Il movimento sindacale libanese tra settarismo e cooptazione. Storia di una subalternità strutturale

Lea Bou Khater nel libro The labour movement in Lebanon. Power on hold sostiene che il movimento sindacale libanese è un soggetto strutturalmente subalterno al sistema settario del Libano. Le prime organizzazioni nascono tra i tipografi, i quali fondano le loro associazioni nel 1911-12, e tra i ferrovieri che nel 1920 scioperano per un aumento prima promesso e poi negato. Ci riprovano nel 1921 con poca organizzazione e senza successo mentre l'azienda licenzia i dirigenti sindacali e stringe il proprio controllo sui lavoratori. Sotto il mandato francese il movimento cresce grazie all’aumento delle tipografie a Beirut, i contatti dei tipografi con esperienze straniere, l'afflusso di persone verso la capitale dopo il declino della lavorazione della seta e l'eco della rivoluzione bolscevica. A Bikfaya i lavoratori del tabacco si organizzano con Fu'ad Shimali, tra i fondatori del partito comunista. Nel suo opuscolo del 1928 Shimali definisce il sindacato arma e scuola dei lavoratori e lo lega al partito. Già nel 1930 i sindacati dei tipografi, degli operai del tabacco, dei tappezzieri e del personale di cucina e di sala degli alberghi erano sotto l'influenza del Partito Comunista Libanese, legame che si mantenne forte fino agli anni ‘80.

Secondo Khater l'identità settaria del Libano è un fenomeno moderno, nato a metà Ottocento. Fino ad allora esisteva un'élite il cui potere si basava su una gerarchia sociale, non sull'appartenenza religiosa. Le riforme ottomane scalzarono quel vecchio ordine e da quel momento notabili maroniti e drusi, europei e ottomani cercarono di stabilire come le varie comunità dovessero rapportarsi allo Stato modernizzatore. Il risultato fu un nuovo tipo di politica, in cui a contare era la comunità religiosa e non più il rango sociale. Questo passaggio si tradusse in atti amministrativi. Dopo la rivolta dei contadini contro i signori feudali nel 1840 l'Impero divise il Monte Libano in due distretti separati lungo linee confessionali, uno druso e uno maronita. Nel 1845 un nuovo regolamento istituì consigli amministrativi basati sull'appartenenza religiosa. Dopo la guerra del 1860 il Regolamento organico confermò questo assetto. Per esempio il suo articolo 11 stabiliva che i membri dei tribunali e delle assemblee amministrative fossero scelti dai capi di ciascuna comunità, d'accordo con i notabili della stessa.

A questa lettura Khater affianca quella di Mahdi Amil, intellettuale marxista, che arriva a conclusioni simili partendo da un'analisi materialista. Per Amil il settarismo non ha una storia propria, separata da quella della formazione coloniale. La borghesia che emerge in epoca coloniale adotta l'ideologia religiosa delle vecchie élite. In questo modo il settarismo diventa un legame di dipendenza politica che tiene le masse, o parte di esse, subordinate alla borghesia e impedisce loro di organizzarsi come forza in grado di contrastarla. Da qui l'ipotesi del libro: il settarismo ha contribuito a frenare la nascita e la crescita del movimento operaio o è stato usato a questo scopo.

Il mandato francese riprese e ampliò questo meccanismo. Nel 1922 istituì il Consiglio rappresentativo, un organo di trenta membri con i seggi ripartiti per comunità: 16 cristiani, 13 musulmani e un rappresentante delle altre minoranze. Nel 1926 fu poi proclamata la costituzione, di 102 articoli. Il suo articolo 95 stabiliva che tutte le comunità fossero equamente rappresentate nell'impiego pubblico e nel governo. Questa norma divenne il fondamento di uno sviluppo patologico del settarismo politico.

Gli anni ‘30 mostrano il meccanismo in azione. Migrazione verso Beirut, industria troppo piccola per assorbire la manodopera, prezzi in salita e salari fermi alimentano gli scioperi dei ferrovieri (1931), degli autisti (1932) e dei tipografi (1933), repressi con violenza. Nel 1935 le autorità lasciano intendere che il sindacato dei tipografi sarà autorizzato solo con un presidente maronita ma tutti i 360 votanti, in maggioranza cristiani, eleggono il musulmano Mustafa al-'Aris. Per Khater è la prova che a usare la carta settaria furono gli attori statali, per ragioni di sicurezza e potere. Dopo la vittoria del Fronte popolare in Francia e la svalutazione del franco nel 1936 si ha uno sciopero generale per un aumento del 30% e orari più brevi, con occupazioni di fabbriche e un comitato organizzativo dei sindacati di Beirut. Nel 1937 i tipografi presentano al Parlamento richieste su orario, disoccupazione, infortuni e malattie, ferie e diritto di associazione. Il 1939 porta arresti di dirigenti e miseria ma quasi nessuna protesta. Il linguaggio di classe dei sindacalisti, preso in prestito dalla CGT e dal PCF, non corrispondeva a un paese dove non esisteva un proletariato moderno ma lavoratori a metà tra campagna e fabbrica. Le correnti sindacali erano due: una destra riformista, contraria alla lotta di classe, e una sinistra che, malgrado la retorica, chiedeva riforme e non cambiamenti strutturali. La guerra, con le truppe alleate e il blocco dei traffici marittimi, rilanciò il settore tessile e dal 1942 spinse nuovi migranti verso Beirut, pur senza concentrazioni operaie stabili perché molti restavano legati ai luoghi d'origine.

L'indipendenza del 1943 lascia intatto l'impianto. L'articolo 95 viene emendato il 9 novembre senza mutarne la funzione, il Patto nazionale assegna presidenza ai maroniti e governo ai sunniti mentre gli altri incarichi seguono un rapporto sei a cinque a favore dei cristiani, fondato sul censimento del 1932 mai ripetuto proprio per non toccare gli equilibri. 

Tra il 1946 e il 1954 il Libano discusse a lungo su quale fosse la propria identità e quale ruolo dovesse avere nella regione. Da quel dibattito uscì un modello economico liberista. L'idea di partenza era che il paese, composto da comunità religiose diverse e da sempre rifugio di minoranze perseguitate, fosse per posizione geografica un punto d'incontro tra Oriente e Occidente. Per questo la libertà di commercio e di movimento dei capitali veniva considerata coerente con la sua tradizione mentre lo Stato era ritenuto incapace di guidare il settore privato e doveva quindi restarne fuori. Questa impostazione poggiava su due princìpi: conservare il sistema settario e impedire l'intervento pubblico nell'economia. A teorizzare il modello furono Michel Chiha e il suo discepolo Joseph Oughourlian che lo definiva una fatalità storica e considerava addirittura le importazioni parte della produzione del paese. Altri lo contestarono. Georges Naqqash chiedeva l'intervento dello Stato per riequilibrare i settori economici e, sostenuto da Maurice Jimayyil, invitava a puntare su agricoltura e industria moderna, denunciando l’impoverimento della popolazione prodotto dalle élite per conservare il proprio potere.

Il liberismo, tuttavia, prevalse. Tra il 1948 e il 1952 furono tolte le restrizioni sulle valute estere e abolite le leggi che limitavano il mercato. Negli anni ‘50 eventi regionali come la guerra d’indipendenza israeliana, le nazionalizzazioni nei paesi arabi o la separazione doganale tra Libano e Siria portarono a Beirut parte della borghesia commerciale, finanziaria e industriale di Egitto, Siria e Iraq. Il porto di Beirut superò quelli di Haifa e Alessandria e l'economia si orientò sempre più verso commercio, banche e turismo, con un periodo di prosperità che accentuò le disparità tra regioni.

