Sul piano economico questa settimana è stato approvato il bilancio statale per il 2026 con 62 voti favorevoli e 55 contrari. Prevede un ulteriore aumento della spesa per la difesa, pari a circa 30 miliardi di shekel, e un Economic Arrangements Law ridimensionata, priva della riforma sul settore lattiero-caseario. L’ammontare complessivo raggiunge i 699 miliardi di shekel, con un budget per la difesa di circa 144 miliardi di shekel. Il deficit annuo rispetto al Pil è stato fissato al 4,9%, una cifra superiore a quella prevista nella versione iniziale del bilancio ma inferiore a quella registrata nell’anno precedente. Il ministero con la dotazione più cospicua resta quello della Difesa, con circa 142 miliardi di shekel: se il bilancio approvato in prima lettura era di 112 miliardi, la guerra con l’Iran ha determinato un incremento di 30 miliardi, ai quali si aggiungono ulteriori 7 miliardi accantonati come riserva per eventuali sviluppi bellici. La spesa per gli interessi sul debito nel 2026 è di 64,5 miliardi di shekel, con un rapporto debito/Pil del 2,91%, leggermente superiore alla media Ocse ma inferiore rispetto ai decenni precedenti. Tra le variazioni più significative si segnala il ministero degli Esteri, il cui budget è cresciuto in termini reali del 24,1%, arrivando a 3,3 miliardi di shekel, e il capitolo relativo alle elezioni e al finanziamento dei partiti che, in vista delle prossime consultazioni elettorali, è passato da 234 milioni a 976 milioni di shekel. Al contrario, i budget di ministeri come Aliyah e Assorbimento, Agricoltura, Finanze, Economia e Industria, Comunicazioni, Edilizia e l’Autorità per l’Acqua e le Fognature subiranno una riduzione in termini reali.
Un altro intervento normativo di rilievo approvato dalla Knesset è un emendamento al meccanismo di sospensione dal lavoro che facilita l’accesso ai sussidi di disoccupazione per i lavoratori in questo periodo complicato. Le modifiche, frutto della pressione esercitata dal sindacato Histadrut, hanno ridotto il numero minimo di giorni consecutivi di sospensione necessari per accedere all’indennità da 14 a 10 giorni, hanno esteso il periodo di validità delle agevolazioni fino al 14 aprile (con possibilità di ulteriore proroga) e hanno garantito una copertura retroattiva per i lavoratori messi in ferie forzate a marzo. Il periodo di qualificazione per ottenere i sussidi è stato accorciato da 12 a 6 mesi e a 3 mesi per le categorie più vulnerabili come sfollati, coniugi di riservisti, feriti dell’esercito e sopravvissuti ad attacchi ostili. Inoltre è stato istituito un assegno speciale per i lavoratori over 67 non altrimenti idonei ai sussidi.
Commenti
Su The Marker la manovra è paragonata ad una "bottega di caramelle" in cui ciascuno può prendere ciò che desidera senza pagare un prezzo. Il bilancio, oltre ad un finanziamento senza precedenti per la difesa, include tagli alle tasse per circa 5 miliardi di shekel e fondi destinati agli accordi di coalizione per circa 6 miliardi di shekel, il tutto senza alcuna riforma strutturale né misure di contenimento del deficit. Il costo di questa abbondanza è nascosto agli occhi dei cittadini e si concretizza in un aumento del deficit previsto, con il rischio concreto che possa aumentare ulteriormente a causa delle spese militari e della situazione politica tesa. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich richiede agevolazioni fiscali per i coloni per 450 milioni di shekel e l'esenzione da dazi per l'importazione personale mentre Netanyahu e il suo consigliere economico Avi Simhon spingono per un sussidio ai mutui di 2 miliardi di shekel. Insieme stanno anche valutando un sostegno mensile al prezzo della benzina per mezzo miliardo di shekel. Il risultato è un deficit irresponsabile che costa allo Stato 20 miliardi di shekel all'anno in interessi passivi, avvicinando il paese al rischio di una crisi finanziaria, specialmente in un momento di fragilità geopolitica. Questo primo commento ricorda che Israele era entrato in guerra nell'ottobre 2023 con un rapporto debito/Pil basso, un cuscinetto fiscale che ha permesso di affrontare due anni e mezzo di conflitto senza perdere la fiducia dei mercati ma che ora si è quasi completamente eroso. Il debito ha già raggiunto il 68,5% del Pil e potrebbe avvicinarsi al 70% entro la fine dell'anno. La Banca d'Israele ha lanciato ripetuti allarmi, sottolineando che gli eventi recenti dimostrano quanto rapidamente i rischi geopolitici possano far schizzare il rapporto debito/Pil e che è indispensabile una gestione prudente del bilancio per preservare margini di manovra futuri, raccomandando esplicitamente di ridurre i fondi di coalizione, evitare tagli alle tasse e persino valutare aumenti delle imposte, nonché di definire un percorso chiaro e credibile per la spesa militare, al contrario di quanto sta facendo l'attuale esecutivo. La critica si spinge oltre, osservando che il premier Netanyahu, un tempo orgoglioso del suo titolo di "signore dell'economia", ha ora completamente abbandonato ogni prudenza fiscale, concentrandosi esclusivamente sul mantenimento della coalizione attraverso finanziamenti politici e sul consolidamento della sua immagine di "signore della sicurezza" con budget militari illimitati, in un anno elettorale in cui nessuno sembra più preoccuparsi delle conseguenze a lungo termine di un debito pubblico maggiore.
Un altro commento, sullo stesso sito, afferma che l'approvazione del bilancio statale è avvenuta in un clima di forti criticità strutturali, con la coalizione di governo che ha raggiunto un nuovo picco nei fondi destinati agli accordi di coalizione, senza introdurre le riforme necessarie per contrastare il carovita. A ciò si è aggiunta una manovra che ha permesso di stanziare centinaia di milioni di shekel aggiuntivi per il settore ultraortodosso, andando oltre quanto inizialmente previsto dalla legge di bilancio approvata dal governo. Al di là di queste dinamiche, l’analisi si concentra su quattro specifici capitoli del bilancio che, lungi dal favorire la crescita economica, ne rappresentano un vero e proprio freno.
