Capitale monopolistico e degradazione del lavoro. La lezione di Harry Braverman

Harry Braverman in Lavoro e capitale monopolistico. La degradazione del lavoro nel XX secolo afferma che ogni forma di vita si sostiene grazie al proprio ambiente naturale e tutte le attività degli esseri viventi sono finalizzate ad appropriarsi dei prodotti della natura. Piante e animali si limitano a utilizzare i materiali già pronti in natura mentre il lavoro è definito come un’attività che altera questi materiali dallo stato naturale per migliorarne l’utilità. Anche alcuni animali, come l’uccello, il castoro, il ragno, l’ape e la termite, quando costruiscono nidi, dighe, ragnatele e alveari possono essere considerati come soggetti che lavorano in senso lato. Quindi l’essere umano condivide con altre specie questa capacità di agire sulla natura modificandone le forme. Ciò che contraddistingue il lavoro umano da quello animale sono le differenze cruciali che lo rendono un opposto polare. Marx sottolinea come il lavoro umano sia caratterizzato dal fatto che il peggior architetto si distingue dalla migliore ape perché prima di costruire nella realtà, costruisce nella sua immaginazione. L’operaio, al termine del processo lavorativo, realizza un risultato che già esisteva idealmente prima dell’inizio. Il lavoro umano è quindi cosciente e finalizzato mentre quello degli altri animali è istintuale, cioè innato e relativamente rigido. Un esempio eclatante di lavoro istintuale è quello del tessitore sudafricano che, dopo cinque generazioni allevato in cattività senza i materiali adatti, alla sesta generazione costruì un nido perfetto. Nel lavoro umano, invece, il meccanismo di direzione è il pensiero concettuale, reso possibile da un sistema nervoso centrale eccezionalmente sviluppato, con un notevole ingrandimento delle parti frontali e parietali degli emisferi cerebrali, aree deputate a capacità, memoria, previsione e linguaggio. È questa la base strutturale che rende possibile l’uso abile della mano e la formazione di immagini mentali degli scopi da raggiungere. Sebbene alcuni animali, come gli scimpanzé, mostrino rudimentali capacità di apprendimento e di risoluzione di problemi, il divario con l’uomo è così immenso da costituire, a tutti gli effetti, una differenza di qualità e non solo di grado, soprattutto per quanto riguarda la capacità di gestire la rappresentazione simbolica e il linguaggio articolato, senza i quali il pensiero concettuale non può essere trasmesso liberamente tra i gruppi e tra le generazioni. Il lavoro, inteso come azione finalizzata guidata dall’intelligenza, è dunque il prodotto specifico dell’umanità e al contempo l’umanità è essa stessa il prodotto di questa forma di lavoro, come sostenuto da Marx e da Engels, il quale nel 1876 teorizzò che il lavoro e la parola furono gli stimoli essenziali che permisero il passaggio dalla scimmia all’uomo. Scoperte di strumenti di pietra associati a pre-uomini o scimmie antropomorfe hanno confermato l’idea fondamentale che fu il successo degli strumenti più semplici ad avviare l’intero processo dell’evoluzione umana. Il lavoro che trascende la mera attività istintuale è quindi la forza che ha creato l’umanità e con la quale l’umanità ha creato il mondo. A differenza delle altre specie animali, in cui la divisione delle funzioni è assegnata dalla natura e impressa nel genotipo come istinto, l’umanità possiede un’infinita varietà di funzioni e di divisioni del lavoro basate su assegnazioni sociali. Negli animali la forza direttrice e l’attività risultante sono indivisibili mentre negli esseri umani l’unità tra concezione ed esecuzione può essere dissolta. L’idea concepita da uno può essere eseguita da un altro e l’unità può essere riaffermata a livello di gruppo, officina, comunità o società. La capacità umana di svolgere lavoro, che Marx chiama forza lavoro, non va confusa con la potenza di qualsiasi altro agente non umano, naturale o artificiale che sia, poiché rappresenta la risorsa esclusiva dell’umanità nel confronto con la natura. Per gli esseri umani in società la forza lavoro è una categoria speciale, separata e non scambiabile con altre, e solo colui che è padrone del lavoro altrui può confonderla con altri fattori produttivi. Liberato dai percorsi rigidi dettati dall’istinto, il lavoro umano diventa indeterminato e le sue forme determinate sono il prodotto dell’interazione complessa tra strumenti e relazioni sociali. Nel modo di produzione capitalistico la caratteristica distintiva è l’acquisto e la vendita della forza lavoro che richiede tre condizioni fondamentali generalizzate in tutta la società: i lavoratori sono separati dai mezzi di produzione e possono accedervi solo vendendo la propria forza lavoro, sono liberi da vincoli legali come la servitù o la schiavitù, lo scopo del loro impiego è l’espansione del capitale del datore di lavoro. Storicamente la formazione di una classe sostanziale di lavoratori salariati in Europa iniziò nel XIV secolo ma divenne numericamente significativa solo con l’ascesa del capitalismo industriale nel XVIII secolo e negli Stati Uniti, dove all’inizio del XIX secolo circa quattro quinti della popolazione erano lavoratori autonomi, questa percentuale si ridusse a un decimo entro il 1970. Il lavoratore stipula il contratto di lavoro perché le condizioni sociali non gli lasciano altra via per guadagnarsi da vivere mentre il datore di lavoro possiede un capitale che cerca di espandere convertendone una parte in salari. Il processo lavorativo diventa così specificamente un processo di espansione del capitale e di creazione di profitto, dominato e plasmato dall’accumulazione del capitale. Il lavoro, come tutte le funzioni vitali, è una proprietà inalienabile dell’individuo umano: muscoli e cervello non possono essere separati dalla persona e ciò che il lavoratore vende è il potere di lavorare per un periodo di tempo concordato. Quando un padrone impiega il lavoro di un animale, deve accettarne i limiti naturali e l’attività lavorativa è più o meno identica alla forza lavoro. Il lavoro umano, essendo informato e diretto da una comprensione sviluppata socialmente e culturalmente, è capace di una gamma vastissima di attività produttive, tanto diverse per tipo e modalità da potersi dire infinite. Il capitalista trova in questo carattere infinitamente plasmabile del lavoro umano la risorsa essenziale per l’espansione del suo capitale. La capacità peculiare della forza lavoro umana, oltre alla sua capacità di produrre un surplus, è il suo carattere intelligente e finalizzato che le conferisce un’adattabilità infinita e crea le condizioni sociali e culturali per ampliare continuamente la propria produttività. Se il capitalista costruisce su questa qualità distintiva è proprio questa indeterminatezza a porgli la sfida più grande poiché acquistando una forza lavoro che può fare molto, acquista al contempo una quantità e una qualità indefinite, la cui realizzazione è limitata dallo stato soggettivo del lavoratore, dalla sua storia, dalle condizioni sociali e tecniche. Dato che i lavoratori, costretti a vendere la propria forza lavoro, rinunciano al loro interesse nel processo lavorativo che diventa responsabilità del capitalista in un contesto di rapporti di produzione antagonisti, per il capitalista diventa essenziale che il controllo del processo lavorativo passi dalle mani del lavoratore alle proprie. Questo passaggio si configura storicamente come l’alienazione progressiva del processo produttivo dal lavoratore e, per il capitalista, come il problema del management.

Il capitalismo industriale prende avvio quando un singolo capitalista impiega un numero significativo di lavoratori. Inizialmente il capitalista si limita a raccogliere sotto di sé la forza lavoro così come gli si presenta dalle forme produttive precedenti, senza alterare i processi lavorativi ereditati dalle tradizioni artigiane feudali e corporative. Operai specializzati come filatori, tessitori, vetrai, vasai, fabbri e falegnami continuano a esercitare i loro mestieri alle dipendenze del capitalista. I primi opifici non sono altro che agglomerati di queste unità produttive minori, dove il controllo rimane nelle mani dei produttori stessi, depositari delle conoscenze e abilità tradizionali. Il semplice fatto di riunire i lavoratori fa emergere il problema del management in forma rudimentale: sorgono esigenze di coordinamento, come la fornitura di un luogo di lavoro, l'organizzazione dei processi, la centralizzazione dei materiali e la tenuta dei registri contabili. Inoltre settori come la cantieristica navale o le grandi opere pubbliche richiedono un coordinamento più sofisticato. Contemporaneamente nascono nuove industrie, come la raffinazione dello zucchero o la distillazione, che hanno scarso retroterra artigianale, e processi primari come la fusione del ferro vengono completamente trasformati, rendendo indispensabili funzioni di coordinamento che il capitalista assume in quanto proprietario del capitale.


In questa fase iniziale il capitalista tende a considerare il tempo dei lavoratori come una propria proprietà, alla stregua dei materiali, ma questo principio si afferma solo gradualmente, dopo aver progressivamente smantellato le regole corporative e i vincoli legali delle formazioni sociali pre-capitaliste. Per questo le prime manifatture spesso sorgevano in nuovi centri urbani liberi da tali tradizioni. La prima fase del capitalismo industriale è segnata dal tentativo del capitalista di acquistare il lavoro come una merce qualunque, una quantità definita di lavoro finito, eludendo così la distinzione tra forza lavoro e lavoro effettivamente estraibile. Questo tentativo si concretizzò in una vasta gamma di sistemi di subappalto e di putting-out. In settori come il tessile e la metalmeccanica i capitalisti distribuivano materiali a cottimo a lavoratori che operavano a domicilio, spesso tramite intermediari. Persino nelle miniere i minatori lavoravano con contratti in gruppo. Nelle prime fabbriche tessili i filatori qualificati assumevano e gestivano propri assistenti. Questo sistema, come documenta l'economista Maurice Dobb, era ancora diffuso ben oltre la metà del XIX secolo, con il lavoratore qualificato che fungeva spesso da subappaltatore, impiegando a sua volta piccoli gruppi di lavoratori. 


Questi sistemi, pur rappresentando una fase di transizione, si rivelarono presto inadeguati. Erano afflitti da problemi di irregolarità produttiva, perdita di materiali, lentezza e mancanza di uniformità del prodotto. Il limite principale, sottolinea David Landes, era l'incapacità di modificare i processi produttivi stessi: il capitalista non aveva modo di imporre orari fissi o di spingere i lavoratori oltre un certo ritmo. Acquistare lavoro finito invece di controllare la forza lavoro significava rinunciare al potenziale di produttività offerto dall'organizzazione sistematica e dalla riorganizzazione del processo lavorativo. Questa funzione, quella di un management capace di imporre il controllo, fu presto colta con avidità dal capitalismo.


