Cronache economiche da Israele #3

 

1. Tutela dei lavoratori in guerra

Dall’inizio della guerra ci sono stati 31.122 nuovi disoccupati in Israele, di cui ben 12.794 solo nell’ultima settimana. Secondo le stime del Servizio per l’Impiego, il numero complessivo degli iscritti potrebbe rivelarsi più alto una volta perfezionate le registrazioni retroattive conseguenti all’approvazione delle nuove normative che hanno agevolato i criteri di accesso all’indennità di disoccupazione per i lavoratori posti in cassa integrazione. A titolo di confronto, con la precedente guerra di giugno contro l’Iran i nuovi iscritti erano stati oltre 118.000, la maggior parte dei quali dopo l’approvazione di analoghe misure di agevolazione per la cassa integrazione. Analizzando i dati per genere si osserva una netta prevalenza femminile: il 61,5% dei nuovi disoccupati sono donne mentre gli uomini rappresentano solo il 38,5%.

Davar ricorda che a inizio settimana la riunione della Commissione Lavoro e Previdenza Sociale della Knesset ha approvato per la sua seconda e terza lettura un'ordinanza temporanea che introduce importanti tutele contro il licenziamento per due distinte categorie di lavoratori. La prima norma riguarda i dipendenti che sono stati assenti dal lavoro a causa dei danni riportati dalla loro abitazione durante le ostilità. La seconda estende la protezione a quei genitori che devono assentarsi per prendersi cura dei propri figli a causa del servizio del loro coniuge, chiamato a prestare servizio nelle forze di sicurezza o in un impianto essenziale durante la guerra. L'emendamento legislativo stabilisce che un lavoratore impossibilitato a svolgere la propria mansione o assente a causa dello sfollamento dalla propria casa godrà di una protezione speciale contro il licenziamento per un periodo di tre mesi a partire dalla data dello sfollamento stesso. Ricalcando quanto già previsto per la precedente guerra di giugno, la nuova ordinanza ha effetto retroattivo a partire dal 28 febbraio 2026, data d'inizio dell'attuale guerra. È stato tuttavia chiarito che la retroattività, per quanto riguarda l'aspetto civile della tutela, non si estende all'ambito penale: le sanzioni penali per i datori di lavoro che violeranno il divieto si applicheranno solo a partire dal giorno della pubblicazione ufficiale della legge.

Un nodo problematico della misura è il rapporto tra la protezione dal licenziamento e la corresponsione della retribuzione. L'emendamento, infatti, impedisce il licenziamento ma non obbliga il datore di lavoro a pagare lo stipendio per i giorni di assenza. Il rischio è che i lavoratori, sulla carta, non vengano licenziati ma viene loro negato l'aspetto principale del rapporto di lavoro: il diritto a percepire un salario. Gli imprenditori hanno risposto che eventuali indennità dovrebbero essere a carico dello Stato, non del datore di lavoro, poiché quando un lavoratore non si presenta al lavoro non è giusto che sia il datore di lavoro a dovergli corrispondere la paga. Il tema delle tutele ha anche sollevato questioni più ampie riguardanti i coniugi dei riservisti. Il Forum delle mogli dei riservisti ha portato all'attenzione della commissione decine di casi di licenziamenti di coniugi o degli stessi riservisti avvenuti negli ultimi tre mesi, dopo la scadenza dell'estensione dell'accordo collettivo firmato dall'Histadrut e dai datori di lavoro alla fine del 2025.

