E-work, taylorismo digitale e lavoro implicito
Nel lontano 2005 Sergio Bellucci scriveva E-work. Lavoro, rete, innovazione. Nel libro sosteneva che l'ubiquità tecnologica del digitale rappresenta il nuovo paradigma che sta ridefinendo la condizione umana dopo anni in cui la trasformazione era stata solo annunciata. L'impatto delle tecniche digitali è talmente pervasivo da modificare la stessa dimensione umana, passando da una somministrazione iniziale riservata agli adepti della nascente "religione informatica" a dosi massicce iniettate nel cuore della collettività. La loro applicazione ai contesti più svariati consente un'espansione del dominio ben oltre i confini delle tecnologie precedenti, investendo merci, apparati produttivi, mezzi di comunicazione, sistemi di controllo, armi, entità mediologiche e relazioni umane.
L'imponenza di questi processi coinvolge ogni individuo, sia esso alfabetizzato tecnologicamente o escluso attraverso il cosiddetto digital divide, trasformando ciascuno da passivo recettore del cambiamento ad attore protagonista della sua accelerazione, spesso in modo inconsapevole. Basti pensare alle trasformazioni di merci tradizionali come l'automobile e il quotidiano. L'auto odierna è satura di tecnologia digitale in ogni componente, dal motore all'impianto frenante, dai sistemi di sicurezza alla navigazione, mentre il giornale cartaceo è il risultato di una miriade di tecnologie digitali che hanno ridefinito la produzione, dall'uso di fonti digitali ai cicli di lavorazione completamente informatizzati, eliminando molte vecchie professionalità.
Anche il ruolo dell'uomo nella sfera naturale muta profondamente. Non esiste luogo dell'agire umano che risulti immune da questo processo di mutazione: dal lavoro all'intrattenimento, dalla casa agli oggetti di consumo, dai processi formativi alle forme comunicative, fino alle stesse progettazioni della vita. Le coordinate spazio-temporali del vissuto umano sembrano travolte da una variazione dimensionale. La quantità e la velocità delle informazioni disponibili rendono impenetrabile l'infinito intreccio delle relazioni che compongono l'evento che può essere sì mostrato ma difficilmente spiegato. Questa consapevolezza della parzialità del racconto, esplosa a livello di massa, legittima letture soggettive che inficiano le letture condivise degli accadimenti, traslando gli eventi dalla storia alla cronaca. La cronaca stessa viene trasformata in un elemento isolato e isolabile dal suo contesto, diventando una merce vendibile sul mercato dell'informazione, valida solo se in presa diretta, senza necessità di nessi e attualità correlate, negando i nessi sociali del prima e del dopo. In questa ricerca della diretta, la televisione è giunta a dover re-inventare una realtà sfruttabile, come nei Reality Show, mentre le nostre città sono sempre più invase da occhi elettronici che memorizzano permanentemente il territorio, con il nostro consenso implicito.
I tempi dei cambiamenti si abbreviano al punto da imporre uno slittamento dalla dimensione del tempo della comprensione a quella del tempo dell'intuizione, aprendo le porte alle pulsioni e alle paure più profonde. Avanzano le strutture unidimensionali di un tempo sociale dove l'unica prospettiva disponibile è quella di un domani prossimo che sfugge alla condizione reale, alludendo ad una idea potenziale di vita che l'individuo percepisce non gli sarà concessa. Come affermava Romano Luperini, interrompere la memoria significa sbarrare la strada del futuro e la distruzione del passato è il presupposto dell'abolizione del futuro, in una società dove l'unica prospettiva è il presente. Questa capacità di contenere il mutamento sociale, come ipotizzato da Marcuse, è forse il successo più caratteristico della società industriale avanzata, dove il progresso tecnico crea forme di vita e di potere che appaiono conciliare le forze che si oppongono al sistema.
La realtà sociale dell'occidente capitalistico mantiene la continuità del dominio dell'uomo sull'uomo, trasformando la dipendenza personale in dipendenza dall'ordine oggettivo delle cose. Il nodo centrale risiede nel rapporto tra accettazione delle strutture sociali e i benefici attesi. Langdon Winner, con i suoi tre paradossi dell'età dell'informazione, evidenzia il paradosso dell'intelligenza tramite il divario crescente tra potenzialità tecnoscientifiche e scadimento della formazione culturale, il paradosso dello spazio vitale, con la riduzione degli spazi esterni a quelli invasi dalle reti di comunicazione, e il paradosso della democrazia elettronica, con la crisi delle aspettative di riforma della partecipazione.
L'affermarsi delle tecniche di digitalizzazione configura profondamente le trasformazioni del rapporto tra sapere e potere, tra consapevolezza individuale e rappresentazione sociale, ridefinendo il legame tra individui e istituzioni. Emergono nuove organizzazioni portatrici di senso che si affiancano a quelle storiche, modificando le percezioni d'appartenenza, come quelle di classe. La dimensione collettiva riemerge attraverso frammenti di discorso sociale, con avversari che divengono nemici, procurando una miopia sociale che nasconde la complessità.
Le nuove tecnologie digitali creano nuovi modelli di relazioni e sistemi d'aggregazione. Le comunità virtuali devono essere intese in forma integrata con quelle reali. Siamo in presenza di quella che potremmo definire una realtà aumentata, arricchita da un di più di relazione reso disponibile dalle comunicazioni digitalizzate. Questa nuova struttura relazionale ha sempre dietro una transazione economica: il mantenimento del legame con la propria sfera di relazioni assume un valore economico crescente e il senso d'appartenenza viene trattato come una merce nel capitalismo della conoscenza che produce mercificazione delle percezioni sensoriali e ricostruzioni di comunità gestibili economicamente, come nel caso del tifo calcistico.
La rivoluzione digitale sta ridisegnando la condizione umana e l'informatizzazione si stratifica sulle infrastrutture socio-cognitive pre-esistenti, investendo e ripensando tutte le forme comunicative create nella storia. Nella sfera produttiva l'ingresso delle tecnologie digitali ha determinato l'estrapolazione più intensa della logica tayloristica, portando al taylorismo digitale dove la parcellizzazione della cooperazione e del controllo assumono nuove forme attraverso la loro oggettivazione nei software e nella logica della rete. Il modello a rete diventa il nuovo fattore di socializzazione, ridefinendo l'intero corpo delle relazioni umane attraverso la logica frattale, determinando nuovi rapporti e forme di inclusione ed esclusione.
L'onnivoracità del processo connesso all'avvento del digitale risiede nelle sue stesse basi costitutive, dall'algebra di Boole fondata su congiunzione, disgiunzione e negazione, al cognitivismo con conferma, negazione e disconoscimento. Per queste ragioni la digitalizzazione e i processi di mutazione che determina vanno messi sotto osservazione dalle forze critiche, rilanciando l'idea di un forte lavoro di inchiesta che superi l'errore di analizzare il fenomeno per parti separate. Si è assistito a una scarsa analisi delle interconnessioni tra la diffusione delle tecnologie nelle giovani generazioni, le nuove forme comunicative, la digitalizzazione del processo produttivo e l'allocazione nei settori ad alto tasso di conflitto sociale. Questo approccio settoriale ha prodotto un ritardo nella comprensione della qualità del fenomeno e delle trasformazioni della percezione individuale.
Un elemento cruciale è l'automazione ricorsiva, ovvero la ripetuta applicazione di tecnologie dell'automazione a se stesse, che genera incrementi di produttività di grandezza doppia, tripla o quadrupla rispetto al passato, arrivando in molti settori al 10 o 15% annuo. Questo fenomeno rende inimmaginabile l'esistenza di mercati in grado di espandersi con ritmi così sostenuti e produce una disoccupazione strutturale, investendo tutti i paesi industrializzati.
