Cronache economiche da Israele #8

Informazioni sul mercato del lavoro

Il Servizio per l’Impiego israeliano comunica che gli iscritti sono più che raddoppiati, aumentando di oltre 2,5 volte nel mese di marzo e raggiungendo quota 396.000 persone. I principali soggetti colpiti a livello occupazionale sono state le donne, i giovani, i lavoratori del commercio e dei servizi. Il numero dei richiedenti sussidio di disoccupazione è salito durante marzo del 273%, passando da 114.000 a oltre 342.000. Anche il numero dei richiedenti l’assegno di integrazione al reddito è aumentato del 22%, passando da 35.000 a febbraio, il livello più basso mai registrato, a 43.500 a marzo. Parallelamente, dopo mesi in cui il mercato del lavoro era stato caratterizzato da un numero quasi identico di posti vacanti e di cercatori di lavoro, si è registrata una riduzione del 16,8% del numero di posti vacanti, scesi da 144.000 a febbraio a soli 120.000 a marzo.

Le donne hanno costituito oltre il 60% dei nuovi iscritti e la loro quota tra i registrati è aumentata del 4,1%, superando il 58%. Questo incremento è un’ulteriore prova del fatto che le donne sono più esposte all’impatto delle situazioni di crisi sulla propria occupazione, con conseguenze sia sulla continuità lavorativa che sui contributi pensionistici. Per quanto riguarda i giovani fino a 34 anni, si è registrato un aumento del 246% del numero di iscritti. L’incremento ha interessato tutte le fasce d’età ma, mentre tra i giovani sotto i 34 anni l’aumento è stato del 246%, tra le persone di età compresa tra 35 e 54 anni è stato del 142% e tra gli over 55 dell’89%. Di conseguenza la percentuale di giovani tra gli iscritti al Servizio per l’Impiego è salita del 9,8%, attestandosi al 37%, mentre la quota della fascia intermedia è scesa del 2,1% arrivando al 41% e quella degli over 55 è diminuita del 7,7% fermandosi al 22%. Questo aumento della quota di giovani riflette, analogamente a quanto osservato per le donne, la loro maggiore esposizione agli effetti delle crisi sulla stabilità lavorativa. 


L’assemblea plenaria della Knesset ha approvato in seconda e terza lettura il piano di risarcimento per le attività commerciali a seguito della guerra con l’Iran. La proposta è stata sostenuta da 37 membri della Knesset, senza voti contrari e con un solo astenuto. A differenza di leggi precedenti relative ai risarcimenti in situazioni di emergenza, il meccanismo stabilito in questa legge potrà essere attivato anche in altre future situazioni di crisi nei prossimi cinque anni. Sotto la pressione dell’Histadrut, la legge regola il diritto all’indennità di disoccupazione per i lavoratori in congedo non retribuito (chalat) anche per coloro che erano stati messi in congedo per soli cinque giorni all’inizio della guerra, insieme all’accorciamento del periodo necessario per acquisire i requisiti per l’indennità di disoccupazione durante il conflitto, ridotto da 30 a 10 giorni.


Le attività che hanno subito danni indiretti durante i mesi di marzo e aprile 2026 a causa della guerra riceveranno un risarcimento proporzionale all’entità del danno subito. L’indennizzo sarà calcolato in base alla riduzione del fatturato dell’attività, all’ammontare delle spese fisse e ai costi salariali dei dipendenti pagati dal datore di lavoro durante il periodo preso in esame. La legge prevede anche un indennizzo per la perdita di reddito da locazione per i proprietari di immobili danneggiati. L’indennizzo sarà concesso alle imprese con un fatturato compreso tra 12.000 shekel e 400 milioni di shekel che abbiano registrato durante la guerra una riduzione del volume d’affari del 25% o più rispetto al periodo di riferimento. Il periodo di riferimento per il confronto è marzo-aprile 2025 ma per il settore alberghiero l’anno sarà il 2023. Per le piccole imprese il risarcimento sarà un importo fisso scaglionato, determinato in base al livello di reddito e alla percentuale di calo del fatturato, e tali importi forfettari saranno indicizzati all’indice dei prezzi al consumo. Per le imprese medie il risarcimento sarà determinato in base a due componenti: spese fisse e partecipazione ai salari.