Il primo elemento riguarda il sistema educativo, dove è stato individuato un meccanismo opaco che finanzia istituti privi di insegnamenti del nucleo fondamentale. Già alla fine del 2025 il ragioniere generale Yheli Rotenberg aveva previsto correttamente che i partiti ultraortodossi non avrebbero mai fatto mancare il loro sostegno al bilancio, nonostante l’assenza di una legge sulla coscrizione, proprio per evitare il taglio dei finanziamenti su cui fanno affidamento. La loro fedeltà è stata ricompensata con miliardi di shekel: il budget per le istituzioni religiose è passato da circa 300 milioni di shekel a un miliardo, con ulteriori 700 milioni in attesa di approvazione legale, mentre le reti educative ultraortodosse hanno registrato aumenti percentuali a doppia cifra. Questi finanziamenti sono definiti "inibitori della crescita" perché sostengono un sistema che prepara una nuova generazione con competenze professionali ridotte, disincentivando l’ingresso nel mercato del lavoro, ma esiste una voce ancora più insidiosa, nascosta nel capitolo "settore superiore" del ministero dell'Istruzione che ogni anno destina 15 miliardi di shekel alle scuole superiori. Una parte cospicua di questi fondi, in modo non trasparente, viene indirizzata a centinaia di yeshivot dove i giovani fino ai 18 anni studiano esclusivamente testi sacri. La legge impedisce loro di studiare materie laiche perché ciò comporterebbe la perdita del finanziamento specifico. Si tratta di circa 45.000 studenti che ricevono ciascuno un budget pari al 60% di quello di uno studente dell'istruzione statale, per un totale di circa mezzo miliardo di shekel all'anno.
Il secondo elemento critico è la situazione del settore pubblico che appare in contrazione e declino. Secondo un recente rapporto della Banca d'Israele, mentre dal 2019 i salari nel settore privato sono aumentati del 18% in termini reali, quelli del settore pubblico sono rimasti congelati. Questo divario mina la capacità del settore pubblico di attrarre lavoratori qualificati, con un impatto diretto sulla qualità dei servizi ai cittadini e sulla difficoltà di reclutare e trattenere figure essenziali come insegnanti, medici, ingegneri e scienziati. La spesa per gli stipendi nel bilancio 2026 ammonta a circa 140 miliardi di shekel ma rimane sostanzialmente invariata a causa del congelamento contrattuale. Anche il numero di dipendenti pubblici, che raggiungerà quota 101.658, segna una crescita marginale inferiore all'1% rispetto all'anno precedente, in netto contrasto con l'aumento demografico e l'espansione dell'attività economica, riducendo così la capacità del governo di attuare politiche efficaci per il benessere dei cittadini.
Il terzo fattore è rappresentato dalle imponenti agevolazioni fiscali, che costituiscono la seconda voce di spesa più rilevante dopo il bilancio della difesa. Nel 2026 queste agevolazioni toccheranno un record di 107 miliardi di shekel, pari a quasi il 5% del Pil. Mentre alcuni sgravi, come i 14,4 miliardi di shekel in crediti d'imposta per i genitori, sono giustificati come incentivi all'occupazione, il peso maggiore ricade sulle agevolazioni per i risparmiatori, in particolare per i fondi pensione e i fondi per gli studi. Le detrazioni per i fondi pensione supereranno i 30 miliardi di shekel, a cui si aggiungono 9,8 miliardi per i fondi per gli studi. Secondo analisi del ministero delle Finanze e dell'Ocse queste agevolazioni, nella loro portata attuale, tendono ad ampliare le disuguaglianze sociali, avvantaggiando in modo sproporzionato i lavoratori con redditi più elevati che dispongono di strumenti di risparmio consistenti, mentre i lavoratori più fragili, privi di tali strumenti, non ne traggono beneficio, compromettendo così la possibilità di ridurre i divari economici. Nonostante i ripetuti tentativi del ministero delle Finanze di riformare queste agevolazioni, la forte pressione politica ha bloccato questi tentativi e, quest'anno, di fronte a un esecutivo apparentemente insensibile al tema, non è stato nemmeno tentato alcun cambiamento.
Il quarto e ultimo elemento riguarda la filosofia di intervento sociale del governo che privilegia la distribuzione di beni di consumo rispetto a politiche attive per il lavoro. Attraverso i fondi di coalizione sono stati stanziati 260 milioni di shekel per i buoni alimentari distribuiti da Shas, una misura che finanzia direttamente l'elettorato del partito ma che, secondo i critici, contribuisce a perpetuare lo stato di povertà anziché fornire strumenti per l'autosufficienza economica. Parallelamente i fondi destinati all'occupazione e alla produttività hanno subito tagli significativi: il budget per l'incoraggiamento all'occupazione di determinate fasce di popolazione è sceso del 25%, attestandosi a 189 milioni di shekel, mentre i finanziamenti per i corsi di formazione per ingegneri e tecnici sono stati ridotti del 12%, scendendo a 584 milioni di shekel.
Personalmente ritengo queste osservazioni troppo focalizzate sull’offerta, ignorando il ruolo fondamentale della domanda effettiva nel determinare il livello di produzione, occupazione e crescita di un sistema economico capitalistico. In un’economia monetaria di produzione, dove l’investimento è indipendente dal risparmio e la produzione richiede tempo e finanziamenti, è la domanda aggregata, cioè la spesa di consumatori, imprese e Stato, che guida l’attività economica. Se si guarda solo all’offerta si trascura il fatto che un’economia può rimanere in uno stato di sottoccupazione cronica per mancanza di domanda. Le politiche economiche basate su questa visione sono quindi fuorvianti.
Su Davar viene detto che la legge di bilancio offre sempre spunti significativi per comprendere le priorità di chi guida l’economia nazionale.