Sebbene il controllo di grandi masse di lavoratori esistesse già in epoche precedenti (si pensi alle piramidi o alle strade romane), queste realizzazioni si basavano su lavoro schiavile o non libero, su tecnologie stagnanti e non erano finalizzate all'accumulazione di capitale. Il capitalista, invece, operando con lavoro salariato che rappresenta un costo per ogni ora non produttiva, in un contesto di tecnologia in rapida rivoluzione, diede vita a un'arte del management del tutto nuova, molto più completa e calcolatrice. I precedenti più immediati furono le imprese mercantili, da cui mutuò la partita doppia, le piantagioni e le grandi tenute agricole che offrivano l'esperienza di una routine di sorveglianza sviluppata. Il presupposto fondamentale per il management fu il raggruppamento dei lavoratori sotto un unico tetto, il cui primo effetto fu l'imposizione di orari di lavoro regolari. Ciò avvenne puramente per ragioni di disciplina. Pollard nota come in molte zone le industrie moderne fossero associate a prigioni e orfanotrofi, concludendo che il proletariato industriale moderno fu introdotto al suo ruolo per coercizione, forza e paura. Esempi emblematici di questo controllo totale furono le company town, come l'impresa di Ambrose Crowley nel XVIII secolo che impiegava oltre mille lavoratori e cercava di dominare ogni aspetto della loro vita spirituale e materiale per renderli "ingranaggi obbedienti" della sua macchina produttiva.


Il concetto centrale di questo nuovo management è il controllo, inteso come l'arte di imporre la propria volontà su una massa refrattaria in un contesto di contratto libero. Il primo e fondamentale principio innovativo del modo di produzione capitalistico fu la divisione manifatturiera del lavoro, da non confondere con la più antica divisione sociale del lavoro. Quest'ultima, come descritta da Melville Herskovits per le società primitive, divide la società in occupazioni (come vasai o tessitori) ma raramente suddivide il lavoro all'interno di un singolo mestiere. La divisione manifatturiera del lavoro, tipica del capitalismo, scompone il processo produttivo in operazioni limitate assegnate a lavoratori diversi, distruggendo le occupazioni artigiane e rendendo il lavoratore inadeguato a svolgere un ciclo produttivo completo. La divisione sociale è imposta in modo anarchico dal mercato mentre quella manifatturiera è imposta dalla pianificazione e dal controllo del capitalista all'interno dell'impresa. Ignorare questa distinzione, come fanno molti sociologi tra cui Émile Durkheim, porta a considerare la divisione del lavoro come un fenomeno universale e inevitabile, confondendo la differenza di grado con quella di specie.


La creazione del lavoratore parcellare inizia con l'analisi del processo lavorativo, una pratica comune anche agli artigiani che, per produrre grandi quantità, scompongono il lavoro in fasi per risparmiare tempo. Tuttavia l'artigiano mantiene il controllo sull'intero processo invece il capitalista spinge la logica un passo avanti visto che assegna le singole operazioni a lavoratori diversi. In questo modo ottiene i tre vantaggi classici evidenziati da Adam Smith (aumento della destrezza, risparmio di tempo nei passaggi, invenzione di macchine) ma distrugge anche il mestiere come processo controllato dal lavoratore per ricostituirlo come processo sotto il proprio controllo.


A questo vantaggio in termini di controllo se ne aggiunge un altro, forse il più potente, formulato da Charles Babbage nel 1832 e noto come principio di Babbage. Esaminando la produzione di spilli, Babbage notò che dividendo il lavoro in processi che richiedono diversi livelli di abilità e forza il capo manifatturiere può acquistare esattamente la quantità precisa di ciascuna di queste qualità necessaria per ogni processo. Invece di pagare un unico artigiano altamente qualificato in grado di svolgere tutte le operazioni, il capitalista può assumere, per le varie fasi, uomini, donne e bambini con salari differenziati. I costi del lavoro venivano quasi dimezzati. Lo stesso principio fu applicato nella prima catena di montaggio americana, quella dei macelli, dove J.R. Commons descrive come l'animale venisse "mappato" e gli uomini classificati in oltre trenta specialità con venti diversi livelli di paga, dal più alto per i tagli più delicati al più basso per le operazioni più semplici.


Questo principio è fondamentale per comprendere l'evoluzione della divisione del lavoro in ambito capitalistico. Esprime il suo aspetto sociale più profondo: la forza lavoro può essere acquistata più a buon mercato se scomposta in elementi semplici che se integrata in un unico lavoratore qualificato. Questa diventa la forza trainante che governa ogni forma di lavoro nella società capitalistica. Il mito secondo cui ciò servirebbe a "preservare le competenze scarse" è smontato dall'evidenza storica. Il modo di produzione capitalistico distrugge sistematicamente le competenze polivalenti dove esistono e ne crea di nuove funzionali alle proprie esigenze. La conoscenza del processo produttivo viene distribuita secondo un principio di "bisogno di sapere" e la legge generale della divisione capitalistica del lavoro diventa quella di polarizzare la struttura lavorativa, separando gli ideatori e i manager dai lavoratori esecutori, creando così nel lungo periodo quella massa di lavoro semplice che diventa il tratto distintivo delle popolazioni nei paesi capitalistici sviluppati.

Il management scientifico, noto anche come taylorismo, rappresenta un capitolo fondamentale nell'evoluzione del capitalismo ma per comprenderne appieno la portata è necessario collocarlo nel suo contesto storico. Prima della sua formulazione sistematica, tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, gli economisti classici furono i primi ad affrontare teoricamente l'organizzazione del lavoro all'interno dei rapporti di produzione capitalistici, gettando le basi per una riflessione che fu poi proseguita, nell'ultima fase della Rivoluzione Industriale, da figure come Andrew Ure e Charles Babbage. Tra questi precursori e l'avvento del taylorismo esiste un intervallo di oltre mezzo secolo, durante il quale si assistette a una crescita imponente delle dimensioni aziendali, all'inizio della concentrazione monopolistica e all'applicazione sistematica della scienza alla produzione. È proprio in questo contesto di forze convergenti che nacque il movimento avviato da Frederick Winslow Taylor. È cruciale notare che il taylorismo appartiene logicamente alla catena di sviluppo dei metodi di gestione e organizzazione del lavoro, non a quella dello sviluppo tecnologico, il cui ruolo fu secondario. Da questo punto discende l'universale applicabilità del taylorismo a qualsiasi forma di lavoro, indipendentemente dalla tecnologia impiegata.


Il management scientifico è quindi un tentativo di applicare i metodi della scienza ai problemi, sempre più complessi, del controllo della forza lavoro all'interno di imprese capitalistiche in rapida crescita. Gli mancano, però, le caratteristiche di una vera scienza perché i suoi presupposti non riflettono altro che il punto di vista del capitalista riguardo alle condizioni di produzione. Esso non parte dal punto di vista umano, bensì da quello del capitale, dalla necessità di gestire una forza lavoro refrattaria in un contesto di rapporti sociali antagonisti. Non cerca di scoprire e affrontare la causa di questa condizione visto che la accetta come un dato ineluttabile e "naturale". 


L'idea diffusa che il taylorismo sia stato superato da scuole successive, come la psicologia industriale o le relazioni umane, o che sia fallito a causa delle ingenue teorie sulla motivazione umana, dell'opposizione operaia o dell'abbandono di specifiche tecniche come il functional foremanship, rappresenta una lettura errata della reale dinamica dello sviluppo manageriale. Taylor affrontò i fondamenti dell'organizzazione del processo lavorativo e del suo controllo. Le scuole successive di Hugo Münsterberg ed Elton Mayo si occuparono principalmente dell'adattamento del lavoratore al processo produttivo così com'era stato progettato dall'ingegnere industriale. I successori di Taylor sono quindi da ricercare nell'ingegneria, nella progettazione del lavoro e nell'alta direzione. I successori di Münsterberg e Mayo nei dipartimenti del personale e nelle scuole di psicologia e sociologia industriale. Il lavoro stesso è organizzato secondo principi tayloriani mentre i dipartimenti del personale si sono occupati della selezione, formazione, manipolazione e pacificazione delle risorse umane per adattarle a quei processi. Come afferma Drucker, sebbene si parli e si scriva molto di relazioni umane, il concetto che sta alla base dell'effettiva gestione del lavoro nell'industria americana è il management scientifico. Il suo nucleo è lo studio organizzato del lavoro, la sua scomposizione in elementi semplici e il miglioramento sistematico delle prestazioni del lavoratore per ciascuno di essi, con risultati visibili e facilmente misurabili in termini di maggiore produttività.


Taylor non inventò nulla di completamente nuovo, sintetizzò e presentò come un insieme coerente idee che erano germinate durante l'Ottocento, dando a una serie di iniziative eterogenee una filosofia e un nome. La sua specificità risiede in due aspetti distintivi. Il primo è che la sua non era una scienza del lavoro volta a trovare il "modo migliore" in assoluto di lavorare ma la scienza della gestione del lavoro altrui in condizioni capitalistiche, ovvero di una forza lavoro comprata e venduta. Il secondo, e forse più importante, è il suo concetto di controllo. Prima di Taylor il controllo del management sul lavoro aveva incluso progressivamente: la concentrazione dei lavoratori in un'officina, la definizione della durata della giornata lavorativa, l'imposizione di regole contro le distrazioni e la definizione di minimi di produzione. Taylor portò il concetto di controllo a un livello completamente nuovo quando affermò come necessità assoluta per un'adeguata gestione la dittatura al lavoratore del modo preciso in cui il lavoro doveva essere eseguito. Prima di lui il management aveva il diritto di controllare il lavoro, in pratica ciò significava solo l'assegnazione generale dei compiti, con poca interferenza diretta nel modo di eseguirli. Taylor ribaltò questa pratica, sostenendo che il management era limitato nella sua azione finché lasciava al lavoratore qualsiasi decisione sul lavoro. Il suo sistema era un mezzo per ottenere il controllo sulla modalità effettiva di esecuzione di ogni attività lavorativa, dalla più semplice alla più complessa, realizzando una rivoluzione nella divisione del lavoro più profonda di tutte le precedenti.


La genesi di questo pensiero si trova nell'esperienza diretta di Taylor. Nato in una famiglia benestante di Filadelfia, dopo un apprendistato come operaio specializzato entrò alla Midvale Steel Works. Qui, diventato caposquadra, si trovò immediatamente in conflitto con i lavoratori che controllava, i quali praticavano sistematicamente la soldiering, ovvero la restrizione deliberata della produzione. Come Taylor stesso raccontò in una testimonianza congressuale, i lavoratori limitavano la loro produzione a circa un terzo di quanto avrebbero potuto fare, una pratica che consideravano giustificata dal sistema a cottimo. La lotta durò tre anni, durante i quali Taylor si trovò a dover dimostrare al management che le sue parole dovevano essere credute contro quelle di "20 o 50 uomini" e, di fronte all'ostruzionismo, arrivò a formare deliberatamente operai generici per farli diventare macchinisti, per poi tagliare le loro tariffe quando si rifiutavano di aumentare il ritmo. Taylor riconobbe che i lavoratori si comportavano razionalmente poiché qualsiasi aumento della produttività avrebbe portato, in ultima analisi, a una riduzione delle tariffe o a un aumento delle aspettative senza un corrispondente incremento salariale duraturo. Da questa battaglia Taylor trasse la conclusione fondamentale: i lavoratori controllati solo da ordini generali e disciplina non sono adeguatamente controllati perché mantengono la presa sui processi effettivi del lavoro. Finché controllano il processo lavorativo stesso, ostacoleranno gli sforzi per realizzare appieno il potenziale insito nella loro forza lavoro. Per cambiare questa situazione il controllo sul processo lavorativo doveva passare nelle mani del management attraverso la dittatura di ogni singolo passaggio e della sua modalità di esecuzione.


