Meir Wald, poi Yaari, nacque a Kańczuga, in Galizia occidentale, il 25 aprile 1897. A sei mesi si trasferì con la famiglia a Rzeszów (Reisha in yiddish), dove vivevano settemila ebrei, oltre un terzo della popolazione. La Galizia era austriaca dal 1772 e dal 1861, con l'autonomia limitata, gli ebrei votavano e accedevano a ogni livello di istruzione pubblica. Il padre Chaim, prodigio talmudico, era osservante ma non chassidico e fondò una sala di preghiera per i progressisti facendo da cantore. Dialogava con i vicini cristiani e pubblicava il giornale yiddish Reisher folks-tzaytung. Fu sionista fin dall'epoca degli Hovevei Zion, prima di Herzl, e a inizio Novecento si schierò con i Sionisti di Sion, contrari al piano ugandese. La madre Frieda gestiva il negozio di famiglia e vantava, per via materna, la discendenza dal rebbe Elimelech di Lyzhansk che Meir ostentò finché Moshe, storico di famiglia, gli disse che mancavano prove a sostegno di questo legame.
Il tratto più duraturo dell'infanzia fu il favoritismo per il primogenito Moshe, a cui andavano le porzioni migliori a tavola e l'istruzione superiore, secondo un uso normale tra gli ebrei dell'Europa orientale. Meir lo visse come un'ingiustizia che inasprì per decenni il rapporto con il fratello. Fu invece vicino a Tuvia, di dieci anni più giovane, che lo ammirò sempre. La sorella Esther, nata quando lui aveva quindici anni, non lasciò traccia nelle sue memorie. Entrò in Hashomer Hatza'ir ed emigrò negli Stati Uniti nei primi anni ‘30, dopo che Meir non riuscì a ottenerle un certificato di immigrazione. Passò per un heder e per la scuola pubblica, dove subì le aggressioni dei compagni non ebrei. Giudicato poco brillante, a tredici anni fu mandato in una scuola tecnica a Cracovia ma il tremore alle mani gli impedì di studiare e tornò a casa a piedi dopo alcuni mesi. Il padre, prima di morire nel 1924, si scusò per quell'errore. Meir imparò yiddish, tedesco, polacco, ebraico e in seguito inglese ma la guerra gli impedì di finire il liceo. Il diploma gli fu riconosciuto grazie al servizio militare.
Sul piano politico, ricorda Aviva Halamish in Kibbutz: Utopia and Politics: The Life and Times of Meir Yaari, 1897–1987, Meir si avvicinò al sionismo seguendo Moshe nello Ze'irei Zion, associazione di liceali maschi con attività solo intellettuali, come studio dell'ebraico, della storia e della teoria sionista, senza alcun impegno concreto per l'emigrazione. Da questo limite nacquero i gruppi scout ebraici ispirati a Baden-Powell, guidati da Henrik Sterner a Leopoli e influenzati dal libro Yizkor dell'Hashomer palestinese. Nel 1913 presero il nome di Hashomer e nel 1914 quattordici gruppi elessero Sterner presidente. Il movimento accoglieva anche i bambini e le ragazze, in truppe separate, e puntava su vita all'aperto, disciplina e senso del collettivo più che sull'ideologia. Il conflitto cessò con la guerra, quando i due gruppi si trovarono insieme a Vienna. Meir fece il bibliotecario a Jordania, il gruppo di Ze'irei Zion di Reisha, di cui Moshe era uno dei dirigenti. Passò poi a Hashomer. Nell'ultimo anno trascorso a Reisha si innamorò di Mina Elfenbein ma i genitori non approvavano il legame perché il padre di lei era assimilato, ignorava la tradizione ebraica ed era indifferente al sionismo.
La guerra costrinse la famiglia a fuggire a Vienna dopo l'invasione russa e un'irruzione di cosacchi in casa. La povertà li spinse a cucire bottoni sulle uniformi e a lavorare in una fabbrica di munizioni. A Vienna Moshe era un dirigente dello Ze'irei Zion, tra i negoziatori della fusione con Hashomer nel 1915 che creò Hashomer Hatza'ir mentre Meir era un semplice iscritto del circolo Nesher. Poco dopo si arruolò nell'esercito austriaco, fu sottufficiale e infine sottotenente, servì due anni e mezzo sul fronte russo e poi su quello italiano e balcanico. Alla fine della guerra disertò per evitare l'arruolamento nell'esercito polacco. Al convegno galiziano di Tarnawa Wyżna, nell'estate del 1918, fu letto un discorso scritto da Moshe, il quale non poteva essere presente. Vi si chiedeva ai giovani di prepararsi a una vita di lavoro manuale e d'azione. Meir, che in quel momento era ancora sotto le armi, finì per attribuire quel testo a se stesso. Lo fece in più occasioni nel corso dei decenni, perfino nel volume in memoria di Reisha curato proprio da Moshe, il vero autore. La verità emerse solo nel 1970, quando David Horowitz la rivelò nella sua autobiografia. A quel punto Meir ammise di non aver scritto il discorso. Secondo Halamish più che con il desiderio di costruirsi un'immagine da fondatore del movimento la vicenda si spiega con la lunga rivalità tra i due fratelli.
Nel 1919 Yaari tornò a Vienna col nome Yaar, poi Yaari, nuova traduzione ebraica di Wald. Povero, dava lezioni di ebraico e mangiava alla mensa dei poveri. Seguì un anno di agronomia, poi lasciata con rammarico, e le lezioni di ebraistica del Pädagogium del rabbino Chajes. Frequentò il gruppo di Bernfeld che gli trasmise le idee di Wyneken sull'autonomia dell'adolescenza e assorbì concetti di psicoanalisi, Landauer, Buber, Kant, Schopenhauer, Weininger e Blüher. Tra agosto e dicembre del 1919 Yaari guidò la sezione viennese con grande severità, pretendendo dai ragazzi una stretta disciplina ideologica e allontanando i capigruppo che giudicava mediocri. Alla fine del suo mandato, però, la sezione era in condizioni peggiori di tutte le altre. I membri mostravano poco entusiasmo, conoscevano male l'ebraismo e non avevano imparato l'ebraico. Il suo primo articolo, Noi e la Palestina, uscì nella primavera del 1920 sul periodico polacco del movimento e resta il documento più importante di questa fase perché mostra le sue idee politiche prima della partenza per la Palestina. Yaari immaginava un insediamento in due tempi. In una prima fase i veterani del movimento avrebbero fondato avamposti di frontiera nell'Alta Galilea, in zone inadatte alle famiglie, abitati da soli giovani uomini. Questi si sarebbero occupati della difesa, già affidata alla Hashomer, avrebbero vissuto in comune su terre del Fondo Nazionale Ebraico e si sarebbero dedicati soprattutto alla sorveglianza. Solo in un secondo tempo sarebbero sorti insediamenti rurali, con agricoltura e artigianato domestico, dove ci si sarebbe potuti sposare e avere figli. In queste comunità non ci sarebbe stato il concetto di eredità e i genitori non avrebbero avuto alcuna voce nell'educazione dei figli.
Nel suo modello di comunità non esisteva la proprietà privata né il lavoro salariato. I membri di Hashomer Hatza'ir non avrebbero collaborato con le classi sfruttatrici, nemmeno in nome dell'unità nazionale, manifestando, sempre, solidarietà al proletariato. Non seguiva però la linea ufficiale comunista di quegli anni. Verso lo stato era ostile, con una tendenza anarco-sindacalista, e rifiutava in linea di principio anche i partiti. Per motivi pratici ammetteva che il movimento dovesse allearsi con una delle due forze del movimento operaio in Palestina e, personalmente, preferiva la fusione con Ahdut Haavoda, di orientamento socialista.
