Negli ultimi mesi il mercato del lavoro israeliano è parso molto contraddittorio. Il tasso di disoccupazione è rimasto stabilmente basso per tutto il periodo bellico, suggerendo una robustezza strutturale dell'economia, ma sotto la superficie si è verificato un fenomeno preoccupante che rischia di minare questa stessa solidità. Dal 7 ottobre, infatti, il numero di persone che sono entrate nell'età lavorativa ma che non partecipano attivamente al mercato del lavoro si è avvicinato a quota 250.000, un dato sintomo di una crescente disaffezione o impossibilità a integrarsi nel mondo produttivo. Il professor Momi Dahan dell'Università Ebraica di Gerusalemme, dice The Marker, ha analizzato queste dinamiche in suo studio sull'età lavorativa distinguendo due fasce di popolazione, i giovani tra i 18 e i 24 anni e gli adulti tra i 25 e i 65, e definendo la partecipazione al mercato del lavoro come la condizione di chi è occupato o sta attivamente cercando un impiego mentre chi non lavora e non cerca lavoro viene classificato come non partecipante. La sua ricerca ha rivelato un dato sconcertante: su 363.000 uomini e donne che si sono aggiunti alla popolazione in età lavorativa durante il conflitto soltanto 80.000 risultano effettivamente partecipanti al mercato del lavoro, il che equivale a un tasso di partecipazione di appena il 22% tra i nuovi ingressi, un valore drammaticamente inferiore rispetto al passato. Questo fenomeno è particolarmente pronunciato tra i giovani uomini. Dahan ipotizza che la spiegazione principale vada ricercata nell'improvviso incremento del numero dei feriti dell’IDF e delle vittime di atti ostili dal 7 ottobre in poi, con 25.000 nuovi pazienti entrati nel dipartimento di riabilitazione del Ministero della Difesa e 23.000 nuovi beneficiari di indennità per vittime di ostilità, ai quali si devono aggiungere gli effetti indiretti sulla partecipazione al lavoro dei familiari che prestano assistenza ai feriti, nonché quei feriti e vittime che non hanno ancora ricevuto un riconoscimento ufficiale e quindi non compaiono nemmeno in queste statistiche. Per comprendere la portata della cesura rappresentata dalla guerra ha confrontato questi dati con il decennio precedente al conflitto, tra il 2013 e il 2022, quando 1,1 milioni di persone erano entrate nell'età lavorativa e il 61% di esse partecipava al mercato del lavoro, un tasso quasi tre volte superiore a quello registrato durante la guerra, il che indica che la rottura è legata alle conseguenze del conflitto. Questo aumento ha fatto salire la loro incidenza complessiva sulla popolazione in età lavorativa di due punti percentuali, portandola al 38,4%, un livello superiore persino a quello precedente alla crisi del Covid-19, quando si attestava al 36,4%, a dimostrazione che la guerra ha prodotto un effetto più duraturo e profondo di una pur grave pandemia. Nonostante il tasso di disoccupazione ufficiale sia ancora molto basso, pari al 2,9%, e il mercato del lavoro israeliano abbia storicamente dimostrato una notevole resilienza e capacità di ripresa anche dopo shock pesanti, Dahan sottolinea che il tasso di crescita annua della popolazione in età lavorativa è sceso dal 2% all'1,7%, probabilmente a causa di un saldo migratorio negativo con gli israeliani che hanno lasciato il paese. Quindi, non solo l'incremento demografico si è ridotto ma la maggior parte dei nuovi potenziali lavoratori si sta di fatto staccando dal mondo produttivo. È possibile che anche la rapida crescita della popolazione ultraortodossa, tradizionalmente caratterizzata da bassi tassi di partecipazione maschile, contribuisca a spiegare il fenomeno ma l'analisi di Dahan non si è concentrata su questo aspetto, bensì sul cambiamento intervenuto specificamente negli anni della guerra rispetto al periodo precedente, isolando l'impatto del conflitto come variabile determinante. A complicare ulteriormente il quadro, durante la guerra si è verificata un'altra trasformazione significativa, legata al crollo del numero di lavoratori palestinesi a causa del divieto governativo di ingresso in Israele. Prima del 7 ottobre nel paese lavoravano 350.000 lavoratori stranieri e palestinesi in parti uguali. Dopo lo scoppio del conflitto il numero dei palestinesi è sceso a poche migliaia, sebbene decine di migliaia di loro continuino di fatto a entrare illegalmente e a essere impiegati in edilizia e nella ristorazione, costringendo il governo a importare decine di migliaia di lavoratori stranieri per sopperire alla paralisi dei cantieri e, successivamente, anche per colmare le carenze nei ristoranti e nelle catene di distribuzione. Alla fine del primo trimestre del 2026, secondo i dati dell'Autorità per la Popolazione e l'Immigrazione, in Israele risultavano presenti 195.452 lavoratori stranieri con permessi di soggiorno e lavoro validi, ai quali si aggiungono 42.000 lavoratori senza permesso.
Il rapporto annuale sul mercato del lavoro in Israele, pubblicato giovedì, conferma che la resilienza complessiva dell'occupazione cela profonde fratture strutturali e sfide decisive per il futuro economico del paese. Dopo quasi tre anni di guerra il mercato del lavoro ha mostrato una relativa tenuta, con un tasso di disoccupazione basso e un'occupazione che è tornata ai livelli pre-bellici, attestandosi attorno al 60%. Questo dato macroeconomico positivo si scontra con una realtà molto più articolata. Il numero di posti vacanti rimane elevato, i salari sono aumentati a stento e l'irruzione dell'intelligenza artificiale impone una riorganizzazione profonda, specialmente nell'hi-tech, un settore che da solo contribuisce a un quinto del Pil e a oltre la metà delle esportazioni israeliane, impiegando più di 400mila lavoratori, l'11,5% della forza lavoro.
L'analisi geografica delle ricadute del conflitto rivela un divario netto tra nord e sud del paese. Il sud si è già ripreso, con tassi di occupazione simili alla media nazionale, mentre il nord ha subito un danno più persistente. Le località evacuate entro i 3,5 chilometri dal confine libanese registrano un tasso di occupazione fermo al 74%, quattro punti percentuali in meno rispetto al periodo anteguerra, e la popolazione maschile in queste aree è stata la più colpita, con un tasso di occupazione sceso al 64%. A livello demografico le diverse componenti della società israeliana viaggiano su traiettorie opposte. Gli uomini ebrei non ultraortodossi stanno pagando il prezzo del servizio di riserva prolungato, con un tasso di occupazione sceso dall'87% all'86%, mentre tra gli uomini ultraortodossi il tasso si attesta al 53%, con il resto della popolazione maschile che rimane nelle yeshiva, tradendo l'obiettivo governativo di arrivare al 65% entro la fine del decennio, tanto che il numero di studenti delle yeshiva è aumentato dell'83% nel decennio precedente la guerra, raggiungendo quota 170mila, anche a causa dell'incertezza sull’obbligo della leva. Tra i dati incoraggianti spicca il traguardo delle donne arabe, il cui tasso di occupazione ha raggiunto un record storico del 49%, più che triplicato rispetto al 32% di un decennio fa, con una crescita che non si è arrestata nonostante la guerra grazie alla loro concentrazione in settori stabili come l'istruzione e la sanità. Anche gli uomini arabi mostrano un tasso del 76%, beneficiando parzialmente dell'elevata domanda nel settore edile, dove nell'ultimo anno si sono inseriti 14mila cittadini arabo israeliani. Le donne ebree, pur registrando un leggero calo all'83%, lavorano comunque più di dieci anni fa, quando erano sotto l'80%, ma il rapporto lascia aperto il dubbio se si tratti di impieghi di qualità o se il caro vita le costringa ad accettare qualsiasi lavoro mentre le donne ultraortodosse hanno già superato l'obiettivo governativo, con un tasso di occupazione dell'81%, sebbene prevalentemente nell'istruzione e meno in settori ad alta produttività.