In questo contesto prese forma la Repubblica dei mercanti. I dazi venivano usati solo per garantire entrate fiscali mentre le licenze per importare beni in concorrenza con quelli locali andavano unicamente a commercianti potenti, tanto che nel 1974 quattro famiglie controllavano quasi due terzi delle importazioni dai paesi occidentali. Le stesse famiglie possedevano le principali banche e queste indirizzavano il credito verso commercio e immobili, lasciando senza fondi agricoltura e industria.

Il risultato fu un'industria debole, limitata ai comparti leggeri che richiedevano manodopera a basso costo. Nel 1970 il 67% della produzione industriale veniva da alimentari, tessile e materiali da costruzione. Quegli stessi settori impiegavano il 58% dei salariati. In un'economia dominata dai servizi non c'era spazio per un'industria forte e quindi nemmeno per una classe operaia numerosa e concentrata.

La Federazione dei sindacati di lavoratori e impiegati (FTUWE), fondata nel 1944 e guidata da Mustafa al-'Aris, considerava la lotta per l'indipendenza inseparabile da quella per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori. Partecipava alla vita politica, presentando candidati alle elezioni, ma verso il regime manteneva posizioni moderate. La sua battaglia principale fu l'approvazione di un Codice del lavoro, di cui il paese era privo. Fino ad allora esistevano solo norme sparse, come la legge del 1935 sul lavoro di donne e minori, il Codice delle obbligazioni del 1934 (modificato nel 1937 sui licenziamenti e sulle indennità), la legge sugli infortuni del 1943 e, per i sindacati, la legge ottomana del 1905 sulle associazioni, integrata nel 1934 dall'obbligo di riunire soltanto lavoratori dello stesso settore.

Il governo preparò una prima bozza nel 1944. La FTUWE ne ottenne copia il 23 ottobre 1945 e a dicembre presentò le proprie osservazioni. Nel febbraio 1946 incontrò il governo e la commissione giudiziaria del Parlamento modificò il testo sostituendo il termine associazioni con sindacati, cosa che la federazione festeggiò come una vittoria importante. Per spingere il Parlamento ad approvare la legge la FTUWE organizzò una manifestazione e uno sciopero generale il 21 maggio 1946. Il Parlamento si riunì per discuterla quattro giorni dopo. In quel periodo si ebbero scioperi al porto di Beirut, alla Banque du Syrie et Liban, nei trasporti, nelle centrali elettriche e nelle fabbriche di tabacco. Nel 1945 gli operai della fabbrica al-Aswaf al-Wataniyya fecero lo sciopero più lungo della storia del movimento che durò quattro mesi. Il più violento fu quello alla Régie, la manifattura dei tabacchi, iniziato l'11 giugno 1946. Il 27 luglio, quando un camion tentò di uscire dallo stabilimento per rompere lo sciopero, gli operai si stesero a terra per bloccarlo e le forze di sicurezza spararono, uccidendo Wardi Ibrahim, ricordata come la prima lavoratrice morta in Libano per la causa del lavoro. Questa mobilitazione creò le condizioni per l'approvazione del Codice, promulgato il 23 settembre 1946. Per la prima volta lo Stato riconosceva ufficialmente i sindacati.

Khater ne dà tuttavia un giudizio critico. Il Codice, composto da 114 articoli, contiene alcune tutele reali: vieta il lavoro sotto i 13 anni, regola quello di adolescenti e donne (comprese maternità e parità di trattamento), fissa la settimana lavorativa a 48 ore, prevede quindici giorni di ferie pagate dopo un anno di servizio, affida la determinazione del salario minimo a una commissione con rappresentanti del ministero, dei datori di lavoro e dei lavoratori e garantisce, in caso di licenziamento, un'indennità di un mese di stipendio per ogni anno di servizio che sostituisce, in parte, la funzione di una cassa di previdenza sociale. Tuttavia esclude i lavoratori agricoli, i domestici, i liberi professionisti e i dipendenti pubblici e contiene norme pensate per frenare l'azione sindacale. Ad esempio il datore di lavoro non deve pagare l'indennità se il lavoratore è assente senza giustificazione per sette giorni consecutivi o quindici in un anno oppure se non rispetta una decisione arbitrale. Inoltre lo Stato interviene in ogni vertenza, approva i regolamenti interni delle imprese e ne controlla l'applicazione, tanto che il Codice è stato definito un assegno in bianco per l'amministrazione governativa dei rapporti di lavoro.

Le norme sui sindacati mostrano meglio questo spirito di controllo. I sindacati sono persone giuridiche e possono agire in giudizio (art. 83) ma il loro unico scopo deve essere la tutela degli interessi professionali ed è vietata ogni attività politica (art. 84). Possono iscriversi solo persone con la stessa professione o con professioni simili, definite da un'ordinanza del ministero (art. 85). Per costituirsi serve l'autorizzazione ministeriale (art. 86) e la legge non fissa alcun termine entro cui il ministero debba rispondere. I sindacati restano così in balia della volontà politica del ministro. Una volta autorizzato, il sindacato deve eleggere il primo consiglio entro due mesi, altrimenti l'autorizzazione decade, un tempo insufficiente per convincere i lavoratori ad aderire, organizzare il sindacato e seguire la corretta procedura elettorale. Il governo controlla gli affari interni dei sindacati (art. 89) e può sciogliere i consigli che non svolgono i propri compiti oppure chiedere la sostituzione di un singolo membro (art. 105). Per iscriversi occorre essere libanesi, maggiorenni e senza condanne (art. 91). Gli stranieri in possesso di un permesso di lavoro possono aderire ma non votare (art. 92), il che li esclude di fatto dal movimento. I sindacati possono unirsi in federazioni, previa autorizzazione (art. 106), ma la legge non ne definisce diritti e poteri, non prevede la contrattazione collettiva e non nomina nemmeno le parole sciopero e serrata. A tutto ciò si aggiunge la posizione internazionale del Libano che ha ratificato la convenzione ILO n. 98 sul diritto di organizzazione e di contrattazione collettiva ma dal 1948 rifiuta di ratificare la n. 87 sulla libertà sindacale, il cui articolo 2 riconosce il diritto di costituire organizzazioni senza autorizzazione preventiva. Secondo Khater l'autorizzazione preventiva è sempre stata uno strumento con cui lo Stato ha cooptato il movimento operaio e il rifiuto di rinunciarvi serviva a mantenere il controllo sul lavoro organizzato.

Subito dopo il Codice il governo scioglie i sindacati esistenti e riautorizza solo quelli politicamente allineati, come la Lega dei sindacati, il cui presidente onorario era il figlio del presidente al-Khuri, mentre nega il riconoscimento alla FTUWE per i legami con il partito comunista. La sede della FTUWE è perquisita il 5 gennaio 1948 e di nuovo a marzo. Con la scissione del 1949 nel movimento internazionale, la Lega entra nella ICFTU mentre la FTUWE resta nell'organismo vicino ai comunisti, riceve inviti in Unione Sovietica e visite della CGT francese. Nasce la Federazione dei sindacati uniti (1952), formata da dipendenti privilegiati di imprese pubbliche, con una rivista, al-'Awasif che difende il sistema settario. Nel 1954 la Lega si scinde ancora e in meno di sei anni i sindacati si disperdono in cinque federazioni. Il 30 aprile 1958 viene autorizzata la GCWL, con quattro federazioni di destra, generali o territoriali anziché di categoria, unite dall'appartenenza politica. Per Khater, però, sul declino della FTUWE pesarono anche il rafforzamento dell’élite finanziaria dopo l’indipendenza, la presenza di lavoratori salariati con una mentalità borghese, individualista e conservatrice e un settore industriale troppo ridotto per sostenere una classe operaia numerosa. 

