L'antisemitismo è un problema della sinistra. Anche quando si maschera da antisionismo.


Il seguente scritto è la condensazione di pensieri emersi nel confronto con compagni, con cui le distanze si sono acuite, talvolta irreparabilmente, a causa delle mie posizioni su Israele e l'antisemitismo.



L’antimperialismo degli imbecilli

Sostiene Moishe Postone in Critique du fétiche-capital: Le capitalisme, l’antisemitisme et la gauche che la fine della Guerra Fredda avrebbe potuto aprire la strada a un internazionalismo finalmente critico verso la totalità del capitale globale. Invece ciò che si è visto è stata la riesumazione di forme vuote e anacronistiche di internazionalismo campista, ereditate direttamente dalla Guerra Fredda. Il mondo è ancora diviso in due campi e la critica all'imperialismo consiste nello schierarsi con il campo opposto a quello egemonico, senza mai mettere in discussione la natura dei regimi che compongono quel campo. La funzione di legittimazione ideologica che questo schema aveva durante la Guerra Fredda sopravvive oggi come guscio vuoto, applicato a nuove configurazioni geopolitiche.

Postone individua l'espressione più drammatica di questa impasse nelle reazioni di ampi settori della sinistra americana ed europea agli attentati dell'11 settembre 2001 e alla successiva guerra in Iraq. Queste persone hanno considerato la violenza di Al-Qaida come una reazione, pur deplorevole, alla politica americana in Medio Oriente, riproducendo così uno schema in cui gli Stati Uniti sono l'unico vero attore storico e tutti gli altri reagiscono. Un simile approccio, apparentemente critico, finisce per essere profondamente acritico poiché non analizza il quadro di significato entro cui si muovono questi movimenti, non interroga la loro ideologia, non distingue tra diverse forme di violenza politica. La violenza viene "compresa" come espressione di sofferenza e in questa comprensione viene implicitamente giustificata o comunque sottratta a un esame politico sostantivo.

Al cuore di questa posizione c’è una forma specifica di reificazione: la comprensione feticistica del capitale globale. La dominazione astratta, dinamica e impersonale del capitale che opera attraverso flussi transnazionali e reti economiche sempre meno controllabili dagli stati nazionali, viene tradotta e condensata in un'entità politica concreta e identificabile, cioè gli Stati Uniti. Questa identificazione rende invisibili altre potenze che sono parte integrante dell'ordine capitalistico globale e impedisce di cogliere la natura specificamente capitalistica delle trasformazioni in corso, riducendo la critica del capitale a una critica della politica estera americana. Spesso a questa equazione si aggiunge Israele come testa di ponte del dominio americano in Medio Oriente.

Questa struttura concettuale è la chiave per comprendere la diffusione e la ricezione dell'antisemitismo nel mondo arabo-musulmano contemporaneo. L'antisemitismo moderno non è un semplice razzismo. I razzismi tradizionali attribuiscono all'Altro un potere concreto, l'antisemitismo attribuisce agli ebrei un potere astratto, universale, cospiratorio, segreto. La figura dell'ebreo come cospiratore mondiale che trama nell'ombra per dominare il mondo è la personificazione feticistica del capitale, della sua potenza astratta. Per questo l'antisemitismo può assumere le sembianze di una lotta antiegemonica, appare come la rivolta del popolo contro una potenza occulta e sovranazionale. È il socialismo degli imbecilli, come diceva August Bebel, o l'antimperialismo degli imbecilli, come suggerisce Postone.