La digitalizzazione, fondata sul linguaggio binario di 0 e 1, ripropone un dualismo che permea la percezione della realtà, evocando la profezia galileiana di un linguaggio universale matematico. Questa struttura, erede dell'algebra booleana, semplifica la complessità in opposizioni binarie (acceso/spento, bianco/nero) e sfuma i confini tradizionali come quello tra mente e corpo, naturale e artificiale, creando nuove forme di interazione uomo-macchina. Il pericolo insito in questa pervasiva logica digitale, che avvolge simultaneamente ogni cultura, è l'omologazione del senso logico fondante la vita, marginalizzando altre logiche possibili. Come spiega Achille Varzi, la validità di un'argomentazione dipende dal modello di mondo possibile in cui si inscrive. La logica digitale tende a imporre il proprio modello, rendendo necessario uno sforzo per scardinare questo approccio e preservare spazi per logiche alternative. George Boole, con la sua algebra, ha di fatto matematizzato la dialettica hegeliana (tesi, antitesi, sintesi) traducendola in operazioni logiche fondamentali come congiunzione, disgiunzione e negazione, costruendo un universo matematico parallelo a quello numerico basato su due soli elementi antagonisti. Questa semplificazione linguistica innerva l'immaginario collettivo, favorendo schemi bipolari nella comunicazione e nella politica, come dimostrato dalla teoria della spirale del silenzio di Noelle-Neumann o dalla retorica contrapposta di Impero del Bene vs Impero del Male emersa dopo l'11 settembre che costringono a posizioni di consenso o rifiuto senza sfumature.
La qualità della tecnologia digitale, come già intuito da Marx e sottolineato da Schumpeter con la teoria dei cicli economici, segna profondamente il modello di sviluppo. La sua specificità risiede nella duplice natura di macchina tecnologica (hardware) e, soprattutto, di macchina matematica, il cui cuore è il concetto astratto della Macchina di Turing. Quest'ultima, nata per risolvere problemi complessi traducendoli in algoritmi (insiemi finiti di istruzioni), costituisce il fondamento logico-culturale del digitale. La sua potenza risiede nella capacità di simulare la realtà attraverso il dilemma del come se (as if), un'approssimazione razionale che diventa la struttura portante della conoscenza. Questa logica si concretizza nell'interfaccia, un confine apparentemente neutro ma in cui è il corpo umano a doversi adattare ai limiti e alla razionalità dell'apparato matematico, in un processo di riduzione della complessità del reale analogo a quello operato dai nostri sensi ma imposto dall'esterno. L'impatto è così profondo che il computer diviene la tecnologia di definizione della nostra epoca, così come l'orologio lo fu per l'era industriale. Se nell'era meccanica l'uomo pensava sé stesso come un insieme di ingranaggi, in quella digitale si percepisce come un computer biologico, un hardware dotato di software culturali che elaborano informazioni provenienti dall'ambiente. Questa rottura epistemologica si riflette nella nascita di nuove discipline come il cognitivismo. Watzlawick, nella sua pragmatica della comunicazione umana, propone una triade relazionale (conferma, negazione, disconoscimento) che ricalca fedelmente lo schema booleano, dimostrando come la logica binaria si insinui nella comprensione stessa dello scambio comunicativo umano.
Le caratteristiche intrinseche della macchina digitale hanno permeato l'intero tessuto sociale ed economico, definendo la qualità del capitalismo contemporaneo. La flessibilità di programmazione, nata con il Personal Computer e la sua capacità di essere istruito per compiti diversi, ha rivoluzionato gli apparati produttivi. L'accelerazione della velocità di calcolo e di elaborazione ha superato la capacità percettiva umana, rendendo obsolete conoscenze e mode a un ritmo tale da fondare la stessa condizione postmoderna. La riduzione dei costi di calcolo, sintetizzata dalla Legge di Moore secondo cui la capacità di calcolo a parità di costo raddoppia annualmente, ha democratizzato l'accesso alla potenza computazionale, imponendo al contempo cicli di obsolescenza programmata. La miniaturizzazione, ovvero la riduzione dei volumi a parità di potenza (downsizing), ha moltiplicato l'ubiquità e il controllo degli apparati. L'interconnessione tra macchine diverse e l'interoperabilità dei software hanno creato un sistema integrato e potenzialmente universale. Queste sei caratteristiche (flessibilità, accelerazione, riduzione dei costi, miniaturizzazione, interconnessione e interoperabilità) sono divenute i paradigmi stessi del modello produttivo globalizzato, dalla riorganizzazione aziendale in strutture a rete alla delocalizzazione, fino alla richiesta di flessibilità totale nel mondo del lavoro. Quest'ultimo, inteso come attività sociale primaria, è stato investito da una trasformazione radicale che ha portato alla destrutturazione del modello fordista e all'emergere di forme contrattuali atipiche e intermittenti. Di fronte a questo scenario la semplice resistenza al cambiamento appare insufficiente, così come appare inadeguata una rincorsa alla flessibilità priva di un progetto sociale e politico capace di governare i costi umani di questa transizione epocale, evitando che l'anima digitale del nuovo mondo si traduca in una mera estensione della precarietà.
Inizialmente, con la macchina a vapore e per tutto l'Ottocento, la tecnologia potenziò le capacità manuali dell'operaio, diventando una sua qualità intrinseca. Lo stesso Marx, per comprendere questo impatto, frequentò corsi per operai, riconoscendo la difficoltà di tradurre le leggi matematiche nella "più semplice realtà tecnica" che richiede intuizione. Con il fordismo-taylorismo si passò a una razionalizzazione scientifica del saper fare, parcellizzando il ciclo produttivo in moduli ripetitivi, ma la macchina rimaneva comunque uno strumento nelle mani dell'operaio.
Il salto paradigmatico introdotto dalle tecnologie digitali è radicalmente diverso poiché inglobano al loro interno l'intelligenza lavorativa. Questo processo porta a compimento l'intuizione marxiana della sussunzione, dematerializzando intere figure professionali e assorbendole nel sistema macchinico digitale. Il lavoro vivo in carne e ossa diminuisce nel prodotto finito mentre aumenta il lavoro vivo dematerializzato inglobato nel software. L'operaio diviene sempre più un'appendice della macchina e il suo saper fare si trasforma nell'interazione con uno schermo.
Bellucci introduce quindi il concetto chiave di taylorismo digitale o taylorismo digitalizzato, sostenendo che la triade tayloristica classica (parcellizzazione, cooperazione e controllo) ha incontrato la triade booleana (quella della logica binaria dei computer), uscendone stravolta, riconfermata e potentemente estesa. La globalizzazione viene vista come il processo che generalizza questo nuovo paradigma produttivo.
Analizzando la parcellizzazione si osserva come il digitale permetta di spezzettare il ciclo produttivo a livello globale (de-spazializzazione), mantenendo saldo il potere gestionale al centro. L'outsourcing e la flessibilità per il singolo lavoratore diventano possibili e vengono presentati come una cornice logica e ineluttabile, rafforzata anche dalle reti di relazioni personali e professionali che, da elemento sociale, vengono sussunte nei software di gestione, diventando un discorso ambientale che sfugge alla critica.
Quanto alla cooperazione, essa viene oggettivata e sussunta direttamente nella logica dei software e del protocollo di rete (TCP/IP). Lavorare con un computer significa accettare la sua logica di funzionamento, scandita dal clock del processore. Nell'era meccanica una macchina più complessa richiedeva maggiore professionalità, oggi un computer più potente, avendo sussunto più funzioni, richiede una minore professionalità specifica per le singole mansioni.