Un primo ordine di considerazioni riguarda la politica fiscale e rivela le scelte di fondo dell’esecutivo. Dal bilancio emergono agevolazioni per il settore bancario e per i contribuenti a reddito medio-alto. È stata introdotta una tassa una tantum sugli extraprofitti delle banche, pari a poco più di 3 miliardi di shekel. Questa imposta era stata concepita per contrastare gli enormi profitti resi possibili dall’alto tasso d’interesse della Banca d’Israele e dalla mancanza di concorrenza nel settore. Nella sua formulazione originale avrebbe dovuto fruttare circa 7,5 miliardi di shekel in cinque anni. Anche questa cifra ridotta appare modesta se rapportata agli oltre 150 miliardi di shekel che le banche accumuleranno nello stesso periodo senza che il mercato subisca cambiamenti strutturali. La motivazione ufficiale addotta dalla Divisione Bilancio per aver ridotto l’imposta è che un prelievo minore, concordato con gli istituti di credito, consentirebbe al governo di “osservare il tetto del 5% (del deficit annuo rispetto al Pil) dal lato inferiore”, inviando così un messaggio di responsabilità fiscale ai mercati internazionali. In realtà questa riduzione delle entrate, che tra l’altro aumenterà il deficit nel medio termine, difficilmente sarà sufficiente a convincere i mercati, israeliani o internazionali.
Un’altra misura è l’allargamento delle aliquote dell’imposta sul reddito, che si traduce in una riduzione fiscale effettiva per i percettori di reddito appartenenti ai tre decili superiori. Se da un lato questo alleggerimento può giovare anche a famiglie della classe media in difficoltà con il carovita, dall’altro esclude dalla misura una larga fetta della popolazione. Una terza agevolazione, promossa da Smotrich tramite decreti negli ultimi mesi e separata dalla legge di bilancio, è l’esenzione dall’IVA per gli acquisti personali online fino a 130 dollari. Pur riducendo i costi per i consumatori con maggiori competenze digitali, questa misura espone le imprese locali, già provate da anni di instabilità, a uno svantaggio competitivo artificiale a favore di produttori e venditori stranieri.
Per completare il quadro delle priorità governative, è altrettanto istruttivo osservare le misure che non sono state nemmeno prese in considerazione in questo bilancio. L’IVA, che colpisce anche i beni di prima necessità, rimane al 18%. La riduzione temporanea dei salari nel settore pubblico, in vigore fino a fine 2026, non è stata abolita. Inoltre il congelamento delle aliquote fiscali e dei crediti d’imposta, già applicato l’anno precedente, continua a negare qualsiasi sgravio ai contribuenti con redditi fino a 16.000 shekel.
Alcuni dei grandi ministeri, come quelli dell’Istruzione, della Sanità e del Welfare, hanno registrato aumenti di budget importanti. Tuttavia si tratta di incrementi che, per quanto significativi, iniziano appena a colmare il divario che Israele presenta nella spesa civile rispetto ai paesi con cui si confronta o anche rispetto alla media Ocse. La somma dei ritardi accumulati si traduce in una cifra precisa: per allinearsi alla spesa civile media dell’Ocse a Israele mancano circa 170 miliardi di shekel all’anno. In una conferenza stampa della scorsa settimana, il Governatore della Banca d’Israele, Amir Yaron, storicamente vicino a posizioni di ortodossia economica, ha scelto di puntare il dito proprio su questo divario, avvertendo che l’erosione della spesa civile nel corso degli anni ha raggiunto un punto tale che non c’è più spazio per tagliare la spesa esistente. Yaron ha messo in guardia contro l’inaccettabile arretratezza del paese nella spesa civile e contro il danno alla crescita economica e alla qualità della vita che ne deriva. È evidente che un anno di guerra, per di più un conflitto complesso e costoso, non è l’anno in cui si può colmare un tale divario ma ogni anno è quello giusto per iniziare. Così come la sicurezza nazionale è fondamentale, allo stesso modo l’aumento degli investimenti civili dovrebbe essere una priorità, anche per chi nutre poca fiducia nell’attuale governo.
Un terzo tema, che ha dominato il dibattito pubblico sul bilancio, è quello dei fondi di coalizione. L’opposizione, le organizzazioni della società civile e gran parte della stampa economica si sono concentrate prevalentemente su queste voci di spesa. I fondi di coalizione hanno raggiunto un picco sotto l’attuale governo e quest’anno ammontano a 5,8 miliardi di shekel. Se si include anche ciò che l’opposizione definisce “fondi settoriali nella sostanza”, il totale raggiunge i 7 miliardi di shekel. Sebbene la procedura di trasferimento di fondi al di fuori della base del bilancio non sia di per sé illegittima, hanno grande rilevanza l’entità delle somme così trasferite e il loro utilizzo: la maggior parte di questi fondi è destinata agli insediamenti in Cisgiordania e al settore ultraortodosso. La rabbia pubblica per questa allocazione è comprensibile.
L’analisi di Davar mette in guardia dal rischio di sopravvalutare l’importanza di questi fondi. Dall’enfasi posta su di essi nel dibattito pubblico si potrebbe erroneamente concludere che la soluzione ai problemi economici di Israele risieda proprio lì. In realtà si tratta di circa l’1% del bilancio statale. Per colmare il divario di spesa civile con l’Ocse servirebbe una cifra 23 volte superiore a quella dei fondi settoriali. È vero che il finanziamento dell’istruzione haredì privata produce diplomati privi delle competenze richieste dal mercato del lavoro. Ed è altrettanto vero che le istituzioni esentate dal servizio militare permettono agli haredim di non arruolarsi, costringendo l’esercito a fare affidamento su riservisti con un costo più elevato per lo Stato ma anche tenendo conto di questi fatti, si tratta pur sempre di una questione tra le tante che avrebbero dovuto essere affrontate.
