La salute dell'industria metalmeccanica italiana secondo la Fiom


Leggendo l’ultimo rapporto del Centro studi Fiom-Cgil nazionale guidato da Matteo Gaddi scopriamo che tra il 2008 e il 2024 il settore metalmeccanico ha perso complessivamente 103.775 addetti, scendendo da 2.088.424 a 1.984.649 unità, una contrazione che però non si distribuisce uniformemente ma disegna una geografia complessa fatta di vincitori e vinti, dove accanto a comparti che arretrano vistosamente, come la fabbricazione di prodotti in metallo con i suoi 39.387 occupati in meno o la metallurgia che ne perde 23.043, si stagliano settori in controtendenza come i macchinari e impianti che guadagnano 19.543 addetti e gli altri mezzi di trasporto che ne incrementano addirittura 22.113 mentre il settore ICT spicca come un autentico outlier con una crescita esplosiva di 174.715 unità che ridisegna completamente i confini e la composizione della forza lavoro industriale. Questo scenario di trasformazione occupazionale trova un immediato contrappunto nell'escalation delle ore di cassa integrazione che da 260 milioni nel 2024 schizzano a quasi 309 milioni nel 2025, con un balzo impressionante della componente straordinaria che da 83 milioni di ore sale a 147 milioni, segnale inequivocabile di ristrutturazioni profonde e crisi aziendali che portano i segni di un mutamento strutturale del tessuto produttivo.

Uno dei nodi strutturali più profondi risiede nella dimensione delle imprese e qui il confronto con l'Europa diventa impietoso perché mentre la media UE si attesta su 43,75 addetti per impresa, l'Italia si ferma a soli 29,88. Questo divario si allarga ulteriormente nei settori più strategici come la metallurgia, dove le imprese italiane hanno in media 36 addetti contro i 51 europei, o la componentistica veicoli dove il confronto è di 57 contro 120. Se poi si scende nel dettaglio del confronto con la Germania, nel settore metallurgico la quota di imprese tedesche con oltre 250 addetti è del 8,92% mentre in Italia si ferma al 2,07%. Nelle apparecchiature elettriche il dato tedesco del 4,84% si contrappone a un misero 1,14% italiano, una polverizzazione che inevitabilmente limita le economie di scala, comprime la capacità di investimento in ricerca e sviluppo e rende l'intero sistema più vulnerabile agli shock esterni.

Qui si apre un paradosso affascinante perché proprio mentre la struttura produttiva si frammenta e l'occupazione arretra, i dati mostrano un miglioramento significativo della redditività per ora lavorata con il valore aggiunto che passa da 41,01 euro del 2014 a 54,49 euro del 2023 e il profitto lordo per ora lavorata che più che raddoppia da 13,59 a 23,73 euro mentre il costo del lavoro cresce molto più lentamente da 27,42 a 30,76 euro, segno evidente che i benefici della maggiore produttività non si sono tradotti in un corrispondente miglioramento delle condizioni retributive ma hanno piuttosto alimentato i margini di profitto in un contesto di crescente flessibilizzazione e precarizzazione del lavoro.

La fragilità più profonda è la dipendenza dall'estero che si manifesta in primo luogo sulla materia prima fondamentale, l'acciaio, la cui produzione nazionale è crollata del 33,97% tra il 2011 e il 2024 passando da 27 miliardi a meno di 18 miliardi di chilogrammi, mentre le importazioni sono rimaste sostanzialmente stabili intorno ai 16,7 miliardi. Questo ha determinato una dipendenza media del 49,37% per l'intero sistema delle filiere, con punte del 55,05% negli altri mezzi di trasporto, del 51,03% nei computer ed elettronica, del 49,24% negli autoveicoli. La dipendenza diventa ancora più allarmante quando si guarda ai settori delle due transizioni, quella energetica e quella digitale, perché per realizzare le nuove reti necessarie alla transizione energetica l'Italia produce solo il 60% del fabbisogno nazionale di trasformatori e il 79,2% degli apparati per distribuzione e controllo dell'energia. Per la transizione digitale la situazione è drammatica perché la produzione nazionale copre appena il 21,7% del fabbisogno di apparati per le telecomunicazioni e un irrisorio 11,7% per computer, server e storage. Questi apparati strategici vengono importati prevalentemente dall'Asia per il digitale con Cina, Vietnam e India in primo piano mentre per l'energia i flussi sono ancora prevalentemente europei con Germania, Francia e Repubblica Ceca ma anche qui la Cina gioca un ruolo crescente.