Con la presidenza di Fu'ad Shihab (1958-64) cambia l'orientamento dello Stato. Nel 1959 il governo fece condurre da una società di consulenza francese, l'IRFED, un'indagine sulle condizioni socio-economiche del paese. Ne emersero zone di forte povertà nel Nord (Akkar, Dunniya, Hermel), nella Bekaa e in parte del Sud, oltre a cinture di miseria che si allargavano attorno a Beirut e Tripoli per l'arrivo di poveri dalle campagne. Su quella base Shihab avviò un programma di sviluppo. Furono creati un Ufficio per lo sviluppo sociale, la Banca centrale (1964) e un sistema di contabilità nazionale, fu approvata la legge sulla previdenza sociale (NSSF), aumentò la spesa per istruzione e sanità e furono rinnovate le infrastrutture, soprattutto nelle aree rurali. In un discorso del 22 novembre 1962 Shihab presentò lo sviluppo economico e sociale come il fondamento dell'unità nazionale. Tuttavia lo Stato non intervenne davvero sul mercato che rimase quasi privo di regole. Le nuove istituzioni crearono, piuttosto, il quadro adatto al suo buon funzionamento.

In quegli stessi anni i sindacati rimasti fuori dalla GCWL rilanciarono le proprie rivendicazioni: modifica dell'articolo 50 del Codice del lavoro che permetteva al datore di lavoro di licenziare i dipendenti non vincolati da un contratto o da un accordo a durata determinata, legge sulla previdenza, ferie pagate, riduzione dell'orario e libertà di organizzarsi senza interferenze del governo. Dopo alcune riunioni nel 1959, nel febbraio 1962 si tenne una conferenza durata un mese, con 90 delegati di 60 dei 101 sindacati autorizzati che rappresentavano 60.000 salariati. Chiese anche di estendere la legislazione ai lavoratori agricoli, esclusi dal Codice del 1946. Per contrastare i sindacati vicini al governo, i sindacati di sinistra si riunirono nel Fronte di liberazione dei lavoratori che nel 1962 ottenne l'autorizzazione dal ministro dell'Interno Kamal Junblat, capo del Partito socialista progressista. Nel 1965 il Fronte, con i partiti di sinistra e un gruppo di sindacati indipendenti, organizzò una grande protesta che portò alla legge sull'indennità di fine rapporto per i lavoratori del settore privato.

Le lotte di questi anni diedero risultati concreti. Nel solo biennio 1960-61 furono proclamati ventinove scioperi, per lo più per aumenti salariali e per la modifica e l'applicazione delle norme sul lavoro. Nel 1961 arrivò il primo aumento dei salari dal 1944 mentre un secondo aumento fu deciso nel 1965. Tra il 1960 e il 1966 gli scioperi furono 61, di cui 46 nell'industria e 15 nei servizi. Secondo Albert Mansour tra il 1954 e il 1977 ne ebbero successo 38 su 95. Sul finire degli anni ‘60 il movimento assunse un carattere più politico: chiese la modifica degli articoli 13, 40, 50 e 74 del Codice del lavoro e la partecipazione dei sindacati alle istituzioni sociali e alla legislazione economica e sociale. Il potere rispose con una politica di integrazione. Nel 1966 il Ministero degli Affari sociali autorizzò cinque nuove federazioni che aderirono alla GCWL, tra cui la FTUWE. Nel 1970 fu autorizzato anche il Partito comunista. Khater legge queste mosse come una strategia per inserire la sinistra nel sistema, purché non ne minacciasse seriamente l'equilibrio. Nel 1970 tutte le federazioni rimaste fuori confluirono nella GCWL che da allora divenne il principale sindacato del paese.

Lo statuto del 1970, di 41 articoli, previsto per un solo anno in attesa di una struttura per settori, è ancora in vigore. Ha quattro organi: un consiglio esecutivo con due rappresentanti per federazione, un ufficio esecutivo di dodici membri eletti dal consiglio per quattro anni, il cui presidente è portavoce, un consiglio con quattro rappresentanti per federazione, titolare del potere legislativo e con diritto di veto sul consiglio esecutivo e un'assemblea generale, autorità suprema. I rappresentanti sono designati dalle federazioni, non eletti, e ognuna pesa allo stesso modo. L'organo inferiore non elegge quello superiore e manca la proporzionalità. Lo statuto della GCWL era stato pensato per tenere sotto controllo i conflitti tra federazioni rivali ma ottenne l'effetto opposto. Poiché ogni federazione conta allo stesso modo, il sistema si presta a manovre sui voti e questo spiega in parte perché dopo la guerra le federazioni si siano moltiplicate. Le decisioni prese dal consiglio esecutivo non rispecchiano necessariamente la posizione delle federazioni e il loro peso ne risente. Inoltre la confederazione riceve quote di iscrizione scarse e si regge soprattutto sugli aiuti del governo e di istituzioni straniere, il che ne compromette l'indipendenza. Verso la fine degli anni ‘80 vari organismi, tra cui la Federazione dei sindacati uniti e la Federazione nazionale, proposero di riformare lo statuto ma ogni tentativo fu sabotato dai membri della confederazione e dal Ministero del lavoro che volevano controllarla più strettamente.

Anche i numeri mostrano un movimento frammentato. Tra il 1956 e il 1966 i sindacati passarono da 72 a 117, con una crescita annua del 5%, mentre gli iscritti aumentarono del 9% all'anno. Nel 1966 ogni sindacato aveva in media appena 298 iscritti. La quota di lavoratori sindacalizzati era del 20,6% nel 1960 e del 22,3% nel 1965 ma questi dati sono in realtà sovrastimati perché molti lavoratori siriani e palestinesi, impiegati nell'industria e nel settore informale, non erano registrati né al Ministero degli Affari sociali né al NSSF. Tenerne conto abbasserebbe la percentuale. Secondo un sondaggio del 1986, durante la guerra la quota era del 14%. Nel 1965 i cinque sindacati più grandi raccoglievano il 30,7% degli iscritti (tessile 10,18%, tabacchi della Régie 6,25%, Middle East Airlines 5,69%, Banca centrale 5%, ferrovie 3,45%) mentre i 107 più piccoli ne totalizzavano il 56,6%. Nel 1970 i salariati erano così distribuiti: 41% nei servizi, 19% nell'industria, 19% nell'agricoltura, 15% nel commercio, 7% nell'edilizia. Il tasso di attività era basso, il 45%, con una partecipazione maschile del 75% e una femminile di appena il 15%.

Le lotte dei primi anni ‘70 ebbero un costo umano alto. Nel novembre 1972 circa 1200 operai sindacalizzati della fabbrica Ghandour scioperarono per aumenti salariali, parità di retribuzione tra uomini e donne, riconoscimento dei comitati di fabbrica e diritto di organizzazione sindacale. Le forze di sicurezza intervennero con violenza, causando la morte di due lavoratori, molti feriti e numerosi arresti. Il 24 gennaio 1973, durante una manifestazione di lavoratori del tabacco, a Nabatiya, furono uccisi due lavoratori agricoli. Nel marzo 1975 a Sidone fu ucciso il politico e attivista Ma'ruf Sa'd durante una protesta dei pescatori contro l'impresa Proteine che monopolizzava il settore della pesca.

Nel 1973 partì una campagna per modificare l'articolo 50 del Codice del lavoro e ad agosto fu dichiarato uno sciopero generale contro inflazione e rincari. Le federazioni di destra della GCWL si affidavano alle promesse del governo e per questo lo sciopero generale fu rinviato cinque volte tra settembre 1973 e aprile 1974. La federazione nazionale di sinistra organizzò allora una manifestazione il 27 marzo 1974, con 50.000 lavoratori, e lo sciopero generale si tenne il 2 aprile. Dopo lo sciopero un accordo tra governo e GCWL modificò l'articolo 50 e il decreto 34 e ottenne un aumento del salario minimo, un aumento del 10% per chi aveva meno di vent'anni e migliori assegni familiari. L'articolo 50 fu poi riformulato dal decreto 9640 del 1975 che subordina il licenziamento dei membri eletti dei consigli sindacali al ricorso al Comitato di conciliazione. La tutela resta però limitata ai soli membri eletti di sindacati già autorizzati. I promotori, ad esempio, non sono protetti nella fase fondativa, cioè tra la domanda di costituzione e le elezioni del consiglio dopo l'autorizzazione, che è proprio il momento in cui i sindacalisti ne avrebbero più bisogno perché i sindacati nascono spesso quando i conflitti con i datori di lavoro sono già in atto.