Sul fronte del controllo viene realizzata la metafora del Panopticon di Bentham, ripresa da Foucault. I meccanismi di controllo vengono incorporati nella tecnologia stessa, come teorizzato da Joan Woodward già negli anni '60. Bellucci evidenzia una contraddizione fondamentale con lo Statuto dei Lavoratori (legge 300/70) che vietava il controllo a distanza dei dipendenti. Oggi, invece, il lavoro lascia tracce digitali ovunque (nei computer, nelle reti aziendali) che permettono un monitoraggio pervasivo e costante, senza alcuna tutela sindacale. L'isolamento davanti al PC impedisce lo sviluppo di contatti sociali e relazioni faccia a faccia, rafforzando l'individualismo e rendendo il soggetto più docile e controllabile, analogamente al detenuto nel Panopticon.
Fondamentale è anche il concetto di lavoro implicito. Il digitale estende la sfera produttiva ai consumatori. Attraverso meccanismi come i centralini telefonici automatizzati, l'home banking, l'acquisto di biglietti online, l'utente svolge gratuitamente (e spesso a proprie spese, pagando la connessione) mansioni che un tempo erano retribuite. Questa nuova forma di lavoro trasforma il consumo in un'attività produttiva e il consumatore in un prosumer. Una fetta del lavoro necessario viene così resa gratuita per l'azienda e a pagamento per chi la presta.
Bellucci sostiene che stiamo assistendo a un tentativo di rendere il meccanismo produttivo sempre più "oggettivo" per combattere l'insubordinazione dei lavoratori, estendendo il controllo fisico e psichico all'intera vita della coppia lavoratore-consumatore. Il controllo, smaterializzato e oggettivato nella macchina, diventa più efficiente e più accettabile perché non appare più come umano.
Per comprendere la natura del cambiamento introdotto dal digitale è necessario rifiutare analisi astratte e parziali che separano la tecnologia dalla sfera sociale, lavorativa e comunicativa in cui è immersa. L’ubiquità del digitale rischia di offuscare il centro motore della trasformazione, un centro poliforme che emerge dall’interazione tra luogo produttivo, relazioni sociali e percezione di sé. La comunicazione faccia a faccia favorisce la cooperazione ma inibisce la risoluzione di problemi complessi mentre quella mediata da computer, sebbene induca comportamenti opportunistici che minano la cooperazione, si rivela più efficace nell’affrontare problemi complessi. Questo perché la comunicazione elettronica rompe due regole ancestrali della conversazione: la regola dell'alternanza (i messaggi si sovrappongono) e la regola della coerenza (l'assenza di reazioni immediate permette di cambiare argomento senza timore di essere giudicati). Ne consegue una maggiore democrazia percepita, come teorizzato da Sproull e Kiesler, poiché si attenuano le differenze di status e le prime proposte perdono la loro consueta influenza. Bellucci cita uno di Weisband e Dubrovsky il quale conferma che, mentre nei gruppi faccia a faccia le prime proposte hanno più probabilità di essere realizzate, in quelli elettronici la priorità si indebolisce a favore di una maggiore orizzontalità. Ciò porta a sondare un numero più ampio di possibilità e a ridisegnare il concetto di leadership che si manifesta nella struttura stessa del processo.
Questa trasformazione delle interazioni si innesta in una più ampia rivoluzione linguistica: l'avvento dell'ipermedia. Francesco Antinucci definisce l'ipermedia come una "nuova specie" in cui le parti si moltiplicano, creando una struttura comunicativa che aderisce più facilmente alla natura fisiologica del cervello umano e alla sua Grammatica Universale, come teorizzato da Steve Pinker. Questa nuova struttura linguistica è interpretata come una transizione forte, paragonabile all'avvento del linguaggio o della scrittura, che dà vita a veri e propri sistemi complessi adattativi. Essi, come teorizzato dall'Istituto di Santa Fé, afferrano la realtà sia dall'alto (decisioni economiche e politiche) che dal basso (resistenze individuali), autorganizzandosi. Bellucci vede nel movimento dei movimenti (il Popolo di Seattle) la prima manifestazione politico-sociale di questa logica a rete, un soggetto reticolare e policentrico reso possibile dall'uso di strumenti comunicativi efficaci e sostanzialmente privi di costi. Si passa così dall'idea di equilibrio statico a quella di un equilibrio di movimento, in cui le forme relazionali sono costantemente rinegoziate.
A livello produttivo il digitale introduce una mutazione profonda nel sistema macchinico, ridefinendo la tripartizione marxiana di macchina motrice, meccanismo di trasmissione e macchina utensile. Nella produzione immateriale la macchina motrice si compone di fattori nuovi. Accanto alla struttura classica che trasforma energia si affianca una macchina motrice cognitiva che risiede nel corpo sociale e nell'utilizzatore, producendo senso e conoscenza come forza motrice. Il meccanismo di trasmissione diventa l'intera infrastruttura comunicativa (telefonia mobile, internet, tv) che permea la vita quotidiana, mercificando lo scambio informativo. La macchina utensile non ha più limiti sensoriali organici. Il linguaggio diviene direttamente fattore produttivo. Bellucci richiama Marx dai Grundrisse per ricordare che la macchina non crea valore da sé ma aumenta il pluslavoro. Questo meccanismo ora si estende. Un immenso lavoro sociale e cognitivo, non retribuito, viene sussunto nel ciclo produttivo. Sulla scia delle intuizioni di Ferruccio Rossi-Landi degli anni '60, che già individuava omologie tra produzione linguistica e materiale, si osserva come il tempo libero, gli atti di consumo e le scelte individuali vengano trasformati in informazioni che producono plusvalore, ad esempio attraverso la vendita di profili di consumo. La fabbrica, come relazione sociale specifica, si estende così all'intero pianeta, "dissolvendosi" apparentemente ma inglobando tutte le sfere della vita nella produzione di senso che diventa essa stessa un mercato.
Questa doppia destrutturazione, delle forme del lavoro e dei linguaggi per descriverlo, ha lacerato il tessuto sociale fordista. Se nei decenni ’50-’70 la chiara dicotomia tra capitale e lavoro produceva un senso comune e una cultura autonoma del lavoro, capace di conflitto e di proposta politica, a partire dagli anni ’80 l'introduzione delle tecnologie digitali ha spiazzato questa percezione. La condizione lavorativa e la stessa finalità del fare sono mutate, portando ad una perdita di autonomia culturale del mondo del lavoro. Le nuove filosofie aziendali, come la qualità totale, hanno "imbrigliato" il saper fare operaio. Le forme del funzionamento produttivo sono percepite come "naturali", anche se non condivise, segnando una vittoria egemonica del modello capitalistico, analogamente a quanto Gramsci disse per il fordismo inteso come il più grande sforzo collettivo per creare un "nuovo tipo di uomo". A differenza dell'epoca gramsciana la pervasività del modello è amplificata dall'integrazione con i media commerciali e dalla rivoluzione informatica che rende possibile una scomposizione e riproducibilità seriale dell'atto comunicativo stesso. Ne consegue un'esplosione di senso: l'individuo, di fronte alla miriade di frammenti informativi, crede di poterli ricomporre autonomamente, generando interpretazioni personali e potenzialmente divergenti.
In questo stadio avanzato il capitale investe l'intero spettro della vita umana con l'obiettivo di rendere produttivo di pluslavoro ogni singolo gesto, relazione e pensiero. Diventa cruciale indagare il ruolo del "senso" in questa nuova struttura. La fabbrica capitalistica della conoscenza diventa il cuore dell'impresa, una rete di rapporti intersoggettivi dedicati alla produzione e circolazione del sapere, necessario per valorizzare qualsiasi tipo di capitale, a prescindere dalla merce prodotta. Per farlo il capitale deve trasformare la conoscenza, renderla astratta, misurabile e accumulabile, seguendo un percorso in cui le innovazioni tecnologiche (alfabeto, tipografia, televisione, digitalizzazione) plasmano profondamente l'uomo e la società, creando rispettivamente l'uomo alfabetizzato, tipografico, televisivo e infine digitalizzato.
