banca d’Israele, dopo aver ottenuto la piena indipendenza, utilizzò la politica monetaria per mantenere un tasso di cambio favorevole alle esportazioni high-tech, acquistando massicciamente valuta estera per oltre 50 miliardi di dollari tra il 2008 e il 2013, una forma di intervento statale gigantesca presentata come semplice gestione tecnica della stabilità macroeconomica.

Questa dottrina economica, applicata in Israele, ha prodotto una crescita squilibrata e socialmente insostenibile. Il coefficiente di Gini nel 2016 collocava Israele a 0,35, un valore tra i più alti dell’Ocse, ma il senso profondo di quel numero emerge solo quando lo si legge insieme agli altri. La quota dei salari sul reddito nazionale era scesa dal 61% del 2004 al 56% del 2016 mentre la quota del capitale saliva dal 15 al 19%, un aumento del 30% in poco più di un decennio. Nel frattempo la forbice tra i redditi del decile più alto e quelli del decile più basso continuava ad allargarsi. Il settore tech, con i suoi salari altissimi e la sua produttività in ascesa, funziona come una sorta di economia separata mentre il resto del mercato del lavoro si frammenta in forme di impiego sempre più instabili, prive di tutele e di prospettive.

Questi temi sono affrontati su The Market da Amit Ben-Tzur dell’Arlozorov Forum. Sostiene che da anni i funzionari del Ministero delle Finanze ripetono come un mantra un unico concetto: non ci sono soldi. Non ci sono fondi per assumere più medici, per ridurre il numero di alunni per classe o per migliorare le infrastrutture di trasporto, il tutto giustificato da un presunto vincolo fiscale invalicabile. Osserva che l'approccio al deficit da parte di questi economisti è paradossale: in tempo di guerra aumentare il disavanzo viene considerato un passo necessario e quindi responsabile mentre quando si tratta di istruzione, sanità o infrastrutture civili la stessa identica azione viene improvvisamente bollata come irresponsabile. Quando scoppia un conflitto, come nel caso della recente guerra con l'Iran, il presunto vincolo fiscale, considerato rigido fino al giorno prima, mostra tutta la sua flessibilità. Attualmente il governo sta infatti modificando la legge sulla riduzione del deficit e sul limite di spesa proprio per finanziare l'aumento del budget per la sicurezza, dimostrando che le regole di bilancio possono essere aggiornate e adattate alla realtà.

Mentre per la sicurezza tutti comprendono che le regole sono solo un mezzo, quando si tratta di servizi civili le stesse regole diventano un fine. Il paradosso è che i servizi civili in Israele si trovano da anni in uno stato di emergenza permanente. La spesa pubblica civile si attesta solo al 33% del Pil, contro una media del 42% nei paesi Ocse. Questo gap si traduce in una differenza annua di circa 179 miliardi di shekel. Il divario è ancora più drammatico se paragonato a un gruppo di paesi sviluppati simili a Israele, arrivando al 15,9% del Pil, pari a circa 319 miliardi di shekel all'anno. Una simile realtà macroeconomica porta a genitori che aspettano mesi per una visita specialistica per i figli, classi sovraffollate con quasi 40 alunni seguiti da un solo insegnante e lavoratori che passano ore nel traffico per l'inefficienza del trasporto pubblico.

Amit Ben-Tzur quantifica le carenze settoriali. Il sistema sanitario necessita di decine di miliardi di shekel all'anno per raggiungere gli standard dei paesi sviluppati, soffrendo di una carenza di migliaia di medici e decine di migliaia di infermieri. Il sistema educativo richiederebbe oltre 35 miliardi di shekel aggiuntivi all'anno solo per allineare la spesa per studente a quella media dell'Ocse. Nel campo della formazione professionale e delle politiche attive del mercato del lavoro Israele investe solo lo 0,13% del Pil, rispetto allo 0,63% della media Ocse. Per il trasporto pubblico l'investimento pro capite in Europa è di gran lunga superiore a quello israeliano. Amit Ben-Tzur sottolinea che si tratta del risultato di decenni di sottoinvestimento cumulativo, a differenza di quanto accade in guerra, dove la risposta tramite l'aumento del deficit è consentita.

A suo avviso la radice del problema risiede nella struttura delle regole fiscali israeliane, costruite dagli anni '90 su due pilastri: il vincolo del deficit e il limite di spesa. Nati come meccanismi per garantire la disciplina fiscale, questi strumenti si sono trasformati in una bussola politica e ideologica, definendo i confini di ciò che è considerato "responsabile" o "spreco". Il vero fallimento strutturale è che esiste un sistema di regole per limitare la spesa pubblica ma non esiste un sistema di regole parallelo che garantisca investimenti a lungo termine nella società. Ci sono forti ancore istituzionali per ridurre il deficit ma nessuna per assicurare salute, istruzione o infrastrutture di livello adeguato.