Il rapporto conferma l'impatto della guerra sulle nuove generazioni. Le compagne dei riservisti hanno faticato a rientrare nel mondo del lavoro e, quando vi sono riuscite, hanno spesso subito una riduzione dell'orario e un rallentamento della carriera. L'inattività è diminuita tra le donne ma è aumentata tra gli uomini, incluso tra gli ultraortodossi, dove è salita dal 6% all'11%, e tra i giovani arabi, al 17%, mentre tra i giovani ebrei l'inattività è salita dal 7% al 10%, un dato che gli esperti attribuiscono ai cicli di riserva che impediscono di stabilizzarsi negli studi o nel lavoro. Nel settore hi-tech, dopo un rallentamento dovuto alla riforma giudiziaria e allo scoppio della guerra, si è registrata una ripresa negli investimenti ma il quadro si fa nuovamente cupo. Il numero di disoccupati nel settore ha raggiunto quota 16.000 a maggio e si prevede che supererà i 20.000 durante l'estate a causa del rafforzamento dello shekel, dell'impatto dell'intelligenza artificiale e del contesto geopolitico che hanno già sottratto 3.500 posti di lavoro nello sviluppo rispetto all'anno precedente, spingendo molti lavoratori all'estero.
A completare il quadro l'analisi di esperti come il economista Amit Ben Tzur, direttore dell’Arlozorov Forum, sottolinea come il rapporto si concentri principalmente sulla quantità di posti di lavoro e trascuri la questione cruciale della qualità dell'occupazione. Il salario reale è rimasto quasi invariato, il salario nel settore pubblico si è eroso e la carenza di manodopera non si traduce in un miglioramento dei salari o della qualità dei posti di lavoro. Nel 75% dei settori economici i salari sono al di sotto della tendenza storica di lungo periodo, un fenomeno iniziato già con la pandemia e non spiegabile unicamente con l'ingresso di lavoratori stranieri. Potrebbe, infatti, riflettere il potere contrattuale dei datori di lavoro. Anche la ripresa dell'hi-tech appare guidata principalmente da professioni tecnologiche, sollevando il timore di una ripolarizzazione del mercato tra diverse categorie di lavoratori. Il rapporto dedica scarsa attenzione alla tutela dei diritti dei lavoratori stranieri e alle diverse forme di impiego nel settore hi-tech, come freelance, appaltatori o esternalizzati, che presentano livelli molto diversi di sicurezza e potere contrattuale. Infine manca di un'analisi approfondita delle relazioni industriali.
Il settore hi-tech
Il motore di crescita dell'economia israeliana, il settore high-tech, si trova ad affrontare una serie di sfide complesse che vanno dalla rivoluzione dell'intelligenza artificiale alle conseguenze della guerra fino all’assenza prolungata dei lavoratori chiamati a svolgere il servizio di riserva. Tuttavia, dice The Marker, se si chiede agli esperti finanziari e agli amministratori delegati del settore quale sia il problema più importante la risposta è unanime: il tasso di cambio. Il rafforzamento dello shekel rispetto al dollaro comprime i margini di profitto delle aziende israeliane, le quali pagano stipendi e spese in shekel, mentre i loro ricavi e i fondi degli investitori sono denominati in dollari. In risposta a questa difficoltà il Ministero delle Finanze ha annunciato un piano di sostegno del valore di 1,6 miliardi di shekel per gli esportatori, di cui un miliardo sarà destinato a un "percorso di assistenza rapida per aziende in fase di avvio e crescita". Non si tratta di una somma irrisoria ma non è nemmeno particolarmente ingente rispetto alle dimensioni dell’hi-tech e alla profondità del problema. Poiché al momento non è possibile valutare se questa difficoltà sia temporanea e se il dollaro si rafforzerà nel breve termine, non è certo che un maggiore afflusso di fondi risolverebbe necessariamente i problemi mentre sembra che il governo stia cercando di guadagnare mesi e di comunicare che non sta ignorando le difficoltà, sperando che il tasso di cambio salga. All'interno del settore l’impatto dipende dalle dimensioni e dalla loro dipendenza da capitali esterni poiché, ad esempio, un'azienda di cybersecurity fondata da veterani di unità tecnologiche non è paragonabile a un'azienda che sviluppa un'applicazione per consumatori, rendendo molto difficile elaborare una politica governativa che aiuti esattamente chi ha bisogno di sostegno. Inoltre, a causa delle caratteristiche strutturali dell'hi-tech, come i livelli salariali elevati nel settore e la riluttanza delle aziende a ridurre gli stipendi per timore di danni d'immagine, a meno che non si trovino in una crisi profonda, diventa più difficile giustificare una politica di sostegno per tali imprese. Lo Stato ha deciso di assistere solo un tipo di aziende, ovvero le startup giovani e le società in crescita che dovrebbero essere la punta di diamante dell'economia israeliana tra qualche anno ma non sono attrezzate per affrontare fluttuazioni brusche dei tassi di cambio mentre le multinazionali sono rimaste escluse dal programma di sostegno. Questa decisione deriva da diverse ragioni. In primo luogo per influenzare le grandi aziende sarebbero necessari budget enormi che lo Stato non può permettersi. In secondo luogo l'amministrazione americana sta agendo per indebolire il dollaro a scapito di altre valute, rendendo difficile contrastare questa tendenza e in ogni caso Israele non ha interesse a scontrarsi con gli Stati Uniti. I requisiti dell'Ocse (Pillar 2) vietano di discriminare favorevolmente le società multinazionali o di fornire incentivi che potrebbero essere percepiti come concorrenza fiscale sleale.
Sempre su The Marker scopriamo che a maggio il numero dei richiedenti lavoro nel settore hi-tech ha raggiunto un picco storico di 16.300 unità, con un lieve calo a 16.200 a giugno, ma con previsioni che indicano un ulteriore aumento, seppur graduale, fino alla fine dell'anno. Il modello di previsione del Servizio per l’impiego di Israele stima che ad agosto il numero potrebbe addirittura salire a quasi 19.700, a causa di fattori stagionali, per poi attestarsi intorno a 16.800 a dicembre, con un margine superiore che in entrambi i casi supera i 25.000. Anche l'incidenza dei disoccupati hi-tech sul totale dei richiedenti lavoro è cresciuta, raggiungendo l'11% nella prima metà del 2026, un dato che segna un record ma che, secondo le analisi, è frutto di una tendenza già avviata prima del 2022, anno del lancio di ChatGPT. La composizione della popolazione dei disoccupati si è modificata in modo significativo. I lavoratori con poca esperienza lavorativa rappresentano la maggioranza del totale ma la loro quota è scesa dal 74% al 60%. I lavoratori con meno di due anni di esperienza sono oggi il 31%, rispetto al 49% del 2023. Parallelamente sono cresciuti i lavoratori dai 5 agli 8 anni di esperienza del 138% dal 2023 mentre quelli con oltre otto anni di esperienza sono aumentati del 181%, a testimonianza che il problema coinvolge anche professionisti consolidati.