Questa nuova fase è caratterizzata da una gigantesca esplosione della conoscenza disponibile che diventa una materia prima inesauribile. A differenza delle risorse materiali, il capitale, riproducendosi, non consuma conoscenza ma ne produce in quantità sempre maggiore, aggiungendo racconto a racconto. Questo processo estende il controllo mercantile sulla conoscenza, imbrigliandola in nuove contraddizioni, come nel caso della proprietà intellettuale. Emblematica è la contrapposizione tra il modello proprietario di Microsoft e il mondo dell'open source, esemplificato da Linux. Quest'ultimo si fonda sul principio che nessuna azienda possa possedere il linguaggio di comunicazione, promuovendo la libertà di utilizzo e scambio. Nonostante la sua natura non proprietaria, l'open source non esclude la commercializzazione, generando un indotto di merci immateriali e materiali. La sua rilevanza economica è dimostrata da scelte strategiche di colossi come IBM, che nel 2001 annunciò un investimento di un miliardo di dollari su Linux, e Apple che basò il suo sistema operativo Mac OS X su kernel FreeBSD, dimostrando come dietro il mondo open source si celi un capitale superiore al Pil di molte piccole nazioni. L'obiettivo è sviluppare una nuova critica dell'economia politica per l'era digitale, capace di svelare la forma-senso così come Marx aveva svelato la forma-valore nella merce.
Al centro di questa nuova fase si colloca l'industria della produzione di senso che rappresenta una novità qualitativa rispetto al passato. Se in ogni epoca le attività umane hanno prodotto senso, oggi questo avviene come business strutturato, come attività imprenditoriale finalizzata all'estrazione di plusvalore. La produzione di consenso sociale diventa quasi un sottoprodotto secondario rispetto all'obiettivo primario di valorizzare il capitale modificando comportamenti, idee e coscienze. La vera novità risiede nell'autonomizzazione e nell'esternalizzazione delle strutture che formano la coscienza, spinte dalla logica della concorrenza e da velocità comunicative inedite. Questa industria del senso permea logiche, linguaggi e modelli organizzativi dell’industria materiale, modificando le merci stesse e producendone di nuove, immateriali. Il suo ciclo produttivo è profondamente diverso da quello materiale e si basa su un continuo interscambio con il corpo sociale.
Infatti il ciclo produttivo immateriale attinge a piene mani da quella che viene definita una miniera inesauribile: l'intera produzione culturale e intellettuale umana che viene saccheggiata, mixata e ricodificata per produrre nuove merci di senso. La materia prima risiede nel corpo sociale stesso, nella conoscenza diffusa e distribuita, nel bagaglio culturale di un territorio che diventa sia la fonte primaria per nuove idee che il mercato di riferimento per il loro consumo. La caratteristica più peculiare di questa economia è che la merce immateriale, a differenza di quella materiale, non si consuma né deperisce con l'uso. Il consumatore, interpretando il messaggio, genera nuovo senso che sedimenta nella società, arricchendo la miniera a disposizione dell'industria. In questo ciclo figure tradizionali come l'intellettuale o l'artista si trasformano in una sorta di "materia prima intelligente" e la loro produzione è spesso soggetta a forme di auto-adattamento alle esigenze del ciclo produttivo che è anche un ciclo di produzione di consenso al consumo e al modello sociale.
Analizzando il ciclo produttivo e di consumo emerge come la produzione di comunicazione non sia circoscrivibile alla sola azienda emittente. Si tratta di un processo biunivoco con il territorio-mondo. Il ciclo inizia e finisce nel corpo sociale, in una spirale continua. Si possono distinguere tre figure produttive ideali: il consumatore-miniera, che sedimenta in sé i sensi interpretati nel corso della vita, l'operatore della comunicazione che attinge a questo bagaglio e lo trasforma in merce-informazione e il consumatore-interprete che, investito dal nuovo messaggio, rielabora un senso soggettivo, depositando nuova materia prima. È fondamentale notare che, di queste tre figure, solo all'operatore della comunicazione viene riconosciuto e retribuito il lavoro. Il lavoro di interpretazione e produzione di nuovo senso da parte dei consumatori, che è parte integrante e indispensabile del ciclo, viene invece completamente espropriato e non retribuito.
Bellucci evidenzia un profondo ritardo del pensiero critico e delle organizzazioni tradizionali nel comprendere la portata di questi cambiamenti, un ritardo che ha reso ancora più egemonica la capacità innovativa del capitale. Questo ha portato a uno smarrimento teorico e a una difficoltà nell'opporsi alla totale sussunzione delle nuove tecnologie al profitto, accettando il nuovo modello produttivo come unica possibilità. Per questo propone il concetto di e-works come alternativa a quello di telelavoro. Quest'ultimo, con il suo prefisso "tele", implicherebbe una subalternità culturale, accettando acriticamente la smaterializzazione del lavoro. E-works, invece, mira a fotografare la tendenza alla digitalizzazione e a captare le nuove dinamiche di conflitto che essa genera, per socializzare la nuova condizione lavorativa e riaprire terreni di conflitto sociale.
A partire dagli anni ‘80 il lavoro classico ha subito una sorta di smaterializzazione coatta mentre nuove attività lavorative sono emerse dalla trasformazione di relazioni umane un tempo esterne al ciclo produttivo. Le nuove tecnologie digitali hanno accelerato questa trasformazione, ridefinendo il luogo e la natura del lavoro. Sebbene lo sfruttamento capitale-lavoro rimanga invariato nella sua essenza teorica, il nuovo lavoro stravolge le vecchie letture, generando forme inedite di alienazione. Il lavoratore è portato a percepirsi come un residuo imperfetto di un processo che tenderebbe all'automazione. Questa ridefinizione della percezione sociale del lavoro ha creato un nuovo senso comune in cui l'azienda diventa il principale mediatore sociale e il lavoratore si percepisce come imprenditore di se stesso. La pervasività del digitale, con strumenti come il PC, tende a omologare verso il basso l'intelligenza lavorativa, rendendo il lavoro più banale e standardizzato, portando a casi estremi come l'equiparazione legislativa, avvenuta in Italia nel 1999, del lavoro intellettuale di una macchina a quello di un autore. Il ciclo produttivo si estende fino a includere aspetti prima immateriali della vita, trasformando la società in un organismo in cui il lavoro appare sempre più alienato e parcellizzato.
L'avvento di Internet e del protocollo TCP/IP ha rappresentato la svolta definitiva, connettendo i computer in un'unica rete e generalizzando le possibilità di scambio. Si è aperta una fase immaginativa senza precedenti, in cui si profilava l'idea di un'impresa virtuale, automatizzata e connessa a monte e a valle, con il consumatore come input produttivo attraverso l'e-commerce. La logica della rete, con i suoi principi di connessione, molteplicità e rottura, ha iniziato a permeare il modello produttivo, proponendo un'idea di lavoro e di vita con un apparente maggiore tasso di autonomia ma in realtà funzionale a una più profonda pervasività del capitale. Bellucci sottolinea come sia un errore definire questa fase come post-industriale o post-fordista, così come sarebbe stato sbagliato definire il fordismo come post-manifatturiero. Si tratta di un nuovo paradigma qualitativo. La crisi del fordismo fu determinata sia dall'intensità delle lotte operaie, che arrivarono a mettere in discussione il modello organizzativo stesso, sia dall'asse decentramento-nuove tecnologie. Il capitale, grazie alle nuove tecnologie, riuscì ad aggirare l'accerchiamento operaio e a rompere l'equilibrio socialdemocratico, aprendo la strada alla nuova fase.
