Bucharin e le mancate riforme economiche del sistema sovietico


1. Si può parlare di bucharinismo?

Nel libro collettivo Bucharin tra rivoluzione e riforme troviamo dei saggi molto utili per inquadrare la parabola storica e politica del bucharinismo. Stephen F. Cohen definì la riscoperta di Nikolaj Ivanovic Bucharin e del cosiddetto bucharinismo, termine che usa per indicare sinteticamente le idee e le linee politiche di Bucharin negli anni ‘20, come uno dei grandi ritorni sulla scena politica della storia moderna. Cohen ricorda che, dopo la campagna denigratoria stalinista e l'esecuzione capitale del 1938, questo dirigente bolscevico, un tempo di grande prestigio, era stato confinato a una semplice nota a piè di pagina. A partire dagli anni ‘50, grazie all'opera pionieristica di Alexander Erlich, si è registrato un eccezionale ritorno di interesse teorico e politico verso Bucharin, visto come padre fondatore dell'Unione Sovietica e pensatore marxista. I motivi di questa fama postuma risiedono nella riscoperta di un'alternativa allo stalinismo, in particolare all'esperienza stalinista della costruzione del socialismo, nelle politiche non staliniste della NEP (Nuova Politica Economica) degli anni ‘20. Cohen precisa che la discussione non è incentrata su un'alternativa democratica allo stalinismo, ritenuta inesistente dopo l'ottobre 1917, bensì sulla possibilità di un'alternativa alle atrocità dello stalinismo (dalla collettivizzazione al Gulag), una via bolscevica meno dispotica e sanguinaria per la costruzione del socialismo e la modernizzazione economica dell'Unione Sovietica.

Il bucharinismo era l'autentica voce politica della NEP. Dopo Lenin, Bucharin ha elaborato le tesi e le politiche programmatiche della NEP a metà degli anni ‘20, le ha rimeditate per dar loro maggiore incisività alla fine del decennio e ha tentato di difenderle dall'assalto dello stalinismo nel 1928-1929. Il suo programma intendeva promuovere un modello evolutivo di crescita agricola e industriale equilibrata, tramite una combinazione razionale di pianificazione e mercato e una fusione di forme socialiste e non socialiste. Cohen evidenzia come il bucharinismo fosse anche un'anticipazione politica dello stalinismo, nel senso che il programma della NEP scaturiva dalla consapevolezza che l'unica alternativa bolscevica alla NEP sarebbe stato qualcosa di "mostruoso". Già negli anni ‘20 Bucharin prevedeva come potenziale esito raccapricciante della rivoluzione bolscevica qualcosa di molto vicino allo stalinismo degli anni ‘30, diventando così un antistalinista ante litteram. Cohen analizza poi le riflessioni di Bucharin sull'esperienza del comunismo di guerra (1918-1921) che portarono a quattro punti chiave: il rifiuto delle astrazioni teoriche che avevano giustificato l'estremismo del comunismo di guerra, portando Bucharin ad ammettere l'importanza economica del settore privato e a elaborare il concetto di socialismo in un solo paese già nel 1922-23, prima che Stalin lo facesse suo nel 1924, con l'avvertenza che per Bucharin ciò significava che il socialismo russo sarebbe apparso come un socialismo asiatico, la necessità di guadagnarsi o mantenere l'appoggio della popolazione russa, in particolare della classe contadina, con la smyčka (alleanza) come condizione sine qua non per il potere bolscevico, il rifiuto della violenta lotta di classe degli anni della guerra civile, trasformandosi in paladino della pace civile come unico contesto possibile per la costruzione del socialismo, con la lotta di classe che doveva assumere un carattere di evoluzione pacifica nella concorrenza economica e, infine, il rifiuto della statalizzazione illimitata, con la preoccupazione per il potere del nuovo partito-stato sovietico e il timore che un connubio tra la tradizione russa di dispotismo e lo stato moderno potesse portare a un metodo "mostruoso" di costruzione del socialismo. Bucharin accusava la linea di Stalin di essere "rovinosa per tutta la rivoluzione" e per il socialismo stesso, definendo la politica agricola di Stalin "mostruosamente unilaterale" e basata su uno "sfruttamento militare-feudale della classe contadina".

Francesco Benvenuti, nel suo intervento, concorda sul fatto che le idee di Bucharin sulla politica interna negli anni ‘20 costituiscono un corpo politico di notevole organicità e coerenza, tanto da rendere legittimo parlare di bucharinismo. Tuttavia osserva che la corrispondenza effettiva tra la politica economica perseguita dal governo nel 1925-27 e le indicazioni degli scritti buchariniani del 1925 è assai discutibile. Alcune delle sue proposte più solide, come la meccanizzazione dell'agricoltura e la larga promozione della cooperazione, non furono attuate che tiepidamente mentre a partire dagli inizi del 1926 aumentarono provvedimenti governativi di ispirazione più di sinistra senza segni di critica da parte di Bucharin. Nel febbraio 1924 Bucharin cominciò ad affermare che la rivoluzione e il socialismo avrebbero assunto nei vari paesi "lineamenti originali". Nel luglio 1925 invitava il partito a riconciliarsi con la prospettiva che, fino alla rivoluzione mondiale, il socialismo sovietico sarebbe stato necessariamente arretrato. Benvenuti ritiene che si tratti più di una constatazione storica che dell'indicazione di una linea politica e che Bucharin abbia condiviso con Stalin due conseguenze della formula del socialismo in un solo paese: che il socialismo in Unione Sovietica avrebbe potuto fallire solo in seguito a un intervento esterno e che non sarebbe andato a detrimento del socialismo il tentativo di portare il patriottismo russo e ucraino sui binari del patriottismo della dittatura del proletariato. Infine critica la visione di Cohen che pone il comunismo di guerra come un periodo di "romanticismo rivoluzionario", ricordando che proprio nel periodo della NEP si costituirono elementi che sarebbero divenuti parte integrante dello stalinismo, come la stretta integrazione stato-partito e il restringimento della democrazia di partito mentre l'esercito, simbolo del comunismo di guerra, poté proporsi in piena NEP come depositario della tradizione democratica della rivoluzione.

2. Bucharin e la costruzione del socialismo 

Analizzando il dibattito che attraversò il partito bolscevico negli anni ‘20 del Novecento con il libro Political undercurrents in soviet economic debates. From Bukharin to the modern reformers di Moshe Lewin, appare una realtà ben più sfumata e complessa della semplice contrapposizione tra una fazione di Sinistra e una di Destra. Sebbene le ostilità fossero accese e le reciproche accuse feroci, le differenze sostanziali tra i due schieramenti erano spesso meno nette di quanto la propaganda militante lasciasse intendere e in molti casi si trattava principalmente di divergenze di enfasi, di priorità o di tempistiche, piuttosto che di vere e proprie opposizioni di principio inconciliabili. Un esempio clamoroso di questa ambiguità si ebbe durante un notevole dibattito svoltosi all’Accademia Socialista nel settembre del 1926, sotto la presidenza dello storico Pokrovsky. In quell’occasione i principali portavoce dell’opposizione di Sinistra, tra cui Preobrazhensky, Piatakov, Smilga e Radek, discussero in modo sorprendentemente franco e moderato con i difensori della linea ufficiale del partito su tutti i problemi economici controversi del paese. Fu lo stesso Preobrazhensky a lanciare un appello affinché non si esacerbassero inutilmente i dissensi e perché non si introducessero problemi ideologici astratti, come quello della costruzione del socialismo in un solo paese, quando all’ordine del giorno c’erano questioni economiche concrete, dimostrando una volontà di compromesso che il clima politico generale tendeva a oscurare.

Su questi temi pratici anche le proposte della Sinistra, pur avanzando l’esigenza di una redistribuzione delle risorse a favore della crescita industriale, rimanevano sorprendentemente moderate e improntate a criteri di concretezza. I loro obiettivi per gli investimenti, la tassazione e la politica commerciale erano del tutto ragionevoli e distanti dalle caricature che ne faceva la propaganda della maggioranza. La prova che un compromesso fosse possibile, in un’atmosfera più razionale e tenendo a bada le aspre dispute teoriche, venne proprio dalla concretezza dei numeri in gioco. Le divergenze tra le parti, infatti, si riducevano spesso a vere e proprie contrattazioni su cifre relativamente modeste. Si discuteva, ad esempio, di stanziare un centinaio di milioni di rubli aggiuntivi per gli investimenti industriali, oppure di estorcere una trentina di milioni di rubli in più di tasse dai ricchi commercianti della NEP. Questo dimostra come, al di là delle invettive ideologiche, il nocciolo del conflitto toccasse scelte economiche specifiche e quantitativamente circoscritte.

La propaganda della maggioranza accusava la Sinistra di voler liquidare la NEP, di opprimere i contadini e di abbassare il tenore di vita. La Sinistra, con altrettanta convinzione, ribadiva il proprio sostegno alla NEP, dichiarandosi contraria all’espropriazione dei kulaki e di qualsiasi altro imprenditore privato, arrivando addirittura a dichiarare di vedere di buon occhio una certa crescita di questi elementi, purché la crescita del settore socialista, principalmente quello industriale, fosse costantemente garantita. Un esponente della Sinistra come Pyatakov si oppose esplicitamente all’uso della polizia politica contro i settori privati poiché ciò non risolveva i problemi di fondo degli squilibri economici. La Sinistra premeva per incrementare gli investimenti industriali e si opponeva all’abbassamento prematuro dei prezzi industriali annunciato dal governo, una politica che un critico occidentale dell’epoca definì economicamente insana in un periodo di crescenti carenze di merci. Tutti questi piani erano accompagnati dal trasferimento di risorse dai contadini all’industria che doveva avvenire solo entro i limiti di ciò che era economicamente possibile, tecnicamente fattibile e razionale. Inoltre c’erano ulteriori vincoli come il tasso di accumulazione nelle fattorie contadine, l’entità del raccolto, i prezzi mondiali del grano e il volume delle esportazioni. Di conseguenza la conclusione di Lewin è che la discussione tra la Sinistra e la Destra avrebbe potuto essere risolta a un tavolo di trattative, tramite un confronto su politiche pratiche.

Lo stesso quadro di complementarità si riscontrava sui problemi della collettivizzazione e della cooperazione. I disaccordi vertevano essenzialmente sulla valutazione del futuro del movimento cooperativo. La Sinistra riteneva che la collettivizzazione dovesse seguire lo sviluppo industriale e non precederlo. Solo nel loro programma del 1927 avrebbero chiesto più attenzione per i kolchoz ma sempre entro i limiti dei mezzi esistenti e col consenso dei contadini. Anche la Destra, con Bucharin in testa, non credeva che i kolchoz potessero diventare un fattore importante nel breve termine, sostenendo che il futuro dell’agricoltura sarebbe dipeso a lungo dalle aziende private che sarebbero “cresciute” nel socialismo attraverso un movimento cooperativo commerciale. Bucharin riteneva che la strada principale verso il socialismo passasse attraverso la cooperazione ordinaria di commercializzazione, acquisto e credito. Questa complementarietà delle tesi è stata spiegata da studiosi come i professori Erlich e Bobrowski con la diversa enfasi data dai due schieramenti. Per Preobrazhensky erano fondamentali il dinamismo e la crescita, per Bucharin l’equilibrio. Il primo, pur comprendendo la necessità di equilibrio nel lungo periodo, sottolineava l’accelerazione dello sviluppo mentre il secondo, pur volendo un’economia dinamica, era interessato a stabilire limiti alla crescita per non perdere il controllo del processo.