Questa dipendenza si riverbera in modo evidente sui settori manifatturieri storici, dove i numeri raccontano storie di declino inesorabile come nella produzione di elettrodomestici, dove le lavatrici sono crollate del 60,23% tra il 2014 e il 2024 passando da quasi 4 milioni a poco più di 1,5 milioni di pezzi, le cappe sono precipitate del 70,24% da 5,5 milioni a 1,6 milioni, gli aspirapolvere sono scesi del 64,02%. Per le automobili il tracollo è ancora più impressionante perché nei primi nove mesi del 2000 si producevano oltre un milione di vetture mentre nello stesso periodo del 2024 si è scesi a 256.320 e nel 2025 addirittura a 179.737. L'Italia si è trasformata in un paese che esporta componentistica verso Germania, Francia e Stati Uniti ma importa auto finite da Spagna, Marocco, Romania, Repubblica Ceca, Turchia, Cina e soprattutto Germania che domina nel segmento delle auto di cilindrata maggiore e delle elettriche mentre gli investimenti esteri raccontano una storia di disimpegno perché tra il 2015 e il 2024 gli investimenti dall'estero verso l'Italia sono stati negativi per 9,153 miliardi di euro e contemporaneamente le imprese italiane hanno investito all'estero per 8,251 miliardi, in una sorta di emorragia di capitali che sottrae risorse preziose al sistema produttivo nazionale.

Il nodo degli investimenti è forse il più dolente di tutti perché in rapporto al Pil gli investimenti delle imprese manifatturiere sono scesi a 93,9 con base 100 nell'anno 2000, registrando un calo di 6,1 punti percentuali nonostante il traino del Pnrr e degli incentivi pubblici. Nel confronto internazionale l'Italia si colloca all'ultimo posto tra i paesi considerati con appena il 2,65% del valore della produzione destinato a investimenti in macchinari, superata persino dal Giappone con il 2,79%, mentre la Germania investe il 2,91%, la Spagna il 3,06%, la Repubblica Ceca il 3,74%, la Polonia il 3,75%, la Turchia il 4,16%, la Corea del Sud il 4,31% e l'Ungheria addirittura il 4,69%, un divario che ipoteca pesantemente il futuro perché significa rinunciare a innovare, a modernizzare gli impianti, a mantenere quel passo con la tecnologia che è l'unica garanzia di competitività nei mercati globali.

Tutto questo trova una traduzione drammatica nelle pagine finali del rapporto dove vengono elencate le situazioni di crisi aziendali che coinvolgono decine di migliaia di lavoratori. Nella sola siderurgia ci sono 16.307 addetti in situazioni critiche con il caso emblematico di Acciaierie d'Italia ex Ilva che da sola conta 11.373 lavoratori, nel settore dei veicoli sono 12.650 gli addetti coinvolti con Dana che ne ha 3.800, Denso 2.852, Marelli Europe 5.920, nell'elettrodomestico 7.740 lavoratori con Beko Europe ex Whirlpool che conta 2.712 addetti ed Electrolux 4.657, nelle telecomunicazioni e informatica 3.446 lavoratori con Italtel che ne ha 620 e LFoundry 1.270, nell'energia 1.330, nell'aerospazio 1.102. Il totale complessivo di lavoratori in crisi nei soli settori analizzati raggiunge la cifra impressionante di 43.117 unità, un esercito di persone che vive nell'incertezza del proprio futuro professionale.

L'ultimo tassello di questo quadro complesso è rappresentato dalle acquisizioni di imprese italiane da parte di capitali esteri durante il governo Meloni, dal novembre 2022 al gennaio 2026, dove si consuma l'ultimo atto di una progressiva perdita di sovranità industriale. Piaggio Aerospace con i suoi 630 addetti passa ai turchi di Baykar Makina, Fimer con 251 addetti ai britannici di MA Solar, Gefran Azionamenti con 174 addetti ai brasiliani di WEG, Renato Menegatti con 180 addetti ai francesi di LVMH Metiers d'Art, Cpc con 730 addetti ai giapponesi di Mitsubishi Chemical, Iacobucci Hf Aerospace con 111 addetti sempre ai giapponesi di Jamco, e così via in un elenco che vede aziende strategiche passare sotto controllo straniero, un fenomeno che non è necessariamente negativo in sé ma che letto alla luce di tutti i dati precedenti assume il significato di un sistema che si contrae, che non investe a sufficienza, che dipende dall'estero per le tecnologie chiave e che progressivamente cede pezzi del suo tessuto produttivo, in una spirale che rischia di essere inesorabile se non si interviene con politiche industriali coraggiose e lungimiranti capaci di invertire questa tendenza e restituire all'industria metalmeccanica italiana quel ruolo centrale che ha storicamente avuto nell'economia del paese.