Di fronte a questo scenario Bellucci lancia un appello per una nuova forma di inchiesta, un nuovo lavoro di comprensione dei fenomeni che sappia avvalersi di strumenti critici adeguati alla complessità del presente. Ispirandosi all'inchiesta operaia, questa nuova indagine deve saper esplorare il legame tra informazioni, valori e comportamenti del lavoratore nell'era digitale, tenendo conto delle acquisizioni scientifiche più avanzate, come quelle della cibernetica e dell'epistemologia costruttivista che insegnano come l'osservatore interagisca con il sistema osservato. L'obiettivo è indagare come le reti informatiche hanno influenzato la natura del lavoro, le relazioni gerarchiche e l'organizzazione produttiva, per uscire dalla subalternità culturale che ha reso finora ininfluenti i conflitti su questi nuovi terreni. Solo ricostruendo una nuova centralità sociale del lavoro e del linguaggio, in un rapporto armonico con l'ambiente, si potrà restituire all'uomo un ruolo centrale nella storia, contrastando l'ipotesi della sua fine e costruendo una parzialità necessaria per un futuro sostenibile.
Le riflessioni del secondo libro
A distanza di molti anni da E-work. Lavoro, rete, innovazione Bellucci si propone di raccogliere riflessioni sulla condizione e le tendenze del lavoro, dopo la prima fase di diffusione del digitale nella produzione, nel libro collettivo Ai-work. La digitalizzazione del lavoro in cui è contenuto il suo saggio Ai-work. Il lavoro dopo il digitale. L’analisi, iniziata prima della crisi pandemica del Covid-19, si conclude con la fase iniziale della crisi stessa, caratterizzata dallo shock emotivo del contagio, dalle chiusure imposte per fermare i contagi e dai primi interrogativi sul da farsi. Tali riflessioni risultano cruciali per comprendere sia i processi preesistenti, sia ciò che si sta preparando per il futuro poiché molte delle novità organizzative del lavoro, accelerate e rese visibili durante la pandemia, erano in realtà già in atto da tempo. L'obiettivo è comprendere il senso complessivo dei processi in corso e orientarne gli esiti verso una liberazione della vita umana dai meccanismi di sfruttamento e alienazione, rendendo compatibile la presenza dell'umanità con i cicli vitali del pianeta.
Ormai oltre vent’anni fa ha preso piede un processo rapido ed esponenziale di matematizzazione del reale, capace di ridefinire le forme del lavoro, delle relazioni sociali e ambiti un tempo impensati come l'evoluzione della specie umana. Questo processo mira alla costruzione di un vero e proprio "gemello digitale del reale" in grado di intervenire nella produzione, distribuzione e consumo, aprendo la strada ad ambiti di vita virtualizzati. Produzione, lavoro, relazioni e capacità di intervento umano sembrano dilatarsi e accelerare, costituendo un confine al contempo esteso e invalicabile. Emerge una nuova sfera info-cognitiva, una cornice di senso che travolge forme sociali, produttive, istituzioni politiche e interpretazioni del mondo. Questa tendenza, già annunciata dagli osservatori economici, è stata drammaticamente accelerata dalla crisi pandemica, azzerando resistenze e consuetudini consolidate.
Già in E-work Bellucci definiva questa realtà come l'ubiquità del digitale, una qualità spesso fraintesa, vista come una semplice stratificazione tecnologica su un assetto di vita immutato o come una fase tecnologica come altre. Pochi compresero la differenza fondamentale tra le tecnologie del passato, che moltiplicavano il fare delle mani, e quelle digitali, capaci di moltiplicare anche l'attività del nostro cervello. A questa ubiquità si somma una velocità caratterizzata dalla logica esponenziale. Questo mix qualitativo produce un inedito conflitto per il controllo futuro della società. I vecchi poteri della finanza e dell'industria classica con le loro istituzioni collidono con le grandi Corporation Digitali (gli OTT come Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft e il loro "esercito" produttivo), guidate dalle logiche della tecno-scienza e difficilmente regolamentabili con le forme decisionali del passato. Le une e le altre dialogano e si scontrano, come sempre accade nelle grandi fasi di transizione, con interessi trasversali e divergenze strategiche.
La società contemporanea appare divisa in due grandi schieramenti: il primo, composto da chi è nato prima dell'avvento del digitale, fatica a comprenderne il senso qualitativo e tende a ricondurre i processi agli schemi precedenti, il secondo, nato dopo l'affermazione del digitale, ne assorbe acriticamente la logica e la potenza, appiattendosi sulla sfera di vita che le tecnologie propongono. Manca una lettura critica che non sottovaluti né si appiattisca, mantenendo salda la prospettiva del superamento della società basata sullo sfruttamento del lavoro salariato verso una società dei liberi produttori associati. L'accettazione del digitale avviene quindi o per incomprensione della sua portata qualitativa o per scambio del suo paradigma come ambiente "naturale" dell'umano.
La maggior parte delle persone, quando pensa al digitale, si limita a considerare l'uso dello smartphone o le ultime applicazioni, senza accorgersi del passaggio di potenza che ha investito il fare umano quotidiano. Un esempio è la ricerca genetica. Solo pochi decenni fa non conoscevamo l'esistenza del DNA. Oggi, grazie alle strumentazioni abilitate dal digitale, si registrano interventi sul codice genetico di embrioni umani in grado di modificare permanentemente il percorso evolutivo dell'individuo e della sua discendenza. Le cronache del 2019 riportano la nascita di almeno tre individui geneticamente modificati per resistere alle infezioni da HIV. Il medico che realizzò l'intervento ha ricevuto una condanna lieve rispetto alla portata storica dell'evento che sembra essere solo il prodromo di una rivoluzione ben più ampia. È facile prevedere come, in un futuro prossimo, un'azienda biotech potrebbe offrire la possibilità di rendere il DNA immune al Covid-19 o ad altre malattie oppure di modificarlo per ridurre il bisogno di sonno, potenziare i sensi o ringiovanire le cellule. Dalla creazione di batteri per scopi industriali si è giunti alla creazione di DNA completamente artificiali e alla modificazione di specie vegetali, animali e umane.
Nel febbraio del 2019 il fisico Freeman Dyson, scomparso nel febbraio 2020, pubblicò sulla rivista Edge un saggio intitolato Evoluzione Biologica e culturale. Sei personaggi in cerca d'autore in cui avvertiva che, nel prossimo futuro, l'ingegneria genetica permetterà di spostare geni in modo massiccio da una specie all'altra, rischiando di rendere insignificante il concetto stesso di specie e di omogeneizzare la biodiversità. Dyson sottolineava la necessità di proteggere il meccanismo dell'evoluzione biologica dagli effetti omogeneizzanti derivanti dalle capacità accumulate dall'evoluzione culturale umana.
Questa è la discontinuità introdotta dal digitale, un salto quantico nel fare e nel conoscere che ridefinisce le forme dell'abitare umano sul pianeta. Se il salto di una piccolissima frazione di aminoacidi in una catena ha potuto scatenare la pandemia di Covid-19, immaginiamo cosa potrebbe accadere quando i confini tra i DNA delle specie saranno abbattuti. A queste potenzialità si sommano i processi di robotizzazione, Intelligenza Artificiale e auto-apprendimento delle macchine che alludono all'emersione di un nuovo continente abilitato dalle qualità intrinseche del digitale: ubiquità ed esponenzialità. Troppo spesso questa evidenza viene sottaciuta, forse perché troppo ovvia per chi partecipa ai processi della tecno-scienza e incomprensibile per chi li subisce inconsapevolmente. Troppi umanisti ignorano le qualità del nuovo mondo e tentano di ricondurlo a schemi passati mentre troppi tecno-scienziati creano nuovi strumenti senza porsi le domande necessarie sull'umano e la sua sopravvivenza sul pianeta. La logica di mercato sembra destinata a restare sola al comando.
