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| Foto che viene dall'archivio di Yad Yaari |
Il Primo maggio in Israele
Nel fine settimana del Primo maggio migliaia di persone hanno partecipato a due manifestazioni legate alla festa dei lavoratori in Israele. Sabato mattina a Nazareth migliaia di ebrei e arabi hanno sfilato da via Tawfik Ziad fino a Piazza HaMaayan, nel centro della città. Il dirigente di Hadash, che ha organizzato la manifestazione, Ariel Ammar ha definito “falsa” la narrazione che vuole il conflitto principalmente tra arabi ed ebrei, spiegando che serve a distogliere le masse dalla lotta per i propri diritti. La battaglia comune, ha detto, è contro la privatizzazione dei servizi pubblici e il taglio dei salari che danneggiano tutti indistintamente. Il giorno prima, venerdì pomeriggio, centinaia di persone, per lo più giovani ebrei e arabi, hanno sfilato a Tel Aviv da Piazza Dizengoff fino all'incrocio tra Rothschild Boulevard e Nachmani Street. Tra i partecipanti c'erano membri dei Democratici e del movimento Hashomer Hatzair. Al termine della manifestazione i dirigenti di Hadash hanno dichiarato che l'obiettivo prioritario nei prossimi mesi è sconfiggere il governo Netanyahu, approfondendo e allargando la collaborazione arabo-ebraica.
Lior Simcha, segretario generale del Movimento Kibbutz, inquadra in una prospettiva storica, su Davar, il rapporto tra il Primo maggio e Israele. Sostiene che questa festa sia incommensurabilmente importante nella lotta per il futuro del paese, ricordando l’obiettivo di una società giusta ed equa fondata sulla reciprocità, solidarietà e uguaglianza. Oggi, quando il divario di reddito in Israele è tra i più alti del mondo, la società è frammentata e polarizzata e la solidarietà è fragile, occorre alzare con orgoglio la bandiera del Primo maggio. Simcha critica i numerosi istituti di ricerca e opinionisti che cercano di inculcare visioni neoliberiste nell'opinione pubblica e prosciugare le infrastrutture pubbliche mentre molta stampa economica venera i detentori di capitale, i tycoon e la burocrazia smantella gradualmente la responsabilità dello Stato verso i propri cittadini. Le liste per la Knesset piazzano libertari e sostenitori del libero mercato predatorio che si fregiano del titolo di “economisti” come loro rappresentanti in incarichi pubblici. Il kibbutz, sin dai suoi primi giorni di vita, ha issato entrambe le bandiere, quella nazionale e quella rossa, l’esistenza del popolo ebraico libero nella propria terra e dello Stato sovrano di Israele accanto alla bandiera dell’uguaglianza del valore umano, della reciprocità, del lavoro libero e della responsabilità sociale. Il kibbutz ha sempre indicato la possibilità di un modo di vivere alternativo al capitalismo crudele e vorace, basato su democrazia di base forte, reciprocità e responsabilità condivisa. La società kibbutzistica ha portato al mondo una concezione diversa, per cui l’uomo è fine e non mezzo, opposta al libero mercato senza freni che vede l’uomo come oggetto e merce al servizio del profitto dei detentori di capitale. Senza i diritti ottenuti dai sindacati, guidati dall’Histadrut, il lavoratore israeliano sarebbe stato abbandonato a se stesso. Simcha lamenta che solo pochi mesi fa vari istituti di ricerca ed economisti a favore del libero mercato hanno promosso un piano folle per eliminare l’industria lattiero-casearia e chiudere centinaia di allevamenti in Israele, rendendo tre importatori ancora più ricchi. La riforma è quasi diventata legge e a fermarla sono stati i lavoratori. Il piano avrebbe danneggiato il sostentamento di migliaia di famiglie nella periferia e decine di migliaia di residenti ai confini, trasformando l’economia israeliana da produttiva a dipendente dalle importazioni. Israele è sorto sulla base della bandiera nazionale e della bandiera rossa e non sarebbe potuto sorgere altrimenti. Senza la salvaguardia di una società solidale, di un’economia produttiva, di una periferia forte, della responsabilità dello Stato verso i suoi cittadini, la società israeliana cesserebbe di esistere. Per tutte queste ragioni il Primo Maggio è oggi più rilevante che mai visto che segna la strada da percorrere: una via che mette al centro l’uomo prima dei facili profitti.
Come se la passano i lavoratori?
