L’uso politico della storia del Bund
Recentemente mi è capitato di leggere un libro uscito negli Usa sulla storia del Bund. L’autrice, Molly Crabapple, in Here Where We Live Is Our Country: The Story of the Jewish Bund usa la storia di questo movimento politico per fondare teoricamente una politica di solidarietà transnazionale alternativa al sionismo che lei ritiene essere un etnonazionalismo. Il concetto su cui fonda questa operazione è quello di do'ikayt, cioè il diritto di lottare per la libertà e la dignità nel luogo in cui si vive, senza sognare una terra promessa altrove. Ritiene la solidarietà che i bundisti mostrarono verso i lavoratori polacchi che pure li aggredivano, la loro capacità di vedere un nemico di classe al di là dell'identità etnica, l'unica via d'uscita dalla spirale di atrocità in cui siamo intrappolati. Ritengo questa operazione un uso politico della storia fondato su una ricostruzione molto approssimativa della storia del Bund e dei suoi errori politici.
Fu certamente una delle prime e più importanti espressioni del movimento socialista ebraico nella diaspora. Si sviluppò in un contesto di crescente proletarizzazione delle masse ebraiche e di forte oppressione da parte delle autorità zariste e si caratterizzò fin dall’inizio per un approccio pragmatico e organizzativo, più che per una rigida definizione ideologica. I suoi fondatori non intendevano creare un partito politico tradizionale con un programma teorico dettagliato. Volevano un’associazione inclusiva che potesse raccogliere tutti i lavoratori ebrei, senza imporre loro oneri organizzativi o dottrinari troppo gravosi. Il Bund, inizialmente, non aveva una posizione chiara neanche sulla questione nazionale ebraica. Gli intellettuali che lo guidavano tendevano a considerare i lavoratori ebrei come una sezione particolare del proletariato russo, destinata a integrarsi e assimilarsi, mentre gli elementi popolari all’interno del movimento vivevano sulla propria pelle la doppia oppressione, come lavoratori e come ebrei, e quindi svilupparono una coscienza nazionale più forte. Per molto tempo cercarono di evitare una presa di posizione netta, adottando una posizione di neutralità rispetto al futuro dell’identità nazionale ebraica in Russia. Sotto la pressione della realtà e dei sentimenti popolari il Bund formulò un proprio programma nazionale che però rimase privo di una prospettiva storica chiara e di un obiettivo finale definito. Il Bund rifiutava sia l’assimilazione sia il sionismo e finì per adottare la richiesta di una autonomia nazionale e culturale per gli ebrei, intesa come la possibilità per i singoli di coltivare la propria lingua, cultura e istruzione all’interno delle nazioni in cui vivevano dispersi. Questa soluzione non territorialista, pur essendo un tentativo di rispondere alle esigenze nazionali del proletariato ebraico, era piena di contraddizioni interne e di ambiguità teoriche che aprirono la strada a molti dirigenti e quadri del Bund per abbandonare il movimento ebraico e confluire nei movimenti operai generali russi o americani oppure, dopo la Rivoluzione d’Ottobre, nella Sezione Ebraica del Partito Comunista Sovietico (la Yevsektsia). Il Bund finì per essere liquidato nella Russia sovietica mentre continuò a esistere e a essere influente soprattutto in Polonia, dove svolse un ruolo importante nell’organizzazione dei sindacati ebraici, delle cooperative e delle scuole in yiddish. La distruzione dei centri ebraici dell’Europa orientale durante la Shoah segnò la fine del Bund come movimento di massa e il movimento operaio in Israele ne divenne il principale, se non l’unico, erede.
Un confronto tra Bund e sionismo socialista è stato fatto in maniera brillante da Yosef Gorny nel libro Converging Alternatives. The Bund and the Zionist Labor Movement, 1897-1985 concentrandosi sul loro rapporto con Klal Yisrael, cioè l’intera nazione ebraica. Questo concetto, erede moderno dell’antico Am Yisrael, serviva a tenere insieme un popolo frammentato da fratture religiose, culturali e politiche, sia come principio di unità nazionale sia come strumento di azione politica per difendere i diritti degli ebrei nella diaspora. Nessuno dei due movimenti discusse mai il concetto in modo sistematico ma entrambi lo trasformarono nel tempo. Il Bund passò da un’idea di Klal proletario (in opposizione a quello borghese) a una visione popolare incentrata sulle masse ebree povere dell’Europa orientale, fino al dopoguerra quando sostenne un Klal mondiale portatore della cultura yiddish. Il sionismo socialista, invece, passò dal Klal halutzico (dei pionieri) al Klal sionista popolare negli anni ‘30 e infine a un Klal ebraico mondiale legato allo Stato di Israele. In entrambi i casi si ebbe quindi un’espansione dal nucleo ristretto (proletario o pioniere) a una dimensione panebraica, anche se con tempi e contenuti diversi.
L’elemento centrale è la contraddizione interna che caratterizzava entrambi i movimenti. Le loro identità d’avanguardia, di classe per il Bund, pionieristica per i sionisti socialisti, creavano inevitabilmente un filtro o un cuscinetto tra il movimento e la massa del popolo ebraico. Il Bund usava la lotta di classe come chiave interpretativa ultima mentre il sionismo socialista faceva leva sulla negazione della diaspora. Proprio questa distanza ideologica li avvicinava sul piano simbolico, nonostante l’aspra rivalità politica. Entrambi, a differenza dei movimenti socialisti europei, attribuivano alla classe operaia un ruolo decisivo in campo sociale e nazionale, il che generò incomprensioni con la Seconda Internazionale e, nel caso del Bund, la famosa rottura con i socialdemocratici russi.
