Yitzhak Tabenkin, un sionista socialista con sfumature anarchiche

Nel 1972 Yehuda Harell scrisse un libro, Tabenkin’s view of socialism, con lo scopo di discutere l’approccio teorico di Yitzhak Tabenkin al sionismo socialista. 

Nato nel 1887 a Bobrujsk, in Bielorussia, si trasferì da piccolo a Varsavia. Sua madre era una Katzenelson, tra i suoi cugini c'erano il poeta Yitzhak Katzenelson e Berl Katzenelson, futuro leader del movimento operaio ebraico. Il padre Moshe, attivo nel movimento rivoluzionario, fu arrestato e morì in prigione quando Yitzhak era ancora piccolo. Tabenkin entrò nei circoli degli Arbeiter-Zionisten e fu tra i fondatori del Poale Zion a Varsavia nel maggio 1905 e della sua sezione polacca nel dicembre dello stesso anno. Arrestato all'inizio del 1906 come dirigente del Poale Zion, non poté rappresentare la sezione polacca alla celebre Convenzione di Poltava. Fu poi profondamente coinvolto nella vicenda dell'Uganda e nella rottura con territorialisti e sejmisti, tra i quali si trovavano gran parte dei leader del Poale Zion polacco. Tra il 1908 e il 1912 studiò nelle università di Vienna, Ginevra, Berna e Cracovia, restando attivo nell'organizzazione mondiale del Poale Zion. In quegli anni entrò in dissenso con Ber Borochov su questioni centrali come l'atteggiamento deterministico di Borochov, la sua politica insediativa e la sua intenzione di partecipare all'Organizzazione Sionista Mondiale. 

Nel 1912 Tabenkin emigrò in Palestina. Fin dal suo arrivo si dedicò a tentativi di insediamento come la cooperativa di Merhavia, il Kvutzat Uria e il grande kvutza a Kinneret. All'inizio evitò la sezione locale del Poale Zion e si unì al circolo non allineato dell'Unione dei Lavoratori Agricoli che lottava per l’unità di tutti i lavoratori di Eretz Israel. Nel 1919 fu tra i fondatori e i redattori della piattaforma di Ahdut ha'Avoda, il più grande partito sionista socialista che più tardi si fuse con Hapoel Hatsair per formare il Mapai. Nel 1921 fu tra i fondatori della Histadrut e ne divenne il primo segretario generale. Dopo un breve periodo a Tel Aviv, dove lavorava nell'esecutivo della Histadrut e nell'Ahdut ha-Avoda, nel dicembre 1921 si unì al Gedud ha-Avoda, il Battaglione del Lavoro, e al Kibbutz Ein Harod. Partecipò al dibattito sull'autonomia economica che portò alla scissione di Ein Harod dal Gedud. Trasformò il kibbutz Ein Harod in un'organizzazione nazionale che nel 1927 divenne il movimento Ha-Kibbutz ha-Me'uchad. Fin dall'inizio del suo impegno politico in Ahdut ha-Avoda Tabenkin prese posizioni radicali sulla maggior parte delle questioni, allontanandosi sempre più dalla maggioranza causando una scissione nel Mapai nel 1944 e poi anche nel movimento dei kibbutz. Tabenkin non rinunciò mai alla sua fede nel costruttivismo e nella realizzazione pratica del sionismo socialista, giocando un ruolo attivo negli sforzi costruttivisti del movimento operaio ebraico. Nel 1948 fu coinvolto nella fondazione di Mapam, nato dall'unione di Ahdut ha-Avoda con Hashomer Hatsair. Ben presto emersero profonde divergenze tra la maggioranza di Hashomer Hatsair e la minoranza di Ahdut ha-Avoda, soprattutto sul rapporto con la società araba, sull'orientamento verso il mondo comunista e se il Mapam dovesse essere un'alternativa al Mapai o aspirare a un movimento operaio unito. A seguito della scissione Tabenkin smise ogni attività politica in Mapam. Nel 1954 la rottura portò alla ricostituzione di Ahdut ha-Avoda-Po'alei Zion. A metà degli anni ‘60 la tendenza a riunirsi con il Mapai portò prima alla nascita di Allineamento e poi alla fondazione del Partito Laburista Israeliano. Tabenkin si oppose a queste mosse perché vedeva un'unione senza Hashomer Hatsair un allontanamento dall'obiettivo dell’unità completa della classe operaia. Partecipò ad Allineamento e alla fondazione del Partito Laburista continuando la sua lotta dall'interno. Trascorse gli ultimi anni a promuovere le attività ideologiche del suo kibbutz e a lottare contro il lavoro salariato nei kibbutzim. Sostenne Yitzhak Ben-Aharon nella sua battaglia per mantenere l'indipendenza della Histadrut e lottò per l'indipendenza politica del movimento dei kibbutz. Morì nel 1971 e fu sepolto nel suo kibbutz, Ein Harod.