Il Sindacato dei Lavoratori della Telefonia Mobile, Internet e High-Tech, affiliata alla Histadrut, ha formalmente chiesto alla responsabile dei rapporti di lavoro presso il Ministero del Lavoro, l’avvocato Rivka Werbner, di respingere la richiesta presentata dalla dirigenza di SAP volta ad annullare gli accordi collettivi in vigore, esprimendo una ferma opposizione. Secondo quanto riferito dall’Histadrut, la domanda dell’azienda sarebbe priva di fondamento giuridico e contraria sia alle clausole degli stessi accordi sia alla normativa applicabile. Circa due mesi prima la direzione di SAP si era rivolta alla stessa responsabile, che funge anche da registratore degli accordi collettivi, chiedendo l’annullamento degli accordi siglati tra l’azienda e il sindacato. In base agli accordi collettivi che vincolano le parti, inclusi quello del 2020 e l’accordo di proroga del 2024, la validità dell’intesa è stata estesa automaticamente per ulteriori 24 mesi a partire dall’inizio di aprile 2025 fino alla fine di marzo 2027. Di conseguenza l’Histadrut sostiene che la possibilità di comunicare l’intenzione di porre fine all’accordo esista solo a partire dalla fine di dicembre 2026 e che un’eventuale comunicazione di recesso, anche se presentata correttamente, entrerebbe comunque in vigore solo al termine del periodo contrattuale, cioè il 31 marzo 2027. Il sindacato sottolinea che la notifica inviata dall’azienda, nella quale si affermava di voler cancellare l’accordo entro 60 giorni “in conformità alla legge”, non trova alcun riscontro né nelle disposizioni dell’accordo collettivo né nel quadro giuridico vincolante, pertanto la richiesta di annullamento presentata alla responsabile dei rapporti di lavoro merita un rigetto assoluto. 

Histadrut ha aggiunto che la stessa dirigenza di SAP ha dichiarato più volte, sia per iscritto che oralmente, l’intenzione di firmare un nuovo accordo collettivo e quindi non vi sarebbe alcuna giustificazione per avviare la richiesta di annullamento. 


L’Histadrut  ha dichiarato lunedì uno stato di conflitto di lavoro presso l’Autorità tributaria israeliana. La decisione è stata motivata dall’intenzione dell’amministrazione di procedere in modo unilaterale all’unificazione del Dipartimento delle dogane e dell’IVA con il Dipartimento dell’imposta sul reddito e dell’imposta sugli immobili. Secondo quanto denunciato dal sindacato questa riorganizzazione viene portata avanti creando fatti compiuti sul campo, senza alcuna consultazione o dialogo con l’organizzazione dei lavoratori, in violazione di quanto richiesto dagli accordi collettivi. Il presidente dell’Histadrut dei dipendenti pubblici, Ofir Alkalay, ha scritto la scorsa settimana al direttore dell’Autorità tributaria avvertendo che questo approccio incontrerà un muro da parte del sindacato. Accanto alle questioni organizzative Histadrut lamenta anche un’ingiustificata dilazione da parte dello Stato nel portare avanti l’accordo salariale per i dipendenti dell’Autorità, nonché problemi relativi alla sicurezza dei lavoratori nei valichi di frontiera. 


Naama Lazimi è uno dei pochi politici in Israele che mantiene costantemente l’attenzione sui problemi del lavoro. Questa settimana ha rilanciato uno degli ultimi rapporti dell'Arlozorov Forum, il centro studi di Histadrut. L’autore, Yoni Ben Bassat, ha presentato un'analisi approfondita sulle ore lavorate in Israele confrontandole con i paesi Ocse e le economie più avanzate del mondo. 


Nel 2024 l’orario di lavoro potenziale annuo per un dipendente a tempo pieno in Israele si attestava a 1840 ore, un valore calcolato su una settimana lavorativa standard di 42 ore (nonostante il limite legale sia di 45 ore, successivamente ridotto a 42 da accordi collettivi) e su soli 9 giorni di ferie pagate all’anno, a cui si aggiungono i giorni festivi. Questo posizionamento è drammaticamente più alto rispetto alla media dei paesi Ocse e a quella di un gruppo selezionato di economie di riferimento come Germania, Francia, Paesi Bassi e Danimarca. Per allinearsi alla media Ocse Israele dovrebbe ridurre la settimana a 40 ore e aggiungere 10 giorni di ferie, portando il totale annuo a 1719 ore. Per raggiungere i paesi di riferimento l’obiettivo sarebbe una settimana di 38 ore e 12 giorni di ferie aggiuntivi mentre l’obiettivo più ambizioso, ispirato al movimento internazionale per la settimana di 4 giorni, sarebbe di 32 ore settimanali.


Il rapporto ricorda che storicamente la riduzione dell’orario di lavoro in Israele è stata estremamente lenta, pari a 5,6 minuti all’anno negli ultimi decenni, un ritmo che è addirittura rallentato a 2,9 minuti all’anno dal 2009. A questo passo Israele avrebbe bisogno di 25 anni per raggiungere l’attuale media Ocse e di 60 anni per avvicinarsi all’economie di riferimento. Questa lentezza è tanto più sorprendente se confrontata con la notevole crescita economica del paese. Il Pil pro capite israeliano è cresciuto a tassi superiori alla media Ocse e simili a quelli dei paesi di riferimento ma questa prosperità non è mai stata tradotta in una riduzione dell’orario di lavoro. Se Israele avesse utilizzato la sua crescita della produttività per ridurre l’orario di lavoro, come hanno fatto i paesi europei, la settimana lavorativa sarebbe oggi di 36,8 ore, ben 4 ore in meno rispetto alla media Ocse.