L’unica vera e insanabile contraddizione, secondo Lewin, risiedeva nel campo ideologico e in particolare nella controversia sulla possibilità di costruire il socialismo in un solo paese. Per la Sinistra questa tesi era una deviazione “nazional-socialista” dal marxismo, con implicazioni di vasta portata. Anche questo scontro su posizioni teoriche inconciliabili non produsse differenze chiare e nette nelle politiche concrete. Gli internazionalisti, che secondo i loro oppositori seminavano confusione negando la possibilità del socialismo in Russia, furono proprio quelli che premettero con maggiore forza per accelerare gli investimenti al fine di realizzare quell’“impossibile” socialismo. D’altra parte, se era possibile iniziare a costruire il socialismo in un solo paese, il suo completamento dipendeva pur sempre dal suo avvento a livello mondiale. La polemica sulla degenerazione dello stato proletario e del partito rappresentò un altro fronte di rottura insanabile. L’accusa, lanciata dalle opposizioni, che lo stato e il partito stessero degenerando verso forme di capitalismo di stato o di restaurazione termidoriana era percepita dalla maggioranza come un atto di tradimento. Bucharin, in particolare, rispose con alcuni dei suoi discorsi più superficiali e demagogici, accusando l’opposizione di volere un secondo partito. Anche in questo caso lo stesso Bucharin non poteva negare l’esistenza di problemi difficili e ammetteva che il pericolo della degenerazione era reale e che la democrazia interna al partito doveva essere rafforzata.

Al di là di queste dispute, Bucharin elaborò un insieme di temi che giustificavano un vero e proprio “ismo” personale, distintamente suo, già prima e durante la sua alleanza con Stalin. Alcune sue idee chiave, radicate in una sfiducia verso il potere statale e le burocrazie, emersero con forza durante la NEP. Sottolineò il ruolo dei principi cooperativi nella costruzione di una società socialista, vedendo nella cooperazione la “strada principale” per i contadini. A differenza di una visione che vedeva la socializzazione come un processo di espansione onnicomprensiva dello stato, Bucharin, riprendendo un’idea di Lenin, favoriva il principio cooperativo di organizzazione che a lungo termine avrebbe contribuito al “deperimento” dello stato, un concetto centrale per qualsiasi socialista. Dopo aver abbandonato le illusioni del comunismo di guerra, definito una caricatura del socialismo, Bucharin sostenne la necessità di una strategia di sviluppo organico che rendeva la NEP una strategia di lungo periodo. Da ciò derivava il suo famoso slogan “nessuna terza rivoluzione”, contrapposto alla successiva tesi staliniana di un acutizzarsi sempre maggiore della lotta di classe con l’avanzare del socialismo. Bucharin propugnava l’espulsione delle classi imprenditoriali attraverso il “superamento” nella competizione di mercato e la trasformazione dei contadini attraverso una lenta opera di convincimento e di collaborazione, permettendo loro di crescere e differenziarsi, purché il settore socialista fosse in espansione. Il suo ottimismo relativo si basava su una ridefinizione del contadino come soggetto con un potenziale rivoluzionario, tanto che arrivò a definire le campagne, guidate dagli operai, come il grande potere liberatore del nostro tempo. Bucharin non era affatto compiaciuto dalla prospettiva del socialismo in un solo paese. Riteneva che l’assenza di una classe internamente capace di restaurazione capitalistica, unita alla consapevolezza della povertà del paese, avrebbe portato a una forma di socialismo arretrato, senza alcuna pretesa di superiorità globale. Fu anche tra i primi a intuire che non si poteva distruggere il mercato con un colpo solo e che si sarebbe raggiunto il socialismo solo attraverso le relazioni di mercato. Diffidava dei monopoli statali, che portavano a burocratizzazione e a quella che chiamava putrefazione monopolistica, e vedeva nella concorrenza di mercato l’unico rimedio a queste tendenze, arrivando a concepire, assieme ad economisti come Bazarov e Groman, un’idea di pianificazione che integrasse l’azione statale con i segnali del mercato, in un quadro di equilibrio dinamico dell’intero sistema sociale ed economico.

Nel corso degli anni della NEP il pensiero di Bucharin si sviluppò attorno a quattro temi ricorrenti, alcuni dei quali affondavano le radici nel periodo della guerra civile o addirittura in quello prerivoluzionario. Il primo tema era una diffidenza, talvolta nascosta ma spesso aperta, verso il potere statale e la dominazione amministrativa burocratica. Il secondo tema era la percezione dei sistemi sociali ed economici in termini di un equilibrio dinamico, periodicamente disturbato (in modo particolare e inevitabile durante la transizione rivoluzionaria) ma successivamente ripristinato durante la normalizzazione, quando diventa possibile uno sviluppo pianificato. Il terzo tema riguardava la sua visione del contadino, considerato né socialista né capitalista e quindi visto più come un alleato e meno come una minaccia di quanto assumessero molte altre formule leniniste. Il quarto e ultimo tema deriva dalla fiducia nel potenziale dei contadini ed era un forte impegno verso le forme della NEP e i meccanismi di mercato. Per Bucharin la NEP era essenzialmente il quadro socioeconomico più adatto per costruire una società socialista in un paese arretrato e probabilmente per molti versi in qualsiasi paese.

Questi temi rimasero costanti anche nella fase successiva del pensiero di Bucharin che dal 1926 al 1929 si sviluppò in un nuovo e più ampio programma per le politiche e le strategie di sviluppo socialista. Riguardo all'industrializzazione, il cambiamento fu evidente e rivelò un approccio più realistico al problema dell'accumulazione dei mezzi e dell'accelerazione della crescita industriale. Bucharin rimediò così a una debolezza evidente della sua precedente e insostenibile teoria dell'accumulazione attraverso la circolazione. Una nuova e più acuta consapevolezza di entrambi i problemi è documentabile in numerosi testi, in particolare in quelli pubblicati durante il 1927. In un discorso del 28 luglio 1926 Bucharin dichiarò che era assolutamente chiaro che l'industria socialista doveva crescere grazie a ciò che veniva prodotto dalla classe operaia all'interno dell'industria statale ma era anche necessario pompare risorse dal serbatoio non industriale, inclusi alcuni mezzi da prelevare dall'economia contadina poiché anche i contadini erano obbligati ad aiutare lo stato nella costruzione dell'industria socialista. Aggiunse tuttavia una qualifica significativa, sostenendo che l'intero problema si riduce a rispondere alla domanda su quanto dovesse essere prelevato dai contadini per costruire quell'industria.

Una volta accettato il principio di una maggiore accumulazione a spese dei contadini, Bucharin ritenne essenziale dichiarare le modalità, i metodi e i limiti di questa operazione. Accettò la spinta verso l’industrializzazione come indispensabile ma raccomandò costantemente cautela e autocontrollo da parte dello stato in questa sfera delicata e pericolosa. Questo approccio trovò espressione nella politica di industrializzazione molto equilibrata e ponderata raccomandata dal XV Congresso del Partito nel dicembre 1927 e successivamente nelle Note di un economista, pubblicate nove mesi dopo il congresso. Con quest’ultimo si raccomandò una strategia volta a un rapido tasso di crescita a lungo termine, piuttosto che un tasso massimo per l'anno successivo, mettendo in guardia da un'enfasi eccessiva sull'industria pesante e sottolineando lo sviluppo delle industrie leggere che potevano servire sia come fornitrici di beni di consumo sia come buona fonte di accumulazione per un'ulteriore crescita. Si incoraggiavano inoltre le piccole industrie e l'artigianato tradizionale come fonti convenienti di approvvigionamento in grado di mitigare le carenze durante l'espansione industriale. La risoluzione del congresso mise lucidamente in guardia contro il sovrainvestimento e il pericolo di sprechi dovuti a un'eccessiva dispersione di mezzi e alla ricerca della grande dimensione. Sottolineò fortemente la necessità di vigilare sull'equilibrio del mercato.

Bucharin espanse questi concetti in una dichiarazione programmatica completa per uno sviluppo industriale equilibrato della Russia in Note di un economista. Al posto del precedente approccio eccessivamente cauto, sostenne in modo convincente un tasso di crescita elevato e costante per il quale il termine ottimale sarebbe appropriato. Rifiutò categoricamente l'enfasi sulla velocità sotto lo slogan "i tempi decidono tutto", la spremitura illimitata delle risorse e la concentrazione unilaterale sull'industria pesante con totale disprezzo per altri interessi. Secondo Bucharin, verso la fine del 1928, non aveva senso mettere a dura prova l'economia nazionale accelerando ulteriormente il tasso di crescita già raggiunto, che era eccellente (circa il 20%), poiché ciò avrebbe causato interruzioni e sarebbe stato controproducente. In un discorso del 1928 affermò la sua accettazione di un trattamento preferenziale per l'industria pesante e di ambiziosi obiettivi di crescita ma dichiarò che i limiti superiori erano già stati raggiunti e che proporre di raddoppiare i tempi sarebbe stata una politica da pazzi. Ciò gli valse l'infamia di essere un "nemico dell'industrializzazione" ma ciò che lui e Rykov contestavano erano tempi irraggiungibili, quindi falsi, che avrebbero comportato costi enormi e alla fine una resa decrescente. Rykov, suo alleato, affermò che non si doveva creare un feticcio dei tempi e che quando le circostanze lo richiedessero era del tutto ammissibile abbassare la curva degli investimenti, avvertendo che la temerarietà in questo campo poteva essere disastrosa.

Bucharin sosteneva che, in materie complesse come queste, il politico e il pianificatore dovessero pensare in termini di correlazioni e proporzioni all'interno del sistema economico nel suo insieme, dove tutte le parti sono interconnesse. Ad esempio, non era possibile tassare i contadini secondo il principio "più si prende, meglio è" senza rendersi conto che ciò avrebbe portato alla stagnazione dell'agricoltura, creando a sua volta grandi difficoltà per la crescita economica a lungo termine. Una certa accumulazione doveva essere permessa in agricoltura nell'interesse stesso dell'industria. Lo stesso approccio equilibrato era applicabile alle industrie leggere. Bucharin continuava a chiedersi se fosse giusto investire tutto o quasi nell'industria pesante e addusse due ragioni per ritenere errate tali attitudini. In primo luogo credeva che ci fosse un limite massimo nel reddito nazionale per la quota di accumulazione e investimenti a spese del consumo, oltre il quale si sarebbe verificato un sovrainvestimento, seguito da una riduzione dei rendimenti in termini di crescita dell'industria e del reddito nazionale, e infine da enormi sprechi. In secondo luogo la ricetta per gli investimenti consisteva nell'evitare un'inutile dispersione del fronte degli investimenti poiché molti cantieri stavano inghiottendo e congelando somme enormi, con molte opere che si trascinavano a lungo a causa dell'incapacità di fare così tante cose contemporaneamente, portando a una carenza di beni che già nel 1928 era diventata intollerabile.