Il dato più allarmante riguarda il rallentamento della crescita dell'intero settore. Nel decennio precedente al 2023 il numero di occupati nell'hi-tech era quasi raddoppiato, passando da 213.000 nel 2012 a 396.000. Nel 2023 la tendenza si è fermata, sia in termini assoluti che percentuali, e nel 2024 si è addirittura registrato un calo a 391.000, prima di una lieve ripresa nel 2025 che ha portato a una media di 404.000 lavoratori. Per il Servizio per l’impiego è un rallentamento delle assunzioni che ha creato un divario di 57.000 occupati rispetto alla traiettoria di crescita prevista. Nonostante l'incidenza dell'hi-tech sull'occupazione totale in Israele rimanga molto elevata (11,7%, ben superiore a quella di Stati Uniti, Regno Unito e Germania) e il numero di posti vacanti nel settore sia di 13.800 unità, il confronto tra domanda e offerta appare meno drammatico che in altri comparti, con un numero di posizioni tecnologiche superiore a quello dei richiedenti.
Adva Center
L’ultimo rapporto dell’Adva Center dice che dopo quasi tre anni di guerra Israele si trova in una condizione di emergenza continua. Anche quando l'intensità dei combattimenti diminuisce, l'incertezza sulla sicurezza, gli sfollamenti e i cicli di chiamata dei riservisti continuano a influenzare la vita civile e le priorità di bilancio. In questo contesto le questioni socio-economiche vengono spinte ai margini ma ciò avviene proprio quando il bisogno di servizi pubblici forti e di sicurezza economica diventa più urgente. Già prima della guerra la spesa civile pro capite in Israele era bassa rispetto ai paesi sviluppati, il che significa servizi pubblici che operano in carenza cronica di risorse e personale. Dall'inizio della guerra la spesa pubblica è aumentata ma la maggior parte dell'incremento è stato destinato a interventi di emergenza, evacuazione, risarcimenti e riabilitazione, non al rafforzamento di servizi pubblici universali e stabili. Il costo sociale della guerra si misura nella spesa per la difesa, nei danni dei combattimenti e nel divario tra i bisogni della società e la capacità indebolita dei sistemi civili di fornire risposte adeguate in ambito abitativo, educativo, sociale e sanitario. A ciò si aggiunge un governo che sceglie di tagliare in modo trasversale questi servizi e, parallelamente, di finanziare agevolazioni per il settore ultraortodosso insieme a tagli lineari ai bilanci di tutti i ministeri e al budget destinato alla società araba, ledendo il principio di universalità dello Stato sociale.
I dati mostrano che le famiglie sono entrate in questo periodo da punti di partenza molto diversi. Alcune si basano su reddito stabile, proprietà di una casa, risparmi e redditi da capitale mentre altre dipendono principalmente da uno stipendio mensile, affrontano il caro vita e affitti elevati, vivono in povertà o quasi, sono state colpite da evacuazioni o cicli di riserva. Secondo i dati dell'Agenzia delle Entrate l'82% dei redditi da capitale si trova nel decile superiore e il 58% di essi si trova solo nell'1% più alto.
Le spese aggiuntive del governo a seguito della guerra per gli anni 2023-2026 sono state stimate in 350 miliardi di shekel. Stime successive del governatore della Banca d'Israele hanno indicato un costo superiore a 400 miliardi di shekel. Nel 2024 la spesa pubblica civile senza interessi pro capite in Israele ammontava a due terzi della media dei paesi Ocse. A seguito del 7 ottobre sono state evacuate ufficialmente 143.000 persone: 75.000 dagli insediamenti del sud entro 7 km dal confine e 68.000 da quelli del nord entro 3,5 km. A questi si sono aggiunti oltre diecimila sfollati autonomi non registrati. L'evacuazione è avvenuta nella maggior parte dei casi prima delle decisioni governative. Sono state adottate almeno 20 decisioni di proroga dell'evacuazione. Le spese civili di guerra sono aumentate da 6,7 miliardi di shekel nel 2023 a 16,1 miliardi nel 2024. Nel 2025 la spesa civile è rimasta simile al livello del 2024.
Nel 2023 il reddito da lavoro rappresentava in media il 78% del reddito monetario delle famiglie. Nel decile inferiore è pari al 59,6%, nel secondo al 63,2%, nel terzo al 65,4% e dal quarto decile in poi supera il 70%, fino all'81,6% nel decile superiore. Le pensioni e i sussidi costituiscono il 38,3% del reddito nel decile inferiore, il 34,1% nel secondo, il 30,5% nel terzo, fino al 5,6% nel decile superiore. Il reddito da pensioni e fondi pensione è pari a circa l'1% nei decili inferiori, sale al 4,3% nel quarto decile, al 5,5%-5,6% nei decili 5-7, al 7,5% nei decili 8 e 9 e al 7,1% nel decile superiore. Il reddito da capitale è pari all'1,1% nel decile inferiore, all'1,9% nel secondo, al 2,5% nel terzo, tra l'1,8% e il 2,7% nei decili medi, al 3,1%-3,2% nell'ottavo e nono decile e al 5,7% nel decile superiore.
Secondo i dati amministrativi dell'Agenzia delle Entrate nei decili 1-9 il salario costituisce il 77% del reddito, nel decile superiore la quota del salario è del 58% e nell'1% superiore scende al 29% mentre i redditi da capitale e altri redditi soggetti ad aliquote speciali costituiscono quasi il 60% del reddito totale nell'1% superiore. L'82% di tutti i redditi da capitale si trova nel decile superiore e il 58% solo nell'1% superiore.
Nel 2023, nel decile superiore delle famiglie il cui capofamiglia è un dipendente, il reddito mensile medio lordo era di 85.218 shekel, 13,6 volte superiore a quello del decile inferiore (6.278 shekel) e 4 volte superiore a quello del quinto decile (21.431 shekel). Nel 2002 i due decili superiori beneficiavano del 45,9% del reddito totale e nel 2023 del 45%. Il solo decile superiore beneficiava del 29,9% nel 2002 e del 28% nel 2023.
Tra il 1995 e il 2025 il Pil pro capite è cresciuto del 65% mentre il salario reale per posto di lavoro dipendente è aumentato del 47%, con un divario del 18%. Dal 2023, con la guerra, si è registrato un aumento del salario nominale ma l'inflazione ha compensato gran parte di esso, quindi il salario reale è aumentato solo moderatamente. L'offerta di lavoro si è ridotta a causa delle chiamate di riserva, la disoccupazione è rimasta bassa e il potere contrattuale dei lavoratori e la tendenza a cambiare lavoro sono diminuiti.
Nel 2024 le famiglie con un solo capofamiglia rappresentavano il 22,1% delle famiglie povere. Nel 2024 il tasso di lavoratori a basso salario in Israele era del 23,4%, il secondo più alto tra i paesi Ocse dopo il Regno Unito (23,5%), rispetto a una media Ocse del 12,7% e a una media dell'Unione Europea del 13,5%.