Per illustrare la sua soluzione Taylor ricorse a un esempio celebre, quello del movimentatore di ghisa Schmidt alla Bethlehem Steel Company. All'inizio della guerra ispano-americana c'erano 80.000 tonnellate di ghisa da caricare sui vagoni. I 75 operai ne caricavano in media 12,5 tonnellate a testa al giorno. Dopo aver studiato la situazione, Taylor stabilì che un manovale di prima classe avrebbe potuto caricarne tra le 47 e le 48. Il problema era costringere un uomo a farlo senza causare scioperi e anzi rendendolo più felice. Taylor selezionò un uomo, Schmidt, un lavoratore molto attaccato al denaro, e lo sottopose a un trattamento che oggi definiremmo di rottura psicologica. Con un dialogo diretto e brutale gli fece capire che per guadagnare 1,85 dollari al giorno (invece di 1,15) doveva fare esattamente ciò che gli veniva detto da un uomo con il cronometro: "Prendi un lingotto e cammina. Ora siediti e riposa. Ora cammina, ora riposa". Schmidt, seguendo pedissequamente le istruzioni, caricò 47,5 tonnellate in un giorno. Il punto centrale è il principio del controllo assoluto: il management dettava cosa fare, come e quando, separando completamente la concezione del lavoro dalla sua esecuzione.


Taylor applicò questi principi anche a lavori complessi come quello del macchinista. In questo caso si trovò di fronte a una mole enorme di variabili (durezza del metallo, materiale dell'utensile, velocità, avanzamento, profondità di taglio…), la cui combinazione produceva un numero astronomico di scelte che tradizionalmente erano appannaggio dell'operaio specializzato. Taylor condusse ventisei anni di esperimenti, con decine di migliaia di test, per ridurre queste variabili a regole e formule sintetizzate in un regolo calcolatore. Da quel momento i macchinisti avrebbero dovuto lavorare seguendo le istruzioni derivate dai dati sperimentali del management.


Da questa pratica Taylor estrapolò tre principi fondamentali che costituiscono il cuore del management scientifico. Il primo principio è la dissociazione del processo lavorativo dalle competenze dei lavoratori. Il management si assume l'onere di raccogliere tutta la conoscenza tradizionalmente posseduta dagli operai, per classificarla, tabularla e ridurla a regole, leggi e formule. In questo modo il processo lavorativo diventa indipendente dall'abilità, dalla tradizione e dalla conoscenza operaia, dipendendo esclusivamente dalle pratiche del management. Il secondo principio, forse il più importante, è la separazione della concezione dall'esecuzione. Ogni possibile lavoro intellettuale deve essere rimosso dall'officina e concentrato in un reparto di pianificazione. Nell'attività umana la combinazione di esecuzione e concezione è ciò che rende la forza lavoro superiore a quella animale ma il capitale sfrutta la possibilità di separarle per ottenere il controllo. La scienza del lavoro viene sviluppata dal management perché solo il capitale può permettersi il tempo e il denaro necessari per studiare il lavoro. Inoltre, se un lavoratore sviluppasse un nuovo metodo, avrebbe interesse a tenerlo per sé come segreto professionale mentre il management lo rende "proprietà pubblica" per controllare l'intero processo. Lo scopo ultimo è anche quello di abbassare il costo del lavoratore sostituendo operai qualificati con operai più economici. Il terzo principio è l'uso di questo monopolio sulla conoscenza per controllare ogni passo del processo lavorativo e la sua modalità di esecuzione attraverso il concetto di compito. Il lavoro di ogni operaio viene pianificato integralmente dal management con almeno un giorno di anticipo, ricevendo istruzioni dettagliate che specificano cosa fare, come farlo e il tempo esatto concesso. Il processo lavorativo non esiste più nell'immaginazione del lavoratore ma solo in quella di uno staff dirigenziale specializzato.


La gestione capitalistica fornisce la struttura formale del processo produttivo ma il suo contenuto tecnico, inizialmente basato sull’abilità artigianale, si trasforma progressivamente in applicazione sistematica della scienza man mano che la conoscenza delle leggi naturali sostituisce la tradizione. Marx nel 1867 aveva definito questo sviluppo come la risoluzione delle forme frammentate dei processi industriali in applicazioni coscienti della scienza. Braverman precisa che si trattava allora di un’intuizione profetica poiché il vero spartiacque si colloca negli ultimi due decenni dell’Ottocento. La scienza viene così descritta come l’ultima proprietà sociale, dopo il lavoro, a essere trasformata in un’appendice del capitale, passando dal dominio di dilettanti a un’attività altamente organizzata e finanziata dall’impresa capitalistica. Se nella Rivoluzione Industriale la scienza era una proprietà sociale incidentale alla produzione e spesso restava indietro rispetto alla tecnica, nella rivoluzione tecnico-scientifica diventa proprietà capitalistica al centro della produzione. L’esempio del motore a vapore è molto utile per capire questo processo. Uno storico della scienza citato da Braverman scriveva nel 1824 che l’invenzione non ebbe nulla a che fare con la scienza. Essa fu opera esclusiva di meccanici pratici e lo sviluppo della tecnologia del vapore contribuì più alla nascita della termodinamica che il contrario.


Nella Germania si trova il modello pionieristico di incorporazione della scienza nell’industria. L’influenza di Hegel, sia diretta sulla riforma dell’istruzione prussiana sia indiretta attraverso la filosofia speculativa, conferì all’istruzione scientifica tedesca un carattere teorico, in contrasto con l’empirismo anglosassone. Già nel 1870 il sistema universitario tedesco disponeva di numerosi professori di scienze con laboratori ben attrezzati. Nel settore chimico, mentre la Francia aveva inizialmente il primato, fu la Germania a cogliere l’opportunità di un sorpasso dopo che Perkin derivò il primo colorante sintetico dall’anilina nel 1856. I produttori britannici ignorarono Perkin mentre i capitalisti tedeschi lo accolsero, con il risultato che alla fine del secolo le sei più grandi aziende chimiche tedesche impiegavano più di 650 chimici e ingegneri mentre l’intera industria britannica del catrame di carbone non ne impiegava più di 30 o 40. Negli Stati Uniti i primi laboratori di ricerca aziendale sorsero con l’era del capitalismo monopolistico. Edison a Menlo Park nel 1876, Eastman Kodak nel 1893, B.F. Goodrich nel 1895, General Electric nel 1900. Nel 1920 esistevano circa 300 laboratori aziendali, divenuti oltre 2.200 nel 1940. Le aziende con patrimonio netto superiore a 100 milioni di dollari avevano in media un organico di ricerca di 170 persone, quelle con patrimonio superiore a un miliardo ne avevano 1.250 e i Bell Telephone Laboratories erano la più grande organizzazione di ricerca mondiale con oltre 5.000 dipendenti. Fino alla Seconda Guerra Mondiale l’approccio rimase prevalentemente empirico e orientato al ritorno rapido. Solo con la fuga di talenti scientifici dalla Germania nazista gli Stati Uniti acquisirono una base scientifica all’altezza del loro potere industriale.


Sul piano dell’organizzazione del lavoro Braverman descrive come la rivoluzione tecnico-scientifica attacchi il processo lavorativo in tutti i suoi aspetti per dissolvere il lavoro come processo condotto dal lavoratore e ricostituirlo come processo condotto dalla direzione. Frank Gilbreth aggiunse allo studio dei tempi di Taylor quello dei movimenti, classificando i movimenti elementari del corpo in unità chiamate therbligs, indipendentemente dal lavoro concreto in cui venivano utilizzati. Successivamente il Methods-Time Measurement sviluppato dalla MTM Association di Ann Arbor definì il TMU come unità di tempo pari a un centomillesimo di ora, corrispondente a 36 millesimi di secondo. Ogni movimento venne codificato in termini meccanici. Ad esempio, afferrare un oggetto a 20 pollici di distanza consuma secondo la tabella MTM 18,6 TMU, pari a 0,6696 secondi. Sono stati sviluppati dispositivi come l’Universal Operator Performance Analyzer and Recorder che utilizza onde sonore a 20.000 cicli al secondo e l’effetto Doppler per misurare la velocità dei movimenti con una precisione di 0,000066 minuti. Il principio animatore è la visione dell’essere umano come meccanismo articolato da cerniere e giunti sferici, un’approssimazione concreta del concetto marxista di lavoro astratto come puro dispendio di forza lavoro umana in generale.


L’evoluzione della macchina viene analizzata a partire dal momento decisivo in cui l’utensile viene tolto dalla mano del lavoratore e fissato in un meccanismo. Il controllo numerico viene descritto come lo sviluppo più significativo nella tecnologia manifatturiera dall’introduzione della catena di montaggio. Il concetto risale al telaio Jacquard del 1804 ma la sua applicazione industriale divenne possibile con l’elettronica a basso costo. Il costo medio per circuito integrato scese da 2 dollari nel 1965 a meno di 3 centesimi nel 1971. Con il controllo numerico il lavoro un tempo svolto da un unico macchinista qualificato viene suddiviso in tre figure. Il programmatore di parti converte le specifiche del disegno in un foglio di pianificazione, richiedendo solo la lettura di blueprint e l’aritmetica di base. L’operatore di codifica, spesso una donna, converte il foglio in nastro perforato imparando il lavoro in pochi giorni. L’operatore della macchina viene sollevato da ogni decisione e conoscenza. Un’indagine dell’Università del Michigan citata da Braverman riporta che il costo e il tempo per formare un operatore per il controllo numerico rispetto ai metodi convenzionali è approssimativamente di 1 a 12.


Lo studio di James R. Bright, condotto alla Harvard Business School e pubblicato nel 1958, fornisce una verifica empirica di questa tendenza. Utilizzando un profilo di meccanizzazione a 17 livelli, Bright dimostra che la curva dei requisiti di competenza non aumenta con l’automazione ma presenta una forma a gobba. Nei primi quattro livelli, dove il controllo è interamente nelle mani del lavoratore, la competenza aumenta. Dai livelli 5 a 8, con controllo meccanico ma ancora dipendente dal lavoratore, si registra una diminuzione complessiva. Dai livelli 9 a 11, dove la macchina segnala le proprie esigenze, la maggior parte delle competenze diminuisce. Nei livelli superiori, dal 12 al 17, caratterizzati da auto-modifiche dell’azione della macchina, ogni indicatore di competenza, dalla conoscenza all’esperienza al processo decisionale, diminuisce drasticamente fino ad annullarsi. Bright rileva inoltre che in una raffineria altamente automatizzata la forza di manutenzione costituiva il 21% della forza lavoro totale mentre nelle raffinerie convenzionali il rapporto era del 50-60%. In uno stabilimento con 700 addetti alla manutenzione, solo 80 erano elettricisti e di questi solo 3 o 4 per turno, pari all’1% della forza di manutenzione totale, necessitavano di competenze specialistiche in elettronica. Nell’industria chimica il tempo per formare un “buon distillatore” scese da sei mesi a tre settimane grazie a dispositivi di misurazione più numerosi e sensibili e gli operatori di processo vengono reclutati come lavoratori semiqualificati con retribuzioni inferiori a quelle dei meccanici di manutenzione.