Bucharin disse molto anche sull'attività specifica della pianificazione di un'intera economia nazionale. Credeva nella superiorità della pianificazione ma non pensava, come sosteneva la propaganda, che un'economia pianificata fosse di per sé superiore a quella non pianificata. Tutto dipendeva dalla qualità del piano e dalla sua attuazione. In uno stato fortemente centralizzato questo potente strumento, se usato in modo errato, poteva essere potenzialmente dannoso. Sottolineava spesso i limiti di un piano ben ragionato e i risultati deleteri di uno mal concepito. I danni e il caos causati da pianificatori incompetenti ma potenti potevano essere peggiori della spontaneità non pianificata del capitalismo. Nel gennaio 1929 aggiunse che, con una politica errata, il costo dell'intero processo avrebbe potuto essere non inferiore al costo dell'anarchia capitalistica. Bucharin predisse quindi correttamente il risultato di una pianificazione approssimativa e inaccurata e di una crescita sfrenata incurante dei costi. Pensava che la pianificazione fosse troppo importante per essere lasciata a congetture empiriche arbitrarie. Doveva essere presa sul serio e trasformata in una scienza applicata speciale. Era costantemente preoccupato per l'aspetto istituzionale dell'intero processo. L’eccessiva centralizzazione gli sembrava danneggiare il processo di pianificazione, lo sviluppo economico nel suo insieme e i suoi aspetti politici. Le Note di un economista suonarono l'allarme su questo argomento cruciale e sentiva che questo processo privava il sistema di molte possibilità ed energie. Per Bucharin la crisi del 1928 era causata da una serie di squilibri tra i settori di base dell'economia nazionale, fortemente aggravati da politiche mal concepite. Una carenza nella pianificazione, destinata a diventare una pratica costante, consisteva nel permettere una discrepanza tra obiettivi e risorse. Sembrava assurdo a Bucharin che i cifrari di controllo prevedessero, e quindi in un certo senso pianificassero, un divario del 20% tra gli obiettivi di costruzione e la produzione del ferro necessario. Inoltre derideva l'idea di pianificare un certo numero di case senza pianificare un numero adeguato di mattoni. Un piano deve prendere in considerazione travi e ferro reali, non mitologici. Il coordinamento tra i vari rami dell'economia e la coerenza interna di un piano erano necessari per raggiungere gli obiettivi del programma. La pianificazione avrebbe dovuto sforzarsi di ottenere correlazioni il più corrette possibile degli elementi di base dell'economia nazionale. Da questa idea si sviluppò la moderna tavola input-output. Bucharin sosteneva che anche quando il piano possedeva coerenza interna sulla carta, questa mancava nel processo di attuazione. Una pretesa troppo ambiziosa di pianificare troppo avrebbe portato, come poi avvenne, a un sistema di ordini minuziosamente dettagliati, con il potenziale per imbrigliare le persone piuttosto che padroneggiare veramente le tendenze essenziali. Le sue precedenti ipotesi sul raggiungimento del socialismo attraverso le relazioni di mercato e i suoi concetti di pianificazione si combinarono in una nuova visione dell'ambito della programmazione. Le forze e le relazioni di mercato, così come altri fattori spontanei al di fuori dell'economia, rendevano impossibile un piano ideale e imperativo. Pertanto un piano, per essere efficace, doveva essere abbastanza flessibile da discostarsi dagli obiettivi dei pianificatori ma dovrebbe essere adeguatamente correlato con la migliore previsione possibile delle inevitabili flessioni che sarebbero state introdotte dalle forze di mercato. Secondo Bucharin il risultato del piano sarebbe dovuto e dovrebbe essere corretto dai risultati spontanei dello sviluppo sociale che non potevano essere eliminati in questa fase. Tale ragionamento corrispondeva alle realtà della NEP ma implicava un problema a lungo termine indipendente dal quadro della NEP stessa. Una combinazione di azione statale attraverso piani e di spontaneità sarebbe rimasta ed è per questo che Bucharin lottò con tanta insistenza per preservare la NEP, credendo che i suoi tratti di base sarebbero rimasti validi a lungo. La preservazione della NEP e delle relazioni di mercato come parte indispensabile di essa, soprattutto per quanto riguarda i contadini, divenne il punto politico centrale in un documento che difese insieme a Rykov e Tomsky nel febbraio e aprile 1929. In queste sessioni il trio sostenne i legami di mercato e combatté aspramente il nuovo concetto della maggioranza, il cosiddetto legame produttivo con i contadini. Bucharin si oppose alla nuova linea e insistette sul fatto che la forma delle relazioni di mercato dovrebbe rimanere per anni la forma decisiva delle relazioni economiche. L'economia mista era un programma a lungo termine e un progetto a breve termine non avrebbe dovuto minarla.

Bucharin temeva il potere dello stato moderno, una paura evidente nel suo pensiero dai tempi delle sue riflessioni sull'imperialismo e sull'organizzazione del capitalismo di stato durante gli anni della guerra. Il capitalismo organizzato era gestito dallo stato e questo fattore era abbastanza potente da aiutare a superare l'anarchia interna delle forze di mercato, almeno in larga misura, attraverso gli strumenti dell'organizzazione e della pianificazione. Le sue concezioni, costantemente alimentate dall'ombra del Leviatano, mostravano notevole intuizione per questo problema nel contesto sovietico. Il suo atteggiamento più cauto verso le possibilità di pianificazione derivava dalla paura che piani troppo ambiziosi potessero portare a opprimere e sopprimere troppe persone. Per evitare questa deriva verso uno statalismo dilagante, favorendo la NEP, Bucharin voleva che lo stato si concentrasse su ciò che poteva realisticamente fare meglio, senza schiacciare i "piccoli" della Russia: artigiani, piccoli commercianti, piccoli industriali e piccoli produttori agricoli. Questi gruppi sociali, così come le imprese e i servizi cooperativi e statali su piccola scala, non erano solo indispensabili ma anche complementari all'industrializzazione, in grado di mitigare le tensioni correnti e future generate dallo sforzo di investimento in gran parte diretto verso progetti su larga scala. La negligenza o la distruzione di tali settori avrebbe privato lo stato di utili dispositivi e possibilità di manovra economica in un periodo di tensione, portando invece all'esacerbazione di conflitti e crisi. Quando metteva in guardia dallo statalismo, Bucharin temeva anche che una burocrazia dilagante, lungi dal diventare un'amministrazione moderna ed efficiente, potesse benissimo creare un ostacolo al raggiungimento di questo obiettivo e avrebbe richiesto un pesante tributo. Avvertì che se lo stato avesse preso su di sé troppi impegni sarebbe stato costretto a creare un colossale apparato amministrativo e la spesa per il suo mantenimento sarebbe stata incomparabilmente più significativa delle spese improduttive che appaiono a causa delle condizioni anarchiche della produzione su piccola scala. Queste idee fornivano un buon punto di partenza per un'analisi sociologica e politica genuina dello stato sovietico che eliminava l'assurda attribuzione di ogni fatto di vita sgradevole a "sopravvivenze borghesi" o a "pressioni piccolo borghesi". L'economia socialista centralizzata, per considerare solo questo fattore cruciale, creava un immenso apparato amministrativo e questo, a sua volta, metteva in moto una propria dinamica autosostenentesi. L'origine di classe dei funzionari non era il problema. Il predominio della carta sulla vita, della routine e della prestazione meccanica, il conformismo burocratico, erano generati dal modo in cui lo stato agiva e dalla sua tendenza intrinseca all'auto-reclusione corporativa.

Bucharin aderiva alla tesi della dittatura del proletariato ma era preoccupato di garantire la graduale riduzione del potere statale nel processo di sviluppo sociale. Questa convinzione lo spinse a insistere sullo slogan tratto dagli ultimi scritti di Lenin: nessuna terza rivoluzione nelle condizioni del potere sovietico. Secondo lui, invece, la leadership del partito stava intraprendendo nel 1928 una strada che non poteva essere attuata senza il terrore di massa. Sentiva che ciò che veniva proposto era diverso per genere, portata e dimensione. L'accusa lanciata da Bucharin, insieme a Rykov e Tomsky, contro l'applicazione di un sistema di misure straordinarie come politica a lungo termine, basata sulla coercizione di massa come suo metodo principale, fu violentemente negata. Alla fine del 1929 Bucharin stava già assistendo a cosa significasse entrare nella nuova politica staliniana attraverso il cancello delle misure straordinarie. Prima di tutto portò a una crisi sempre più ampia nell'agricoltura, con tutti i terribili effetti che aveva anticipato. La NEP era finita poiché le misure straordinarie sono incompatibili con la NEP, come sostenne al Comitato Centrale nell'aprile 1929, nello spirito del testo La via al socialismo e l’alleanza operaio-contadina che richiedeva legalità in tutte le azioni ed eliminazione dell'arbitrarietà amministrativa, fosse pure l'arbitrarietà rivoluzionaria. Per Bucharin qui stava il nocciolo della questione. Non voleva nessuna rivoluzione, nessuna nuova guerra civile. Metodi amministrativi prevalentemente oppressivi potevano solo portare alla creazione di un sistema oppressivo. Questo è il motivo per cui lottò per tassi di crescita ragionevoli, metodi flessibili di pianificazione, compresa la questione di "quanto" accumulazione e investimento, e le sue politiche contadine. Durante una sessione a porte chiuse del Politburo nel febbraio 1929 Bucharin accusò la leadership di installare un sistema di sfruttamento feudale militare del contado. Con questa caratterizzazione drammatizzò il problema e sottolineò il significato del suo appello a ricordare e realizzare lo stato-comune come delineato nelle Note di un economista e nel Testamento politico di Lenin. Questo concetto riassumeva in una terminologia apparentemente abbastanza ortodossa il suo controprogramma economico e politico: meno centralizzazione, più democrazia interna al partito, più razionalità e approccio scientifico ai problemi, nessuna coercizione di massa, meno fiducia in misure strettamente amministrative statali, priorità al gradualismo e alla persuasione. I critici di Bucharin valutarono correttamente il suo uso di stato-comune come un controprogramma per la democratizzazione.

In seguito, dopo diverse rituali ritrattazioni e sebbene fosse stato temporaneamente riammesso a una certa visibilità ma non al potere, Bucharin continuò privatamente a rimuginare sul destino e sui bisogni della Russia sovietica. Secondo le conversazioni con Borys Nicolaevsky nella primavera del 1936, Bucharin credeva che fosse cruciale per il sistema sovietico differenziarsi sufficientemente dallo stato nazista per diventare una vera alternativa sia per i russi che per altre nazioni. L'enfasi sul valore umanistico del socialismo era indispensabile ma questo non poteva essere efficace senza cambiamenti istituzionali nella condotta dello stato sovietico. Gli sembrava necessario autorizzare un secondo partito, composto prevalentemente da intellettuali, che potesse criticare il partito al potere dal punto di vista dei principi socialisti generali. 