Il 12 maggio 1920 partì per la Palestina insieme a una dozzina di giovani. Arrivò a metà giugno, durante la Terza Aliyah. I pionieri organizzati erano il 20% dei 35.000 immigrati, 600 di loro erano membri di Hashomer Hatza'ir. La Palestina era sotto amministrazione militare britannica, la dichiarazione Balfour alimentava speranze ma l'Organizzazione sionista avvertiva di non emigrare perché l'economia non poteva assorbire nuovi arrivi. Nei villaggi agricoli i coltivatori preferivano assumere lavoratori arabi, più economici e più esperti dei giovani appena sbarcati, e l'unico settore in grado di dare lavoro era l'edilizia. Il 1° luglio 1920, due settimane dopo l'arrivo di Yaari, l'alto commissario Herbert Samuel avviò una serie di lavori pubblici finanziati dal governo che occuparono molti operai ebrei. Poco dopo però il governo, sempre sotto Samuel, smise di finanziarli, la disoccupazione salì e nel 1923 l'economia ebraica entrò in crisi. Anche dentro il movimento mancava un accordo sull'aliyah. Al convegno di Leopoli, due mesi prima della partenza di Yaari, i dirigenti più anziani, Eliezer Rieger e Issachar Reiss, sostenevano che i membri più grandi dovessero restare in Europa a proseguire gli studi e a occuparsi dell'educazione, anche nelle scuole ebraiche. Il gruppo più giovane, guidato da David Horowitz e Mordechai Shenhavi, voleva invece accelerare l'emigrazione. Furono dunque i primi diplomati del movimento, arrivati all'età adulta alla fine della guerra e di fronte alla domanda su che cosa fare da grandi, a partire verso la Palestina nel momento in cui la situazione politica del paese cambiava.
Chi emigrava veniva assorbito da Hapoel Hatza'ir o Ahdut Haavoda che mandavano i propri rappresentanti ad accoglierli al porto. La maggior parte dei diplomati di Hashomer Hatza'ir passava ad Hapoel Hatza'ir ma Yaari e il suo gruppo furono accolti a Giaffa da un rappresentante di Ahdut Haavoda e inviati a Kinneret. Il gruppo comprendeva anche giovani della sezione viennese espulsi per non aver rispettato le regole rigide di Yaari, alcuni dei quali amavano bere. Il loro comportamento scatenato accentuò la tensione con i veterani. Alla fine furono cacciati e il gruppo si sciolse. Yaari lavorò alla strada da Tiberiade a Zemah, affidata ad Ahdut Haavoda, in un'esperienza durissima.
A Yavne'el Yaari assistette a un incontro in cui parlava A. D. Gordon, di cui in Europa aveva già sentito parlare ma che vedeva e ascoltava probabilmente per la prima volta. Gordon parlava del lavoro come contenuto della vita, dell'esperienza di una gioia cosmica in cui l'uomo abbandona il proprio materialismo e si fonde con la famiglia, il popolo, la terra e l'intera esistenza. Yaari rimase colpito da quelle idee e dall'attenzione con cui il pubblico le ascoltava ma ebbe l'impressione che sfuggissero da ogni fessura della baracca e volassero sopra le teste degli operai come ombre. Si chiese come si potesse predicare l'amore cosmico a persone che non avevano mai conosciuto la felicità sulla terra. All’epoca i membri di Hashomer Hatza'ir erano concentrati in tre luoghi: Umm al-Aleq, Beit Gan e la strada Haifa–Jida. Yaari andò a Beit Gan, dove si diceva si trovasse un'élite di Shomrim galiziani. La sua oratoria impressionò profondamente i presenti.
Il gruppo si trasferì poi a Bitaniyya Illit, su un crinale affacciato sul Giordano e sul lago di Tiberiade. Quarantasei giovani, quasi tutti uomini, lavoravano a giornata per la Jewish Colonization Association (ICA), mangiando poco, dormendo in una tenda che il vento abbatteva più volte e ammalandosi di malaria. Quando il lavoro diminuì, l'ICA decise di ridurre il personale e tenne solo una ventina di uomini e quattro donne. I rimasti furono scelti con un metodo di cooptazione, chiamato la grande selezione. I tre capi, Yaari, Horowitz e Binyamin Dror, sceglievano un membro, i quattro ne sceglievano un quinto e così via. L'idea era stata di Horowitz ma il ricordo doloroso di quel meccanismo, in cui ogni esclusione era un rifiuto da parte degli amici, restò legato soprattutto a Yaari. Tra le quattro donne c'era Anda Karp che Yaari avrebbe voluto escludere, poiché voleva un gruppo solo maschile. Poco dopo lei e Meir diventarono una coppia.
Il clima della comune era di sostegno reciproco ma anche opprimente e pieno di critiche. Col passare del tempo le crisi isteriche si fecero sempre più frequenti. Il gruppo si ripiegava su se stesso e guardava con distacco il resto del paese, senza molto interesse per la Histadrut, le autorità britanniche, gli arabi, gli agricoltori, i nuovi immigrati e chi lasciava la Palestina.
Nel dicembre 1920 Yaari partecipò a Haifa al congresso fondativo della Histadrut e previde che la lista Nuovo immigrato, formata da Hashomer Hatza'ir e altri gruppi, avrebbe avuto la maggioranza o sarebbe stata la più grande. Si sbagliò: ottenne 16 delegati su 87, otto dei quali di Hashomer Hatza'ir mentre Ahdut Haavoda ne ebbe 37 e Hapoel Hatza'ir 26. Yaari fu l'unico oratore del suo movimento. Durante le pause dei lavori del congresso i giovani di Hashomer Hatza'ir si ritrovavano sui gradini del Technion e tenevano conversazioni confessionali nello stile di Bitaniyya davanti a molti ascoltatori, anche esterni al movimento. Yaari parlava della necessità di abbattere le “scorze” che separano una persona dall'altra e confessava la nostalgia per i paesaggi della Polonia e per il suono delle campane delle sue chiese. Quest'ultima nostalgia, comune a molti immigrati, attirò la derisione di Yitzhak Elazari-Volcani, un esponente di Hapoel Hatza'ir arrivato in Palestina con la Seconda Aliyah più di dieci anni prima. Scrivendo sul giornale del partito, Volcani definì mistici quei discorsi, per la loro franchezza e il peso dei simboli. Riconobbe che gli Shomrim avevano un carattere e uno stile propri ma osservò che le loro idee non erano originali e che si limitavano a ripetere concetti altrui. Li criticò, inoltre, per la chiusura in se stessi, avvertendo che rischiavano di perdere il contatto con il proletariato nel suo complesso.
Yaari replicò sulle pagine dello stesso giornale. Difese i dubbi dei giovani diplomati del movimento, si indignò perché gli estranei si affrettavano a fraintenderli, elogiò Hashomer Hatza'ir e attaccò i partiti esistenti. Si dichiarò contrario in generale alle organizzazioni di partito e vi contrappose la forma di associazione che preferiva, la comunità (Gemeinschaft). Per rispondere agli attacchi usò il lessico di A. D. Gordon, citandolo apertamente, in uno stile elevato, ricco di espressioni complesse e di parole tedesche. L'articolo fece conoscere per la prima volta il movimento al grande pubblico e legò la sua immagine a quella di Yaari che divenne il portavoce più noto di Hashomer Hatza'ir in Palestina.
Sia nel gruppo di Bitaniyya sia nel resto del nuovo Yishuv perseguì con chiarezza un obiettivo: difendere l'identità distinta degli Shomrim e la loro unità. Per raggiungerlo puntò a ottenere il sostegno dell'Organizzazione sionista e della Histadrut alla creazione di una base economica per i diplomati del movimento, cioè insediamenti agricoli autonomi sparsi in tutto il paese, e si dedicò a procurare fondi, terra e altre risorse dove gli Shomrim potessero stabilirsi e mantenersi.
