Nel Settecento, in Occidente, si afferma una nuova concezione della società. L’ordinamento gerarchico di origine divina è sostituito dalla libera associazione di cittadini con pari diritti. Di conseguenza anche il valore del lavoro viene completamente ridefinito passando da fardello e segno di subordinazione cetuale ad attestazione di disponibilità al bene comune e presupposto di piena dignità sociale. Hegel, nella Filosofia del diritto del 1821, teorizza questo nesso affermando che ogni membro della società civile, mediante la propria attività e il proprio tenore di vita, "è qualcuno" e trova il proprio onore. Questa promessa normativa non ha riscontro nella realtà sociale del primo capitalismo, segnata da lavoro di fabbrica oppressivo, servizio domestico dipendente e bracciantato agricolo. Axel Honneth, nel libro Il lavoratore sovrano. Lavoro e cittadinanza democratica, dichiara che il suo interesse si articolerà in tre direzioni: come intendere normativamente l'ideale del lavoro libero per usarlo come criterio di trasformazione, l'analisi della situazione effettiva dei rapporti di lavoro nel capitalismo passato e presente e le possibilità di ridurre o eliminare l'abisso tra postulato e realtà.
Per chiarire la tesi dell'interdipendenza tra partecipazione democratica e condizioni di lavoro introduce tre paradigmi normativi di critica del lavoro capitalistico che si distinguono per ciò che ciascuno considera primariamente riprovevole nell'organizzazione data del lavoro.
Il primo è quello dell'alienazione, sistematizzato dal giovane Marx nei Manoscritti economico-filosofici. Secondo questa prospettiva l'aspetto scandaloso dei rapporti di produzione capitalistici è che costringono il lavoro, eseguito in forma comunitaria, a scomporsi in particelle quantificabili trattate come merci sul mercato. In questo modo il lavoro perde quelle proprietà che gli conferiscono valore perché non è più possibile viverlo come attivazione produttiva delle proprie forze e capacità specifiche del genere umano per il bene della comunità. Il nucleo della critica è che il lavoro, ridotto a merce, diventa esteriore e cosale, impedendo al lavoratore di identificarsi con la propria attività e di esperirla come fine a sé stesso. Questo paradigma attribuisce al lavoro un valore intrinseco, consistente nella possibilità di esercitare capacità e facoltà che caratterizzano l'essere umano, come la progettazione costruttiva, la messa in forma e la posizione creativa di scopi. Honneth sostiene che questo approccio presenta difficoltà applicative: se si definiscono in modo ampio le capacità specificamente umane si banalizza il criterio ma se le si restringono a poche capacità superiori si cade in un perfezionismo etico che rende il criterio inapplicabile alla maggior parte delle attività lavorative. Il paradigma dell'alienazione non specifica se il lavoro non alienato debba giovare al benessere individuale o a quello della comunità e tende a un individualismo etico, trascurando il significato che rapporti lavorativi buoni possono avere per il benessere sociale complessivo.
Il secondo paradigma è quello dell'autonomia, di ispirazione repubblicana, che emerge negli Stati Uniti negli anni ‘20 e ‘30 dell'Ottocento tra artigiani, operai e piccoli lavoratori autonomi. Questa tradizione si interessa alla liberazione da qualsiasi tutela e potere arbitrario. I lavoratori, pur essendo formalmente liberi di accettare contratti, rimangono di fatto dipendenti dagli imprenditori poiché non possono rifiutare i contratti per mancanza di alternative e il padrone ha diritto pressoché illimitato di stabilire condizioni e andamento del lavoro. Inoltre non esistono tutele contro i licenziamenti arbitrari. Per indicare questa somma di dipendenze si conia il termine "schiavitù salariata". Il principio normativo del paradigma è che il lavoro sociale sarebbe organizzato in modo equo solo se i lavoratori non fossero più esposti al potere arbitrario di imprenditori e padroni. Honneth evidenzia due limiti di questo approccio. In primo luogo occorre una giustificazione supplementare per trasporre i principi di libertà repubblicana dalla sfera politica a quella economica. In secondo luogo il repubblicanesimo si concentra esclusivamente sulla dipendenza dal potere privato, ignorando completamente il lato qualitativo del lavoro: la fatica, la monotonia, la frammentazione e l'impoverimento intellettuale dei lavoratori. Questo paradigma sembra presupporre che la liberazione dal potere arbitrario risolva automaticamente tutti gli altri mali, senza interrogarsi sulla necessità di modificare anche la struttura e i contenuti della divisione sociale del lavoro.
Il terzo paradigma è quello democratico. A differenza dei primi due attribuisce al lavoro un valore ma non intrinseco. Lo considera un bene costitutivo per il conseguimento della formazione della volontà politica di tutti i cittadini. Secondo questo paradigma il lavoro è organizzato in modo inadeguato nella misura in cui non consente a tutti i lavoratori di partecipare attivamente alla vita democratica della società. La tradizione, che risale ad Adam Smith, viene sviluppata da Hegel, il quale sostiene che i ceti lavoratori sarebbero capaci di vita universale e partecipazione attiva solo se le loro attività fossero sufficientemente complesse, sicure e trascese in corporazioni. Prosegue con Durkheim e Cole, accomunati dall'idea che una democrazia vitale è vincolata a una divisione del lavoro equa, inclusiva e mantenuta consapevole. L'argomento normativo è che solo chi dispone di una professione degna di riconoscimento può possedere le capacità cognitive e la fiducia psicologica necessarie per partecipare alla formazione della volontà sociale.
Honneth ritiene il paradigma democratico preferibile per due ragioni. Il principio-guida è sovraordinato e le norme subordinate vengono determinate storicamente, questo approccio consente di contemplare tutte le situazioni che, in un modo o nell'altro, ostacolano la partecipazione democratica, sia per la qualità del contenuto del lavoro, sia per la mancanza di cogestione, sia per i bassi salari, lo scarso riconoscimento o la durata della giornata lavorativa. A seconda dell'impedimento concretamente considerato si possono scegliere misure diverse, attingendo anche al vocabolario normativo della critica dell'alienazione o del repubblicanesimo quando necessario. Secondo, mentre gli altri due paradigmi contemplano solo l'alternativa "tutto o nulla" il paradigma democratico concepisce il principio della partecipazione democratica come realizzabile solo per gradi e per approssimazione poiché non esiste un criterio per determinare una realizzazione completa. Esso si orienta a obiettivi storicamente visibili rifiutando di sapere in anticipo quale sarebbe una condizione perfetta del mondo del lavoro.
Honneth sviluppa una tesi secondo cui la partecipazione democratica dipende in larga misura dalle condizioni in cui viene svolto il lavoro sociale. Questa idea viene ricostruita attraverso una tradizione di pensiero che va da Adam Smith a Émile Durkheim fino a George Douglas Howard Cole. Viene poi confrontata con le teorie democratiche contemporanee di John Rawls e Jürgen Habermas che vengono criticate per aver rimosso questo nesso.