Quando Bucharin combatté la Sinistra e aiutò Stalin a sopprimerla, contribuì involontariamente al processo di metamorfosi del partito e allo stesso tempo alla sua stessa rovina. Durante il 1928 e il 1929, mentre si impegnava in una lotta molto diversa nel corso della quale sviluppò il suo nuovo programma, riacquistò la sua lucidità. Tuttavia la Sinistra era ancora cieca a qualsiasi pericolo proveniente da Stalin. Pochi mesi prima che Bucharin visitasse Kamenev per informare la Sinistra dei piani di Stalin e offrire loro un'alleanza, Trotsky vedeva ancora il pericolo principale nella Destra. Per lui la Destra era un apparato di trasmissione per la pressione delle classi non proletarie sulla classe operaia. Gli stessi cliché spinsero la Sinistra a rifiutare l'offerta di Bucharin, contro il consiglio di Trotsky che, per un momento, fu incline a concludere un accordo limitato con la Destra ma non cambiò la sua visione di base sul pericolo principale. Né i militanti della Sinistra né il loro leader si resero conto in quel momento che il programma elaborato da Bucharin durante la sua lotta contro Stalin sarebbe diventato il loro. I pericoli della Destra contro cui stavano combattendo erano fantasmi. Bucharin, per quanto paradossale possa sembrare, esprimeva in questa fase meglio di chiunque altro la futura opinione comune sia della Sinistra che della Destra ma le liti del passato resero entrambe le parti inconsapevoli di questa convergenza di base e continuarono a combattersi ferocemente in un momento in cui il programma di Destra del 1928-1929 era l'unico controprogramma a quello di Stalin. Trotsky non riconobbe mai che dall'autunno del 1928 si era mosso costantemente verso una linea che Bucharin aveva formulato nelle Note di un economista e in altri testi. Nel febbraio 1930, valutando la nuova linea di collettivizzazione e industrializzazione, Trotsky sottolineò che l'Opposizione di Sinistra non aveva mai chiesto né si aspettava la liquidazione delle classi in cinque anni ma vedeva la scomparsa delle classi come un processo a lungo termine. Inoltre la Sinistra non voleva tagliare il reddito dei kulaki più di quanto fosse necessario per l'industrializzazione. Una liquidazione amministrativa, come intrapresa da Stalin, non era mai stata la loro intenzione. Durante il 1930 le proposte di Trotsky sia per le politiche interne che internazionali divennero completamente indistinguibili dalla linea di Bucharin. Sugli affari internazionali, specialmente sull'atteggiamento del Comintern verso il fascismo tedesco, Trotsky fece pressioni per una revisione del terzo periodo con la sua linea ultrasinistra e chiese un fronte unito con i socialdemocratici contro i nazisti, un'eresia bucharinista di lunga data. Dall'inizio degli anni '30 le critiche di Trotsky alle politiche interne divennero sempre più "buchariniane". I tempi della crescita industriale erano troppo veloci, la spinta alla collettivizzazione era folle, il tenore di vita di lavoratori e contadini doveva essere migliorato e così via. Ben presto chiese che la dekulakizzazione fosse fermata, la collettivizzazione forzata interrotta e l'intero programma di industrializzazione riformulato. Le sue prescrizioni raccomandavano cautela, obiettivi realistici, rifiuto dell'orientamento verso l'autarchia totale e la necessità di fare appello ai lavoratori per la collaborazione e la partecipazione. Un testo scritto nel 1932 è ancora più esplicito. In quell'anno la riammissione dei mercati dei kolchoz e altri segni di ritirata da parte del governo furono per Trotsky la prova che la collettivizzazione corretta, economicamente sana, avrebbe dovuto portare a una graduale trasformazione dei metodi della NEP, non alla sua fine. Nello stesso articolo Trotsky sostenne fortemente i meccanismi di mercato come indispensabili durante il periodo di transizione. La sua formulazione complessiva delle politiche da applicare durante il periodo di transizione includeva principalmente la pianificazione statale, i meccanismi di mercato e la democrazia sovietica.

Se Trotsky adottò idee dal bucharinismo, Bucharin prese in prestito concetti dal trotskismo. Nell'aprile 1929, in una risoluzione segreta contro Bucharin, il Comitato Centrale sostenne ufficialmente che la sua dichiarazione secondo cui non c'era democrazia interna al partito, che il partito si stava burocratizzando, che i segretari del partito non venivano eletti e che il regime del partito era diventato insopportabile, era completamente falsa. Questa critica fu seguita dall'affermazione secondo cui Bucharin era scivolato sulle posizioni di Trotsky, come espresse nella sua lettera del 1923 al Comitato Centrale, e che Bucharin intendeva infatti ciò che Trotsky intendeva allora, la libertà di gruppi e fazioni all'interno del partito. L'accusa di scivolare sulla posizione di Trotsky su questo punto era corretta. L'assunzione generale di Stalin, che proclamò con crescente ostinazione, che Sinistra e Destra fossero fondamentalmente la stessa cosa, si dimostrò un giudizio migliore di quello che le due fazioni avevano di se stesse. Trovò quindi necessario distruggerle come una comune "cospirazione criminale".

3. Le riforme necessarie

Alla morte di Stalin l’Unione Sovietica era emersa come una superpotenza, seconda solo agli Stati Uniti. I suoi successori, pur ereditando un sistema con un basso tenore di vita, una produzione agricola inadeguata e una popolazione ancora fortemente rurale, vantavano con sicurezza la prospettiva di superare economicamente gli Stati Uniti. Questa presunzione, spesso liquidata come propaganda in Occidente, si basava su dati di crescita economica impressionanti, soprattutto negli anni ‘50. In quel decennio il Prodotto Nazionale Lordo (PNL) sovietico cresceva a un tasso medio annuo del 7,1%, contro il 2,9% degli Stati Uniti. Sulla base di questi tassi sembrava ineluttabile che ogni nuovo piano quinquennale avrebbe ridotto il divario, portando l’Unione Sovietica a vincere la competizione economica in un tempo prevedibile. Diversi economisti occidentali, negli stessi anni, concordarono con questa prognosi, ritenendo il linguaggio dei numeri inesorabile.

Tuttavia, in modo inaspettato tanto per la leadership sovietica quanto per gli stessi economisti occidentali, i tassi di crescita subirono un brusco e significativo declino. Il punto di svolta venne unanimemente identificato nel 1958. Un economista americano notò che, se negli anni ‘50 l’economia sovietica era stata leader nella crescita tra le nazioni industrializzate, successivamente il tasso di crescita medio annuo era scivolato dal 7,1% degli otto anni precedenti al 5,3% per i sei anni successivi. Il problema, oltre al rallentamento della crescita, era la sua natura sistemica: a esso si accompagnava una diminuzione del tasso di crescita della produttività del lavoro e, aspetto ancor più allarmante, un calo della produttività del capitale.

Per illustrare questa tendenza negativa Lewin presenta una tabella sulla dinamica dell’efficienza della produzione industriale. Nel primo quinquennio 1951-1955 le attività di capitale fisso crescevano dell’11,4%, la produzione industriale dell’11,3%, con un aumento della produzione industriale per ogni punto percentuale di aumento delle attività fisse pari a 1,16 e una crescita della produttività per lavoratore del 7,6%. Nel successivo quinquennio 1956-1960, mentre le attività di capitale fisso crescevano ancora dell’11,5%, la produzione industriale rallentava al 10,4%, l’aumento per punto percentuale scendeva a 0,91 e la produttività per lavoratore al 6,3%. Nel periodo 1961-1965 la situazione peggiorava ulteriormente. Le attività di capitale fisso aumentavano dell’11,1% ma la produzione industriale crollava a un +8,6%, l’aumento per punto percentuale si riduceva a 0,77 e la crescita della produttività per lavoratore si attestava al 4,8%. La coincidenza di questi trend al ribasso della produttività dei fattori era particolarmente inquietante.

Dati più recenti, relativi all’intera sfera della produzione materiale (inclusi trasporti, edilizia e agricoltura, settori meno efficienti dell’industria), confermavano e aggravavano il quadro. Un indice di efficienza economica, definito come rapporto tra il volume fisico del reddito nazionale e la somma delle attività fisse e circolanti, mostrava un declino costante: da 62 copechi di reddito nazionale per ogni rublo di attività nel 1959, si scese a 53,2 copechi nel 1965 e a 50,6 copechi nel 1968. Khachaturov, ad esempio, pur riconoscendo che parte del trend era spiegabile da sforzi di ristrutturazione, lo giudicava “pernicioso”, sottolineando come lo stesso indicatore per gli Stati Uniti, nel periodo 1957-1963, mostrasse invece un miglioramento. Anche l’efficienza dello sforzo di investimento era drammaticamente crollata: tra il 1964 e il 1968 l’incremento del reddito nazionale rapportato all’incremento delle attività totali era di soli 43 copechi per rublo.

Il costo concreto di questa inefficienza venne quantificato in modo impressionante. Tra il 1961 e il 1965 il reddito nazionale crebbe di 54,5 miliardi di rubli. Nello stesso periodo la produttività degli investimenti cadde di circa il 15%. Se ciò non fosse accaduto, il reddito nazionale sarebbe aumentato di 217 miliardi di rubli aggiuntivi, non dei soli 57 miliardi realizzati. L’economia continuava a crescere ma i tassi sovietici non erano più eccezionali e venivano eguagliati o superati da alcuni paesi capitalisti e socialisti.

Lewin individua le cause profonde di questa crisi di efficienza in caratteristiche autodistruttive del meccanismo economico. L’Unione Sovietica stava investendo in input fisici a un ritmo molto più rapido degli Stati Uniti ma i rendimenti di questi investimenti erano paradossalmente in caduta libera. La devozione unilaterale alla priorità dell’industria pesante, un tempo considerata il segreto del successo sovietico, era divenuta palesemente controproducente, portando a una produzione per la produzione stessa. L’enorme pressione politica e gli ingenti apporti di forza lavoro non bastavano più a compensare la cattiva gestione delle risorse. Il sistema, pur eccellendo nel canalizzare risorse verso l’accumulazione, si dimostrava incapace di usarle con parsimonia o efficienza, generando sprechi e povertà diffusa. Il termine bad khoziain (cattivo padrone di casa), usato da contadini e operai, sintetizzava questa percezione di mala gestione. Concetti come qualità, innovazione e ottimizzazione erano al di là delle capacità delle istituzioni sovietiche che avevano sviluppato meccanismi interni profondamente ostili all’innovazione.