Le ragioni per ridurre l’orario sono economiche ma anche profondamente sociali e sanitarie. Il rapporto esamina decenni di studi accademici che collegano orari di lavoro eccessivi, generalmente definiti sopra le 55 ore settimanali, a un aumento significativo del rischio di insufficienza cardiaca, infarto, ictus, malattie vascolari, incidenti sul lavoro, declino cognitivo, depressione e stress. Sebbene molti di questi studi non possano stabilire una causalità definitiva, a causa di limitazioni metodologiche, le evidenze sono considerate solide. Al contrario, le ricerche che hanno analizzato riduzioni dell’orario standard utilizzando metodi statistici più rigorosi mostrano chiari miglioramenti nella salute soggettiva e oggettiva, tra cui una minor frequenza di visite mediche e giorni di malattia, nonché una riduzione di comportamenti nocivi come fumo e abuso di alcol. Per quanto riguarda la produttività, il rapporto smonta l’argomento, spesso sollevato in Israele, secondo cui una riduzione delle ore lavorate sarebbe insostenibile a causa della bassa produttività oraria del paese. Viene spiegato che ridurre le ore mantenendo il salario può ridurre l’affaticamento, incentivare l’innovazione aziendale e stimolare la creazione di nuove imprese. Studi empirici supportano questa tesi. In uno studio su un call center olandese un aumento dell’1% delle ore di lavoro portava a un aumento dello 0,9% della produttività, dimostrando rendimenti decrescenti. In Corea del Sud la riduzione da 44 a 40 ore tra il 2004 e il 2011 ha aumentato sia la produttività totale delle imprese che il prodotto annuo per lavoratore, spingendo le aziende a investire di più mentre in Francia la riforma delle 35 ore del 1998 ha portato a un aumento significativo della produttività oraria.


L’analisi si sposta poi sull’impatto sull’uguaglianza di genere, un tema cruciale per Israele che ha tassi di fertilità tra i più alti del mondo occidentale. Il rapporto nota che, in media, le donne lavorano meno ore degli uomini e sono sovrarappresentate nel lavoro part-time, un fenomeno che, sebbene possa aiutare l’equilibrio casa-lavoro, in assenza di norme che promuovano l’equità, rischia di ampliare i divari di genere, concentrando sulle donne la flessibilità negativa. La conclusione è che una riduzione generalizzata e non proporzionale dell’orario per tutti i lavoratori, uomini e donne, mantenendo il salario invariato, è lo strumento più efficace per ridurre i divari di genere poiché evita di creare una trappola del part-time per le donne.


Il cuore dell’analisi è l’esame del modello istituzionale israeliano di regolazione dell’orario di lavoro. Si tratta di un sistema complesso e frammentato. La legge base fissa un limite di 45 ore settimanali ma un accordo collettivo del 2017 e un decreto di estensione (tzav harhavá) del 2018 lo hanno ridotto a 42 ore per l’intera economia mentre un accordo del settembre 2024 lo ha ridotto a 40 ore per il solo settore pubblico. 


La legge israeliana sull'orario di lavoro e sul riposo, sulla carta, è abbastanza chiara e segue l'impostazione classica di molti paesi occidentali e in linea di principio limita severamente il ricorso al lavoro straordinario. L'idea di fondo è che le ore eccedenti il limite debbano essere un'eccezione, non la regola, e debbano essere adeguatamente compensate. Tuttavia questa impalcatura normativa è stata nel tempo svuotata dall'interno attraverso un accumulo di eccezioni, permessi ministeriali e interpretazioni dei tribunali, creando di fatto un sistema in cui è molto facile per i datori di lavoro fare ricorso a orari prolungati senza incorrere in sanzioni o limitazioni significative. Il rapporto identifica tre percorsi principali attraverso i quali questa flessibilità si realizza.


Il primo percorso, e forse il più rilevante per il suo impatto potenziale, è l'esclusione totale di intere categorie di lavoratori dall'applicazione della legge stessa. La legge stabilisce che non si applica a determinate figure professionali, tra cui poliziotti, agenti penitenziari, alcuni dipendenti statali con obbligo di reperibilità, marittimi, pescatori, equipaggi di volo e, in maniera particolarmente ampia, ai dirigenti e ai lavoratori che ricoprono ruoli che richiedono un grado speciale di fiducia personale. Una sentenza della Corte Suprema ha inoltre escluso i caregiver che vivono nella casa dell'assistito, invitando il legislatore a intervenire ma senza che questo sia ancora avvenuto. Il problema è che la definizione di "ruoli che richiedono fiducia personale" è estremamente vaga e soggetta a interpretazione. Secondo il censimento israeliano del 2021 circa il 25% di tutti i dipendenti a tempo pieno nel paese si autodefiniscono dirigenti. Questa percentuale è sorprendentemente alta e solleva immediatamente il sospetto di un uso distorto di questa categoria. È probabile che molti lavoratori si autodefiniscano dirigenti per ragioni di status personale ma è altrettanto probabile che molti datori di lavoro classifichino i loro dipendenti come dirigenti o ruoli di fiducia proprio per sottrarli alle tutele della legge sull'orario di lavoro. In questo modo, per una fetta enorme della forza lavoro, non esiste alcun limite legale alle ore lavorabili. A un dipendente classificato come dirigente può essere teoricamente richiesto di lavorare 50, 60 o più ore a settimana senza che il datore di lavoro violi alcuna norma e senza alcuna garanzia di ricevere la maggiorazione per gli straordinari.