La guerra civile mise lo Stato in difficoltà ma non lo cancellò, infatti continuò a pagare gli stipendi pubblici e a sostenere i prezzi di grano e carburante, anche se le dogane erano in mano alle milizie. L'economia attraversò tre crolli. Nel 1976 la produzione scese a un terzo del livello del 1974. Nel 1982 cadde prima del 30% e poi di un ulteriore 15%. Nel 1988-90 scese alla metà della media del 1987. Nel 1986-87 la lira perse in media l'80% annuo. L'industria si dimostrò più resistente. Nel 1985 la meccanizzazione era cresciuta del 50% rispetto al 1971-73. L'occupazione nel settore privato, invece, aumentò soltanto dell'11% tra il 1974 e il 1987 mentre i lavoratori libanesi emigravano e arrivava manodopera non qualificata araba e asiatica.

In questo quadro la GCWL chiedeva ogni anno aumenti salariali ma con il tempo le sue richieste si fecero più mature perché l'aumento da solo non bastava a difendere i salari. Si aggiunsero la riforma della tassazione sui redditi, la riduzione degli onorari dei medici e i sussidi al pane. Nel 1981 propose un comitato tripartito di datori di lavoro, Stato e lavoratori per controllare l'indice dei prezzi e chiese di legare i salari a quell'indice. Nel 1984 domandò di agganciarli al valore della lira, nel 1985 una scala mobile, nel 1986 il controllo dei cambi e nel 1987 misure per difendere la moneta. Soltanto nel 1992, dopo Ta'if, denunciò l'inefficacia degli interventi sporadici e chiese per la prima volta una politica salariale organica. Per Khater queste richieste, sempre simili, rivelano l'incapacità dello Stato e delle élite di dare risposte durature. Sul piano politico la GCWL fu invece cauta. In un documento del 1983 indicò dei principi generali, come indipendenza e sovranità del Libano, rifiuto del settarismo, giustizia, libertà sindacale, nuova legge elettorale e laicizzazione dello Stato. Una posizione definita cautamente riformista. Questa cautela dipendeva soprattutto dalle divisioni interne. Nei primi due anni di guerra la GCWL non fece nulla, fu la FTUWE, guidata da Elias Haber, a organizzare conferenze e a dar voce ai lavoratori. Con la tregua del novembre 1976 la GCWL elesse presidente Georges Saqr e chiese al governo di triplicare il suo contributo annuale. Il 9 maggio Saqr incontrò Bashir Jimayyil, il leader delle Forze libanesi, e dieci federazioni, guidate da Antoine Bishara, boicottarono la riunione del giorno dopo mentre Halim Matar chiese le dimissioni di Saqr.

Dal 1982 le Forze libanesi parteciparono alla pubblicazione dell'indice dei prezzi e l'Organizzazione comunista del lavoro denunciò il tentativo di mettere la GCWL sotto l'autorità di Bashir Jimayyil. Diciotto federazioni, con il segretario generale Tufiq abu Khalil, minacciarono di lasciarla e lo stesso fecero le federazioni delle aree cristiane. Nel 1984, alla morte di Pierre Jimayyil, fondatore delle Falangi, la GCWL sospese la riunione del consiglio esecutivo e diffuse un comunicato che lo definiva simbolo della lotta nazionale. Nel 1985, dopo un incontro con le Forze libanesi, un altro comunicato elogiò il loro comandante Elias Hobayka ed espresse soddisfazione per la libertà di cui godeva l'attività sindacale nella regione cristiana. Questi episodi mostrano quanto la confederazione fosse vicina ai leader delle milizie, anche se le dichiarazioni pubbliche di Antoine Bishara dicevano altro. Ribadiva, infatti, l'indipendenza politica della GCWL e chiedeva la chiusura dei porti illegali, controllati dalle milizie cristiane. Dopo l'accordo di Ta'if la confederazione sostenne apertamente lo scioglimento di tutte le milizie. Il comportamento della GCWL in guerra era segnato da risposte tardive o assenti. Non reagì alla protesta dei pescatori di Sidone nel 1975, allo scoppio della guerra nell'aprile dello stesso anno, all'assassinio di personalità politiche, alle guerre tra milizie, ai vertici di riconciliazione e all'accordo del 17 maggio 1983. Rimase in silenzio anche sulle lotte tra cristiani e drusi e sui massacri nella regione dello Shouf.

Tra il 1983 e il 1986 la crisi economica fu gravissima: il Pil crollò, le importazioni arrivarono a coprire fino all'80% dei beni, il bilancio statale e la bilancia dei pagamenti erano in deficit e la moneta nazionale collassò. Prezzi in forte aumento e potere d'acquisto in calo peggiorarono le condizioni di vita ma la GCWL si limitò a rivolgersi ai funzionari, avanzare richieste e minacciare scioperi. Nel 1983 la sua rivendicazione principale fu di essere coinvolta nelle decisioni di politica economica, sociale e nazionale. Nel 1985, mentre l'instabilità politica cresceva, restò quasi in silenzio e il consiglio esecutivo non si riunì né a giugno né a luglio. In un'intervista al quotidiano al-Anwar, Bishara spiegò quell'inerzia dicendo che “la struttura settaria [della GCWL] impedisce lo scoppio di una vera rivoluzione”.

Nel 1986, con lo Stato ormai senza controllo, Bishara dichiarò luglio “mese di lotta popolare per salvare il Libano da guerra e fame”. Il 3 luglio si tenne uno sciopero generale, una settimana dopo seguirono manifestazioni in varie regioni ma il 16 luglio, il giorno prima delle proteste nazionali, la GCWL fece marcia indietro per le minacce ricevute e lasciò ogni regione libera di decidere. Fu comunque la prima mobilitazione dal 1975 a coinvolgere regioni e confessioni diverse, unendo rivendicazioni economiche e la richiesta della fine della guerra.

Nel 1987 la GCWL tornò più attiva. A maggio si tenne la prima Conferenza nazionale dei sindacati che approvò una serie di decisioni su questioni nazionali, economiche, finanziarie, monetarie e sociali. Sul piano economico la confederazione denunciò l'aumento dei buoni del tesoro, gli affitti delle proprietà marittime e i piani di austerità e chiese migliori condizioni di lavoro per insegnanti, lavoratori agricoli e dipendenti della Middle East Airlines. Le richieste politiche si fecero più radicali: chiusura dei porti illegali, eliminazione delle tasse illegali e apertura dei passaggi tra le zone divise. Dopo l'assassinio dell'ex primo ministro Rashid Karami, il 1° giugno, la GCWL chiese una soluzione al vuoto politico che ne seguì. La tregua tra le milizie, insieme al peggioramento della crisi economica, le aprì lo spazio per intervenire con più forza. Il 30 settembre una seconda conferenza nazionale convocò manifestazioni in tutte le regioni per il 15 ottobre: due cortei, uno da Beirut est e uno da Beirut ovest, si incontrarono davanti al Parlamento. La conferenza proclamò poi uno sciopero generale per il 5 novembre contro il crollo della moneta nazionale, chiedendone la difesa. Lo sciopero, a tempo indeterminato, fu accompagnato da grandi manifestazioni in varie regioni, soprattutto nella capitale, dove i manifestanti dei due lati di Beirut si ritrovarono di nuovo a metà strada.