Per quanto riguarda le tutele dei dipendenti pubblici, invece, venerdì il presidente dell'Histadrut, Arnon Bar-David, e il commissario per i salari del ministero delle Finanze, Efi Malkin, hanno reso pubbliche le intese in via di definizione riguardanti il compenso per i dipendenti del settore pubblico che non hanno potuto lavorare durante la guerra. Le intese sono state presentate in una lettera congiunta indirizzata ai lavoratori del settore pubblico, con la precisazione che il quadro è ancora in discussione tra il ministero delle Finanze, l'Histadrut e altri datori di lavoro del settore pubblico e che dovrà essere successivamente ancorato in un accordo collettivo. Il periodo dell'operazione, fino alla fine di marzo, è stato suddiviso in tre fasi: la prima, dall'inizio della guerra il 28 febbraio al 14 marzo, la seconda, dal 15 al 28 marzo e la terza, dal 28 al 31 marzo. Secondo le intese, i lavoratori il cui luogo di lavoro è stato chiuso totalmente o in maniera parziale e ai quali non è stato consentito di lavorare da remoto avranno diritto al 100% del loro stipendio per la prima fase e all'80% per la seconda. Per i genitori di bambini fino a 14 anni che si sono assentati per assistere i figli a causa della chiusura delle istituzioni educative, i lavoratori con disabilità che non hanno potuto recarsi al lavoro, seguendo le direttive del Comando del Fronte Interno, e i lavoratori assenti per assistere un parente con disabilità, è previsto un compenso del 90% per la prima fase e del 75% per la seconda. I lavoratori che si trovavano all'estero per ferie e non hanno potuto rientrare a causa della cancellazione dei voli riceveranno l'80% per la prima fase e il 50% per la seconda. Per i lavoratori assenti per altre circostanze legate alla situazione di sicurezza, la retribuzione sarà del 60% per la prima fase e del 50% per la seconda. I lavoratori non rientranti in queste categorie che sono stati chiamati a lavorare e hanno rifiutato di presentarsi, incluso chi ha rifiutato lo spostamento in un luogo di lavoro attivo o il lavoro da remoto, vedranno i giorni di assenza detratti dal loro saldo ferie annuale, senza oneri per il datore di lavoro, con la possibilità di andare in negativo sul saldo ferie. I lavoratori evacuati dalle loro abitazioni da un'autorità competente a seguito di danni causati dalla guerra avranno diritto al 100% dello stipendio per otto giorni dall'evacuazione. Nei luoghi di lavoro in cui è prevista una ferie collettiva, il periodo tra il 28 e il 31 marzo farà parte di tale ferie e sarà retribuito a carico dei giorni di ferie. Laddove non sia prevista una ferie collettiva, questi giorni saranno retribuiti come quelli dal 15 al 28 marzo. Il giorno di ferie stabilito nel settore pubblico per il 31 marzo nell'ambito dell'accordo quadro sarà posticipato a una data successiva.

I lavoratori più difficili da tutelare restano quelli impiegati nell’edilizia e nell’agricoltura dove c’è da gestire anche la formazione della forza lavoro migrante in un contesto complesso come Israele. Haaretz racconta, ad esempio, come sono vissuti i periodici attacchi del regime iraniano nei cantieri edili.