Sul piano storico i due movimenti percorsero tappe parallele. Tra il 1901 e il 1906, mentre il Bund definiva la sua piattaforma nazionale, nel mandato britannico in Palestina prendeva forma la Seconda Aliya che avrebbe dato vita al movimento laburista. Nel 1920 il Bund polacco rifiutò le condizioni per entrare nel Comintern e scelse una via socialista-marxista nazionale autonoma. Nello stesso periodo nasceva l’Histadrut in Palestina. Negli anni ‘30 il Bund divenne il partito più votato nelle elezioni municipali ebree in Polonia mentre il sionismo socialista diventava la forza trainante del movimento sionista. Quanto ai militanti, il Bund contava circa 7.000 iscritti, saliti a 20.000 alla vigilia della guerra. Mapai in Palestina ne aveva circa 20.000. In Polonia i sindacati ebraici contavano 90.000 aderenti, di cui circa la metà sotto controllo bundista. In Palestina l’Histadrut arrivava a 120.000 iscritti. Questi numeri dimostrano che, in momenti di crisi nazionale, i gruppi più organizzati e ideologicamente determinati riescono ad affermarsi.
Dopo l’Olocausto il Bund imitò i suoi rivali storici fondando nel 1947 un’organizzazione mondiale di coordinamento, sul modello di quella creata quarant’anni prima dai partiti sionisti. Ormai però il Bund era in declino. Entrambi i movimenti condividevano un’etica del sacrificio personale per il collettivo, un’esaltazione dell’onore nazionale ebraico e una condanna della vecchia shtadlanut a favore di un attivismo politico e di autodifesa. Tuttavia nel sionismo socialista la negazione dell’esilio era accompagnata da una costruzione concreta in Palestina mentre nel Bund si traduceva in una lotta dall’interno della diaspora.
Dal punto di vista teorico lo studio distingue due tipi di utopismo. L'utopismo realistico crede che le traiettorie di sviluppo oggettivo porteranno automaticamente a una società perfetta mentre il realismo utopistico usa l’utopia solo come bussola correttiva, senza subordinare ad essa la realtà. Il Bund fu un esempio tipico del primo tipo di utopismo. Ottimisti dogmatici per oltre cinquant’anni, si chiusero in un disimpegno utopistico che li portò a isolarsi dai comunisti, dai socialdemocratici russi e persino dagli altri ebrei, rifiutando qualsiasi collaborazione con i sionisti. Il sionismo socialista, al contrario, fu pragmatico. L’utopia era un mezzo, non un fine assoluto, e questo permise loro di non restare isolati e di porsi alla testa del più ampio movimento sionista.
Bund e Seconda Aliya
Il Bund in Russia tra il 1897 e il 1917 attraversa due fasi distinte. Dal 1897 al 1906 si afferma come forza autonoma all'interno della socialdemocrazia russa, raggiungendo il culmine con la rivoluzione del 1905. In questi anni vengono gettate le basi ideologiche della sua visione nazionale ma senza un approdo definitivo. Dopo il fallimento della rivoluzione il Bund crolla numericamente, come tutti i movimenti rivoluzionari e liberali, e solo dal 1910 inizia una lenta ripresa. Proprio in questa fase di crisi il Bund definisce con chiarezza la sua posizione: sceglie la direzione politica e culturale e si interroga per la prima volta in modo sistematico sul significato esistenziale del popolo ebraico come fenomeno mondiale.
L'evoluzione del Bund è lineare. Da circolo intellettuale a circolo operaio, dalla propaganda all'agitazione rivolta a masse di lavoratori poco istruiti, dall'uso strumentale del yiddish alla sua promozione come cultura nazionale vera e propria, da corrente autonoma del Partito Socialdemocratico Russo a sostenitore dell'autonomia nazionale e culturale ebraica. In questa evoluzione, che sposta il Bund da una prospettiva socialista internazionale a una coscienza proletaria nazionale, sta la questione del popolo ebraico come problema storico e ideologico impossibile da ignorare.
La svolta decisiva è l'avvento di Herzl e del sionismo politico che costringe il Bund a misurarsi con le aspirazioni nazionali delle masse ebraiche. Già prima del primo congresso sionista a Basilea il Bund avverte il pericolo in arrivo. Joseph Mill, dirigente bundista, contatta Hayyim Zhitlovsky (che non è del Bund) per un dibattito pubblico dal titolo: Sionismo o socialismo? Zhitlovsky, intellettuale ebreo ultramoderno che non ha mai abbandonato la fede nella nazione ebraica pur cambiando più volte visione del mondo, scrive quattro articoli. Definisce il sionismo come movimento della borghesia ebraica e lo accusa di illudere le masse con sogni utopistici. Seguendo la linea classica del Bund, dubita fortemente che esista una nazione ebraica mondiale: un operaio ebreo a New York o Vilna ha più in comune con un operaio non ebreo che con la borghesia ebraica del suo stesso luogo.
Ma qui Zhitlovsky compie uno scarto decisivo rispetto al Bund ortodosso. Non esclude che in una futura società socialista il popolo ebraico possa esistere come nazione e, anzi, rivendica per gli ebrei lo stesso diritto di tutti i popoli. I socialisti ebrei che restano in contatto con le loro origini amano il loro popolo non meno, se non di più, dei sionisti. Anzi, dice, il proletariato ebraico dell'Europa orientale ha radici ebraiche molto più profonde di quelle di Herzl e Nordau che vengono dal mondo dell'assimilazione. Zhitlovsky propone quindi la creazione di un Bund proletario ebraico mondiale, con un segretariato internazionale e istituzioni culturali in yiddish. Non un Klal Yisrael nazionale, come quello dei sionisti o di Dubnow, ma un Klal Yisrael proletario. È una profezia che il Bund cercherà di realizzare cinquant'anni dopo.