Nell’ideale capitalistico il lavoro morto, incorporato nelle macchine, domina il lavoro vivo. Il passaggio dalla manifattura all’industria moderna, scrive Marx, è segnato dal fatto che non è il lavoratore a impiegare gli strumenti di lavoro ma gli strumenti di lavoro a impiegare il lavoratore. L’evoluzione della macchina, dal fissaggio del percorso dell’utensile fino ai sistemi di controllo numerico, realizza questa inversione come realtà tecnica e palpabile. Le possibilità alternative, come il controllo di un sistema automatico da parte di un corpo di lavoratori che condividano le routine operative, vengono sistematicamente frustrate dallo sforzo capitalistico di approfondire la divisione del lavoro. Il risultato è che i lavoratori di oggi sono meno capaci di gestire l’industria in cui operano rispetto ai lavoratori di un secolo fa e la “progressione” del capitalismo approfondisce costantemente il divario tra lavoratore e macchina.


Braverman individua una contraddizione interna al capitale tra l’aumento della produttività e l’occupazione. L’innovazione organizzativa e tecnologica riduce la domanda di lavoro vivo mentre l’espansione della scala produttiva compensa temporaneamente questa tendenza. I dati statistici mostrano che, tra il 1820 e il 1970, il numero assoluto di addetti nei settori produttori di beni è cresciuto costantemente. Già a partire dagli anni ‘20 del Novecento, però, la loro incidenza sull’occupazione non agricola totale ha iniziato a diminuire in modo strutturale: dal 50,7% del 1860 si è scesi al 33% nel 1970. Questo indica che il bilanciamento tra crescita della produzione e crescita della produttività, durato circa un secolo, si è rotto proprio nel decennio 1920–1930.


All’interno di questi stessi settori la composizione occupazionale è mutata radicalmente. La separazione tra concezione ed esecuzione del lavoro ha determinato un aumento costante del personale non direttamente produttivo. Negli Stati Uniti il rapporto tra addetti amministrativi e addetti alla produzione è passato dal 7,7% nel 1899 al 21,6% nel 1947. Solo una parte di questo aumento è riconducibile a tecnici, ingegneri e scienziati. Nel 1961 su 35 lavoratori non produttivi ogni 100 operai solo 7,9 appartenevano a queste categorie. Il resto era costituito da personale amministrativo, finanziario e commerciale.


La crescita della componente tecnica è stata comunque impressionante. Nel 1900 vi erano circa 80.000 ingegneri, scienziati e tecnici, nel 1970, circa 2,5 milioni ma in termini relativi si tratta di poco più del 3% della forza lavoro totale. Si è dunque formata una nuova élite tecnica numericamente limitata, all’interno della quale si riproducono processi di razionalizzazione tipici del lavoro di massa: divisione del lavoro, semplificazione delle mansioni e, con l’introduzione della progettazione assistita da computer, sostituzione di parte del lavoro tecnico con macchinari e operatori a bassa qualifica.


Queste trasformazioni sono espressioni strutturali del capitalismo monopolistico che emerge tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. In questa fase la forma dell’impresa capitalistica muta profondamente. La separazione tra proprietà e controllo, l’istituzionalizzazione del capitale e la nascita di un apparato manageriale specializzato trasformano la gestione in una complessa struttura amministrativa. Al suo interno il marketing diventa una funzione centrale, seconda solo alla produzione in termini di dimensioni organizzative. Parallelamente l’apparato amministrativo riproduce al proprio interno le stesse relazioni di lavoro alienato tipiche della produzione.


L’espansione del capitalismo monopolistico comporta inoltre la trasformazione dell’intera società in un mercato universale. Fino alla fine dell’Ottocento gran parte dei bisogni veniva soddisfatta all’interno della famiglia o della comunità rurale. Con l’urbanizzazione e l’industrializzazione il capitale si è interposto tra famiglia e produzione diretta, appropriandosi delle funzioni di trasformazione dei beni e trasformandole in attività salariate. Questo processo ha riguardato in particolare il lavoro femminile, passato in massa dal lavoro domestico non retribuito all’occupazione nei servizi e nell’industria.


La progressiva distruzione delle forme di autosussistenza ha reso la popolazione urbana completamente dipendente dal mercato per i beni materiali, il tempo libero, l’istruzione, la salute, l’assistenza agli anziani e ai bambini. Funzioni sociali un tempo svolte dalla famiglia o dalla comunità sono state istituzionalizzate in strutture pubbliche o private, generando una vasta area di occupazione nei servizi. Quest’ultima, caratterizzata da bassa retribuzione, minore sindacalizzazione e minore innovazione tecnologica, ha assorbito la forza lavoro espulsa dall’agricoltura e dall’industria manifatturiera.


Infine il ruolo dello Stato si espande in modo decisivo. Il capitalismo monopolistico, a causa della sua crescente capacità di generare surplus non assorbibile dal mercato, diventa strutturalmente vulnerabile a stagnazione e crisi. La spesa pubblica viene quindi utilizzata come strumento per sostenere la domanda effettiva. A questa esigenza si aggiungono: la necessità di una mobilitazione militare permanente per gestire le contraddizioni internazionali dell’imperialismo, l’intervento per alleviare povertà e insicurezza sociale, ormai concentrate nei grandi centri urbani e la fornitura di servizi essenziali come l’istruzione, divenuta necessaria per la riproduzione sociale in un ambiente urbanizzato e tecnologicamente complesso. Di conseguenza la spesa pubblica negli Stati Uniti è passata dal 7,4% del PNL nel 1903 al 28,8% nel 1961 mentre l’occupazione pubblica è cresciuta in modo significativo, concentrandosi nell’amministrazione della spesa militare e nell’istruzione.


Le trasformazioni della classe operaia


L’operazione teorica fondamentale compiuta da Braverman consiste nel rompere con la rappresentazione continuista della storia impiegatizia. La categoria degli impiegati non è una categoria transtorica, essa è un prodotto storico determinato le cui trasformazioni quantitative e qualitative rivelano una vera e propria rifondazione di classe.


Nel primo capitalismo industriale l’impiegato non esiste come figura di massa. I dati disponibili restituiscono con precisione questa marginalità numerica. Nel censimento statunitense del 1870 gli addetti a occupazioni impiegatizie sono appena 82.000, pari allo 0,6% della popolazione attiva complessiva. Nel Regno Unito il censimento del 1851 ne conta tra i 70.000 e gli 80.000, ovvero lo 0,8% dei lavoratori occupati. Questa esiguità numerica è l’indice di una diversa collocazione sociale. L’impiegato dell’Ottocento è un collaboratore diretto dell’imprenditore. Le testimonianze storiche restituiscono un quadro preciso: molti di questi impiegati svolgevano funzioni che oggi definiremmo manageriali. Il titolo stesso di clerk o chief clerk coincideva in alcuni settori con quello di manager e vi erano casi in cui il loro stipendio veniva erogato direttamente dal manager a proprio carico, segno di una posizione di assistente o di vice. Non era raro che venissero inclusi in lasciti testamentari o ricevessero rendite alla chiusura di un’azienda. Si trattava, in molti casi, di parenti dei proprietari, inseriti in un percorso di carriera che poteva condurre alla comproprietà dell’impresa. La definizione che meglio coglie questa relazione è quella di rapporto quasi feudale. L’impiegato era più un servitore della famiglia che un salariato e la sua posizione era caratterizzata da fiducia, riservatezza, prospettive di mobilità ascendente e perfino di alleanza matrimoniale con la famiglia del datore di lavoro.


Questa configurazione, per quanto non priva di eccezioni in quanto esistevano anche impiegati sfruttati, come i copisti negli studi legali le cui condizioni non erano migliori di quelle dei lavoratori portuali, rappresentava la norma per il piccolo gruppo impiegatizio dell’epoca. In termini di funzione, autorità, retribuzione, stabilità del posto (che era spesso un impiego a vita), prospettive di carriera e persino di abbigliamento e status, gli impiegati stavano molto più vicini al datore di lavoro che al lavoratore di fabbrica.


La soglia della discontinuità si colloca negli ultimi decenni dell’Ottocento, quando comincia a delinearsi la nascita della classe lavoratrice impiegatizia. Tra la fine del secolo e il 1960 la proporzione di impiegati nella popolazione attiva sale al 4% in Gran Bretagna e al 3% negli Stati Uniti. Nel 1961 nel Regno Unito si contano circa 3 milioni di impiegati, quasi il 13% della popolazione occupata. Nel 1970, negli Stati Uniti, la categoria raggiunge i 14 milioni di lavoratori, pari al 18% della forza lavoro. In termini dimensionali, gli impiegati diventano equivalenti agli operai comuni, una delle principali categorie occupazionali.


Questa trasformazione quantitativa si accompagna a due mutamenti strutturali di pari rilievo: la composizione di genere e la retribuzione relativa. Nel 1851, nel Regno Unito, le donne classificate come impiegate commerciali sono appena 19 e si stima che complessivamente le donne rappresentino meno dello 0,1% del totale degli impiegati. Negli Stati Uniti, ancora nel 1900, la categoria impiegatizia, che conta meno di 900.000 persone, è per più di tre quarti maschile. Cinquant’anni dopo la fotografia è rovesciata. Nel 1960 sia nel Regno Unito che negli Stati Uniti le donne sono circa i due terzi degli impiegati. In un solo decennio successivo negli Stati Uniti la percentuale sale a tre quarti, il che significa che il numero di donne impiegate è passato da poco più di 200.000 nel 1900 a oltre 10 milioni nel 1970 mentre gli uomini impiegati, in rapida diminuzione percentuale, vengono confinati in occupazioni come gli addetti postali, i magazzinieri e gli spedizionieri.


Il divario retributivo che separava gli impiegati dai lavoratori manuali subisce un’inversione altrettanto drastica. In Gran Bretagna, tra il 1850 e il 1880, i gradi inferiori degli impiegati percepivano una retribuzione annua compresa tra 75 e 150 sterline, una fascia che all’epoca includeva solo il 10-15% della classe lavoratrice, quella che gli storici definiscono una superaristocrazia altamente selezionata. Il salario di ingresso degli impiegati iniziava laddove finiva quello dei lavoratori della produzione e dei trasporti. Negli Stati Uniti, nel 1900, gli impiegati delle ferrovie e delle imprese manifatturiere guadagnavano in media 1.011 dollari l’anno mentre la media degli operai nello stesso settore era di 435 dollari per l’industria manifatturiera e 548 per le ferrovie. Altre fonti confermano che la retribuzione media degli impiegati era circa il doppio di quella degli operai.


Il quadro che emerge dai dati del 1971 è radicalmente diverso. Secondo un rapporto speciale della Bureau of Labor Statistics basato sui guadagni settimanali dei lavoratori full-time, il salario mediano settimanale degli impiegati (115 dollari) risulta inferiore a quello di tutte le categorie di lavoro manuale: operai (120 dollari), braccianti non agricoli (117 dollari) e, in particolare, artigiani e capisquadra (167 dollari). La distribuzione percentuale conferma questa omologazione verso il basso. Gli impiegati si concentrano nelle fasce retributive più basse in misura analoga agli operai, con una leggera differenza a sfavore degli impiegati nelle fasce medio-alte. Nel Regno Unito, già alla fine degli anni ‘50, la letteratura sociologica registrava che l’impiegato medio si trovava all’incirca sullo stesso livello retributivo dell’operaio medio, se non leggermente al di sotto. Nel decennio successivo, negli Stati Uniti, la posizione relativa degli impiegati continua a peggiorare fino a collocarli, in media, al di sotto di tutte le forme di lavoro cosiddetto blue-collar.