La fioritura di questa ideologia nel mondo arabo va compresa alla luce delle trasformazioni strutturali del passaggio al postfordismo. Postone cita dati precisi: il Rapporto ONU sullo sviluppo umano nei paesi arabi del 2002 documentava una diminuzione del reddito pro capite nell'area nei vent'anni precedenti, sceso a livelli di poco superiori a quelli dell'Africa subsahariana. In Arabia Saudita il Pil pro capite è crollato da 24.000 dollari alla fine degli anni ‘70 a 7.000 dollari all'inizio del XXI secolo. Questo declino relativo, in un contesto di trasformazioni globali che appaiono misteriose e incontrollabili, ha creato un enorme bisogno di senso. Il nazionalismo arabo, che pure aveva dominato la scena politica nella fase fordista, si è rivelato incapace di rispondere a questa crisi ed è stato ulteriormente indebolito dalle stesse trasformazioni globali. I regimi autoritari laici hanno represso violentemente le opposizioni progressiste, lasciando un vuoto politico che è stato riempito da movimenti islamisti che attingono a un serbatoio ideologico già disponibile con una lettura della modernità capitalistica intesa come una cospirazione ebraica volta a distruggere le società islamiche. Israele diventa, allora, la testa di ponte di questa cospirazione mondiale.

Riflessioni simili si possono ritrovare nei lavori dell’economista marxista Samir Amin. I regimi arabi laici, seppur autoritari e privi di democrazia interna, godevano di una profonda legittimità popolare. Avevano rotto con il passato feudale e compradore, avevano nazionalizzato le risorse chiave, avviato imponenti piani di industrializzazione e reso l'istruzione e la sanità accessibili alle masse. Per la prima volta le classi popolari videro una possibilità di riscatto e di ascesa sociale. Per Amin questo progetto conteneva già i semi del suo fallimento. La sua debolezza congenita risiedeva nella natura stessa del capitalismo di Stato che aveva instaurato. Era una forma specifica di accumulazione capitalistica gestita da una nuova borghesia di Stato. Le riforme agrarie, pur eliminando il latifondismo parassitario, crearono una classe di contadini ricchi a scapito delle masse contadine povere che rimasero escluse e continuarono a emigrare verso le città. L'industrializzazione si rivelò dipendente dall'importazione di tecnologia e, spesso, di beni intermedi. In Iraq, ad esempio, la crescita era un fuoco di paglia alimentato esclusivamente dalla rendita petrolifera che finanziava cattedrali industriali nel deserto senza alcuna connessione con il tessuto economico e sociale del paese. In Siria la percentuale di componenti importati nell'industria aumentò, segno di una dipendenza tecnologica crescente anziché in diminuzione. Queste industrie, inoltre, producevano principalmente per soddisfare la domanda di beni di consumo delle classi medie e agiate, non per rispondere ai bisogni fondamentali delle masse popolari, creando così distorsioni e disuguaglianze.

La sconfitta militare del 1967 nella guerra dei Sei Giorni fu il trauma che rivelò al mondo, e soprattutto ai popoli arabi, la fragilità di queste costruzioni. Fu il crollo di un'intera narrazione. L'esercito egiziano, simbolo della potenza e della modernità nasseriana, era stato annientato in poche ore. Questo evento, per Amin, aprì una crisi di legittimità senza precedenti. I regimi, incapaci di compiere una svolta radicale in senso democratico e socialista, scelsero la via opposta: quella delle concessioni alla destra, quella dell'infitah, l'apertura al capitale internazionale. Iniziò così una lunga fase di riflusso durante la quale gli Stati arabi, a cominciare dall'Egitto di Sadat e poi di Mubarak, smantellarono progressivamente ciò che avevano costruito. Le industrie pubbliche furono privatizzate a prezzi di favore per una nuova borghesia parassitaria legata al potere, le riforme agrarie furono svuotate di significato e lo Stato sociale fu smantellato. I risultati, celebrati dalle istituzioni finanziarie internazionali come tassi di crescita miracolosi, nascondevano una realtà fatta di disuguaglianze esplosive, disoccupazione di massa e impoverimento della maggioranza della popolazione. Questo degrado sociale è il terreno sul quale ha potuto germogliare l'islam politico che è quindi il prodotto diretto di questa sconfitta e di questo vuoto. La società, privata di ogni spazio di dibattito politico autentico dai regimi autoritari e traumatizzata dal fallimento del progetto nazionale, si rifugiò in identità primarie, in primis quella religiosa. I Fratelli Musulmani, che erano stati a lungo repressi o tollerati a seconda delle convenienze del potere, emersero come l'unica forza di opposizione organizzata, riempiendo il vuoto lasciato dalla sinistra e dai nazionalisti ma Amin ne demolisce senza pietà la natura reazionaria. Il loro progetto è teocratico, come dimostra la loro proposta di costituzione in Egitto che avrebbe di fatto posto un consiglio di ulemi al di sopra di ogni altro potere, annullando la sovranità popolare. La loro visione sociale è arcaica e oppressiva, in particolare verso le donne e le minoranze come i copti ma il punto cruciale dell'analisi di Amin è che l'islam politico è un fondamentale alleato del neoliberismo. In Parlamento i Fratelli Musulmani hanno votato a favore delle stesse leggi liberiste che impoverivano il popolo, opponendosi agli scioperi e alle lotte dei contadini per la terra che definivano "di ispirazione comunista". Economicamente non hanno da proporre alcuna alternativa al modello di mercato dipendente e compradore. La loro fonte di finanziamento sono i petrodollari dei regimi del Golfo, a loro volta fedeli alleati degli Stati Uniti.