Di fronte a questa crisi, dopo la morte di Stalin, la leadership fu costretta a incoraggiare i propri economisti a trovare delle soluzioni. Studiosi come Nemchinov (statistico della vecchia scuola) e Novozhilov (poi premiato con un Premio Lenin) furono i pionieri. Emerse rapidamente una vigorosa scuola di economia matematica. Sebbene il matematico Kantorovich avesse formulato i principi della programmazione lineare già nel 1939, il suo lavoro era rimasto inosservato. Fu Novozhilov a comprenderne per primo il potenziale per l’economia e Nemchinov a sostenerlo. Ben presto sorsero laboratori, facoltà e istituti dedicati e una nuova generazione di studiosi (Lure, Vainshtein, Volkonsky, Belkin) lavorò a piani ottimali per l’intera economia. Nel 1959 l’Accademia delle Scienze nominò persino un comitato di eminenti economisti per elaborare raccomandazioni su come fissare i prezzi corretti, riconosciuto come il vero collo di bottiglia dell’economia sovietica. Dopo un anno di lavoro il comitato non fu in grado di presentare alcuna raccomandazione poiché ogni membro difendeva un’opinione diversa. La precedente uniformità era morta ma la scienza economica doveva essere ricostruita quasi da zero.

Parallelamente, nel 1962, il professor E. Liberman, con un articolo sulla Pravda, propose maggiore autonomia per le imprese, una revisione degli indicatori pianificati imposti dall’alto e una riprogettazione del sistema di incentivi, anticipando le riforme che sarebbero state lanciate tre anni dopo. Il dibattito che ne seguì, acceso e talvolta aspro, assunse anche caratteri ideologici e politici. Furono attaccati molti dogmi: la priorità dell’industria pesante fu riconosciuta come valida solo per le fasi iniziali dell’industrializzazione o addirittura come teoricamente infondata e controproducente. La validità dell’intera economia politica ufficiale, piena di cliché approvati dal partito, venne bollata come arretrata, dogmatica e irrilevante. Il dibattito portò all’accettazione diffusa di due idee chiave: le categorie di mercato non sono estranee al socialismo ma inerenti ad esso e deve essere trovata una nuova relazione tra il piano centrale e i meccanismi di mercato.

La critica al sistema di pianificazione centrale, un tempo proclamato come fondamento di ogni successo, fu devastante. Venne definito un “sistema imbracato e pesantemente vincolato” (Nemchinov). Un famoso progettista di aerei, Antonov, in un libro molto popolare, denunciò i danni “insopportabili” inflitti dagli “insensibili indicatori del piano”. Raccontò di operai che, per rispettare i tempi e non essere penalizzati, scaricavano i mattoni dai camion rompendone il 30%, agendo contro la loro coscienza e l’interesse del paese ma secondo il piano. Il sistema generava una perniciosa sfiducia reciproca tra i livelli gerarchici, costringendo gli alti dirigenti a perdersi in dettagli e a non avere tempo per le questioni di principio. La pianificazione era caratterizzata da soggettivismo e volontarismo ed era capace di infliggere danni pesanti all’economia. Nemchinov notò che circa il 60% della produzione veniva realizzato nell’ultima decade del mese. Le scorte di merci invendute crebbero di 3,5 volte tra il 1950 e il 1965, raggiungendo 34,97 miliardi di rubli, perché la popolazione rifiutava beni di cattiva qualità. Anche i beni strumentali restavano invenduti o si accumulavano dove non servivano.

Il sistema degli approvvigionamenti materiali, assolutamente inflessibile, era la principale causa delle perdite di tempo. Un quarto del tempo totale di lavoro andava perso a causa delle carenze di approvvigionamento. I tempi di costruzione degli impianti industriali erano da due a cinque volte più lunghi che negli Stati Uniti o in Inghilterra, un fattore cruciale nel rallentamento del progresso tecnico e nel congelamento di enormi risorse. Un terzo di tutti i macchinari per la lavorazione dei metalli nell’industria si trovava nei reparti di riparazione delle fabbriche a causa di una politica di ammortamento che non lasciava fondi sufficienti per il rinnovo. L’innovazione era sistematicamente penalizzata.

Il confronto con gli Stati Uniti, reso possibile da una migliore conoscenza delle economie occidentali, era impietoso. La produttività del lavoro sovietica era la metà di quella americana nell’industria e non più di un quinto in agricoltura. Il reddito nazionale sovietico era solo il 65% di quello americano mentre il volume degli investimenti era equivalente. L’Unione Sovietica spendeva un terzo del suo PNL in investimenti (il doppio della quota americana) ma rinnovava i propri impianti con la metà della velocità. Nell’industria meccanica, relativamente efficiente, un lavoratore su tre era impiegato in operazioni di carico, scarico o trasporto interno mentre negli Stati Uniti un addetto ai trasporti serviva venticinque o ventisei addetti alla produzione di base. C’era un’acuta carenza di manodopera qualificata e un surplus di ingegneri (2.486.000 in URSS contro 905.000 negli USA nel 1970), una cifra presentata dalla propaganda come una vittoria ma che Lewin interpreta come un’indicazione di un’enorme potenzialità ancora inespressa. La promessa di Krusciov di raggiungere gli Stati Uniti entro il 1970 venne realisticamente posticipata al 1975, con l’obiettivo di eguagliare i livelli assoluti di produzione industriale e agricola americani del 1970.

Per Nemchinov l’intero modello di pianificazione e gestione era “ossificato, meccanico, vincolato dall’alto verso il basso”. Un tale sistema, avvertiva, “metterà un freno al progresso sociale e tecnologico e crollerà, prima o poi, sotto la pressione dei reali processi della vita economica”.

Per questo motivo ci fu un profondo dibattito economico che attraversò l'Unione Sovietica negli anni ‘60, nato dalla consapevolezza che il sistema di pianificazione centralizzata amministrativa stalinista era giunto a un punto di crisi strutturale irreversibile. La crescita, basata sull’impiego massiccio di manodopera e capitale, mostrava segni di esaurimento. La scarsità di lavoro e i rendimenti decrescenti del capitale rendevano impossibile proseguire sulla vecchia strada. Diventava necessario passare da uno sviluppo estensivo a uno intensivo, basato cioè sull’efficienza e sull’uso più razionale delle risorse esistenti.

Questa nuova fase costrinse gli economisti e i pianificatori a reintrodurre nel loro pensiero categorie fino ad allora trascurate o negate dall’ideologia ufficiale, come la scarsità delle risorse e l’utilità dei beni. Si cominciò a riconoscere che i piani non potevano più limitarsi a fissare obiettivi di produzione in modo autoritario poiché dovevano tenere conto dei costi reali e dei bisogni sociali. Tre postulati divennero largamente accettati, almeno a livello di principio: l’intensificazione dell’uso delle risorse, la necessità di ristrutturare l’economia per correggerne gli squilibri interni e il superamento del vecchio modello che sacrificava i consumi agli investimenti, ormai insostenibile di fronte al deficit di manodopera.

Il nodo centrale individuato dai riformatori più radicali era l’inadeguatezza del sistema amministrativo nel suo complesso. Non bastavano più i ritocchi o i riassetti organizzativi. Il problema era che il sistema, basato su ordini verticali e su una pianificazione eccessivamente dettagliata, era incapace di generare e assorbire innovazione tecnologica in modo efficiente. Il sistema soffocava gli interessi dei produttori e dei gruppi sociali, imponendo loro decisioni calate dall’alto senza tenere conto delle loro reali motivazioni.

La prima e più ovvia istituzione da riformare era la rete di pianificazione. Secondo A. Efimov, direttore di un istituto del Gosplan, era indispensabile eliminare i piani tesi, quelli cioè privi di riserve, che causavano penuria cronica di materie prime, energia e attrezzature. La pianificazione doveva diventare più flessibile, abbandonando l’illusione di poter controllare tutto dal centro. Economisti come Nemchinov proposero di collegare il meccanismo di pianificazione con la contabilità economica delle imprese e con i fondi sociali, introducendo categorie di mercato e concedendo maggiore autonomia ai produttori diretti.

Un contributo importante venne dalla cibernetica e dalla teoria dei sistemi. Si osservò che il sistema soffriva di un eccesso di informazioni che paralizzava i centri decisionali, costringendoli a scelte volontaristiche e spesso sbagliate. Inoltre, come scrisse Antonov, la rivoluzione aveva eliminato i meccanismi di feedback (l’autoregolazione) ma con la crescente complessità del sistema industriale questi meccanismi diventavano indispensabili. Senza di essi il centro non riusciva nemmeno a far arrivare in tempo i propri ordini alla periferia.

I matematici economisti aggiunsero un’ulteriore richiesta: la pianificazione doveva diventare ottimale. Oltre a bilanciare il piano (far sì che le risorse corrispondessero agli obiettivi) era necessario calcolare un sistema di proporzioni ottimali utilizzando strumenti come la programmazione lineare. Questo implicava una rottura con la tradizione della pianificazione fisica basata su bilanci materiali.

Il punto più controverso riguardava il ruolo dell’impresa. Secondo i riformatori senza una reale autonomia delle unità produttive di base non si sarebbe mai ottenuta la flessibilità necessaria. I pianificatori centrali sognavano di poter mantenere il controllo grazie ai computer e a migliori flussi informativi ma molti economisti, come Vainshtein, ritenevano questa strada impraticabile. L’eccesso di centralizzazione era di per sé disfunzionale. Bisognava invece concentrarsi sugli obiettivi macroeconomici essenziali, lasciando che le imprese gestissero la loro operatività quotidiana.

Nel sistema tradizionale l’impresa subiva le perdite e le sanzioni mentre gli organi superiori (ministeri, glavki) non venivano mai chiamati a rispondere dei loro errori, anche quando le loro direttive erano irrazionali o dannose. I riformatori, come Birman e Fedorenko, proposero di mettere le amministrazioni sul khozraschët, cioè di renderle direttamente responsabili delle perdite causate dalla loro gestione, esattamente come si chiedeva alle imprese. L’intera piramide amministrativa doveva diventare organizzazione a contabilità economica.

Questa richiesta rifletteva un cambio di paradigma più generale: sostituire i metodi amministrativi con metodi economici. Invece di ordini e sanzioni dirette, il centro avrebbe dovuto utilizzare leve economiche e incentivi indiretti (prezzi, tasse, crediti, tassi di interesse). La sanzione amministrativa, come osservò Novozhilov, era uno stimolo intrinsecamente meno efficace dell’interesse economico o morale.

Un’altra idea rivoluzionaria fu quella di introdurre i contatti orizzontali tra le imprese. Il sistema tradizionale era rigidamente verticale: ordini dall’alto verso il basso, informazioni dal basso verso l’alto, nessuna relazione diretta tra imprese allo stesso livello. I riformatori, come Katsenelinboigen, sostennero che questi contatti orizzontali erano indispensabili per un’economia moderna. 