Il secondo percorso è rappresentato dai permessi generali concessi dal Ministro del Lavoro. La legge attribuisce al ministro il potere di emanare permessi speciali per determinate situazioni o settori. Nel corso degli anni il ministro ha rilasciato permessi per settori specifici come l'agricoltura, l'ospitalità e la sanità ma il passo decisivo è stato compiuto nel 1974, quando il ministro emanò un permesso generale che autorizzava il lavoro straordinario per tutti i lavoratori dell'economia a determinate condizioni. Questo permesso, che è ancora in vigore, rappresenta un vero e proprio ribaltamento della logica della legge: invece di considerare lo straordinario un'eccezione vietata salvo casi particolari, il permesso generale lo rende una possibilità ordinaria e accessibile a chiunque. Inizialmente il permesso del 1974 consentiva fino a quattro ore di straordinario al giorno per un massimo di dodici ore settimanali. Nel 2018 è stato aggiornato e reso ancora più flessibile. L'attuale limite è di dodici ore al giorno (il che di fatto rende irrilevante il limite delle otto ore standard) e fino a sedici ore settimanali di straordinario. In pratica, grazie a questo permesso, un datore di lavoro può far lavorare un dipendente che non rientri nella categoria dei dirigenti per dodici ore al giorno e sedici ore a settimana oltre l'orario normale, senza bisogno di chiedere alcuna autorizzazione specifica, pagando semplicemente le maggiorazioni previste.


Il terzo percorso, infine, è di origine giurisprudenziale e riguarda i cosiddetti accordi globali per gli straordinari. La giurisprudenza dei tribunali del lavoro ha riconosciuto la legittimità di accordi tra datore di lavoro e dipendente in cui si stabilisce un compenso mensile fisso, globale appunto, che include già il pagamento di un certo numero di ore straordinarie. In questi casi il dipendente rinuncia a ricevere il pagamento dettagliato delle singole ore straordinarie in cambio di un importo aggiuntivo incluso nello stipendio mensile. La giurisprudenza ha posto alcune condizioni per la validità di questi accordi: devono essere stipulati preventivamente per iscritto, devono portare un beneficio concreto a entrambe le parti, non devono costituire uno strumento di abuso o coercizione e deve essere garantito un conguaglio almeno una volta all'anno. Non è chiaro quanto questa pratica sia diffusa, e il rapporto sospetta che, insieme ai primi due percorsi, contribuisca a creare una cultura del lavoro in cui lo straordinario prolungato è la norma, non l'eccezione. 


Viene criticata la classificazione dell’Ocse che inserisce Israele tra i paesi a regolamentazione uniforme notando che ignora l’importanza del processo decisionale. Utilizzando una classificazione alternativa di Eurofound che distingue tra regolamentazione vincolante (statale), negoziata (contrattazione collettiva) e unilaterale, il rapporto mostra che i paesi in cui l’orario è stabilito tramite contrattazione collettiva hanno in media 3,4 ore settimanali in meno rispetto a quelli con regolamentazione statale. Una loro analisi di regressione lineare, che controlla per Pil pro capite, tasso di occupazione e disoccupazione, conferma che un aumento di un punto percentuale nella copertura dei contratti collettivi è associato a una riduzione di 0,05 ore settimanali. Israele, con una copertura contrattuale del 46% (un dato medio-basso), si colloca in una posizione ibrida, non facilmente classificabile, tra un modello negoziato e uno statale.