Quindi per Bellucci la caratteristica fondamentale del digitale è la sua ubiquità. Nessuna attività umana ne è immune e tutto viene ridefinito attraverso la creazione di gemelli digitali dei processi produttivi e reali, tipici dell'Industria 4.0. Questa tramoggia digitale opera una selezione coerente di ciò che può essere matematizzato, trasformandolo in nuova materia prima per il sistema produttivo. La merce stessa assume nuove forme in un divenire permanente, simile alla logica dell'economia circolare: tutto diventa contemporaneamente materia prima, merce e risorsa per una nuova trasformazione. Questo vale in particolare per l'accumulo di dati, processati e archiviati incessantemente, ma la logica tende a estendersi in modo onnivoro, escludendo solo ciò che non può essere matematizzato che diventa un residuo. La potenza intrinseca di questo processo, se spinta al limite, potrebbe portare a organizzare la vita senza moneta, soddisfacendo i bisogni attraverso la produzione diretta di valore d'uso e superando la fase storica della produzione di valore di scambio. L'errore principale è osservare questi mutamenti solo attraverso due lenti miopi: gli effetti nel settore manifatturiero o i cambiamenti nelle relazioni individuali tramite i social network. Questo errore è comune a economisti, politici e umanisti che non colgono la complessità del fenomeno. Il processo è infatti un vero e proprio entanglement con l'intero ambiente del vivibile, definibile come una terraformattazione del reale. Quella in corso è una discontinuità, un salto di qualità, una biforcazione nel senso inteso da Prigogine, dove l'evoluzione del sistema arriva a un crocevia che impone una scelta sistemica, determinando nuove regole del gioco. L'avvento del digitale rappresenta questa biforcazione e la strada da intraprendere dipenderà dalla consapevolezza dei gruppi dirigenti. La crisi pandemica ha agito come una cartina al tornasole, accelerando processi e rimuovendo ostacoli ma spesso senza consapevolezza politica o decisione democratica. È questo il tema centrale della Transizione, un passaggio di formazione economico-sociale che investe la produzione di ricchezza, l'economia, la società e che si candida a riscrivere i codici genetici del vivente e l'evoluzione della specie umana. In questa fase è necessaria la lotta per stabilire quale classe e con quale logica guiderà i processi.
All'interno di questa Transizione analizzare il tema del Lavoro richiede di andare oltre il dibattito quotidiano. Qualunque approccio continuistico, anche in buona fede, si risolve o nell'illusione conservatrice di tornare indietro o nello slittamento temporale che aumenta i problemi. Per essere concreti serve un passaggio strategico, una lettura che individui tendenze e prospettive per intervenire nel quadro dei panorami del possibile offerti dalla biforcazione. Oggi il tema del lavoro salariato non è più inquadrabile solo nella denuncia dell'insufficienza del salario e della sua difficile redistribuzione. I livelli del salario e quelli occupazionali riducono progressivamente il loro impatto sull'equilibrio economico del sistema. A supporto di questa tesi viene citato un grafico dell'Economic Policy Institute che mostra il divario tra produttività e compenso orario tipico dei lavoratori negli Stati Uniti dal 1948 al 2017. Il dato chiave è che, nel periodo 1973-2017, mentre la produttività è cresciuta del 77.0%, la paga oraria è aumentata solo del 12.4%. La produttività è cresciuta 6,2 volte più della paga, dimostrando la progressiva perdita di potere redistributivo del lavoro salariato. In queste condizioni la riduzione drastica dell'orario a parità di salario rimane forse l'unica scelta possibile per mantenere una funzione redistributiva ma anche realizzando questa opzione il tema del lavoro non sarebbe risolto.
L'analisi del lavoro obbliga a una sua storicizzazione e a considerare le nuove forme di soddisfacimento dei bisogni che rappresentano il vero terreno di scontro tra capitale e lavoro. Il capitale lotta per inglobare tutte le forme di esperienze di soddisfacimento dei bisogni che oggi eccedono la forma mercificata prodotte dai corpi sociali nel e con il digitale (produzione Open Source, economie di condivisione, autoproduzione di beni con stampanti 3D). Queste forme si collocano già oltre il processo di produzione capitalistico e lo schema del lavoro salariato. Le stesse strutture politiche e sociali del mondo del lavoro, nate per contrastare l'alienazione capitalistica, spingono per includere queste attività extra-mercantili all'interno delle forme salariate, favorendo di fatto la sussunzione formale capitalistica. Le potenzialità di queste nuove forme, capaci di generare valore d'uso al di fuori dello schema delle merci e del lavoro salariato, vengono così strette in una tenaglia: da un lato la logica capitalistica, dall'altro la difesa sociale dei sindacati che, nell'apparente difesa dall'alienazione, riconducono tutto alla condizione salariata.
Le tendenze in atto suggeriscono che la ristrutturazione della produzione capitalistica globalizzata potrebbe essere "piegata" a una dimensione sociale. A sostegno di questa ipotesi si citano due economisti francesi, Olivier Bargain e Jean-Marie Cardebat, che su Le Monde nel maggio 2020 stimavano che la riconversione locale delle economie sarà obbligata dalla richiesta di prossimità e dalla potenza delle nuove macchine digitalizzate. Ritengono che il futuro modello economico, uscito dalla crisi del Covid-19, aumenterà il numero di piccole unità produttive locali e farà rivivere la nozione di distanza. L'uso massiccio di stampanti 3D per sopperire localmente all'interruzione delle catene del valore globale è un segnale di questo nuovo modello industriale, agile e reattivo. Emergono così gli Adiacenti Possibili di Kauffman, ipotesi generate dal divenire dei processi che vanno oltre i processi stessi. La domanda cruciale è se si debba agevolare il tentativo del capitale di dominare questi Adiacenti, riconducendo tutto al lavoro salariato, o se invece si debba incentivare e scommettere sulle forme oltre-capitalistiche che essi offrono. La prima ipotesi, purtroppo, sembra la più praticata, contrariamente all'insegnamento storico del movimento operaio che, un secolo fa, organizzava leghe, cooperative e l'Associazione internazionale dei lavoratori per dare risposte all'alienazione del lavoro salariato e costruire un fare non sottomesso al capitale.
Una transizione di questa natura non può essere ridotta a un insieme di cambiamenti settoriali, come la trasformazione dei processi produttivi, l'evoluzione delle professioni o l'impatto sulle relazioni sociali. La diffusione dei sistemi robotici e dell’Intelligenza Artificiale sta ridefinendo gli spazi di vita e di lavoro, portando a ibridazioni uomo-macchina e a un'estensione del dominio tecnologico in ambiti prima impensati. Le nanotecnologie, ad esempio, con la creazione di nuovi materiali e nanostrutture in grado di auto-assemblarsi, prefigurano un sistema macchinico dalle potenzialità inimmaginabili fino a pochi anni fa. Questi fenomeni, nella loro complessa interazione, compongono il mondo attuale, un mondo che Bellucci descrive come tutt'altro che pacificato o equo, caratterizzato invece da nuove e inedite forme di sfruttamento e da nuove classi sociali emergenti che cercano di affermare il proprio dominio attraverso nuovi meccanismi di produzione del valore.
L'errore più comune nel dibattito pubblico e nelle analisi specialistiche è un approccio di tipo quantitativo e deterministico. Ci si concentra sulla misurazione degli impatti, ad esempio elencando i lavori che diventeranno obsoleti e quelli che emergeranno, senza però interrogarsi sulla natura qualitativa di queste trasformazioni e sui nuovi rapporti sociali che sottendono. Questo approccio superficiale impedisce di cogliere la reale portata sistemica del cambiamento. Stanno mutando le forme stesse di estrazione del valore a livello macro, con l'emergere di fattori legati all'economia immateriale e della conoscenza. Per comprendere la tendenza, sostiene Bellucci, non è sufficiente quantificare il lavoro che può essere svolto in remoto, come è emerso durante la crisi pandemica, è necessario, invece, inquadrare come questo processo acceleri la trasformazione della mansione in algoritmo e, in prospettiva, la sua sostituzione con un software. A questa rottura si aggiunge quella dei modelli sociali e di welfare costruiti intorno alle società industriali del Novecento, modelli basati sulla piena occupazione salariata e che non riconoscevano altre forme di lavoro, come quello di cura e riproduzione, fondamentali per la macchina produttiva sociale. Questa crisi sistemica è resa ancora più preoccupante dalla fragilità intrinseca di una società che, incorporando il saper fare nelle macchine, cancella le capacità diffuse e la loro trasmissione generazionale. Come esempio limite cita un ipotetico Evento Carrington, un brillamento solare catastrofico come quello del 1859, che, provocando il collasso delle infrastrutture digitali, farebbe regredire la società a un'era pre-elettrica, data la massiccia dispersione del saper fare analogico.