Secondo uno studio presentato al convegno annuale dell'Istituto Nazionale per la Sicurezza e la Salute sul Lavoro, in occasione della Giornata internazionale per la sicurezza sul lavoro del 28 aprile, si stima che circa 1.239 persone muoiano ogni anno in Israele a causa di malattie derivanti dall'esposizione a sostanze pericolose e all'inalazione di particelle durante il lavoro, nonché per malattie cardiovascolari legate a orari di lavoro prolungati. Lo studio, condotto da Michael Maiman, ha utilizzato il metodo della frazione attribuibile, raccomandato dall'Organizzazione Internazionale del Lavoro e dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, incrociando i dati di mortalità israeliani con le percentuali internazionali di attribuibilità professionale per varie malattie. In particolare, assumendo che il 4,9% dei decessi per cancro sia influenzato dall'esposizione a sostanze chimiche e particelle durante il lavoro, si stima che circa 568 persone all'anno muoiono di cancro. Sulla base dell'ipotesi che l'11,5% dei decessi per malattie respiratorie sia dovuto a esposizioni durante il lavoro, si stima che 147 persone all'anno muoiono per patologie respiratorie legate al lavoro. Le malattie cardiache con origine professionale causano la morte di circa 69 israeliani all'anno e altri 15 muoiono per malattie renali riconducibili alla stessa causa (assumendo che l'1% dei decessi per malattie cardiache e renali sia correlato all'esposizione a sostanze nocive durante il lavoro). Studi pubblicati nel 2021 indicano che circa il 4,9% dei decessi per ictus e malattie cardiache è dovuto a orari di lavoro prolungati, superiori alle 55 ore settimanali. Di conseguenza si stima che 336 israeliani muoiano ogni anno per malattie cardiache e 104 per malattie cerebrovascolari associate a orari di lavoro prolungati. Va notato che lo studio si basa su dati statistici globali e non ha esaminato in profondità le specificità del mercato del lavoro israeliano. Il danno economico è stimato in circa 4 miliardi di shekel all'anno, una somma che potrebbe finanziare 1.800 posti letto ospedalieri o 2.800 aule scolastiche. A questi dati si aggiunge la nota di Kav LaOved che ricorda le popolazioni invisibili escluse dalle statistiche. I lavoratori a ore, i lavoratori in appalto e i migranti non vengono sottoposti a controlli periodici e il loro rischio professionale passa sotto il radar in luoghi di lavoro piccoli, non supervisionati o nell'occupazione informale, finché la malattia non si manifesta in uno stadio troppo avanzato. Kav LaOved chiede quindi tre azioni immediate: primo, che il ministro del Lavoro ordini la creazione di un'Autorità Nazionale per la Sicurezza e la Salute sul Lavoro con tre bracci (applicazione, prevenzione e informazione, ricerca), secondo, che il Registro delle Malattie Professionali migliori la raccolta di informazioni e segnalazioni per fornire un quadro più affidabile e terzo, che il Ministero della Salute imponga l'inserimento del campo "professione" nella cartella clinica per consentire l'identificazione precoce del legame tra sintomi e attività lavorativa del paziente.
Aziz Bassiouni, presidente del dipartimento per la promozione dell'uguaglianza all'Histadrut, in un'intervista rilasciata a Davar in occasione del Primo maggio sottolinea come ogni periodo di guerra o tensione si rifletta inevitabilmente sui luoghi di lavoro. Secondo la sua analisi la difficoltà nelle relazioni tra ebrei e arabi nei contesti lavorativi deriva principalmente dalla pressione psicologica generata dal conflitto che spinge le persone a chiudersi in sé stesse e a sfogare la rabbia sul più debole, senza che ciò derivi necessariamente da un intento razzista esplicito. Il lavoratore arabo viene percepito come più vulnerabile, diventando così un bersaglio per le frustrazioni. Bassiouni esprime preoccupazione per quella che definisce una "violenza silenziosa" e una discriminazione nascosta, infatti molti lavoratori arabi temono, più della violenza fisica, il modo in cui verranno guardati e trattati dai colleghi, una paura che rischia di esplodere improvvisamente. Il suo obiettivo è creare un ambiente di lavoro equo e inclusivo, dove ogni dipendente possa sentirsi uguale e avere sicurezza occupazionale. Un caso emblematico è quello degli autisti di autobus arabi che durante i conflitti subiscono numerosi episodi di violenza a causa del contatto diretto con l’utenza. Bassiouni ritiene fondamentale intervenire su questo fronte, punendo esemplarmente i responsabili poiché ciò avrebbe un effetto deterrente su tutti i luoghi di lavoro. È inoltre molto preoccupato per la situazione dei lavoratori e del mercato del lavoro nella società araba, in particolare per il piano di risarcimenti ai liberi professionisti e ai piccoli imprenditori. Dopo anni di pandemia e guerre, sostiene, queste persone non riescono a rialzarsi, venendo colpite ripetutamente ogni volta che tentano di farlo. Le donne arabe sono particolarmente esposte a causa della debolezza delle infrastrutture e dei trasporti pubblici. Per integrarsi nel mercato del lavoro hanno bisogno di posti di lavoro vicini e accessibili poiché su di loro ricade ancora il peso di bilanciare cura della casa, figli e lavoro. Ad essere danneggiati sono prevalentemente i giovani e le donne ma la sofferenza si estende a tutti i lavoratori arabi, con conseguenze sociali devastanti: tagli al bilancio 2026, aumento del costo della vita, riduzione delle risorse per istruzione, lavoro e trasporti rischiano di spingere i giovani verso la criminalità e la violenza. Bassiouni ricorda che la società araba rappresenta il motore di crescita economica più forte di Israele. Sfruttare questo potenziale richiede zone industriali, l'ingresso di grandi aziende nei villaggi arabi e un adeguamento delle infrastrutture, attualmente insufficienti per soddisfare i requisiti minimi delle imprese. Il suo dipartimento ha recentemente lanciato un progetto di video sui luoghi di lavoro misti per incoraggiare le buone relazioni e contrastare il discorso della divisione e sta promuovendo una ricerca sul costo della criminalità per definire il ruolo del sindacato in questa lotta. Bassiouni auspica un'ampia collaborazione tra enti locali, sindacati, cittadini e datori di lavoro per influenzare le politiche governative.