Per fornire soluzioni concrete il rapporto analizza quattro casi di studio internazionali. Dalla Germania emerge l’importanza della contrattazione collettiva (la riduzione da 40 a 35 ore nel settore metallurgico negli anni ’80) ma anche i pericoli della flessibilità. L’introduzione di clausole di apertura e il calo dell’affiliazione sindacale (dal 30% al 18%) e della copertura contrattuale (dal 73% al 57%) hanno indebolito il legame tra ore negoziate e ore effettive. Dalla Francia si apprende il potenziale e i limiti dell’intervento statale. La legge sulle 35 ore ha ridotto l’orario effettivo del 5% tra il 1998 e il 2002 ma le successive controriforme hanno eroso gran parte di questi guadagni, portando le ore effettive a 40,9 nel 2008. Nonostante ciò la produttività oraria è cresciuta più della media europea e la Francia rimane l’unico paese Ocse in cui le ore effettive superano sia il limite legale che quello negoziato. L’Islanda offre il modello di successo più rilevante per Israele. Un progetto pilota nel settore pubblico che ha coinvolto 40.000 lavoratori (l’1,4% della forza lavoro islandese, un numero che in Israele corrisponderebbe a 400.000 lavoratori), ha ridotto l’orario da 40 a 35-36 ore senza tagli salariali. I rigorosi monitoraggi accademici hanno mostrato miglioramenti nell’equilibrio vita-lavoro e una produttività invariata o migliorata, portando i sindacati a estendere l’accordo a oltre l’86% dei lavoratori islandesi, riducendo l’orario medio da 44,9 a 42,8 ore in pochi anni. Il Regno Unito, al contrario, dimostra i limiti di un approccio puramente volontario in assenza di un forte dialogo sociale. Un progetto pilota nel settore privato con 61 aziende e 2.900 lavoratori (meno dello 0,001% della forza lavoro) ha avuto successo per i partecipanti ma non ha avuto alcuna capacità di diffusione sistemica a causa della debolezza dei sindacati (copertura contrattuale al 26,9%).


Sulla base di questa analisi sono proposti tre obiettivi concreti per Israele, da realizzare idealmente combinando la riduzione dell’orario e l’aumento delle ferie. Per raggiungerli vengono descritti diversi strumenti di policy, alcuni dei quali mirano a interventi rapidi come l’aggiunta di giorni di ferie compensando i giorni festivi che cadono di sabato (il giorno di riposo ebraico) o l’abolizione della clausola che esclude dirigenti e ruoli di fiducia dalla legge sugli straordinari per rendere la normativa più uniforme e applicabile. Altri strumenti includono l’introduzione di meccanismi di flessibilità (come il calcolo della media dell’orario su base mensile o annuale) e naturalmente l’accorciamento della settimana lavorativa. I modi di attuazione proposti sono tre: un progetto pilota controllato nel settore pubblico o privato sul modello islandese, una legislazione statale che fissi un nuovo limite massimo o la definizione di un obiettivo pubblico annuale vincolante da raggiungere tramite il dialogo con le parti sociali.


Per Israele, un paese con un sistema istituzionale ibrido che combina una forte tradizione di estensione degli accordi collettivi (come dimostrato dai decreti del 2018 e 2024) con una copertura contrattuale solo medio-bassa e un sindacato (Histadrut) potente nel settore pubblico, il percorso più promettente è quello del dialogo tra le parti sociali e della contrattazione collettiva. Questo approccio ha dimostrato di essere il più efficace nei casi di successo internazionali (Germania, Islanda) ed è quello più in linea con la cultura del lavoro israeliana. 