Khater individua diversi fattori alla base di una mobilitazione così eccezionale. Nel 1987 la svalutazione della lira toccò il culmine, con un'inflazione del 400% e il crollo totale del potere d'acquisto. Il fenomeno colpì tutti i gruppi sociali (salariati, datori di lavoro, lavoratori autonomi e imprenditori) e spinse a una cooperazione tra GCWL, ordini professionali e associazioni imprenditoriali. Inoltre scioperi e proteste si svolgevano mentre le milizie si frammentavano nelle varie regioni. Questo ne indeboliva il controllo sull'azione della confederazione, permettendo l'emergere di iniziative politiche indipendenti. A livello istituzionale lo stallo tra il presidente Amin Jimayyil e il primo ministro Omar Karami bloccava ogni trattativa tra governo e movimento sindacale che di fatto poteva solo scendere in piazza.

Il 9 novembre, però, la confederazione sospese bruscamente lo sciopero, nonostante la massiccia partecipazione in tutto il paese. Il comunicato che lo annunciava era ambiguo: diceva che lo sciopero era stato annullato perché aveva ottenuto alcune richieste secondarie, benché la rivendicazione principale fosse la difesa della moneta, e spiegava che andava interrotto per evitare che qualche partito lo strumentalizzasse. Per Khater entrarono in gioco la pressione delle milizie che il comunicato non menzionava. Nei loro incontri con i rappresentanti della GCWL i capi miliziani avevano chiesto direttamente di sospendere gli scioperi, in alcune regioni sotto il loro controllo avevano costretto le imprese a riprendere il lavoro e avevano lanciato campagne mediatiche contro gli obiettivi politici dello sciopero. Poi pesava la mancanza di accordo tra i partecipanti alla conferenza su un messaggio politico chiaro e la loro incapacità di affrontare le milizie al potere. C'era poi una distanza tra la dirigenza della GCWL, le cui elezioni erano sospese dall'inizio della guerra, e i manifestanti. Secondo l'allora presidente della confederazione, questa chiedeva riforme mentre la gente voleva il cambiamento del sistema. La GCWL non era preparata a organizzare e coordinare azioni su scala nazionale dato che il suo ruolo si limitava a incontri ad alto livello, senza assemblee generali né coordinamento regionale o locale. Per i giornali la partecipazione allo sciopero fu comunque altissima e questo suggerisce che la forza del movimento popolare avesse compensato la scarsa organizzazione. La confederazione sembrava essere stata spinta ad agire dal degrado improvviso delle condizioni di vita, senza essere pronta né sul piano organizzativo né su quello politico mentre l'organizzazione sarebbe stata necessaria proprio per resistere all'opposizione delle milizie. L'annullamento provocò proteste immediate contro le pressioni politiche che lo avevano imposto. Ci furono manifestazioni in varie regioni, soprattutto a Beirut, dove oltre 60.000 persone dell'est e dell'ovest della città si ritrovarono insieme. 

Nel 1988 la GCWL ripeté le richieste su salari, NSSF e controllo dei prezzi, propose un comitato economico e sociale di emergenza, protestò contro l'intervento siriano nello scontro tra Hezbollah e Amal e tacque sulla nomina di Aoun a primo ministro e presidente ad interim. Dal 23 settembre il consiglio esecutivo non si riunì più. 

Nel 1989 il paese ebbe due governi paralleli, quello del generale Michel Aoun e quello di Salim al-Hoss. La GCWL assunse una posizione a metà tra i due. Dopo la firma degli accordi di Ta'if, il 22 ottobre, Aoun sciolse il Parlamento ma i deputati non accettarono la decisione ed elessero presidente René Mu'awwad, la cui legittimità venne riconosciuta dalla confederazione. In quel periodo la GCWL discusse l'aumento dei salari con il primo ministro al-Hoss e il 1° giugno 1989 fu annunciato un aumento salariale.

Nel 1990 le sue scelte politiche divennero più nette. Condannò lo scontro tra l'esercito di Aoun e le Forze libanesi di Samir Ja'ja' che causò gravi danni nelle aree cristiane. Il 5 aprile dichiarò apertamente il proprio appoggio agli accordi di Ta'if, quindi allo scioglimento delle milizie, condizione indispensabile per applicarli. Ad agosto condannò Aoun e convocò una marcia, per il 23 agosto, a sostegno di Ta'if, dei diritti umani e contro la corruzione e le milizie. Il nuovo presidente Elias Hrawi la vietò, sostenendo che avrebbe compromesso la stabilità e la pace appena raggiunte. La prima iniziativa del dopoguerra fu la Conferenza nazionale dei sindacati del 20 settembre 1990 che raccomandò di applicare gli accordi di Ta'if e di modificare le leggi monetarie e fiscali, comprese le norme sul segreto bancario, per proteggere la lira. Per difendere i salari dal carovita propose la scala mobile, il rafforzamento del consiglio nazionale dei prezzi, il controllo dei prezzi alimentari (incluso il sussidio al pane) e l'abolizione dell'articolo 50 del Codice del lavoro. Chiese inoltre di potenziare i servizi pubblici. Il 24 dicembre 1990 Omar Karami fu incaricato di formare il primo governo del dopoguerra che nacque l'8 gennaio 1991. In una conferenza stampa la GCWL indicò tre priorità: l'adeguamento della scala salariale e dei benefici sociali, le richieste dei lavoratori degli enti autonomi e quelle urgenti degli insegnanti. Il 14 gennaio scrisse al ministro del Lavoro, Albert Mansour, per sollecitarlo sull'adeguamento dei salari mentre il 4 febbraio tenne un incontro con gli insegnanti del settore pubblico e privato e con i professori universitari, al termine del quale fu firmata una dichiarazione comune su unità del movimento sindacale, azione unitaria per salari e scala mobile, sostegno ai docenti e coordinamento.

Nel 1992 la situazione si fece più tesa. Il 27 marzo l'ufficio esecutivo contestò la decisione del governo di abolire i sussidi al grano e la confederazione fissò a giugno la scadenza entro cui l'esecutivo doveva migliorare il tasso di cambio e la crescita oltre che varare una nuova scala salariale. Prima di quella scadenza, il 9 maggio, ci furono manifestazioni di massa, accompagnate da atti di violenza, contro la politica economica del governo, e il primo ministro Karami si dimise. Più tardi alcuni dirigenti sindacali ammisero che la GCWL non intendeva far cadere il governo, anche se le manifestazioni ebbero un ruolo importante nelle dimissioni. Secondo altre fonti la confederazione fu manipolata dalle élite politiche che volevano rimuovere Karami, usando la mobilitazione per i propri interessi più che per le richieste dei lavoratori.

Il nuovo governo di Rashid al-Solh adottò una politica monetaria rigida e misure per aumentare le entrate pubbliche: provò a riscuotere le multe per le costruzioni abusive realizzate durante la guerra, soprattutto sul demanio costiero, e aumentò la tassa sulla benzina. Non bastò a frenare l'inflazione né il deprezzamento della lira. A settembre 1992 il cambio medio fu di 2520 lire per dollaro, con punte di 2850 a metà mese. La Conferenza nazionale dei sindacati del 1992 ripeté le richieste del 1990 e avvertì che, se il problema della moneta non fosse stato risolto entro un mese, la GCWL avrebbe aumentato la pressione. Chiese riforme politiche (formazione del governo, abolizione del settarismo, nuova legge elettorale, riforma amministrativa, rafforzamento dell'esercito) ed economiche contro le privatizzazioni e a favore della produzione nazionale, con cambiamenti nella politica monetaria della Banca centrale e una soluzione strutturale per i salari. Nell'estate 1992 il governo volle comunque tenere le prime elezioni legislative dal 1972, boicottate in gran parte dai cristiani per le implicazioni di Ta'if. I deputati eletti insistettero per la nomina a primo ministro di Rafiq Hariri, un miliardario che aveva avuto un ruolo importante nel processo di Ta'if, e a ottobre 1992 divenne primo ministro. Il suo primo governo segnò l'inizio della ricostruzione e di una nuova fase per il movimento sindacale, ormai indebolito e molto politicizzato.