Si trattava di trovare un nuovo equilibrio tra legami verticali e legami orizzontali, tra pianificazione e mercato. Il consenso che emerse fu che la pianificazione centrale dovesse occuparsi degli obiettivi di lungo periodo (grandi proporzioni economiche, politica degli investimenti, progresso tecnologico) mentre il livello microeconomico avrebbe dovuto essere lasciato ai metodi parametrici. L’impresa avrebbe dovuto lavorare per i consumatori, non per il piano. Alcuni, come Kashin, arrivarono a proporre un piano-cornice, una griglia che lasciasse ampio spazio all’iniziativa libera delle imprese, dei lavoratori e della dimensione locale.

Il problema dei prezzi era al centro di tutto. Il sistema di prezzi ereditato dagli anni ‘30 era arbitrario, privo di una solida base teorica, e richiedeva l’enorme lavoro burocratico di fissare milioni di prezzi che diventavano subito obsoleti. La conseguenza era una distorsione profonda dell’economia: senza prezzi corretti i pianificatori non avevano idea delle vere scarsezze relative, né potevano valutare i costi reali. Il capitale, ad esempio, veniva allocato senza alcun prezzo d’uso.

Dietro la questione dei prezzi si celava un dibattito teorico di fondo: la legge del valore esisteva ancora nel socialismo? I prodotti delle imprese statali erano merci o semplicemente prodotti? Strumilin, che in passato aveva negato l’esistenza della legge del valore, attaccò le pratiche che negavano il ruolo del mercato. La maggioranza degli economisti, alla fine, accettò che l’economia sovietica fosse produttrice di merci, che il denaro e i prezzi fossero categorie indispensabili e che il mercato socialista fosse una realtà da cui trarre tutte le conseguenze.

All’interno di questo fronte promercato emersero diverse posizioni. Una scuola più radicale sosteneva che la produzione socialista aveva un carattere duale: per la maggior parte dei prodotti le relazioni erano di tipo mercantile (e quindi richiedevano autonomia delle imprese) mentre in alcuni settori specifici potevano prevalere relazioni di appropriazione diretta. Finché prevale la prima forma le imprese dovevano godere di attività economica libera e senza vincoli.

La persistenza delle relazioni di mercato veniva spiegata in vari modi: dalla separatezza delle imprese (Lopatkin), dalla divisione del lavoro o dall’impossibilità di organizzare tutto su linee verticali. Qualunque fosse la spiegazione, essa serviva a giustificare la necessità pratica di maggiore autonomia. Un’applicazione concreta di questa teoria fu la proposta di sostituire il sistema amministrativo di fornitura dei beni strumentali con una rete di commercio all’ingrosso, proposta avanzata da Birman e Nemchinov, poi fatta propria dal XXIII Congresso del 1966 ma mai realizzata.

Per quanto riguarda la teoria del valore, le posizioni divergevano. Novozhilov propose una versione modernizzata della teoria del valore-lavoro, arricchita con l’analisi marginale e con i concetti di utilità e scarsità. Altri, come i matematici economisti vicini a Kantorovich, rifiutavano l’idea che ci fosse una “sostanza” dietro i prezzi e consideravano i prezzi ombra come semplici valutazioni matematiche delle risorse all’interno di un piano ottimale, senza alcun legame con la teoria del valore-lavoro.

Il modello alternativo più completo fu quello elaborato da Nemchinov prima della sua morte nel 1964. Proponeva un sistema di pianificazione a contabilità dei costi che combinasse centralizzazione e democratizzazione. Il vecchio sistema di licenze e distribuzione doveva essere abbandonato. La pianificazione doveva diventare un quadro generale di riferimento, non un insieme di ordini dettagliati. Lo stato avrebbe fissato norme a lungo termine giuridicamente vincolanti (aliquote di detrazione dagli utili, norme per l’efficacia degli investimenti, salari minimi) e avrebbe utilizzato il sistema bancario come canale di regolazione. Le imprese, libere di stipulare contratti vincolanti tra loro, avrebbero deciso autonomamente produzione, acquisti e vendite, guidate dal criterio della redditività. I loro piani non avrebbero avuto bisogno di approvazione formale e lo stato avrebbe scelto i fornitori migliori attraverso un meccanismo di gara, introducendo così un elemento di competizione.

Questo dibattito economico ebbe conseguenze anche sul piano sociologico e ideologico. Gli economisti riscoprirono il “consumatore” e i “bisogni sociali” e introdussero il concetto di “interessi” sociali e di gruppo che l’ideologia ufficiale negava o considerava automaticamente armonizzati dal partito. Si riconobbe che la proprietà statale non creava automaticamente un’identità di interessi tra stato e produttori ma anzi generava estraneazione e controincentivi. Strumilin attribuì questa estraneazione proprio alla mancata partecipazione degli operai e dei dirigenti agli utili. Gli interessi quotidiani delle masse, ricordò, erano la vera fonte dell’entusiasmo rivoluzionario e nessun piano poteva ignorarli impunemente.

Le riforme economiche lanciate da Kosygin nel settembre 1965 furono il frutto di questo dibattito ma in versione molto attenuata e cauta. Esse riconobbero l’importanza delle relazioni merce-moneta, introdussero il profitto come indicatore di piano (accanto al volume delle vendite), ridussero il numero degli indicatori vincolanti, concessero una certa autonomia alle imprese e promossero le associazioni di imprese. Fu reintrodotta la struttura ministeriale (abolendo i sovnarkhozy di Krusciov) e si tentò di rendere i prezzi più realistici, introducendo anche un pagamento per l’uso del capitale.

Tuttavia le riforme incontrarono subito una forte opposizione. I conservatori, che i riformatori chiamavano sostenitori dei metodi amministrativi o centralizzatori primitivi, temevano che le leve economiche indebolissero il ruolo dello stato e della pianificazione, creando una contraddizione tra interessi privati e sociali. Alcuni sostenevano addirittura che i riformatori volessero far prevalere tecnici ed economisti sul partito. Gli eventi in Cecoslovacchia del 1968, con la repressione delle riforme di Dubček e Ota Šik, fornirono un potente argomento a questa opposizione: il mercato e la decentralizzazione, secondo loro, minavano il potere del partito.

La coalizione conservatrice, rafforzata dalla repressione cecoslovacca, riuscì a frenare le riforme. L’enfasi si spostò dalla democratizzazione e dalle leve economiche a un approccio più tecnologico e manageriale: computer, analisi dei sistemi, miglioramento dei flussi informativi ma senza modificare i rapporti di potere esistenti. La successiva riforma annunciata nel marzo 1973, che riorganizzava le imprese in grandi associazioni (ob’edineniia) sul modello dei trust degli anni ‘20 e delle corporations americane, rifletteva questa svolta. Si trattava di una riforma puramente amministrativa e gestionale, mirata all’efficienza, che non toccava le leve politiche e non parlava più di democratizzazione.

Nonostante questa battuta d’arresto, il fermento degli anni ‘60 aveva aperto una nuova stagione nel pensiero economico sovietico. Il dibattito aveva messo in circolazione informazioni più veritiere sulle economie occidentali e sulle reali performance comparative, aveva offerto all’intellighenzia strumenti per comprendere i mali del sistema e aveva reso più difficile tornare indietro rispetto ad alcune conquiste di trasparenza e di pensiero critico.

Una domanda cruciale che assillava i dibattenti era perché i metodi del passato si fossero irrigiditi in un intero sistema di sproporzioni senza essere corretti in tempo. Gli economisti iniziarono a suggerire che i pianificatori, posti al di sopra dei produttori e dell'economia, ne erano rimasti distaccati, non erano supervisionati se non dai loro superiori immediati e non sopportavano alcuna responsabilità materiale per le decisioni irrazionali che gravavano pesantemente sui produttori e sull'economia nazionale. Nel contesto sovietico il termine pianificatore era ambiguo, potendo facilmente diventare un eufemismo per governo o addirittura per stato. L'accusa di arbitrio lanciata contro i pianificatori non poteva quindi bypassare il governo e la leadership centrale, il vero pianificatore che non si sottometteva ad alcun vincolo, supervisione o responsabilità legale o politica. Alcuni arrivarono alla conclusione che il rallentamento delle performance economiche avesse le sue cause profonde nell'organizzazione socio-economica, in istituzioni che mostravano segni di autochiusura, bloccando la capacità di rispondere adeguatamente alle crescenti complessità della vita economica. Economisti di alto livello accusarono il sistema di non avere la capacità di riadattarsi, di riorganizzare le istituzioni di pianificazione e gestione per adattarle alle nuove condizioni. L'anticonformista Antonov, con le sue taglienti metafore, derideva i metodi tradizionali del partito che cercavano di risolvere i problemi trovando le persone appropriate e licenziando gli indolenti, paragonando la situazione a un drago a cui si taglia una testa e ne ricrescono due nuove.

Per una mente addestrata nei testi marxisti questa accumulazione di fenomeni indicava una discrepanza tra forze produttive e rapporti di produzione e la conclusione era che gli inadeguati rapporti di produzione che ostacolavano lo sviluppo economico dovevano essere adattati alle forze produttive, altrimenti si sarebbero sviluppate crisi. Sfortunatamente questa verità classica era stata sottovalutata durante le prime fasi dello sviluppo sovietico, in particolare sotto Stalin, ma gli economisti moderni osservavano con preoccupazione fenomeni simili anche negli anni ‘60, continuando a usare la stessa formula per dire ai leader che non avevano ancora smesso di sottovalutare il postulato di base. Un'ulteriore idea recuperata dal dibattito economico fu quella degli interessi sociali e delle loro contraddizioni. Le controversie sull'autonomia da concedere alle imprese portarono a uno scontro netto sulla questione degli interessi separati dei collettivi di fabbrica. La nuova prospettiva sfidava esplicitamente e sistematicamente il dogma ufficiale secondo cui interessi separati non esistevano, sostenendo che le fabbriche, non lo stato, erano i veri produttori e avevano interessi propri, talvolta contraddittori e confliggenti tra loro e con lo stato, e che interessi confliggenti potevano esistere anche all'interno delle fabbriche tra amministrazione e lavoratori. La negazione realistica della diversità degli interessi rendeva la leadership cieca al fatto che era proprio l'esistenza di diversi interessi e conflitti sociali a non permettere all'economia di operare solo attraverso la pianificazione diretta per comando. La via d'uscita ragionevole consisteva nell'integrare tale pianificazione con la stimolazione materiale. Antonov sfidò molti dogmi affermando che la proprietà sociale, sebbene avesse eliminato le contraddizioni inerenti alla proprietà privata, non aveva affatto eliminato le contraddizioni che le forme sociali di proprietà dei mezzi di produzione portavano con sé. Il partito venne quindi informato che la sua teoria economica non corrispondeva alla realtà sociale e la sua concezione del socialismo, che trascurava gli interessi sociali, diventava piuttosto problematica. Il nuovo tema degli interessi divenne politicamente ed ideologicamente esplosivo poiché la pianificazione non poteva diventare efficace finché questo semplice concetto era annegato in generalità e mal concepito nella pratica, compromettendo gravemente l'idea stessa di socialismo.

