Nel 2012 le emissioni annuali totali di gas serra raggiungevano quota 45 miliardi di tonnellate composte principalmente da anidride carbonica e da quantità minori di metano e protossido di azoto. L'IPCC stima che per stabilizzare la temperatura media globale al livello attuale di circa 15,72 °C, che è sopra la media pre-industriale di 13,72 °C, le emissioni totali dovranno diminuire del 40% entro vent'anni, arrivando a 27 miliardi di tonnellate all'anno, e dell'80% entro il 2050, riducendosi a 9 miliardi di tonnellate. Il mondo non è sulla buona strada per raggiungere questi obiettivi perché, se la crescita economica globale seguisse approssimativamente la traiettoria dell'ultimo secolo, le emissioni aumenterebbero persistentemente. Per il climatologo Kerry Emanuel del MIT ci saranno ondate di calore più frequenti e intense, aree fertili nelle zone subtropicali potrebbero diventare sterili mentre fitopatie potrebbero colpire gravemente la vegetazione naturale e le colture. Spostamenti comparativamente piccoli nelle precipitazioni e nella temperatura possono esercitare una pressione considerevole sui governi e sui sistemi sociali portando a carestie, malattie, emigrazioni di massa e instabilità politica. Infine, se l'intera calotta glaciale della Groenlandia si sciogliesse, il livello del mare aumenterebbe di quasi 7 metri, allagando molte regioni costiere.
Su 45 miliardi di tonnellate di emissioni totali di gas serra nel 2012 l'82% derivava dalla produzione e dal consumo di energia, incluso il 66% del totale globale rappresentato da 30 miliardi di tonnellate di CO2 generate dalla combustione di petrolio, carbone e gas naturale, più 3 miliardi di tonnellate prodotte da fonti bioenergetiche ad alte emissioni come la combustione di legna o etanolo da mais o canna da zucchero. La produzione di energia genera anche 4 miliardi di tonnellate di emissioni di metano e protossido di azoto. La produzione agricola rappresenta l'altra grande fonte, con il 13% del totale in parti uguali di metano e protossido di azoto. Per realizzare l'obiettivo di stabilizzazione climatica le emissioni globali di CO2 dovranno diminuire almeno dello stesso tasso delle emissioni totali di gas serra, il che significa che dovranno essere non più di 20 miliardi di tonnellate entro il 2035 e 6,7 miliardi di tonnellate entro il 2050. È essenziale che questo progetto miri anche ad espandere il benessere economico e le opportunità di lavoro poiché per la stragrande maggioranza della popolazione mondiale il tenore di vita è determinato da salario e occupazione. Robert Pollin, nel libro Greening the global economy, propone un programma globale che può realisticamente raggiungere gli obiettivi di riduzione dell'IPCC, generando al contempo ampi benefici economici, ed espandendo le opportunità di lavoro in tutte le regioni del globo rispetto a una traiettoria economica che mantenga l'attuale dipendenza da infrastrutture energetiche dominate dai combustibili fossili.
L'economia globale potrebbe raggiungere questi traguardi se la maggior parte dei paesi, specialmente quelli con grandi Pil o popolazioni, dedicasse tra l'1,5 e il 2% all'anno del Pil a investimenti in efficienza energetica e fonti di energia rinnovabile pulita e a basse emissioni mentre il consumo di petrolio, carbone e gas naturale dovrà diminuire del 35% nello stesso arco di tempo ventennale, cioè a un tasso medio di declino del 2,2% all'anno. Gli investimenti in efficienza energetica devono riguardare edifici, sistemi di trasporto e processi industriali. I risparmi sui costi energetici tendono a ripagarsi da soli in circa tre anni in media. Questi investimenti genereranno anche una significativa espansione delle opportunità di lavoro in tutte le regioni poiché, a parità di spesa, i progetti di energia pulita generano costantemente più posti di lavoro rispetto al mantenimento o all'espansione delle infrastrutture esistenti a combustibili fossili, come dimostrato da ricerche condotte da Pollin con coautori in un'ampia gamma di paesi a tutti i livelli di sviluppo, tra cui Brasile, Cina, Germania, India, Indonesia, Sudafrica, Corea del Sud, Spagna e Stati Uniti.
Nel 2013 il Pil globale era di 87 trilioni di dollari a parità di potere d'acquisto, quindi l'intervallo dell'1,5-2% corrisponde a una cifra compresa tra 1,3 e 1,7 trilioni di dollari. Con una cifra mediana di 1,5 trilioni, assumendo che i nuovi fondi di investimento siano divisi equamente tra rinnovabili pulite ed efficienza energetica, si tratterebbe di circa 750 miliardi di dollari per ciascun settore ma se la divisione fosse più vicina all'1% per le rinnovabili e allo 0,5% per l'efficienza ciò comporterebbe circa 1 trilione per le rinnovabili e 500 miliardi per l'efficienza.