Un’eventuale futura coalizione di governo formata dagli attuali partiti di opposizione, riducendo i fondi di coalizione a circa un miliardo o addirittura azzerandoli, potrebbe rappresentare un’alternativa simbolica di leadership rispetto all’attuale esecutivo. Una vera alternativa economico-sociale a questo governo, però, non è stata realmente formulata. Alcuni esponenti dell’opposizione in Commissione Finanze sembrano proporre un inasprimento dell’approccio, trattando quasi ogni spesa pubblica come degna di tagli. Un’alternativa genuina all’attuale regime economico dovrebbe provenire da chi promuove un’espansione significativa della spesa civile, non da chi sa solo tagliare i fondi di coalizione che rappresentano l’1% del bilancio. Questo, conclude l’analisi, non è un programma di governo ma al massimo una stancante campagna elettorale.
Note sul mercato del lavoro
L’Arlozorov Forum ha pubblicato uno studio intitolato Lavoro frammentato in Israele: implicazioni per la contrattazione collettiva, la disuguaglianza e il ruolo dello Stato. Si tratta di un rapporto di ricerca che esamina la crescente diffusione di forme di impiego non tradizionali e il loro impatto sul potere contrattuale dei lavoratori e sulla disuguaglianza economica. L'autore è Gali Racabi, assistente professore alla Cornell University, e il lavoro è stato realizzato con il contributo di numerosi esperti e istituzioni israeliane, tra cui Arlozorov Forum.
Accanto al luogo di lavoro tradizionale, caratterizzato da una gerarchia chiara e da un rapporto di impiego diretto, emergono forme di lavoro frammentato. L'esempio più estremo e contemporaneo di questo fenomeno è rappresentato dalle piattaforme digitali come Uber o Volt che connettono domanda e offerta senza riconoscere un rapporto di subordinazione. Nel 2021 la Commissione Europea stimava che circa 16 milioni di lavoratori in Europa avessero avuto esperienze su piattaforme digitali e per un terzo di questi costituiva la principale fonte di reddito.
La frammentazione si manifesta in quattro principali modelli organizzativi. Il primo è l'impiego tramite terzi che include sia i contratti con agenzie di lavoro interinale sia quelli con aziende fornitrici di servizi come pulizie o manutenzione. Il secondo è l'impiego come appaltatore indipendente o freelance, una formula tradizionalmente usata per professioni ad alta specializzazione ma che si è estesa a molti altri settori. Il terzo modello è il franchising, dove il lavoratore è formalmente dipendente del singolo affiliato ma il marchio madre può esercitare un controllo sostanziale sulle condizioni di lavoro. Il quarto è l'impiego tramite piattaforme digitali che rappresenta l'evoluzione più recente e radicale di questa tendenza.
Il problema centrale di questa frammentazione è la riduzione del potere contrattuale dei lavoratori. Lo studio elenca diversi meccanismi attraverso cui questo avviene. I lavoratori escono dal mercato del lavoro interno dell'azienda, perdendo la possibilità di fare carriera e acquisire anzianità. Le leggi a tutela dei lavoratori, come quelle sull'anzianità o sul diritto di sciopero, sono spesso inadeguate a contesti lavorativi instabili e frammentati, rendendo le tutele esistenti inefficaci perché progettate per un'epoca di lavoro stabile. Si verifica poi una cronica mancata applicazione dei diritti fondamentali, dato che la complessità della catena di appalto rende difficile per le autorità identificare chi sia il datore di lavoro responsabile. I lavoratori sono esposti a nuovi rischi non regolamentati, come il controllo algoritmico esercitato dalle piattaforme. Infine la frammentazione favorisce la creazione di mercati del lavoro monopsonistici dove una singola grande azienda, come una catena di franchising, può imporre condizioni oligopolistiche impedendo la concorrenza tra i propri affiliati, ad esempio attraverso clausole che vietano il poaching, ovvero l'assunzione di lavoratori da un altro affiliato della stessa rete.
La letteratura israeliana citata nel rapporto aggiunge due importanti intuizioni. La prima è che la legislazione del lavoro e del welfare dipende da specifiche forme organizzative che stanno scomparendo, portando a un policy drift. La seconda è che questa trasformazione ha creato un mercato del lavoro duale, dove un gruppo di lavoratori con istruzione e tutele migliori è separato da una sacca di lavoratori con salari più bassi, minore anzianità e poca mobilità, come dimostrato dagli studi di Margalit del 2020.
Misurare l'esatta estensione del lavoro frammentato in Israele è complesso a causa della mancanza di dati adeguati ma le stime disponibili mostrano una chiara tendenza alla crescita. Nel 2023 il numero di lavoratori in forme di impiego frammentato è stato stimato tra 250.000 e 480.000 unità, pari a circa il 5,8% e l'11,1% della forza lavoro totale. L'impiego tramite agenzie interinali è rimasto relativamente stabile nell'ultimo decennio mentre il numero di lavoratori autonomi e di piccole imprese esenti da IVA è cresciuto costantemente fino al 2020. I dati mostrano che i lavoratori autonomi senza dipendenti, rilevati dal registro delle imprese, erano 333.514 su un totale di 475.709 imprese nel 2023. Ancora più significativo è l'aumento delle imprese esenti, ovvero quelle con fatturato basso: da 129.000 nel 2015 (il 3,5% degli occupati) si è passati a 189.000 nel 2023 (il 5,2% degli occupati). Per quanto riguarda il franchising e il lavoro su piattaforma, la mancanza di dati statistici ufficiali è definita “grave” e “significativa”. Nel caso del franchising, il rapporto stima che, considerando solo i settori della vendita al dettaglio e della ristorazione, si possano ipotizzare almeno 39.000 lavoratori coinvolti. Per le piattaforme si stima che ci siano tra 17.000 e 20.000 lavoratori in Israele ma si tratta di cifre basate su articoli di giornale e non su rilevazioni sistematiche.