Al termine di ogni allarme, che sia al sud, al nord o al centro, indipendentemente dal fatto che si concluda con un impatto o un'intercettazione, c'è una certezza: la madre di Itzik Shor chiamerà. Non sa su quale gru suo figlio stia lavorando né dove si trovi esattamente ma sa che Itzik, 25 anni, è in pericolo ovunque sia. Così chiama. "Ha paura che io muoia", dice Shor con semplicità, consapevole del peso di quelle parole per sua madre. A parte essere vivo non ha altro modo per rassicurarla. Lui è lassù, a 70 metri di altezza, solo sulla gru. A volte vede tutto: cadute, intercettazioni, esplosioni a destra e a manca, con i vetri della cabina che tremano. Descrive la scena con un lampo di eccitazione, come reduce da un'avventura che pochi vivono, per poi ammettere la realtà: "Non ho alcuna possibilità di raggiungere in tempo un rifugio. Solo scendere dalla gru mi ci vogliono sette minuti. Che mia madre non lo sappia ma ti dico la verità: non ho idea se uscirò vivo da tutta questa storia”. Fino alla guerra Shor, residente a Petah Tikva, aveva un lavoro fisso su una gru in un cantiere di Tel Aviv, un progetto tranquillo a bassa altezza. Dopo due giorni di allarmi continui, quando ha cercato di tornarvi, ha scoperto che era già stato sostituito da un altro gruista. "L'appaltatore ti sposta in un secondo, per lui l'importante è che lassù ci sia qualcuno", spiega. "Ho capito che dovevo tornare a lavorare, altrimenti non avrei avuto di che vivere". Una settimana fa ha trovato un nuovo cantiere, vicino a casa, e non lo molla. Ogni giorno arriva alle sette del mattino e resta fino alle sette di sera. Gli allarmi suonano tre o quattro volte per turno ma lui rimane lassù. Il suo racconto si allarga alla condizione di migliaia di lavoratori edili, definiti "essenziali" ma lasciati esposti al pericolo. "Immagina cosa significa scendere 20 o 25 piani per raggiungere un rifugio, è impossibile", dice Shor. "A volte mi dico che devo scendere ma poi mi chiedo cosa sia più pericoloso: essere colpito da un missile o scivolare dalla scala mentre scendo. Così resto su e spero di avere fortuna. È un crimine che lo Stato permetta che accada". Il settore edile non si ferma mai. In passato ci volle la pressione delle associazioni degli appaltatori per convincere il Comando del Fronte Interno a includere i cantieri tra i luoghi di lavoro essenziali ma da una guerra all'altra questa classificazione è diventata quasi automatica. Ogni cantiere che disponga di un rifugio e tenga un briefing sulla sicurezza può continuare l'attività come se nulla fosse, anche se è chiaro che alcuni lavoratori non faranno in tempo a trovare riparo. Spesso, come sanno bene gli addetti ai lavori, anche l'esistenza stessa di un rifugio non è scontata. La supervisione, affidata a più enti, è carente nel migliore dei casi e inesistente nel peggiore. Per i 2.000 gruisti che lavorano a decine di metri dal suolo in tempo di guerra non esiste un cantiere sicuro in Israele. La drammaticità della situazione è stata scolpita nell'evento della settimana precedente a Yehud, in un cantiere di rinnovamento urbano colpito da un missile. Tre operai non fecero in tempo a entrare nel rifugio. Due di loro morirono. Il gruista, invece, si salvò. Racconta di aver iniziato a prepararsi per scendere all'allarme ma di aver dovuto attendere per staccare il carico dalla gru. "Non appena mi hanno liberato, sono volato giù e sono riuscito a scendere nel parcheggio. Non erano passati dieci secondi che ho sentito un'esplosione pazzesca. Sono uscito per miracolo. Quando sono risalito ho visto i due operai a terra, in cantiere. Scene così sono difficili da dimenticare”. Dopo quell'evento la paura è diventata tangibile per molti. Nel comitato dei gruisti della Histadrut stimano che il 70% continui a lavorare in guerra ma alcuni hanno iniziato a rifiutare certe commesse. In un grande cantiere una trentina di gruisti si sono fermati sotto le loro gru, rifiutandosi di salire. "I dirigenti cercano di farci pressione ma il 90% è rimasto giù", ha raccontato un gruista sotto falso nome. "Non sempre c'è un pre-allarme, per esempio con i razzi dal Libano, e oggi c'è anche un vento