Aumentare gli investimenti globali in energia pulita di circa l'1,5% del Pil rispetto ai livelli correnti richiederà lo sviluppo di politiche industriali efficaci per i paesi a tutti i livelli di sviluppo, compresi investimenti pubblici su larga scala e finanziamenti abbondanti e accessibili per le imprese private. Gli investimenti in efficienza richiedono finanziatori che coprano i costi iniziali e i prestiti devono essere strutturati per consentire ai mutuatari di rimborsare facilmente sulla base dei risparmi energetici annuali. Per raggiungere l'obiettivo di riduzione delle emissioni dell'IPCC, nei prossimi vent'anni il consumo totale di combustibili fossili dovrà diminuire entro il 2035 di circa il 35% rispetto al livello del 2012 mentre nell'ambito di un'economia globale in crescita le previsioni standard stimano che il consumo di combustibili fossili aumenterà del 50% rispetto ai livelli correnti. Secondo uno studio di Carbon Tracker e del Grantham Institute della London School of Economics i beni fossili di proprietà privata attualmente nel sottosuolo perderanno circa 3 trilioni di dollari di valore a causa delle contrazioni necessarie per portare avanti un progetto di stabilizzazione climatica praticabile. I lavoratori legati alle industrie del petrolio, carbone e gas naturale dovranno affrontare perdite di posti di lavoro e i movimenti politici impegnati nella stabilizzazione climatica devono costringere i governi a sostenere generosamente questi lavoratori, le loro famiglie e comunità nella transizione verso nuovi posti di lavoro e industrie.
Nel 2012 le emissioni globali di CO2 erano a circa 33 miliardi di tonnellate. Le proiezioni della US Energy Information Agency e dell'International Energy Agency per il 2035 mostrano la portata della sfida. Con una crescita media del Pil del 3,6% le emissioni di CO2 saranno pari a 43,7 miliardi di tonnellate mentre nello scenario di crescita economica rapida, con una crescita media del Pil del 4%, saranno 50,7 miliardi di tonnellate, livelli che sono tra il 120 e il 150% più alti dell'obiettivo ventennale dell'IPCC di 20 miliardi di tonnellate. L'IEA fornisce tre proiezioni. Nel suo scenario Politiche Attuali le emissioni globali di CO2 sono a 43,4 miliardi di tonnellate. In quello Nuove Politiche, che tiene conto di impegni politici ampi e piani che sono già stati implementati o annunciati ma con attuazione cauta, le proiezioni sono di 37,2 miliardi di tonnellate. Nello scenario Low Carbon, che offre una probabilità del 50% di limitare l'aumento della temperatura media globale a 2 °C rispetto ai livelli pre-industriali, le proiezioni sono di 22,3 miliardi di tonnellate, ancora il 12% più alte del target di 20 miliardi. Pollin conclude che da queste proiezioni è chiaro che si sta andando verso il disastro ecologico a meno che non si porti avanti un programma globale più ambizioso dello scenario Low Carbon.
Il tema dell’energia
Per Pollin la causa principale del cambiamento climatico è il consumo di combustibili fossili utilizzati per riscaldare, illuminare, raffreddare, cucinare, spostarsi e far funzionare macchinari. Nel 2012 petrolio, carbone e gas naturale rappresentavano l’80% della fornitura energetica globale e il 90% di tutte le emissioni di CO2. L’energia nucleare forniva un ulteriore 5% della fornitura energetica totale, con il vantaggio di non produrre emissioni dirette. Per capire quale livello di consumo di fossili sia sostenibile se si vuole ridurre la CO2 da 33 a 20 miliardi di tonnellate occorre prima sapere quanta CO2 viene emessa per unità di energia prodotta. I dati mostrano che il carbone emette 93 milioni di tonnellate di CO2 per Q-BTU, il petrolio 69 milioni (il 35% in meno del carbone) e il gas naturale 59 milioni (il 57% in meno del carbone e il 17% in meno del petrolio). La fornitura totale di fossili nel 2012 era di 433 Q-BTU, di cui il petrolio rappresentava 166 Q-BTU (38%), il carbone 154 Q-BTU (36%) e il gas 113 Q-BTU (26%). Le emissioni totali ammontavano a 32,7 miliardi di tonnellate: 11,5 dal petrolio (35% del totale), 14,4 dal carbone (44%) e 6,7 dal gas (21%).