Nell'aprile 1921 il gruppo lasciò Bitaniyya e la maggior parte di loro si unì al battaglione Shomriya, accampato sulla strada Haifa–Jida. Yaari arrivò a maggio con Anda, dopo aver girato la Galilea a piedi. Aveva fama di capo ma i nuovi compagni presero presto le distanze da lui perché non sopportavano il suo stile dittatoriale. Il colpo finale fu la sua proposta di una nuova selezione prima del trasferimento in un insediamento stabile. Chi fosse stato escluso avrebbe rischiato isolamento sociale e miseria. Fino ad allora nessuno si era ribellato perché mancava un capo alternativo. Horowitz era all'estero ma tornato in tarda estate si mise alla guida degli oppositori. Una sera di ottobre 1921 si tenne la veglia che Yaari chiamò notte di San Bartolomeo. Horowitz, in piedi su un tavolo, lo attaccò per tre ore, definendolo Grande Inquisitore, Anticristo e Satana nero, accusandolo di aver imposto una dittatura spirituale. Nessuno intervenne a difenderlo e forse fu questo, più degli insulti, a spingerlo ad andarsene. La mattina dopo Meir e Anda partirono per non tornare più.
Secondo Halamish quella notte gli offrì probabilmente un pretesto per una decisione già nell'aria, come mostra la lettera con cui, meno di quarantotto ore prima, Bistritzky aveva chiesto a Gordon di accogliere la coppia a Degania, elogiando Yaari. Non sappiamo se Gordon, gravemente malato, rispose, e il progetto non si realizzò. Così si chiuse la fase di Bitaniyya e Shomriya, la comunità totale e isolata di cui Yaari era stato il capo indiscusso, con i suoi pregi e i suoi limiti. Iniziava un periodo di vagabondaggio e di ricerca interiore.
Per un anno e mezzo, con la moglie Anda, si spostò in otto diversi luoghi fino ad arrivare a Tel Aviv alla fine del 1922. In quel periodo non incise sulla vita del movimento, non scrisse né sulla stampa né ai giovani della Diaspora e non entrò a Beit Alfa, la prima comune di Hashomer Hatza'ir con insediamento stabile, pur se era nata anche grazie al suo impegno. Poiché era stato la voce del movimento, con il suo silenzio l'intero Hashomer Hatza'ir sparì per un anno dalla scena politica dello Yishuv.
Quell'isolamento fu però un tempo di riflessione sul futuro e sui metodi del movimento. Alla scuola agricola di Mikveh Yisrael il direttore Eliyahu Krause, che lo apprezzava, gli pagò una cura alle terme di Tiberiade. I dolori reumatici scomparvero e Yaari scrisse Simboli senza radici. A Tel Aviv visse in un campo di tende con una ventina di diplomati del movimento che lavoravano come squadra edile e il poeta Shlonsky, suo vicino, lo mise in contatto con la rivista Hedim sulla quale lo scritto uscì nella primavera del 1923, forse dopo una revisione dello stesso Shlonsky. Il testo restituì a Yaari il ruolo di portavoce del movimento. Stupì per la brillantezza di un autore non ancora ventiseienne ma che non proponeva un programma. Regolava i conti con il passato, preparando, così, il suo ritorno ai vertici.
Nel saggio Yaari prendeva le distanze dalla Jugendkultur di Wyneken, la teoria secondo cui l'adolescenza ha un valore in sé. Sosteneva che i simboli nati nella diaspora, dove il movimento era sorto, non avevano più senso in Palestina. Non era una critica nuova. Già poco dopo il suo arrivo aveva rimproverato al movimento galiziano di non preparare i diplomati ai compiti che li aspettavano, così che giungevano in Palestina senza preparazione, poco robusti e, a suo giudizio, poco virili. Temeva inoltre che il legame affettivo e le tradizioni portati dall'Europa non bastassero a reggere la vita in comune.
Allo stesso tempo voleva conservare l'eredità del movimento e l'unità dei suoi ex membri, legati dalle esperienze condivise, e lodava la generosità disinteressata che il movimento aveva saputo trasmettere. Le due posizioni sono quasi in contraddizione. Da un lato Yaari riconosceva che il movimento creava legami forti e il desiderio di restare uniti, dall'altro lo accusava di formare in modo insufficiente. Halamish vi vede la conferma che far parte di Hashomer Hatza'ir era soprattutto un'esperienza emotiva che restava impressa per anni ma non determinava necessariamente le scelte ideologiche e di appartenenza future. Il saggio serviva anche a rafforzare l'identità specifica degli Shomrim in Palestina che negli anni della Terza Aliyah si era indebolita. I nuovi arrivati si disperdevano per il paese, senza un'autorità centrale e senza più contatti con il movimento all'estero. Yaari voleva evitare che si fondessero con i partiti e le organizzazioni già esistenti, controllati dagli esponenti della Seconda Aliyah.
Dalla metà del 1923 Yaari ebbe un ruolo centrale, ma non esclusivo, nel ricucire l'organizzazione spezzata nel 1921, dopo che il suo ritiro e il secondo viaggio all'estero di David Horowitz avevano lasciato gli Shomrim senza guida. A Nahalal, nel settembre 1923, si riunirono i delegati delle comuni e dei diplomati non affiliati, su iniziativa di immigrati giunti di recente, soprattutto di Varsavia, guidati da Yaakov Hazan, Sasha Szczupak e Chaim Krongold. L'incontro è ricordato soprattutto perché Yaari e Hazan, dopo la fine dei lavori, parlarono per ore lungo la strada verso Haifa, in parte a piedi e in parte su un carro di fieno, gettando le basi di una direzione collettiva durata oltre cinquant'anni. Fu deciso un incontro più ampio che, dopo molti rinvii, si tenne a Beit Alfa nel fine settimana di Shavuot, il 7-9 giugno 1924, con un numero compreso tra i 200 e i 400 partecipanti.
Yaari volle chiarire che l'incontro di Beit Alfa non era un congresso del movimento ma solo un'occasione per ritrovarsi. Il programma fu in gran parte conviviale, con la visita all'insediamento, la rappresentazione teatrale del Golem, dramma yiddish di Leivick, e le danze. Le discussioni teoriche interessarono poco i presenti, ad esempio le lezioni sul marxismo di Mordechai Bentov non attirarono nessuno.
Il discorso principale di Yaari fu lunghissimo, anche perché interrotto da diverse pause. A molti sembrò che volesse sfiancare l'uditorio per influenzarlo con la suggestione e il suo stile fu contestato. Chaim Krongold, che veniva da Gerusalemme e non apparteneva a nessuna comune, lo giudicò un discorso appassionato fino alla teatralità, ben costruito e ricco. Lo impressionò più lo stile che le conoscenze di Yaari e notò che si richiamava spesso al materialismo storico e al ruolo dell'economia. Yaari, tuttavia, non era ancora marxista. Più che esporre un'ideologia strutturata parlò della specificità di Hashomer Hatza'ir in Palestina e della necessità che continuasse a esistere come organizzazione autonoma, senza confondersi con i partiti. Propose una federazione di tutte le comuni degli Shomrim, senza avanzare idee radicali e cercando un equilibrio con le altre posizioni.
Il secondo giorno, quando si discusse della struttura organizzativa, Yaari parlò per ultimo. Aveva ascoltato gli interventi e colto l'umore dell'assemblea. Scelse perciò una linea che permetteva di fare un passo avanti verso un'organizzazione formale. Nella votazione prevalse su David Horowitz, il quale proponeva di federarsi con il Gedud Ha'avodah, il Battaglione del Lavoro intitolato a Trumpeldor, La proposta di Yaari era una comunità (Gemeinschaft) degli Shomrim in Palestina a cui si sarebbero affiliate tutte le comuni e tutti i gruppi. La mozione fu presentata da Yaari e Szczupak ma a sostenerla con più forza fu Hazan. Fu la prima prova superata dalla loro collaborazione.
La decisione rispondeva a due esigenze. Gli Shomrim già in Palestina, essendo dispersi, non facevano progressi verso la fondazione di insediamenti mentre il movimento in Europa era in piena crescita e da esso ci si aspettavano centinaia o migliaia di nuovi immigrati. Per questo si sentiva il bisogno di un'organizzazione che aiutasse a fondare insediamenti e tenesse i contatti con l'Europa. Beit Alfa non portò alla nascita di una federazione di kibbutz ma la proposta non fu scartata. Yaari ne uscì soddisfatto solo a metà ma ormai era il perno della leadership di Hashomer Hatza'ir in Palestina.