La trasformazione investe la natura stessa del processo lavorativo. Per comprendere questa metamorfosi è necessario ricostruire come il lavoro d’ufficio si sia storicamente configurato e come sia stato successivamente riconfigurato secondo la logica del capitale. Nell’Ottocento il lavoro d’ufficio poteva essere assimilato a un mestiere artigianale. L’impiegato, in particolare il capo contabile o il chief clerk, padroneggiava l’intero ciclo di lavorazione dei documenti: dalla contabilità in partita doppia alla tenuta dei libri, dal controllo di qualità alla preparazione dei bilanci. L’apprendimento avveniva attraverso un apprendistato interno e la progressione di carriera per gradi era la norma. L’ufficio era il luogo del lavoro intellettuale, della conoscenza complessiva dell’impresa e del giudizio autonomo.


Con lo sviluppo della grande impresa e del capitalismo monopolistico questa configurazione viene progressivamente smantellata. Le funzioni dell’ufficio si articolano in una molteplicità di dipartimenti ciascuno dei quali viene a sua volta suddiviso in sezioni specializzate. L’ufficio cessa di essere un’appendice della direzione e diventa un processo lavorativo autonomo, con una propria divisione tecnica del lavoro. Questa trasformazione investe anche le imprese che non svolgono attività produttiva diretta: banche, assicurazioni, società di intermediazione finanziaria, studi professionali, agenzie pubblicitarie, enti governativi diventano luoghi in cui il lavoro si svolge quasi esclusivamente attraverso il trattamento di documenti. In queste industrie impiegatizie la funzione originaria del capitalista, rappresentare e accrescere il capitale, si trasforma in un processo lavorativo di massa, organizzato secondo gli stessi principi della fabbrica.


A ciò si aggiunge una ragione strutturale più profonda, legata alla forma-valore. In una società capitalistica ogni prodotto del lavoro reca con sé, accanto alle sue caratteristiche fisiche, un’impronta invisibile di proprietà. La rappresentazione del valore diventa, dal punto di vista del capitale, più importante della forma fisica del prodotto. Una parte crescente del lavoro sociale deve quindi essere dedicata alla contabilità del valore. Con lo sviluppo del capitalismo monopolistico questa contabilità diventa infinitamente più complessa: il numero degli intermediari tra produzione e consumo si moltiplica, la realizzazione del valore richiede una contabilità specifica e interi settori sorgono per gestire esclusivamente il trasferimento di valore e la relativa contabilità. In alcuni casi il lavoro dedicato alla mera trasformazione della forma di valore, dal denaro al credito, dalla merce al denaro, supera quello dedicato alla produzione del bene o servizio sottostante.


Questa espansione della contabilità capitalistica produce un fenomeno di duplicazione sistematica. Poiché ogni organizzazione capitalistica tiene le proprie scritture per fini interni, senza che queste abbiano valore legale per le controparti, ogni transazione tra imprese genera registrazioni speculari: ciò che è un credito nei libri di una è un debito nei libri dell’altra. A ciò si aggiungono i controlli interni, basati sul principio della possibile disonestà di ogni agente umano impiegato, che portano a moltiplicare le registrazioni di controllo. Il sistema della partita doppia, con la sua struttura di conti incrociati che si verificano reciprocamente, diventa lo strumento principe di questa architettura. Le revisioni contabili indipendenti, le certificazioni, i controlli fiscali e regolamentari aggiungono ulteriori strati di duplicazione. Il risultato è un impero cartaceo che, sotto il capitalismo, diventa reale quanto il mondo fisico, assorbendo quantità crescenti di lavoro.


A partire dai primi decenni del Novecento questo nuovo processo lavorativo viene sottoposto a una sistematica razionalizzazione. La figura chiave di questa fase è l’office manager che sostituisce il vecchio capo contabile come funzione centrale. Il programma del management scientifico viene esteso all’ufficio con gli stessi principi applicati alla fabbrica: scomposizione delle mansioni, separazione tra concezione ed esecuzione, misurazione dei tempi e dei movimenti, introduzione di sistemi di incentivazione e cottimo. Già nel 1917 manuali come Scientific Office Management descrivono l’applicazione del sistema Taylor agli uffici, con risultati che vengono presentati come analoghi a quelli ottenuti in fabbrica. L’apertura della posta passa da 100 a 500 pezzi l’ora, la dattilografia viene cronometrata con contatori meccanici che misurano le battute, la produzione viene registrata giornalmente per ogni impiegato.


Ciò che rende particolarmente efficace questa razionalizzazione è la natura stessa del processo lavorativo in ufficio. A differenza della produzione manifatturiera, il lavoro d’ufficio si svolge interamente su carta, un materiale facilmente riorganizzabile, spostabile e riconfigurabile. Gran parte del suo materiale grezzo è di natura numerica, il che permette di strutturare il processo secondo regole matematiche e di introdurre controlli incrociati. La divisione tecnica del lavoro si spinge così fino a parcellizzare ogni operazione. Nella lavorazione di un ordine impiegati distinti aprono la posta, datano e instradano i documenti, interpretano le informazioni sul cliente, verificano l’affidabilità creditizia, controllano la disponibilità a magazzino, digitano la fattura, aggiungono i prezzi, calcolano gli sconti, applicano le spese di spedizione, registrano le partite nei conti clienti e così via. L’impiegato perde ogni comprensione del processo nel suo complesso e delle politiche che lo sottendono, esattamente come l’operaio parcellare sulla linea di montaggio.


La misurazione dei tempi e dei movimenti raggiunge in questo contesto livelli di dettaglio che rivelano fino a che punto il lavoro d’ufficio venga ridotto a pura esecuzione manuale. Manuali come A Guide to Office Clerical Time Standards, pubblicato dalla Systems and Procedures Association of America, raccolgono dati provenienti da grandi aziende come General Electric, General Tire, Owens-Illinois e offrono tabelle che scompongono ogni gesto in unità temporali standardizzate. Aprire e chiudere un cassetto: 0,026 minuti. Sedersi su una sedia: 0,033 minuti. Leggere un numero di tre cifre: 0,005 minuti. Scrivere una cifra: 0,01 minuti. La battitura a macchina viene analizzata in termini di parole al minuto e di tempo necessario per inserire la carta, allinearla, cancellare, fare backspace (0,006 minuti su macchina manuale, 0,0025 su elettrica). La descrizione di queste operazioni è la prova che il lavoro d’ufficio viene ricostruito come un insieme di movimenti elementari, intercambiabili e intercambiabili.


Con la meccanizzazione, e in particolare con l’avvento del computer, questa tendenza si radicalizza. Il punto di svolta è costituito dall’invenzione della scheda perforata da parte di Herman Hollerith nel 1885, utilizzata per il censimento statunitense del 1890. L’innovazione decisiva è concettuale: l’informazione viene registrata in una forma che può essere “letta” da una macchina senza intervento umano diretto. Questo principio, sviluppato attraverso fasi elettromeccaniche prima ed elettroniche poi, trasforma radicalmente le possibilità di trattamento dell’informazione. L’introduzione del computer non produce, nel modo di produzione capitalistico, l’effetto di ricomposizione del processo lavorativo che sarebbe tecnicamente possibile. Anzi, la divisione del lavoro viene riprodotta in una forma nuova e più pervasiva. Nei primi anni dell’informatica gli addetti all’elaborazione dati mostravano le caratteristiche di un mestiere artigianale dato che conoscevano tutte le macchine e apprendevano il mestiere attraverso un apprendistato che includeva la programmazione via pannello di cablaggio. Con l’avvento del computer questa figura viene rapidamente frammentata in una gerarchia rigida: analisti di sistema, programmatori, operatori di console, operatori di macchine perforatrici, addetti alla libreria nastri, inservienti di magazzino. L’accesso ai livelli superiori avviene direttamente dall’esterno, senza che esista un percorso di promozione interna dall’esecuzione alla concezione. I programmatori stessi vengono suddivisi tra analisti di programma, che comprendono la logica complessiva del sistema, e codificatori che traducono meccanicamente istruzioni predefinite in linguaggio specialistico, con un addestramento di pochi mesi.


L’occupazione più numerosa creata dalla computerizzazione è quella dell’operatore di macchina perforatrice (key punch operator). Questa mansione, come documentano gli studi sociologici dell’epoca, richiede un addestramento di una o due settimane e il raggiungimento di una produttività soddisfacente in circa sei mesi. Non è richiesto il diploma di scuola superiore, solo una capacità di lettura di nono grado e una competenza aritmetica equivalente. I dirigenti del personale descrivono questo lavoro come semi-blue-collar e osservano che ragazze prive di istruzione formale possono essere collocate in questo ruolo mentre verrebbero rifiutate per altri lavori impiegatizi. 


Le testimonianze dirette delle lavoratrici restituiscono un quadro della vita quotidiana in questi reparti. Con l’introduzione del computer, il lavoro, che prima poteva essere vario e richiedere occasionalmente l’esercizio del giudizio, diventa più monotono e ripetitivo. Il ritmo è continuo, costante. Il commento più frequente è: “Stiamo lavorando per la macchina, adesso”. Le lavoratrici si descrivono come “nervose allo stremo”. La tensione è tale che basta toccarle sulla spalla per farle “volare fuori dal soffitto”. L’assenteismo è elevato: qualcuna dice sempre “non credo che verrò domani, non ce la faccio più”. Le lavoratrici tengono tranquillanti e aspirina sulla scrivania. Un vicepresidente di una compagnia di assicurazioni, indicando una sala piena di perforatrici, osserva: “mancano solo le catene” e spiega che le macchine tengono le ragazze inchiodate alla scrivania, a perforare monotonicamente senza sosta. Le lavoratrici stesse non hanno illusioni sulla natura del loro lavoro: “questo lavoro non è diverso da un lavoro in fabbrica, tranne che non sono pagata quanto là”.


Il controllo sulla produttività viene esercitato attraverso la misurazione automatica del lavoro. La stessa configurazione tecnica del sistema informatico fornisce al management un conteggio obiettivo del carico di lavoro e del lavoro svolto da ciascun operatore, sezione o divisione. Nei reparti di perforazione le lavoratrici compilano moduli giornalieri che indicano quanti pollici hanno perforato mentre le verificatrici tengono il conto degli errori. Un dirigente di una grande compagnia di assicurazioni commenta che, sebbene non se ne parli apertamente, si tiene un registro obiettivo della produttività e l’operatore la cui produzione è in ritardo viene licenziato. L’industrializzazione del lavoro d’ufficio è evidente anche nell’uso di nastri trasportatori per far passare il lavoro da una stazione all’altra. L’atmosfera della fabbrica è inconfondibile. Gli operatori di macchine d’ufficio devono timbrare il cartellino, non possono conversare durante il lavoro, possono essere licenziati con un preavviso di una settimana o al massimo un mese.