Successivamente Khater ricostruisce la parabola delle relazioni sindacali libanesi dal 1992, anno di avvio della ricostruzione, fino all'aggiustamento salariale del 2012 che legge come punto di arrivo della cooptazione e del dissolvimento del movimento operaio. La tesi di fondo rovescia la lettura corrente: non è la guerra civile ad aver indebolito il sindacalismo libanese perché le sue caratteristiche strutturali (rivendicazioni moderate, circoscritte alle condizioni di lavoro, mai orientate a mettere in discussione l'assetto confessionale) precedono il conflitto. Ciò che cambia nel dopoguerra è l'intensità dell'intervento dell'élite settario-liberale, organizzata in un cartello di uomini d'affari e finanzieri che persegue due obiettivi convergenti, ovvero impedire l'emergere di un'alternativa politica al sistema confessionale e assicurarsi il controllo delle risorse e delle rendite. Il meccanismo è bene espresso dalla riflessione di Hannes Baumann ripresa da Khater: la politicizzazione del settarismo esige la depoliticizzazione delle fratture socio-economiche perché rivendicazioni fondate sul lavoro anziché sulla confessione introducono una visione alternativa della politica e perturbano l'ordine costituito.

Il primo snodo è l'istituzionalizzazione del confessionalismo. Gli accordi di Ta'if chiudono i combattimenti ma non scalfiscono il settarismo. L'articolo 95, che pure prevede un comitato per la sua abolizione, è scritto in modo da neutralizzarlo giacché ne affida la presidenza al capo dello Stato e la composizione al premier e al presidente del parlamento, cioè agli stessi rappresentanti del sistema da eliminare. Quel comitato non vide mai la luce. Lo stesso articolo mantiene la parità confessionale nei gradi apicali della pubblica amministrazione mentre l'articolo 22 introduce un senato confessionale. Ta'if ridisegna soprattutto la distribuzione del potere, con la presidenza maronita che diventa simbolica, la presidenza del consiglio affidata a un sunnita che acquisisce poteri esecutivi rafforzati e la presidenza del parlamento sciita che vede esteso il mandato da uno a quattro anni. La legge elettorale, inoltre, continua a far votare nel distretto di registrazione anziché di residenza, consolidando legami familiari e confessionali e ostacolando l'integrazione nei luoghi di vita. Per questo si parla di una democrazia di comunità più che di cittadini, strutturalmente generatrice di disuguaglianze. Lo stesso modello si riproduce nella GCWL, la cui presidenza è sempre stata cristiana dal 1968 senza alcuna norma che lo imponga. Dopo la guerra cambia solo la vicepresidenza, affidata a uno sciita dal 2000, a conferma dell'assorbimento del sindacato nel sistema confessionale.

Il secondo snodo riguarda la fisionomia dell'élite. I vecchi zu'ama, indeboliti ma non eliminati, si affiancano ai capi delle milizie divenuti ministri e agli imprenditori arricchitisi durante la guerra che convertono il patrimonio in potere politico, tanto che nel 1996 il 30% dei deputati è composto da uomini d'affari. La ricostruzione, con il piano Horizon 2000 da 14,3 miliardi di dollari in dieci anni e con la legge 117 che affida la ricostruzione del centro di Beirut a un'unica società immobiliare, Solidere, coinvolgendo circa 120.000 tra proprietari e inquilini, è l'espressione più visibile della commistione tra interessi pubblici e privati. Hariri, premier dal 1992 al 2004 salvo il biennio 1998-2000, cumula a lungo le cariche di premier e ministro delle finanze e porta al governo uomini del proprio entourage economico. Le politiche monetarie e fiscali favoriscono le banche e il terziario a scapito di industria e agricoltura, con il capitale bancario che passa da 143 milioni di dollari nel 1992 a 3,3 miliardi nel 2002, finanziato dall'acquisto di titoli di Stato, con il debito pubblico che supera il 180% del Pil nel 2006 e con il 36% del credito totale nel 1999, pari al 90% del Pil, che va al settore pubblico mentre i prestiti al privato scendono dal 34% al 23% con industria e agricoltura che ricevono rispettivamente il 10% e il 2%. L'effetto di spiazzamento comprime la capacità produttiva, con l'industria che opera al 30-50% della capacità, e riduce il tessuto economico a microimprese, tanto che nel 2004, su 176.279 aziende, il 90% impiega meno di cinque lavoratori e solo lo 0,5% più di cinquanta. 

Da qui la bassa sindacalizzazione che risente anche di una partecipazione al lavoro femminile assai contenuta, nel 2009 il tasso di attività si fermava al 49%, con appena il 26% delle donne occupate o in cerca di lavoro contro il 73% degli uomini, e di un mercato segnato nel 2010 da un'elevata informalità, con il 20% dei lavoratori privi di copertura sociale e il 36% di autonomi, per lo più poco qualificati e con accesso limitato alle forme assicurative. A ciò si aggiunge l'esclusione di circa 477.000 lavoratori stranieri che possono iscriversi ai sindacati ma non partecipare alle elezioni e restano dunque ai margini del movimento. Il risultato è un tessuto sindacale numericamente consistente ma socialmente esile. Nel 2001 i sindacati erano 238 con 78.829 iscritti, una media di 331 per sindacato, e la quota di sindacalizzati si attestava al 10,6% dei salariati, per scendere al 5,2% nel 2015, con un dato controintuitivo, giacché le donne risultano più sindacalizzate degli uomini (8,8% contro 3,2%) grazie alla forte presenza femminile nel settore educativo.

La fase 1993-1997 rappresenta l'unico momento di effervescenza ma Khater ne ridimensiona subito la portata, osservando che le rivendicazioni restano quelle di sempre (salari, fringe benefits, prezzi al consumo e controllo degli affitti) e che la GCWL non si batté mai per l'applicazione della legge 36 del 1967, la quale obbliga il governo a pubblicare annualmente un indice del costo della vita tramite il Comitato per l'indice dei prezzi preferendo rilanciare ogni anno richieste di aumenti fuori dal meccanismo istituzionale. L'eccezione è la presidenza di Elias Abu Rizq, eletto nel luglio 1993 con 23 voti contro 21 di Antoine Bishara, dopo che questi aveva epurato le liste dai candidati di sinistra in accordo con il ministro del Lavoro Abdallah al-Amin. Abu Rizq, dipendente di Télé Liban e vicino alla sinistra, e il segretario generale Yasir Ni'ma, fondatore dell'Organizzazione dei socialisti libanesi e dell'Organizzazione d'azione comunista, diedero al sindacato una voce politica. Di conseguenza la GCWL divenne un attore dell'opposizione a Hariri. Le condizioni di vita erano drammatiche e il governo non onorava gli accordi, tanto che nel novembre 1993 fu raggiunta un'intesa su salari, benefits e prezzi che restò lettera morta. Nel 1995 Hariri e il ministro del Lavoro incoraggiarono Bishara a rompere con Abu Rizq favorendo la nascita di una federazione parallela con sei delle ventidue federazioni della GCWL. Nel febbraio 1996 la conferenza nazionale dei sindacati lanciò un ultimatum di un mese al governo e in marzo il comitato si riunì senza esito. La GCWL chiedeva un aumento del 76% ma gli imprenditori erano fermi al 15%. In aprile la GCWL tentò di sfruttare la visita di Chirac per un sit-in davanti al parlamento, bloccato dall'esercito. Il governo approvò a maggio un aumento respinto sia dagli imprenditori sia dalla GCWL. Dopo le elezioni politiche del settembre 1996 Abu Rizq attaccò il piano di chiusura delle televisioni private e indisse sit-in e scioperi per ottobre, tutti repressi dall'esercito. Khater sostiene che questa conflittualità rifletteva la polarizzazione politica nazionale, lo scontro Hariri-Lahhud e poi Hariri-Birri, e non un conflitto tra lavoratori e Stato.