Sul piano ideologico i pionieri della Seconda Aliya avevano una profonda avversione per i programmi definiti. Avevano conosciuto infinite discussioni ideologiche senza risultati pratici. Ecco perché Tabenkin, nel discorso alla conferenza che portò alla fondazione di Ahdut ha'Avoda del 1919 a Petah Tikva, dedicò molto tempo alla negazione del fondamento ideologico del movimento appena nato. Non erano le convinzioni ideologiche ad essere alla base del movimento ma la proprietà comune della terra e dei beni. Prima di lui Berl Katzenelson aveva parlato del pericolo insito nelle ideologie che potevano portare alla pietrificazione del movimento, senza disprezzare, però, l'ideologia in sé. L'atteggiamento particolare di Tabenkin nasceva da due fonti contrastanti. Considerava la storia come un processo di realizzazione delle idee attraverso l'azione volontaria e temeva l'influenza pietrificante di un'ideologia, quella che alla fine porta alla scissione. Perciò sosteneva le idee ma diffidava delle ideologie, evitava formule e definizioni e si concentrava su conferenze, spiegazioni e discussioni. Più di altri leader della Seconda Aliya, Tabenkin sottolineò l'importanza dell'ideologia socialista e delle sue teorie ma fece attenzione a non lasciare che il pensiero socialista internazionale dettasse la linea al movimento. Lo considerava solo un'influenza fertilizzante. Un esame dei suoi discorsi mostra un'ideologia sorprendentemente ampia e coerente, anche se composta da diverse correnti di pensiero, influenze e questioni profondamente contrastanti. La sua motivazione principale restava comunque la realizzazione del sionismo socialista. 


Per definire la sua dottrina Tabenkin preferiva sempre il termine comunismo e ignorava la distinzione nell’uso del termine creata dalla nascita della Terza Internazionale dopo la Prima Guerra Mondiale. Si considerava un continuatore del comunismo della Prima Internazionale che aveva adottato il termine socialista dopo la rottura tra marxisti e anarchici. Forse era attratto dal termine comunismo perché si applicava anche ad alcuni anarchici ma certo lo preferiva perché simboleggiava l'obiettivo finale: voleva abolire tutte le differenze tra l'obiettivo e la strada per raggiungerlo, tra i fini e i mezzi. Diceva che non può esistere uno stato comunista ma solo una società comunista. Non accettò le obiezioni di Berl Katznelson sul definire insediamenti comunisti il movimento dei kibbutz. L'identificazione progressiva del comunismo con la sua variante sovietica lo portò a preferire il termine socialismo. Nel 1958 disse che il loro socialismo era di tipo pionieristico-insediativo e che non potevano chiamare comunista il loro movimento sionista socialista. Usò entrambi i termini, a volte definendo la sua dottrina sionista socialista, a volte sionista comunista.