forte che raddoppia il rischio. Non siamo disposti a salire in queste condizioni e rischiare la vita”. Ammette che, senza l'incidente di Yehud e la forza del vento, quel giorno avrebbe lavorato comunque. Pochi giorni dopo ha trovato un accordo con il datore di lavoro ed è salito, come tutti gli altri. "L'accordo è che lavoro fino al primo allarme. Se vogliono che risalga, devo ricevere un aumento. Siamo in guerra e c'è un rischio, ne sono consapevole. Mia moglie pensa che io sia pazzo. Ma devo guadagnarmi da vivere". Roey Weinstein, presidente del comitato dei gruisti, spiega il meccanismo perverso che costringe questi lavoratori a rischiare: sono assunti a ore, la gru non è loro ma dell'appaltatore, quindi per il sistema sono inesistenti. "I datori di lavoro dicono alla gente: 'Se non vuoi venire oggi, non venire, ma non venire neanche la settimana prossima'. Al loro posto cercheranno qualcuno che sia abbastanza affamato di soldi da venire nonostante la paura". Weinstein, un uomo dall'energia travolgente, è una voce critica importante. Con un passato di gruista nel Mare del Nord e in Europa, oggi specializzato in altezze estreme, padre di otto figli di cui alcuni soldati combattenti, in questa guerra si rifiuta categoricamente di salire. "Il fatto che loro rischino la vita lo capisco. Ma che motivo ho io di rischiare la mia? La decisione di dichiarare l'edilizia essenziale è sbagliata. Perché la costruzione di appartamenti a Rosh HaAyin deve continuare in guerra? Perché cantieri senza adeguata protezione devono lavorare?" Girando per cantieri, Weinstein mostra una realtà ad alto turn over. Un capo cantiere racconta di essere al quarto gruista dall'inizio della guerra. "Ogni giorno è uno diverso, e poi se ne va. Ieri uno è scappato alle 12 dopo l'allarme. Non l'ho più sentito. Lo capisco, da noi non ha davvero modo di raggiungere un rifugio". Weinstein insiste che le soluzioni esistono. Se lo Stato vuole i cantieri aperti, si possono costruire passerelle che colleghino la cabina all'ultimo piano per ridurre i tempi di fuga o usare ascensori adatti. "Si può fare domani mattina. Ognuno costa 40mila euro. Ma non c'è alcuna volontà. Cercano di risparmiare ogni centesimo, tutto per le tasche dell'appaltatore". Questa guerra non fa che acuire le problematiche croniche del settore. La sicurezza è un rischio quotidiano anche in tempo di pace, con infortuni mortali quasi ogni settimana. L'arrivo di decine di migliaia di lavoratori stranieri da Cina, India e Moldova crea barriere linguistiche e culturali che aumentano il rischio di incidenti. Ala Wazuz, gruista di 42 anni, spiega che scendere da una gru standard richiede circa sette minuti ma, se c'è un carico attaccato, si può rinunciare in partenza. E con un collega straniero a terra che deve guidare le manovre, il tempo si allunga ulteriormente. "Lui non sa parlare con te una parola". Evgeny Koznikov, gruista in un grande progetto a Ramat Gan, a 45 metri d'altezza, passa il tempo a scrivere poesie in cabina. Venuto dal Kazakistan, orgoglioso di aver contribuito a costruire grattacieli in cui non potrà mai permettersi una casa, racconta la precarietà della sua categoria. "Non decidiamo niente. Oggi decide di te l'appaltatore cinese. Non ha nemmeno senso discutere perché, se mi lamento, il giorno dopo mi sostituiscono. Non dovrebbe essere così". Durante la precedente guerra con l'Iran aveva denunciato cantieri senza protezione ma le sue segnalazioni non portarono a nulla. "Tutti sono consapevoli della situazione: i comuni, la direzione dei lavori, il Comando del Fronte Interno. Ma per loro noi non siamo esseri umani". Nel cantiere dove lavora ora c'è una passerella che lo porta dalla gru al rifugio. Il portavoce dell'IDF e il Ministero del Lavoro hanno risposto alle critiche ribadendo che l'attività nei cantieri è consentita solo in presenza di rifugi raggiungibili nel tempo di allarme e che i lavoratori edili sono definiti "essenziali" per la continuità economica in base a una decisione governativa, subordinata alle linee guida del Comando del Fronte Interno. Una formalità che stride con le testimonianze di chi, lassù, rischia la vita ogni giorno.