Dal punto di vista normativo in Israele il perno della regolamentazione è la definizione legale di “chi è un lavoratore” e “chi è un datore di lavoro”. La giurisprudenza ha sviluppato dottrine come il “lavoro congiunto” e la “rottura dell'universalità” che consente ai tribunali di riconoscere un rapporto di lavoro ai soli fini di una specifica legge ma questo crea incertezza e costringe i lavoratori a lunghe battaglie legali. L'incertezza giuridica, lungi dall'essere neutrale, avvantaggia i datori di lavoro che possono sperimentare nuove forme organizzative scaricando i costi su lavoratori, consumatori e Stato. La normativa israeliana si è concentrata quasi esclusivamente sull'impiego tramite agenzie interinali, con interventi su licenze, meccanismi di applicazione e accordi di settore. Una regolamentazione mirata di una specifica forma di lavoro frammentato crea un incentivo per i datori di lavoro a sviluppare nuove forme non regolamentate.
Il caso di "Chen Bis" rappresenta un esempio paradigmatico e drammatico di come anche gli strumenti della contrattazione collettiva, tradizionalmente concepiti per proteggere i lavoratori, possano essere trasformati in veicoli per erodere i diritti esistenti, in particolare nel contesto del lavoro su piattaforma.
Il 9 settembre 2024 l'azienda "Chen Bis", un operatore nel settore delle consegne a domicilio in Israele, firma un accordo collettivo con l'organizzazione sindacale di destra Histadrut Leumit. Questo accordo viene presentato dalle parti come un'intesa "rivoluzionaria" e "unica nel suo genere". La sua caratteristica principale, apparentemente innovativa, è l'introduzione di un meccanismo di scelta per i corrieri. L'articolo 76 dell'accordo stabiliva che ogni corriere avrebbe potuto decidere liberamente la propria forma di impiego. I lavoratori potevano scegliere tra dipendente subordinato, mantenendo tutte le tutele classiche, oppure optare per lo status di libero professionista, rinunciando a tutti i diritti sociali e alla sicurezza lavorativa ma ottenendo in cambio una maggiore flessibilità nella gestione dei propri turni e senza l'obbligo di garantire un monte ore minimo. Sulla carta l'accordo sembrava quindi un modello di flessibilità garantista che dava ai lavoratori il potere di decidere il proprio destino contrattuale, con la possibilità teorica di cambiare idea dopo un periodo di prova.
Il rapporto rivela la natura fittizia di questa scelta, evidenziando due clausole critiche nascoste nell'accordo. La prima, contenuta nell'articolo 20, concedeva a "Chen Bis" il diritto di rifiutare la preferenza espressa da un candidato o da un lavoratore "in base alle proprie esigenze aziendali". Questo significa che l'azienda non era affatto obbligata ad accettare la scelta del lavoratore, potendo indirizzarlo forzosamente verso l'una o l'altra forma contrattuale in base a ciò che risultava più conveniente per la propria organizzazione del lavoro. La seconda clausola, altrettanto importante, imponeva ai liberi professionisti il pagamento delle spese di gestione al sindacato Histadrut Leumit, con un importo che variava tra 45 e 100 shekel, una cifra non trascurabile che di fatto rendeva meno appetibile la scelta per l'autonomia.
Il vero punto di svolta avviene nel luglio 2025, meno di un anno dopo la firma dell'accordo. In quel mese i corrieri di "Chen Bis" ricevono un'email con l'oggetto "Aggiornamento importante: passaggio a un nuovo modello di corrieri in Israele". La comunicazione, presentata come attuazione dell'accordo collettivo e condotta "in collaborazione con la rappresentanza dei lavoratori", annunciava il passaggio obbligatorio di tutti i corrieri al modello da liberi professionisti. L'azienda non si limitava a proporre il cambiamento ma lo imponeva. Per i corrieri che avessero rifiutato questo nuovo status, l'email prospettava due opzioni, entrambe drastiche. La prima era la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro "a condizioni che ti saranno comunicate e che sono state concordate con la rappresentanza dei lavoratori". La seconda, per chi non avesse accettato nemmeno la risoluzione consensuale, era il licenziamento unilaterale.
Grazie a questo accordo collettivo l'azienda era riuscita a fare esattamente ciò che i sindacati e le tutele classiche avrebbero dovuto impedire: trasformare con un colpo di penna centinaia di lavoratori subordinati, che si erano sindacalizzati in passato proprio per migliorare le loro condizioni, in lavoratori autonomi senza alcuna sicurezza sociale, stabilità lavorativa o certezza economica e tutto questo è avvenuto sotto l'egida di un'organizzazione sindacale e di un accordo collettivo.
Per offrire un termine di paragone, il rapporto analizza diversi modelli normativi internazionali. A livello generale di intero sistema economico, l'esempio della California con la legge AB5 del 2020 è istruttivo. Questa norma inverte l'onere della prova, spettando al datore di lavoro dimostrare che un lavoratore non è un dipendente, utilizzando un test stringente in tre punti (controllo del datore, lavoro al di fuori del core business ed esistenza di un'impresa indipendente del lavoratore). Nel campo del franchising negli Stati Uniti si interviene principalmente attraverso le leggi sulla concorrenza per limitare gli accordi monopsonistici tra affiliati. Per quanto riguarda i lavoratori autonomi, paesi come il Canada e l'Inghilterra hanno introdotto una terza categoria ibrida, il dependent contractor, che gode solo di alcune tutele, una soluzione che, secondo il rapporto, rischia di declassare molti lavoratori che sarebbero a tutti gli effetti dipendenti. Per le piattaforme l'Unione Europea rappresenta il modello più avanzato: la direttiva del marzo 2024 stabilisce che i lavoratori di piattaforma siano presunti dipendenti a meno che la piattaforma non dimostri il contrario e introduce importanti tutele contro il controllo algoritmico. All'estremo opposto, alcuni stati americani hanno adottato leggi scritte dalle stesse piattaforme che sanciscono lo status di appaltatori indipendenti, un modello di estrema destra libertaria.
Conclusioni sulla vita in guerra
Le esultanze e il giubilo che tanta gente apparentemente di sinistra, anche persone che consideravo amiche e intelligenti, consapevoli dei legami affettivi che ho con quel paese, mette in scena per ogni missile che cade in Israele mi mette profondamente a disagio. Sono le stesse persone che non mi hanno mai risparmiato critiche per la “grave colpa” di voler indagare la società israeliana come qualsiasi altra società umana.