Nell'estate del 1924 partì per l'Europa con Anda e la figlia Rachel. In Polonia la sua fama lo aveva preceduto. A Rytro, in Galizia, la sua terra d'origine, esortò i giovani a prepararsi socialmente e professionalmente alla vita comunitaria e al primo congresso mondiale di Danzica tenne un discorso che i resoconti successivi ricordano con giudizi severi. Berl Katznelson lo definì un guazzabuglio psicoanalitico-marxista-chassidico mentre Dov Sadan lo trovò commovente ma confuso. In Europa Yaari notò il declino del sionismo e la deriva a sinistra dei giovani, molti dei quali passavano ai comunisti o alla Sinistra di Poale Zion. Per contrastarli usò la forza del marxismo, restando cauto perché gli insediamenti dipendevano dai fondi dell'Organizzazione Sionista. Nel 1925 la concorrenza del movimento Gordonia, simile per dottrine e referenti sociali ma rivale per fondi e certificati, accelerò il suo distacco da Gordon.
Sullo sfondo c'era la Quarta Aliyah, con l'ottimismo di una immigrazione di massa e l'arrivo di piccoli capitalisti. Questo indebolì il modello di immigrazione graduale e selettiva e il patto non scritto per cui l'Organizzazione Sionista finanziava terre e insediamenti mentre i giovani pionieri fornivano la manodopera. In più alimentò le critiche della destra ai privilegi dei partiti operai, ben visibili al XIV Congresso Sionista del 1925 dove Yaari, alla prima partecipazione, non intervenne. Pesava anche il fallimento della speranza del movimento operaio di costruire il paese senza capitale privato dopo che i fondi raccolti a seguito della Dichiarazione Balfour si erano rivelati una frazione di quelli attesi. A tutto ciò si aggiunse il fatto che dal 1926 l'economia ebraica entrò in crisi, con saldo migratorio negativo nel 1927 e nullo nel 1928. Nel 1927 una commissione di esperti consigliò di fermare nuovi insediamenti, trasformare i kibbutz recenti in moshavim e valutare, in seguito, di fare lo stesso con quelli più vecchi. L'Esecutivo sionista, privo di rappresentanti sionisti socialisti, sospese i fondi. Il movimento europeo cresceva ma pochi diplomati emigravano e ancora meno restavano nelle comuni. Nel 1925 solo 27 dei 378 immigrati entrarono nelle comuni e dei 30.000 giovani passati per il movimento in sei anni solo mille partirono e 400 si unirono alle comuni.
Preoccupato dall'abbandono delle comuni per la città Yaari, nel 1926, sostenne, contro la posizione di Gedud Ha'avodah, che il futuro della Palestina dipendeva dall'agricoltura sviluppata da insediamenti collettivi di giovani, criticando anche i moshavim. Tornato in Palestina elaborò il progetto del Kibbutz Artzi (KA). Prima del consiglio delle comuni di Afula (30 luglio-1 agosto 1926) su Davar definì l'identità di Hashomer come movimento che abbraccia l'intera vita, dalla giovinezza al kibbutz, e indicò nel declino del Gedud, privo di preparazione e costretto ad accogliere chiunque, la prova che servivano educazione e selettività
Ad Afula Yaari riuscì a far approvare tutte le sue proposte. Tra queste c'era il collettivismo politico, chiamato in seguito collettivismo ideologico. Yaari criticava la libertà di opinione senza vincoli all'interno della comune, considerato un lusso borghese capace di distruggere la solidarietà. Il consiglio stabilì quindi che le questioni politiche si discutessero e si risolvessero all'interno di (KA), con disciplina collettiva. Gli eventuali dissensi non avrebbero portato a liste elettorali separate e si sarebbero riflessi nella composizione di un'unica lista, in base ai rapporti di forza interni. Il consiglio costitutivo del KA si riunì a Bat Galim dal 1° al 3 aprile 1927. Erano presenti sei comuni ma Afikim scelse di unirsi ad Hakibbutz Hame'uchad e Sarid aderì solo nel 1931. Il nucleo originario fu perciò di quattro gruppi: Mishmar Ha'emeq, Merhavia, Ma'abarot ed Ein Shemer. Mancava Beit Alfa, il primo kibbutz del movimento, che entrò nel KA solo nel 1940. In quella sede Yaari espose la teoria degli stadi in base alla quale la fase pionieristica, dedicata alla costruzione del paese, era il primo passo di una rivoluzione socialista. Distinse poi tra il partito, il cui scopo è conquistare il potere, e la comunità, che agisce attraverso l'educazione e il lavoro dal basso. Il KA si definì una corrente ideologica e politica indipendente, non un partito.
La piattaforma cercava di tenere insieme le due anime del movimento. L'obiettivo nazionale sionista era formulato al presente, come compito immediato, mentre quello socialista era formulato al futuro, come traguardo da raggiungere gradualmente. In questo modo si accontentavano sia i membri più vicini alla sinistra sia i moderati. Yaari procedeva in modo pragmatico, adottando, promuovendo e talvolta abbandonando determinate idee. Rinunciò, per esempio, alla condivisione totale sostenuta a Bitaniyya e sostituì l'impronta religiosa di Gordon con idee di taglio marxista. Considerava l'ideologia essenziale per tenere insieme il movimento ma, pur di mantenerne l'unità, rinviò la risoluzione delle questioni più controverse come l'obiettivo ultimo del sionismo, l'Internazionale socialista a cui aderire e il metodo con cui condurre la lotta di classe.
Il KA fu la prima federazione nazionale di kibbutz, seguita da Hakibbutz Hame'uchad nell'agosto 1927 e da Hever ha-kevutzot nel 1929. Il kibbutz di Hashomer Hatza'ir univa due modelli già esistenti: la kevutzah, piccola e omogenea, rappresentata da Degania, e il kibbutz grande e aperto a tutti, rappresentato da Ein Harod. Ogni kibbutz era autosufficiente pur facendo parte di un collettivo più ampio, La sua dimensione e solidità era tale da poter consentire l’invio di membri per svolgere compiti fuori dalla comune.
La piattaforma affidò al movimento giovanile della diaspora il compito di preparare i futuri membri. Così il movimento cessò di essere, come voleva Wyneken, un'organizzazione di giovani per i giovani e divenne un braccio del KA, subordinato alla direzione in Palestina guidata da Yaari. Il consiglio nominò una segreteria di sei persone, senza un presidente, ma Yaari era considerato il capo, il primo fra pari, e la segreteria ebbe sede nel suo kibbutz. Nel 1927 era il leader riconosciuto di Hashomer Hatza'ir, ruolo che mantenne per quasi cinquant'anni. Dal suo ufficio di fortuna seguiva il movimento leggendo una grande quantità di lettere e firmando con le iniziali ogni foglio che gli passava davanti. Nella diaspora interveniva soprattutto su questioni ideologiche, senza incidere davvero sullo sviluppo del movimento giovanile che era il campo d’azione di Hazan, l'educatore per eccellenza. Yaari era anzitutto il capo di KA. Apriva sempre i suoi consigli e congressi subito dopo l'Internazionale. Un osservatore esterno notò che tutti lo ascoltavano con grande attenzione, riconoscendogli un'autorità spirituale ed educativa.
Berl Katznelson lo criticò nel 1927, accusando il movimento di non avere un vero programma ma solo una psicologia alimentata da interessi particolari e dalla volontà di sopravvivere a ogni costo. Yaari rispose che il collettivismo politico aveva salvato KA dalla sorte del Gedud Ha'avodah. In più, disse, un kibbutz privo di una posizione ideologica stabile si dissolve. Gli attribuiva l'unità del movimento, la capacità di realizzare grandi imprese e di creare l'uomo nuovo. Yaari cercò di far valere il collettivismo ideologico anche tra i quadri che non avevano ancora compiuto l'aliyah. Nel 1930 scrisse alla direzione di Hashomer Hatza'ir a Varsavia che i tempi di partenza dei gruppi dovevano dipendere anche dalla maturità ideologica dei membri, necessaria affinché il gruppo reggesse alle difficili condizioni di quegli anni. Era inflessibile nel ritenere che ogni gruppo che rifiutasse questo principio dovesse essere sciolto e i suoi componenti allontanati dal movimento.