La risposta del Bund è cauta. Esprime dubbi sul fatto che lo yiddish possa diventare una vera lingua di cultura ma non esclude l'esistenza di un Klal ebraico proletario mondiale. Ammette che l'esistenza nazionale dipende anche da fattori spirituali e che per l'ebraismo mondiale il fattore culturale è ancora più determinante che per altri popoli.
Segue un dibattito interno al Bund che dura più di tre anni, con due schieramenti. Il primo gruppo considera nazione ebraica solo i parlanti yiddish e ritiene che il successo della loro lotta socialista dipenda dall'allargamento del comune denominatore delle classi popolari, portatrici naturali della cultura nazionale. Il socialismo deve rimuovere gli ostacoli allo sviluppo di questa cultura. Il secondo gruppo ritiene che gli ebrei non siano una nazione ma un gruppo d'origine legato da un destino storico comune e che non ci sia speranza che tornino a essere una nazione perché non hanno una lingua condivisa né la possibilità di acquisirla. Per loro non esiste un problema di politica nazionale ma la socialdemocrazia ebraica ha una missione: diffondere l'illuminismo occidentale tra le masse proletarie ebree.
Il dibattito si intreccia con lo scontro politico tra il Bund e il Partito Socialdemocratico Russo guidato da Lenin e Plekhanov. Sul piano organizzativo il Bund chiede una struttura federativa in cui ogni partito nazionale sia l'unico rappresentante del proprio proletariato nazionale. I leader russi si oppongono e nel 1903 il Bund si stacca dal partito per poi tornarvi esitante nel 1906. La vera posta in palio è ideologica. Nel 1901 il Bund proclama l'idea di autonomia nazional-culturale che riguarda tutti gli ebrei in quanto Klal Yisrael. I bundisti nazionalisti tengono però a precisare che questa autonomia è solo culturale, non comunitaria-organizzativa come vogliono Dubnow e i sionisti, perché allargarla entrerebbe in conflitto con la divisione in classi della società. Paradossalmente sono proprio i marxisti nazionalisti del Bund a insistere sulla lingua e la cultura yiddish come fondamento della nazione ebraica in quanto popolo extraterritoriale.
Al congresso del 1901 viene approvata una formula di compromesso: la Russia, composta da molte nazionalità, è destinata a diventare una federazione di nazionalità con piena autonomia nazionale per ciascun popolo, indipendentemente dal territorio che occupa. Se si riconosce il diritto di ogni nazione all'autonomia e se si considera l'ebraismo una nazione, allora il Bund che protegge gli interessi del proletariato ebraico deve per necessità battersi per l'autonomia nazionale ebraica, senza accontentarsi dei soli diritti civili e politici.
Nel 1903 Kossovski, leader dei nazionalisti, si scontra duramente con l’Iskra. Il Bund, dice Kossovski, esiste per il proletariato ebraico e considera il partito socialista generale come un partito del "paese russo". Per questo il Bund non si accontenta di uno status autonomo regionale, come vorrebbe l’Iskra, ma chiede una forma federativa che organizzi il proletariato di un'intera nazione. Kossovski ritiene che nell'Europa orientale esiste una nazione ebraica e come la classe operaia rappresenta gli interessi nazionali futuri di tutte le nazionalità "normali" (territoriali), così deve fare per la nazione ebraica, nonostante la sua eccezionalità.
Gli internazionalisti, guidati da Boris Frumkin, la pensano diversamente. Per loro lo sviluppo del capitalismo in Russia distruggerà gradualmente le barriere tra ebrei e non ebrei fino all'integrazione completa. L'idea di autonomia nazionale è pericolosa perché sa di ideologia dubnowiana e si scontra con l'oggettivo processo di integrazione, oltre ad avere elementi di nazionalismo sionista. Frumkin è radicale: la nazione ebraica non può esistere in diaspora, chi dice il contrario flirta con lo sionismo. Non esiste un problema nazionale ebraico ma solo un problema di ebrei. Gli ebrei sono estranei ovunque, in mezzo a culture che a loro volta si estraniano da loro. È questa estraneità che genera la psicologia del Klal Yisrael. Proprio perché l'esistenza ebraica è anormale (assenza di territorio), bisogna diffidare di un nazionalismo basato sulla psicologia. Il Bund deve rappresentare solo gli interessi del proletariato ebraico poiché la questione dell'autonomia nazionale è un problema dei sionisti.
Kossovski replica con tre argomenti. Il primo è universalistico. Il Partito Socialdemocratico Austriaco riconosce l'autonomia per i gruppi nazionali senza maggioranza territoriale e questo vale soprattutto per gli ebrei. Il secondo è sociale. Il capitalismo produce la lotta di classe e forgia anche i popoli in unità nazionali. La questione ebraica in Russia non scomparirà presto, come dimostra il fatto che l'emigrazione degli ebrei in America non riduce il loro numero in Russia. Il terzo è politico. Il sionismo ha preso le masse, esprime il loro spirito nazionale, è il terreno su cui cresce. Il Bund non può ignorare il problema nazionale e lasciare ai soli sionisti la ricerca della soluzione. Fino a quando non si troverà una soluzione politica, bisogna sviluppare la cultura nazionale yiddish delle masse. Frumkin ribatte che questa posizione è sionista.