La ricezione di questo fenomeno da parte della sinistra occidentale è un capitolo di una tragica miopia. Molti hanno guardato e guardano ancora ai Fratelli Musulmani con un relativismo culturale che li ha portati a equipararli ai democratico-cristiani europei, ignorando la loro natura fascistoide, la loro organizzazione paramilitare e il loro progetto teocratico. 

L'impasse della sinistra internazionale di fronte a questi fenomeni diventa così l'oggetto di un'analisi approfondita da parte di Postone che contrappone le mobilitazioni contro la guerra in Iraq del 2003 ai movimenti degli anni ‘60. Allora l'opposizione alla guerra del Vietnam era intrecciata con la solidarietà a movimenti di liberazione nazionale considerati portatori di un'alternativa progressista (il Fronte di Liberazione Nazionale vietnamita, i sandinisti, l'ANC). L'opposizione alla guerra in Iraq non poté essere condotta in nome del regime iracheno, la cui brutalità era nota e non poteva essere oggetto di alcuna identificazione progressista. Di conseguenza queste mobilitazioni, pur imponenti per numero di partecipanti, sono state politicamente vuote, non espressero un'aspirazione al cambiamento e non costruirono un'egemonia. Il discorso sul cambiamento democratico è stato interamente abbandonato alla destra neoconservatrice americana che ha potuto appropriarsi del linguaggio della liberazione. La sinistra, nella sua opposizione puramente reattiva, ha rinunciato a elaborare una prospettiva trasformativa per l'Iraq e per il Medio Oriente.

Questa rinuncia è l'eredità di una trasformazione più profonda che Postone colloca nel passaggio tra gli anni ‘60 e ‘70. In quel periodo, di fronte alla crisi del fordismo e alla percezione che i movimenti operai tradizionali fossero ormai integrati nel sistema, una parte della Nuova Sinistra abbandonò la prospettiva della trasformazione sociale nonviolenta per abbracciare la lotta armata e la glorificazione della violenza. Questa svolta fu accompagnata da una ridefinizione della violenza stessa che venne sempre più concepita, sulla scia del pensiero di Georges Sorel, come atto purificatore di autofondazione, come rottura esistenziale con la società borghese. In questa prospettiva la violenza diventa espressione della volontà pura, atto di costituzione del soggetto come altro rispetto all'ordine esistente.