La riflessione inizia con Adam Smith, il quale osserva che la parcellizzazione delle mansioni produce un torpore mentale nei lavoratori. Questo pregiudica la loro capacità di giudicare gli interessi generali del paese. Per Smith si tratta di un problema politico perché un governo ha bisogno che il popolo comprenda e accetti le leggi. Il suo rimedio rimane indiretto e liberale, limitandosi a suggerire un'educazione extralavorativa finanziata dallo Stato, senza intervenire sulla struttura del mercato del lavoro.
Hegel condivide la diagnosi ma non la terapia. Nella Filosofia del diritto propone di istituire corporazioni, cioè associazioni di settore. Queste avrebbero il compito di contrastare la degradazione del lavoro e rafforzare la consapevolezza dell'interdipendenza sociale. Per Hegel la singolarizzazione e la limitatezza del lavoro particolare rendono i lavoratori incapaci di godere dei vantaggi spirituali della società civile. La qualità della posizione lavorativa, non solo il reddito, determina le chance di partecipazione. Hegel anticipa l’idea che le libertà politiche avranno equo valore solo se associate a occupazioni sicure, socialmente apprezzate e complesse.
Durkheim compie il passo decisivo verso una concezione democratica. Nella Divisione del lavoro sociale sostiene che la coesione morale di una società dipende dalla possibilità per i lavoratori di accettare senza coazione le proprie condizioni di lavoro. Essi devono anche comprendere la funzione della loro attività nel contesto complessivo. Nelle sue lezioni successive lega esplicitamente questo requisito alla formazione democratica della volontà. Una partecipazione ampia alla discussione politica presuppone una democratizzazione della sfera lavorativa. I gruppi professionali devono coltivare pratiche di autogestione. Durkheim diventa così il capostipite del solidarismo francese.
Cole, in Inghilterra, radicalizza questa posizione. Individua un paradosso della democrazia politica. L'idea democratica esige che tutti i cittadini partecipino alla pari ma i rapporti di lavoro capitalistici rendono i lavoratori incapaci di farlo perché le dipendenze e le coazioni li privano della fiducia in sé stessi e delle abitudini discorsive necessarie. Cole propone di addestrare i lavoratori alla democrazia attraverso il coinvolgimento nell'amministrazione aziendale o l'autogestione. Immagina un'economia di cooperative che competono sul mercato ma i cui profitti rifluiscono ai lavoratori. La sua scelta del termine socialismo gildista si rivela infelice perché evoca le gilde medievali che Hegel stesso aveva criticato per i loro privilegi esclusivi.
Questa tradizione, pur nelle sue divergenze, condivide un nucleo comune. La partecipazione democratica richiede presupposti materiali, temporali e psichici. Solo un'organizzazione equa del lavoro può garantirli. Nessuno di questi autori propone di appianare le differenze tra sfera politica ed economica. Riconoscono che i compiti specifici dei due ambiti sono troppo diversi per soggiacere allo stesso metodo di regolazione normativa.
Con il trionfo del liberalismo la consapevolezza di questo nesso è andata perduta nella teoria democratica contemporanea. Rawls e Habermas sfiorano il problema. Il primo parla dell'equo valore delle libertà politiche. Il secondo sottolinea la necessità di verificare i presupposti fattuali della partecipazione. Entrambi interrompono il ragionamento prima di considerare gli effetti dei rapporti di lavoro. La loro omissione deriva da due assunzioni preliminari. La prima è la convinzione che il mercato del lavoro sia uno strumento insostituibile per l'allocazione efficiente della forza lavoro. La seconda è la riduzione degli svantaggi sociali alla sola disparità di trattamento. Per Rawls e Habermas una persona è svantaggiata solo quando è in una posizione peggiore rispetto ad altri. Quest’ottica impedisce loro di vedere le limitazioni assolute che derivano dalla natura stessa del lavoro. Un lavoro può essere troppo logorante, malpagato o gerarchicamente oppressivo per permettere una partecipazione consapevole. Ritengono sufficiente garantire la parità sul mercato del lavoro. Non si chiedono se i rapporti di lavoro esistenti limitino in senso assoluto la capacità di partecipazione.
Per superare questo punto cieco Honneth individua cinque aspetti in cui la posizione nella divisione sociale del lavoro condiziona la partecipazione democratica. Il primo è l'indipendenza economica. Chi deve il proprio sostentamento a decisioni altrui vive nella preoccupazione di non perdere il reddito. Questo impedisce di formarsi un'opinione politica autonoma. Occorrono, oltre ad un impiego sicuro e un salario decente, anche un potere negoziale sufficiente per condeterminare le condizioni di lavoro. Senza di esso viene meno la fiducia nel peso pubblico della propria volontà. Il secondo aspetto è il tempo. La partecipazione richiede tempo per informarsi, discutere e prendere posizione. Un lavoro faticoso, monotono e non controllato consuma più energie e lascia meno tempo per l'impegno politico. A parità di durata, lavori diversi hanno un costo temporale diverso. Se il tempo residuo scende sotto una certa soglia, la partecipazione diventa impossibile. Il terzo aspetto è il rispetto di sé e l'autostima. Per esprimere le proprie opinioni in pubblico è necessaria la fiducia che queste meritino ascolto. Essa si forma anche attraverso il riconoscimento sociale del proprio lavoro. Se il lavoro non è stimato, si sviluppa un'insicurezza che impedisce di partecipare ai dibattiti politici. Il riconoscimento ottenuto in piccoli gruppi non basta, serve quello sociale più ampio che la gerarchia valutativa della divisione del lavoro spesso nega a chi occupa i gradini più bassi. Il quarto aspetto è l'addestramento alla cooperazione democratica. La fiducia nell'utilità dei procedimenti democratici si sviluppa se, già sul lavoro, si fa esperienza che le proprie intenzioni contano nelle decisioni organizzative. Se si è ridotti a meri esecutori di ordini non si può acquisire uno spirito cooperativo. Quanto meno conta la propria voce sul luogo di lavoro, tanto minore sarà la dimestichezza con i procedimenti di formazione della volontà comune. Il quinto aspetto è l'ampiezza e lo spessore intellettuale del lavoro. Come già intuito da Smith, Hegel e Durkheim, studi successivi hanno confermato che un lavoro monotono e ripetitivo atrofizza la capacità di iniziativa e il senso di autoefficacia. Questa rigidità di pensiero impedisce di tenere il passo con l'elaborazione di informazioni politicamente rilevanti. Inibisce anche l'impulso a prendere posizione nella sfera pubblica.
Honneth opera poi una revisione del concetto di lavoro sociale. La concezione tradizionale, da Locke a Marx, ha vincolato il lavoro alla fabbricazione di oggetti. Ha escluso le attività di servizio come cura, pulizia e amministrazione. Smith, pur riconoscendo l'utilità di molti servizi, li considera improduttivi perché non generano merci. Hegel e Marx approfondiscono questa restrizione. Legano il lavoro all'oggettivazione e alla creazione di valore. Questa cecità teorica ha reso invisibili per secoli il lavoro domestico, di cura e amministrativo. Ha contribuito a una gerarchia di genere che ha relegato le donne a mansioni considerate secondarie. Solo con gli studi di Weber sulla burocrazia e con la campagna femminista per la retribuzione del lavoro domestico questo modello viene messo in discussione. Vengono abbandonati tre presupposti: la distinzione tra lavoro produttivo e improduttivo, l'idea che il vero lavoro sia solo di fabbricazione e la concezione che il mercato sia l'unico parametro del fabbisogno sociale di lavoro.