Su questi temi Haaretz ha pubblicato un articolo in cui, rispetto alla società araba, si evidenzia un forte contrasto tra il suo potenziale di crescita e la sua esclusione dai circuiti produttivi. Rispetto all'insieme della società israeliana, che è già insolitamente giovane rispetto al resto del mondo occidentale, la società araba risulta particolarmente giovane. Secondo i dati dell'Ufficio centrale di statistica circa il 60% della società araba in Israele nel 2025 aveva meno di 30 anni e il 22% aveva tra i 18 e i 29 anni. Queste sono età in cui i giovani si trovano solitamente a un bivio cruciale: dal liceo agli studi superiori, dalla formazione al mercato del lavoro, dalla dipendenza dai genitori all'indipendenza economica. I ricercatori definiscono una struttura anagrafica così giovane un dividendo demografico, una situazione in cui una generazione giovane entra nel mercato del lavoro, riducendo la dipendenza dalle pensioni e facendo impennare il Pil. Tuttavia nella società araba in Israele questo vantaggio non viene sfruttato. Secondo i dati dell'organizzazione Alfanar la percentuale di giovani arabi di età compresa tra i 18 e i 24 anni che non lavorano e non studiano è salita vertiginosamente dopo il 7 ottobre, attestandosi al 34,5%. Nel 2024 questo tasso era del 26,2% e nel 2023 del 25,2%. Il deterioramento della percentuale di giovani inattivi è iniziato nel 2015, quando si attestava al 19,5%. Durante la crisi del Covid il tasso tra i giovani arabi raggiunse un picco del 36,6% ma negli anni successivi si era registrato un calo, fino a quando la tendenza non si è invertita con la guerra. La difficoltà centrale risiede nell'assenza di continuità. Per un giovane ebreo il servizio militare è spesso un ponte tra l'adolescenza e l'età adulta ma nella società araba un giovane che termina il liceo si trova di fronte a molteplici difficoltà sistemiche, come barriere linguistiche, lontananza geografica dai luoghi di lavoro e un sistema educativo che non sempre riesce a creare una continuità professionale. L'alienazione e la frustrazione si traducono in risorse umane non utilizzate correttamente e in costi che lo Stato paga per la mancata integrazione. I giovani che non trovano il loro posto nelle cornici sociali accettate scivolano ai margini della società e nella criminalità. Nel 2025 il 51% delle vittime di violenza e criminalità aveva tra i 18 e i 30 anni e molti dei responsabili dei reati appartengono a questa fascia d'età. Il legame tra mancanza di lavoro e criminalità non è casuale dato che per un giovane senza un orizzonte economico le possibilità offerte dal mondo criminale diventano più allettanti e facilmente disponibili. La mancanza prolungata di occupazione crea un terreno che alimenta questi fenomeni e il deterioramento è rapido. Secondo l’AJEEC senza un investimento sistematico le disparità continueranno ad approfondirsi e il prezzo che tutti pagheremo sarà sociale, economico e di sicurezza.
Su Davar si afferma che, approfittando dello stato di guerra, membri della Knesset e funzionari governativi stanno promuovendo una serie di iniziative controverse tra cui il triplicamento delle quote di lavoratori migranti in sostituzione dei lavoratori palestinesi. L’obiettivo è disporre di una forza lavoro a basso costo e docile, facilmente sfruttabile e poi rimpatriabile, senza alcun vincolo sociale. I lavoratori migranti, già fortemente vincolati da una regolamentazione rigida, gravati da debiti contratti per il loro reclutamento e con limitatissima possibilità di cambiare datore di lavoro, costituiscono una popolazione particolarmente vulnerabile allo sfruttamento. Questi lavoratori poveri hanno bisogno di un tetto come qualsiasi altro essere umano. Dato che i datori di lavoro sono consapevoli dell’assenza di soluzioni abitative adeguate o del loro costo elevato, sta emergendo una soluzione nuova e preoccupante: la creazione di “colonie operaie” dedicate esclusivamente ai migranti, situate al di fuori delle aree residenziali. Queste colonie, isolate da qualsiasi infrastruttura comunitaria e prive di servizi di base, assomigliano più a centri di detenzione che a luoghi di vita normale. L’isolamento dei lavoratori migranti non previene gli attriti e alimenta la creazione di stereotipi e criminalizzazione. Studi internazionali dimostrano che è proprio l’integrazione nel tessuto urbano a garantire resilienza, prevenire la criminalità e tutelare la salute fisica e mentale dei migranti. La giustificazione di questa scelta è puramente neoliberista: concentrare i lavoratori serve a ridurre i costi operativi, prevenire il turnover e aumentare il controllo su di loro. L’interesse del datore di lavoro e il profitto prevalgono sul dovere dello Stato di garantire protezione e benessere, calpestando il diritto a un alloggio dignitoso. Il costo di questa politica spaziale è già noto. L’allontanamento dei lavoratori aumenta la loro dipendenza assoluta dal datore di lavoro e annienta il già debole controllo delle autorità. Un’indagine condotta da Kav LaOved nel 2020 ha rilevato che la maggior parte dei lavoratori agricoli alloggiava in condizioni degradanti, senza infrastrutture elettriche e igienico-sanitarie di base. Lo stesso studio ha stabilito che il 95% dei lavoratori non aveva mai incontrato un funzionario delle autorità preposto all’applicazione delle norme.