Una simile posizione nasce da un'intensa frustrazione per l'impotenza. La violenza diventa un sostituto dell'azione politica efficace, un modo per sopprimere il sentimento di impotenza invece di affrontarne le cause. Queste idee proiettano sull'individuo una caratteristica del capitale: la sua capacità di distruggere e creare continuamente. La violenza "creatrice" non fa che mimare, a livello soggettivo, la dinamica oggettiva del capitale.

Da questa analisi discende una distinzione politica fondamentale che la sinistra contemporanea tende a perdere di vista, cioè quella tra movimenti che non prendono di mira i civili e movimenti che lo fanno. Postone porta l'esempio dell'ANC sudafricano che, a metà degli anni ‘80, respinse le pressioni per lanciare una campagna terroristica contro i civili bianchi per ragioni tattiche e per un principio politico. Un movimento emancipatorio non può fare della popolazione civile il proprio bersaglio. Questa scelta esprime una visione della società futura che include la possibilità di una convivenza mentre la scelta di colpire i civili implica una logica amico/nemico che essenzializza l'avversario e preclude qualsiasi prospettiva di riconciliazione. La categoria di "resistenza", oggi così diffusa, è incapace di cogliere questa differenza. Si tratta di una categoria non dialettica che reifica il sistema dominante e insieme l'atto di opporvisi, senza interrogarsi sulle condizioni di possibilità e sulle implicazioni politiche delle diverse forme di opposizione.

Questo problema emerge bene nel posizionamento di pezzi della sinistra non irrilevanti rispetto alla natura di un’organizzazione come Hamas, in particolare dopo l’attacco terroristico del 7 ottobre. Alcuni hanno avuto il coraggio di definirlo un atto della resistenza palestinese contro l’occupazione, arrivando a paragonare i terroristi di Hamas a dei moderni partigiani. Il 7 ottobre fu un massacro sistematico di civili, come emerge bene dalle pagine del libro di Lee Yaron 10/7. Nella sua essenza è un monumento alle vittime civili. La struttura stessa del libro, che intreccia le storie di oltre cento persone, costringe il lettore a confrontarsi con la diversità e l'umanità di chi è stato ucciso o rapito. Yaron ci mostra come il massacro abbia colpito trasversalmente l'intera società israeliana. Ci sono i pacifisti di sinistra di lunga data dei kibbutz come Be'eri e Kfar Aza, i quali per anni avevano promosso la coesistenza e aiutato i palestinesi, gli abitanti di città povere come Sderot e Ofakim, molti dei quali ebrei fuggiti dai paesi arabi, i beduini del Negev fino ai lavoratori stranieri thailandesi e nepalesi, giunti in Israele per sostenere le loro famiglie. I terroristi hanno colpito anche i giovani raver del Nova Festival, in cerca di pace e amore, fino agli anziani sopravvissuti all'Olocausto, come Moshe Ridler, ucciso novantaduenne nel suo letto nel Kibbutz Holit. Questa eterogeneità delle vittime è essa stessa una prova della natura indiscriminata della violenza. Come sottolinea Yaron, non importava se si indossava la kippah o se si era atei, se si era ebrei o arabi israeliani, se si era volontari per la pace o sostenitori della destra, l'unico crimine era essere presenti, essere israeliani o semplicemente lavorare per degli israeliani.

Questa ferocia è stato un atto deliberato radicato nell’ideologia di Hamas. Il nome stesso dell’azione terroristica, Diluvio di al-Aqsa, è un codice teologico-politico. Il diluvio (toufân) è la punizione divina contro i miscredenti mentre al-Aqsa è il simbolo dell'usurpazione della terra d'Islam da parte degli ebrei. Il modello è la storica razzia del profeta Maometto contro gli ebrei dell'oasi di Khaibar nel 628 d.C., un evento di crudeltà esemplare (uomini uccisi, donne e bambini ridotti in schiavitù) che viene rievocato ritualmente. I miliziani che gridano "Khaibar, Khaibar, o ebrei, l'esercito di Maometto è tornato" sono attori di un dramma sacro che replica un mito fondativo dell'Islam. Le modalità ricalcano quel modello: l'uccisione sadica, il rapimento di donne e bambini, l'esibizione dei corpi come trofei, immortalati dalle telecamere GoPro e diffusi in rete. La violenza diventa un fine in sé, un messaggio da comunicare al mondo. 