Nel 2023 il 54,4% delle famiglie apparteneva al ceto medio (reddito tra il 75% e il 200% del reddito mediano), il 33,8% al ceto basso e l'11,9% al ceto alto. All'interno del ceto medio il 29,4% appartiene al segmento più basso (tra il 75% e il 125% del reddito mediano) e il 25% al segmento più alto (tra il 125% e il 200%). Il 16,8% delle famiglie vive sotto la soglia di povertà e l'8,1% è appena al di sopra (tra il 100% e il 125% della soglia di povertà).
Secondo il rapporto dell'Ocse del 2021 la classe media in Israele era tra le più ridotte tra i paesi membri, con una percentuale del 54% della popolazione, a fronte di una media Ocse del 62%, un dato che pone Israele al di sopra solo di Stati Uniti, Cile e Messico tra le 29 nazioni prese in esame. Questo fenomeno è correlato al livello di disuguaglianza nei redditi, con i paesi scandinavi e dell'Europa centrale che presentano classi medie più ampie. Nello stesso anno il tasso di povertà si attestava al 18%, superiore all'11% medio dell'Ocse, e a ciò si aggiunge il dato relativo al costo della vita, con Israele che risulta seconda tra i paesi dell'Ocse per livello generale dei prezzi, con i costi di abitazione e alimentazione che sono aumentati nei due decenni precedenti a un ritmo superiore all'inflazione generale.
Per quanto concerne il mercato del lavoro, i dati del 2023 mostrano una chiara stratificazione salariale per origine e genere. Tra gli uomini il salario mensile medio più alto spetta agli ebrei di origine ashkenazita di prima generazione (immigrati fino al 1989), con 23.865 shekel, seguiti dagli uomini di origine mizrahi di seconda generazione con 22.384 shekel, dagli uomini ashkenaziti di seconda generazione con 20.803 shekel, dagli uomini mizrahi di prima generazione con 18.464 shekel e dagli uomini provenienti dall'ex Unione Sovietica (immigrati dopo il 1990) con 14.443 shekel. Tra le donne il salario più alto è registrato tra le mizrahi di seconda generazione con 12.978 shekel, seguite dalle donne ashkenazite di prima generazione con 12.444 shekel. I lavoratori arabi hanno registrato un salario mensile di 10.180 shekel per gli uomini e 6.975 shekel per le donne mentre per gli ebrei provenienti da Africa o Asia di prima generazione immigrati dopo il 1990, categoria che comprende presumibilmente gli ebrei etiopi, il salario maschile medio è di 10.613 shekel e quello femminile di 8.470 shekel. Questi dati non includono altre fonti di ricchezza come proprietà immobiliari, redditi da capitale o eredità.
Per quanto riguarda la pensione, il reddito da prestazioni di vecchiaia in Israele rappresenta il 29,8% del reddito totale delle famiglie con over 65, a fronte di una media Ocse del 55,9%, e il reddito da lavoro per gli anziani israeliani costituisce il 32% contro il 27% medio. La spesa pubblica per pensioni di vecchiaia e superstiti è pari all'11% della spesa pubblica totale in Israele, rispetto al 17,7% medio Ocse, con un tasso di sostituzione della pensione di vecchiaia pari al 13% del salario medio, contro il 21% medio nei paesi Ocse.
In tema di sicurezza alimentare, il tasso di insicurezza alimentare nel 2024 è del 47,6% nel quintile inferiore di reddito, contro il 27,1% della media nazionale. L'indicatore di accessibilità al cibo sano mostra una percentuale del 69,3% nel quintile inferiore, del 73% nella media e del 77,8% nel quintile superiore mentre la spesa per alimenti raggiunge il 25% della spesa totale nel quintile inferiore e il 15% in quello superiore.
Nel settore dell'educazione per la prima infanzia la spesa pubblica per bambino è pari al 2% del Pil pro capite, a fronte del 44% in Norvegia e del 55% in Finlandia, mentre la spesa privata raggiunge il 6%. Meno di un terzo dei bambini sotto i tre anni frequenta strutture regolamentate, con una presenza del 53% negli strati socioeconomici più bassi e dell'84% in quelli più alti. Il 50% delle educatrici lascia il lavoro entro il primo anno e ogni anno tra un terzo e la metà delle assistenti viene sostituita. Nell'anno scolastico 2023/24 sono stati chiusi 518 asili nido, con una carenza stimata di 3.000 assistenti e, nel 2024, l'80% delle educatrici non ha ricevuto il salario previsto.
I dati del secondo ciclo del PIAAC (2022-2023) indicano che i laureati israeliani hanno un punteggio medio in alfabetizzazione di 276 punti contro 289 della media Ocse e in alfabetizzazione matematica di 278 contro 295. Tra i laureati di età 25-65, il 23% possiede competenze di lettura di livello 1 o inferiore, rispetto al 13% medio Ocse, mentre l'11% raggiunge i livelli 4-5, contro il 19% medio. Nella popolazione araba in età lavorativa, il 70% si colloca al livello 1 o inferiore, contro il 25% della popolazione ebraica.
In tema di salute mentale il rapporto riporta che nel 2024 vi sono 1435 posti vacanti nei dipartimenti di welfare, una carenza di 2674 posizioni nel servizio di psicologia educativa con 997 posti già scoperti, un fabbisogno di 1500 psicologi pubblici e una carenza di 300 psichiatri nel settore pubblico. Nel 2025 il 15% dei posti nel dipartimento di riabilitazione del Ministero della Difesa è risultato vacante. Il budget per i centri di resilienza è stato di 24 milioni di shekel nel 2022, 28,7 milioni nel 2023, 134 milioni nel 2024 e 19 milioni proposti per il 2025, con un'aggiunta di 35 milioni prevista da decisione governativa. La spesa per la salute mentale è passata dal 4% del budget sanitario nel periodo 2016-2021, al 5% nel 2022, al 6% nel 2023-2024 e al 7% proposto per il 2025, a fronte di una raccomandazione Ocse del 10% e di una spesa effettiva in Europa occidentale tra il 12% e il 16%.
Il costo del paniere di servizi sanitari di base era di 12,2 miliardi di shekel nel 1995, salito a 56,7 miliardi nel 2020 e a 70,9 miliardi nel 2023, mentre il budget necessario per mantenere il valore del paniere avrebbe dovuto essere di 79,4 miliardi nel 2020 e di 96,8 miliardi nel 2023, con un divario rispettivamente di 23 e 26 miliardi di shekel. Nel 2023 l'80% della popolazione di età pari o superiore a 20 anni possedeva un'assicurazione sanitaria complementare e il 43% un'assicurazione sanitaria privata. La spesa sanitaria out-of-pocket in Israele è stata del 20,5% della spesa sanitaria totale nel 2023, rispetto al 13,4% medio Ocse.