La frattura del 1997 è il tornante decisivo. Hariri, volendo indebolire Lahhud, si alleò con Birri e As'ad Hirdan e con sindacalisti ostili ad Abu Rizq come Bishara per impedirne la rielezione. Il ministero del Lavoro autorizzò cinque nuove federazioni legate ad Amal quattro giorni prima del voto, dopo averle respinte per quattro anni, garantendosi dieci delegati filo-governativi. Il 24 aprile si tennero due elezioni, la prima senza osservatori ministeriali in cui Abu Rizq fu rieletto con 24 voti su 26 delegati di dodici federazioni, la seconda sotto supervisione ministeriale e trasmessa dalla televisione nazionale in cui 35 delegati su 54 elessero Ghanim al-Zughbi. Il ministero riconobbe solo la seconda e Abu Rizq fu arrestato il 30 maggio con l'accusa di usurpazione di titolo, trattenuto in custodia e rilasciato dopo otto giorni su cauzione di 400.000 lire mentre l'ILO e la Confederazione internazionale dei sindacati liberi protestavano. La presidenza al-Zughbi fu breve e inconcludente, si dimise nel 1998 e segnò il passaggio a una GCWL più timida, con richieste che si ripeterono senza esito e scioperi, nel novembre 1997, solo parzialmente seguiti giacché le istituzioni legate a Birri scioperavano e quelle legate a Hariri no, a dimostrazione che le appartenenze politiche e confessionali prevalgono su quelle sindacali.

Segue la strategia della cosiddetta covata che Khater considera il principale strumento di cooptazione. Il numero delle federazioni passa da 22 nel 1993 a 36 nel 2001 e a 59 nel 2015, con 18 che esistevano prima del 1975, 6 nate durante la guerra, 19 nel decennio 1990-99 (32% del totale), 14 tra 2000 e 2005 (24%) e solo 2 tra 2006 e 2016. Poiché ogni federazione ha lo stesso peso a prescindere dagli iscritti, la moltiplicazione diluisce il peso dei sindacati reali e permette ai partiti di bloccare ogni riforma proporzionale, proposta già nel 1993 da Bishara e nel 1995 dalla GCWL, mai approvata dal ministero. La crescita delle federazioni non corrisponde a quella dei sindacati (118 prima del 1975, 38 tra 1975 e 1989, 172 tra 1990 e 2015, per un totale di 328) né a un aumento della sindacalizzazione (64 sindacati nel 2015 appartenevano a due o più federazioni), da qui l'impressione di un'ingegneria elettorale al servizio del controllo politico più che di una rappresentanza del mondo del lavoro.

Dopo la rielezione di Abu Rizq nel luglio 1998 Bassam Tlays fu eletto segretario generale per gli affari arabi con 38 voti, segnando la cooptazione della GCWL da parte di Amal per i due decenni successivi. Il nuovo consiglio non rivendicò più la riforma organizzativa, proprio perché la proporzionalità avrebbe ridotto il potere di Nabih Berri. Nel 1999 l'elezione di Abu Rizq alla presidenza del consiglio di amministrazione del NSSF, ottenuta il 19 marzo con tre voti di scarto su Maurice Abu Nader, fu sabotata dall'opposizione congiunta di Stato e imprenditori che il 16 aprile elessero Abu Nader. Abu Rizq si dimise due giorni dopo. La stessa logica investì il consiglio economico e sociale, previsto da Ta'if e istituito con la legge 389 del gennaio 1995 ma operativo solo dal 1999, quando la GCWL si vide negare la facoltà di nominare i propri rappresentanti e Abu Rizq denunciò la manomissione governativa delle candidature, dimettendosi. Dopo la scadenza del primo mandato nel 2003 il consiglio restò dormiente fino al 2017.

Dal 2001 al 2017 la GCWL fu presieduta da Ghassan Ghusn, eletto il 15 marzo 2001 con 47 voti su 74 membri del consiglio esecutivo, espressione di una leadership pienamente cooptata che accettò aumenti molto inferiori alle richieste. Nel 2008 il salario minimo fu portato da 300.000 a 500.000 lire contro le 960.000 richieste. Nel 2012 l'accordo tra il premier Najib Miqati, imprenditori e GCWL fissò il minimo a 675.000 lire contro le 1.200.000 domandate e le 868.000 proposte dal ministro del Lavoro Charbel Nahas, la cui proposta basata sull'indice dei prezzi, che aveva rilevato un aumento del costo della vita del 100% tra 1996 e 2011 a fronte di salari cresciuti solo del 16%, fu bocciata con 29 voti su 30 e dichiarata illegittima dalla magistratura mentre la GCWL si schierò con gli imprenditori contro il ministro riformista, verosimilmente in seguito a un accordo segreto tra Michel Aoun e Nabih Berri.

A completare il quadro interviene la frattura del 2005, quando la leadership della GCWL si spezza tra un'ala vicina all'Alleanza dell'8 marzo, egemonizzata da Amal e Hezbollah, e la Democratic Union Alliance che raccoglie le sinistre e gli indipendenti. La spaccatura si era del resto preparata nelle settimane precedenti le elezioni del maggio 2005, con l'ammissione last-minute di sei federazioni, due vicine a Hezbollah e due ad Amal, mentre l'Alleanza del 14 marzo, accusando la confederazione di essere una creatura dell'intervento siriano, boiccottava le sue attività. L'esito fu una mobilitazione assai scarsa contro il piano di riforma Paris III del 2007, una conferenza internazionale dei donatori ospitata dalla Francia per sostenere il Libano nel servizio del debito e nel deficit di bilancio dove il governo presentò un'agenda di riforme economiche basata su sei pilastri (riforme per la crescita, rafforzamento delle reti di protezione sociale, aggiustamenti fiscali, privatizzazioni, assistenza finanziaria internazionale), perché le divisioni politiche neutralizzarono la capacità di pressione del sindacato. 

Dopo anni di immobilismo della confederazione generale dei lavoratori libanesi, il sindacalismo libanese dà segni di vita a partire dal 2011 e a trainarlo non è il settore privato, dove le iniziative restano episodiche e fragili (scioperi dei precari dell'azienda elettrica, repressione dei dipendenti di una catena di supermercati, difesa dell'unico contratto collettivo esistente da parte dei bancari, nascita di un sindacato di lavoratrici domestiche), bensì il pubblico impiego che si raccoglie nel Comitato di coordinamento sindacale (UCC) per ottenere una nuova scala salariale. La domanda guida è duplice: perché proprio i dipendenti pubblici riuscirono a mobilitarsi con tanta continuità e in che misura le appartenenze confessionali ne condizionarono il funzionamento.

Il Comitato non nasce dal nulla, infatti forme di coordinamento tra insegnanti esistevano già prima della guerra civile e furono riprese nel dopoguerra, con una grande manifestazione nel 2006 contro il precariato. La vera unificazione avvenne solo tra il 2011 e il 2012, quando le leghe dei maestri e dei professori accettarono di agire insieme, seguite dal sindacato dei docenti delle scuole private e dalla lega dei dipendenti statali. La figura di maggior spicco in questo processo fu Hanna Gharib, presidente della lega dei professori delle superiori e militante comunista di lunga data che i media trattarono come capo dell’UCC benché questa non avesse formalmente un presidente.