Molti studiosi ritengono che l'aspetto principale e originale del movimento operaio israeliano sia il suo costruttivismo, cioè il tentativo di realizzare la propria visione politica attraverso l'istituzione di un'economia e una società socialiste, attraverso la creazione dell'Hevrat ha-Ovdim. L’idea di un'economia costruttivista dei lavoratori si sviluppò nel periodo successivo alla Prima Guerra Mondiale. Il programma di Ahdut ha'Avoda fu formulato come un invito a creare l’unità delle classi lavoratrici in Eretz Israel. Lo redasse Berl Katzenelson e lo firmarono David Ben Gurion e Itzhak Ben-Zvi per il Poale Zion e quattro non allineati per le unioni dei lavoratori agricoli: Tabenkin per la Galilea, David Remez per la Samaria, Berl e Shemuel Yavne'eli per la Giudea. Tabenkin considerò sempre quel programma come la formulazione migliore del socialismo costruttivista. Il costruttivismo veniva definito come un tentativo di stabilire una società umana come una famiglia di nazioni libere con uguali diritti nel lavoro per tutti. Richiedeva il trasferimento di tutte le risorse nazionali e della proprietà accumulata attraverso le generazioni dalle mani private a quelle pubbliche e metteva tutti gli affari del lavoro nelle mani della classe operaia. All'inizio del 1920 l'organizzazione internazionale del Poale Zion inviò una commissione a studiare la situazione in Eretz Israel e a formulare un programma per la costruzione del socialismo. Il capitolo sei del loro rapporto, apparentemente redatto da Syrkin con la partecipazione di Tabenkin, affermava che solo gli insediamenti cooperativi rurali e urbani potevano risolvere il problema ebraico in Palestina perché non esisteva un'infrastruttura economica che potesse assorbire i nuovi arrivati e bisognava partire da zero. Proponeva la proprietà nazionale di tutte le risorse naturali, di tutta l'economia e della forza lavoro e descriveva una società cooperativa basata su unioni di lavoratori liberi, con una Federazione Centrale delle Cooperative responsabile di tutti gli affari economici.


Tabenkin fu tra gli entusiasti promotori dell'Hevrat ha-Ovdim. Nel febbraio 1919, alla conferenza dei Lavoratori Agricoli, tenne un discorso in cui diceva che la politica è solo un mezzo, l'unico scopo è creare un popolo lavoratore. Alla conferenza di Petah Tikva dello stesso anno tenne un'importante lezione programmatica sul socialismo costruttivista e il suo significato universale. Il socialismo non è un'idea astratta ma pratica, da realizzare subito. Dopo la fondazione di Ahdut ha'Avoda, però, le grandi speranze lasciarono il posto alla delusione e si ebbe una fase di ritiro dal socialismo costruttivista. Tabenkin reagì ponendo fine alle sue attività nel partito e nella Histadrut e unendosi al Gedud ha-Avoda e a Ein Harod, continuando a lottare con fanatismo per i suoi ideali. Negli anni ‘20, mentre le imprese private prosperavano e il piano di un'economia operaia non si realizzava, Tabenkin fu inflessibile. Parlò contro il capitale privato, dicendo che non ha il potere di creare un'economia nazionale perché non risponde ai bisogni dell'assorbimento e non adotta la tecnologia avanzata perché interessato solo al lavoro a basso costo. La lotta di classe, diceva, riguarda chi userà i fondi nazionali, se il lavoratore o il capitalista. Nel 1927 nacque l'Ha-Kibbutz ha-Me'uchad. Fu la risposta di Tabenkin alla regressione della forza del movimento operaio. Il kibbutz, sosteneva, è il fondamento di un Eretz Israel lavoratore. Dopo che Ahdut ha'Avoda scelse la strada politica, non considerò più il kibbutz come la sua avanguardia, Tabenkin, amaramente, disse che l'orgoglio del loro partito, la linea che sarebbe dovuta essere giusta per tutta la classe operaia, era diventata improvvisamente la linea del solo kibbutz. Da allora mise sulle spalle del kibbutz la responsabilità di un'economia operaia. Fino alla fine della sua vita lottò per un forte Hevrat ha-Ovdim, per un sistema educativo operaio indipendente, per una Histadrut autonoma, per l'uguaglianza, la cooperazione e per un forte movimento insediativo.


Per quanto riguarda il ruolo della lotta di classe nel sionismo, Tabenkin si collocava tra Borochov e Syrkin. Borochov non vedeva spazio né possibilità per la lotta di classe nella diaspora e pensava che la soluzione ai problemi dei lavoratori ebrei sarebbe venuta solo dall'immigrazione in Eretz Israel. Syrkin, invece, considerava il sionismo realizzato dalla costruzione di una società cooperativa socialista, con il sostegno di tutto il popolo ebraico e del movimento sionista, tanto che la lotta di classe non aveva alcun ruolo nel suo pensiero. Tabenkin riconosceva che Syrkin, in quanto utopista, aveva trascurato la lotta di classe dentro il movimento sionista e che in questo Borochov aveva avuto ragione. Per Tabenkin era una forza salvifica e non vedeva alcuna contraddizione tra essa e il costruttivismo. Riteneva la lotta di classe una delle principali espressioni del costruttivismo. I lavoratori dovevano assumersi entrambi i compiti, costruire e liberare. Diceva che un tempo si pensava a due periodi separati nel movimento operaio ebraico, il primo di rivoluzione e il secondo di costruzione ma, dato che il primo periodo durava già da più di cento anni, non si poteva aspettare: questa generazione doveva anche costruire. 