Honneth propone un concetto più inclusivo di lavoro sociale basato su due criteri combinati. Sono socialmente necessarie le attività che, secondo un'opinione collettivamente condivisa, servono al benessere dell'intera società. Esse devono sottostare a standard di adeguatezza universalmente validi. Chi le svolge deve determinare in modo universale il proprio sapere, volere e fare. La preparazione del cibo, la cura dei bambini o il volontariato sociale sono lavoro sociale al pari di una professione retribuita. Honneth riconosce che questa definizione è soggetta a cambiamenti culturali ma in una società pluralista il margine per tali ridefinizioni è ristretto. Quanto più divergono gli stili di vita, tanto più difficile è che un'attività privata venga riconosciuta come di interesse generale. La teoria, inoltre, non si limita a ratificare la concezione maggioritaria. Può esaminare criticamente queste distinzioni attraverso chiarificazioni concettuali e indagini teorico-sociali.
Una democrazia integra e una divisione del lavoro equamente organizzata sono condizioni l'una dell'altra. Creare rapporti lavorativi che non scendano al di sotto degli standard minimi nelle cinque dimensioni è un dovere dello Stato di diritto democratico. Lo è al pari della creazione di condizioni per una sfera pubblica politica integra. Le teorie della democrazia che trascurano questo rapporto sono insufficienti. Lo sono anche le analisi sociologiche del lavoro che non vedono nel miglioramento delle condizioni di partecipazione democratica il loro punto di fuga normativo. Parafrasando Kant, Honneth afferma che una teoria della democrazia senza le intuizioni della sociologia del lavoro è vuota. Una sociologia del lavoro senza i concetti della teoria della democrazia è cieca.
Nel corso dell'Ottocento europeo la stragrande maggioranza della popolazione lavoratrice era esclusa dalla partecipazione alla vita politica democratica, dice Honneth, per l'assenza oggettiva delle risorse temporali, fisiche e mentali necessarie. La lotta quotidiana per il sostentamento assorbiva completamente le energie dei ceti popolari e questa constatazione, lungi dall'essere solo una scusa, era alla base delle teorie di pensatori come Locke e Kant che ritenevano il possesso di un patrimonio una condizione imprescindibile per esercitare l'autorità politica poiché, chi ne è privo, è troppo preso dal garantire la propria sopravvivenza per potersi dedicare con la necessaria indipendenza e cognizione alle questioni pubbliche.
Contrariamente a quanto sostenuto da Hegel e Marx, che focalizzavano la loro analisi sul lavoro industriale, l'occupazione predominante in tutta Europa, inclusa l'Inghilterra fino ai primi del Novecento, era quella agricola. Pur essendo state in gran parte eliminate le condizioni giuridiche del tardo feudalesimo grazie alle riforme agrarie e, sebbene molti contadini potessero disporre autonomamente della propria terra, la maggior parte del lavoro più pesante era svolta da un vasto ceto di nullatenenti la cui consistenza era ulteriormente aumentata a causa della crescita demografica e delle trasformazioni della proprietà. Questi braccianti, impiegati come aiutanti stagionali in cambio di un salario irrisorio o in natura, vivevano in una condizione di perenne lotta per la sussistenza, lontani dalle dispute politiche. La disperata ricerca di altre fonti di reddito, quando il lavoro agricolo non bastava, portava i membri di questi ceti verso poche opzioni disponibili.
La prima di esse era il lavoro a domicilio nel sistema delle committenze, un'attività che costituiva il legame economico tra campagna e città e che impiegava soprattutto manodopera femminile. I lavoratori producevano merci, principalmente tessuti, nelle proprie case con strumenti propri o forniti dal committente, il quale si appropriava degli utili. Sebbene i lavoratori godessero di una relativa autonomia nella gestione del tempo, il prezzo da pagare era uno sfruttamento intenso e una povertà estrema, con salari infimi e una pressione costante a produrre il massimo numero di pezzi nel minor tempo possibile. Le rivolte dei tessitori della Slesia nel 1844 e dei Canuts di Lione negli anni ‘30 dell'Ottocento furono reazioni dirette a queste condizioni. Con il tempo la concorrenza della produzione industriale meccanizzata rese questo sistema sempre meno sostenibile, portando a un progressivo abbassamento dei salari e alla perdita di connessione con gli sviluppi tecnici.
La seconda opzione, per un enorme numero di giovani donne provenienti da regioni rurali, era l'impiego come personale di servizio in case di famiglie abbienti. Questo settore conobbe una crescita costante per tutto il secolo, tanto da diventare in alcuni paesi il più numeroso. Le attività svolte erano molteplici e variavano dalla cucina al bucato, dalla cura dei bambini alla pulizia mentre ai servitori maschi erano assegnati compiti come cocchiere, giardiniere o aiutante per lavori gregari. La posizione giuridica, il salario e gli orari di lavoro erano estremamente variabili. I regolamenti avevano garantito una prima liberazione dalla dipendenza personale ma i domestici rimanevano soggetti all'arbitrio del padrone di casa, con giornate lavorative che potevano superare le sedici ore e una remunerazione che spesso si limitava al vitto e all'alloggio. Solo con l'espansione del commercio e l'aumento degli uffici pubblici, verso la fine del secolo, si aprirono per le giovani donne nubili nuove opportunità come commesse, segretarie o centraliniste che, pur con salari bassi, garantivano una maggiore indipendenza.
La terza opzione era rappresentata dall'artigianato e dalle botteghe che continuavano a offrire un impiego relativamente sicuro, soprattutto a giovani uomini. Le corporazioni erano state abolite, tuttavia sopravviveva un senso di orgoglio professionale e di cooperazione, con una giornata lavorativa che tendeva a terminare con il calare del sole. Questo settore, dice Honneth, ebbe un ruolo di primo piano nella nascita dei primi movimenti operai grazie alla maggiore coesione e autonomia degli artigiani, come dimostra il caso del proto-socialista Wilhelm Weitling. Anche dopo il 1850 la piccola bottega artigiana rappresentò un rifugio stabile, offrendo redditi sufficienti e condizioni di lavoro accettabili nonostante la crescente concorrenza industriale.
L'ultima e più radicale alternativa era l'impiego nelle fabbriche che sorsero rapidamente grazie all'invenzione della macchina a vapore. Questo tipo di attività costituiva una novità assoluta, imponendo ai lavoratori un adattamento al ritmo monotono delle macchine, al rumore assordante e a turni di lavoro innaturali. Il cambiamento fu uno choc culturale per la sua violenza e profondità, segnando il passaggio da un lavoro ancora parzialmente autogestito a una disciplina rigida e umiliante. Questo rivolgimento avvenne nel corso di decenni. La costrizione a cercare lavoro in fabbrica colpiva individui dalle origini e biografie professionali diversissime e le stesse condizioni di lavoro e di reclutamento erano estremamente eterogenee, coinvolgendo spesso manodopera reclutata tramite appaltatori e in condizioni contrattuali che non riguardavano la totalità dei lavoratori.