La sinistra davanti alla Shoah

Nel primo dopoguerra, durante la fase fordista, l'interpretazione dominante del nazismo fu quella di una rivolta antimoderna, una regressione pre-moderna contro il progresso. Questo paradigma interpretativo era credibile perché la configurazione storico-sociale dell'epoca, con la sua crescita economica lineare e il controllo statale sull'economia, sembrava aver domato le forze dinamiche e distruttive del capitalismo, rendendo la storia un processo benigno e governabile. La messa tra parentesi della Shoah in questo periodo fu pressoché universale. Ad Est, l'ideologia ufficiale, sulla scia della tesi di Dimitrov, ridusse il nazismo a mero strumento del capitale contro il proletariato, liquidando l'antisemitismo come un diversivo. Le vittime ebree furono sistematicamente assimilate in categorie universalistico-astratte. A Babij Yar, dove nel 1941 furono massacrati 33.000 ebrei in due giorni, il monumento eretto nel 1976 parlò solo di "cittadini di Kiev" uccisi dagli "invasori fascisti tedeschi", il memoriale di Auschwitz del 1967 fu intitolato alle "vittime del fascismo". Anche in Occidente la specificità ebraica fu cancellata. In Francia una legge del 1948 definì il “deportato politico" in modo tale da includervi anche i bambini ebrei inviati ad Auschwitz mentre il film di Resnais Notte e nebbia del 1955, pur mostrando gli effetti personali delle vittime, non menzionò mai gli ebrei né la Shoah. Questa rimozione, per Postone, fu l'espressione di una forma di universalismo astratto che, nel tentativo di contrapporsi al nazismo, finiva paradossalmente per cancellare ancora una volta gli ebrei dalla storia, negando loro lo statuto di vittime in quanto tali. La stessa epoca vide anche una ripresa di tematiche antisemite sotto mentite spoglie, come nel processo Slánský a Praga nel 1952, dove undici dei quattordici imputati erano ebrei, accusati di cosmopolitismo e di essere agenti del sionismo o nel maccartismo negli Stati Uniti, dove l'anticomunismo assunse talvolta tinte antisemite, dimostrando come l'universalismo astratto potesse rovesciarsi nella persecuzione di una presunta cospirazione universale e astratta.

A partire dalla metà degli anni ‘60 si assiste a una svolta radicale. Con la crisi del modello fordista e l'emergere di nuovi movimenti sociali anche il discorso sulla Shoah cominciò a emergere dall'oblio. La pubblicazione di opere come L'uccello dipinto (1965) o Il Vicario (1963) segnò l'inizio di una nuova attenzione per la specificità dello sterminio. Questo cambiamento, secondo Postone, va inquadrato in una più ampia trasformazione storica che apriva, almeno in potenza, la possibilità di superare l'antinomia tra universalismo astratto e particolarismo concreto. Questa potenzialità si realizzò in modi contrastanti. Accanto a tentativi di pensare una nuova forma di universalità inclusiva della differenza molti movimenti, come certe correnti del nazionalismo nero, del femminismo radicale e dell'antimperialismo, si limitarono a riaffermare il polo del particolarismo, riproducendo di fatto l'antinomia. In quest'ultimo caso la critica all'universalismo astratto si tradusse in una celebrazione della particolarità concreta e autentica, spesso identificata con i movimenti di liberazione nazionale del Terzo Mondo. La guerra del Vietnam divenne il paradigma di questa lotta, in cui l'opposizione agli Stati Uniti era anche sostegno a un movimento (il Fronte di Liberazione Nazionale) considerato portatore di un'alternativa progressista. Con il passare degli anni e il crollo del comunismo questo antimperialismo si è svuotato di ogni contenuto progressista, trasformandosi in una pura opposizione all'egemonia statunitense in quanto tale, finendo per creare uno spazio in cui la critica dell'universale astratto si rovescia in una forma di populismo feticistico.