Su questi temi è molto utile leggere il position paper di Kav LaOved e Tnuol, inviato alla commissione parlamentare per i lavoratori stranieri della Knesset, che si occupa della protezione dei lavoratori migranti nei settori dell'edilizia e dell'agricoltura durante situazioni di emergenza bellica, con specifico riferimento al contesto della guerra in corso. Dalla guerra a Gaza in poi numerosi lavoratori sono stati uccisi durante lo svolgimento delle loro mansioni. Viene specificato che le uccisioni e i ferimenti registrati nei giorni precedenti la stesura del documento si aggiungono a dozzine di altri lavoratori, sia migranti che israeliani, deceduti o feriti nei due anni e mezzo precedenti. La causa identificata è l'assenza di un riparo protetto standardizzato nelle loro vicinanze e la mancata conoscenza delle direttive di emergenza.

In Israele lavorano circa 240.000 migranti. Molti di essi sono impiegati in settori definiti essenziali, tra cui l'edilizia, l'agricoltura e l'industria. Il paper sottolinea che, nonostante la situazione di emergenza, questi settori sono tenuti a continuare la loro operatività e i lavoratori sono quindi obbligati a presentarsi sul luogo di lavoro. Tuttavia lo svolgimento del lavoro è condizionato dal rispetto delle direttive del Comando del Fronte Interno e alla verifica dell'esistenza di un rifugio protetto standardizzato per i lavoratori presenti sul posto o che sia comunque raggiungibile entro il tempo di allerta. Viene inoltre ribadito l'obbligo, in capo ai datori di lavoro, di fornire istruzioni e addestrare i dipendenti, in una lingua a loro comprensibile, sui comportamenti corretti da tenere in caso di allarme, al fine di aumentare il loro livello di preparazione.

Le organizzazioni firmatarie dichiarano di non sottovalutare i danni economici subiti dai datori di lavoro in questo periodo ma pongono l'accento sul fatto che la posta in gioco è la vita umana. Viene evidenziato che i lavoratori impiegati nei cantieri edili o in aree aperte si trovano sul posto di lavoro in virtù di un rapporto di impiego e che è dovere dei datori di lavoro garantire l'esistenza di spazi protetti mentre è responsabilità dello Stato far rispettare questo obbligo. Il rischio specifico per i lavoratori non israeliani è che, recandosi al lavoro in settori definiti essenziali, possono loro malgrado trovarsi esposti a un attacco missilistico in totale vulnerabilità, senza conoscere le procedure, mentre eseguono le mansioni loro assegnate.

Il position paper osserva come i lavoratori più esposti a infortuni e incidenti sul lavoro nella routine quotidiana siano gli stessi che si trovano ora in prima linea durante la guerra. Sono lavoratori manuali, pagati a ore, in larga parte migranti, caratterizzati da una mancanza di accesso linguistico e culturale alle informazioni, che non conoscono le direttive del Comando del Fronte Interno e che, in molti casi, sperimentano per la prima volta un attacco missilistico. Tra di loro, probabilmente, rientra anche l’ultimo caso di lavoratore migrante morto in Israele a causa dei missili iraniani, cioè Chaiwat Waewnil, un cittadino thailandese di 33 anni ucciso mercoledì da un frammento di un missile iraniano nel moshav Adanim, situato nella regione dello Sharon. Chaiwat Waewnil lavorava in Israele da circa otto mesi come bracciante presso un'azienda agricola del moshav, era sposato e padre di un bambino. I suoi datori di lavoro lo descrivono come un lavoratore diligente, scrupoloso e introverso. 24 lavoratori thailandesi sono riusciti a raggiungere un riparo e un rifugio situato a 25 metri dalle abitazioni mentre il 25esimo lavoratore, Chaiwat Waewnil, è rimasto all'esterno e non si è protetto.

2. Mosse economiche del governo

In piena guerra avanza la proposta di ampliamento degli scaglioni dell'imposta sul reddito, una misura inclusa nell’Economic Arrangements Law collegata alla legge di bilancio per il 2026. Davar ne fa una buona analisi. Si tratta di un incremento netto di 400 shekel al mese per gli stipendi dei decili dall'8° al 10°. Le aliquote fiscali saranno modificate come segue: l'aliquota del 20% si applicherà alla fascia di reddito compresa tra 10.000 e 19.000 shekel, anziché tra 10.000 e 16.000 shekel, la fascia su cui si paga il 31% salirà al range di 19.000-25.000 shekel invece dell'attuale 16.000-22.500 shekel. Per chi guadagna 17.000 shekel il beneficio non è particolarmente significativo, solo 1.000 shekel del suo stipendio scenderanno di uno scaglione fiscale. All'aumentare del reddito aumenta anche l'entità del beneficio. Chi guadagna oltre 25.000 shekel riceverà un incremento netto in busta paga di circa 400 shekel al mese. Il suo costo è di 5 miliardi di shekel, una cifra pari a tre volte il taglio lineare imposto ai ministeri.