Respingeva con sdegno l'idea che questo atteggiamento fosse sinonimo di totalitarismo. La considerava la calunnia più infamante tra quelle lanciate contro il movimento. Il totalitarismo, scrisse, è il culto di un capo dalla cui volontà dipende ogni cosa. Il concetto significava lealtà alla linea ideologica e, fino alla creazione del partito nel 1946, divieto di militare in altre fazioni politiche ma anche obbligo per i kibbutz di rispettare le decisioni della maggioranza. Sapeva che i membri vivevano più immersi nella quotidianità che negli ideali. Si rammaricava che molti preferissero leggere un romanzo in disparte e notava che le assemblee sulla politica restavano semivuote mentre si riempivano quelle su ammissioni, partenze, aiuti ai parenti e rapporti personali. Vedeva nel kibbutz una casa dai pochi difetti e dai molti pregi, soprattutto la sicurezza sociale, di cui si rese conto quando fu ricoverato e capì che i kibbutznik, a differenza dei malati in città, potevano curarsi senza gravare economicamente sulla famiglia.
Gli abbandoni dei kibbutz lo preoccupavano molto anche se in KA erano meno frequenti che negli altri movimenti. Li attribuiva alla delusione, alla sensazione di dover sacrificare troppo alla vita collettiva e al fatto che i kibbutz non accoglievano le richieste di aiuto economico per i parenti. Capiva l'umiliazione di chi si vedeva negare il sostegno o proporre una somma insufficiente. Quando la sorella gli chiese di aiutarla a ottenere un certificato di immigrazione, esitò tra il dovere familiare e la paura di essere accusato di sfruttare la sua posizione. Scrisse alla direzione della Galizia chiedendo che il caso fosse trattato con assoluta imparzialità, spiegò che per il suo ruolo non poteva invitarla nel proprio kibbutz e lasciò intendere che se ne occupasse il fratello Moshe, a Tel Aviv. Nel 1934, con le richieste di aiuto ai familiari in aumento e la prospettiva di una crescita economica, propose di sostenere i genitori con un programma graduale, legato allo sviluppo dei kibbutz. Un piano simile avrebbe permesso di chiedere ai membri moderazione e di vietare le soluzioni individuali mentre ignorare il problema avrebbe fatto perdere membri anziani e giovani e incrinato l'idea del kibbutz come casa comune. Queste formule dialettiche, di cui Yaari era prodigo in ideologia e politica, non offrivano però soluzioni immediate e le uscite proseguirono.
Per difendere l'unità Yaari volle che Hashomer Hatza'ir restasse una corrente politica indipendente nel movimento operaio. Negli anni ‘20 rifiutò di fondersi con Ahdut Haavoda e Hapoel Hatza'ir in un partito unico che a suo avviso sarebbe stato una socialdemocrazia urbana, attenta agli interessi quotidiani dei lavoratori e priva di visione rivoluzionaria. A KA assegnava il ruolo di avanguardia pionieristica e intransigente, troppo debole per cambiare il partito dall'interno ma capace di premere dall'esterno su Mapai, nata nel 1930. Mapai lo corteggiò per anni con incontri, colloqui e lettere. Sotto Ben-Gurion adottò lo slogan "dalla classe alla nazione” chiedendo a tutti i lavoratori di organizzarsi in un'unica struttura. Ben-Gurion non trovava ragioni valide per restare separati e diceva di non credere che i dirigenti di Hashomer Hatza'ir prendessero sul serio il proprio programma. In ogni trattativa Mapai chiese l'abolizione del collettivismo ideologico mentre il movimento voleva conservare l'autonomia nell’educazione, nei kibbutz e nell’ideologia anche in un partito unito. Ben-Gurion e Katznelson offrivano la stessa autonomia di Hakibbutz Hame'uhad, cioè la possibilità di riunirsi in gruppo separato e consultarsi anche sulla politica ma con ogni iscritto vincolato alla disciplina di partito. Yaari e Hazan pretendevano invece che dopo la fusione restassero vincolanti le posizioni del movimento. Nell'agosto 1939 David Remez di Mapai propose nuovi colloqui sulla nave City of Cairo che riportava i delegati in Palestina dopo l'interruzione del XXI Congresso sionista per il patto Molotov-Ribbentrop. Yaari fu vago e non si impegnò. Disse che si doveva fare di più per la fusione ma che non poteva parlare a nome di un movimento democratico. Non riteneva i tempi maturi per un’"unione programmatica", espressione che nel loro gergo equivaleva a un rifiuto perché indicava la mancanza di un accordo su programma, ideologia e piani pratici. La guerra scoppiò prima dell'arrivo. Circa un mese dopo Mapai tornò a trattare con i suoi vertici, Ben-Gurion e Katznelson, ma i rappresentanti di Hashomer Hatza'ir dichiararono subito che l'esecutivo di KA non aveva discusso a fondo la proposta né nominato una delegazione, tanto che Katznelson ebbe ragione di dubitare della loro buona fede. All'inizio di novembre Yaari annunciò pubblicamente la fine dei negoziati ed esortò a perseverare e a costruire perché il loro tempo sarebbe arrivato.
Katznelson, che non aveva partecipato ai colloqui sulla nave, rispose con una serie di articoli su Davar intitolata Fa male anche quando rido. Con tono sarcastico e condiscendente colpì l’ideologia del movimento. Nel gennaio 1940 Yaari replicò con un opuscolo di 56 pagine, Una disputa amara, mostrando i 24 kibbutz fondati, la partecipazione alle imprese della Histadrut e le attività dei membri nei territori orientali della Polonia finiti sotto Mosca. Katznelson non amava né comprendeva Hashomer Hatza'ir però ne temeva il movimento giovanile come rivale nell'educazione e probabilmente ne invidiava le risorse intellettuali, da cui il desiderio di annetterlo a Mapai. I due non si capirono mai, fin dal primo incontro a Kinneret nel 1920. Yaari attribuì quella tensione alla gerarchia delle aliyot, voluta da Katznelson, che poneva in cima la Seconda Aliyah. Nel 1942 inviò a Katznelson il libro Alle porte di un'epoca, sperando in un incontro che non avvenne mai perché Katznelson morì improvvisamente nell'estate del 1944.
Essendo anche un movimento politico, KA discuteva di ogni questione generale. Nella stessa riunione l'esecutivo poteva occuparsi delle differenze tra fascismo italiano e tedesco, dell'ipotesi di una guerra con Unione Sovietica e Gran Bretagna dalla stessa parte e di un kibbutz inadempiente su un prestito di 70 sterline. Il collettivismo ideologico imponeva una linea su tutto, per guidare i membri nei loro dubbi, e Yaari formulava slogan che servissero da miti unificanti. Quando il divario fra ideali e realtà diventava incolmabile, ricorreva a sottigliezze quasi scolastiche. Poiché sul breve termine la distanza da Mapai era minima, accentuava le divergenze, legate a questioni lontane, per giustificare l'indipendenza dell’organizzazione. Due temi segnavano i confini con Mapai: la questione araba e l'Unione Sovietica. Su entrambi Yaari evitava di spostarsi troppo a sinistra o di uscire dal consenso sionista, tenendo sempre come guida la priorità del sionismo e la maggioranza ebraica in Palestina.