Discutendo con un caro amico sindacalista ho trovato una chiave di lettura per certe derive: parlare dei lavoratori in Israele, dimostrare che esiste la lotta di classe in quel paese, umanizza gli israeliani. Questo modo di leggere quella società non può essere digerito da chi lavora coscientemente per la nazificazione di un intero popolo. Gadi Luzzatto Voghera descrive questo processo come una forma di delegittimazione morale e politica che opera attraverso un rovesciamento speculare dell’identità ebraica: gli ebrei, da vittime storiche dell’Olocausto, vengono ritratti come persecutori che si comportano alla stregua dei nazisti.
Questo meccanismo si realizza principalmente attraverso il paragone diretto tra le politiche dello Stato di Israele e il nazismo. Purtroppo è un tratto strutturale di certi discorsi della sinistra radicale, specialmente in occasione dei conflitti mediorientali. Viene ripetutamente utilizzata l’equazione “Israele = nazismo” attraverso simboli come la svastica associata ai primi ministri israeliani (anche a Yitzhak Rabin, poi riabilitato come vittima). Tale operazione retorica ha l’obiettivo di collocare Israele al di fuori dell’orizzonte della legittimità morale, trasformandolo in un male assoluto analogo a quello nazista e per questo motivo da debellare. Luzzatto Voghera la mette in continuità con quel processo di astrazione che, fin dall’Ottocento, ha sostituito l’ebreo reale con un’icona negativa, a sinistra prima era il capitalista ebreo, poi il persecutore dei palestinesi.
Per contrastare questo processo credo sia necessario riportare come i civili in Israele vivono sotto i missili del regime iraniano.
Su The Marker si parla di Yemot HaMashiach, un'azienda di comunicazione che serve la comunità Haredi. In tempo di pace l'azienda gestisce linee informative telefoniche per questa comunità, fornendo lezioni scolastiche e aggiornamenti sull’attualità, consentendo così agli ultraortodossi di ricevere contenuti senza usare Internet. Durante situazioni di emergenza, come la guerra con l'Iran, Yemot HaMashiach attiva una linea telefonica che trasmette le allerte preventive del Comando del Fronte Interno a 150.000 linee telefoniche kosher che non supportano l'applicazione ufficiale per le allerte. Invece di un avviso che irrompe sul telefono, l'azienda offre un servizio gratuito che chiama telefonicamente quei 150.000 abbonati. Tuttavia, poiché Yemot HaMashiach è una piccola azienda privata e le chiamate devono essere effettuate in modo massivo e concitato, il servizio è lento e meno efficace delle allerte ufficiali, con le telefonate che arrivano fino a mezzo minuto prima del suono della sirena. Il Comando del Fronte Interno ha contattato l’azienda chiedendogli di migliorare l'interfaccia e di operare tramite un'altra grande azienda privata, la quale avrebbe richiesto 100.000 shekel per il servizio.
La vicenda rivela una realtà assurda in cui vive la società Haredi: chiusa e isolata, con 600.000 telefoni kosher di seconda e terza generazione che sarebbero dovuti essere rottamati da tempo ma continuano a esistere solo grazie agli ultraortodossi. Secondo il Ministero delle Comunicazioni, solo 150.000 di questi non ricevono affatto le allerte del Comando del Fronte Interno, costringendoli a dipendere dalle chiamate di Yemot HaMashiach. Per gli altri 450.000 telefoni la situazione non è rosea poiché molti ricevono le allerte a stento o con gravi malfunzionamenti. I telefoni più avanzati ricevono l'allerta che non si interrompe finché non viene disattivata manualmente, un problema grave durante lo Shabbat, tanto che spesso l'allerta non viene spenta e la batteria si esaurisce, impedendo di ricevere altri allarmi. Sui telefoni meno avanzati l'allerta interferisce con il funzionamento, costringendo a spegnere e riaccendere il telefono, un altro problema durante lo Shabbat, e molti ultraortodossi finiscono semplicemente per disattivare le allerte.
Questo groviglio di problemi è il risultato della politica governativa che sostiene l'industria dei telefoni kosher, controllata dalla Commissione rabbinica, un ente privato dominato dalla dinastia chassidica di Gur che gode di alte entrate dalle compagnie di telefonia mobile. Si tratta di un monopolio privato che controlla l'intera comunicazione Haredi per bloccare l'accesso a una comunicazione libera, impedendo la libera scelta e, in guerra, persino il diritto di proteggere la propria vita. Circa un anno e mezzo fa il ministro delle Comunicazioni Shlomo Karhi, con il sostegno del presidente della Commissione economica David Bitan, ha approvato una legge che rende legale e ufficiale il controllo monopolistico della Commissione rabbinica. Il parlamento ha così concesso a un ente privato il diritto di decidere quali telefoni usare, i numeri, l'impossibilità di portare il numero altrove e il blocco di comunicazioni come Internet, SMS e chiamate verso numeri considerati non idonei, inclusi enti di assistenza sanitaria, uffici governativi, oppositori interni alla comunità o concorrenti commerciali. Anche negli accordi di coalizione del 2026 l'Autorità per lo Sviluppo Economico del settore Haredi ha investito 2 milioni di shekel "per un componente tecnologico di identificazione senza smartphone".