I pionieri della Seconda Aliya erano caratterizzati da un ardente desiderio di azione e realizzazione. Tabenkin era tra i più determinati e le sue convinzioni finirono per cristallizzarsi nella sua dottrina. Diceva che le teorie vecchie di generazioni non sollevano il sionismo o il socialismo dal compito di realizzarsi. Nel 1950 arrivò a dire che ci sono milioni di comunisti in tutto il mondo ma solo poche migliaia che realizzano la loro teoria vivendo in comune. Per Tabenkin non c'era dicotomia tra mezzi e fini, né tra teoria e pratica. Non appena i mezzi diventano identici ai fini, il socialismo cessa di essere una visione e diventa realtà e la creazione di un uomo socialista diventa un imperativo. "Socialismo ora" era il motto. Ecco perché è difficile definire l'ideologia di Tabenkin. Essa era prima di tutto la realizzazione concreta del kibbutz, della Histadrut e dello Yishuv.


Il marxismo classico, nella sua versione più deterministica, non riusciva a spiegare l’esperienza concreta dei pionieri socialisti in Eretz Israel. A differenza di quanto teorizzato da Borochov, che vedeva nel sionismo un processo quasi automatico e nelle leggi economiche la molla principale dell’immigrazione e della formazione del proletariato, la realtà della Seconda Aliya era ben diversa perché non erano le forze economiche a creare la classe operaia ma individui che, mossi da forti convinzioni ideologiche, sceglievano liberamente di diventare proletari per realizzare il loro sogno socialista e nazionale. Tabenkin criticò duramente il fatalismo inefficace di Borochov, arrivando a dire che senza il superamento di quella visione predestinazionista lo Stato di Israele non sarebbe mai nato. Allo stesso tempo, però, superò anche l’utopismo di Syrkin che credeva bastasse un atto di volontà per creare insediamenti cooperativi. Per Tabenkin la volontà non è arbitraria, infatti è la realtà oggettiva stessa, le condizioni storiche concrete, a creare una volontà altrettanto oggettiva e indispensabile. Il volontarismo diventa così l’unico strumento per realizzare delle cause storiche che, da sole, in modo meccanico, non si realizzerebbero mai.


Questa visione, lungi dall’essere una semplice deviazione dal marxismo, venne da Tabenkin considerata come una sua comprensione più autentica. Marx, ricordava Tabenkin, non aderì al movimento operaio per fame o per necessità materiale. Fu catturato da un’idea, da una riflessione filosofica hegeliana sulla realizzazione degli ideali umani. Per questo Tabenkin ammirava in Marx il “realizzatore”, colui che voleva trasformare il pensiero in azione concreta. Il kibbutz era proprio questo, ovvero oggettività storica che si realizza ogni giorno attraverso la scelta volontaria dei suoi membri. Non a caso il suo rifiuto della religione nasceva da questa esigenza di concretezza. La religione è dannosa perché allontana dalla realtà e tiene l’uomo in uno stato di dipendenza mentre l’ateismo è una forma più alta di comprensione del rapporto tra spirito e materia. La sua filosofia, profondamente originale, vedeva la coscienza umana come parte attiva e integrante del mondo oggettivo. L’uomo esiste solo agendo nel mondo e il movimento stesso ha un valore oggettivo perché la vita è essenzialmente lavoro e trasformazione.


Il cuore del pensiero di Tabenkin, tuttavia, è la sua diffidenza radicale, quasi viscerale, verso qualsiasi forma di potere statale e di governo, una posizione rarissima tra i socialisti non anarchici. Essa affondava le sue radici in un trauma infantile (l’arresto e la morte del padre per mano della polizia zarista) e si nutriva di una lucida analisi politica. Per Tabenkin il potere politico è una forza che corrompe e distrugge chiunque lo maneggi, persino Stalin, che da giovane rivoluzionario idealista si trasformò in un despota sanguinario proprio perché investito dal potere assoluto. Il governo, diceva, è disuguaglianza e finisce per subordinare a sé ogni altra attività umana, dall’economia all’arte. Eppure, con onestà intellettuale, Tabenkin riconobbe che nell’età moderna non si può passare direttamente dal capitalismo a una società senza governo e che il movimento operaio, per necessità, deve fare i conti con lo Stato. Il dilemma era tragico dato che il socialismo non si raggiunge senza il potere statale ma il contatto con quel potere è un pericolo mortale per il socialismo stesso.