A questa descrizione dei tipi di attività lavorativa si aggiungevano, per la forza lavoro femminile, le incombenze domestiche non pagate ma indifferibili. La conseguenza di tutto ciò era che, nonostante l'istituzione formale di diritti di cittadinanza, per le attività politiche non esisteva né il tempo né l'energia. Il grande divario tra ideale e realtà produsse anche delle trasformazioni. Con l'avvicinarsi della metà del secolo il capitalismo portò a una crescente povertà di massa e in agricoltura si assistette a una progressiva trasformazione delle fattorie in aziende capitalistiche, con un esercito di contadini la cui posizione si avvicinava a quella degli operai salariati, sebbene il potere patriarcale del proprietario rendesse impossibile una resistenza organizzata. L'artigianato, invece, ricevette uno slancio dall'urbanizzazione e dalla domanda di beni di prima necessità. Furono proprio gli artigiani a prendere le prime iniziative di ribellione collettiva contro l'espansione del capitalismo.
Quando la resistenza si estese ai lavoratori industriali la borghesia reagì con inquietudine e panico. Il dibattito si spostò dal concetto di pauperismo a quello di questione sociale, concentrandosi inizialmente sulle condizioni del lavoro industriale mentre l'agricoltura e i servizi restavano nell’ombra. Le riforme introdotte a partire dagli anni ‘70, guidate da preoccupazioni economiche e calcoli politici, ma anche dalla consapevolezza dell'urgenza normativa, portarono all'istituzione di sistemi scolastici, a leggi sulle fabbriche che limitavano l'orario di lavoro e vietavano il lavoro minorile, a prescrizioni di sicurezza, salari minimi e misure di Stato sociale. Questi primi miglioramenti, seppur variegati, rappresentarono l'attuazione dell'idea che una democrazia deve provvedere a un'organizzazione sociale del lavoro che consenta la partecipazione politica.
Il percorso verso il Novecento fu lungo e segnato da lotte. Solo in pochi paesi, come Gran Bretagna e Germania, l'industria divenne il settore principale. Il sistema delle committenze scomparve quasi del tutto per poi riemergere in forme nuove nel presente. Nell'agricoltura il lavoro fu progressivamente meccanizzato e integrato nel commercio mondiale mentre il settore dei servizi divenne quello più numeroso. Furono le riforme industriali del 1870 a dettare il passo per tutti i miglioramenti. La cesura più duratura fu l'assicurazione obbligatoria che valorizzò lo status dei salariati. Il lavoro domestico, dopo un'ulteriore ondata di femminilizzazione all'inizio del Novecento, vide la sua condizione alleggerita dall'elettrificazione e dagli elettrodomestici ma si trasformò in un'attività solitaria della casalinga. Solo dopo la Seconda guerra mondiale, con il boom economico, le donne tornarono a premere sul mercato del lavoro e il lavoro domestico cominciò a rendersi visibile come forma a sé stante.
Nell'agricoltura del Novecento la ristrutturazione fu radicale. La dipendenza da protezioni statali, le innovazioni tecnologiche e la globalizzazione portarono a una riduzione permanente della forza lavoro, a un aumento dell'insicurezza e a un'opacità dei processi produttivi che li resero quasi invisibili ai consumatori urbani. Le condizioni di lavoro, legate alle stagioni e caratterizzate da una forte oscillazione della domanda, impedirono l'instaurarsi di tutele sociali paragonabili a quelle dell'industria. Le aziende agricole divennero dipendenti da lavoratori stagionali stranieri, mal pagati e alloggiati in condizioni di fortuna, rendendo impossibile lo sviluppo di un orgoglio professionale o di una rappresentanza sindacale. Questa tendenza, rafforzata dalla pressione all'innovazione e dalla burocratizzazione, creò uno strato di agricoltori, né ceto né classe, in un settore produttivo lacerato tra piccoli agricoltori, grandi imprenditori e una massa di lavoratori itineranti. Il numero di occupati in agricoltura si ridusse drasticamente, passando dal 24% dei lavoratori all'inizio degli anni ‘50 a solo il 2% intorno al 2000.
Una sorte simile toccò al personale di servizio. Già prima del 1900 le condizioni erano pessime per l'eccesso di offerta e la forte dipendenza personale ma la quantità di colleghi e la lunga durata dell'impiego permettevano ancora una qualche consapevolezza collettiva. Questa possibilità venne distrutta dopo la Prima guerra mondiale, con la riduzione del numero di domestici per famiglia a una sola persona, abbandonata a sé stessa e priva di potere negoziale. Quando i salari migliorarono si cominciò a reclutare forza lavoro straniera a più buon mercato, in un processo analogo a quello dell'agricoltura, che si estese su scala mondiale generando un mercato globale del personale di servizio domestico privo di tutele. La manodopera autoctona fu così costretta a riqualificarsi per l'industria e i servizi ma le speranze di ascesa sociale descritte da Kracauer negli impiegati del 1930 si rivelarono spesso illusorie. Le condizioni di lavoro in questi settori erano migliori in fatto di retribuzione e tempo libero ma i lavoratori erano molto più esposti alle fluttuazioni economiche, ai licenziamenti e alla concorrenza, in un contesto di controlli minuziosi e di razionalizzazione tayloristica che riduceva al minimo l'autonomia e le relazioni personali.
La crisi economica mondiale di fine anni ‘20 mostrò la fragilità di queste sicurezze, con licenziamenti di massa che colpirono impiegati e operai, generando un trauma duraturo. Le trasformazioni più rivoluzionarie si verificarono nel settore industriale, dove il taylorismo introdusse una rigida organizzazione gerarchica del lavoro, con prodotti standardizzati, misurazione della prestazione e regime temporale scandito al minuto. I conflitti sul cronometraggio e sui ritmi di lavoro si acuirono anche se le proteste non riuscirono a fermare la marcia trionfale di questo nuovo regime che portò l'industria a diventare il settore professionale dominante. Dopo la Seconda guerra mondiale questo modello si consolidò nel cosiddetto industrialismo, caratterizzato da grandi imprese gerarchiche, una chiara distinzione tra funzioni produttive (affidate all'operaio specializzato maschio) e non produttive, un sistema di previdenza sociale finanziato dai contributi, un sistema corporativo di negoziazione e un modello familiare basato sulla preminenza del reddito maschile. Questo ordinamento, che fu il motore della crescita economica, mostrò segni di cedimento dopo pochi decenni con la riscoperta del primato dei servizi, la crescente partecipazione femminile al mercato del lavoro e lo sgretolarsi del sistema di tutele, le quali portarono al crollo definitivo di questo modello.