Pollin esamina quindi tre opzioni per ridurre le emissioni dai fossili: il passaggio dal carbone al gas, la cattura e stoccaggio del carbonio (CCS) e l’espansione del nucleare. Per quanto riguarda la sostituzione carbone-gas il vantaggio è evidente. Ogni Q-BTU prodotto con gas invece che con carbone riduce le emissioni di quasi 34 milioni di tonnellate. Il fracking ha reso questa sostituzione più economica. Tuttavia emergono due problemi fondamentali. Il primo è che il fracking contamina l’acqua potabile. Un’analisi di 60 pozzi privati in Pennsylvania e New York ha rilevato concentrazioni di metano mediamente 17 volte superiori nelle aree con estrazione attiva. Per questo New York e Vermont hanno vietato il fracking, così come Francia e Bulgaria, mentre in Germania si opera con un divieto di fatto e altri paesi hanno imposto moratorie. Inoltre il fracking provoca perdite di metano nell’atmosfera durante la produzione del gas. Molte ricerche indicano che, quando oltre il 5,4% del gas prodotto si disperde, ogni beneficio ambientale rispetto al carbone viene annullato. Uno studio ha trovato che i tassi di perdita medi sono già intorno al 5,4% mentre un altro focus su Texas e Nord Dakota ha rilevato tassi tra il 9 e il 10%, rendendo l’impatto complessivo del gas peggiore di quello del carbone ma, anche se si ignorassero questi problemi, i benefici emissivi sarebbero modesti. In uno scenario del tutto irrealistico in cui tutto il carbone del 2012 (154 Q-BTU) fosse sostituito da gas le emissioni scenderebbero da 14,4 a 8,9 miliardi di tonnellate, una riduzione del 16%, meno della metà di quanto necessario per il target IPCC al 2035. Una sostituzione del 50%, ancora implausibilmente ampia, ridurrebbe le emissioni solo dell’8%. Pertanto questa strategia non può essere centrale nella transizione ecologica.
Parlando della CCS Pollin riporta quattro problemi.
Il costo. Uno studio del 2012 del Congressional Budget Office statunitense riporta che gli impianti a carbone con CCS hanno costi di capitale medi superiori del 76% rispetto a quelli senza CCS.
I tempi. Non esiste ancora al mondo una sola grande centrale a carbone con CCS in funzione. La maggior parte dei governi e delle utility hanno ridimensionato o cancellato i propri progetti.
La scala. Per avere un ruolo significativo la CCS richiederebbe di stoccare nel sottosuolo un flusso di CO2 pari all’attuale flusso di petrolio estratto, il che significherebbe ricreare l’intera infrastruttura petrolifera globale.
La trasparenza e permanenza. Servirebbe un regime internazionale di certificazione, monitoraggio e ispezione dei depositi geologici, paragonabile al sistema di ispezioni ONU per le armi, ma non esiste alcun luogo al mondo che sappia come monitorare e verificare lo stoccaggio sotterraneo di CO2. Romm suggerisce che ci vorrebbe almeno un decennio solo per impostare tale sistema. A ciò si aggiungono rischi di contaminazione delle falde e danni ambientali da estrazione.
Sull’energia nucleare Pollin ricorda che nel 2012 forniva 25 Q-BTU, circa il 4,8% della fornitura globale, con l’85% prodotto nelle economie OCSE. Pur non generando emissioni dirette di gas serra, l’estrazione e raffinazione dell’uranio e la costruzione degli impianti richiedono grandi quantità di energia e materiali, generando emissioni secondarie. I problemi di lungo periodo includono le scorie radioattive che restano pericolose per migliaia di anni, lo stoccaggio del combustibile esaurito e la dismissione degli impianti, il rischio di fusione del reattore con contaminazione su centinaia di chilometri e la proliferazione nucleare.
L’efficienza energetica viene presentata come una delle migliori opzioni disponibili. È fondamentale distinguerla dalla conservazione. Essa riduce le attività che consumano energia (viaggiare meno, usare meno riscaldamento) mentre l’efficienza usa meno energia per ottenere lo stesso servizio (isolamenti migliori, lampade LED, auto più efficienti). La conservazione ha un ruolo ma per la maggior parte della popolazione mondiale l’aumento del tenore di vita richiede più servizi energetici, quindi l’efficienza è cruciale. Per i ricercatori della Banca Mondiale i programmi di efficienza comportano benefici multipli: conservano risorse naturali, riducono l’inquinamento, aumentano la sicurezza energetica, alleggeriscono i colli di bottiglia infrastrutturali e migliorano la competitività. Dal punto di vista economico sono politiche “senza rimpianti” perché il costo netto può essere negativo.
I costi di investimento per ottenere risparmi di efficienza variano molto. Uno studio della Banca Mondiale su 455 progetti in 11 paesi ha trovato una media di 1,9 miliardi di dollari per Q-BTU di risparmio. McKinsey per paesi in via di sviluppo stima 11 miliardi mentre l’Accademia Nazionale delle Scienze per i settori edifici e industria negli USA stima circa 29 miliardi per Q-BTU. Nonostante i tempi di rientro brevi gli investimenti non decollano per la necessità di finanziamenti iniziali e per i rischi associati. Tuttavia a livello globale l’efficienza è migliorata del 31% tra il 1990 e il 2011 (1,3% annuo), con la Cina che ha registrato un miglioramento del 164% (4,7% annuo) e la Germania del 54% (2,1% annuo). Parlando dell’effetto rimbalzo (il rischio che la riduzione dei costi energetici porti a un maggior consumo di servizi) Pollin riporta ricerche nelle economie avanzate che hanno trovano un effetto tra il 10% e il 30% per l’auto e il riscaldamento mentre per elettrodomestici e illuminazione è vicino allo zero. Nei paesi in via di sviluppo l’effetto può essere maggiore ma politiche complementari, come il sostegno ai trasporti pubblici, possono contenerlo.