La categoria di taylorismo digitale si rivela molto utile. Contrariamente a chi parlava di post-industrialismo, il digitale ha potenziato il taylorismo rendendolo più pervasivo. Le tecnologie digitali hanno permesso di ricontrattare e inglobare la scomposizione tayloristica dei compiti all'interno di un flusso informatico ingegnerizzato, un condensato di matematica e conoscenza produttiva sociale. Questo processo, definito alla luce della teoria marxiana come sussunzione reale spinta alle estreme conseguenze, ha reso il ciclo produttivo sempre più "oggettivo" nella macchina. Le mansioni venivano interfacciate da apparecchiature digitali (all'inizio chiamate a controllo numerico) e il lavoratore era incentivato a fornire informazioni per ottimizzare il processo in un'ottica di Qualità Totale, accelerando la trasformazione del lavoro vivo in capitale fisso, un meccanismo che oggi il Machine Learning ha superato. Il taylorismo digitale ha reso possibili la fabbrica flessibile, le esternalizzazioni e le delocalizzazioni, modificando radicalmente la gestione e il controllo che diventavano sempre più spersonalizzati e affidati al software. Questa è stata la vera linea di rottura che ha messo in crisi la capacità rivendicativa delle organizzazioni del lavoro, uno smarcamento strategico che il sindacato non ha compreso.
Il taylorismo digitale rappresenta, quindi, la forma produttiva finale del modello industriale classico, una forma in cui il lavoro salariato diventa una sorta di "sussidio" umano a una struttura produttiva macchinica sempre più automatizzata (l'Industria 4.0). Il lavoro vivo appare sempre più come un "residuo". Il conflitto, tuttavia, non è eliminabile e assume forme nuove. Già nel libro E-work ipotizzava che lo sciopero del futuro si sarebbe concretizzato nello "spegnimento dei computer". Una previsione che ha trovato una sorprendente conferma il 23 aprile 2020 a Torino, quando i lavoratori della Scai Finance, in disaccordo con un accordo sindacale, hanno effettuato il primo sciopero in smart working chiudendo i canali di collegamento telematico con l'azienda, incrociando di fatto i loro computer. Nello stesso libro ipotizzava anche la nascita di una nuova forma di lavoro, il lavoro implicito, che allora, quando i social network erano agli albori, sembrava un'idea astratta. In pochi anni questa nuova forma di lavoro, che rappresenta la prima forma di lavoro dell'era digitale in una condizione post-salariata, ha modificato sia la produzione di valore che la geografia del potere economico-politico globale, dimostrando la lungimiranza di un'analisi che sapeva guardare oltre la superficie dei fenomeni.
A metà del primo decennio del secolo un raddoppio della capacità elaborativa determinò un vero e proprio salto quantico: cose impossibili da realizzare solo una generazione tecnologica digitale precedente, ovvero pochi mesi in termini di tempo umano, divennero improvvisamente disponibili per gli sviluppatori di software. Nacquero così le strutture dei social e si moltiplicò la produzione sociale di informazioni di ogni genere.
In questo contesto venne coniato un neologismo che, nello schema dell'economia classico-materiale, rappresenterebbe un ossimoro, ovvero il prosumer, una fusione tra produttore e consumatore. Questo ircocervo economico e sociale rivela una nuova stagione del lavoro e della produzione del valore. L'immagine dell'uroboro, l'animale che si nutre della propria coda, simboleggia un individuo che si ciba delle proprie forme e contenuti relazionali, intrappolato in bolle di senso omogenee. In questa suddivisione in target la grande macchina, definita Industria dei Sensi da Bellucci, sviluppa nell'era digitale la propria potenza generatrice della coppia senso-consenso/dissenso, esplicitando un divenire autofagico del sistema relazionale umano sotto il torchio del processo di valorizzazione capitalistica che mira alla conquista matematizzabile del mercato dei cinque sensi umani, ovvero alla creazione di mondi completamente digitalizzati e realtà artificiali.
Questo nuovo processo produttivo affidato ai prosumer iniziò a produrre una montagna di dati. L'accumulo di questi Big Data aprì a possibilità inaspettate poiché il loro valore si estese al di là di quello immediato, consentendo di far emergere connessioni e leggi sottostanti ai sistemi osservati, spesso senza che fossero state preventivamente ricercate. La stessa forma epistemologica fece un nuovo salto, permettendo di indagare luoghi, relazioni e cose che non si pensava esistessero. I Big Data e la nuova fase dell'Intelligenza Artificiale iniziarono così a offrire la possibilità di estrarre informazioni, e quindi valore, in maniera completamente nuova.
Fino alla soglia degli anni '90 gli economisti consideravano il progresso tecnologico come un fattore esterno al ciclo di crescita, determinato da risparmio, produttività e crescita demografica. Paul Romer, con il suo saggio Endogenous Technological Change del 1990, ribaltò questo quadro teorizzando che l'innovazione, essendo trainata dalle forze di mercato, è una parte intrinseca (endogena) della crescita economica. La sua genialità fu nel definire il progresso tecnico come il miglioramento delle istruzioni per mescolare le materie prime, separando così le cose dalle idee. Per Romer le istruzioni per lavorare con le materie prime sono intrinsecamente diverse dagli altri beni economici poiché, una volta sostenuto il costo fisso della creazione di un nuovo insieme di istruzioni, queste possono essere usate ripetutamente senza costi aggiuntivi. In termini marxiani sviluppare nuove istruzioni equivale a un processo di sussunzione reale, ovvero alla smaterializzazione di lavoro vivo e alla produzione di capitale fisso.
In un ciclo di produzione immateriale la materia prima non viene consumata ma, anzi, ogni uso di un'informazione comporta la produzione di una nuova idea, portando a un accrescimento esponenziale delle istruzioni a disposizione dell'umanità. Solo i vincoli di proprietà, imposti legalmente e non derivanti da condizioni economiche, limitano la moltiplicazione possibile di questa ricchezza. Questo indica che sono i rapporti di produzione a limitare lo sviluppo delle forze produttive, un indicatore rilevante dell'apertura di una Transizione storica. Utilizzando Marx, Bellucci definisce questa rottura come analoga a quella che la borghesia operò nei confronti del modo di produzione feudale, passando dalla formula di circolazione M-D-M (merce-denaro-merce) a quella D-M-D' (denaro-merce-più denaro), caratteristica del capitalismo industriale. Successivamente, l'avvento del ciclo finanziario (D-D-D) produsse una nuova fase, rimasta sostanzialmente estranea al conflitto di classe tradizionale, concentrato invece sul capitalismo industriale e lasciando la finanza come terreno libero da conflitto reale.
Ci troviamo in una fase di Transizione che supera lo schema del capitalismo finanziario, annunciando una nuova fase di valorizzazione basata sull'informazione: D-I-D’, dove il denaro produce denaro per mezzo dell'informazione. Questa fase, abilitata dal digitale, esplosa con Internet e diventata dirompente con l'avvento dei social, ha assunto la dimensione disruption con l'Intelligenza Artificiale. La stessa natura delle criptovalute modifica l'essenza della moneta, legando il suo valore di scambio ai metadati della blockchain, trasformandola in un valore-informazione complesso. La forma di valorizzazione sistemica che punta a diventare egemone entro la fine del secolo è quella sintetizzabile in I-D-I (informazione-denaro-informazione).