Kav LaOved esprime una forte opposizione a queste proposte. Attualmente i lavoratori stranieri non possono scegliere autonomamente il proprio alloggio che dipende dal datore di lavoro, il quale trattiene somme significative dal loro salario, importi che spesso risultano superiori di due, tre o addirittura quattro volte rispetto ai prezzi medi di affitto nelle stesse aree. Se i nuovi complessi residenziali venissero realizzati i lavoratori sarebbero obbligati a viverci e, in cambio, subirebbero trattenute enormi, del tutto sproporzionate rispetto alla qualità degli alloggi, alla loro posizione o alla qualità della vita offerta. Alla luce dell’emendamento 5A al Piano Nazionale n. 35 (TAMA/35), attualmente in fase di approvazione per quanto riguarda i lavoratori agricoli, si presume che tali complessi non verranno situati all’interno di insediamenti esistenti, bensì al di fuori delle aree edificate delle zone dove i migranti saranno impiegati. Secondo un documento del Ministero dell’Economia e dell’Industria questi complessi costituirebbero di fatto delle vere e proprie colonie in cui verrebbero forniti solo servizi sanitari e assistenziali di base, paragonabili per certi versi a quelli disponibili all’interno di un carcere. Servizi essenziali come negozi di alimentari, abbigliamento, beni di prima necessità, servizi bancari e postali per l’invio di denaro, telefonia e internet probabilmente non sarebbero disponibili all’interno dei complessi. L’accesso dei lavoratori a tali servizi, così come il contatto con la società israeliana in generale, dipenderebbe interamente dalla presenza, frequenza, orari e costi del trasporto pubblico verso l’area urbana, qualora esista. Kav LaOved ribadisce che i lavoratori migranti sono donne e uomini invitati in Israele per un periodo di almeno cinque anni a svolgere lavori che molti israeliani non vogliono fare, contribuendo alla vita del paese, a coltivare il cibo e a salvarne l’economia. Le conseguenze di tali proposte sarebbero molto gravi dato che si creerebbero concentrazioni di popolazione povera, vulnerabile e debole in luoghi specifici, lontani dai servizi essenziali e dalla società israeliana nel suo complesso, aumentandone l’invisibilità e l’isolamento. Mentre il ministero quasi non menziona alcun beneficio per i lavoratori, enfatizza invece aspetti come la “riduzione del turnover dei lavoratori” e il “contenimento delle dimissioni anticipate” a vantaggio dei datori di lavoro. Cambiare lavoro è un diritto fondamentale di ogni lavoratore e anche i migranti hanno il diritto di farlo all’interno dei settori per cui sono stati autorizzati a lavorare in Israele, esattamente come i loro datori di lavoro possono licenziarli. Dimettersi e cambiare datore è talvolta necessario per difendere i propri diritti o migliorare le proprie condizioni. Il fatto che il documento ministeriale suggerisca che concentrare i lavoratori in luoghi remoti ridurrebbe il loro potere contrattuale non fa che confermare la pericolosità della proposta.
La società SAP, multinazionale tedesca specializzata in soluzioni software per la gestione dei processi aziendali, si trova al centro di un’aspra vertenza con i propri dipendenti in Israele ben ricostruita da Davar in queste settimane. Il conflitto è esploso quando la direzione dell’azienda ha annunciato l’intenzione di cancellare unilateralmente tutti gli accordi collettivi in vigore, una mossa definita dal sindacato Histadrut come “un passo estremo e aggressivo, tipico dei datori di lavoro più ostili”. In risposta, circa tre settimane fa, l’Histadrut ha dichiarato ufficialmente uno stato di conflitto di lavoro per la prima volta nella storia della compagnia in Israele, aprendo la strada a potenziali scioperi già due settimane dopo l’annuncio, a meno che la direzione non fosse tornata sui propri passi. Sebbene nei giorni successivi si siano tenuti intensi negoziati, questi si sono arenati a causa del rifiuto della direzione di ritirare la richiesta di annullamento degli accordi esistenti. Il presidente del sindacato dei lavoratori del settore hi-tech dentro Histadrut, Yaki Haluzi, ha rivelato di aver proposto un negoziato con il suo coinvolgimento personale due settimane prima, nel tentativo di evitare un’escalation, ma la direzione non ha mai fornito una risposta chiara. Haluzi ha accusato l’azienda di agire per ego, avvertendo che il tentativo di annullare gli accordi potrebbe paradossalmente trasformare le condizioni di lavoro (come stipendio, ferie e contributi pensionistici) in clausole contrattuali individuali, la cui violazione consentirebbe ai dipendenti di dimettersi considerandosi licenziati. Dopo un mese di dialogo non rimaneva altra scelta che proclamare l’avvio della vertenza.
A metà aprile la protesta è uscita dalle sedi aziendali ed è scesa in strada: oltre 120 persone, tra cui lavoratori di SAP e rappresentanti di altri comitati aziendali, hanno manifestato davanti all’abitazione privata dell’amministratore delegato di SAP Israele, Orna Kleinmann. I cartelli esposti durante la protesta recitavano “SAP senza lavoratori è solo codice” e “I diritti non si cancellano con un clic”. Questo evento ha segnato l’inizio di un’escalation che ha portato alla proclamazione di sanzioni organizzative a partire da martedì, una misura drammatica e senza precedenti nel settore hi-tech israeliano. La prima fase delle sanzioni colpisce il cuore dell’operatività aziendale: il servizio di assistenza e supporto tecnico. Da quella data i lavoratori hanno smesso di gestire i guasti in alcune parti specifiche del software, un’azione che causerà ritardi e disagi immediati per molti clienti che dipendono dai sistemi SAP. Il presidente del comitato dei lavoratori, Gad Ravid, ha dichiarato che questo è solo il primo passo di una serie di sanzioni che si intensificheranno nel prossimo futuro, minacciando esplicitamente di arrivare fino alla paralisi totale delle attività della società in Israele se la direzione non cambierà immediatamente rotta. Davar ricorda che l’annuncio dell’azienda dell’intenzione di annullare gli accordi collettivi, circa due mesi fa, è considerato un passo estremo e rarissimo, senza precedenti negli ultimi decenni nelle relazioni industriali israeliane. Secondo la legge sugli accordi collettivi, anche gli accordi definiti a tempo determinato rimangono in vigore fino alla firma di un nuovo accordo collettivo, a meno che la dirigenza aziendale non comunichi all’organizzazione dei lavoratori e al Commissario per le relazioni di lavoro l’intenzione di annullarli con almeno due mesi di preavviso.