Le rinnovabili pulite (solare, eolico, geotermico, bioenergia pulita, piccolo idroelettrico) devono fornire 150 Q-BTU entro vent’anni, pari a un terzo della fornitura globale. Nel 2013 le rinnovabili totali (inclusa bioenergia ad alte emissioni e grande idroelettrico) erano 70 Q-BTU ma le fonti pulite vere e proprie fornivano solo 16 Q-BTU, con eolico, solare e geotermico combinati all’1%.
IRENA stima che per ogni raddoppio della capacità solare i costi scendano del 22%. Con un aumento previsto da cinque a dieci volte nei prossimi vent’anni i costi potrebbero ridursi del 60-80%. Nel 2012 i costi per kWh erano: biomassa 5-22 centesimi, idroelettrico 3-12, eolico onshore 7-12, geotermico 3-11, solare fotovoltaico 11-36 mentre i fossili nelle economie avanzate 7-11. Bloomberg New Energy Finance afferma che il costo medio del solare è sceso da 31 centesimi per kWh nel 2009 a 14 nel 2012, esclusi gli incentivi. La competitività migliorerebbe ulteriormente eliminando i sussidi ai fossili. L’IEA stima che nel 2013 i soli sussidi al consumo di fossili ammontassero a 548 miliardi di dollari (il 23% del prezzo di vendita), pari in media al 5% del Pil dei paesi erogatori, spesso più della spesa per istruzione o salute, e per lo più destinati ai redditi più alti. Introducendo un prezzo del carbonio di 75 dollari per tonnellata (via tassa o cap), il carbone più che raddoppierebbe di prezzo, il gas aumenterebbe del 60% e il petrolio del 20%, rendendo tutte le rinnovabili, tranne il solare, più economiche dei fossili e il solare competitivo con carbone e gas.
Il costo totale stimato, partendo da dati del Dipartimento dell’Energia USA e adattandoli a livello globale con costi del lavoro più bassi (in Brasile un terzo degli USA, in Cina il 5%, in India il 3%), è di 24 trilioni di dollari, pari a 1,2 trilioni l’anno (assumendo un costo medio di 200 miliardi per Q-BTU). Pollin conclude che in tutte le regioni esiste ormai una combinazione di rinnovabili in grado di produrre energia a costi competitivi con i fossili e che le decisioni spettano agli attori locali (comunità, movimenti sociali, governi, investitori) sulla base delle risorse e delle circostanze specifiche.
Come procedere?
Pollin delinea un progetto la cui idea di base è aumentare gli investimenti globali in efficienza energetica e fonti rinnovabili pulite dell’1,5% del Pil rispetto allo scenario business-as-usual dell’IEA per il 2035, cosicché in totale assume che tra l’1,7 e l’1,8% del Pil globale venga annualmente canalizzato in investimenti per l’energia pulita. Se questi investimenti venissero realizzati si può raggiungere l’obiettivo di riduzione delle emissioni per il 2035 pari a 20 miliardi di tonnellate di CO2, ovvero 2,3 tonnellate di emissioni per persona, in alternativa alle 43,3 miliardi di tonnellate (5 tonnellate per persona) previste dall’IEA. Pollin riconosce che tutti gli esercizi di previsione economica sono pieni di insidie e soggetti a errore, citando l’economista Ezra Solomon secondo cui l’unica funzione delle previsioni economiche è far sembrare rispettabile l’astrologia, ma sostiene che per avere una possibilità di stabilizzare il clima non si ha altra scelta che lavorare con alcuni strumenti di previsione di base. Il suo approccio consiste nel vedere cosa accade sulla base di un numero molto ridotto di assunzioni realistiche, la cui parte puramente tecnica può essere riprodotta da qualsiasi studente di scuola superiore ragionevolmente competente con carta, matita e forse una calcolatrice da smartphone. Le assunzioni principali del modello sono le seguenti.
Tutti i modelli IEA prevedono una crescita media globale del 3,4% all’anno tra il 2012 e il 2040 e il suo modello incorpora questa cifra.
Ritiene che gli investimenti in efficienza energetica e rinnovabili pulite aumenteranno dell’1,5% del Pil rispetto al livello incorporato nel modello BAU dell’IEA, notando che quest’ultima non chiarisce cosa abbia assunto per gli investimenti in energia pulita ed efficienza come quota del Pil globale.
Il costo medio per aumentare l’efficienza energetica di 1 Q-BTU sarà di 30 miliardi di dollari e il costo medio per espandere la capacità produttiva di energia rinnovabile pulita di 1 Q-BTU sarà di 200 miliardi di dollari.