Mark Lieber, un altro nazionalista, aggiunge una dimensione teorica. Riprendendo le discussioni della Seconda Internazionale, chiarisce la differenza tra stato-nazione e nazione. Una nazione è un'unità culturale e psicologica ed esiste anche se dispersa in stati diversi, come per armeni e polacchi. Una volta riconosciuto che nazione e stato non coincidono, varie nazioni che non avevano fatto dell'identità nazionale un valore centrale ora si risvegliano. Per tutti i popoli è il proletariato nazionale che deve risolvere il problema nazionale. Gli ebrei non fanno eccezione. Al congresso del Partito Socialdemocratico Russo del 1903 Lieber si scontra con Martov (uno dei leader menscevichi) che definisce gli ebrei una "razza". Lieber chiede invano che vengano definiti una "nazione".
A questo punto entra in scena Simon Dubnow, il grande storico del nazionalismo ebraico liberale, che attacca il Bund frontalmente. Dubnow sostiene che l'anomalia nazionale ebraica (l'assenza di territorio) impone una politica nazionale integrativa. La visione di classe del Bund minaccia la continuità nazionale ebraica perché il Klal Yisrael è proprio il surrogato del territorio mancante. In risposta al poeta An-Sky (che pure non è del Bund ma la cui poesia Di Shvue è diventata l'inno del partito), Dubnow ribadisce che tra gli altri popoli la lotta di classe non mina l'unità nazionale ma mira anzi a creare unità nel lungo periodo. Per gli ebrei, invece, una politica nazionale che integri tutti gli strati è del tutto incompatibile con la filosofia di classe marxista. L'anomalia ebraica diventa per Dubnow una sorta di visione del mondo categorica che deve dettare la politica nazionale del popolo ebraico. Dubnow è così arrabbiato con i bundisti per il loro atteggiamento "servile" verso il socialismo e "traditore" verso il popolo ebraico che non si degna nemmeno di rispondere alle loro repliche.
Il Bund risponde (l'articolo è probabilmente di Kossovski) riconoscendo che gli ebrei in generale sono gravemente svantaggiati dal loro status civile ma, implicazione fondamentale, liberando se stesso il proletariato libera l'intero popolo ebraico. Il Bund partecipa al fronte nazionale ebraico indirettamente, lottando per i diritti della classe operaia, e questo rende complesso il suo atteggiamento verso il Klal Yisrael. Respingono il Klal Yisrael come quadro politico e lo accettano come quadro nazional-culturale. Politicamente esclude un fronte ebraico unito per non frammentare la lotta delle forze progressiste in Russia. Culturalmente, però, il Bund non si distingue dalla borghesia ebraica liberale. Per non confondere gli interessi di classe con quelli nazionali rinuncia a espressioni come "coscienza nazionale", "rinascita nazionale", "fioritura nazionale". Riconosce la cultura come fenomeno esistente e presume che più il proletariato diventa cosciente, più la cultura nazionale si rafforza. Se il processo storico indebolisce la cultura nazionale, il Bund la lascerà indebolire senza resistenza.
Vladimir Medem è la figura più complessa e affascinante del Bund, la leggenda del movimento operaio ebraico come recita la sua tomba a New York. Nasce a Minsk nel 1879 in una famiglia agiata e assimilata, battezzato nella Chiesa ortodossa. Il suo fascino deriva dalla sua diversità. Prima di tutto non rinnega mai i valori culturali ed estetici assorbiti da bambino e poi perché non ha una spiegazione intellettuale per il suo ritorno all'ebraismo. Quando gli chiedono perché, risponde: "desideravo moltissimo tornare a casa".
Medem diventa il teorico del Bund sulla questione nazionale. Tra il 1904 e il 1916 pubblica una serie di scritti che definiscono il credo nazionale del partito. Il primo è Socialdemocrazia e questione nazionale (1904), due anni prima del famoso libro di Otto Bauer. Medem definisce la posizione neutralista. Il neutralismo, spiega, è l'opposto dell'assenza di un approccio. La posizione socialdemocratica riconosce il diritto di ogni collettivo sociale di risolvere il problema nazionale in qualsiasi modo esso ritenga accettabile. Ci sono tre modi: nazionalismo, assimilazione, socialdemocrazia. Le prime due vie cercano di alterare la situazione esistente (una forgiando l'identità nazionale, l'altra annullandola). La socialdemocrazia, invece, è oggettiva perché l'appartenenza nazionale non conta in sé ma prende in considerazione i bisogni diversi dei vari gruppi sociali. Accetta lo sviluppo sociale sia che tenda all'assimilazione sia che tenda all'autodeterminazione nazionale, senza preferenze.
Medem rifiuta l'assimilazionismo ideologico perché mira a sradicare una cultura popolare storica però rifiuta anche l'ideologia nazionale che definisce la nazione come unità spirituale e storica basata sulla solidarietà psicologica perché ripudia la lotta di classe. Considera il problema nazionale una parte inseparabile della prospettiva di classe ma poiché non può concepire una lotta nazionale tra classi proletarie, lo giudica come una questione culturale e psicologica. Se la storia decreta che gli ebrei devono assimilarsi, il Bund non farà nulla per arrestare il processo. Il Bund è unicamente contro l'assimilazione come scopo. Se lo sviluppo storico spinge gli ebrei a rafforzare la loro cultura nazionale, il Bund non si oppone perché non esclude la natura nazionale di una cultura ma si oppone alla politica nazionalista.