La stessa logica investe anche le occupazioni impiegatizie tradizionali, in particolare quella del segretario. Dal punto di vista funzionale il segretario è nato come dispositivo per estendere la portata amministrativa dell’imprenditore. Applicando il principio di Babbage, secondo cui ogni attività dovrebbe essere svolta al più basso costo possibile, si riteneva inefficiente che un manager dedicasse tempo a digitare lettere, aprire la posta o rispondere al telefono quando queste mansioni potevano essere svolte da lavoratori pagati una frazione del suo stipendio. Questo principio si è poi esteso verso il basso, fino a far diventare la segretaria personale un privilegio diffuso tra quadri e professionisti. La proliferazione di questa figura ha raggiunto dimensioni che minacciano il bilancio aziendale, spingendo il management a una riorganizzazione radicale.


La risposta è la sostituzione della segretaria personale con due strutture centralizzate. Il word processing center gestisce la dattilografia. I manager registrano le loro comunicazioni su apparecchi collegati telefonicamente al centro, dove le battitura vengono eseguite da dattilografe. I testi standardizzati vengono riprodotti con macchine automatiche a controllo di nastro, riducendo al minimo la necessità di intervento umano. L’administrative support center gestisce tutte le altre mansioni: archiviazione, risposta al telefono, gestione della posta. Un solo addetto amministrativo serve dai quattro agli otto “principali” che vengono istruiti a rispondere personalmente al telefono, con la segreteria che interviene solo se non rispondono entro il terzo squillo. L’obiettivo dichiarato è la fine del cosiddetto ufficio sociale, cioè la distruzione delle relazioni personali e delle autonomie che caratterizzavano il lavoro d’ufficio tradizionale, per sostituirle con una disciplina impersonale e un controllo centralizzato.


L’esito di questo lungo processo di trasformazione è la formazione di un nuovo proletariato. Le caratteristiche che distinguevano gli impiegati dai lavoratori manuali vengono sistematicamente erose. I dati retributivi mostrano che gli impiegati guadagnano in media meno degli operai. La composizione di genere rivela una segregazione che contribuisce a mantenere bassi i salari. La natura del lavoro, frammentata e meccanizzata, non richiede più una formazione generalizzata ma solo un breve addestramento per mansioni parcellizzate. L’autonomia e il giudizio, un tempo elementi centrali del lavoro impiegatizio, vengono concentrati in una ristretta élite tecnico-manageriale mentre la massa degli impiegati viene ridotta a esecutori di operazioni elementari.


Questa convergenza tra lavoro d’ufficio e lavoro di fabbrica viene colta già nei primi anni ‘30 da osservatori attenti che descrivono l’affondamento del livello sociale degli impiegati, la femminilizzazione, la diminuzione delle opportunità di carriera, la specializzazione spinta fino al minimo dettaglio, l’emergere del lavoratore impiegatizio non qualificato e semiqualificato e la crescente provenienza proletaria di questo ceto. Negli anni ‘50 la letteratura sociologica conferma che la meccanizzazione, la divisione del lavoro più minuta, l’uso di lavoratori meno qualificati e meno costosi hanno reso il lavoro d’ufficio sempre più simile alla produzione di fabbrica, con le stesse condizioni alienanti.


La conseguenza teorica di questa analisi è il superamento della categoria di colletto bianco come strumento analitico utile. Questo termine, che sopravvive più come retaggio storico che come concetto operativo, raggruppa in un’unica classe dirigenti e professionisti al vertice con masse proletarizzate alla base, producendo medie artificiose che nascondono la polarizzazione reale. La categoria di colletto bianco è diventata, in questo uso, uno strumento apologetico che restituisce un’immagine distorta della struttura di classe, confondendo la posizione di una ristretta élite con quella della massa dei lavoratori subalterni.


La vera polarizzazione che emerge dall’analisi di Braverman è quella tra una minoranza specializzata e una massa di lavoratori intercambiabili, la cui condizione è ormai indistinguibile da quella degli operai industriali. Gli impiegati sono diventati una componente centrale del proletariato contemporaneo, collocata a pieno titolo all’interno del lavoro salariato subalterno. La distinzione tradizionale tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, che un tempo coincideva con la separazione tra officina e ufficio, è stata cancellata dalla razionalizzazione capitalistica del lavoro d’ufficio. Nel moderno ufficio computerizzato, così come nel reparto di perforazione schede o nel centro di trattamento testi, il lavoro è diventato, per la massa dei suoi addetti, lavoro manuale a tutti gli effetti.


Braverman analizza anche la massa imponente di lavoratori impiegati nelle cosiddette occupazioni di servizio e nel commercio al dettaglio, una forza lavoro che, pur essendo eterogenea per quanto riguarda il luogo e la natura specifica del lavoro svolto, risulta sorprendentemente omogenea per la mancanza di competenze specializzate, i bassi salari e l'intercambiabilità tra persona e funzione. Questa categoria, distinta accuratamente dai lavoratori impiegati nelle industrie impiegatizie secondo la classificazione industriale, conta nel 1970 oltre 9 milioni di lavoratori nei soli servizi (escludendo il lavoro domestico privato), a cui vanno aggiunti circa 3 milioni di addetti alle vendite al dettaglio, per un totale massiccio di oltre 12 milioni di lavoratori.


Braverman chiarisce subito la difficoltà di definire il lavoro di servizio in senso stretto, contrapponendo la definizione marxiana, che vede il servizio come l'effetto utile di un valore d'uso, alla prassi più ampia degli enti statistici come il censimento statunitense. Vengono fatti esempi per mostrare l'arbitrarietà di queste classificazioni: un addetto alla ristorazione che cucina e serve cibo svolge un'attività produttiva tangibile, non diversa da quella manifatturiera, così come un operaio che pressa capi di abbigliamento viene conteggiato come addetto all'industria manifatturiera se lavora per un produttore ma come lavoratore del settore servizi se impiegato in una lavanderia, nonostante la forma di lavoro sia quasi identica, con la differenza sostanziale che la retribuzione è significativamente più bassa nel settore dei servizi. Braverman sostiene che per il capitalista ciò che conta non è la forma determinata del lavoro ma la sua forma sociale, ovvero la sua capacità, come lavoro salariato, di produrre profitto. Il capitale è indifferente se il lavoratore produce automobili, le lava o le ripara, l'importante è che il lavoro sia stato attirato nella rete delle relazioni sociali capitalistiche e trasformato in lavoro produttivo, ossia produttivo di profitto.


Storicamente l'atteggiamento del capitale verso il lavoro di servizio è radicalmente mutato nell'era del capitalismo monopolistico. Un tempo l'impiego di servi e domestici, che nel 1820 negli Stati Uniti rappresentavano tre quarti dell'occupazione combinata di manifattura, miniere, pesca e legname, e che ancora nel 1870 costituivano quasi la metà di queste occupazioni non agricole, era considerato dal capitalista come un consumo del profitto, una deduzione dalla ricchezza nazionale. Per Adam Smith il lavoro di un "manufacturer" aggiunge valore mentre quello di un "menial servant" non aggiunge valore a nulla e anzi impoverisce chi lo mantiene. Questa visione è stata completamente ribaltata nell'economia borghese moderna, come testimonia Colin Clark che considera il movimento della popolazione attiva dall'agricoltura alla manifattura e da questa al commercio e ai servizi come il più importante concomitante del progresso economico. Il lavoro di servizio, divenuto una fonte primaria di profitto, viene celebrato mentre la distinzione tra lavoro produttivo e improduttivo perde di significato quando tutte le forme di lavoro sono sussunte sotto il capitale e contribuiscono alla sua valorizzazione.


Esaminando la composizione di questa massa di lavoratori nel 1970, si osserva una netta concentrazione in due aree principali: i servizi di pulizia e cura degli edifici, con circa 1,9 milioni di addetti (tra cui cameriere, addetti alle pulizie, custodi) e i servizi di ristorazione, con quasi 3 milioni di lavoratori (tra cui cuochi, camerieri, lavapiatti, baristi). A questi si aggiungono oltre 1,2 milioni di addetti ai servizi sanitari (per lo più infermieri generici e assistenti) e circa 1,2 milioni di addetti ai servizi alla persona (tra cui parrucchieri, assistenti all'infanzia, portieri). Il lavoro è in gran parte femminile e i salari medi sono tra i più bassi di tutte le categorie occupazionali. Nel maggio 1971 i lavoratori a tempo pieno nei servizi guadagnavano in media 96 dollari a settimana (escludendo i domestici), una cifra inferiore ai 115 dollari degli impiegati, ai 117 dei manovali e ai 120 degli operai. Per gli addetti alle vendite al dettaglio a tempo pieno la mediana era di 95 dollari, collocandoli di fatto allo stesso livello dei lavoratori dei servizi.


Per quanto riguarda le competenze e le trasformazioni in atto, Braverman nota che l'incidenza di mestieri qualificati è molto ridotta, limitata a piccoli strati come capi cuoco o steward. In particolare viene descritta in dettaglio la distruzione di un'antica e preziosa arte come quella culinaria ad opera delle tecnologie di surgelazione e precottura. Molti ristoratori giustificano il ricorso ai cibi surgelati con la presunta scarsità e l'alto costo di cuochi qualificati ma Braverman osserva che i salari in cucina sono tra i più bassi e che la scarsità di manodopera specializzata potrebbe essere una conseguenza, piuttosto che una causa, delle condizioni del settore. Un esempio emblematico è quello di una catena di ristoranti che non cercava cuochi ma "scongelatori", rivelando un sistema basato sulla gestione del cibo.


Anche nel commercio al dettaglio le trasformazioni sono profonde e mirano a dequalificare ulteriormente il lavoro. Nei supermercati la figura del commesso generico è stata sostituita da una configurazione del lavoro frammentata: scaricatori, addetti al rifornimento degli scaffali, addetti al checkout. Tra questi solo i tagliatori di carne conservano una parvenza di abilità. Una rivoluzione intuita all’epoca da Braverman è l'introduzione di sistemi di checkout computerizzati con lettori ottici e un codice universale a dieci cifre. Questo sistema prevedeva che sarebbe stato in grado di raddoppiare il numero di clienti gestiti da ogni commesso in un dato tempo, eliminando la necessità di conoscere i prezzi e consentendo di controllare il ritmo di "produzione" di ogni registratore da una postazione centrale. Con questo sistema la velocità produttiva di un commesso riteneva potesse raggiungere il massimo in poche ore dall'assunzione, a fronte delle poche settimane di apprendimento precedenti. 


Braverman conclude che dietro la retorica dell’economia dei servizi, presentata come un'evoluzione superiore che libera i lavoratori dalla tirannia dell'industria e crea un'occupazione più istruita, si nasconde la realtà opposta. Questa massa di oltre 12 milioni di lavoratori nei servizi e nelle vendite al dettaglio condivide caratteristiche di bassa retribuzione, scarse prospettive di carriera e un processo di lavoro sempre più razionalizzato e dequalificato che riduce i lavoratori a operai di fatto, sottoposti a un ritmo imposto dalla tecnologia e dal management. Le categorie professionali, tecniche e impiegatizie, sebbene evocate a sostegno di questa visione ottimistica, non rappresentano la realtà della maggior parte degli occupati in questi settori, il cui lavoro è divenuto il volto nascosto e meno celebrato della produzione capitalistica monopolistica.