Dal canto suo SAP ha risposto affermando di rispettare il diritto legittimo dei lavoratori a intraprendere azioni sindacali ma si è detta “delusa” dalla decisione, ritenendo che non serva né gli interessi dei dipendenti né il raggiungimento di un accordo. La società ha spiegato che l’attuale accordo collettivo, firmato nel 2017, è stato concepito per un’era diversa e non riflette più le esigenze odierne, segnatamente l’avvento dell’intelligenza artificiale e la conseguente necessità di operare con maggiore agilità e flessibilità. SAP ha ricordato di aver proposto un nuovo accordo collettivo adatto all’era dell’IA e che, sebbene misure simili siano già state adottate in altri centri SAP nel mondo, in Israele non sono ancora state implementate. L’azienda ha infine ribadito la volontà di continuare a negoziare in buona fede, auspicando una risoluzione al tavolo delle trattative affermando che i propri dipendenti meritano un dialogo costruttivo. La situazione rimane quindi tesa, con i lavoratori decisi a non accettare quella che considerano una cancellazione “con un clic” di diritti conquistati con fatica mentre l’azienda invoca l’adeguamento alle nuove realtà del mercato.
Uno studio, condotto dalla ricercatrice Yael Mishali e pubblicato dal Shoresh Institute for Socio-Economic Research, mostra che dal 2000 al 2024 i prezzi delle abitazioni sono aumentati del 130%, quasi il triplo rispetto all’aumento del reddito disponibile delle famiglie, cresciuto solo del 45%. I prezzi delle case sono cresciuti a un tasso reale annuo del 5,2%, mentre il reddito disponibile reale è aumentato solo di circa il 2% all’anno. La rata mensile di un mutuo medio per una famiglia per un appartamento di 4 stanze con finanziamento al 70% in una grande città ammonta a 11.407 shekel, pari a circa il 50% del reddito disponibile di una famiglia nel sesto decile di reddito. Di conseguenza la percentuale di inquilini in Israele è salita dal 26,8% nel 2007 al 32,4% nel 2022. Sempre più famiglie della classe media vivono in affitto. Tra il 2001 e il 2022 la quota di chi vive in affitto nella fascia 25-34 anni è passata dal 30% al 49%, nella fascia 35-54 dal 15% al 32% e anche nella fascia 55-64 (l’ultimo decennio lavorativo in Israele) è balzata dall’11% al 18%. Sebbene i prezzi degli affitti siano aumentati del 40%, un tasso leggermente inferiore alla crescita del reddito disponibile, tra il quintile di reddito più basso (i due decili inferiori) l’affitto assorbe una parte significativa delle entrate. Il 54% degli inquilini di quel quintile paga oltre il 40% del proprio reddito per l’affitto, un dato che colloca Israele al quarto posto nell’Ocse dopo Colombia, Cile e Nuova Zelanda (l’Ocse definisce non accessibile un affitto che supera il 30% del reddito familiare). Anche per una famiglia con reddito medio a Tel Aviv o Gerusalemme, l’affitto di un appartamento di 4 stanze supera la soglia del 30% del reddito disponibile. Lo studio evidenzia che l’offerta di alloggi non soddisfa l’aumento della domanda né corrisponde alle mutevoli esigenze abitative. La dimensione media di una famiglia in Israele è oggi di 3,2 persone, rispetto a 3,8 negli anni ’70. Tra il 2001 e il 2022 la percentuale di sposati è diminuita del 3,8% mentre quella di single è aumentata del 3,6% e quella di divorziati del 2,5%, due gruppi che tendono a vivere in nuclei familiari più piccoli. Anche nella società araba c’è una tendenza verso famiglie piccole (1-2 persone). Circa un quinto degli arabi vive in un nucleo piccolo, rispetto a circa la metà degli ebrei e di altre popolazioni. Negli ultimi vent’anni il tasso di crescita dei nuclei familiari nella società araba è stato tre volte superiore a quello del resto della popolazione. Mentre la popolazione israeliana è cresciuta del 290% dagli anni ’70, il numero di nuclei familiari è aumentato del 350%. I nuclei familiari aggiuntivi dovuti solo al cambiamento delle modalità abitative (e non alla crescita demografica) sono 400.000, più del numero di famiglie di Haifa e Gerusalemme messe insieme. Tra il 1990 e il 2023 sono state costruite circa 1,46 milioni di abitazioni mentre si sono aggiunti 1,73 milioni di nuclei familiari, un divario di circa 272.000 unità. Inoltre la quota di costruzione di appartamenti di 1-3 stanze è scesa tra il 2004 e il 2014 e, sebbene sia aumentata nell’ultimo decennio, rimane al di sotto del 20% delle nuove costruzioni, nonostante il 46,4% dei nuclei familiari sia piccolo e la loro incidenza stia crescendo. Circa due terzi degli intervistati che vivono in nuclei piccoli in appartamenti di 80 mq o più preferirebbero un’abitazione più piccola. I bassi tassi di interesse hanno permesso mutui a basso costo mentre l’esenzione fiscale sul reddito da affitto fino a 5.654 shekel al mese ha indirizzato gli investitori verso il settore immobiliare anziché verso i mercati finanziari, dove i profitti sono tassati solitamente tra il 10% e il 25%. Ciò aumenta la domanda da parte degli investitori e fa salire i prezzi, escludendo gli acquirenti per uso abitativo, in particolare i giovani della classe media a inizio carriera lavorativa. Infine molti enti (ministeri, commissioni locali e distrettuali, enti infrastrutturali) hanno reso difficile la costruzione di nuove case. La Commissione nazionale per la pianificazione e l’edilizia (VATAL) è stata istituita per accelerare i processi in aree prioritarie ed è riuscita a far sì che il 90% degli alloggi pianificati nell’ambito della sua attività fosse approvato nei tempi previsti, rispetto a meno del 50% dei progetti nei processi ordinari. Occorre ricordare che gli enti locali hanno un incentivo negativo a costruire residenze a causa della bassa imposta sulla proprietà (arnona) derivante dai residenti rispetto agli usi commerciali.