Per quanto riguarda il patrimonio abitativo, nel 2023 il 64,1% delle famiglie possiede almeno un'abitazione, con il 58% delle famiglie nel decile inferiore che non possiede una casa e nel decile superiore solo il 7% non possiede una casa mentre il 30% possiede due o più abitazioni. Nel 2025 il prezzo delle abitazioni è diminuito dello 0,9% mentre i canoni di affitto sono aumentati del 3,2% nel 2025 e del 4% nel 2024. La spesa per l'abitazione (affitto e utenze) per le famiglie in affitto è in media del 26% del reddito netto ma raggiunge il 54% nel primo decile, il 34% nel secondo e il 30% nel terzo mentre nel decile superiore è del 16%. Il reddito totale da affitto per le famiglie nel 2023 è stato di 29,2 miliardi di shekel, di cui l'11,5 miliardi del decile superiore rappresentano il 39,4% del totale, e insieme ai decili nono e ottavo (rispettivamente 4,52 e 4,40 miliardi) costituiscono il 70% del reddito totale da locazione.
Edilizia
I dati mensili relativi al volume delle transazioni nel settore edile sono crollati a 5.081 unità tra nuove costruzioni e abitazioni esistenti, un dato che colloca l'aprile 2026 tra i più deboli degli ultimi vent'anni per questo mese. Parallelamente le scorte di invenduto in mano ai costruttori hanno raggiunto le 84.000 unità, dopo aver toccato quota 86.000, ma questa flessione numerica non è affatto segno di un miglioramento delle vendite. La ragione principale è una modifica metodologica dell'Ufficio Centrale di Statistica che ha deciso di escludere dal conteggio quegli alloggi rimasti invenduti per un periodo di tempo troppo prolungato, considerandoli ormai di fatto fuori mercato. Per le imprese di costruzione questo stock di invenduto è una voce passiva nei bilanci e una vera e propria minaccia alla sopravvivenza poiché, per finanziare i progetti, i costruttori avevano contratto in passato ingenti prestiti bancari per centinaia di milioni di shekel e ora, con i tassi d'interesse e i prezzi delle abitazioni che restano troppo elevati per le tasche dell'acquirente medio, gli oneri finanziari stanno diventando un peso insostenibile che rischia di strozzare gli stessi imprenditori. Si trovano in una morsa creditizia, soprattutto quando devono restituire il denaro alle banche, ma allo stesso tempo non possono permettersi di abbassare ufficialmente i prezzi delle case per stimolare le vendite perché ciò metterebbe a repentaglio la linea di credito concessa dagli istituti di credito, calcolata su valori molto più alti. La soluzione a cui ricorrono è offrire agevolazioni finanziarie o regali in termini di arredi e finiture di notevole valore pur di mantenere invariato il prezzo di listino ufficiale. Anche le banche, dal canto loro, sono complici nel tentativo di preservare l'illusione di stabilità visto che non vogliono iscrivere perdite sui crediti nei loro bilanci che ridurrebbero l'utile trimestrale. Per questo concedono ai costruttori dilazioni di pagamento e rinegoziazioni dei debiti nella speranza che questi riescano in qualche modo a sopravvivere alla crisi. Nel frattempo anche la Banca d'Israele preferisce, per ora, non intervenire con nuove regolamentazioni per mitigare il rischio del settore e per timore di provocare ulteriori scosse al mercato. Questa inerzia potrebbe rivelarsi costosa, come sottolinea un recente rapporto del revisore dei conti dello Stato che mette in guardia dalla possibilità che la mancata reazione della vigilanza bancaria al crescente rischio nel mercato dei mutui possa innescare un collasso sistemico paragonabile alla crisi dei subprime. Il risultato è un mercato immobilizzato, dove i costruttori sono tenuti in vita artificialmente, i dirigenti bancari guadagnano tempo, sperando che le difficoltà non si materializzino durante il loro mandato, e la banca centrale esita a muoversi per non innescare una reazione a catena. È in questo vuoto che si stanno inserendo i grandi squali del settore, ovvero le società immobiliari più solide e capitalizzate, che fiutano l'aria di crisi e vedono in questa fase la loro grande occasione per acquisire a prezzi stracciati i concorrenti in difficoltà. Un esempio è il gruppo Gindi Holdings che, attraverso la sua controllata Gindi BeLieve, è specializzata proprio in questo tipo di operazioni, acquistando grandi pacchetti di appartamenti da destinare all'affitto a lungo termine. Ha stanziato un budget di un miliardo di shekel per comprare decine di unità nelle aree ad alta richiesta del centro del paese, offrendo ai costruttori in difficoltà la liquidità immediata di cui hanno disperatamente bisogno per sopravvivere. Questo salvagente ha un prezzo salato perché Gindi sfrutta la sua posizione di forza per strappare sconti pesanti, mediamente intorno al 15% e talvolta anche superiori, sul prezzo degli alloggi. La domanda è chi sarà il primo costruttore a cedere e a vendere con uno sconto così drastico. Questa dinamica rivela che il calo ufficiale dei prezzi delle nuove abitazioni pubblicato dall'Ufficio Centrale di Statistica, pari al 3,9% su base annua, è soltanto la punta dell'iceberg di una ben più profonda svalutazione che sta effettivamente avvenendo sul campo. L'Associazione dei Costruttori, che rappresenta il settore, non aspetta certo l'intervento di Gindi per salvare i propri associati e ha già tirato fuori dal cassetto un piano di emergenza che prevede l'utilizzo delle decine di migliaia di appartamenti invenduti per locazioni a lungo termine, da cinque a dieci anni, in cambio di incentivi fiscali, chiedendo, di fatto, al governo un paracadute che attesti la gravità della crisi.
Anche secondo The Marker i dati diffusi sulle compravendite di case sono diventati oggetto di acceso dibattito. Se si combinano le ultime rilevazioni dell'Ufficio Centrale di Statistica e del capo economista del Ministero delle Finanze il quadro che emerge ci conferma come ad aprile sono state vendute sulle 5000 unità abitative di prima e seconda mano, con un calo di quasi il 20% rispetto all'anno precedente. Il numero di appartamenti nuovi venduti si è fermato a soli 2.150, di cui una quota rilevante, pari al 35%, beneficia di sussidi statali. Ciò significa che, nel mercato libero, gli imprenditori edili hanno piazzato solo 1.400 unità ad aprile, registrando una flessione del 12% rispetto ad aprile 2025 e addirittura del 37% rispetto a marzo 2026. Le scorte di invenduto sono relativamente elevate, attestandosi attorno alle 84.000 unità. I dati del capo economista dicono che oltre il 20% delle transazioni è stato effettuato tramite aggressivi piani di finanziamento, la cui incidenza si è però ridotta in modo significativo a seguito delle restrizioni imposte alle banche nell'aprile 2025. Tali operazioni, da tempo, distorcono le statistiche ufficiali mascherando un calo non dichiarato dei prezzi delle abitazioni che si stima già tra il 5% e il 7%.