Questa posizione, riconosce Medem nel 1910, non ha avuto successo. Il problema sta nel contenuto. Il dibattito sulla questione nazionale obbliga il partito a rispondere a due domande: una di prognosi (futuro del popolo ebraico) e una ideologica (obiettivo nazionale nel presente). Sulla prognosi Medem ripete la sua opposizione sia agli assimilazionisti che ai nazionalisti dato che il futuro dipende totalmente dallo sviluppo storico. Tuttavia la nazione ebraica esiste e la sua coscienza nazionale è in ascesa. Quindi è un fatto sociale che richiede una posizione ideologica. Medem sottolinea che anche Otto Bauer deve ammettere che gli ebrei stanno vivendo un risveglio nazionale proprio sulla via dell'assimilazione totale. La domanda è: se alla fine vince l'assimilazione, vale la pena lottare? Medem risponde opponendosi fermamente all'assimilazione forzata e accettando quella volontaria. L'assimilazione volontaria, però, non esiste. Negare alla cultura nazionale il sostegno statale (scuole, riconoscimento della lingua) è una repressione indiretta. E allora perché lottare? Se la realtà cambia al punto da rendere superflue le nazioni, la volontà nazionale ebraica non potrà impedire l'assimilazione. Se invece la situazione non è questa, bisogna smettere di porsi queste domande.
Nel 1911 Medem scrive un articolo decisivo: La nazione ebraica mondiale. È l'unico tentativo intellettuale nella storia del Bund fino alla seconda guerra mondiale di esplorare sistematicamente l'esistenza di un popolo ebraico mondiale. Medem parte da una definizione. Il concetto di comunità culturale è troppo vago e anche accettandolo gli ebrei delle zone di residenza non hanno alcun legame culturale con gli ebrei di Francia, Germania, Inghilterra o Bulgaria. C'è un divario culturale tra Europa orientale e occidentale, tra ashkenaziti e sefarditi, per cui quei collettivi non sono in alcun modo imparentati. Senza vita culturale comune non c'è popolo. Medem ammette una possibile obiezione quando afferma che anche tra russi o tedeschi le classi alte e quelle basse non condividono un'unica cultura. In quei casi la poca cultura delle classi basse è interamente nazionale. Tra gli ebrei, invece, quelli dell'Europa occidentale non hanno una cultura ebraica indigena. La loro cultura è quella della nazione in cui vivono. Si considerano parte della collettività nazionale francese o tedesca. Magari aiutano altri ebrei in difficoltà ma il divario culturale resta.
Medem contesta Dubnow frontalmente. Su cosa si basa la coscienza e il sentimento che tengono insieme la nazione ebraica? Non si può basare un sentimento nazionale collettivo solo su un passato storico condiviso. L'esistenza di una nazione ebraica nel passato non significa che esista ancora oggi e non si può basare una coscienza nazionale solo sulla memoria storica. La coscienza nazionale condivisa è generata dalla vita in comune sotto condizioni storiche reali e cambia quando cambiano queste condizioni. Quindi, anche se non si possono identificare diverse nazioni ebraiche, non si può più parlare di una nazione ebraica unitaria. Da più di duecento anni, dall'avvento del razionalismo, il processo storico sta distruggendo la cornice religiosa che dava agli ebrei dispersi la coscienza di essere un unico collettivo.
Poiché non può ignorare i sentimenti nazionali collettivi che gli ebrei dispersi ancora mantengono, ammette che alcune cose li legano ancora ma per affrontarle con successo bisogna disfarsi del "peso eccessivo" che grava sulla realtà ebraica. La convinzione di costruire una nazione ebraica mondiale disturba anche i nazionalisti ebrei che non sono socialisti e va quindi estirpata. L'idea del Klal Yisrael non trascina la nazione verso il basso, verso la realtà ma la spinge verso il firmamento astratto e vago del passato storico.
Al contrario, la cultura ebraica viva, originale, lo yiddish (non l'ebraico), può e deve essere sviluppata globalmente dalle collettività ebree di origine yiddish finché vogliono sostenerla. Questa cooperazione non va identificata con l'idea di un popolo ebraico mondiale. L'idea di un popolo mondiale, un Klal Yisrael, inserisce nella cornice culturale elementi reciprocamente esclusivi: ebraico contro yiddish, fede religiosa contro visione del mondo nazionale laica, cultura yiddishista popolare contro cultura ebraica elitaria. Tutto ciò accentua la contraddizione reale tra l'idea di unità nazionale e la cultura popolare yiddishista delle masse ebree, soprattutto nell'Europa orientale. Medem crea così una dicotomia insormontabile tra una cultura nazionale che non esiste e una cultura popolare che esiste. Si ritira dal neutralismo affermando l'importanza del sentimento nazionale ebraico in generale e rigetta categoricamente l'idea nazionale di un "popolo mondiale".
Nel 1916, dopo l'inizio della guerra, Medem compie un ulteriore passo avanti quando descrive lo sviluppo della sua visione nazionale come un fenomeno collettivo bundista dal 1901 a quel momento. Scrivendo delle forze storiche che cambiano e determinano il destino delle nazioni, sottolinea che il popolo è una di esse. Quindi il destino della nazione dipende anche dalle azioni del popolo. Su questa base attivista Medem distingue tra il vecchio neutralismo e il nuovo neutralismo. Il vecchio neutralismo, valido fino al 1905, richiedeva la totale libertà multiculturale in un quadro di autonomia culturale ebraica. Ciò che era logico dieci anni fa non supera più la prova della realtà attuale perché la coscienza politica si è diffusa e radicata tra le masse ebree. Questo cambiamento ha spostato la questione nazionale dal campo del dibattito intellettuale a quello di richieste politiche concrete e contrastanti. In questa nuova realtà il Bund non può evitare la mischia sulla base del vecchio neutralismo. Proprio come il Bund ha adottato una posizione attiva sulla lotta di classe, così deve farlo sulla lotta nazionale perché sono collegate.