Quest’ultimo problema è di lunga data e posso portare un esempio che conosco molto bene. La città di Netanya per tanti decenni è stata una meta turistica importante a livello nazionale con anche una solida industria dei diamanti alle spalle. Dopo gli anni ‘80 i fondi che riceveva sono stati spostati verso altre località, come il Mar Morto ed Eilat, e allo stesso tempo ci fu il declino del settore turistico. Ebbe un fortissimo impulso demografico negli anni ‘90 con l’immigrazione dall’ex Unione Sovietica. Questo mix di declino e crescita demografica venne gestito dal Likud che prese in mano la città governandola fino ad oggi. Sul piano economico Netanya è un’area di impiego secondaria rispetto alla metropoli di Tel Aviv, dalla quale dista circa trenta minuti di treno. Quasi la metà dei residenti lavora fuori dal comune. Ritornando al nostro tema, se applico alla città un discorso di classe noto che la struttura fiscale locale è basata principalmente sull’imposta sulla proprietà che per gli uffici e le attività commerciali può arrivare a essere fino a undici volte più alta di quella residenziale. Questo meccanismo crea un forte disincentivo allo sviluppo residenziale poiché ogni nuovo nucleo familiare rappresenta per il comune una perdita netta dato che la spesa per servizi e infrastrutture supera di molto le entrate fiscali generate. Di conseguenza Netanya ha storicamente privilegiato la realizzazione di aree commerciali e industriali, cercando al contempo di attrarre residenti ad alto reddito per minimizzare il deficit pro capite. Questo ha generato disuguaglianze sociali che si riflettono anche nella geografia urbana dove i quartieri sud hanno un livello socioeconomico molto più alto rispetto al centro storico e ad alcune zone centrali, dove si concentrano abitazioni più vecchie e di piccole dimensioni.
Dice Tali Goldring su Rosa Media che il rapporto annuale della Banca d’Israele per il 2025, pubblicato a marzo, ha colto il mercato immobiliare in un punto di rottura. Il volume delle vendite di nuove abitazioni è crollato dell'11% rispetto al già debole 2024, anno in cui furono venduti solo 45.640 appartamenti (ben lontani dai 100.000 che gli imprenditori edili ritengono necessari ogni anno). Questo calo, unito a un aumento dell'inizio dei lavori di costruzione, ha portato a un accumulo di 83.000 unità invendute. La Banca stessa ha dichiarato che l'eccesso di scorte invendute sostiene un calo dei prezzi delle nuove abitazioni nel breve termine, dipingendo un quadro di mercato sotto pressione a causa di emigrazione netta negativa, finanziamenti rischiosi e transazioni destinate a non completarsi. Goldring critica la Banca per quella che definisce una manipolazione metodologica mostrando come nel tempo l'istituto abbia cambiato interpretazione sul ruolo dei tassi d'interesse. Nel 2012 attribuì ai tassi il 50-66% dell'aumento dei prezzi mentre nel 2017, con i prezzi in forte ascesa e i tassi bassi, ne dichiarò il contributo marginale. Oggi, con i prezzi in calo, la Banca indica invece il tasso elevato come causa principale del raffreddamento del mercato. Inoltre la Banca ha frequentemente sostituito i propri strumenti di misurazione dei rischi. Nel 2017 usò test statistici per identificare una bolla, nel 2018 li abbandonò in favore di una spiegazione demografica e nel 2025 li riprese stabilendo retroattivamente che i prezzi fino al 2020 erano giustificati. Anche le spiegazioni delle variazioni dei prezzi oscillano tra bisogni abitativi (divario tra crescita demografica e costruzioni) e rendimento alternativo rispetto al mercato azionario, a seconda che si voglia minimizzare o enfatizzare l'impatto dei tassi. La Banca d’Israele avrebbe adottato la teoria del cigno nero per liberarsi delle proprie responsabilità, presentando le crisi come eventi imprevedibili ma in realtà i rischi (indebitamento degli imprenditori, finanziamenti rischiosi) erano noti e l’istituto non solo non li ha monitorati adeguatamente ma ha contribuito ad accrescerli cambiando i propri parametri ogni volta che la realtà non corrispondeva alla narrazione desiderata.