Il quadro giuridico in cui operavano i dipendenti pubblici era ostile alla sindacalizzazione. La normativa del 1959 assimilava lo sciopero dei funzionari alle dimissioni mentre il divieto di aderire a sindacati rimase in vigore anche dopo le aperture del 1992 che consentirono loro soltanto di iscriversi ai partiti. Gli insegnanti pubblici potevano organizzarsi esclusivamente in leghe culturali, poste sotto la tutela simbolica del ministro dell'Istruzione, e quelli della scuola primaria erano per giunta divisi su base regionale. I docenti della secondaria trassero invece vantaggio dal vuoto di autorità statale creatosi durante la guerra civile, infatti poterono dotarsi di un'unica struttura nazionale e fecero dello sciopero, pur formalmente vietato, una pratica di fatto tollerata. Diversa era la condizione dei docenti privati che dipendevano da due ministeri e, soprattutto, potevano essere licenziati con grande facilità da scuole spesso di matrice religiosa, tanto che l'iscrizione a un sindacato diventava una scelta rischiosa. Il settore pubblico poteva contare sul vantaggio opposto visto che la protezione dal licenziamento arbitrario permetteva di esporsi senza temere ritorsioni.

Su queste basi si spiega la capacità di tenuta del Comitato. Il pubblico impiego rappresenta circa un terzo dei lavoratori salariati e la coalizione, che riuniva più di duecentomila tra lavoratori e pensionati, si confrontava con un unico interlocutore, lo Stato. La legge consentiva una sola lega per ciascuna categoria e l'adesione era automatica, sicché i vertici godevano di una rappresentatività piena, a differenza di quanto accade nel privato, dove i sindacati si moltiplicano e si contendono gli iscritti. Contribuivano alla solidità dell'organismo anche le elezioni regolari, il collegio nazionale unico e l'assenza di quote confessionali nel consiglio direttivo della lega della scuola secondaria, regole introdotte dagli insegnanti di sinistra che ne avevano redatto lo statuto. A ciò si aggiungeva un metodo decisionale fondato sul consenso tra i presidenti delle leghe e sul voto delle assemblee di istituto prima di ogni sciopero. Era un iter lento ma capace di conferire alle azioni una legittimità difficile da scalfire dall'esterno.

Nell'autunno 2011 la GCWL, soggetta all'influenza di Nabih Birri e del suo movimento, annullò lo sciopero generale alla sua vigilia e firmò con il governo un'intesa che molte categorie ritennero del tutto inadeguata. Furono proprio quelle rimaste escluse a muoversi da sole. Chiedevano di recuperare il potere d'acquisto perso per effetto dell'inflazione dal 1996 e di ristabilire le distanze storiche tra gli stipendi di maestri, professori e docenti universitari, diventate sproporzionate dopo l'aumento ottenuto da quest’ultimi. Dopo settimane di scioperi, boicottaggi degli esami e grandi manifestazioni, nel marzo 2013 il governo Miqati approvò la proposta ma si dimise il giorno dopo. Il testo passò quindi al Parlamento, dove una commissione lo modificò a danno dei dipendenti pubblici. Il testo, però, non arrivò mai al voto finale. Le sedute parlamentari andarono deserte perché i partiti dell’alleanza dell’8 marzo e quelli del 14 marzo si boicottarono a vicenda nel braccio di ferro sull'elezione del capo dello Stato. Nel frattempo gli insegnanti passarono alla loro forma di pressione più incisiva, rifiutandosi di correggere gli esami ufficiali. Il ministro dell'Istruzione provò a spezzare la protesta attraverso le pressioni dei partiti ma si trovò di fronte a una sorpresa: anche i docenti legati ad Amal e al Movimento del Futuro rifiutarono di piegarsi agli ordini dei propri dirigenti. Senza alternative, il governo scelse di promuovere tutti i candidati e la decisione fu presa senza un solo voto contrario, segno che l'intera classe politica era schierata contro la nuova scala salariale. Fu una vittoria amara per gli insegnanti che con quella soluzione si videro sottrarre l'arma più efficace di cui disponevano.

Il colpo decisivo arrivò con le elezioni della lega della scuola secondaria del gennaio 2015, quando dieci partiti si coalizzarono contro la lista di Gharib. L'alleanza conquistò quasi tutti i seggi e la presidenza ma il risultato personale di Gharib, staccato di pochi voti dal primo degli eletti, dimostrò che molti docenti restavano indipendenti dai partiti. Con il vertice ormai in mano a forze di governo, il Comitato cominciò a proclamare e ritirare scioperi, a raccogliere adesioni scarse e a dividersi al proprio interno, finché la mobilitazione si esaurì. Pesavano anche i dubbi sulla formula stessa della coalizione, accusata di badare soltanto ai salari. Lo stesso Gharib arrivò a sospettare che l'ampliamento delle richieste avanzate avesse inasprito la reazione del governo mentre la sua lega, quando agiva da sola, in passato aveva ottenuto risultati migliori. L'esperienza dimostrò comunque che regole interne democratiche e non confessionali rendono possibile un'azione sindacale duratura e che una riforma analoga potrebbe restituire vigore alla GCWL, a patto che il sistema politico, paralizzato dai vuoti istituzionali, torni a funzionare.

Khater mette a confronto questa vicenda con la protesta nata dalla crisi dei rifiuti dell’estate 2015 che coinvolse anch’essa cittadini di ogni appartenenza confessionale. La discarica di Naʿima, aperta nel 1997 come soluzione provvisoria, era stata riempita ben oltre la capienza prevista e per anni non era stata preparata alcuna alternativa. Quando la società incaricata della raccolta la sospese, le strade di Beirut e del Monte Libano si coprirono di rifiuti. Le manifestazioni, promosse dal gruppo You Stink, cominciarono con poche persone e crebbero soprattutto in risposta alla durezza con cui le forze dell’ordine le reprimevano. Il movimento allargò poi le proprie richieste alla corruzione, ai servizi pubblici e al funzionamento dello Stato. Anche stavolta la classe dirigente si servì della strategia già usata contro gli insegnanti. Nel giro di pochi giorni i principali leader convocarono raduni di natura confessionale che spostarono l’attenzione sulle identità comunitarie e svuotarono la piazza. Arresti e processi davanti ai tribunali militari completarono l’opera e nel marzo 2016 una soluzione tampone chiuse la vicenda senza alcuna strategia di lungo periodo. 

Possiamo concludere che in Libano il movimento sindacale è stato deliberatamente svuotato di forza perché il sistema settario ha bisogno della frammentazione del lavoro organizzato. Lo Stato, invece di reprimerlo, lo ha cooptato trasformando la GCWL in una pedina nelle dispute interne sulla spartizione di rendite e privilegi. 

Questa cooptazione si fonda su più elementi. Sul piano giuridico, il Codice del lavoro del 1946 e la mancata ratifica della Convenzione ILO n. 87 limitano la libertà di associazione e affidano allo Stato un ampio controllo sulle relazioni industriali mentre ai dipendenti pubblici è precluso sindacalizzarsi. Sul piano organizzativo, lo statuto del 1970 non prevede l'elezione dei vertici dalla base né una rappresentanza proporzionale, ciò ha consentito di moltiplicare le federazioni fedeli ai partiti, come è avvenuto con Amal. A ciò si sommano l'ingerenza siriana nel dopoguerra, la debolezza strutturale di lavoratori inseriti in un'economia terziarizzata, informale e poco industrializzata, e un sistema di protezione sociale quasi inesistente. Di conseguenza i lavoratori dipendono dai leader settari per istruzione, sanità e assistenza, con il clientelismo che prende il posto dei diritti.