La sua opposizione alla nascita dello Stato di Israele, o almeno alla sua creazione come primo passo, va letta in questa luce. Era una questione di principio. Per Tabenkin lo Stato era un “male necessario” ma non doveva mai diventare il fine ultimo, né tanto meno sostituire il volontarismo della società. Lo statalismo di Ben Gurion rappresentava un pericolo mortale per lo spirito pionieristico perché avrebbe sostituito la costruzione volontaria con la gestione amministrativa. La sua idea era che lo Stato deve essere l’ultimo atto di un lungo processo di insediamento e di maturazione sociale, non il punto di partenza. Il fulcro della vita ebraica, ripeteva, è il popolo che si autorganizza, non lo Stato che comanda.


Tabenkin univa il socialismo e la nazione in un modo che rompeva con gran parte della tradizione marxista. Riteneva la nazione l’unica forma concreta attraverso cui l’umanità e la cultura possono esprimersi e progredire. Proponeva di unire i “lavoratori di tutte le nazioni”, non i lavoratori di tutti i “paesi” perché l’identità nazionale era una dimensione permanente della condizione umana. Di conseguenza la liberazione del popolo ebraico, oppresso come nessun altro, non poteva avvenire contro la sua identità nazionale ma attraverso la costruzione di una classe operaia ebraica in una terra ebraica. Questa sintesi originale fu il motivo per cui, pur essendo vicino alle idee sovietiche, non si sottomise mai a nessuna Internazionale, rivendicando sempre una via nazionale al socialismo per Israele.


L'atteggiamento di Tabenkin verso il movimento operaio internazionale è originale e non si lascia incasellare in una sola corrente. Il suo legame con il comunismo sovietico, per cominciare, è forte ma pieno di distinguo. Tra i fondatori di Ahdut ha-Avoda è l'unico a dichiarare apertamente la sua vicinanza all'Unione Sovietica ma non rinnega mai il sionismo né la questione nazionale, rifiutando di sottostare alle direttive del Comintern. Questa vicinanza ai bolscevichi nasce anche dalla sua formazione. Suo padre è tra i fondatori del primo partito socialdemocratico in Polonia e lui stesso ha partecipato alla lotta contro lo zar, sentendosi più vicino al modo di pensare russo che a quello europeo. Quando nel 1919 nasce Ahdut ha-Avoda, sull'onda della rivoluzione bolscevica, Tabenkin la descrive come un'esperienza simile ai soviet russi: operai armati ed ex soldati arrivano a Petah Tikva per fondare una dittatura dei lavoratori, un'organizzazione che unisce rappresentanza politica e controllo della produzione, con l'obiettivo di costruire una società nuova e un uomo nuovo. Il progetto però fallisce, travolto dal riflusso della piccola borghesia. Ciò che attira Tabenkin è soprattutto il costruttivismo bolscevico. Nel 1917 i bolscevichi si prendono la responsabilità di ricostruire il paese e Tabenkin nel 1920 invita il movimento operaio ebraico a fare altrettanto, costruendo insediamenti invece di fare la guerra all'agricoltura privata. Per questo è disposto a studiare anche i fallimenti sovietici e nel 1928 afferma che il movimento operaio ha bisogno di orizzonti più ampi, guardando all'URSS come ad un esempio di come si realizzano nella pratica obiettivi che all'inizio erano solo aspirazioni. Nel 1945, in piena euforia per la vittoria sovietica, arriva a dire che bisogna essere leali verso chi realizza la rivoluzione giorno per giorno: i combattenti, gli operai, i soldati dell'Armata Rossa. Tabenkin apprezza anche la capacità di Lenin di fare a meno dei dogmi e lo considera un maestro. Già negli anni ‘30, però, ha capito bene lo stalinismo, osservando che Stalin ha trasformato in canone proprio quel leninismo la cui forza era l'indipendenza da ogni dogma. Respinge con forza l'idea di vedere nell'Unione Sovietica un modello da copiare e nel 1940, nell'Histadrut, dice che non ha senso dividere il movimento per questioni politiche lontane che non hanno nulla a che fare con la condizione ebraica e sionista.