Questioni economiche
Nelle ultime due settimane si è diffusa la percezione che gli investitori istituzionali (fondi pensione, fondi di previdenza, fondi comuni e fondi di risparmio) abbiano avuto un ruolo nell'apprezzamento dello shekel con seri rischi per l'economia israeliana. Il rafforzamento del tasso di cambio dello shekel fino a circa 3 shekel per dollaro danneggia i profitti degli esportatori e rischia di portare a perdite e delocalizzazioni, soprattutto nel settore high-tech. Secondo un dirigente del settore, gli ingegneri israeliani sono oggi i più cari al mondo a causa dell'apprezzamento dello shekel, rendendo insostenibile restare nel paese. Queste accuse per The Marker non sono supportate da alcuna conferma ufficiale poiché la Banca d'Israele ha dichiarato riservate le informazioni sui flussi di valuta che hanno causato l'apprezzamento. Le indicazioni che puntano il dito contro gli investitori istituzionali sono molteplici. Innanzitutto le fughe notizie dalle sale operative dei cambi, in secondo luogo la nota correlazione tra l'andamento di S&P 500 e il tasso shekel-dollaro. Quando i mercati azionari americani salgono, il valore degli investimenti esteri degli investitori istituzionali aumenta tecnicamente, costringendoli a riequilibrare i portafogli vendendo attività in dollari e acquistandone in shekel, con conseguente apprezzamento della valuta locale. La Banca d'Israele, nel suo rapporto annuale per il 2025, cita proprio il rendimento di S&P 500 come primo fattore del suo modello di previsione del tasso di cambio poiché riflette i flussi di capitale a breve termine legati agli aggiustamenti dei portafogli degli investitori istituzionali. Altri fattori includono il tasso di cambio euro-dollaro, il rendimento dei titoli di Stato Usa a dieci anni e l'indice di volatilità VIX. Il problema di fondo è la dimensione straordinaria degli attivi gestiti da questi attori: circa 3,5 trilioni di shekel per i fondi pensione, più altri 800 miliardi di fondi comuni, un totale superiore del 38,7% alla capitalizzazione del mercato azionario di Tel Aviv (2,5 trilioni di shekel). Detengono circa il 36% del mercato azionario locale e, non potendo investire tutto internamente, sono costretti a rivolgersi all'estero, principalmente a Wall Street. Prima della riforma giudiziaria destinavano all'estero circa il 35% dei loro attivi ma con l'inizio della riforma e poi della guerra hanno accelerato le uscite, raggiungendo un picco del 45% un anno fa, per attestarsi oggi al 41,7%. Nel confronto globale questa percentuale è bassa (nei paesi piccoli è normale investire all’80-90% all'estero) e molti esperti ritengono che questi soggetti istituzionali israeliani investano troppo poco fuori dal paese. Negli ultimi mesi hanno invertito la rotta e stanno tornando a investire in Israele, causando pressioni al rialzo dello shekel. La prova più evidente dei rischi legati a questi investitori istituzionali risale a marzo 2020, durante il crollo della pandemia. Detenevano futures su Wall Street per circa 30 miliardi di dollari e subirono perdite per 10 miliardi di dollari da pagare immediatamente. Cercando di convertire shekel in dollari, scoprirono che il mercato locale non era abbastanza liquido, causando un forte deprezzamento dello shekel e costringendo la Banca d'Israele a intervenire vendendo dollari. Oggi i loro futures su Wall Street ammontano a circa 160 miliardi di dollari (più 40 miliardi dei fondi comuni) mentre la liquidità del mercato dei cambi è cresciuta solo da 10 a 15-20 miliardi di dollari al giorno. L'esposizione è quintuplicata ma la liquidità è appena raddoppiata. Per questo, nell'ottobre 2025, la Banca d'Israele, l'Autorità di Vigilanza sul Mercato dei Capitali (che supervisiona i fondi pensione) e l'Autorità di Vigilanza sulle Assicurazioni hanno concordato di imporre a questi soggetti istituzionali di mantenere una liquidità in dollari pari al 10% dei loro futures, ovvero 16-20 miliardi di dollari in contanti, per evitare nuove crisi. Il governatore della Banca d'Israele, Amir Yaron, ha dichiarato che l'esposizione di questi soggetti attraverso derivati crea rischi significativi per il mercato dei cambi. Tuttavia l'Autorità di Vigilanza sui Titoli ha poi espresso ripensamenti, poiché i fondi comuni si sono opposti sostenendo che penalizzare i rendimenti per motivi di stabilità del cambio non rientra nel loro mandato a tutela degli investitori. C'è anche chi contesta la premessa, sostenendo che il problema non siano gli investitori istituzionali troppo grandi ma un mercato azionario e dei cambi troppo piccoli rispetto al risparmio pubblico e all'eccedenza strutturale delle esportazioni (gas e high-tech). Secondo questa visione se qualcuno è infastidito dall'apprezzamento dello shekel può cancellare le esportazioni di gas in Egitto ma non si può chiedere ai fondi pensione di mettere a rischio i risparmi dei cittadini. La Banca d'Israele potrebbe sempre tornare al vecchio modello di fascia di fluttuazione, abolito 21 anni fa.