Per Braverman lavoro e capitale costituiscono i poli opposti della società capitalistica. Questa polarità, che ha origine in ogni singola impresa, si realizza su scala nazionale e internazionale come un'enorme dualità di classi che domina l'intera struttura sociale. Questa opposizione è inscritta in una necessaria identità poiché il capitale, in ogni sua forma, è lavoro passato, oggettivato, che diviene capitale solo attraverso l'appropriazione da parte del capitalista e il suo utilizzo per l'accumulazione. Il lavoro vivo, acquistato per mettere in moto il processo produttivo, è esso stesso capitale. La parte del capitale destinata al pagamento della forza lavoro è quella che rappresenta la popolazione lavoratrice, dalla quale essa trae il proprio sostentamento. Di conseguenza, prima di ogni altra cosa, la classe operaia è la parte animata del capitale, la materia prima per lo sfruttamento.


Pur avendo una propria esistenza sociale e politica al di fuori della presa diretta del capitale, la classe operaia è determinata nelle sue strutture occupazionali, nei suoi modi di lavoro e nella sua distribuzione nei vari settori dai processi di accumulazione. Essa viene afferrata, rilasciata, gettata in varie parti del macchinario sociale ed espulsa da altre in base ai movimenti del capitale. Da ciò deriva la definizione formale della classe operaia come quella classe che, non possedendo nulla se non la propria forza lavoro, la vende al capitale in cambio del proprio sostentamento.


Per fornire un'approssimazione quantitativa, Braverman analizza i dati del censimento e del Bureau of Labor Statistics statunitense, concentrandosi su sei categorie occupazionali non agricole che costituiscono la massa principale della classe operaia: operai, artigiani (craftsmen), impiegati (clerical workers), addetti alle vendite (sales workers), addetti ai servizi (service workers) e lavoratori non agricoli. Escludendo alcune sottocategorie, presenta una tabella che mostra la crescita numerica di questi lavoratori, passati da 14,7 milioni nel 1900 a 55,3 milioni nel 1970. In percentuale sulla forza lavoro totale attiva o con esperienza questa componente è passata dal 50,7% a circa il 69,1%. Considerando le sottostime dovute a categorie non classificate o a lavoratori scoraggiati, Braverman stima che la porzione operaia della forza lavoro sia cresciuta dalla metà a ben oltre i due terzi, forse fino ai tre quarti del totale, a spese soprattutto della popolazione agricola, scesa dal 40% a meno del 4% nello stesso arco di tempo.


L'aumento proporzionale maggiore si è verificato tra gli operai, gli impiegati e il settore combinato dei servizi e della vendita al dettaglio. Con l'avvento della rivoluzione tecnologica l'incremento proporzionale degli operai è cessato dopo il 1950. Braverman sottolinea il paradosso: le occupazioni di massa in più rapida crescita nell'era della rivoluzione tecnico-scientifica sono proprio quelle che hanno meno a che fare con la scienza e la tecnologia, come il lavoro d'ufficio, i servizi e le vendite. La meccanizzazione, infatti, riduce la quota di lavoratori nell'industria avanzata, creando un surplus di popolazione che si riversa nei settori a più alta intensità di manodopera e a più bassi salari. Questa è l'attuazione della legge generale dell'accumulazione capitalistica di Marx che descrive la formazione continua di una sovrappopolazione relativa o esercito industriale di riserva. Questo esercito di riserva, nelle sue forme fluttuante, latente e stagnante, fornisce il materiale umano sempre pronto per lo sfruttamento nelle nuove aree di accumulazione.


A partire dal secondo dopoguerra questo processo è stato alimentato da ulteriori serbatoi di manodopera alimentati dall'immigrazione dalle ex-colonie e dalle aree neocoloniali (in Europa e Stati Uniti) e, in modo cruciale, dall'ingresso massiccio delle donne nel mercato del lavoro. Le donne, concentrate nei settori in più rapida espansione e in quelli meno pagati, costituiscono il serbatoio ideale di lavoro per le nuove occupazioni di massa. Se il tasso di partecipazione maschile alla forza lavoro è costantemente diminuito (dall'87% all'80% tra il 1947 e il 1971), quello femminile è aumentato vertiginosamente (dal 31,8% al 43,4% nello stesso periodo). Questi movimenti opposti riflettono un unico fenomeno, ovvero l'ingrossamento dell'esercito industriale di riserva. Tra gli uomini si manifesta come espulsione verso la disoccupazione nascosta, tra le donne come attrazione in nuovi posti di lavoro a basso salario.


Le conseguenze di questa ristrutturazione sono una crescente polarizzazione dei redditi. I settori in crescita (servizi, commercio, finanza) hanno salari medi significativamente più bassi rispetto ai settori stagnanti (manifatturiero, edile, trasporti). Nel 1971 le retribuzioni medie settimanali nel commercio al dettaglio e nei servizi erano di circa 100-102 dollari contro i 168-212 dollari dell'industria e delle costruzioni. Questa tendenza, visibile anche limitando l'analisi ai soli lavoratori maschi, diventa rapidissima e intensa se si considera l'intera popolazione salariata, con un effetto di polarizzazione degli introiti. Ne consegue un'enorme massa di posti di lavoro che non garantiscono un salario di sussistenza, creando il fenomeno della povertà in mezzo all'abbondanza. La risposta è spesso il ricorso a più membri della famiglia nel mercato del lavoro, con le conseguenti tensioni sociali.


La porzione stagnante dell'esercito industriale di riserva, quella che vive in condizioni al di sotto della media normale della classe operaia, viene analizzata utilizzando un indice di sotto-occupazione (subemployment index) che include disoccupati ufficiali, lavoratori scoraggiati, lavoratori part-time involontari e lavoratori a tempo pieno con reddito inferiore al minimo di sussistenza. Si scopre che nelle aree centrali delle grandi città statunitensi il tasso di sotto-occupazione raggiungeva, all'inizio degli anni ‘70, valori medi del 61,2%. Questo strato si salda con gli strati inferiori del pauperismo ufficiale. Nel 1973 il 7% della popolazione statunitense era assistita dai programmi di welfare, una percentuale superiore a quella dei poveri ufficiali nell'Inghilterra del 1865 (4,6%). Braverman conclude che la legge generale dell'accumulazione capitalistica di Marx, con la sua catena che lega l'immensa massa di ricchezza sociale all'immensa massa del proletariato e alla crescente miseria, si sia pienamente manifestata nel ciclo di prosperità successivo alla Seconda Guerra Mondiale.


Nel capitalismo monopolistico la struttura di classe si presenta con una complessità paradossale. Se nel capitalismo pre-monopolistico la complessità derivava dall’esistenza di una massa di piccoli proprietari indipendenti che rimanevano al di fuori della contrapposizione fondamentale tra capitale e lavoro, oggi avviene esattamente l’opposto visto che quasi l’intera popolazione è stata trasformata in dipendente del capitale. Questa trasformazione generalizzata del rapporto di lavoro nella forma dell’acquisto e vendita della forza lavoro non significa però che tutti coloro che ricevono uno stipendio da una grande impresa o da un’organizzazione pubblica appartengano alla medesima condizione sociale. La forma salariale, infatti, può incorporare rapporti di produzione radicalmente diversi. I vertici aziendali, pur essendo formalmente alle dipendenze della società per azioni, non sono lavoratori. Essi rappresentano il capitale, esercitano il comando, possiedono patrimoni e potere decisionale e la loro retribuzione è composta da una quota del plusvalore. La massa dei lavoratori esecutivi, invece, vende la propria forza lavoro sotto direzione esterna e contribuisce direttamente all’accumulazione. Tra questi due poli si colloca uno strato intermedio di impiego che rappresenta negli Stati Uniti analizzati da Braverman tra il 15% e il 20% dell’occupazione totale, in forte crescita come parziale sostituto della vecchia piccola borghesia in via di estinzione.


La particolarità di questo strato è che condivide formalmente la condizione proletaria (nessuna indipendenza economica, impiego alle dipendenze del capitale, necessità di vendere continuamente la propria forza lavoro per sopravvivere) ma gode di privilegi significativi: retribuzioni più elevate, maggiore sicurezza, una certa autonomia sul lavoro e talvolta piccole quote di partecipazione agli utili o garanzie di impiego. Questi privilegi non sono distribuiti uniformemente. All’interno di questo strato esiste una gerarchia complessa. Ai vertici si trovano i capi ingegneria che si fondono con la direzione generale mentre alla base vi sono grandi uffici di progettazione organizzati come catene di montaggio, con disegnatori e tecnici che svolgono compiti ripetitivi sotto stretto controllo, con retribuzioni appena superiori a quelle degli operai specializzati e con un’autonomia lavorativa minima. In mezzo si collocano figure intermedie come capisquadra, piccoli manager e specialisti tecnici che conservano un’autonomia parziale. Al di fuori dell’industria privata, nelle amministrazioni pubbliche, negli ospedali e nelle scuole, queste stesse gradazioni si riproducono in forme specifiche.


La collocazione di questo strato non può essere definita semplicemente come nuova classe media perché, a differenza della vecchia piccola borghesia che stava fuori dal rapporto capitale-lavoro, questa si trova all’interno del processo di accumulazione, traendo caratteristiche da entrambi i lati e la tendenza è che, con l’espansione del capitale, la condizione proletaria tenda a prevalere. Due fenomeni spingono in questa direzione. In primo luogo, queste occupazioni diventano parte di un mercato del lavoro di massa, con la conseguente formazione di un esercito industriale di riserva di disoccupati che esercita pressione al ribasso sui salari, un fenomeno già emerso chiaramente con la Grande Depressione degli anni ‘30 e poi nuovamente alla fine degli anni ‘60 con l’aumento della disoccupazione tra professionisti e tecnici. In secondo luogo, non appena il capitale dispone di una massa sufficiente di lavoratori in una qualsiasi specialità, applica a quel settore gli stessi principi di razionalizzazione che caratterizzano la produzione capitalistica: divisione tecnica del lavoro, separazione tra concezione ed esecuzione, controllo gerarchico. Anche i tecnici, gli ingegneri, gli insegnanti, gli infermieri iniziano così a sperimentare quelle forme di alienazione che da tempo fanno parte della condizione operaia.


Per comprendere la posizione di questi strati è necessario riprendere la distinzione marxiana tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo che riguarda esclusivamente il rapporto del lavoro con il capitale. Lavoro produttivo, per Marx, è quello che viene scambiato con capitale e produce plusvalore, lavoro improduttivo è quello scambiato con reddito, come il lavoro domestico, o comunque non funzionale all’accumulazione. Nell’economia classica questa distinzione aveva un peso rilevante perché la maggior parte del lavoro era ancora al di fuori del rapporto salariale capitalistico. Con lo sviluppo del capitalismo, tuttavia, masse crescenti di lavoro sono state progressivamente subordinate al capitale ma non tutto questo lavoro è produttivo nel senso marxiano. All’interno della grande impresa moderna, infatti, una quota enorme di lavoro è dedicata a funzioni di circolazione, realizzazione e appropriazione del plusvalore: marketing, pubblicità, attività finanziarie, contabilità, gestione del credito, attività speculative. Questi lavori sono necessari al funzionamento del sistema capitalistico senza creare nuovo valore, si limitano a redistribuire il plusvalore già prodotto altrove. Si tratta quindi di lavoro improduttivo che tuttavia, a differenza del passato, opera all’interno del rapporto con il capitale.