Postone individua in questo contesto un pericoloso ritorno di tematiche antisemite all'interno di alcuni settori della sinistra antimperialista. La dominazione astratta del capitale globale viene reificata e identificata con gli Stati Uniti e, in particolare, con Israele. Il sionismo viene sempre più spesso rappresentato come una forza mondiale malvagia e potentissima, capace di determinare persino le scelte della superpotenza americana.

Questa dinamica viene interpretata da Postone come un ritorno del rimosso, un tentativo di riseppellire la Shoah proprio mentre emergeva nella coscienza pubblica, attraverso un complesso meccanismo di rovesciamento e identificazione. Una parte della sinistra tende a identificarsi con le vittime storiche in quanto Altro mentre gli ebrei, attraverso la mediazione di Israele, vengono riassegnati al ruolo di carnefici, equiparati ai nazisti, e i palestinesi diventano i "nuovi ebrei", le vittime per eccellenza. Questo cortocircuito simbolico, che trasforma il conflitto israelo-palestinese in una riedizione della Shoah con i ruoli invertiti, rivela, per Postone, una debolezza profonda e persistente della sinistra: l'incapacità di elaborare una critica del capitalismo che vada oltre la dicotomia tra universalismo astratto e particolarismo concreto.

Queste riflessioni trovano interessanti connessioni con quanto dice Gadi Luzzatto Voghera in Antisemitismo a sinistra. Al centro della sua riflessione c’è il processo di astrazione attraverso il quale l'ebreo reale, con la sua storia complessa e la sua identità multiforme, viene progressivamente cancellato per essere sostituito da un'icona, da una figura astratta e funzionale a un determinato discorso politico. È all'interno di questo meccanismo che si colloca il nodo cruciale del rapporto tra la sinistra e lo Stato d'Israele che rappresenta per Voghera l'ultima e più pericolosa metamorfosi di questo linguaggio.

Per comprendere appieno questa trasformazione compie un lungo e necessario excursus storico. Già i pensatori socialisti del XIX secolo iniziarono a costruire un'immagine completamente astratta dell'ebreo. In un'epoca segnata dalla nascita del capitalismo moderno, un sistema economico nuovo e incomprensibile che sconvolgeva le vite dei lavoratori, l'ebreo divenne l'icona perfetta del capitalista, del banchiere avido e dello sfruttatore occulto. L'ebreo si "smaterializzava" per diventare l'archetipo del borghese parassita, un'immagine utile e comoda contro cui scagliare la propria lotta di classe ma che nulla aveva a che fare con la stragrande maggioranza degli ebrei europei, spesso poveri e proletari.

Questo processo di astrazione non si esaurì con la Shoah. Secondo Luzzatto Voghera l'indicibile tragedia dello sterminio contribuì a creare una nuova icona, quella dell'ebreo come "vittima per eccellenza". Anche in questo caso l'identificazione, pur basata su un dato storico innegabile, divenne una gabbia. L'ebreo veniva definito solo dal suo passato di persecuzione, un martire la cui complessità identitaria veniva nuovamente cancellata per essere funzionale al racconto antifascista. Era l'ebreo "dalla parte giusta" ma solo in quanto vittima, non in quanto portatore di una cultura, di una tradizione e di una volontà politica autonoma. Questa visione, seppur nata da intenti solidali, preparava il terreno a un rovesciamento speculare: se l'ebreo è solo una vittima, cosa succede quando gli ebrei, attraverso il loro Stato, diventano a loro volta attori della storia e, in un conflitto drammatico come quello mediorientale, esercitano un potere che provoca sofferenza e vittime tra i palestinesi?