Il nucleo ideologico era il sionismo massimalista, basato sulla negazione dell'esilio e sull'idea che l'emancipazione fosse fallita nella diaspora, a cui negli anni ‘20 Yaari aggiunse il marxismo. Si definiva socialista rivoluzionario alla ricerca del sionismo massimo. Negava ogni contraddizione tra sionismo e socialismo, vedendo il loro rapporto solo come una questione di precedenza nel tempo. Dopo aver notato, nel viaggio in Polonia del 1924-25, la deriva a sinistra dei giovani, li ammonì a non adottare il comunismo, rifiutò la definizione sionista-comunista a favore di sionista-socialista-rivoluzionaria e ribadì nel 1929 che non c'era contraddizione tra i due obiettivi. Temeva la linea di Mordechai Orenstein, favorevole a una più piena adesione al materialismo storico, per il rischio di scontro con i ceti abbienti e in particolare con i coltivatori di agrumi che davano lavoro ai giovani immigrati e che questi, sostenitori della lotta di classe, detestavano ricambiati. Giudicava più esposti al fascino della Sinistra di Poale Zion e dei comunisti i giovani formati in Galizia, soprattutto durante la crisi dei primi anni ‘30. All'inizio del 1931 descrisse una comune di immigrati galiziani a Haifa, priva di tetto, con la sala da pranzo cadente e le finestre senza vetri, dove un emissario comunista lasciava volantini ottenendo un certo seguito. Quel quadro gli ricordò i suoi esordi in Palestina e i fallimenti di Bitaniyya, Qehilliyatenu e Gedud Ha'avodah. Ciò lo spinse a combattere gli estremisti di sinistra.
Verso la metà degli anni ‘30 l'attenzione di Yaari e del movimento si spostò sulla Prospettiva finale che era stata lasciata fuori dalla piattaforma originale di KA nel 1927. Fu approvata alla lettera nel 1933 e divenne parte integrante della dottrina del movimento. Il testo, di cui Yaari era l'autore, prevedeva che una immigrazione ebraica massiccia avrebbe portato a una maggioranza ebraica in Palestina, accanto a una grande popolazione araba, e che dopo la fase della liberazione nazionale la rivoluzione socialista e l'abolizione delle classi avrebbero dato vita a una società socialista binazionale. La scelta del 1933 andava controcorrente. Nei circoli sionisti l'idea di un regime paritario, che ignorava il peso demografico dei due popoli, tornava di moda nei momenti di debolezza, quando l'immigrazione era scarsa e l'economia in crisi, e scompariva quando prevalevano l'ottimismo demografico e la prosperità. Hashomer Hatza'ir invece la adottò proprio mentre l'immigrazione era in crescita e tutte le altre fazioni che prima la sostenevano l'avevano ormai abbandonata.
La crisi economica mondiale seguita al crollo di Wall Street del 1929 spinse capitali privati verso la Palestina, portati da immigrati benestanti o investiti da ebrei rimasti all'estero che la consideravano un'isola di stabilità. Tra il 1933 e il 1935 l'economia ebraica conobbe un vero boom, con carenza di manodopera e quote più alte di immigrati lavoratori. Tuttavia nell'aprile 1936 gli arabi proclamarono uno sciopero generale per fermare l'immigrazione ebraica, vietare la vendita di terre agli ebrei e ottenere un governo nazionale. La prima fase della rivolta durò sei mesi e causò 80 morti e più di 300 feriti tra gli ebrei. La Commissione Peel, inviata a indagare, propose la fine del Mandato e la spartizione, con uno stato ebraico su un quinto della Palestina a ovest del Giordano, il resto annesso alla Transgiordania di Abdullah e Gerusalemme, Betlemme e un corridoio verso Giaffa sotto controllo britannico. Pubblicate il 7 luglio 1937, le raccomandazioni divisero l’intero Yishuv. Il XX Congresso sionista autorizzò l'Agenzia ebraica a negoziare con Londra un'offerta migliore, accettando di fatto il principio della partizione. Hashomer Hatza'ir, estranea a queste manovre e già dotata della Prospettiva finale, si oppose alla spartizione e sostenne lo stato binazionale fino alla fine degli anni ‘40.
Alle elezioni del gennaio 1931 Mapai superò il 40% che, con il blocco del movimento operaio, significava la metà dei voti, seguiti dai revisionisti di Jabotinsky al 16%. In vista del XVII Congresso sionista Yaari concordò con Mapai una lista comune, con disciplina di fazione ma libertà per Hashomer Hatza'ir di esprimere la propria opinione su questione araba e obiettivo finale del movimento. In Palestina il blocco salì al 62% e i revisionisti al 16,8% ma nel voto complessivo i sionisti socialisti ebbero il 29% e i revisionisti il 21%. Dopo l'assassinio di Haim Arlosoroff nel giugno 1933, attribuito ai revisionisti, alle elezioni per il XVIII Congresso i sionisti socialisti salirono al 44% e i revisionisti scesero al 14%. Yaari, in Polonia, definì la vittoria "brillante e inattesa" e scherzò sul fatto di aver aggiunto voti propri, il che era meno presuntuoso di quanto sembri perché Hashomer Hatza'ir contava 56.450 membri all'estero contro i 2.000 di KA e ottenne 18 delegati, saliti a 24 nel 1935 con 60.000 iscritti.
I revisionisti erano il nemico comune che univa Mapai e Hashomer Hatza'ir. Yaari li vedeva come il demonio incarnato e i mandati dell’uccisione di Arlosoroff. Alla commemorazione del trentesimo giorno dichiarò che la vera colpa era della forza che aveva ispirato l'assassino e chiese una guerra senza pietà al "fascismo revisionista". Anche Ben-Gurion li attaccò in campagna elettorale ma poi, nell'esecutivo dell'Agenzia, nell'ottobre 1933, davanti al rischio di scissione e guerra civile, fu disposto a cercare un accordo. I negoziati con Jabotinsky del 1934 produssero un patto di non aggressione, un accordo sul lavoro tra Histadrut e organizzazione revisionista e l'impegno a rispettare la maggioranza. Yaari annunciò l'opposizione unanime del movimento all'accordo e minacciò di fondare un partito. Histadrut respinse l’accordo con 16.000 voti contro 11.000. Quella campagna segnò il debutto autonomo del movimento, rafforzandone il senso di unità e di missione.
Fin dall'inizio degli anni ‘30 l'ombra nazista incombeva in Europa e dopo l'ascesa di Hitler, nel gennaio 1933, Yaari intuì la possibilità di una nuova guerra mondiale che descrisse nel 1935 considerandone i pericoli per la Palestina.
Allo scoppio della guerra in Polonia, importante riserva di membri per Hashomer Hatza'ir, vivevano più di tre milioni di ebrei, circa il 10% della popolazione, con 380.000 persone nella sola Varsavia. Dopo la spartizione tra Germania e URSS il 61% si trovò sotto controllo tedesco e il 39% sotto controllo sovietico. Per lo Yishuv la guerra si svolgeva su tre scenari. Il primo era l'Europa, con la Blitzkrieg del 1940, la resa della Francia e l'invasione dell'URSS il 22 giugno 1941. Il secondo era la regione vicina alla Palestina, dove gli inglesi sconfissero i francesi di Vichy in Siria e Libano nel luglio 1941, l'aviazione italiana bombardò Haifa e Tel Aviv (il 9 settembre 1940 morirono 117 persone e circa 400 furono ferite) mentre l'avanzata di Rommel faceva temere un'invasione dall’Africa. Il terzo scenario era la Shoah, di cui arrivarono notizie attendibili solo nel novembre 1942, dopo El Alamein e mentre si attendevano buone nuove da Stalingrado.
All'inizio del conflitto Yaari divise l'Europa in Paesi occupati, dove occorreva preparare la clandestinità e far uscire più militanti possibile, e Paesi confinanti, dove mandò emissari per assistere i giovani e collegarsi con l'interno.