Medem spiega che la trasformazione del neutralismo da passivismo ad attivismo nazionale corrisponde alla trasformazione del Bund da organizzazione clandestina a movimento politico di massa. Questa transizione ha reso le astratte questioni intellettuali problemi pratici quotidiani. Il nuovo neutralismo giustifica il coinvolgimento attivo del partito nella lotta politica per l'organizzazione e la modellazione della vita nazional-culturale ebraica, abbandonando la vecchia teoria della separazione totale tra interessi di classe e interessi nazionali. Nonostante le differenze di classe, interesse di classe e interesse nazionale non dovrebbero essere totalmente separati. La preoccupazione per la nazione deve essere un tratto anche della classe operaia.
Medem attua questo passaggio nella Polonia indipendente tra il 1917 e il 1920. A un convegno di figure pubbliche e intellettuali ebrei a Varsavia nel 1916 parla della necessità di istituire un quadro autonomo nazionale di Klal Yisrael, affermando che gli ebrei devono essere responsabili dei propri affari. Nel 1917, dopo la rivoluzione di febbraio, il Bund approva una risoluzione che lo rende disponibile a partecipare a una convenzione panebraica eletta a suffragio universale di tutti i cittadini che si affiliano alla nazione ebraica, considerandola uno strumento per raggiungere l'autonomia nazional-culturale. Il Bund mette così gli interessi della nazione in generale al di sopra degli interessi settoriali che si scontrano: tra classe operaia e borghesia, tra ideologie sioniste e bundiste, tra religiosi e non religiosi, tra yiddish e russo.
Medem trascorre i suoi ultimi anni dedicandosi all'educazione in yiddish. È isolato politicamente, si scaglia contro il Comintern e contro Lenin, rifiuta di far entrare il Bund nella Terza Internazionale e viene emarginato. Propone di far entrare il Bund nel Congresso per la Cultura Yiddish ma anche questa iniziativa viene respinta. Medem muore a New York nel 1923.
I sionisti socialisti della Seconda Aliya, tra il 1904 e il 1914, si richiamavano, invece, costantemente al Klal Yisrael, cioè all'unità del popolo ebraico, ma proprio questo richiamo generò contrasti e frizioni su tre livelli diversi. Il primo livello è il rapporto tra Eretz Israel e la diaspora, riassunto nella famosa formula della negazione della diaspora. Il secondo è la lotta culturale per imporre l'ebraico come lingua parlata. Il terzo è l'incontro sociale, carico di contraddizioni, tra due gruppi di proletari ebrei, quelli di origine europea e quelli yemeniti, nelle moshavot agricole della Palestina.
Per capire la posizione del movimento Gorny introduce una distinzione fondamentale tra due parole ebraiche, golah e galut. Golah è l'esilio politico e sociale, la condizione oggettiva di non avere una patria. Galut è invece uno stato d'animo psicologico e spirituale, una mentalità che deriva dalla golah ma può esistere anche in Eretz Israel. Questa distinzione è cruciale perché i pionieri della Seconda Aliya rifiutavano la golah nel senso herzliano, cioè l'idea di liquidare la diaspora portando milioni di ebrei in Palestina, perché temevano che un'immigrazione di massa avrebbe sommerso il loro progetto pionieristico, ancora troppo fragile. Scelsero quindi di fatto la strada di Ahad Ha'am che negava il galut come fenomeno valoriale ma non credeva nella liquidazione della golah. Volevano costruire una società del lavoro quasi utopistica che fosse un'alternativa radicale sia alla golah che al galut. Il punto di unione del Klal Yisrael doveva essere uno sforzo palestinocentrico basato sulla negazione del galut.
Questa negazione aveva un significato molto diverso da quella del Bund. Entrambi i movimenti innalzavano la bandiera della ribellione contro il galut ma in modi opposti perché il Bund lo faceva attraverso la lotta di classe, i sionisti socialisti attraverso l'azione pionieristica nazionale.
Tra i membri di Hapoel Hatzair la posizione più estrema apparteneva a Yosef Aharonowitz che considerava il galut un concetto morale globale presente persino in Eretz Israel, come dimostrava il fatto che gli agricoltori delle nuove colonie preferivano la manodopera araba a quella ebraica. Seguendo il pensiero di A.D. Gordon, Aharonowitz definì la diaspora come un parassita. Un altro membro dello stesso partito, Ya'akov Rabinowitz, ammise che in Eretz Israel tra il 70% e il 100% degli ebrei aveva ancora la peggiore mentalità diasporica, riferendosi sia agli ultraortodossi del Vecchio Yishuv che vivevano di beneficenza, sia al Nuovo Yishuv che definì parassita e speculativo. Tuttavia, a differenza della diaspora, nel Nuovo Yishuv alcune forze fiorivano.
Tre figure indipendenti dai partiti diedero maggiore profondità al tema. A.D. Gordon, il filosofo della Seconda Aliya, condizionò la rinascita nazionale al ritorno alla terra come cura delle malattie dell'esilio. Y.H. Brenner, scrittore tormentato, negò il galut in senso morale ed estetico ma denunciò anche il galut che esisteva in Eretz Israel, superando in questo i suoi contemporanei. La sua disperazione sionista era così estrema da diventare una sorta di credo. Incarnava insieme la spinta ad abbandonare la Palestina e la forza di restarvi, la critica brutale ai lavoratori e la fedeltà alla loro impresa. Alla fine giunse a una conclusione sorprendente, rovesciando la dottrina di Ahad Ha'am, sostenendo che non serviva un falso centro che collegasse tutte le diaspore ma il consolidamento di ogni collettività ebraica secondo la propria via, con un'influenza reciproca. Brenner arrivò a questa posizione dubnowista perché negava la diaspora e allo stesso tempo, per mancanza di alternative, ne accettava l’esistenza. Berl Katznelson, infine, raccontò il trauma del suo sbarco in Palestina e della prima visita a Petah Tikva, dove disse di essere precipitato in qualcosa di orribile, ovvero la schiavitù verso ebrei che non erano affatto ebrei.