Vyacheslav Vidmant, noto come Slava, è l’ultimo dei 112 civili uccisi in Israele e in Cisgiordania dal fuoco di razzi, missili e droni dal 7 ottobre 2023. La sua esistenza marginale, caratterizzata da lavori occasionali e indirizzi di residenza temporanei, riflette una condizione più ampia che emerge dall’analisi dei dati sulle vittime civili: la protezione durante il conflitto non è uguale per tutti. Vidmant ha perso la vita venerdì notte a Tel Aviv, vicino a una serie di edifici danneggiati nel primo giorno della guerra, colpito dalla scheggia di una bomba a frammentazione del regime iraniano. Era stato posizionato lì come guardia giurata per proteggere le case distrutte dai saccheggi, al suo primo turno di lavoro per una nuova azienda di sicurezza. Secondo Doron Hai, responsabile del progetto per l’azienda, Slava non avrebbe nemmeno dovuto trovarsi sul luogo al momento dell’esplosione poiché il suo turno era terminato due ore prima ma era rimasto in attesa di un passaggio per tornare ad Ashdod, probabilmente perché non aveva soldi per il viaggio. La sua difficile situazione economica, che lo aveva spinto ad accettare quel lavoro, è stata indirettamente la causa della sua morte. L’azienda stessa non aveva nemmeno un suo indirizzo stabile poiché Slava aveva spiegato che viveva temporaneamente da un amico.
Nato a Vitebsk, in Bielorussia, aveva studiato legge e lavorato come investigatore di polizia prima di lasciare la sua patria nel 2001 per immigrare in Israele con la moglie, la figlia piccola e i suoceri, tutti ebrei tranne lui. Secondo la sua ex moglie, Inna, non volle proseguire gli studi e iniziò a lavorare in fabbrica e in lavori occasionali, trovando difficile integrarsi. Il matrimonio non durò e dopo il divorzio il legame con la moglie e la figlia Yana, oggi 28enne, si interruppe gradualmente. Slava non imparò mai bene l’ebraico e rimase un nuovo immigrato fino al giorno della sua morte, dopo 25 anni in Israele. L’unico legame familiare rimasto era con il fratello in Bielorussia, con il quale era in contatto intermittente. Nel giorno del funerale, tenutosi sotto una pioggia battente e in completo silenzio nel cimitero di Be’er Sheva, accanto alla figlia e all’ex moglie si sono strette alcune amiche di famiglia, due assistenti sociali, due residenti della zona che avevano sentito la sua storia e tre conoscenti di Ashdod con cui aveva lavorato. Sulla terra fresca sono state deposte corone del comune di Be’er Sheva e del comune di Ashdod.
Tra le vittime civili ci sono 68 uomini e 27 minorenni. Il più giovane, Yazan Zakaria Abu Jamaa, aveva cinque anni ed è morto con altri due familiari ad Ar'ara BaNegev nel Negev, in un edificio privo di protezione. La più anziana, Yvette Shmilovitz, aveva 95 anni: sopravvissuta alla Shoah, è stata uccisa da un missile iraniano nella sua casa a Petah Tikva, che pure era dotata di protezione.
Un’analisi dei dati, condotta da due cittadini che hanno creato il database più completo sulle vittime della guerra e verificata da Haaretz, rivela una netta correlazione tra lo status socioeconomico e la probabilità di rimanere uccisi. Il 49,5% delle vittime, 53 persone, apparteneva a uno status socioeconomico basso, includendo in questo gruppo anche i lavoratori stranieri. 32 vittime provenivano dalla classe media mentre solo 23, pari al 20%, avevano uno status socioeconomico alto. Inoltre per più della metà delle vittime appartenenti ai ceti più bassi, 32 persone, non c’era alcuna possibilità di ripararsi in un mamad.
Secondo un rapporto del controllore dello stato dello scorso dicembre prima della guerra 3,2 milioni di israeliani non avevano accesso a un luogo protetto. Etti Konor Attias, direttrice accademica del Centro Adva, sottolinea che la questione cruciale non è solo la qualità della protezione, ma la sua accessibilità: chi possiede un mamad in casa, chi deve correre in un rifugio pubblico e chi non ha alcuna soluzione. Complessivamente 61 vittime, oltre il 50% del totale, non sono riuscite a mettersi al riparo per vari motivi: assenza di un luogo protetto nelle vicinanze, allarme troppo breve o assenza totale di allarme. Di queste, 56 sono morte in territorio israeliano: 14 si trovavano in edifici privi di protezione (case o strutture pubbliche) e 27 erano all’aperto, tra cui sette automobilisti. L’ultima di queste è Nuriel Dubin, che è uscita dalla sua auto ad Ayelet HaShahar ed è stata uccisa nonostante avesse seguito tutte le istruzioni del comando del fronte interno. Quindici vittime, tra cui 12 bambini a Majdal Shams, sono morte a causa di un allarme troppo breve che non ha permesso di mettersi in salvo in tempo. Casi come quello di Yehuda Shapira, un residente di Ashkelon su sedia a rotelle che non poteva scendere nel rifugio e morì due mesi dopo essere stato colpito da un razzo direttamente in casa, mostrano come i dati grezzi non raccontino tutta la complessità della tragedia.
A questi si aggiungono cinque vittime palestinesi: quattro donne uccise due settimane prima in una città vicino a Hebron, quando una bomba a frammentazione iraniana ha colpito un salone di bellezza, e un uomo ucciso a Gerico nell’ottobre 2024.
Slava Vidmant è uno dei 20 lavoratori uccisi da un missile o razzo durante il lavoro e la maggior parte di loro svolgeva professioni scarsamente qualificate. Per la metà di loro non c’era accesso a un luogo protetto o non potevano fare in tempo a raggiungerlo. Tra questi, i due operai edili Rostam Golumov e Amid Mortozov, uccisi a Yehud, e i nove lavoratori agricoli, per lo più tailandesi. Il settore agricolo è forse il più esposto poiché costringe a lavorare in spazi aperti. Un testimone, indicato con la lettera T., ferito all’inizio della guerra, ha raccontato di come lui e altri lavoratori fossero stati mandati a raccogliere verdure in un’area altamente a rischio, con il rifugio più vicino a un chilometro di distanza. Durante l’allarme si nascondevano nei campi. I sindacati e le ONG che si occupano di tutelare i lavoratori, come Kav LaOved, spingono per maggiori controlli e un’applicazione rigorosa delle norme sui datori di lavoro, una valutazione dei rischi specifici (come nelle raffinerie, dove le probabilità di incendi sono elevate) e sulla consapevolezza che i lavoratori manuali sono esposti a un rischio maggiore anche di infortuni sul lavoro, una piaga che continua a mietere vittime anche in tempo di guerra, con 20 lavoratori uccisi in incidenti sul lavoro dall’inizio dell’anno, di cui 11 in cantieri edili.