A prima vista sorprende che questa proposta relativamente costosa non sia stata accantonata con lo scoppio della guerra che ha fornito il pretesto per cancellare importanti capitoli dell’Economic Arrangements Law promossi da Smotrich e dal Ministero delle Finanze, come la riforma del settore lattiero-caseario e la tassa sulla proprietà che, secondo il Ministero, avrebbe dovuto essere la fonte di finanziamento per l'ampliamento degli scaglioni. Eppure è proprio qui che risiede il motivo del successo di questa misura: il dibattito pubblico e politico è stato dirottato verso i fondi della coalizione, la tassa sulla proprietà che avrebbe potuto danneggiare agricoltori, arabi, drusi e il settore energetico israeliano e la riforma del settore lattiero-caseario che, secondo le stime del Ministero delle Finanze, avrebbe portato alla chiusura della metà degli allevamenti. Quasi nessun esperto esterno è intervenuto alla discussione su questa proposta di legge in commissione finanze, forse perché non esiste una rappresentanza specifica per coloro che sono danneggiati da questa misura, in particolare i lavoratori dei decili 6 e 7, con redditi tra 10.000 e 16.000 shekel, che pagano l'imposta sul reddito ma non riceveranno alcun beneficio. Anche i membri dell'opposizione in commissione non si sono opposti alla proposta, forse a causa del fatto che il loro elettorato si basa in larga misura su questi ceti. Quando, nonostante tutto, è stata sollevata qualche critica nei dibattiti sull'esclusione dei decili 6-7 dall'alleggerimento dell'imposta sul reddito, il Ministero delle Finanze ha spiegato che, a causa dei numerosi punti di credito fiscale di cui godono questi decili, l'impatto per loro sarebbe stato limitato anche se l'ampliamento fosse iniziato, ad esempio, da uno stipendio di 10.000 shekel. Se ciò fosse vero probabilmente non avrebbe disturbato il Ministero ampliare gli scaglioni inferiori per alleviare il carico fiscale su coloro che, nonostante tutto, pagano le tasse ma la motivazione scelta sostiene che un'aliquota marginale elevata sugli scaglioni di reddito più alti danneggia l'incentivo a lavorare per i decili superiori e pertanto è necessario ridurla. Questo ci riporta al funzionamento degli scaglioni dell'imposta sul reddito in Israele: ogni reddito (o ogni shekel) che un lavoratore guadagna fino al primo scaglione fiscale di 7.000 shekel non è tassato affatto. In seguito, nella fascia 7.000-10.000 shekel, il lavoratore paga il 10%. Prendiamo un lavoratore che guadagna 24.000 shekel e può decidere se lavorare un po' di più per uno stipendio aggiuntivo di 100 shekel. Attualmente la sua aliquota marginale su quei 100 shekel aggiuntivi sarebbe del 35%. Dopo l'ampliamento degli scaglioni, l'aliquota marginale su quei 100 shekel sarà solo del 31%, quindi avrà un incentivo maggiore a lavorare. Se il beneficio fiscale fosse stato concesso sullo scaglione di 10.000 shekel, l'incentivo del lavoratore ad aumentare la sua occupazione non sarebbe aumentato. In apparenza sembrerebbe un uso accorto della teoria economica per definire una politica fiscale, a parte un piccolo dettaglio: questa è la soluzione a un problema che non esiste. Non c'è alcuna ragione per incentivare i lavoratori dei decili 8-10 a lavorare di più. Israele è uno dei paesi con il più alto numero di ore lavorative settimanali tra le nazioni OCSE. Il Forum Arlozorov, tra i pochi oppositori della proposta, ha mostrato che gli unici paesi nell'organizzazione internazionale con più ore di lavoro di Israele (40,1 in media) sono Colombia, Turchia, Costa Rica, Messico e Cile.