Ancora la questione shekel-dollaro


Su The Marker Ynnay Spitzer, del dipartimento di Economia dell’Università Ebraica di Gerusalemme, ha paragonato la situazione del mercato valutario israeliano a quella di un’auto in cui la Banca d’Israele è il conducente che cerca di guidare il mercato dello shekel-dollaro ma accanto a lui siede un passeggero ubriaco che gli strappa continuamente il volante dalle mani, deviando l’auto in modo pericoloso, mentre la Banca d’Israele non fa nulla, abbandonando così la propria sovranità sul mercato. Spitzer è preoccupato per l’apprezzamento dello shekel. Non avrebbe problemi se il tasso di cambio scendesse sotto i tre shekel per dollaro purché ciò derivasse da pressioni interne all’economia israeliana, come ad esempio un aumento delle esportazioni nel settore della difesa e dell’high-tech che rifletterebbe i veri punti di forza del paese. Tuttavia ciò che è accaduto nei mesi precedenti è molto diverso. Lo shekel si è rafforzato a causa di un fattore estraneo all’economia israeliana, ovvero i rialzi dei mercati azionari americani. Secondo l’analisi di Spitzer, condivisa da altri esperti, il principale fattore dell’apprezzamento dello shekel dall’inizio del 2026 sono gli investimenti dei cosiddetti investitori istituzionali israeliani (fondi pensione e fondi comuni di investimento) in azioni di Wall Street. A causa dell’aumento degli indici azionari all’estero la quota di esposizione degli istituzionali a valute estere ha superato i livelli target, inducendoli a vendere attività estere, ovvero vendere dollari e acquistare shekel, generando così pressioni all’apprezzamento. L’analista macroeconomico di Meitav Investment House, Alex Zabezhinsky, stima che dall’aprile 2025 gli investitori istituzionali abbiano venduto dollari per un ammontare compreso tra 20 e 23 miliardi di dollari, una mole enorme dovuta sia a decisioni discrezionali di ridurre l’esposizione estera sia all’effetto tecnico di ribilanciamento dei portafogli. Zabezhinsky ha mostrato come nel 2018 ogni aumento dell’1% dell’S&P 500 generasse uno spostamento dello 0,24% del tasso di cambio shekel-dollaro. Durante gli anni del Covid l’impatto è sceso allo 0,14% mentre oggi è al massimo: ogni movimento dell’1% di Wall Street influisce sullo 0,5% del tasso shekel-dollaro. Questo riflette la dimensione enorme degli investitori istituzionali israeliani, i quali gestiscono attività per 3,5 trilioni di shekel, e il loro crescente investimento in azioni estere. Secondo i dati della Banca d’Israele la quota dei loro investimenti esteri ha raggiunto a febbraio il 42%, leggermente sotto il picco del 45% di un anno prima ma pur sempre pari a 1,5 trilioni di shekel investiti all’estero. Ogni movimento di questi asset si riversa sul mercato shekel-dollaro. Spitzer non è particolarmente turbato dall’entità degli investimenti esteri in sé, ritiene che la previdenza israeliana dovrebbe essere investita quasi interamente all’estero, ma è fortemente critico nei confronti della tendenza degli investitori istituzionali ad acquistare coperture sul rischio di cambio (hedging), ovvero assicurazioni contro le fluttuazioni del tasso di cambio che di fatto convertono un investimento in dollari in un investimento in shekel. Secondo i dati della Banca d’Israele a febbraio 2026 detenevano coperture valutarie per quasi 90 miliardi di dollari. Spitzer definisce questa pratica assolutamente inutile. L’intera azione sul mercato dei cambi deriva proprio da queste coperture che sono costose, non proteggono realmente i risparmiatori (anzi, aumentano il rischio perché costituiscono una scommessa sulla direzione del tasso di cambio) e danneggiano i rendimenti pensionistici, oltre a creare fluttuazioni violente dello shekel con conseguenti danni macroeconomici per Israele. Spitzer riconosce che l’acquisto di coperture ha senso solo per investimenti a breve termine, ad esempio per i fondi pensione che dovranno erogare prestazioni in shekel nell’anno successivo (circa 140-150 miliardi di shekel all’anno) ma l’ammontare delle coperture è quasi doppio. La sua soluzione sarebbe una regolamentazione che disincentivi o renda più costose queste coperture, una sorta di multa per il danno arrecato al mercato dei cambi. Le proposte alternative includono l’intervento diretto della Banca d’Israele ma l’istituto interviene solo in casi estremi e temporanei mentre il problema della dimensione dominante degli investitori istituzionali è strutturale e di lungo periodo. Un’altra proposta, sostenuta anche da Zabezhinsky, è quella di concedere agli investitori istituzionali lo stesso beneficio già accordato alle banche: la possibilità di negoziare valuta estera direttamente con la Banca d’Israele, senza passare attraverso il mercato libero e influenzarne il tasso. Una proposta opposta sarebbe abolire tutte le agevolazioni esistenti sul mercato dei cambi, di cui beneficia anche il governo israeliano. In ogni caso tutte le proposte riconoscono che gli investitori istituzionali sono diventati troppo grandi per il mercato dei cambi israeliano e che la loro dimensione causa apprezzamenti o deprezzamenti accelerati che danneggiano l’economia.


Nel decennio scorso, dice The Marker, i corrispondenti economici assistevano a un fenomeno ricorrente. Quando lo shekel si rafforzava bruscamente durante la giornata di contrattazioni, una certa fonte anonima li contattava per rivelare loro che la Banca d’Israele stava acquistando dollari nelle sale operative. Pochi minuti dopo i siti economici pubblicavano titoli su un intervento della banca centrale nel mercato dei cambi per indebolire lo shekel. Queste informazioni venivano diffuse in modo non ufficiale per mandare un messaggio agli operatori dei mercati, in particolare agli speculatori, per affermare che la Banca d’Israele giocava contro di loro e la speculazione. Da allora la politica è cambiata. Sotto l’attuale governatore, Amir Yaron, la banca centrale ha agito diversamente, annunciando in modo ordinato i programmi di acquisto (o vendita) di dollari. Negli ultimi anni ha anche ridotto significativamente le operazioni mirate a influenzare il tasso di cambio nel breve termine. Gli acquisti di dollari avvenivano quando il tasso del dollaro aveva il prefisso di 3 shekel o più. Oggi, quando venerdì 8 maggio il dollaro ha oscillato attorno a 2,9013 shekel, con una variazione negativa dello 0,2% e un calo settimanale dell’1,58%, i responsabili della politica economica sembrano invece rimanere indifferenti. La Banca d’Israele non ha acquistato nemmeno un dollaro ad aprile e anche il Ministero delle Finanze, che in passato puntava il dito contro la banca centrale accusandola di non frenare un’impennata eccessiva dello shekel, ora tace. I tassi di cambio bassi favoriscono chi viaggia all’estero o acquista su siti esteri ma penalizzano gli esportatori e chi riceve pagamenti in dollari avendo spese in shekel. The Marker elenca le misure possibili, in ordine decrescente di probabilità, e perché non vengono attuate.