In mezzo a questo dibattito l'attenzione si concentra quasi esclusivamente sugli imprenditori e sui costruttori, talvolta anche sulle banche come principali erogatrici di credito. Una prospettiva aggiuntiva per valutare la profondità della crisi può essere offerta da un anello della catena più piccolo e meno appariscente, ossia le società che concedono finanziamenti ai progetti immobiliari. A differenza dell'elevata frammentazione e dell'intensa concorrenza che caratterizzano il lato dell'offerta tra promotori e costruttori, il settore del credito all'edilizia è fortemente concentrato. Un gruppo di lavoro incaricato di esaminare il ruolo delle banche nella determinazione dei prezzi delle case ha stabilito, in un rapporto pubblicato nel luglio 2025, che i cinque principali gruppi bancari detengono il 91% del credito erogato nel settore, con Leumi e Hapoalim che da soli rappresentano quasi il 60%, e che l'81% dei progetti è finanziato direttamente dalle banche mentre solo il restante 19% è coperto da altri soggetti. Lo stesso rapporto ha evidenziato come gli istituti di credito siano ben protetti anche da un eventuale crollo dei prezzi. In uno scenario di ribasso, compreso tra il 30% e il 40%, solo il 9% dei progetti risulterebbe a rischio mentre per il 90% delle iniziative un calo fino al 40% non metterebbe in pericolo il credito bancario. I finanziatori non bancari vengono contattati per lo più da imprenditori più piccoli, i quali necessitano di integrare il proprio capitale per poter accedere al sistema bancario, oppure da chi ha bisogno di un finanziatore aggiuntivo, in genere a fronte di tassi di interesse più elevati. L'esame di due delle maggiori società operanti in questo comparto può contribuire a chiarire il clima che regna sul mercato.
La prima è Michlol che vanta un portafoglio gestito di oltre 3 miliardi di shekel, concentrato per la maggior parte nel finanziamento del settore immobiliare, dopo aver rimosso dal bilancio nell'ultimo anno prestiti per un miliardo di shekel attraverso un'operazione che ha incluso la cessione dei crediti a una società veicolo appositamente costituita, consentendole di aumentare il rapporto tra capitale proprio e attivo, erogare nuovi finanziamenti e generare ulteriori ricavi a parità di capitale, trasferendo al contempo una parte dei rischi a terzi. La società ha un debito finanziario di 2,9 miliardi di shekel, un rapporto patrimoniale del 19% e mostra una crescita costante del portafoglio crediti, dei ricavi e degli utili, con un rendimento del capitale superiore a quello delle banche. Michlol è considerata una sorta di "bravo studente" del settore poiché apparentemente gestisce gli affari in modo prudente, con un'attenta valutazione dei rischi e clienti dotati di una capacità di assorbimento relativamente elevata. Nell'80% dei casi detiene debito senior mentre l'attività di mezzanine finance è marginale. Anche in questa società si notano segnali del momento. La voce dei debiti nel settore immobiliare che hanno subito una modifica della scadenza, ovvero prestiti rinnovati, è salita a 821 milioni di shekel nel primo trimestre del 2026, rispetto ai 441 milioni dello stesso periodo dell'anno precedente e ai 411,6 milioni di fine 2024. I prestiti a lungo termine ai clienti sono cresciuti da 693,4 milioni nel primo trimestre 2025 a 933,2 milioni nel primo trimestre 2026. Se questo dato può essere attribuito a un andamento ciclico o addirittura a un evento positivo, come l'espansione del portafoglio crediti, i prestiti nel settore immobiliare che presentano un aumento del rischio mostrano una pendenza più ripida, passando da 9,6 milioni nel 2024 a 39,7 milioni nel primo trimestre 2026. Si tratta certamente di cifre ancora modeste rispetto al totale del portafoglio e gli accantonamenti rimangono contenuti ma questi numeri indicano una tendenza chiara: gli imprenditori e i costruttori hanno aumentato significativamente il ricorso al credito e stanno allungando la durata dei finanziamenti a causa dei ritardi nella consegna degli appartamenti e del rallentamento delle vendite.
La seconda società è Manif, un attore specializzato nel mezzanine finance per imprenditori e costruttori. Ha un portafoglio crediti di quasi 4,8 miliardi di shekel, di cui 4 miliardi in bilancio, mezzo miliardo in accordi firmati ma non ancora erogati e 287 milioni gestiti per conto di Clal, con un debito finanziario di 3,2 miliardi e un rapporto patrimoniale del 18,5%. Per sua natura l'azienda opera in acque ben più agitate. Il mezzanine finance comporta un grado di rischio più elevato rispetto al finanziamento ordinario e la maggior parte delle garanzie in suo possesso è di secondo grado. La questione che tiene banco per Manif riguarda la voce relativa al rinnovo dei debiti nei rapporti trimestrali. I debiti con scadenza modificata sono passati da 410 milioni nel primo trimestre del 2025 a 517 milioni nel primo trimestre del 2026, mentre i crediti non riscossi entro nove mesi dalla scadenza dell'accordo sono saliti a 376,7 milioni nel primo trimestre 2026 contro 311,3 milioni dello stesso periodo dell'anno precedente e 110 milioni alla fine del 2024. In Manif sostengono che questa situazione non sia necessariamente negativa, anzi, in una certa misura crea ulteriori opportunità secondo il loro modello di business consolidato. I prestiti che si prolungano vengono sottoposti a una nuova valutazione che di solito comporta l'acquisizione di garanzie aggiuntive, spesso in una fase più avanzata del progetto, e l'estensione genera ulteriori interessi attivi. La società, in effetti, continua a crescere in termini di ricavi e profitti.
Sul mercato ci sono altre società che riportano un aumento del debito a rischio, rinvii dei rimborsi e fenomeni analoghi. Tutti questi operatori sostengono che entro uno o due trimestri il mercato ripartirà, adducendo come elementi a sostegno l'aumento dei canoni di locazione e il calo dei tassi di interesse che migliora le condizioni di finanziamento ma rende anche il rendimento degli affitti più interessante rispetto al tasso privo di rischio.
Il rapporto semestrale di Kav LaOved sulla sicurezza sul lavoro in Israele nel 2026 dipinge una situazione in peggioramento. Nel primo semestre dell'anno si contano 39 lavoratori morti per infortuni, il dato più alto dal 2023 quando furono 44, e 306 feriti in condizioni medie o gravi, con un incremento rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. Il settore edile si conferma il più pericoloso, con 20 decessi che rappresentano il 51% del totale, nonostante impieghi solo l'11% della forza lavoro. In questo comparto i morti sono addirittura raddoppiati rispetto ai 6 del 2025. Anche l'industria registra un'impennata, passando a 11 vittime, quasi il doppio rispetto all'anno precedente. Un dato allarmante è la crescita esponenziale delle vittime tra i lavoratori migranti che costituiscono il 28% dei morti complessivi e la metà dei decessi nel solo settore edile, riflettendo il loro crescente impiego a seguito della chiusura all'ingresso dei lavoratori palestinesi.
Per la prima volta la caduta di oggetti pesanti ha superato la caduta dall'alto come prima causa di morte sul lavoro, essendo all'origine del 31% degli incidenti fatali, mentre le cadute dall'alto rappresentano il 23% e, nel comparto edile, entrambe le cause si equivalgono al 40% ciascuna. Il numero dei feriti gravi è 63, leggermente superiore ai 61 del 2023. La maggioranza degli infortuni medi e gravi rimane causata dalle cadute dall'alto. A fronte di questi numeri il sistema dei controlli appare inadeguato. Gli ispettori della sicurezza sono 80, solo una decina in più rispetto al 2017, e il numero di ordinanze di sicurezza emesse è sceso a 1139, in calo rispetto al 2025 e ben al di sotto dei 3057 del 2020, con ben il 74% di queste concentrato nel settore edile. La metà dei verbali non specifica la norma violata e in quasi un terzo dei casi non viene indicato il soggetto tenuto all'esecuzione dei lavori.