Si tratta di un progetto di investimento ventennale ma, dato che l’attuale livello di investimenti in energia pulita è nell’ordine dello 0,2-0,3% del Pil globale, occorre concedere del tempo prima di aspettarsi che gli investimenti salgano dell’1,5% del Pil annuo. Per Pollin saranno necessari tre anni di notevole impegno per aumentare gli investimenti globali in energia pulita dell’1,5% di Pil rispetto allo scenario BAU dell’IEA. Quindi l’aumento degli investimenti globali si verificherà nell’arco di diciassette anni all’interno del ciclo di investimento ventennale mentre i tre anni iniziali saranno necessari per sviluppare un ambiente politico e finanziario adeguato a sostenere investimenti in energia pulita a questo livello. Riconoscendo le maggiori preoccupazioni per la sicurezza pubblica legate all’energia nucleare, assume che la capacità nucleare globale rimarrà al suo livello del 2012 di 25 Q-BTU, in contrasto con l’assunzione BAU dell’IEA secondo cui la produzione di energia nucleare aumenterà del 60% arrivando a 40 Q-BTU entro il 2035.
A partire dai dati del 2012, il consumo energetico globale totale nel 2035 scende da 754 Q-BTU nel quadro IEA a 444 Q-BTU nel suo modello, un declino del 41% del consumo totale, e questo risulta da investimenti annui dello 0,5% del Pil superiori al quadro BAU dell’IEA, producendo 310 Q-BTU di risparmi di efficienza energetica rispetto al modello BAU IEA. Inoltre la produzione di energie rinnovabili pulite aumenta di 93,5 Q-BTU nel 2035 al di sopra della stima IEA di 40 Q-BTU e questo risulta da investimenti annui nelle rinnovabili pulite dell’1% del Pil superiori al modello IEA. Il risultato netto dell’aumento dell’efficienza, della maggiore capacità di energia pulita e di un livello fisso di energia nucleare produce una domanda totale di energia da combustibili fossili e rinnovabili ad alte emissioni di 286 Q-BTU che è un declino del 63% rispetto alla cifra di 764 Q-BTU dello scenario BAU IEA. Questo significa in termini di emissioni energetiche globali che nello scenario BAU dell’IEA le emissioni totali di CO2 sono a 43,3 miliardi di tonnellate, ovvero 5,0 tonnellate pro capite con una popolazione globale di 8,7 miliardi, mentre nella proposta di Pollin scendono a 20 miliardi di tonnellate entro il 2035, pari a 2,3 tonnellate per persona a livello globale, quindi le emissioni globali di CO2 diminuiscono del 54% rispetto alla stima IEA. Per quanto riguarda il consumo energetico globale totale, se nel 2012 era a 529 Q-BTU e per l’IEA sale a 754 Q-BTU con un aumento del 43%, nel modello di Pollin scende a 444 Q-BTU con un calo del 16%. Il consumo di energia da combustibili fossili che nel 2012 è a 429 Q-BTU, nel caso BAU IEA sale a 674 Q-BTU con un aumento del 57% e per Pollin scende a 286 Q-BTU con un calo del 33%. Le emissioni globali di CO2 nel 2012 erano a 32,7 miliardi di tonnellate, nel caso BAU IEA salgono a 43,3 miliardi di tonnellate con un aumento del 32% mentre nello scenario di investimento in energia pulita proposto dal libro scendono a 20 miliardi di tonnellate entro il 2035, un declino del 39% che sostanzialmente soddisfa lo standard IPCC di una riduzione del 40%.
Questi massicci investimenti guideranno anche l’espansione dell’occupazione in tutte le regioni del mondo, nonostante esista una visione ampiamente diffusa secondo cui proteggere l’ambiente ed espandere le opportunità di lavoro siano necessariamente in conflitto. Pollin individua due questioni serie che contribuiscono alla confusione. La prima è che tutte le economie moderne hanno bisogno di energia abbondante e accessibile per crescere a tassi sani e quindi espandere le opportunità di lavoro. Limitare l’offerta o aumentare il prezzo di petrolio, carbone e gas naturale renderebbe l’energia fossile più scarsa e costosa ma il mix energetico risultante da vent’anni di investimenti includerà circa il 30% da rinnovabili pulite dopo che gli standard di efficienza saranno drasticamente aumentati e non c’è motivo di aspettarsi che i prezzi dell’energia debbano aumentare in questo scenario dato che gli investimenti in efficienza genereranno risparmi sui costi energetici e la maggior parte dei prezzi delle energie rinnovabili pulite sarà all’incirca alla pari o inferiore a quelli dei combustibili fossili e dell’energia nucleare. La seconda questione è che costruire un’economia ad energia pulita e ridurre le emissioni globali a 20 miliardi di tonnellate sarà negativo per i posti di lavoro dell’industria dei combustibili fossili. Questo argomento è vero ma ciò che viene tralasciato è che complessivamente costruire un’economia del genere sarà una fonte positiva di creazione netta di posti di lavoro in tutte le regioni del globo anche dopo aver tenuto conto delle perdite di posti di lavoro generate dalle contrazioni dell’industria dei combustibili fossili. Questa conclusione è supportata dal lavoro che Pollin ha svolto con i suoi co-autori sulla creazione di posti di lavoro