Nei decili superiori la media delle ore lavorate è ancora più alta anche a causa di una cultura lavorativa poco sana nel vasto settore high-tech: la media nel decile 8 è di 46 ore, nel decile 9 di 47 ore e nel decile 10 di 48,8 ore a settimana che equivalgono a quasi 10 ore di lavoro al giorno. Molti studi hanno dimostrato che all'aumentare delle ore lavorative l'efficienza diminuisce e di conseguenza la produttività oraria in Israele è bassa. Anche i decili 6-7 lavorano in media molto rispetto agli paesi OCSE ma in questi decili ci sono più lavoratori part-time. Un nuovo indice sulle politiche familiari della Fondazione Berl Katznelson ha rilevato che, per quanto riguarda il tempo condiviso, che include il tempo di spostamento per lavoro, le ore lavorative e i divari nelle ferie tra genitori e figli, Israele si trova al penultimo posto su 33 paesi dell'OCSE. Quello che questo cambiamento produrrà, invece, sarà un alleggerimento fiscale a partire dai ceti medio-alti, aumentando le disuguaglianze socioeconomiche in Israele. Nel budget 2026 non ci sono certo 5 miliardi di shekel in eccesso e parallelamente a questo beneficio è previsto un aggravamento del deficit e del costo del servizio del debito, ovvero gli interessi sul debito. Questo mentre il deficit reale, il divario nella spesa sociale e nelle infrastrutture rispetto alla media OCSE, continua a crescere. Nel frattempo i costi della guerra gravano su tutti gli strati della popolazione che continuano a sopportare il congelamento degli scaglioni dell'imposta sul reddito e dei punti di credito, l'aumento dell'IVA al 18% mentre il settore pubblico continua a subire tagli.

Per quanto riguarda la tassazione sugli extraprofitti delle grandi banche israeliane, verrà ridotta di oltre il 55%. Le banche verseranno complessivamente 3 miliardi di shekel nel 2026 e 250 milioni di shekel nel 2027, per un totale di 3,25 miliardi di shekel, con la garanzia che non saranno applicate loro ulteriori imposte speciali sugli utili straordinari nei prossimi anni. Il programma originale prevedeva invece che le banche fossero tassate al 15% sui loro extraprofitti a partire dal 2026 e per cinque anni, un'imposta che avrebbe dovuto far entrare nelle casse dello stato 1,5 miliardi di shekel all'anno e 7,5 miliardi di shekel per l'intero periodo. Gli utili delle grandi banche sono schizzati negli ultimi anni con un incremento superiore al 200%. Dopo che la media degli utili bancari negli anni 2017-2020 era stata di circa 9 miliardi di shekel, la cifra è salita fino a raggiungere i 32 miliardi di shekel nel 2025. Dai bilanci delle banche emerge che nelle spese degli istituti di credito non si è verificato alcun cambiamento sostanziale in questi anni e nelle commissioni si è registrato un cambiamento minimo. La parte preponderante degli utili è derivata dal reddito da interessi netti, ovvero i profitti sugli interessi attivi sui prestiti erogati dalle banche, al netto degli interessi passivi corrisposti sui depositi. L'aumento degli utili bancari da interessi è derivato dalla combinazione dell'aumento del tasso di interesse della Banca d'Israele, che ha concesso alle banche commerciali la disponibilità a ricevere tassi elevati dalla banca centrale e a imporre tassi elevati alla clientela, e dalla mancanza di concorrenza, dato che 5 grandi banche controllano la stragrande maggioranza del sistema bancario. Il compromesso in via di definizione rappresenta un ulteriore punto di cedimento del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich nelle discussioni sul budget e l’Economic Arrangements Law per l'anno 2026. In una conferenza stampa prima dell'inizio delle discussioni Smotrich aveva dipinto le banche come nemiche pubbliche, dopo che per anni, anche sotto la sua supervisione come ministro delle Finanze, avevano goduto di mancanza di concorrenza e di una regolamentazione che aveva permesso loro di beneficiare di ampi spread sui tassi d'interesse. Nel frattempo le necessità di bilancio del governo sono solo in aumento. La guerra e le sue esigenze economiche hanno causato un aumento della proposta di budget per il 2026 da 659 miliardi di shekel a 699 miliardi di shekel, dove la maggior parte della somma è destinata alle esigenze di sicurezza che sono schizzate in alto. La diminuzione di una fonte di bilancio nel calcolo pluriennale porterà a un aumento delle tasse per gli strati più deboli, a tagli nei servizi governativi o a un aumento del debito e dei pagamenti degli interessi sul debito.