È qui che scatta il meccanismo di trasformazione che Luzzatto Voghera denuncia come il cuore dell'antisemitismo di sinistra contemporaneo. La complessa e tragica realtà del conflitto israelo-palestinese viene forzata all'interno dello schema precostituito e manicheo dell'astrazione. Seguendo una logica semplicistica l'ebreo cessa di essere la vittima per diventare il "persecutore", il nuovo nazista. Questa associazione, oltre ad essere storicamente falsa, è demonizzante ed ha come risvolto svuotare di significato la memoria della Shoah e dipingere Israele come l'incarnazione del male assoluto, contro cui ogni mezzo è lecito.

A questo punto l'icona astratta dell'ebreo capitalista e quella dell'ebreo vittima si fondono in una nuova, potente figura: il sionista. Il termine passa dal definire colui che aderisce al movimento di liberazione nazionale ebraico, variegato al suo interno e comprensivo anche di correnti socialiste, a diventare un insulto, un contenitore vuoto in cui far confluire tutte le negatività del vecchio stereotipo. Il sionista è l'imperialista, il colonialista, l'oppressore, l'avamposto dell'Occidente capitalista in Medio Oriente. Questa operazione semantica, nata con le campagne staliniane degli anni ‘50 contro il sionismo, permette di continuare a utilizzare lo stesso linguaggio dell'antisemitismo classico (il complotto, il potere occulto, la disumanizzazione dell'avversario) semplicemente cambiando il nome del nemico. Non si parla più di ebrei ma di sionisti, il che consente di dichiararsi antisionisti e non antisemiti, una distinzione nella sostanza ipocrita e pericolosissima quando diventa una copertura per attaccare l'esistenza stessa dello Stato ebraico e l'identità di chi lo sostiene.

L'ultimo, inquietante, passo di questo processo di astrazione si compie dopo l'11 settembre 2001, con la saldatura delle tre figure in una triade unica: ebreo = sionista = americano. Questo cortocircuito è diventato un luogo comune in alcuni settori della sinistra che adottano un linguaggio in cui Israele è visto come una superpotenza globale che controlla l'America attraverso neocons ebrei, una lobby trasversale e un Mossad onnipresente. Per Luzzatto Voghera è il trionfo dell'astrazione. L'ebreo reale è completamente scomparso, sostituito da un'entità occulta e onnipotente che manovra le sorti del pianeta, un'immagine che riecheggia in modo agghiacciante i Protocolli dei Savi di Sion, il più famoso falso antisemita della storia. Siamo davanti alla riproposizione del mito del complotto ebraico mondiale, l'idea che un gruppo ristretto e oscuro di "ebrei-sionisti" controlli i governi, l'economia e i media per i propri fini di dominio.

Questa deriva non aiuta neanche i palestinesi. Li trasforma in un'icona funzionale alla propria battaglia ideologica, quella del buon selvaggio oppresso che non ha bisogno di essere compreso nella sua complessità ma solo di essere difeso contro un nemico assoluto. In questo modo la sinistra si preclude la possibilità di contribuire concretamente a una soluzione del conflitto basata sulla conoscenza della realtà e non sulla sua mistificazione, sulla complessità e non sul manicheismo, sulla pace e non sulla demonizzazione dell'avversario. Viene adottato un codice linguistico che, storicamente, è sempre stato il veicolo dell'odio antiebraico.

Tornando a Postone, possiamo concludere che una sinistra che rimane prigioniera di visioni feticistiche che reificano il capitale in potenze nemiche concrete (gli Stati Uniti, Israele) finisce per riproporre, suo malgrado, gli stessi schemi di pensiero dell'anticapitalismo reazionario, di cui l'antisemitismo rappresenta la forma storica più compiuta e letale. La questione dell'antisemitismo diventa così un rivelatore decisivo della capacità della sinistra di superare le antinomie della modernità capitalistica e di costruire una critica autenticamente emancipatrice.