Poale Zion, invece, portò un approccio altrettanto radicale alla negazione della diaspora, con una differenza importante. I suoi leader, come Ben Gurion e Ben Zvi, distinguevano esplicitamente tra golah ed Eretz Israel, considerando lo Yishuv come la linea del fronte nella guerra per la rinascita nazionale. Ben Gurion scrisse che gli ebrei mummificati della diaspora non si sarebbero svegliati nemmeno se avessero saputo che in Eretz Israel rotolavano monete d'oro per le strade ed era convinto che il nuovo ebreo, fiero e combattente, non si sarebbe voltato indietro. Dopo la Dichiarazione Balfour arrivò a una valutazione storica radicale sostenendo che da 1.800 anni, dalla sconfitta della rivolta di Bar Kokhba, il popolo ebraico non aveva più avuto una storia nazionale perché la storia di un popolo è solo ciò che lo crea come unità politica che subisce prove sempre più complesse e si impegna in uno sforzo creativo comune. Gli ebrei, secondo Ben Gurion, erano stati cancellati dalla storia mondiale. Yizhak Ben Zvi sostenne che il carattere diasporico aveva castrato l'ebreo di tutto lo spirito di eroismo e coraggio legato all'amore per la patria, lasciandogli solo l'astuzia per adattarsi rapidamente alle condizioni ambientali. Dov Ber Borochov definì l'esistenza galutica con una formula efficace: forza insolita dell'individuo e debolezza senza pari dell'aggregato.
Gorny riporta però anche voci minoritarie all'interno del movimento. Aharon Reuveni, fratello di Ben Zvi, notò l'immensa vitalità della diaspora negli affari economici e nell'impresa intellettuale. Considerò la capacità di adattamento degli immigrati ebrei negli Stati Uniti come una prova della grande vitalità del popolo ebriaco. Alexander Heshin invitò a non disprezzare le lotte della diaspora per l'esistenza fisica e la preservazione della propria immagine nazionale. Nel dibattito sulla lingua del 1914 Heshin accusò ferocemente gli anti-yiddishisti di voler compiere un salto mortale dalla distruzione del Secondo Tempio alla fondazione di Rishon Lezion, cancellando duemila anni di storia con la parola galut. Nel dibattito con Zhitlovsky, il quale sosteneva che la diaspora aveva un futuro nazionale e che lo Yishuv doveva solo completarla, Heshin rispose definendo il galut come una malattia cronica che amareggia la vita, un perpetuo gioco tra la forza che estingue e la forza che sostiene, nessuna delle quali può prevalere sull'altra. Il centro nazionale in Palestina, per Heshin, doveva essere l'essenza stessa della vita nazionale.
Sulla questione della lingua le posizioni erano divergenti. Hapoel Hatzair considerava l'ebraico un principio assoluto, l'unico strumento per ripulirsi dall'impronta diasporica e prolungare il filo storico che collega le generazioni. Poale Zion era invece inizialmente indeciso tra yiddish, russo e ebraico. Ben Zvi favoriva lo yiddish per mantenere il legame con la diaspora e perché la maggioranza dei lavoratori lo capiva. Ben Gurion, al contrario, sosteneva l'ebraico perché prevedeva una grande immigrazione dall'Africa e dall'Asia, dove lo yiddish era una lingua straniera, e perché la questione decisiva era se gli ebrei avrebbero parlato lingue diverse o una sola lingua. Il dibattito si risolse con una vittoria di Ben Gurion: l'organo di partito sarebbe stato pubblicato in ebraico. Heshin rafforzò questa linea dicendo che solo in ebraico si possono sentire i legami storici che uniscono il popolo in un'unica catena d'oro.
La terza arena di scontro fu l'incontro tra i lavoratori europei e quelli yemeniti nelle moshavot. All'inizio i lavoratori yemeniti furono visti come possibili redentori del lavoro ebraico perché abituati al clima e disposti a vivere frugalmente ma, quando arrivarono, la loro disponibilità a lavorare per salari bassi li rese un rivale interno più pericoloso degli stessi arabi perché dimostravano che un lavoratore ashkenazita non era necessario. Zerubavel e Ben Gurion, al contrario, sostennero che l'importante era creare una società ebraica autosufficiente, a prescindere dall'origine etnica dei lavoratori. Quest’ultimo aggiunse che l'ingresso degli yemeniti rafforzava la posizione politica dello Yishuv aumentando il numero di sudditi ottomani. Denunciò con rabbia che gli yemeniti venivano trattati come ebrei di seconda classe e a proposito dell'assegnazione ineguale di terre a Moshav Ganei Yehuda chiese sarcasticamente perché un membro ashkenazita avesse bisogno di sette dunam mentre uno yemenita poteva accontentarsi di tre. La nona convenzione di Poale Zion del 1913 adottò una risoluzione molto chiara sul tema ribadendo che l'immigrazione yemenita non risolveva il problema dei lavoratori agricoli ma era un fenomeno positivo per lo Yishuv e invitò i lavoratori ashkenaziti a opporsi alla discriminazione.