I rapporti di lavoro in Europa occidentale hanno conosciuto, nell'arco degli ultimi due secoli, progressi quantitativi innegabili, testimoniati dall'aumento dei salari reali, dalla riduzione degli orari medi e dal rafforzamento della tutela giuridico-sociale, conquiste ottenute anche sotto la pressione delle lotte sindacali e al netto delle fluttuazioni congiunturali e belliche. Tuttavia, al di là di questi innegabili miglioramenti, Honneth sottolinea come la qualità dell'esperienza lavorativa sia rimasta sostanzialmente invariata. Ancora oggi è caratterizzata da subordinazione, dipendenza da superiori o da istanze anonime, esclusione dalle decisioni riguardanti l'organizzazione del lavoro, costante minaccia di licenziamento e assenza di quel riconoscimento sociale che pure sarebbe necessario per sentire il proprio contributo come essenziale alla conservazione della cultura comune. Il lavoro, nelle sue diverse forme, continua a configurarsi come un ambito separato dalla democrazia politica, un luogo in cui si disimparano sistematicamente quelle capacità e facoltà che la democrazia stessa esige normativamente, rendendo il mondo del lavoro un universo distante da quello della partecipazione cittadina. Prima di affrontare le possibili soluzioni per modificare questa situazione, Honneth ritiene indispensabile esaminare gli sviluppi più recenti del capitalismo, i quali, con le loro asincronie e incertezze, pongono sfide tanto gravi da indurre molti a ipotizzare una separazione totale tra garanzie di sussistenza e lavoro professionale, mettendo in discussione la stessa sopravvivenza di una politica democratica del lavoro.
Il periodo che va dalla metà degli anni ’70 a oggi si contraddistingue per trasformazioni tanto profonde da rendere i rapporti di lavoro capitalistici irriconoscibili rispetto a quelli vigenti cinquant'anni fa, quando la struttura sociale dell'industrialismo si era ormai stabilmente affermata. Questa affermazione non vuole drammatizzare un fatto scontato, poiché nel mondo del lavoro i cambiamenti si susseguono continuamente, talvolta più rapidi, talvolta più lenti e sono determinati di solito da innovazioni tecnologiche che fanno scomparire interi rami professionali, da trasformazioni del diritto del lavoro o da cicli congiunturali che influiscono sull'occupazione. Nel breve periodo che va da metà anni ‘70 a oggi tutte e tre queste variabili hanno conosciuto alterazioni decisive, mettendo in moto processi trasformativi che stanno conferendo al lavoro un volto completamente nuovo. Honneth sceglie di iniziare la propria analisi dalle massicce deregolamentazioni neoliberiste del mercato per individuare un punto di partenza definito nel flusso delle trasformazioni. Sotto la pressione di una concorrenza internazionale sempre più accesa e di un forte aumento dei costi sociali, i singoli Stati occidentali introdussero misure governative ispirate a quelle statunitensi che cancellarono gradualmente i limiti imposti ai mercati, con l'obiettivo di stimolare investimenti rapidamente redditizi e ridurre al contempo gli oneri a carico dello Stato. Esse comprendevano l'eliminazione di restrizioni legali in vari settori, la riduzione dei contratti pubblici e dei sostegni statali all'ambiente e all'occupazione, la revoca di leggi antimonopolistiche, la delegazione di funzioni pubbliche a privati e l'introduzione di agevolazioni fiscali per imprenditori e famiglie benestanti. Ciò portò alla nascita di un nuovo regime di accumulazione che si lasciò alle spalle la struttura sociale dell'industrialismo e spezzò le vecchie catene del capitalismo organizzato, sotto la regia del capitale finanziario, alla conquista di nuove opportunità di profitto su scala globale.
Questo cambiamento strutturale del diritto del lavoro non avrebbe potuto produrre massicce trasformazioni senza l'affiancamento di un'altra ondata di innovazioni iniziata con l'invenzione delle tecnologie dell'informazione. Internet, grazie alla sua indipendenza da tempo e spazio, rese tecnicamente disponibili nuovi strumenti di speculazione finanziaria, come il trading ad alta frequenza e, al contempo, costituiva per il capitale speculativo un oggetto d'investimento estremamente promettente. Da questa alleanza sorsero in breve tempo tre nuove forme d'impresa che avrebbero radicalmente trasformato l'organizzazione del lavoro.
Le imprese quotate in borsa, il cui principio-guida divenne la soddisfazione degli interessi degli azionisti, indebolirono la posizione dei dipendenti molto oltre quanto già fatto dal diritto del lavoro, facendo progressivamente perdere ai loro organi rappresentativi influenza interna su decisioni cruciali.
Le cosiddette piattaforme lavorative che, attraverso pagine web, delegano a lavoratori giuridicamente autonomi il soddisfacimento dei desideri dei clienti creando una nuova forma di sfruttamento in cui chi lavora agisce a proprio rischio e senza tutele ma deve cedere al committente la maggior parte del proprio guadagno come provvigione.
Le gigantesche aziende di Internet, come Amazon, Google e Facebook, spinte dal capitale finanziario, che hanno imparato a costruire monopoli digitali e a trarre considerevoli profitti secondari dall'accumulo esclusivo dei dati, sviluppando nel contempo tecniche di controllo completamente nuove che costringono i lavoratori a una sorta di autosorveglianza permanente sui propri obiettivi di prestazione, sottoponendoli a un inedito regime di dominio.
Passando a esaminare più da vicino la trasformazione concreta del mondo del lavoro, Honneth descrive un paesaggio estremamente frastagliato, in cui il vecchio e il nuovo si mescolano in un intreccio di asincronie che rende difficile individuare un punto di partenza appropriato per l'analisi. In agricoltura i cambiamenti sono stati relativamente minori, con il semplice proseguimento di un trend iniziato nel secondo dopoguerra. Le grandi imprese a conduzione quasi industriale o le fattorie private ad alta intensità di capitale si servono di macchine supportate da software mentre il tipico agricoltore è diventato un manager che gestisce la propria azienda in gran parte da solo, passando più tempo al computer che nei campi e affrontando crescenti difficoltà economiche nel convincere la generazione successiva a proseguire l'attività. Nel lavoro domestico privato le apparenze ingannano perché, sotto la superficie, si sono verificati cambiamenti profondi. La quota femminile dell'occupazione è aumentata ma la forte incidenza di lavori part-time mostra che non si è riusciti a trasformare radicalmente il modello tradizionale di divisione del lavoro tra uomo e donna, con il peso delle mansioni domestiche che continua a gravare principalmente sulla compagna o sulla moglie. L'imprenditoria capitalistica ha risposto a questo doppio fardello femminile mercificando sempre più componenti dell'attività domestica, trasformandole in beni e servizi acquistabili sul mercato. Le grandi sconfitte di questo processo sono, però, quelle donne prive di mezzi che alimentano un immenso esercito di riserva, provenienti spesso dalle regioni povere del mondo, che prestano i propri servizi come collaboratrici domestiche, badanti o babysitter in case benestanti, senza tutele contrattuali, a totale disposizione dei datori di lavoro e costrette a rimettere gran parte del loro misero salario ai familiari rimasti nel paese d'origine, in una forma di organizzazione del lavoro sociale per cui l'espressione "sfruttamento" sarebbe ancora troppo mite.