Tabenkin arrivò a condannare l'abuso del potere politico sovietico, definito come un socialismo amministrativo imposto dall'alto, e ricordò che anche nei kolchoz a comandare sono gli amministratori mentre la concorrenza resta il vero motore della produzione. Riteneva che nessun fine giustificasse i mezzi perché certi mezzi finiscono per tradire e distorcere il fine: il socialismo non si realizza con mezzi non socialisti. Nel 1958 è ancora più duro. In URSS, dice, non ci sono più capitalisti ma è nata una nuova classe, la burocrazia di partito che usa la forza per organizzare la società mentre la dittatura dei lavoratori si è deteriorata producendo risultati contraddittori. Riconosce che l'uso del potere politico è stato un imperativo storico oggettivo, dato che l'URSS doveva controllare 150 milioni di persone sotto la minaccia di un attacco esterno. I bolscevichi hanno preferito la dittatura del partito all'etica comunista ma Tabenkin non li giudica: né loro né lui hanno scelto il loro corso dato che è stato imposto dalle circostanze. Sempre nel 1958 definisce la dittatura un male transitorio, storicamente giustificabile in casi estremi, ma mantenerla per quarant'anni è un errore mentre la via scelta in Eretz Israel diventerà un modello per il mondo intero. Tabenkin rifiuta anche il centralismo del Comintern e rigetta l'idea di rinunciare all'indipendenza del movimento operaio ebraico, considerando la coercizione ideologica antisocialista e antileninista. Quando Mapam censura Tito per la sua indipendenza da Mosca, Tabenkin condanna questa posizione.


Per quanto riguarda i socialdemocratici, Tabenkin li critica perché cercano di raggiungere il socialismo solo attraverso i mezzi politici e lo Stato. Non ritiene ci siano differenze tra gli errori dei bolscevichi e dei socialdemocratici. Il vantaggio del movimento operaio di Eretz Israel è di aver ottenuto tutto senza l'aiuto di uno Stato. I bolscevichi, nonostante il loro statalismo, almeno hanno fatto la rivoluzione, cosa che i socialdemocratici non sono riusciti a fare. Inoltre disapprova la loro fiducia nella democrazia parlamentare. La democrazia politica, dice, non è vera democrazia perché non porta uguaglianza sociale ed economica, non permette al popolo di decidere il proprio destino e si riduce a un modo di governare che mima la partecipazione con il voto mentre il popolo consegna i propri diritti alla leadership politica.


Sul socialismo utopistico Tabenkin ha una posizione meno dura. Come dice Katznelson, l'utopismo significa un ardente desiderio di azione immediata e di risultati rivoluzionari. Tabenkin è attratto da questo aspetto e cercherà di integrare alcuni elementi dell'utopismo nel suo marxismo, convinto che anche Marx sia stato ispirato dagli utopisti.


Infine, la sua forte avversione per ogni forma di potere politico e il suo rifiuto dello statalismo sono tali che alcuni compagni parlano di una sua "deviazione anarchica". Tabenkin condivide molte critiche anarchiche e si sente vicino all'anarco-comunismo che immagina come una società di comuni federate senza governo. Come Proudhon pensa che con il voto le persone consegnino i loro diritti ai rappresentanti e, come Kropotkin, vede nella piccola comune il rischio di chiusura in se stessa. Propone una federazione. Per questo difende l'autonomia delle comuni ma dentro una sovranità più ampia della società. Nel 1954 spiega che la forma ideale è la comune autonoma ma questa autonomia deve sottostare alle esigenze della produzione e del consumo. L'obiettivo è una libera federazione di comuni autonome, né uno stato centralista né una federazione anarchica. Allo stesso tempo si dichiara anti-anarchico. Non crede che il lavoratore debba appropriarsi di ogni bene perché una parte del suo lavoro deve andare all'economia, allo Stato, alla cultura, all'umanità. Tabenkin è attratto dall'anarchismo per l'idea che la persona è un valore in sé e non un mezzo e per il rifiuto di ogni potere politico ma non arriva mai a sostenere l'abolizione dello Stato, considerandolo un mezzo pericoloso ma necessario per la costruzione del socialismo.