L’Ocse ha pubblicato il 9 aprile un nuovo e ampio rapporto di policy intitolato Foundations for Growth and Competitiveness. Secondo l'analisi critica di Davar il documento finale risulta deludente poiché propone un approccio economico ormai superato. Il rapporto, come sempre, offre raccomandazioni per ciascun paese e appare chiaro che l'obiettivo dei redattori sia concentrato sulla crescita economica e sull'aumento della competitività. Questi due elementi sono solo strumenti e non fini politici poiché competizione e crescita non hanno valore di per sé se non vengono utilizzate per migliorare il benessere pubblico, ridurre le disuguaglianze e costruire un'economia avanzata ed equa. Anche quando l'obiettivo dichiarato è la crescita economica, i parametri scelti per esaminare le raccomandazioni riflettono una selettività problematica che esprime un'ideologia antiquata, la quale vede nel libero mercato un valore assoluto. Ad esempio, l'indicatore di efficienza del sistema fiscale si concentra sulla semplificazione e sulla promozione della tassazione indiretta, come l'IVA, nota per i suoi effetti negativi sulla disuguaglianza, senza però valutare le conseguenze di tale misura sui divari economici. Questa raccomandazione contrasta con numerosi studi, inclusi quelli dello stesso Ocse e della Banca d'Israele, che hanno dimostrato il contributo diretto dell'uguaglianza alla crescita a lungo termine e al benessere dei cittadini. Per quanto riguarda Israele, il rapporto elogia l'elevata crescita ma menziona marginalmente che essa deriva principalmente dall'aumento demografico e dal settore hi-tech che impiega solo circa il 10% dei lavoratori, riconoscendo indirettamente che la crescita in Israele non è condivisa da tutti. Israele non è in una situazione di cui vantarsi: il tasso di disuguaglianza e povertà è tra i più alti dell'Ocse, i servizi civili faticano a reggere sotto il peso della domanda e il sistema educativo presenta bassi salari per gli insegnanti. Alcune raccomandazioni del rapporto su Israele sono positive, come lo sviluppo del trasporto pubblico, ma la maggior parte si basa su miti dell'economia neoclassica superata. La richiesta di rimuovere i dazi sulle verdure, politica simbolo degli ultimi anni per affrontare il carovita, per esempio ignora che l'esperienza israeliana dimostra come tali misure non abbiano portato a una riduzione dei prezzi. Più grave, il rapporto ignora le debolezze profonde dell'economia israeliana. Il paese è in una crisi continua da più di cinque anni e necessita di servizi civili forti per rispondere ai bisogni della popolazione sia in tempo di pace che di emergenza. Secondo i dati del Forum Arlozorov la spesa civile in Israele è inferiore di circa il 9,6% del Pil rispetto alla media dei paesi sviluppati, un divario di oltre 193 miliardi di shekel all'anno che si traduce in servizi civili logori incapaci di svolgere il proprio ruolo. La mancanza di attenzione a questi aspetti nel rapporto rappresenta un fallimento sostanziale. L’alternativa è concentrarsi su una crescita inclusiva che coinvolga ampi strati della popolazione nella sua creazione e i cui frutti raggiungano tutte le fasce sociali, migliorando così il benessere collettivo. A tal fine sarebbero necessari, tra l'altro, un capitale umano di qualità, un tema che il rapporto non affronta nel contesto israeliano nonostante i bassi risultati di Israele nei test internazionali PISA. Misure concrete come formazione professionale, miglioramento delle competenze per bambini e adulti, promozione dell'istruzione pubblica di qualità per la fascia 0-3 anni e aumento degli stipendi degli insegnanti sono assenti mentre il rapporto si limita a vaghe raccomandazioni generiche sulle competenze digitali.
Lungo questa direzione si muove la proposta di policy economica presentata dal professor Zvi Eckstein dell’Aaron Institute for Economic Policy dell’Università Reichman. Nel corso della conferenza annuale dell’istituto, Eckstein ha presentato un piano per una politica favorevole alla crescita, proponendo di ancorare la spesa civile israeliana al Pil e di aumentarla al 33,5% del Pil per evitare che la qualità dei servizi sociali e il tenore di vita vengano compromessi. Il tasso proposto da Eckstein è vicino a quello della spesa pubblica israeliana nel 2024 e 2025 (circa il 33%) ma tale livello è stato gonfiato dalle spese legate alla guerra mentre la spesa civile “ordinaria” rimane più bassa, simile a quella degli anni precedenti il conflitto. Eckstein ha elencato i pericoli per l’economia israeliana: guerra, deterioramento dei servizi civili, alto costo della vita e ha aggiunto una prospettiva pessimistica sull’isolamento politico, incluso dagli Stati Uniti, e su un rapporto debito/Pil che non converge rischiando instabilità finanziaria e declassamento del rating. Sebbene l’hi-tech sia in buona salute, esiste il pericolo di emigrazione di giovani con alto capitale umano. Di fronte a questi rischi propone una politica di bilancio di medio termine (3-4 anni) e lungo termine (10 anni), suggerendo di risolvere le controversie di bilancio tra Ministero delle Finanze e IDF fissando la spesa per la difesa al 5,5% del Pil e ancorando la spesa civile al 33,5% del Pil. Il piano prevede inoltre di concentrare il sostegno all’istruzione nella società araba e in quella ultraortodossa (haredi). Nella società araba, che rappresenta il 25% della popolazione giovane, l’aumento dell’istruzione accademica potrebbe contribuire fino allo 0,4% del Pil all’anno (circa 8 miliardi di shekel). Anche l’occupazione maschile nella società haredi è critica. Per coloro che non si arruolano, Eckstein suggerisce di concedere l’esenzione a 21 anni per permettere l’ingresso nel mercato del lavoro, con un aumento stimato dello 0,2% del Pil all’anno (4 miliardi di shekel). Propone inoltre di aumentare dell’1% del Pil (circa 20 miliardi di shekel) gli investimenti in metropolitane, linee leggere e edilizia residenziale vicina ai trasporti su rotaia, con una crescita aggiuntiva stimata dello 0,3% del Pil all’anno. La digitalizzazione e le competenze hi-tech nel settore pubblico aggiungerebbero un altro 0,3% annuo e l’adozione di tecnologie AI secondo le linee guida Ocse porterebbe uno 0,3% nei prossimi anni e uno 0,5% annuo dal 2031. In uno scenario con due grandi eventi bellici contro l’Iran nel prossimo decennio, il tasso di crescita medio si attesterebbe al 4%, mentre negli ultimi tre anni il Pil è cresciuto a un tasso medio di appena il 2%, non molto superiore alla crescita demografica.