Nei servizi a prevalenza femminile la combinazione tra privatizzazione del settore pubblico e spinta alla massimizzazione delle rendite ha dato luogo a una razionalizzazione aziendale che riprende i metodi del taylorismo, applicati però alle attività di cura, pulizia, amministrazione e vendita. Ovunque si tratti di lavoro d'ufficio, vendita al dettaglio, servizio al cliente o assistenza sanitaria il ricorso al taglio dei servizi, alla standardizzazione dei prodotti, al potenziamento della divisione del lavoro e alla misurazione minuziosa delle prestazioni ha aumentato la redditività individuale con conseguenze drammatiche sull'esperienza di chi deve svolgere queste mansioni. L'attività professionale minaccia costantemente di sconfinare nella sfera privata, il lavoro viene svuotato di rapporti sensati con mansioni affini, i controlli sono scanditi in modo più stretto e individualizzato e su ogni operazione sembra vigilare l'occhio invisibile di una direzione che commisura tutto al profitto. Ancora più duro è il mondo del lavoro delle piattaforme, dove il sistema delle committenze ottocentesco celebra la sua resurrezione in vesti nuove. Lavoratori giuridicamente autonomi prestano servizi a proprio rischio e pericolo, finanziano con mezzi propri le loro forze produttive e devono pagarsi da soli l'assicurazione mentre l'isolamento e l'assenza di contatto tra loro impediscono qualsiasi forma di resistenza organizzata.
Il lavoro industriale, dal canto suo, ha subito una profonda trasformazione. Alcuni rami sono scomparsi quasi interamente in seguito alla deindustrializzazione, altri, come l'edilizia, sembrano mantenere inalterata la loro natura fisica, sebbene, anche qui, dietro la facciata dell'arcinoto si celino gli abissi della precarietà, con operai itineranti impiegati solo per un singolo progetto e privi di previdenza sociale. Nelle industrie-chiave la catena di montaggio fordista è entrata in crisi negli anni ‘70, portando all'istituzione di gruppi di lavoro che cogestivano i processi ma questa fase non è durata a lungo perché le imprese hanno ben presto cominciato a esternalizzare rami della produzione a subfornitori e subappaltatori, dove regnano fretta, pressione e freddezza sociale. Nei rami ad alta qualifica, come la medicina, la digitalizzazione non ha eliminato la necessità del contatto personale mentre nel settore bancario e assicurativo l'impatto è stato radicale. Il colloquio con il cliente ha ormai un ruolo marginale, l'attività si svolge esclusivamente al computer e la digitalizzazione individualizza sempre più il lavoro, vanificando la cooperazione e facendo perdere ogni rapporto con un'etica professionale vincolata al bene sociale.
Da questa rapida rassegna Honneth individua cinque tendenze generali che cominciano a delinearsi nella natura, nell'organizzazione e nelle forme d'impiego del lavoro sociale, senza che nessuna di esse si sia ancora consolidata al punto da consentire riferimenti attendibili a trasformazioni strutturali di lunga durata. La prima tendenza è il crescente isolamento dei lavoratori che hanno sempre meno bisogno di stabilire contatti diretti con chi esegue attività uguali o affini, una tendenza atomizzante accelerata dalla digitalizzazione, dall'individualizzazione dei controlli e dall'imporsi di ideologie culturali come la responsabilità individuale e l'autottimizzazione. A questa tendenza se ne accompagna una seconda di natura diacronica, legata al profondo cambiamento nella forma organizzativa delle imprese, sempre più decentrate e in rete, dove l'impiego a vita è sostituito da una successione di lavori a progetto che richiedono ogni volta nuove qualifiche, rendendo quasi impossibile la crescita organica di un sapere accumulato con l'esperienza e determinando una sequenzializzazione della biografia professionale che allarga sempre più le maglie della rete sociale, rendendo i contatti tra i lavoratori più effimeri e superficiali. La terza tendenza è lo slittamento crescente da mansioni artigianali o manuali ad attività che esigono maggiore competenza analitica e sapere formale, una smaterializzazione progressiva delle prestazioni socialmente necessarie che produce un passaggio dal lavoro occhio-mano al lavoro cognizione-simbolo, con un conseguente mutamento del tipo di stress, dalla fatica industriale all'esaurimento psichico o mentale. La quarta tendenza è la crescente mercificazione dei servizi, sociali e domestici, che prima erano prestati in istituzioni pubbliche o in case private e oggi sono trasformati in prestazioni lavorative acquistate da imprese capitalistiche in vista della massimizzazione dei profitti, suddivise in unità calcolabili e sottoposte ai dettami dell'incremento di produttività. La quinta e ultima tendenza è la precarizzazione del lavoro sociale, con lo sfaldamento dello status giuridicamente riconosciuto di lavoratore salariato che aveva garantito un pezzo di strada verso la partecipazione democratica, sostituito da forme atipiche come il lavoro interinale, a tempo determinato o il cosiddetto lavoro autonomo alternativo che riducono i diritti e rendono più evidente quella sostanza immutata dell'esperienza lavorativa fatta di subordinazione e dipendenza esistenziale.
Queste tendenze, nel loro insieme, contraddicono direttamente i requisiti necessari per un'organizzazione del lavoro che promuova la democrazia perché isolano i lavoratori anziché metterli a più stretto contatto, aumentano l'opacità della divisione sociale del lavoro anziché renderla più trasparente, riducono l'indipendenza economica anziché migliorarla e intensificano la mercificazione di attività prima sottratte al mercato. Per Honneth è anche possibile riconoscere delle tendenze positive, come le misure giuridiche di lotta alle discriminazioni e di flessibilizzazione dell'orario lavorativo che corrispondono a interessi legittimi di una parte della popolazione, ma nell'immagine complessiva prevalgono toni cupi, a segnalare una cesura sempre più profonda tra il diritto di partecipazione democratica e le chance di un suo esercizio effettivo.
Prima di discutere le possibili misure di politica del lavoro che potrebbero ridurre questa cesura, Honneth chiarisce il concetto di divisione sociale del lavoro, sottolineando che la chiave per una comprensione politica del mondo del lavoro risiede nel tipo di connessione delle attività entro la divisione sociale del lavoro. Chi persegue una prospettiva normativa di aumentare le chance di partecipazione democratica deve prendere in considerazione la complicata rete dei contributi al lavoro sociale reciprocamente collegati. Per questo Honneth critica la concezione tradizionale che limita la divisione del lavoro alle attività retribuite dal mercato, escludendo il lavoro domestico non pagato, e propone un allargamento del concetto a tutte le attività rivolte a uno scopo socialmente universalizzabile, senza però spingersi fino a disgregare il concetto stesso. Confuta, poi, due presupposti che ostacolerebbero la riforma della divisione del lavoro: la fallacia volontaristica, secondo cui essa sarebbe il risultato di libere scelte professionali, e la fallacia deterministica, secondo cui sarebbe determinata da necessità tecnologiche. Contro la prima Honneth mostra come fattori come le ideologie sulle attitudini naturali, l'autodiscriminazione sociale e la mancanza di alternative reali limitino fortemente la libertà di scelta. Contro la seconda, attraverso l'analisi storica delle alternative alla produzione di massa e dell'istituzionalizzazione delle professioni operaie, dimostra che le forme assunte dalla divisione del lavoro sono il risultato di conflitti politici e scelte sociali, non di esigenze tecniche inevitabili, e che anche la definizione dei confini tra professioni è il prodotto di accordi e compromessi rivedibili. Quindi nessuna delle due strade fornisce argomenti validi per escludere la possibilità di riformare la divisione del lavoro in senso democratico, rendendo le attività più aperte, cooperative e meno monotone.