Questa trasformazione ha conseguenze profonde sulla struttura sociale. Nell’impresa capitalistica originaria il lavoro improduttivo era rappresentato da pochi impiegati fidati strettamente associati al capitalista che condividevano i suoi segreti e godevano di privilegi, partecipando in qualche misura allo sfruttamento dei lavoratori produttivi. Essere lavoratore improduttivo era allora un “colpo di fortuna” rispetto alla “sfortuna” di essere lavoratore produttivo. Oggi, con l’enorme espansione delle funzioni improduttive, queste occupazioni sono state organizzate secondo gli stessi principi del lavoro produttivo: divisione parcellare dei compiti, gerarchie rigide, controllo. Alla base di questi settori si sono formati eserciti di impiegati le cui condizioni di lavoro e di vita sono del tutto analoghe a quelle degli operai. I singoli impiegati specializzati hanno perso ogni rapporto privilegiato con il capitale. Solo i vertici di questi apparati rimangono associati alla direzione aziendale. La distinzione tra lavoro produttivo e improduttivo, così rilevante nell’analisi del plusvalore, ha perso la sua forza come linea di demarcazione sociale. La vera frattura è tra chi detiene l’autorità e il comando e chi, produttivo o improduttivo che sia, vende la propria forza lavoro in condizioni di subordinazione.


Marx stesso aveva intravisto questa problematica senza svilupparla compiutamente. Nelle sue analisi del capitale commerciale riconosceva che gli impiegati commerciali sono lavoratori salariati a tutti gli effetti, il loro salario è determinato dal costo di riproduzione della forza lavoro, la loro forza lavoro è acquistata con capitale variabile ma al tempo stesso notava che essi non creano plusvalore, bensì partecipano alla sua redistribuzione. Rilevava inoltre che i salari del settore tendono a diminuire con lo sviluppo della divisione del lavoro e con l’estensione dell’istruzione pubblica che dequalifica la forza lavoro. Marx non poteva prevedere l’enorme dilatazione che questo settore avrebbe assunto nel capitalismo monopolistico, né che la sua crescita sarebbe avvenuta replicando al suo interno le stesse gerarchie e gli stessi meccanismi di sfruttamento del lavoro produttivo. Oggi, mentre il lavoro produttivo tende a diminuire in proporzione grazie all’aumento della produttività, il lavoro improduttivo cresce in proporzione proprio perché aumentano i plusvalori da redistribuire. Le due masse di lavoro, pur rimanendo tecnicamente distinte, formano un continuum di occupazione subordinata che ha in comune le stesse condizioni di sfruttamento, le stesse forme di organizzazione e la stessa subalternità al capitale.


Un altro pilastro della vulgata sociologica contemporanea che viene sottoposto a critica radicale è la tesi del progressivo innalzamento delle qualifiche della forza lavoro, accompagnato dall’aumento generalizzato del livello di istruzione. Questa tesi, largamente accettata sia nel discorso accademico che in quello comune, viene smontata attraverso una duplice analisi: quella delle trasformazioni delle categorie statistiche e quella della funzione reale dell’istruzione di massa. Le statistiche mostrano che all’inizio del Novecento le tre categorie di lavoratori manuali, artigiani e capisquadra, operai e manovali non agricoli, rappresentavano complessivamente circa il 36% degli occupati, una percentuale rimasta sostanzialmente stabile fino al 1970. La composizione interna di questo aggregato è profondamente cambiata. I manovali non agricoli sono scesi dal 12,5 al 4,7% mentre gli operai e gli artigiani sono aumentati. Questo cambiamento è stato interpretato come un innalzamento generalizzato delle qualifiche. In realtà si tratta in larga misura di un artefatto statistico prodotto dalle riclassificazioni operate da Alba Edwards negli anni ‘30.


Edwards introdusse la nuova categoria di operaio semiqualificato per distinguere i lavoratori che operano con macchine, definiti semiqualificati, dai manovali generici, definiti non qualificati. Questa distinzione, applicata retrospettivamente ai censimenti precedenti, ha trasformato automaticamente masse di lavoratori manuali in figure di qualifica superiore per il solo fatto di utilizzare macchinari, indipendentemente dalle competenze effettivamente richieste. Il caso più emblematico è quello dei conducenti di veicoli. I vecchi conducenti di carrozze trainate da cavalli, classificati come manovali non qualificati, sono stati sostituiti da autisti di camion e taxi, classificati come operai semiqualificati, quando la gestione di un cavallo richiedeva in realtà competenze molto più complesse e un periodo di apprendimento più lungo della guida di un autoveicolo. Secondo la logica delle classificazioni ogni spostamento dal lavoro agricolo a quello industriale, ogni sostituzione di un mestiere tradizionale con una mansione meccanizzata, viene automaticamente registrato come un aumento di qualifica.


La stessa operazione si ripete con la creazione della categoria dei lavoratori dei servizi nel censimento del 1950 che ha sottratto circa un quarto degli ex operai semiqualificati e tre quarti degli ex manovali per collocarli in una nuova categoria considerata implicitamente superiore. In realtà le mansioni dei lavoratori dei servizi (addetti alle pulizie, portieri, inservienti, addetti alla ristorazione) sono tra le più dequalificate e peggio retribuite dell’intera struttura occupazionale. Analogamente la crescita delle occupazioni impiegatizie viene automaticamente considerata come un innalzamento delle qualifiche per il solo fatto di essere lavoro d’ufficio, in base a un pregiudizio sociologico che attribuisce al colletto bianco uno status superiore rispetto a qualsiasi lavoro manuale, indipendentemente dalle reali competenze richieste.


Se si esamina il contenuto effettivo del lavoro semiqualificato, ci si accorge che la definizione ufficiale descrive mansioni che richiedono al massimo pochi mesi di addestramento, spesso poche settimane o addirittura pochi giorni, caratterizzate da ripetitività, controllo stretto e totale assenza di autonomia decisionale. Molti lavori non qualificati richiedono in realtà periodi di apprendimento più lunghi e una gamma più ampia di competenze. La stessa distinzione tra qualificato e semiqualificato perde significato quando il tempo di apprendimento per un operaio specializzato tradizionale richiedeva anni di apprendistato mentre oggi un semiqualificato impara il proprio compito in poche settimane. Quella che viene chiamata qualifica si è ridotta a un insieme limitato di movimenti ripetitivi che vengono appresi in tempi brevissimi.


Anche l’aumento del livello medio di istruzione viene comunemente interpretato come una risposta alle crescenti esigenze di qualificazione della produzione moderna. In realtà questo prolungamento della scolarizzazione risponde a molteplici fattori che hanno poco o nulla a che fare con le esigenze del lavoro. Innanzitutto le leggi degli anni ‘30 che hanno innalzato l’età di abbandono scolastico avevano l’obiettivo dichiarato di ridurre la disoccupazione giovanile. Il sostegno pubblico all’istruzione dopo la Seconda Guerra Mondiale ha ulteriormente gonfiato le iscrizioni. La scolarizzazione di massa ha assunto la funzione fondamentale di tenere i giovani fuori dal mercato del lavoro, limitando l’offerta di manodopera e gestendo una popolazione urbana sempre più sradicata. Le scuole sono diventate immense strutture di custodia sociale, il cui contenuto formativo si è progressivamente svuotato mentre la durata si allungava.


Contemporaneamente i datori di lavoro hanno iniziato a utilizzare il diploma di scuola superiore come strumento di selezione semplicemente perché i diplomati erano diventati disponibili in gran numero. Questo ha creato un circolo vizioso per cui il titolo di studio è diventato un requisito d’accesso anche per lavori che richiedono competenze di sesta elementare. Studi condotti negli anni ‘60 e ‘70 hanno mostrato che il livello di istruzione dei lavoratori aveva ormai superato i requisiti effettivi delle mansioni e in alcuni casi un’istruzione superiore era addirittura correlata negativamente con la produttività e positivamente con l’insoddisfazione e il turnover. Significativamente, mentre negli anni ‘50 esisteva un divario significativo tra il livello di istruzione degli occupati e quello dei disoccupati, all’inizio degli anni ‘70 questo divario si era completamente annullato: occupati e disoccupati avevano la stessa media di anni di scuola completati, attestata intorno ai 12 anni.


L’istruzione di massa, per le masse non destinate a diventare quadri o professionisti, ha perso così ogni relazione con le reali esigenze del lavoro. La sua funzione principale è diventata quella di gestire socialmente i giovani, di posticipare l’ingresso nel mercato del lavoro e di fornire un’ampia base di consumatori e un settore di accumulazione per l’economia, dall’edilizia scolastica ai fornitori di materiali, fino agli stessi insegnanti. Paradossalmente, mentre il livello di istruzione formale aumentava, il contenuto effettivo dell’insegnamento tendeva a deteriorarsi. Le competenze di base che un tempo venivano acquisite in otto anni di scuola elementare oggi faticano a essere trasmesse in dodici anni di scolarizzazione.


Il concetto stesso di qualificazione viene rovesciato. Per i primi teorici del management scientifico, come i coniugi Gilbreth, non esiste lavoro non qualificato. Qualunque lavoratore, una volta istruito nel “metodo migliore” stabilito dall’ingegneria aziendale, diventa automaticamente qualificato. Questa concezione riduce la qualifica alla semplice capacità di eseguire le direttive impartite dalla direzione, prescindendo completamente dalla padronanza dei processi lavorativi. La vera competenza artigiana, che combinava conoscenza dei materiali, dei processi e manualità acquisite attraverso anni di apprendistato, è stata distrutta dalla frammentazione produttiva. Il sapere tecnico e scientifico necessario per dominare il processo lavorativo è stato interamente concentrato nelle mani del management e dei suoi staff tecnici. Il lavoratore, anche dopo anni di scolarizzazione, rimane sostanzialmente ignorante rispetto al processo produttivo nel suo complesso: più la scienza viene incorporata nella macchina, meno il lavoratore comprende il funzionamento di ciò con cui opera.


Questa polarizzazione tra sapere concentrato al vertice e ignoranza diffusa alla base è ciò che la nozione di qualifica media tende a mascherare. Affermare che il livello medio di qualifica è aumentato significa ragionare come lo statistico che, con un piede nel fuoco e l’altro nel ghiaccio, dichiara che in media sta bene. Il lavoratore perde competenze in senso assoluto, perde i saperi artigiani senza acquisirne di nuovi che compensino la perdita e perde ancor più in senso relativo perché il divario tra il suo sapere e quello necessario a dominare il processo produttivo si allarga costantemente. La restituzione ai lavoratori di un effettivo controllo sul processo produttivo richiederebbe un cambiamento dei rapporti di proprietà e una trasformazione radicale del modo di produzione stesso, una ricomposizione tra concezione ed esecuzione, tra lavoro manuale e intellettuale che solo l’assunzione collettiva delle prerogative progettuali e scientifiche da parte dei lavoratori potrebbe realizzare. Finché ciò non avviene, l’istruzione di massa rimane una forma vuota, funzionale alla riproduzione di una forza lavoro subalterna e alla gestione sociale di una popolazione che non ha altro luogo se non la scuola mentre il lavoro continua a essere degradato e spogliato di ogni contenuto conoscitivo significativo.