Le città con il maggior numero di incidenti gravi sono Tel Aviv (15), Haifa (13), Ashdod (12), Gerusalemme (11) e Netanya (11) ma il rapporto denuncia che in alcune di esse il numero di controlli è sorprendentemente basso, sottolineando anche l'assenza di un ministro del Lavoro a tempo pieno dopo le dimissioni dell'agosto 2025. Kav LaOved conclude con un appello all'azione, chiedendo la creazione di un'autorità nazionale per la sicurezza, l'entrata in vigore delle nuove normative previste per ottobre 2026, un aumento degli ispettori e un rafforzamento delle sanzioni e della cultura della sicurezza per arginare quella che definisce una vera e propria epidemia di infortuni.
Situazioni industriali varie
La situazione del porto di Eilat è un buon esempio di come le dinamiche politiche, gli interessi privati e le scelte infrastrategiche possano intrecciarsi in modo complesso, generando incertezza e conflitti di interesse. Il nucleo della questione risiede nell'imminente scadenza del contratto di concessione trentennale, il quale terminerà ufficialmente a febbraio 2028, e nella mancata ottemperanza da parte degli attuali proprietari di una delle condizioni fondamentali per il rinnovo decennale. Gli attuali detentori del diritto di gestione sono la famiglia Nakash, che controlla il 75% della società, e quattro imprenditori, tra cui spiccano Shlomi Fogel, legato al primo ministro Benjamin Netanyahu, Avi Hurmero, che ricopre anche la carica di presidente del porto, Tuli Tzeder e Shuki Wolf, ciascuno dei quali detiene una quota del 6,25%. La concessione era stata originariamente assegnata nel 2013 per un periodo di quindici anni al prezzo di soli 120 milioni di shekel, cifra esigua determinata dall'assenza di altri partecipanti alla gara d'appalto, e prevedeva la facoltà di estendere il contratto per ulteriori dieci anni al soddisfacimento di tre precise clausole: la presentazione di una richiesta formale da parte del concessionario, il versamento di 105 milioni di shekel indicizzati e lo sbarco annuale di almeno 65.000 container TEU per ciascuno degli anni compresi tra il 2022 e il 2024. Le prime due condizioni sono state regolarmente rispettate, la terza si è rivelata un ostacolo insormontabile poiché il porto non ha mai raggiunto il traguardo prefissato in nessuno di quegli anni e, nel corso dell'intero periodo di gestione, ha movimentato al massimo poche centinaia di container all'anno, riducendosi negli ultimi tempi a volumi irrisori. A dicembre gli stessi proprietari hanno protestato presso i ministeri dei Trasporti e delle Finanze sostenendo che i requisiti fossero del tutto avulsi dalla realtà operativa e che lo Stato avesse di fatto abbandonato l'infrastruttura al proprio destino.
La decisione finale spetta alla ministra dei Trasporti Miri Regev e al ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, i quali avrebbero dovuto certificare per iscritto, entro la fine del 2025, il rispetto delle condizioni da parte del concessionario ma l'evidente inadempienza rende impossibile tale certificazione, obbligando di fatto la restituzione delle somme versate per il rinnovo e l'indizione di una nuova procedura di gara. I titolari del porto, tuttavia, stanno tentando di opporsi a questa prospettiva.
A complicare il quadro vi sono due problemi strutturali che rendono il porto di Eilat poco competitivo per il traffico containerizzato, ossia il fondale insufficiente ad accogliere navi di grandi dimensioni e l'eccessiva distanza dal centro del Paese che rende economicamente svantaggioso il trasporto delle merci via terra. Per questo motivo i ricavi principali della struttura provengono dallo sbarco di automobili, un'attività che non richiede navi portacontainer e che tra il 2014 e il 2023 ha riguardato circa un milione e centomila vetture su un totale di tre milioni importate in Israele grazie alla maggiore semplicità delle operazioni, alla possibilità di stoccare i veicoli per lunghi periodi senza incorrere in tasse immediatamente e ai minori costi di trasporto via terra rispetto ad altre merci poiché un autocarro può caricare al massimo un container mentre un autoarticolato può trasportare fino a dodici vetture.
Oltre allo sbarco di automobili il porto trae introiti dai servizi resi alla Marina militare e agli stabilimenti del Mar Morto ma rimane sostanzialmente inattivo da oltre due anni e mezzo a causa del blocco navale imposto dai terroristi Houthi a partire dalla fine del 2023.
Il governo è intervenuto a sostegno del porto con sovvenzioni e dilazioni di pagamenti e balzelli. Sta valutando l'ipotesi di concedere una proroga breve, da due a tre anni, per compensare le perdite subite. Sebbene la società sia privata e i suoi bilanci non siano pubblici, si stima che i soli ricavi annuali derivanti dallo sbarco e dal deposito delle automobili superino i 100 milioni di shekel mentre i costi operativi rimangono contenuti perché l'attività non richiede attrezzature specializzate né manodopera altamente qualificata. Di fronte a questa situazione il governo si trova a dover scegliere tra due strade alternative per il futuro del porto. La prima, più semplice, consiste nell'indire una nuova gara senza vincoli particolari, come l'obbligo di un numero minimo di container, nella speranza di attrarre più concorrenti e aumentare il corrispettivo versato allo Stato, lasciando che il nuovo gestore continui a privilegiare lo sbarco di automobili, settore ritenuto redditizio, e magari sfruttando il vantaggio comparato per creare un centro nazionale di consegna auto direttamente a Eilat. La seconda, più ambiziosa e complessa, prevede la realizzazione di una ferrovia per il trasporto merci fino ai poli logistici del centro e lo spostamento del porto in una nuova ubicazione, come proposto dal comune, affinché non ostacoli lo sviluppo urbano verso ovest, includendo nel bando l'obbligo per l'impresa vincitrice di costruire nuove infrastrutture, sebbene tale processo richiederebbe anni e nel frattempo si potrebbe bandire una concessione temporanea per garantire introiti immediati.
Al momento non si registrano progressi concreti poiché i ministeri delle Finanze e dei Trasporti tergiversano sulla pubblicazione del bando, rifiutandosi di indicare una data precisa. Si prevede che l'intera procedura potrebbe allungarsi per due o tre anni, prolungando di fatto il periodo di gestione attuale a vantaggio dell'operatore uscente. La questione è stata portata all'attenzione della Commissione Economia della Knesset, presieduta dal deputato David Bitan del Likud, su iniziativa del comitato dei lavoratori del porto, preoccupati per l'incertezza sul proprio futuro occupazionale. Il rappresentante di Histadrut, Shmari Segal, ha chiesto che venga data una risposta chiara sul futuro datore di lavoro e sulla pubblicazione del bando.