Grazie a Davar e Haaretz ho raccolto un mosaico di storie di vita in tempi di guerra che attraversa l’intero paese, dalla periferia sud di Tel Aviv fino a Kiryat Shmona e al Negev. Il risultato è il ritratto di una nazione che cerca di normalizzare la vita, in spazi ristretti e spesso inadeguati, di fronte alla minaccia dei razzi iraniani. Una delle prime storie riguarda la famiglia di Rabbi Shimon Moshe Chai Rachamim, un mohel e volontario in organizzazioni di soccorso che vive nel quartiere Kiryat Shalom a sud di Tel Aviv. Non indossa mai il pigiama per dormire, preferisce vestiti pronti per uscire e presentare soccorso, e impone alla sua famiglia numerosa, composta dalla moglie Natalie e da sette figli, il più piccolo di un anno e mezzo, di scendere con "bei pigiami" quando c'è un'allerta. Dalla loro casa al terzo piano corrono per circa trenta metri fino al rifugio di quartiere. La sua autorità in materia deriva dall’aver visto innumerevoli scene di devastazione. Ritiene il principio biblico di "proteggere la propria anima" un valore assoluto e si sente responsabile di garantire che nessuno rimanga in casa, accogliendo nel rifugio persone di ogni estrazione, compresi lavoratori stranieri, in un clima di unità forzata ma vitale.
Nel cuore di Giv'atayim un gruppo di vicini ha trasformato un piccolo rifugio di 4 metri per 4 in un microcosmo di solidarietà. Si trova al numero 36 di via Tiber, una struttura che è diventata un punto di riferimento per i residenti di edifici vicini sprovvisti di protezione, come il vecchio stabile al numero 43, dove Jonathan e Lilach abitano in un seminterrato che nelle guerre precedenti fungeva da riparo improvviso. Qui il rifugio accoglie fino a 25 persone e sette cani. La convivenza forzata ha generato legami profondi: hanno festeggiato tre compleanni con torte e canti, hanno installato un prato sintetico e hanno creato un sistema di turni per la pulizia. I residenti raccontano di aver vissuto un intero ciclo di vita in quello spazio, assistendo a una gravidanza e a una nascita in pieno conflitto. L’intimità imposta ha generato una rete di supporto che supera le difficoltà, trasformando la paura iniziale in una routine.
A Kiryat Shmona, nel nord del paese, il rifugio 503 racconta un’altra storia di resilienza e abbandono. I residenti hanno accolto nove cittadini indiani rimasti intrappolati mentre lavoravano in un fabbrica locale. Kiryat Shmona è descritta come una città fantasma, dove metà degli abitanti non è tornata dopo lo sfollamento e chi è rimasto si sente trascurato, costretto a lottare persino per ottenere materassi. Nonostante le difficoltà e la sensazione di abbandono da parte delle istituzioni, il rifugio è diventato una famiglia allargata, tanto che hanno allestito insieme una cucina e si preparano a celebrare il Seder di Pesach come una comunità unita.
Nel frattempo, nel sud, al centro medico Soroka di Be'er Sheva, la guerra ha spostato interi reparti sottoterra. Natalia Goroditsky, infermiera capo, gestisce da nove mesi un reparto di medicina interna nel seminterrato, dove 47 letti e 50 membri del personale curano pazienti complessi in condizioni di estrema difficoltà: senza finestre, con pochi servizi igienici e nessuna doccia. Il personale ha inventato nuovi rituali per preservare la dignità dei pazienti, come spegnere le luci di notte e riaccenderle al mattino per simulare il ciclo naturale. Nonostante la paura iniziale di perdere la fiducia delle famiglie, Goroditsky sottolinea che la missione dei dipendenti, molti dei quali vivono nelle comunità colpite, e la gratitudine dei pazienti sono ciò che permette di andare avanti. Monique Attias, che gestisce la sala parto protetta, racconta il contrasto struggente e pieno di speranza di far nascere un bambino proprio durante un'allerta missilistica, un evento che descrive come un "momento potente" che offre un nuovo orizzonte di speranza in mezzo alla complessità.
Accanto alla solidarietà emergono profonde disuguaglianze. A Rahma, un villaggio beduino non riconosciuto nel Negev, centinaia di famiglie non hanno alcuna protezione. Amir Alabayat, padre di quattro figli, racconta che durante gli allarmi sua figlia di quattro anni, Khadija, corre a nascondersi sotto i pannelli solari nel cortile. Le tre strutture mobili di protezione posizionate dal Comando del Fronte Interno si trovano a tre chilometri e mezzo di distanza, oltre una strada principale, rendendole di fatto inutilizzabili per la maggior parte della popolazione. I residenti raccontano di sentirsi abbandonati. Si affidano a tubi di cemento donati da un’azienda privata come unico riparo di fortuna. Infine, nel cuore del quartiere povero di Shapira a sud di Tel Aviv, la situazione è altrettanto critica. La famiglia Myukhas-Vaaknin apre il proprio piccolo appartamento a decine di vicini, per lo più stranieri, ad ogni allarme. I dati sono impietosi: mentre nella media della città l’11% degli edifici è privo di protezione, nel quartiere Shapira la percentuale sale all’80%. Nella sua parte occidentale, dove vivono migliaia di persone in edifici fatiscenti, ci sono solo due rifugi pubblici (di 40 e 50 metri quadrati) e tre piccoli spazi protetti in asili, per un totale di poco più di 100 metri quadrati a disposizione. I residenti raccontano di non riuscire a entrare nei rifugi durante le emergenze, di essere costretti a scappare in bicicletta verso la parte orientale del quartiere per trovare riparo e di sentirsi abbandonati dalle autorità, nonostante le promesse di installare nuove strutture protettive che tardano ad arrivare.