Honneth muove dal progetto teorico del reddito di base incondizionato, le cui fondamenta furono gettate da André Gorz nel suo libro Addio al proletariato, con il quale intendeva congedarsi dall'idea marxista di una classe operaia che si rivoluziona attraverso l'esperienza lavorativa proponendo un reddito minimo incondizionato per tutti i cittadini adulti come strumento per ravvivare l'impegno democratico al di là della sfera professionale. Gorz radicalizzò successivamente la sua concezione, sostenendo che la parola d'ordine della liberazione nel lavoro avesse perso significato a causa dell'autonomizzazione tecnologica del sistema industriale e che dovesse essere sostituita dal progetto di liberare i lavoratori dal lavoro mediante un reddito di cittadinanza. Philippe Van Parijs riprese il programma, emendandolo dalle tracce del pensiero di Hannah Arendt e ricavandone i postulati fondamentali di una teoria socio-economica del reddito di base incondizionato che divenne il documento fondativo di una rete mondiale di attivisti. Honneth dichiara di voler concentrare le proprie perplessità esclusivamente sul nucleo teorico-sociale di questo programma, tralasciando le questioni relative al finanziamento e all'ammontare del reddito.
Una volta sottratti gli aspetti economico-finanziari, il nucleo teorico-sociale del programma consiste nella convinzione che le persone, liberate dalla coazione al lavoro e dotate di un reddito sufficiente, svilupperebbero un interesse vitale a partecipare al confronto democratico. In questa tesi Honneth individua due premesse implicite. La prima è che la sfera professionale non è più vissuta come un luogo di appartenenza e di organizzazione dell'esistenza, un'assunzione sostenuta da Gorz con l'argomento della tecnicizzazione che ha fatto perdere al lavoro il suo carattere unitario e da Claus Offe con la tesi della crescente deprofessionalizzazione che fa sì che il lavoro non sia quasi più percepito come un vincolo morale. Entrambi ritengono che, poiché il lavoro è ormai vissuto come coazione esterna, non abbia più senso cercarvi stimoli per l'impegno democratico. La seconda premessa è che la liberazione dalla coazione al lavoro, resa possibile dal reddito di base, possa suscitare quell'impegno democratico che il lavoro non genera più, configurando il reddito di base come un surrogato degli incentivi un tempo creati dal lavoro stesso.
Honneth contesta radicalmente questa impostazione, sostenendo che ignora la funzione insostituibile della divisione sociale del lavoro nel suscitare un senso di responsabilità comunitaria senza il quale sarebbe impossibile qualsiasi formazione democratica della volontà. Se non si comprende che gli oneri della conservazione economica della comunità ricadono su tutti non si avranno motivi per occuparsi degli interessi altrui nel dibattito politico. La divisione del lavoro, nonostante i suoi difetti, è una delle poche fonti ancora in grado di alimentare un senso di universalità sociale. Se viene meno scompare anche l'attenzione ai bisogni degli altri. Senza le fondamenta di una divisione del lavoro regolata, la formazione democratica della volontà diventerebbe un'iniziativa privata e chi scegliesse di non lavorare, grazie al reddito di base, vivrebbe parassitariamente del lavoro altrui.
Solo l'inclusione nella divisione sociale del lavoro genera il sentimento di dipendenza dagli altri membri della società. Oltre alla scuola pubblica il lavoro è l'unico luogo che obbliga quasi tutti a stabilire contatti al di là del proprio ambiente di provenienza e a cercare soluzioni comuni nonostante le divergenze. Questa caratteristica costituisce la sua funzione insostituibile. Persino nei rapporti di lavoro più difficili l'impiego socialmente regolato trasmette un senso di inclusione sociale, come dimostrano ricerche empiriche da Marienthal in poi e studi recenti sugli effetti del lavoro da remoto durante la pandemia. La collaborazione nella sfera pubblica democratica presuppone un sistema funzionante di cooperazione sociale. Chi ne è escluso, sentendosi superfluo, non avrà impulso a partecipare alle deliberazioni pubbliche.
L'idea del reddito di base negherebbe questo vincolo tra impegno civico e inclusione nella cooperazione sociale poiché un contributo monetario a beneficiari individuali non può avviare un confronto sociale se lascia alla discrezione individuale la partecipazione ai processi di integrazione. Il lavoro apre gli interessi individuali alla comunità sociale attraverso responsabilità condivise mentre il reddito di base lascerebbe gli interessi immutati, orientati esclusivamente alle preferenze soggettive, allevando consumatori privati anziché cittadini pronti al dialogo e al compromesso. I sostenitori del reddito di base restano debitori di una risposta su quale equivalente funzionale sostituirebbe il lavoro nel creare quelle legature sociali necessarie alla partecipazione democratica poiché le associazioni private, religiose o sportive tendono a rafforzare interessi privati anziché preparare il terreno all'impegno politico.
Se il programma viene ridotto al solo obiettivo di rafforzare il potere contrattuale individuale dei lavoratori sul mercato del lavoro, l'aspettativa di democratizzazione viene accantonata e il reddito di base serve ad ampliare le opzioni di "uscita" del singolo lavoratore, esercitando pressione sulle imprese. Questa misura, allora, rischierebbe di minare il potere collettivo dei sindacati poiché il singolo lavoratore potrebbe rifiutare offerte svantaggiose ma si convincerebbe di non aver più bisogno di una rappresentanza collettiva, producendo un circolo vizioso che danneggerebbe la massa dei lavoratori.
Honneth si chiede come trasformare le forme esistenti della divisione del lavoro per contribuire maggiormente all'integrazione democratica, prospettando una politica democratica del lavoro che però si scontra con l'apparente assenza di resistenza sociale. Contesta la visione tradizionale di Hirschman, secondo cui la resistenza si esprime solo attraverso la "protesta" o la "defezione", sostenendo che oggi, a causa della destrutturazione e dell'isolamento del lavoro, la ribellione assume forme individuali e sfuggenti come sabotaggi, disobbedienze e perdita di tempo. Questi atti, anche se non costituiscano una critica moralmente fondata, rivelano un rifiuto tacito che confuta l'ipotesi di un'ampia accettazione. Le lotte del lavoro si svolgono nei recessi della vita sociale e a questo focolaio di inquietudine può appellarsi una politica democratica del lavoro. Da queste lotte individualizzate non si può desumere cosa i lavoratori vogliano realmente: sanno ciò che non vogliono ma non ciò che vorrebbero al suo posto.
Per colmare questo vuoto Honneth propone una politica del lavoro con una funzione performativa trasformativa che offra un'interpretazione degli atti di resistenza capace di accomunarli e di avviare un processo di presa di coscienza. Questa politica deve evitare due errori: non proporre interpretazioni troppo distanti dagli atti concreti e non elevare ogni singola esigenza a finalità generale. Deve trovare una via intermedia che aderisca al desiderio dei lavoratori di più controllo sul lavoro e lo universalizzi in una cornice interpretativa che lo renda comprensibile come esigenza di trasformare i rapporti di lavoro per rendere possibile la partecipazione democratica. Con politica del lavoro intende una prassi che consegue la sua forza trasformativa solo se ottiene il consenso collettivo di coloro nel cui nome viene esercitata, definendola democratica perché mira a consentire ai suoi beneficiari di cooperare alla formazione democratica della volontà attraverso miglioramenti mirati dei rapporti lavorativi. Questa politica non può partire dall'abolizione totale del capitalismo, che va oltre l'orizzonte immaginativo dei lavoratori, ma deve cominciare da ciò che esiste.