Sul piano politico la linea di Ben-Gurion era aiutare gli inglesi come se non esistesse il Libro bianco e combattere il Libro bianco come se non ci fosse la guerra. Yaari sosteneva la difesa della Palestina e l’esistenza di reparti combattenti armati ma si opponeva all'invio di unità ebraiche su fronti lontani dove sarebbero servite all'impero. Vedeva con gli inglesi solo una convergenza di interessi e un'alleanza di circostanza. Dopo l'entrata in guerra dell'Italia, nel giugno 1940, l'arruolamento divenne più accettabile ma il KA protestò quando l'unità trasporti fu inviata in Egitto. Nelle tesi scritte nel 1941 per il Sesto Consiglio generale del KA, Yaari si dichiarò contrario all'idea di ottenere uno Stato ebraico in cambio del servizio militare dei giovani ebrei perché temeva che migliaia di loro venissero mandati a morire su fronti lontani dalla Palestina, che non erano i loro, per raggiungere obiettivi politici. Cambiò posizione solo dopo le prime notizie sulla Shoah. Temeva anche che le quote di reclutamento gravassero sui kibbutzim, già a corto di braccia mentre le basi britanniche creavano nuova domanda di lavoro. Il KA preferiva il Palmach, nato nella primavera 1941, che permetteva di difendere il Paese senza uniforme britannica. Ogni kibbutz inviò due o tre membri e il KA fornì 60-70 dei 460 reclutati di ottobre. Nel 1942 decise di mandare altri 149 membri al Palmach, 113 all'esercito britannico e 133 alla polizia ausiliaria. Tra il 1941 e il 1948 il 29% dei membri del Palmach provenienti dai kibbutzim fu del KA.
Yaari fece fatica a credere alle prime notizie sullo sterminio degli ebrei, anche dopo che nell'aprile 1942 Tosia Altman, una dirigente del movimento in Polonia, gli aveva descritto la situazione in una lettera scritta in codice per sfuggire alla censura. Il punto di svolta arrivò alla fine di novembre 1942, quando giunsero i primi resoconti verificati.
Fino alla metà del 1943 visse quella che Halamish chiama la fase dello shock. Trascorse notti insonni, giornate che continuavano a scorrere identiche tra Merḥavia e Tel Aviv e rievocò con nostalgia Reisha, la cittadina dove era cresciuto. In quei mesi invocò l'unità di tutti gli ebrei per organizzare il salvataggio, un atteggiamento insolito per un uomo che difendeva sempre l'autonomia del movimento. La rivolta di Varsavia lo colpì molto perché mostrava ebrei che si battevano invece di subire e in più molti combattenti e caduti erano Shomrim. Lo preoccupava però il messaggio di combattere fino alla morte che rischiava di far associare Varsavia a Masada a cui contrapponeva, come esempi positivi, Tel Hai e Stalingrado. Sosteneva che vivere eroicamente richiedesse più coraggio che morire. Questo shock non cambiò però le sue idee di fondo e continuò a difendere l'indipendenza del movimento e un'immigrazione selettiva e graduale.
Su quest'ultimo punto si scontrò con Ben-Gurion. Nel novembre 1942 il leader di Mapai chiedeva di portare subito in Palestina due milioni di ebrei mentre Yaari ne proponeva due milioni in dieci anni. Temeva che un arrivo troppo rapido trasformasse il Paese in una grande Tel Aviv. Propose di esigere la restituzione dei beni rubati agli ebrei e di ricostruire la vita ebraica in Polonia. Katznelson lo accusò di disprezzare gli ebrei sopravvissuti e di chiudere loro le porte della Palestina. Poco dopo l'Agenzia ebraica diffuse il comunicato ufficiale sullo sterminio e Yaari disse ai dirigenti del movimento di pentirsi per alcune sue frasi e di non aver più intenzione di contestare le decisioni sull’immigrazione. Aggiunse però che l'Agenzia dovesse continuare a costruire il Paese secondo un piano, dando priorità all'agricoltura.
Il suo libro Sulla soglia di un'epoca uscì nel 1942, in vista del Sesto Consiglio generale del KA che si tenne a Mishmar Ha'emeq. Era una lettura della fase che spiegava il passato per giustificare le sue previsioni sul futuro. Nell'aprile 1942 il Sesto Consiglio generale fu chiamato "dei tre vessilli" perché Yaari vi presentò tre richieste: avvicinarsi all'Unione Sovietica, puntare a uno Stato binazionale e preparare la nascita di un partito politico autonomo. Un mese dopo, a New York, si riunì una conferenza sionista straordinaria con i principali leader del movimento, tra cui Weizmann e Ben-Gurion. Il programma che approvò, detto di Biltmore, chiedeva di aprire la Palestina all'immigrazione ebraica, di affidare all'Agenzia ebraica la responsabilità di gestirla e di fare della Palestina del dopoguerra uno Stato ebraico. Fu approvato all'unanimità, con la sola astensione del delegato di Hashomer Hatza'ir. Nel novembre 1942 il programma fu adottato anche dal Consiglio generale sionista riunito a Gerusalemme che lo sostituì al programma di Basilea del 1897 come piattaforma operativa del movimento. Due rappresentanti di Hashomer Hatza'ir votarono contro, insieme al delegato del partito centrista Aliyah Ḥadashah. Yaari rifiutava quel programma perché, a suo giudizio, avrebbe significato il dominio di un popolo sull'altro. Chiedeva invece parità politica tra ebrei e arabi ma insisteva ogni volta che gli ebrei dovevano smettere di essere una minoranza nel Paese. Per definire la sua proposta si appoggiò, con alcune riserve, al cosiddetto Libro di Bentov, redatto da un comitato della Lega per il riavvicinamento arabo-ebraico. Il testo proponeva uno Stato con governo paritario tra ebrei e arabi, federato ai Paesi arabi vicini. Al Consiglio di Mishmar Ha'emeq la parte sulla federazione sollevò un dibattito acceso. Una prima votazione, sulla proposta di sospenderla e riesaminarla, vide 63 delegati favorevoli, 55 contrari e 21 astenuti. Il testo fu poi emendato con la formula "in prospettiva a lungo termine" e approvato. Quella linea restò il programma politico del movimento fino al 1947. Yaari presentava lo Stato binazionale anche in termini di classe e disse ai diplomatici sovietici che il destino del sionismo era legato a quello delle masse lavoratrici arabe. Per sostenere la parità citava dichiarazioni di anni prima di Arlosoroff, Ben-Gurion e Katznelson, come se il tempo trascorso non avesse cambiato nulla. Guardava inoltre a comunità ebraiche lontane, come quella in URSS, gli ebrei americani e i circa 700.000 ebrei dei Paesi musulmani, ma questo non modificò le sue idee su ritmo e organizzazione dei processi migratori.
Parallelamente si rafforzò il filosovietismo di Yaari, alimentato dal marxismo con tinte leniniste, dal clima del movimento, dal desiderio di distinguersi da Mapai e dalla convinzione che Mosca avrebbe avuto un ruolo in Medio Oriente. Aveva già giustificato processi di Mosca e purghe, scrivendo che il regime di sicurezza derivava da uno stato d'assedio permanente e che i traditori potevano essere stati manovrati dai nazisti. Difese il patto Molotov-Ribbentrop chiamandolo "patto di neutralità". Dopo Stalingrado il movimento cadde in una quasi cieca venerazione dell'URSS, condivisa da tutto lo Yishuv. Nell'estate 1942 accolse i diplomatici sovietici Mikhailov e Petrenko, presentò la struttura del movimento (40 comuni, produzioni agricole e industriali dettagliate, editoria marxista) e dichiarò una solidarietà incrollabile con l’URSS, chiedendo appoggio all'immigrazione ebraica e scambi di delegazioni, sperando di incontrare Stalin. Partecipò alla Lega V per l'amicizia con l'URSS, nata dal comitato di Buber, che acquistò ambulanze consegnate all'Armata Rossa a Teheran.