Qualunque problema si affrontasse del sistema economico, si finiva sempre per giungere al problema del potere delle amministrazioni. Se un'amministrazione era libera di decidere quanto estrarre dai produttori subordinati per il proprio mantenimento, tendeva a crescere in dimensioni e in appetito di controllo, come sottolineato da Khalfina, il che favoriva l'arbitrio. Se la gestione era eccessivamente centralizzata l'iniziativa delle unità di base veniva inibita e l'intero processo produttivo deformato. Il passo successivo era che gli scaglioni superiori si dichiarassero in possesso della formula dell'interesse generale, sostenendo la propria superiorità morale, per poi ignorare la complessa rete di relazioni sociali tra vari gruppi, interessi, punti di vista e conflitti, cioè la società civile. Il denominatore comune in queste situazioni era visto nella politica che si staccava dall'economia, con fenomeni descritti come pressioni amministrative extraeconomiche ingiustificate, distorsioni burocratiche, volontarismo economico e infine soggettivismo e arbitrio. L'azione arbitraria di un'agenzia molto forte, che solo un'entità potente poteva permettersi per un intero periodo storico, era il filo conduttore delle diverse analisi. Lo stato, o l'istituzione che gestiva la macchina statale e forniva il perno dell'intero regime, era naturalmente il fattore verso cui tutte le critiche erano dirette e che sembrava essere la fonte di molti, se non della maggior parte, dei problemi. Se l'essenza della riforma economica consisteva nel condannare questa pressione amministrativa extraeconomica, come formulato da Malyshev, allora il punto centrale di quelle riforme era il problema della struttura del potere nello stato. Il pensiero economico e la ricerca di rimedi dovevano investigare lo stato, non solo l'economia, e impegnarsi a sviluppare una teoria politica a tutti gli effetti. Si iniziò ad ammettere che il metodo amministrativo di gestione conteneva il pericolo di abusare del potere e che tali metodi dipendevano dall'autorità del governo al potere ed era proprio in questo fatto che si nascondeva la possibilità del volontarismo. Ciò implicava la necessità di sottoporre lo stato a controlli per domare le sue propensioni alla soggettività e all'arbitrio dannoso. L'autorità di Engels venne utilizzata per sottolineare l'urgenza di supervisionare da vicino lo stato tramite citazioni in cui affermava che l'azione statale nel campo economico poteva avere tre esiti: se agiva a favore dell'andamento generale dello sviluppo economico era utile, se agiva contro le leggi dello sviluppo economico lo stato era condannato a soffrire e, in un terzo caso intermedio, poteva causare enormi danni e uno spreco massiccio di energie e materiali. Questa citazione, mai apparsa prima nella letteratura sovietica, venne utilizzata dai sostenitori delle riforme economiche. L'approccio di Engels era particolarmente sgradito ai detentori dello status quo perché era il loro stato a essere colto nell'atto di commettere due peccati che riteneva mortali: la mancanza di capacità di adattare le proprie istituzioni alle esigenze della struttura e, di conseguenza, la creazione di ostacoli allo sviluppo economico.

Un tentativo di presentare un quadro teorico completo fu lo studio di V. P. Shkredov del 1967, Economia e diritto, che riuniva le osservazioni sparse di numerosi economisti in un insieme coerente. Il tema principale del libro era la teoria politica, formulato come la correlazione dei rapporti di produzione oggettivi con l'attività economica umana soggettivo-volitiva, con l'urgenza di superare completamente il volontarismo nella gestione dell'economia nazionale. Shkredov analizzò lo stato sovietico e un insieme di tratti dell'intero sistema che sarebbero diventati noti come stalinismo, senza usare questo termine, accettando la premessa marxista che lo stato esprime gli interessi economici della classe dominante ma aggiungendo importanti qualificazioni: lo stato deve prendersi cura non solo degli interessi della classe dominante ma anche di quelli degli amministratori statali professionisti e, in modo significativo, dei leader statali, riconoscendo per la prima volta l'esistenza di questo gruppo e dei suoi interessi specifici. Shkredov concluse che lo stato godeva di una notevole autonomia nella sua relazione con le forze economiche e sociali. Questa autonomia era una fonte di azioni volontarie nei confronti dell'economia. L'arbitrio e l'allontanamento dalla realtà economica diventavano ancora più possibili quando gli interessi materiali di una persona o di un gruppo (amministrazioni) si affermavano indipendentemente dalla situazione e dalle prestazioni delle unità economiche a loro subordinate, creando maggiori possibilità per azioni volontaristiche arbitrarie. Un ulteriore ampliamento della portata per agire arbitrariamente sorgeva in un'economia pianificata, dove i leader, anche con le migliori intenzioni, potevano non tenere conto della realtà più facilmente che altrove. Shkredov chiarì che nella sfera dei rapporti di produzione l'azione arbitraria poteva cambiare ben poco ma era diverso nella sfera dell'appropriazione e della distribuzione del prodotto, dove l'azione volontaristica aveva molto più spazio. La libertà d'azione che i leader potevano godere era condizionata dalla libertà d'azione posseduta dallo stato che governavano. La personalità del leader non creava la possibilità stessa di arbitrio su larga scala ma questa era creata dalle circostanze e condizioni in cui tali leader vivevano e operavano. Shkredov preferì quindi concentrarsi sullo studio di quelle condizioni che permettevano allo stato di acquisire così tanto distacco dalle realtà economiche e sociali. Affrontò anche i rapporti di proprietà e il ruolo del diritto, scoprendo un'altra fonte per la libertà d'azione dello stato e rivedendo un importante principio sacro dell'ideologia sovietica. Riteneva il diritto un'espressione dell'azione volitiva e cosciente dello stato ma i rapporti di proprietà non dovevano essere confusi con i rapporti di produzione. L'approccio ortodosso che identificava la proprietà statale come forma unica e suprema di proprietà socialista indulgeva in una deplorevole confusione di rapporti giuridici ed economici. Fare in modo che le categorie economiche riflettessero quelle giuridiche invece di riflettere le relazioni materiali e storicamente dinamiche dell'economia socialista era un tradimento di un principio marxista di base. Shkredov fece un appello per un ritorno a Marx al fine di superare finalmente la concezione giuridica in economia politica poiché era errata e serviva oggettivamente come riproduzione teorica della pratica del volontarismo economico. Per Shkredov la coercizione legale non era di per sé un atto creativo e, qualunque fosse il potere usato, nuovi rapporti di produzione non potevano essere creati con la forza. Lo stato poteva aiutare e promuovere nuovi rapporti ma, se era abbastanza irragionevole e forte, poteva compiere qualsiasi lavoro distruttivo e creare ostacoli allo sviluppo, distruggendo ricchezza materiale esistente. Chiedendosi chi fosse il reale detentore della proprietà in condizioni sovietiche, Shkredov affermò che la formula secondo cui lo stato è l'unico proprietario era insufficiente. Esercitava legittimamente il diritto di proprietà dei mezzi di produzione e dei beni nell'aggregato, come entità astratta, però la produzione era condotta nelle imprese ed esse erano quindi, qualunque fosse la legge, i reali possessori delle cose senza le quali lo stato era incapace di appropriarsi di nulla. Lo studio oggettivo mostrava la separatezza economica delle imprese, determinando anche la loro separatezza come proprietari. Poiché nell'economia coesistevano due diversi tipi di relazioni (legami diretti tra unità altamente concentrate e tecnologicamente avanzate e relazioni di tipo merce-denaro), così dovevano coesistere due rapporti di proprietà. Sulla base di ciò Shkredov criticò aspramente coloro per i quali il concetto giuridico di proprietà socialista era equivalente alla proprietà esclusiva di una società astratta e personificata, incapaci di spiegare come l'esistenza di relazioni mercantili all'interno del settore statale potesse essere conciliata con la negazione dei diritti di proprietà alle imprese sui loro mezzi di produzione e sui loro prodotti.

Dalla critica della concezione prevalente della proprietà statale si svilupparono tre distinte ramificazioni: l'interpretazione di eventi storici passati, in particolare del ruolo della nazionalizzazione sovietica, nuove idee sulla pianificazione e nuove proposizioni generali sulla definizione di socialismo. Shkredov attaccò il cuore del dogma ufficiale quando si oppose alla visione per cui la proprietà è socialista solo quando equivale all'appropriazione e disposizione a livello nazionale almeno dei mezzi di produzione decisivi. Alla concezione che l'impresa non avesse e non potesse avere alcun interesse speciale diverso da quelli dello stato nel suo insieme, la nuova visione proponeva un'alternativa, sostenendo che la proprietà unica era multiforme perché la realtà sociale sottostante non era un'uniformità astratta. La proprietà poteva essere separata in parti perché la società è una totalità in cui, specialmente a livello di appropriazione e disposizione, devono emergere interessi separati e speciali, non identici a quelli dello stato. Se questi interessi venivano soppressi o ignorati, il processo produttivo veniva compromesso e le contraddizioni sociali si acuivano. Per evitare ciò, i precedenti rapporti stato-impresa dovevano essere rivisti: i diritti dello stato come proprietario universale dovevano ancora valere ma il monopolio di tali diritti di proprietà doveva essergli negato. Shkredov chiarì inoltre che nella mentalità sovietica la proprietà privata e personale era erroneamente considerata di secondo ordine mentre la verità era che sia la proprietà sociale che quella personale erano entrambe derivate dei rapporti di produzione socialisti. Gli eventi storici in Unione Sovietica avevano portato a identificare il socialismo con l'esclusività della proprietà statale e con un monopolio soverchiante dello stato, dando vita al socialismo di stato sovietico, bersaglio della sua critica. La nazionalizzazione generale e prematura delle principali fonti di attività economica sembrava essere stata la fonte dei guai dato che la formalizzazione giuridica della socializzazione non era supportata da un grado adeguato di socializzazione nel processo produttivo stesso e i due elementi entravano in conflitto. La pianificazione, orgoglio del sistema economico, era basata nella teoria ufficiale sul fatto giuridico della proprietà statale di tutti i mezzi di produzione ma il nuovo approccio teorico sosteneva che le pretese erano esagerate e che l'ambito della pianificazione era eccessivo perché la socializzazione giuridica non coincideva con quella economica. Questa era la nozione chiave per spiegare i limiti sia alla centralizzazione del potere economico sia all'ambito della pianificazione centrale e per distinguere tra pianificazione formale e pienamente efficace. Nella situazione sovietica il diritto di proprietà spingeva lo stato a controllare e pianificare l'intera gamma delle attività economiche ma tali funzioni diventavano in parte un guscio vuoto. Il monopolio sulla proprietà, la principale giustificazione per una gestione altamente centralizzata, non assicurava di per sé una direzione centralizzata e un controllo effettivo su produzione, scambio e distribuzione. Un piano che cercava di oltrepassare i propri limiti, in un'economia composta da una moltitudine di imprese mal specializzate e scarsamente attrezzate, poteva essere solo obbligatorio, rigido, dettagliato e avrebbe costretto le imprese ad agire in opposizione al piano. Quando questo diventava il comportamento di migliaia di fabbriche, la contraddizione tra piano e ciò che è pianificato, tra piano e mercato, tra interessi generali e particolari, rendeva impossibile uno sviluppo pianificato serio. Un piano doveva essere flessibile, capace di reagire rapidamente e di adattarsi al flusso della vita economica altrimenti veniva trasformato in un fine in sé, in un oggetto di culto cieco. La gestione pianificata, se voleva essere degna del suo nome, doveva considerare e reagire alle circostanze mutevoli e quindi le sue norme dovevano essere flessibili alle esigenze della vita. L'erezione di un tale sistema di pianificazione era resa impossibile dalla concezione statale esistente che identificava piano e diritto. La giustapposizione di legge e piano era un risultato di concezioni strettamente sovietiche della proprietà statale che portavano lo stato ad usurpare il diritto di essere amministratore economico e pianificatore, sebbene queste funzioni non fossero propriamente politiche. Era urgente difendere la vita economica dalle interferenze legali e illegali, dal flusso di atti amministrativi, innumerevoli istruzioni, decisioni e tutti i tipi di prescrizioni. L'economia doveva essere difesa da qualsiasi arbitrio, qualunque sia la sua fonte. A causa dello status giuridico dato a quelle inondazioni di regolamenti, il sistema di pianificazione divenne una fonte di attività irresponsabile, con gli stessi pianificatori e gestori statali liberi da qualsiasi regolamentazione legale. Un'attività economica come la pianificazione doveva essere collocata in un chiaro quadro giuridico, invece di essere, come era, una norma legale in sé. Shkredov portò alla luce i suggerimenti, le implicazioni o i pensieri nascosti di tutto il clan dei riformatori: i cambiamenti nella gestione dell'economia implicavano la ridefinizione del ruolo dello stato. Le riforme del sistema economico dovevano riformare il sistema stesso. 