Acquistare dollari: programmi di acquisto furono avviati nel 2008 dal governatore Stanley Fischer quando il dollaro era attorno a 3,5 shekel o più. Anche nel decennio successivo la banca continuò ad acquistare dollari per evitare un rafforzamento dello shekel dovuto all’export di gas per miliardi di dollari. Anche Yaron ha cercato di influenzare i tassi. Nel 2019 acquistò quasi 4 miliardi di dollari e agì allo stesso modo dopo la crisi del Covid, quando lo shekel balzò a 3,30 dollari. Con lo scoppio della guerra fu annunciato un programma opposto di vendita di dollari per stabilizzare lo shekel che si era indebolito. Il problema è che acquistare dollari ha effetti immediati ma è impossibile influenzare a lungo termine i tassi con acquisti illimitati perché alla fine le forze di mercato sono più forti. La Svizzera imparò a sue spese quanto gli acquisti di dollari possano diventare una dipendenza pericolosa: fissò un tasso minimo di 1,2 franchi per euro, lo difese per tre anni, poi il 15 gennaio 2015 lo abbandonò e il franco si rafforzò immediatamente del 20-30%, arrivando a 0,8 franchi per euro per poi attestarsi a 1,05, con un danno enorme per gli esportatori, la crescita e la borsa svizzera. Inoltre acquistare dollari significa detenere un bene che si svaluta e la banca deve sterilizzare il denaro immesso per evitare pressioni inflazionistiche, pagando interessi che hanno un costo.


Abbassare i tassi di interesse: lo strumento principale della politica monetaria. Più il tasso sul mercato locale è basso rispetto ad altre valute, meno attraente è la valuta locale e più si indebolisce. Attualmente il tasso della Banca d’Israele è al 4%, l’inflazione a marzo è stata dell’1,9%, quindi il tasso reale è tra i più alti al mondo, e questo è uno dei motivi per cui i capitali esteri entrano in Israele. Nell’eurozona il tasso della Bce è al 2,15% con inflazione al 3%, quindi il tasso reale è negativo. Il problema è che abbassare i tassi rischia di far impennare la domanda accelerando l’inflazione. La banca centrale teme ancora un’accelerazione inflazionistica, quindi le previsioni parlano di due tagli dei tassi nell’anno prossimo ma ci vorrà tempo. La prossima decisione sui tassi è prevista tra due settimane, il 25 maggio.


Fare operazioni di copertura (hedging): consentono di fissare il tasso di cambio a un certo livello. Nel 2024 il contabile generale del Tesoro ha coperto l’11% del debito estero dell’Israele per evitare fluttuazioni. Il problema è che le coperture hanno un costo, non si possono coprire tutte le attività degli esportatori, sono limitate nel tempo e se il tasso locale rimane a lungo a un livello diverso da quello previsto, le coperture scadono senza produrre gli effetti sperati.


Ancorare lo shekel al dollaro: paesi come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi, che commerciano enormemente con gli Usa grazie all’export di petrolio, hanno valute locali ancorate al dollaro. Israele, con il suo crescente commercio in dollari grazie all’export tecnologico, potrebbe fare lo stesso. Il problema è un trilemma impossibile. Con un tasso di cambio fisso si deve rinunciare o alla libera circolazione dei capitali (bloccare l’ingresso di valuta estera, il che non sarebbe saggio per l’economia israeliana) o all’indipendenza monetaria (la Banca d’Israele non potrebbe più gestire una politica autonoma dei tassi). L’Argentina nei primi anni 2000 ancorò il peso al dollaro e subì danni gravissimi. Per questo probabilmente non si tornerà all’idea di limiti definiti alle variazioni del tasso con interventi della banca.


Vietare agli istituti finanziari istituzionali (come i fondi pensione) di fare operazioni su derivati: i recenti crolli del dollaro sono stati causati almeno in parte dalle operazioni dei gestori degli investimenti collettivi che amministrano i risparmi degli israeliani. Quando i loro investimenti esteri salgono (ad esempio quando l’indice S&P 500 balza e l’8 maggio 2026 l’S&P era a 7398,93 punti con una variazione positiva del 2,63%), gli istituti acquistano shekel per mantenere il mix di investimenti stabilito. Inoltre effettuano operazioni tecniche di copertura che di fatto rafforzano lo shekel. Per The Marker vietare queste operazioni sarebbe un’interferenza nel libero mercato e potrebbe danneggiare gravemente i risparmi dei cittadini poiché gli istituti gestiscono gli investimenti per ottenere il massimo rendimento.


Trasferire denaro agli esportatori: i principali danneggiati dal crollo del dollaro. Se le esportazioni dovessero subire un duro colpo, tale da danneggiare l’economia e il mercato del lavoro, molti ritengono che lo Stato dovrebbe intervenire con sussidi diretti o tagli fiscali. Il problema è che il deficit di bilancio è già elevato a causa della guerra e potrebbe superare il 5% nel 2026. Aumentare la spesa o rinunciare a entrate fiscali aggraverebbe ulteriormente il deficit e potrebbe danneggiare la stabilità dell’economia israeliana in altri modi. Per questo il Ministero delle Finanze spera che le aziende esportatrici sappiano diventare più efficienti e trovare modi per sopravvivere anche con un tasso del dollaro più basso nel lungo periodo.