Durante la guerra Yaari dovette difendere la sua posizione sull'URSS su due fronti. Da un lato c'erano chi la criticava, dall'altro chi, nel suo stesso ambiente, si spostava troppo a sinistra. La sua ammirazione per il paese socialista aveva però due limiti. Condannava con parole durissime il modo in cui l'URSS trattava i sionisti e gli ebrei, non accettando che potesse sostituirsi al sionismo come soluzione della questione ebraica. Notava per esempio che in URSS gli ebrei lasciavano le campagne per le città e che il progetto di Birobidžan era fallito. Era convinto che dopo la guerra sarebbe iniziata una stagione di rivoluzioni in molti Paesi e che in Palestina il ruolo di avanguardia rivoluzionaria spettasse ad Hashomer Hatza'ir. Il mondo sovietico gli forniva esempi, immagini e argomenti per quasi ogni questione. Nel maggio 1942 il Sesto Consiglio del Kibbutz Artzi, su sua ispirazione, riconobbe come giusta la dittatura proletaria di Stalin, sostenendo che non era il momento di fare i conti con un popolo che difendeva eroicamente il proprio Paese.
All'inizio del 1946 Hashomer Hatza'ir si costituì come partito politico. Yaari aveva sempre respinto questa trasformazione perché avrebbe dovuto accogliere, in situazione di parità con i pionieri, anche coloro che avevano scelto di abbandonare i kibbutz. Già a metà degli anni ‘30, quando venne chiesto di creare un gruppo politico urbano collegato al movimento, aveva accettato solo la nascita, nel 1936, della Lega socialista formata esclusivamente da operai urbani che non erano mai stati in un kibbutz. Due fattori resero però inevitabile il cambiamento. Il primo era di natura elettorale. Senza un'alleanza con la classe operaia urbana Hashomer Hatza'ir non poteva avere un peso politico reale nello Yishuv e i risultati delle elezioni del periodo mostrarono che questa alleanza rafforzava la forza politica di KA e ne proteggeva gli interessi. Il secondo fu la Shoah. Quando si comprese l'entità dello sterminio e la distruzione del movimento giovanile in Europa, divenne evidente che non esisteva più all'estero una base significativa capace di fornire nuove reclute e di crescere come forza elettorale nel movimento sionista. KA doveva quindi cercare alleati altrove e il partito fu lo strumento per farlo.
Nella lotta contro gli inglesi, tra il 1945 e il 1947, Yaari appoggiò l'immigrazione clandestina che considerava un modo per rifiutare il Libro bianco. Sul piano della resistenza non voleva limitarsi ai metodi non violenti di Gandhi tuttavia accettava solo azioni attive per difendere gli insediamenti, far entrare immigrati e accumulare armi. Si oppose alla collaborazione dell'Haganah con Etzel e Lehi, le due organizzazioni dissidenti che facevano parte del Movimento di Resistenza Ebraica. Paragonava il terrorismo di Etzel a quello delle bande arabe e diceva che larghi settori della classe operaia non potevano "inghiottire" un simile alleato, come un ebreo osservante non può mangiare a Yom Kippur. Nel novembre 1945 il ministro degli Esteri britannico Bevin dichiarò in Parlamento che la Palestina non poteva da sola risolvere il dramma degli ebrei europei. Gli ebrei dello Yishuv reagirono con disordini a Tel Aviv, in cui morirono sei persone. Yaari ne trasse la convinzione che il terrorismo non avrebbe mai conquistato l'opinione pubblica mondiale e che bisognasse puntare sulla diplomazia. Era tuttavia orgoglioso che membri del suo movimento avessero partecipato agli attacchi del Palmach contro le stazioni di polizia di Givat Olga e Sidni Ali. Per lui erano legittimi perché i bersagli ostacolavano l'immigrazione clandestina. Era fiero anche della protesta non violenta di Givat Chaim, dove centinaia di abitanti della zona, disarmati, circondarono i soldati britannici e otto di loro furono uccisi. Il movimento criticava invece altre operazioni, come l'attacco di Sarona del febbraio 1946, in cui il Palmach perse quattro uomini. Il giornale del partito Mishmar lo condannò in un editoriale, anche se membri di Hashomer Hatza'ir vi avevano partecipato. Il messaggio ai giovani era quindi doppio: critica verso alcune azioni ma obbedienza alle istituzioni nazionali e al comando dell'Haganah. Yaari temeva che un linguaggio troppo radicale spingesse i ragazzi tra le file di Etzel e Lehi.
Sul piano politico Hashomer Hatza'ir restava isolata. Non faceva parte della coalizione guidata da Ben-Gurion e non aveva rappresentanti nell'Esecutivo dell'Agenzia ebraica. In vista del Comitato d'inchiesta anglo-americano, Ben-Gurion e Shertok non coinvolsero Yaari nei preparativi e, poiché l'Esecutivo sionista vietò testimonianze separate delle varie fazioni, il movimento poté presentare soltanto un memorandum sul binazionalismo.
L'isolamento si vide ancora alla conferenza di Parigi dell'agosto 1946. Dopo un colloquio con Ben-Gurion e uno scambio di lettere inconcludente con l'Esecutivo, Yaari non partecipò. La lettera con cui esponeva le sue posizioni fu archiviata senza essere discussa e alcuni presenti gli riferirono che Ben-Gurion ne aveva deformato il contenuto. A Parigi si decise di sospendere le operazioni militari contro gli inglesi, limitandole a quelle legate all'immigrazione clandestina e agli insediamenti, e di spostare lo sforzo sul piano diplomatico. Il programma di Biltmore, che prevedeva uno Stato ebraico su tutta la Palestina, fu sostituito dall'accettazione di "uno Stato ebraico in un'area adeguata della Palestina". Yaari vide così avverarsi ciò che aveva sempre sostenuto, cioè che Biltmore avrebbe portato alla spartizione. Nell'estate 1946 vennero meno anche le sue speranze che le grandi potenze elaborassero un piano di suo gradimento. Weizmann e i moderati si erano convertiti alla spartizione e gli restava un solo possibile alleato, Aḥdut Haavoda che respingeva la partizione perché voleva uno Stato ebraico in tutto il paese.
Nel 1947 la Gran Bretagna affidò la questione palestinese all'ONU. Yaari non si aspettava molto dall'URSS ma costruì ugualmente una serie di ipotesi sulla sua posizione, pur senza alcuna informazione. Il 14 maggio, alla sessione che istituì la commissione UNSCOP, il delegato sovietico Gromyko riconobbe le sofferenze degli ebrei e il loro diritto a uno Stato. Indicò come prima soluzione uno Stato unitario con pari diritti per ebrei e arabi e come seconda, solo se i rapporti tra i due popoli fossero risultati inconciliabili, la divisione in due Stati. Yaari la giudicò una data storica. Pochi giorni dopo, convinto che gli americani non avrebbero aiutato a mandar via gli inglesi, propose di battersi per un'amministrazione fiduciaria internazionale. Avrebbe dovuto essere gestita da URSS, Stati Uniti e Gran Bretagna per un lungo periodo, fino al consolidarsi di una maggioranza ebraica, e poi lasciare il posto a un regime binazionale.
Il 31 agosto 1947 l'UNSCOP raccomandò, a maggioranza, due Stati, uno ebraico e uno arabo, uniti sul piano economico. Fu il punto di svolta. Yaari, a Zurigo per il Consiglio generale sionista, scrisse a compagni e dirigenti che non si potevano ignorare i fatti altrimenti si rischiava di avere ragione ma di restare soli. La vecchia posizione, che richiedeva una lunga transizione, era un lusso che il sionismo non poteva permettersi. Sottolineò che cambiava per ragioni pratiche e non ideologiche. Mentre era ancora in Europa l'Esecutivo di Kibbutz Artzi dichiarò la propria opposizione di principio alla spartizione e definì i confini proposti una terribile divisione del paese. Il movimento restò per inerzia nella vecchia posizione finché i dirigenti erano all'estero ma appena Yaari espose la sua linea, la adottò senza esitazioni. Pochi giorni dopo il voto dell'ONU del 29 novembre Yaari parlò di una gioia agrodolce, felice per l'indipendenza ma addolorato per la spartizione, e promise di lavorare perché fosse solo una fase transitoria verso la riconquista dell'intero paese. Dichiarò poi il suo movimento pronto a essere tra i fondatori, i costruttori e i difensori dello Stato ebraico e così fece nella guerra che stava per scoppiare.