attraverso la spesa pubblica sia nei settori dell’energia pulita che in quelli dei combustibili fossili in nove economie: Brasile, Cina, India, Indonesia, Germania, Sudafrica, Corea del Sud, Spagna e Stati Uniti. Le stime vengono direttamente da indagini nazionali di imprese economiche pubbliche e private all’interno di ciascun paese organizzate sistematicamente in tavole statistiche nazionali input-output. Pollin divide i nove paesi in due gruppi. Il primo include paesi che sono attualmente produttori su larga scala di petrolio, carbone o gas naturale o una combinazione di tutti e tre, ovvero Brasile, Cina, India, Indonesia, Sudafrica e Stati Uniti, per i quali assume che un aumento dell’1,5% del Pil degli investimenti in energia pulita sia ugualmente abbinato a un declino dell’1,5 % del Pil della spesa per la produzione di combustibili fossili. Di conseguenza la creazione netta di posti di lavoro si verifica solo quando spendere una data quantità di denaro in investimenti per l’energia pulita crea più posti di lavoro all’interno del paese rispetto a spendere la stessa quantità di denaro per la produzione di combustibili fossili. Il secondo gruppo include paesi fortemente dipendenti dalle importazioni per le loro forniture di combustibili fossili, ovvero Germania, Corea del Sud e Spagna. Per i paesi produttori di fossili su larga scala investire un milione di dollari in energia pulita genera circa 9 posti di lavoro negli Stati Uniti, 37 posti in Brasile, 71 posti in Sudafrica, 133 posti in Cina e 262 posti in India, mentre, per i tre paesi importatori di combustibili fossili, gli investimenti in energia pulita generano circa 10 posti in Germania, 13 posti in Spagna e 15 posti in Corea del Sud. Queste differenze derivano dall’ampia gamma di livelli salariali medi, con i salari manifatturieri medi che erano circa 1,50 dollari in India, 11 dollari in Brasile e 44 dollari in Germania nel 2010. Per i paesi produttori di fossili investire in energia pulita genera più posti di lavoro per milione di dollari di spesa rispetto a canalizzare la stessa quantità di denaro nell’industria dei combustibili fossili, con l’aumento netto della creazione di posti di lavoro sostanziale nella maggior parte dei casi. La differenza più grande è in Indonesia dove gli investimenti in energia pulita generano 99 posti di lavoro per milione di dollari mentre la spesa per i combustibili fossili ne produce solo 22, una differenza del 350%, mentre in Brasile, Cina, Sudafrica e Stati Uniti gli investimenti in energia pulita generano tra il 75 e il 135% in più di posti di lavoro rispetto alla spesa per i combustibili fossili. Le ragioni sono due: il più alto livello di intensità di lavoro che risulta dalla spesa per l’energia pulita, con più denaro speso per assumere persone e meno per macchine, forniture e consumo energetico, e il contenuto domestico della spesa, cioè quanti soldi rimangono nell’economia domestica invece di essere spesi per acquistare importazioni perché quando un’economia riqualifica il proprio patrimonio edilizio esistente, migliora il proprio sistema di trasporto pubblico o investe per installare pannelli solari, una quota molto maggiore della spesa complessiva e della creazione di posti di lavoro rimarrà all’interno del paese rispetto a quando acquista petrolio importato. Tra i paesi produttori di fossili investire l’1,5% del Pil in l’energia pulita produce circa 250.000 posti di lavoro in Sudafrica, 1,5 milioni di posti negli Stati Uniti, tra 925.000 e 954.000 posti in Brasile e Indonesia, e tra 11,4 e 12 milioni di posti in Cina e India, mentre per i tre paesi importatori di combustibili fossili generano 175.000 posti in Corea del Sud e tra 320.000 e 330.000 in Germania e Spagna. Queste grandi differenze sono guidate sia dai tassi salariali relativi paese per paese sia dalle grandi differenze nel Pil di ciascun paese. Per i paesi produttori di fossili i posti di lavoro netti, dopo aver sottratto i posti persi a causa della contrazione dell’industria dei combustibili fossili, sono: Brasile 395.000 netti (0,4% della forza lavoro totale), Cina 6,4 milioni netti (0,6%), India 5,7 milioni netti (1,4%), Indonesia 752.000 netti (0,6%), Sudafrica 126.000 netti (0,7%), Stati Uniti 650.000 netti (0,5%). Per i paesi importatori la creazione di posti di lavoro come quota della forza lavoro totale è 0,8% per la Germania, 1,4% per la Spagna e 0,6% per la Corea del Sud. Pollin sottolinea che queste cifre non sono grandi e che i programmi di investimento in energia pulita non forniranno da soli la piena occupazione in alcun paese ma rappresenteranno comunque una nuova fonte positiva di opportunità di lavoro. Vengono poi affrontate tre ulteriori questioni: l’impatto della crescita della produttività del lavoro sulla creazione di posti di lavoro nel tempo, la qualità dei posti di lavoro generati e le difficoltà che dovranno affrontare i lavoratori dipendenti dall’industria dei combustibili fossili.