Aumentare le importazioni e gli investimenti locali: l’elevata domanda di shekel è dovuta principalmente ai fondamentali forti dell’economia israeliana. Il capitale affluisce in Israele verso i mercati finanziari (azioni e obbligazioni) e verso i mercati reali (centri di sviluppo di aziende internazionali o aziende della difesa, i cui affari sono aumentati vertiginosamente). Invece di cercare di contrastare il denaro straniero in entrata, alcuni economisti raccomandano di aumentare il flusso di denaro in uscita da Israele (vendere shekel e comprare dollari) attraverso alleggerimenti normativi per incoraggiare le importazioni di beni di consumo, aumentare gli investimenti in infrastrutture importando materie prime (ad esempio vagoni ferroviari) o aprendo le porte a più lavoratori stranieri che realizzino queste infrastrutture, indebolendo così lo shekel. Il problema è che aumentare le importazioni può essere costoso a causa dei costi di trasporto o di restrizioni normative (come quelle legate alla kasherut). Inoltre si tratta di processi di lungo periodo e anche l’avvio di nuovi investimenti richiede una pianificazione prolungata. 


Nota a margina da Rosa Media


Sempre a proposito di Banca d’Israele l’acuta Tali Goldring, su Rosa Media, torna a parlare del mercato immobiliare analizzando più punti di questo mercato problematico.


  1. Nel 2020 il deputato Karhi propose di abolire la penale per l'estinzione anticipata dei mutui. La Banca d'Israele si oppose, sostenendo che ciò avrebbe costretto le banche ad aumentare i tassi per tutti i clienti. Si raggiunse un compromesso: invece di abolire la penale, si aumentò il tetto massimo della quota di mutuo esposta al tasso prime dal 33% al 66%. Il tasso prime è il tasso base fissato dalla Banca d'Israele e varia immediatamente con le decisioni della banca centrale. All'epoca il tasso era allo 0,1%, quindi chi aveva due terzi del mutuo indicizzati al prime pagava l'1,6% su quella parte. Quando il tasso è salito al 4,5%, quella stessa parte è balzata al 6%, triplicando gli interessi. In questo modo il Likud ottenne un successo populista e la banca centrale preservò la redditività delle banche mentre i mutuatari furono esposti a un rischio molto maggiore senza esserne consapevoli.


  1. Il secondo punto riguarda i prestiti dei costruttori dopo il 7 ottobre. Il 2023 era stato l'anno peggiore per le vendite di appartamenti da due decenni. Per non abbassare i prezzi, i costruttori si inventarono un meccanismo particolare: l'acquirente pagava un acconto del 5-10%, il costruttore si faceva carico di tutti gli interessi e l'indicizzazione fino alla consegna dell'appartamento (dopo due o tre anni). La distorsione prodotta rende la responsabilità del prestito intestata all'acquirente ma il costo del finanziamento restava a carico del costruttore. I dati del Ministero delle Finanze mostrarono che questi acquirenti avevano redditi molto bassi. A Beer Sheva il reddito mediano lordo per famiglia era di 10.900 shekel (mediano pro capite 7400), a Netivot il reddito mediano per famiglia era di 14.900 shekel per acquistare un appartamento da 1,57 milioni. Secondo il capo economista questi acquirenti non compravano per abitarci ma per speculare. Entravano con un acconto minimo sperando di rivendere prima della consegna con un profitto. Le conseguenze sono già visibili. 1438 transazioni effettuate tra il 2023 e il 2025 sono state cancellate, con un aumento di centinaia di punti percentuali rispetto agli anni precedenti, e la maggior parte delle cancellazioni è dovuta a incapacità di pagare il saldo finale. La Banca d'Israele, nonostante questi segnali, ha agito in ritardo. Solo nell'agosto 2024 il supervisore bancario ha chiesto alle banche di valutare la capacità di rimborso dei mutuatari e di fornire un'informativa adeguata, senza imporre misure vincolanti. Per Goldring il tasso di insolvenza citato dalla banca centrale come basso è un dato fuorviante poiché i prestiti dei costruttori non richiedono pagamenti per due o tre anni, quindi non possono ancora risultare in sofferenza, ma il rischio reale si manifesterà solo quando quelle scadenze arriveranno.


  1. Sul terzo punto, la nuova legge di Simhon (consulente di Netanyahu) propone di sovvenzionare con denaro pubblico i mutuatari che hanno subito l'aumento delle rate a causa del rialzo dei tassi, senza alcun criterio socioeconomico o di reddito. Questa legge va proprio a compensare i danni del compromesso del 2020 che aveva raddoppiato l'esposizione al tasso primario.