Il ciclo del lavoro viene esploso all'interno dei tempi di vita, con meccanismi che rendono il consumatore un lavoratore implicito non retribuito. In pochi anni le aziende basate su questo ciclo produttivo hanno scalato le classifiche mondiali, raggiungendo in un quindicennio una capitalizzazione di mille miliardi, un traguardo mai toccato dalle aziende del vecchio ciclo materiale. Queste aziende rappresentano un nuovo terreno di conflitto, dove la sfida non può limitarsi a una regolamentazione contrattuale che consolidi la vecchia forma di sfruttamento salariato poiché deve confrontarsi con la nuova forma di lavoro implicito.
Bellucci distingue quattro fasi di questo lavoro implicito. La fase 1.0, a cavallo tra l'ultimo decennio del Novecento e il primo del Duemila, vide l'avvento della rete sperimentare le prime forme di esternalizzazione nel corpo sociale di pezzi del ciclo produttivo aziendale. Il consumo divenne un pezzo della macchina produttiva, con i clienti che, acquistando un biglietto dal proprio computer, sostituivano lavoratori cancellati dalle aziende. I clienti sostenevano i costi del mezzo di produzione (abbonamento alla rete, energia elettrica) e dell'addestramento, realizzando una vittoria sociale enorme per il capitale. Questa trasformazione ha portato a definire l'odierna contrattazione dell'algoritmo come uno slogan tardivo e impotente, nato vent'anni dopo e in un contesto sindacale e politico ancora ancorato a schemi di lettura del lavoro precedenti la fase del taylorismo digitale.
La fase 2.0 coincide con l’avvento dei social network e il passaggio dal web 1.0 al web 2.0, ovvero il momento in cui la produzione di contenuti diventa massicciamente affidata agli utenti (UGC). Il valore inizia ad essere generato prevalentemente all’esterno delle imprese, attraverso l’attività gratuita e continuativa di milioni di persone. Il dato empirico centrale è il confronto tra Walmart e WhatsApp. Nel 2017 il colosso dell’industria tradizionale capitalizzava 287,6 miliardi di dollari con 2,3 milioni di dipendenti mentre WhatsApp, con 55 dipendenti, generava un valore per addetto di 345 milioni di dollari. Questo squilibrio, secondo Bellucci, riflette l’incapacità del sistema di rilevare come lavoro l’attività degli utenti, il cui contributo viene sottratto senza costo e senza contrattazione. La particolarità di questa fase è che il lavoro è spesso svolto gratuitamente e senza consenso poiché l’esposizione del marchio e la partecipazione alla piattaforma vengono percepite dagli utenti come elementi di valorizzazione identitaria.
La terza fase, definita 3.0, riguarda la produzione di dati derivante dalla semplice esistenza in vita. A differenza della fase precedente, non è richiesta un’interazione attiva con una piattaforma. Ogni movimento, spostamento, acquisto, attraversamento di spazi urbani o infrastrutture genera dati attraverso telecamere, sensori, carte di credito e dispositivi connessi. L’elemento qualificante è che l’estrazione di valore avviene in modo automatico e pervasivo, senza che l’individuo possa riconoscere il proprio contributo come attività lavorativa. Bellucci sottolinea la diffusione di una consapevolezza inadeguata, condensata nella frase “cosa ho io da nascondere”, che segnala l’assenza di una percezione collettiva del processo di estrazione.
La quarta fase, definita 4.0, introduce l’automazione totale del lavoro implicito attraverso la diffusione di sensori intelligenti, domotica, smart city e robotica. La novità è anche qualitativa. La produzione di valore avviene senza intervento umano diretto, attraverso macchine che raccolgono, elaborano e trasmettono informazioni in modo autonomo. Bellucci individua in questa fase un conflitto di modelli non ancora risolto, esemplificato dal caso delle auto a guida autonoma. Abbiamo un modello centralizzato in cui una grande intelligenza artificiale gestisce il sistema, concentrando il controllo e allocando le responsabilità in capo alle imprese produttrici e un modello decentrato in cui ogni veicolo possiede al proprio interno le capacità decisionali, trasferendo di fatto le responsabilità civili e penali sul cliente senza che questi abbia effettivo potere di intervento. L’esito di questo conflitto determinerà le forme di estrazione del valore ma anche la struttura stessa delle istituzioni e dei modelli di convivenza.
Accanto a questa periodizzazione Bellucci distingue il lavoro delle piattaforme, come nel caso dei rider, dal lavoro implicito in senso stretto. Queste forme vengono definite come un ibrido perché combinano un segmento di lavoro implicito 2.0 (l’attività dell’utente-consumatore) con un segmento di lavoro salariato precarizzato organizzato secondo logiche di taylorismo digitale. Pur essendo la forma più mediatizzata, rappresentano una parte minoritaria del processo complessivo.
Bellucci recupera il concetto marxiano di General Intellect per descrivere un’intelligenza sociale che risiede nella conoscenza impersonale accumulata nella società. Con l’avvento del digitale questa dimensione diventa il centro del ciclo economico, descritto dalla formula Denaro-Informazione-Denaro (D-I-D’), in cui l’informazione è l’oggetto stesso della produzione. Il ciclo di valorizzazione che parte dalla conoscenza investe l’intera società e richiede di essere analizzato attraverso le condizioni del lavoro precario nella ricerca e nell’università e le dinamiche di accumulazione, circolazione e controllo dei flussi comunicativi.
In opposizione a queste forme di estrazione Bellucci propone il concetto di Lavoro Operoso. Si tratta di una modalità produttiva che inverte la logica dell’alienazione: il soggetto produce direttamente valore d’uso, senza che questo debba passare attraverso lo scambio mercantile per soddisfare i bisogni. Le basi materiali di questa possibilità vengono individuate nelle logiche open-source, nelle comunità dei makers, nei FabLab, nelle esperienze di autoproduzione energetica e nelle tecnologie di scambio decentrato come la blockchain. L’elemento di novità rispetto alle tradizionali forme cooperative è che oggi la produzione può avvenire con apparati digitali condivisi e autogestiti, attingendo a conoscenze distribuite e a progetti disponibili gratuitamente in rete. Come esempio viene citato il rilascio di brevetti da parte di case automobilistiche come Volvo e Tesla o la possibilità di produrre componenti complessi attraverso stampanti 3D su scala locale. La logica open-source, inizialmente ignorata o sottovalutata dal capitale, è diventata nel tempo uno standard produttivo ma secondo Bellucci il suo potenziale trasformativo (la possibilità di costituire un circuito produttivo alternativo a quello mercantile) non è stato colto dalle organizzazioni del lavoro, ancorate a schemi classici.
In conclusione articola una distinzione concettuale tra lavoro salariato, lavoro implicito, lavoro operoso e lavoro della conoscenza, sostenendo che questi piani coesistono nella società e spesso nello stesso individuo e nello stesso momento. Bellucci individua nella riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario una risposta obbligata alla crisi pandemica e all’automazione ma la considera insufficiente se non inserita in una prospettiva più ampia. Il punto centrale diventa la possibilità di rompere l’accerchiamento della logica capitalistica attraverso la contrattazione e la costruzione di modelli sociali pubblici basati sulla logica open-source e sull’extra-mercantilità. Ogni innovazione non è neutra, le scelte compiute oggi sulla struttura delle tecnologie digitali, sul controllo dei dati e sull’organizzazione della produzione escludono alternative future. La posta in gioco, quindi, è la definizione stessa delle istituzioni e dei poteri nella prossima fase di transizione.