Per la produttività del lavoro, gli effetti occupazionali riportati sono basati sui metodi di produzione utilizzati in ciascun paese ma le tecnologie dell’energia pulita miglioreranno certamente nel ciclo di investimento ventennale e tali miglioramenti tecnologici aumenteranno la produttività media del lavoro, il che significa che saranno necessari meno lavoratori per aumentare i livelli di efficienza energetica o espandere la produzione di energie rinnovabili pulite. Tuttavia, sulla base delle passate tendenze economiche in tutti i paesi, è quasi certo che la crescita della spesa per investimenti e delle attività operative supererà i miglioramenti della produttività del lavoro, quindi l’espansione delle opportunità di lavoro dovrebbe aumentare nel tempo anche nei paesi in cui la produttività del lavoro cresce a tassi relativamente rapidi. Per la qualità e le competenze dei posti di lavoro tre settori economici in ampia definizione vedranno aumenti relativamente grandi dell’occupazione: l’agricoltura derivante dall’espansione della produzione di bioenergie, l’edilizia legata alla riqualificazione energetica degli edifici e gli investimenti infrastrutturali per il potenziamento delle reti elettriche e dei sistemi di trasporto pubblico e, infine, il manifatturiero per soddisfare la maggiore domanda di pannelli solari, turbine eoliche e altre attrezzature per le energie rinnovabili. In tutte le economie, tranne le più avanzate, l’occupazione in agricoltura ed edilizia è prevalentemente informale, con un'alta proporzione di imprese molto piccole e lavoro autonomo, che significa basse retribuzioni e benefit e poca sicurezza del lavoro ma il grande aumento degli investimenti che fluiscono in questi settori economici potrebbe creare nuove opportunità per elevare gli standard del lavoro, come in Brasile dove l’espansione dei settori delle bioenergie ha lentamente incoraggiato una maggiore meccanizzazione agricola e un aumento della produttività.
Il livello generale di istruzione dei lavoratori nei settori dell’energia pulita non è, per la maggior parte, significativamente diverso da quello dei lavoratori attualmente impiegati nei settori del petrolio, carbone e gas naturale, quindi man mano che i posti di lavoro nei settori fossili si riducono ci sarà un’offerta maggiore di lavoratori disponibili per operare nei settori dell’energia pulita con livelli appropriati di credenziali educative generali. Alcuni dei posti di lavoro di nuova creazione richiederanno anche nuove competenze, come installare pannelli solari sui tetti e cablarli per fornire elettricità o raffinare rifiuti agricoli in biocarburanti. Uno studio dell’International Labour Office citato da Pollin sostiene che il numero di occupazioni esistenti che cambieranno e aggiorneranno il loro contenuto di competenze supera di gran lunga il numero di nuove occupazioni che emergeranno. La transizione ecologica delle occupazioni consolidate implica cambiamenti incrementali nelle qualifiche. Infine, per i lavoratori e le comunità dipendenti dai combustibili fossili riconosce che perderanno nella transizione all’energia pulita e, affinché il progetto abbia successo, deve fornire un sostegno transitorio adeguato a questi lavoratori e comunità. Viene citato uno studio del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente del 2008 che descrive una transizione giusta ed equa che protegge coloro che probabilmente saranno colpiti negativamente attraverso sostegno al reddito, opportunità di riqualificazione, assistenza alla ricollocazione e misure simili. Si tratta di proposte basate sulle idee del defunto leader sindacale e ambientalista statunitense Tony Mazzocchi che sviluppò il concetto di un Superfund per i lavoratori che perdono il lavoro a causa di necessarie transizioni ecologiche, sul modello del programma ambientale statunitense implementato nel 1980 per bonificare siti in cui le aziende avevano scaricato rifiuti pericolosi dalla produzione petrolchimica, petrolifera e nucleare. Per Pollin fornire assistenza di alta qualità ai lavoratori dell’industria dei combustibili fossili rappresenterà un contributo importante per rendere realizzabile un progetto globale di stabilizzazione climatica, sia per giustizia che per politica strategica, ma che il fattore singolo più importante per la protezione dei lavoratori in tutti i paesi è un’economia che opera in piena occupazione, in cui abbondano posti di lavoro dignitosi per tutte le persone che cercano lavoro e in cui i costi per fornire livelli ragionevoli di sostegno finanziario per i lavoratori spostati in nuovi settori economici sono notevolmente ridotti.