Quindi il cuore del programma riformista era la ridefinizione dei rapporti tra stato e società. L'obiettivo principale era "domare" lo stato, riducendone le prerogative e il potere immenso, per redistribuirlo a favore di gruppi sociali e produttori. Un primo gruppo di proposte riguardava la riforma economica concreta. Si chiedeva l'autonomia delle imprese, che doveva essere resa effettiva dall'introduzione di criteri di mercato (khozraschët) e dalla responsabilità economica delle amministrazioni. Un'idea innovativa era quella di mettere le amministrazioni sul khozraschët. I ministeri e gli enti pianificatori avrebbero dovuto operare con gli stessi principi di redditività e responsabilità delle fabbriche, pagando multe per le loro decisioni errate. In questo modo si sarebbe invertito il rapporto di potere, costringendo la burocrazia a servire l'economia invece di dominarla. Si chiedeva inoltre una chiara regolamentazione giuridica che garantisse i diritti delle imprese, con l'intervento automatico della procura contro gli abusi amministrativi.

Un secondo livello, più profondo e politico, emergeva dalla critica della pianificazione. Si contestava la supremazia della produzione e del piano sui bisogni sociali, chiedendo una svolta verso il primato del consumo e delle esigenze della società. Dietro al termine economico produttori, i riformisti vedevano le classi e i gruppi sociali, perciò rivendicavano il diritto per questi gruppi di difendere i propri interessi particolari e di partecipare alla definizione dell'interesse generale. Questo rappresentava un divorzio decisivo dall'ideologia ufficiale che considerava una bestemmia il concetto di interessi di gruppo. La riscoperta del termine società civile, contrapposta allo stato che l'aveva "inghiottita", era la prova più eloquente di questa volontà di riaffermare la società contro il potere statale.

L'esempio più concreto e compiuto di questo programma fu la battaglia per i diritti dei contadini, condotta dall'economista V. G. Venzher. Contro la visione ufficiale che considerava il kolchoz una forma inferiore e il sovchoz (azienda statale) il modello ideale, Venzher sosteneva il contrario: il kolchoz, in quanto proprietà cooperativa di gruppo, era una forma socialista superiore e più vitale perché già prefigurava l'autogestione democratica. La sua tesi era che i mali dell'agricoltura non derivavano dalla natura del kolchoz bensì dai suoi "legami esterni", ovvero dalle indebite interferenze dello stato. Lo stato imponeva piani assurdi, prezzi predatori (che per 25 anni non coprirono i costi di produzione) e una burocrazia incompetente. La soluzione di Venzher era radicale: piena autonomia per i kolchoz, abbandono dei piani vincolanti e introduzione del principio di "pari diritti nello scambio" con lo stato ma la sua proposta più innovativa era politica, ovvero la creazione di unioni cooperative inter-kolchoz autonome, democraticamente elette, che rappresentassero e difendessero gli interessi dei contadini su scala nazionale, diventando un vero e proprio contrappeso al potere statale. Questo avrebbe trasformato i contadini da classe discriminata a gruppo di pressione legittimo, inaugurando un pluralismo sociale di fatto.

Le idee di Venzher si collegavano a quelle di Shkredov, il quale forniva una base teorica a questo programma. Shkredov rigettava l'idea che il proprietario (lo stato) non possa che essere un monopolista. Al contrario, sosteneva che la partecipazione delle masse lavoratrici alla gestione della proprietà era un attributo indispensabile del socialismo. La proprietà statale doveva evolvere verso forme socializzate e cooperative, aprendo la strada a una gestione democratica dell'economia.

Economisti come Novozhilov e Birman portarono il discorso sul terreno della partecipazione diretta. Novozhilov dimostrò che un'economia complessa non può essere gestita da un centro con metodi amministrativo-coercitivi. L'unica via per rendere i piani efficaci era combinarli con l'autonomia e la creatività delle masse. Considerava la democratizzazione della gestione una "legge storica" e un passaggio verso organi di autogoverno sociale. Birman, ancora più esplicitamente, denunciò il fallimento delle riforme economiche parziali perché non avevano coinvolto i lavoratori. Senza la loro partecipazione creativa gli incentivi materiali perdono efficacia. Citando Lenin, ricordò che il socialismo è una società di lavoratori che si autogoverna attraverso lo stato e chiese di attuare questo principio. Ciò che i lavoratori (e i contadini) volevano, scriveva Birman, era la possibilità di pensare con la propria testa.

Conclusioni 

L'interpretazione che Lewin offre dei dibattiti economici sovietici ruota attorno a una scoperta sorprendente, ovvero che le grandi controversie degli anni ‘20 non sono mai state veramente archiviate ma hanno continuato a vivere una vita sotterranea per riemergere con forza, e quasi con le stesse parole, nei dibattiti degli anni ‘60 e ‘70. Ciò che rende questo fenomeno notevole è che i riformatori dell'epoca post-staliniana hanno riscoperto in modo indipendente le stesse soluzioni che erano state elaborate e poi represse da Stalin. Solo successivamente hanno preso coscienza di avere avuto dei precursori illustri, primo fra tutti Nikolaj Bucharin. Naturalmente Lewin è ben consapevole delle profonde differenze tra i due contesti storici. L'Unione Sovietica degli anni ‘20 era un paese agricolo e arretrato, con un piccolo settore industriale moderno, che cercava disperatamente una via per industrializzarsi sotto la minaccia costante dell'accerchiamento nemico. Quarant'anni dopo il paese era diventato una superpotenza industriale, senza più nemici alle porte, con un sistema educativo avanzato e strumenti economico-matematici di una precisione sconosciuta ai loro predecessori. Nonostante questo divario epocale, quando si scende nel dettaglio dei problemi concreti (i tempi dell'industrializzazione, il rapporto tra industria pesante e industria leggera, la funzione delle riserve, la combinazione tra piano e mercato, l'autonomia delle imprese) le somiglianze sono impressionanti, arrivando persino all'identità letterale delle formulazioni.

Prendiamo, per esempio, il tema dei supertempi. Ciò che Stalin aveva bollato come un documento confuso e antipartito, ovvero le Note di un economista di Bucharin, viene ripreso quasi alla lettera da economisti degli anni ‘70 che denunciano quanto quel feticismo dei tempi sia costato caro all'economia sovietica. Oppure consideriamo le decisioni del XV Congresso del partito del 1927-1928 che raccomandavano una crescita equilibrata, senza feticismo per i mezzi di produzione rispetto ai beni di consumo e che mettevano in guardia contro il pompaggio massiccio di risorse dall'agricoltura all'industria. Queste decisioni, le quali costituivano la piattaforma della destra buchariniana contro la maggioranza staliniana, sono state elogiate da economisti come Efimov, Kirichenko e Dadaian come un esempio di approccio ottimale e di strategia ancora valida. Elogiarle significa, anche se per implicazione, mettere in discussione l'intero modello di industrializzazione forzata che le calpestò.

Il cuore della questione, però, non è solo economico. Lewin mostra come l'intero periodo della NEP sia stato riscoperto come un modello alternativo per costruire una società diversa. La NEP, con la sua combinazione di piano e mercato, con la sua legalità rispettata, con la sua vivacità culturale e la sua relativa libertà di dibattito politico, si contrapponeva punto per punto al regime instaurato negli anni ‘30: centralismo ferreo, pianificazione fisica, terrore, monolitismo ideologico, assenza di qualsiasi autonomia sociale. Non sorprende quindi che ogni campo intellettuale che abbia conosciuto una rinascita post-staliniana, dalla sociologia alla cibernetica, dalla teoria del diritto alla storia, si sia immediatamente rivolto agli anni ‘20 in cerca di antenati e legittimazioni. Scrittori come Lisichkin hanno potuto affermare senza mezzi termini che il metodo NEP era l'unico sistema corretto di relazioni economiche e che il periodo staliniano fu solo un'aberrazione.

Naturalmente questo revisionismo storico ha incontrato una feroce opposizione da parte dei conservatori neo-stalinisti. Per loro gli anni ‘30 rappresentano il periodo eroico e formativo del sistema, la fonte della loro legittimità e del loro potere personale, dal momento che la maggior parte dei leader anziani costruì la propria carriera durante le grandi purghe e l'industrializzazione forzata. Essi hanno reagito difendendo e idealizzato il periodo staliniano, attaccando i nichilisti che osano denigrare il passato glorioso del partito e stabilendo un legame diretto tra i revisionisti dell’epoca (come quelli della primavera di Praga) e gli opportunisti di ieri (Bucharin e la destra). La rivista teorica del partito, Kommunist, è stata in prima linea in questa offensiva.

Lewin rileva che mentre i conservatori potevano attaccare apertamente e per nome i loro avversari storici, i riformisti erano costretti a muoversi per allusioni, elogiando le decisioni del XV Congresso senza mai nominare Bucharin, pena l'emarginazione politica. Questa asimmetria rivela la posta in gioco reale. Riabilitare Bucharin e gli altri oppositori avrebbe significato riconoscere che essi rappresentavano una tendenza politica alternativa all'interno del partito e questo è esattamente ciò che la leadership post-staliniana non poteva permettersi di concedere. Fin dal processo di Bucharin, quando Vyshinsky li aveva definiti "una banda di criminali", il regime ha negato la legittimità di qualsiasi opposizione interna. Riconoscerla avrebbe aperto un vaso di Pandora che i detentori del potere non erano disposti ad aprire.