A completare il quadro ci sono le modifiche al budget statale per il 2026, recentemente approvate dal governo e ora in discussione alla Knesset. Il dato più rilevante è l'aumento di 22 miliardi di shekel per il Ministero della Difesa, che passa da 112 a 142 miliardi, a cui si aggiunge una riserva di altri 7 miliardi per eventuali escalation belliche. Sono stati operati tagli significativi in diversi settori sociali: 187 milioni di shekel dall'istruzione, 100 milioni dalla sanità, 92 milioni dal welfare, 44 milioni dall'occupazione e 50 milioni dall'istruzione superiore. Particolare preoccupazione ha destato l'individuazione di una "riserva generale" di 5.8 miliardi di shekel nei documenti di bilancio, priva di qualsiasi dettaglio sulla sua destinazione. Questo fondo, privo di meccanismi di controllo parlamentare, è stato duramente criticato dall'opposizione in Commissione Finanze che teme possa essere utilizzato per scopi politici e senza supervisione.

Non va dimentico che la direzione di Tnufa, l'ente governativo preposto alla ricostruzione e allo sviluppo delle regioni del Nord e del Sud di Israele, subirà un taglio di 70 milioni di shekel ai propri budget destinati alla ricostruzione. La somma destinata al taglio minaccia di compromettere una serie di programmi il cui valore complessivo ammonta a circa 5,8 miliardi di shekel, gettando un'ombra incerta sul futuro degli sforzi di ricostruzione delle zone più colpite dalla guerra. Secondo quanto riferito dagli stessi funzionari del Ministero, l'impatto del taglio si concentrerà prevalentemente su quei programmi che non hanno ancora ricevuto l'approvazione definitiva da parte del governo.

Becky Cohen-Keshet del Forum per la lotta alla povertà ha paragonato l’azione del governo ad una fabbrica che inquina un fiume. L'azienda produce e trae profitto mentre il danno ambientale e sociale ricade sulla collettività. Allo stesso modo, il governo, tagliando la spesa sociale, sta di fatto nascondendo i veri costi della guerra scaricandoli sui cittadini. Il costo reale di un conflitto non si limita alle spese per armamenti come carri armati e missili. Include anche l'ondata di traumi psicologici che colpirà un'intera generazione, la necessità di assistenza sociale per decine di migliaia di sfollati e le difficoltà di un sistema educativo costretto alla didattica a distanza in un paese dove molti bambini dei ceti più poveri non possiedono un computer, un tablet o una connessione internet adeguata. Un esempio lampante di questa esternalizzazione è la protezione fisica dei cittadini. Secondo i dati dell'Ufficio Centrale di Statistica il 55% degli appartamenti in Israele è privo di una stanza di sicurezza (mamad). Il rapporto del Controllore dello Stato aggrava il quadro, rivelando che circa un terzo della popolazione, pari a 3.2 milioni di persone, non ha accesso ad alcuno spazio protetto normato. Questa carenza è il risultato di una precisa scelta politica di decenni fa, quando lo Stato stabilì che la responsabilità della costruzione dei mamad fosse a carico dei cittadini. Le conseguenze di queste scelte sono visibili sulla pelle dei cittadini di Israele. Durante gli attacchi del regime iraniano questo sabato sera è stata colpita una città del Sud, Dimona, dove, a detta di un poliziotto locale intervistato da Haaretz, la maggioranza della cittadinanza non possiede una stanza di sicurezza. Allo stesso modo, il genitore che deve rimanere a casa con i figli perché l'istituto scolastico è chiuso per mancanza di adeguata protezione, perdendo così un salario giornaliero fondamentale, è il prodotto diretto di questa politica che scarica la gestione della guerra sul singolo cittadino. Il risparmio pubblico sui danni collaterali della guerra è illusorio, rappresentando invece un debito che verrà saldato con interessi: attraverso il logoramento della salute mentale di un'intera generazione, l'abbandono scolastico di bambini che hanno perso mesi di apprendimento continuo e il collasso di fasce di popolazione che avrebbero potuto rappresentare la spina dorsale economica del paese nel dopoguerra.