Integrazioni
In The industrial policy requirements for a global climate stabilization project, pubblicato nel 2020, Robert Pollin ritiene che il progetto di stabilizzazione climatica non sia prevalentemente una questione di politica macroeconomica aggregata (domanda, reddito, occupazione) bensì di politica industriale. Il motivo è legato all’obiettivo finale, ovvero azzerare il consumo di petrolio, carbone e gas naturale, i quali, bruciati direttamente, generano il 66% di tutte le emissioni di gas serra a cui si aggiunge un ulteriore 2% dovuto a perdite di metano durante l’estrazione. Risulta, quindi, necessario espandere le infrastrutture per l’efficienza energetica (edifici, autoveicoli, trasporto pubblico, processi industriali) e le fonti rinnovabili pulite, in primis solare ed eolico. Pollin quantifica l’impegno finanziario richiesto con nuove stime rispetto al libro analizzato in precedenza. A partire dal 2024 gli investimenti globali in energia pulita dovranno attestarsi in media sul 2,5% del Pil mondiale annuo fino al 2050. Nell’anno di avvio il Pil globale è previsto a 104 trilioni di dollari, quindi occorreranno circa 2,6 trilioni di dollari in investimenti. Come media sul periodo 2024‑2050 la cifra annua sarà di 4,5 trilioni di dollari.
Per realizzare questa transizione Pollin delinea un quadro di politica industriale che include ricerca e sviluppo, agevolazioni fiscali, commesse pubbliche (prendendo a esempio lo sviluppo di internet nell’ambito militare statunitense, con un mercato garantito per 35 anni), ma soprattutto le feed‑in tariffs. Si tratta di contratti a lungo termine che impongono alle utility di acquistare l’energia rinnovabile a prezzi fissi e remunerativi, in modo da offrire stabilità agli investitori privati. Questi strumenti hanno avuto successo in Germania, Italia, Spagna, Francia e Canada, portando a una rapida espansione delle rinnovabili, e anche in Kenya hanno favorito l’adozione del fotovoltaico. Pollin propone anche meccanismi di price‑setting sul carbonio (tasse o caps) ma con due avvertenze fondamentali: la necessità di redistribuire i proventi alle famiglie a basso reddito (ad esempio con un carbon dividend che restituisca 60 dollari a persona, 240 a una famiglia di quattro persone) e i problemi di applicazione pratica, dimostrati dai fallimenti dei sistemi cap‑and‑trade dove l’enforcement è debole.
Sul fronte del finanziamento aggregato sostiene che la cifra necessaria non è proibitiva rispetto alla ricchezza finanziaria globale. Nel 2018 il patrimonio finanziario totale era di 317 trilioni di dollari e i 2,6 trilioni richiesti nel 2024 rappresenterebbero solo lo 0,8% di questo stock. Propone quattro fonti pubbliche per coprire la metà dell’investimento (1,3 trilioni nel 2024), lasciando l’altra metà all’investimento privato. La prima fonte è una carbon tax a 20 dollari per tonnellata che genererebbe 625 miliardi di dollari. Il 25% (160 miliardi) andrebbe agli investimenti verdi e il 75% sarebbe restituito alla popolazione. La seconda fonte è un trasferimento del 5% delle spese militari globali, pari a 90 miliardi di dollari (nel 2018 la spesa militare mondiale è stata di 1,8 trilioni, di cui 700 miliardi solo dagli USA). La terza fonte è l’emissione di Green Bonds da parte della Federal Reserve e della Banca Centrale Europea per 200 miliardi di dollari (ciascuna 100 miliardi). La Fed nel solo salvataggio della crisi del 2007‑2008 erogò 12,2 trilioni, quindi questa cifra rappresenta lo 0,8% di quell’intervento. La quarta fonte è la riallocazione del 25% dei sussidi globali ai combustibili fossili che Pollin stima in 3 trilioni di dollari all’anno. Destinare un quarto di tali sussidi agli investimenti puliti fornirebbe 750 miliardi di dollari mentre il restante 75% dovrebbe essere riconvertito per sostenere i prezzi dell’energia pulita o trasferimenti diretti alle famiglie a basso reddito, evitando effetti regressivi.
Infine affronta il problema di indirizzare i fondi verso i singoli progetti, presentando alcuni modelli istituzionali. La banca pubblica tedesca KfW è descritta come il caso di maggior successo tra le economie avanzate. Ha finanziato circa un terzo di tutti gli investimenti verdi in Germania offrendo prestiti a lungo termine, tassi inferiori a quelli di mercato, periodi di grazia fino a tre anni e bonus di rimborso fino al 17,5%. Questo modello ha funzionato grazie a un quadro normativo chiaro (la legge tedesca sulle rinnovabili) e alle feed‑in tariff. Pollin cita anche le green banks in Australia, Giappone, Regno Unito e in alcuni stati USA (California, New York, Connecticut) ma rileva che la loro scala operativa è generalmente molto più piccola della KfW. Per i paesi in via di sviluppo menziona la Banca di Sviluppo dell’America Latina e la New Development Bank come possibili fonti di finanziamento a lungo termine agevolato ma sottolinea che, data l’elevata rischiosità percepita delle tecnologie verdi, saranno gli interventi pubblici a dover assorbire la maggior parte del rischio per attrarre capitali privati. Richiama anche lo studio di Spratt, Griffith‑Jones e Ocampo secondo cui, nei paesi a basso reddito, gli investimenti puliti devono essere accessibili e non sempre redditizi per i privati, rafforzando così la necessità di banche pubbliche con criteri sociali espliciti.