A giugno Teva ha annunciato il licenziamento di 250 lavoratori presso lo stabilimento Teva Tech di Ne'ot Hovav, nel sud di Israele, nell’ambito di un piano di ristrutturazione globale della divisione TAPI. Il taglio occupazionale, che sarà attuato gradualmente nei prossimi due anni, colpisce oltre un terzo dei 650 dipendenti israeliani del settore e ridurrà l’organico del sito a 150-200 unità, contro le 400 attuali. L’azienda giustifica la misura con l’esigenza di aumentare la competitività della divisione in vista di una possibile vendita, tentativo finora fallito nonostante la valutazione di 1,5 miliardi di dollari e il fatto che il 45% del fatturato di TAPI, pari a un miliardo l’anno, provenga proprio da vendite interne a Teva. La ristrutturazione riflette il riposizionamento strategico del gruppo che si sta allontanando dai generici a basso margine per concentrarsi su farmaci innovativi e biosimilari, riducendo la domanda interna di principi attivi tradizionali, mentre la concorrenza asiatica e i minori costi di produzione all’estero rendono meno conveniente mantenere in Israele tutte le linee produttive. Per questo il sito di Ne'ot Hovav verrà riconvertito verso segmenti ritenuti in crescita come peptidi, vitamine e tecnologie oligonucleotidiche mentre le altre produzioni saranno trasferite in impianti TAPI all’estero. Anche lo stabilimento Plantex di Netanya, la cui chiusura era già stata annunciata nel 2018, cesserà le attività alla fine del 2027, con la produzione trasferita a Ne'ot Hovav. Sul piano sindacale l’azienda ha detto che il provvedimento è stato concordato con i rappresentanti dei lavoratori e con Histadrut. I dipendenti licenziati vedranno garantite condizioni particolarmente vantaggiose tra cui trattamenti pensionistici migliorati, finanziamento per corsi di riqualificazione e assistenza personalizzata per la ricollocazione. Tuttavia il presidente del sindacato di categoria ha precisato che, pur essendo stato raggiunto un accordo sulle condizioni economiche di uscita valido per i prossimi quattro anni, non esiste un accordo sul numero effettivo di esuberi, segno che la trattativa sul fronte occupazionale resta aperta. Non è la prima volta che lo stabilimento subisce riduzioni. Nel 2017, in seguito all’acquisizione di Actavis per 40 miliardi di dollari, Teva annunciò 1750 licenziamenti in Israele e, dopo proteste e ripensamenti, il sito di Ne'ot Hovav fu comunque progressivamente ridimensionato da 1000 a 400 addetti. La nuova ristrutturazione dell’azienda si inserisce in un più ampio programma di contenimento dei costi che prevede di ridurre da 46 a 40 il numero totale degli stabilimenti del gruppo entro il 2027 con l’obiettivo di liberare risorse per investire nei farmaci innovativi.
Uno studio condotto dall'istituto di ricerca Key Impact ha valutato gli effetti della riduzione dell'orario settimanale di lavoro nel settore pubblico israeliano, passato da 42 a 40 ore in due fasi (ottobre 2023 e settembre 2024) senza alcuna decurtazione salariale, nell'ambito dell'accordo quadro siglato tra il Ministero delle Finanze e Histadrut. La ricerca si è avvalsa di questionari somministrati a 520 dipendenti e dirigenti, di 21 interviste approfondite con lavoratori e 14 con manager, oltre che dell'analisi di dati amministrativi provenienti dai sistemi informativi aziendali, coinvolgendo enti pubblici di varia natura: quattro ministeri, Bituach Leumi, la società elettrica nazionale e il consiglio regionale del Golan.
I risultati indicano che il provvedimento ha portato a una significativa riduzione dei divari di genere nelle ore lavorate poiché gli uomini, che in partenza dedicavano più tempo al lavoro rispetto alle donne (verosimilmente a causa di vincoli esterni che gravano maggiormente sulle madri), hanno registrato una diminuzione media mensile di 11,79 ore, a fronte di un calo di 6,26 ore per le donne, contribuendo così a comprimere lo squilibrio storico. Parallelamente si è riscontrato un miglioramento della propensione dei dipendenti a restare nel settore pubblico, una riduzione dei sentimenti di burnout e stanchezza lavorativa e un incremento della soddisfazione per l'equilibrio tra vita professionale e privata: il 70% dei lavoratori e il 61% dei dirigenti si sono dichiarati molto soddisfatti del cambiamento, con oltre la metà del personale che ha valutato positivamente l'impatto sulla propria intenzione di permanere nell'organizzazione e sulla percezione complessiva dell'ente, mentre il 18% ha avvertito un minor logoramento e il 19% un calo dell'esaurimento al termine della giornata.
A beneficiare del nuovo assetto sono state anche le stesse amministrazioni: il 33% dei manager ha riportato un netto miglioramento nella qualità del lavoro svolto dai dipendenti e il 21% ha osservato un aumento della quantità di output produttivi, il tutto senza che venissero inasprite le richieste prestazionali rispetto al periodo antecedente il taglio orario. Solo il 5% dei dirigenti ha segnalato una flessione nei volumi di lavoro realizzati. Tra i lavoratori che hanno effettivamente ridotto il proprio monte ore il 34% ha dichiarato un incremento della produttività e il 43% un perfezionamento della qualità delle prestazioni. Sia i dipendenti che i capi hanno concordato nell'attribuire questi guadagni di efficienza principalmente all'iniziativa individuale dei lavoratori stessi, piuttosto che a riorganizzazioni strutturali deliberate dall'alto.
Un timore iniziale riguardava il possibile compenso delle ore ridotte attraverso un aumento dello straordinario non retribuito che avrebbe vanificato l'obiettivo di conciliare lavoro e vita privata. I dati hanno invece mostrato che l'accordo ha effettivamente ridotto le ore lavorate, con un taglio medio di 8,5 ore al mese, pari a 1,95 ore settimanali; inoltre nella maggior parte degli enti si è addirittura registrato un calo complessivo degli straordinari, rendendo il provvedimento ancora più incisivo di quanto previsto. Tuttavia il quadro non è omogeneo: il 38% dei lavoratori ha diminuito le ore extra, il 22% le ha mantenute invariate e il 40% le ha invece aumentate per svariate ragioni, segno che l'impatto concreto dipende dalle specificità di ciascun contesto. Riguardo alla distribuzione del beneficio, il 78% dei partecipanti ha goduto di una riduzione di almeno un'ora mensile e per la maggior parte di essi il taglio è stato sostanziale, superiore alle quattro ore, mentre il 17% ha paradossalmente incrementato, seppur in misura contenuta, il proprio carico orario. I genitori, specialmente quelli con figli piccoli, lavoravano già meno ore in media sia prima che dopo la riforma, e il divario rispetto ai senza figli è rimasto stabile intorno alle 5,9 ore mensili.
Sul fronte della qualità della vita il 43% degli intervistati ha riferito di disporre di più tempo per sé e il 53% di poter dedicare maggiore attenzione alla famiglia, con molti che hanno sottolineato la possibilità di investire nelle faccende domestiche e nella gestione quotidiana, e un terzo che ha addirittura sfruttato le ore recuperate per la propria crescita professionale. Questi dati hanno indotto i ricercatori a raccomandare il consolidamento di una cultura organizzativa che valorizzi il lavoro efficiente in orari ridotti, l'adeguamento dei processi decisionali ai nuovi tempi e, soprattutto, l'esplorazione di un ulteriore accorciamento della settimana lavorativa da attuarsi, però, in modo graduale e con un monitoraggio costante degli effetti su produttività, benessere e performance poiché non è possibile stabilire con certezza se si sia già raggiunto il punto di equilibrio ottimale tra ore impiegate e risultati ottenuti.