Honneth identifica due strumenti principali per una politica democratica del lavoro. Il primo consiste nel cercare alternative istituzionali al principio allocativo del mercato del lavoro, come il servizio statale obbligatorio e le cooperative di produzione. Il secondo consiste nel migliorare le condizioni del lavoro salariato tradizionale per ridurre la sua distanza dall'agire democratico. Suggerisce che le possibilità di successo aumenterebbero se si perseguissero e combinassero entrambe le strategie. Nella storia del capitalismo sono esistiti vari mezzi di allocazione del lavoro oltre al mercato: schiavitù, autonomia imprenditoriale, lavoro coatto, cooperative, servizio statale obbligatorio, lavoro domestico. Ai fini di una riorganizzazione democratica considera il servizio obbligatorio e le cooperative, escludendo schiavitù e lavoro coatto per la violazione della libera scelta professionale.
Per il servizio statale obbligatorio, inteso come impiego imposto per legge e limitato nel tempo per lavori di bene comune che non richiedano lunga formazione, adduce due argomenti. Primo, data la disparità crescente delle situazioni sociali, sarebbe consigliabile esigere che ogni membro della società dedichi un breve periodo a svolgere attività di cura presso cerchie diverse dalla propria per apprendere l'immedesimazione in forme di vita non familiari. Secondo, il servizio obbligatorio comporterebbe una redistribuzione del carico di lavoro sociale che avvantaggerebbe i lavoratori dei settori sanitario e sociale, la cui attività malpagata e logorante verrebbe alleggerita e valorizzata, e che acquisirebbero un compito pedagogico nell'addestramento dei nuovi arrivati, rafforzando le loro chance di partecipazione democratica. Honneth riconosce le riserve legate alla sospensione della libera scelta professionale ma ritiene che la somma degli effetti positivi sulla convivenza democratica compensi il prezzo della limitazione temporanea della libertà. Un servizio sociale finanziato dallo Stato, invece, si basa sulla libera scelta ed è rivolto a disoccupati che desiderano non sentirsi socialmente superflui, offrendo loro l'opportunità di riottenere autocoscienza e rinforzo sociale attraverso la reintegrazione nella cooperazione sociale. In senso stretto, questi due strumenti sono integrazioni al mercato del lavoro. Il servizio obbligatorio sarebbe un'integrazione stabile mentre il servizio volontario sarebbe consigliabile solo in periodi di alta disoccupazione.
Le cooperative di produzione, in cui i lavoratori hanno il controllo sulle decisioni perché proprietari dei mezzi di produzione, costituiscono, invece, un'alternativa reale al mercato del lavoro capitalistico. Honneth ritiene che la loro conversione graduale sarebbe la via regia verso un mondo del lavoro democratico ma è irta di ostacoli nel breve periodo. La tesi che le cooperative contribuiscano all'emancipazione politica dei lavoratori risale a John Stuart Mill, il quale le considerava una scuola di simpatia sociale e intelligenza pratica. Le cooperative di produzione lottano con problemi derivanti dalla tensione tra intenti socio-morali e coazioni della redditività capitalistica: l'esigenza di allocare specialisti adeguati, di avere una dirigenza stabile e altamente specializzata e di evitare effetti di parassitismo. Il proposito di parificare gli stipendi si scontra con l'urgenza di attrarre specialisti. La decisione democratica su tutte le posizioni soccombe alla necessità di una dirigenza esperta. L'intento comune è esposto al rischio di opportunismo. A questi problemi strutturali si aggiunge l'acuirsi della concorrenza globalizzata che rende difficile per le cooperative spostare la produzione in paesi a basso costo. Nonostante le prove empiriche che il controllo democratico aumenta la capacità di azione politica e l'autocoscienza collettiva dei lavoratori, le prospettive di successo economico delle cooperative sono scarse. Potrebbe contrastarle solo uno Stato che le sostenga con sovvenzioni e una dirigenza adeguata finché non si stabiliscano come luoghi di collaudo duraturi di un regime di lavoro alternativo. Honneth ricorda anche i tentativi di cooperativizzazione del lavoro domestico nella Vienna rossa tra il 1919 e il 1934 che trasferirono cucina e bucato in spazi comuni e organizzarono le pulizie in forma cooperativa, rendendo il lavoro domestico meno isolato e più comunitario, ma questo esempio non ha avuto grandi ripercussioni. Oggi l'economia sommersa alternativa, pur essendo di fatto una forma di cooperativismo in miniatura, resta confinata in nicchie locali e autosegregate, senza riuscire a fungere da modello per una trasformazione generale.
Per il secondo strumento, il miglioramento del lavoro salariato, richiama cinque dimensioni di limitazione della partecipazione democratica: economica, temporale, psichica, sociale e mentale. Per la limitazione economica occorre garantire un salario sufficiente, libertà da coercizioni e una voce in capitolo sul contratto, recuperando il rapporto di lavoro normalizzato conquistato in oltre cento anni di lotte. Per la limitazione temporale bisogna ridurre l'orario di lavoro nei settori più gravosi, tenendo conto che l'intensificazione del carico mentale riduce il tempo e l'energia per la politica. Per la limitazione psichica, derivante dallo scarso riconoscimento sociale di interi rami professionali, è necessario influenzare il sistema di valori ma il miglioramento della reputazione deve accompagnarsi a un effettivo riassetto delle condizioni lavorative per evitare che i lavoratori non si sentano meritevoli del riconoscimento. La limitazione mentale, legata alla monotonia e alla povertà di stimoli del lavoro, va abolita arricchendo e riassettando i rami lavorativi finora considerati poco qualificati. La limitazione sociale, infine, richiede di ampliare la cogestione dei lavoratori attraverso la rappresentanza sindacale e a livello della regolazione quotidiana dei processi lavorativi. I sindacati, pur imprescindibili, assolvono in modo insufficiente a questa funzione. Servirebbe creare gruppi di lavoro autorganizzati e parzialmente autonomi che gestiscano l'organizzazione e la ripartizione dei compiti consentendo ai lavoratori di sviluppare fiducia nell'efficacia delle proprie convinzioni e capacità. L'ostacolo principale è la politica di incremento delle prestazioni individuali che scompone le operazioni per controllare il rendimento.
Honneth conclude che le due strategie hanno punti deboli complementari. La ricerca di alternative rischia di perdere di vista la fattibilità storica mentre le riforme interne rischiano di guardare solo al presente. Sarebbe quindi auspicabile combinarle, in modo che le cooperative non siano intese come alternative alle riforme ma come la loro altra faccia complementare. Ritiene che questa via intermedia sia l'unica possibile e l'imperativo del momento. Riconosce che allo stato attuale non si può sperare in un interesse pubblico per una politica democratica del lavoro né in una ribellione collettiva poiché sul mondo del lavoro sembra essersi depositata un'atmosfera di rassegnazione. Esistono piccole scene di resistenza silenziosa e la politica invocata deve ricominciare da lì, sostenendole con argomenti morali, senza tronfie speranze rivoluzionarie e molto realismo.