Sviluppo delle differenze
Il Bund polacco, nato nel 1917, ereditò l'ideologia del Bund russo ma si trovò ad operare in una repubblica democratica che, sebbene garantisse diritti civili individuali alle minoranze, negava loro l'uguaglianza collettiva di fronte alla maggioranza polacca (circa due terzi della popolazione). Per il Bund, a differenza di altri partiti, gli ebrei erano parte integrante di una Polonia multinazionale, considerandola una patria e non un luogo di esilio. Questo portò a un conflitto con la maggioranza nazionale polacca e con il Partito Socialista Polacco che rifiutò il principio federativo. A questo si aggiunse la rottura con il Comintern nel 1920-1921 poiché il Bund respinse le ventuno condizioni di adesione che ne avrebbero comportato la liquidazione come partito indipendente, seguendo il tragico esempio dell'Unione Sovietica dove l'indipendenza ebraica era stata spazzata via. In questo scenario di isolamento la logica avrebbe suggerito un fronte panebraico (il Klal Yisrael) per difendere i diritti nazionali ma il Bund rifiutò questa strada.
Il rifiuto si fece più feroce dopo la Dichiarazione Balfour, che, come ammisero gli stessi leader bundisti, aveva catapultato il sionismo a uno status molto più alto nell'opinione pubblica ebraica, rendendolo una minaccia politica diretta. Il sionismo, più di ogni altro movimento, rappresentava proprio quella prospettiva di Klal Yisrael che il Bund aborriva. La crisi della Quarta Aliya (1926-1929) e le violenze arabe del 1929 in Palestina, che causarono il ritorno di molti emigranti in Polonia, rafforzarono paradossalmente la fiducia del Bund che vide nel fallimento dell'avventura palestinese la conferma della propria linea. Il sionismo divenne il polo opposto da annientare, arrivando a coniare lo slogan "Liquidate il sionismo" nel 1929.
A livello teorico il Bund rimase impigliato in una contraddizione interna irrisolta. Il primo convegno polacco del dicembre 1917 chiese l'autonomia nazional-culturale per il popolo ebraico come minoranza ma contemporaneamente escluse esplicitamente ogni collaborazione con gli altri partiti ebraici. Un dibattito chiave si svolse nel 1919 tra il giovane Wiktor Alter (destinato a diventare numero due del partito) e il veterano Vladimir Medem. Alter, formatosi nella nuova realtà polacca e non nei dibattiti russi, riconosceva l'esistenza della nazione ebraica ma riteneva che nel periodo di transizione tra capitalismo e socialismo non si dovesse lottare per l'autonomia, proponendo di abbandonare questa parola d’ordine. Medem, al contrario, caricato delle cicatrici delle vecchie battaglie, sosteneva che proprio in quel momento di disintegrazione e di odio nazionale dilagante nel proletariato polacco il Bund avesse il dovere di farsi forte e di lottare per l'autonomia culturale come programma nazionale. Nonostante le premesse dottrinarie, nella pratica il Bund mostrò una limitata flessibilità. Nel 1918 boicottò le elezioni della kehilla (consiglio di comunità) ma nel 1923 ci ripensò, partecipandovi solo con l'obiettivo dichiarato da Henryk Erlich di "rimuovere il regime reazionario e nazionalista dei clericali e dei sionisti". Nel 1921, contraddicendo la propria piattaforma, fondò la CYSHO (Organizzazione Centrale delle Scuole Ebraiche) insieme a partiti non marxisti, sebbene il Bund, pur essendo la fazione più grande, non vi ottenesse mai la maggioranza.
Il dibattito riprese con forza nel 1927, in occasione del trentesimo anniversario del Bund, ad opera di Benish Mikhalevich, membro della dinastia di Vilna. Mikhalevich ripropose l'idea di Medem del 1911 secondo cui l'unità nazionale deve basarsi su una base socioculturale condivisa. Viste le profonde differenze tra ebrei d'Oriente e d'Occidente e l'accelerazione centrifuga dovuta ai nuovi stati-nazione sorti dopo la guerra, sosteneva che non esistesse un unico popolo ebraico. Arrivò a concepire l’esistenza di due nazioni, ovvero la borghesia ebraica, portatrice della cultura ebraica elitaria, e il proletariato ebraico, portatore della cultura popolare yiddish. Di conseguenza propose di abbandonare la lotta per l'autonomia sotto slogan nazionalisti e di concentrarsi su questioni concrete come lo status della religione e la lingua nelle scuole, trasformandole in problemi dell'intera classe operaia polacca. Wiktor Alter, nello stesso anno, lanciò una proposta ancora più radicale nel suo articolo Osservazioni sulle questioni bundiste. Distinguendo tra verità assoluta e adattamento storico, Alter propose di superare l'isolamento del Bund. Suggerì di considerare la religione come un affare privato, sull'esempio dei partiti socialdemocratici occidentali, per attrarre le masse impoverite ma religiose in lotta contro l'Agudath Israel e, ancora più radicalmente, propose di aprire le porte del Bund ai lavoratori sionisti, dichiarando che il sionismo era un fallimento totale (dopo la sua visita in Palestina nel 1924 aveva concluso che quella strada non poteva risolvere il problema delle masse ebraiche polacche) e che quindi non c'era più motivo di temerlo come rivale. Lo slogan doveva essere: vieni con noi anche se credi nella Torah e favorisci Eretz Yisrael. Queste idee "eretiche" furono subito attaccate da Noah (Yekutiel Portnoy) che difese l'inconciliabilità della lotta contro la religione e il sionismo.
La discussione, però, venne spazzata via da due eventi: la durissima lotta intestina per l'adesione alla Seconda Internazionale socialdemocratica (vinta di stretta misura dalla leadership di Erlich e Alter) e le violenze arabe del 1929 in Palestina. Invece di indurre a una riflessione sulla sorte comune, questi eventi scatenarono un’ondata di critiche antisioniste. Erlich organizzò una manifestazione con lo slogan "Liquidate il sionismo" e bollò l'appello del movimento operaio palestinese a un fronte comune contro l'antisemitismo come l'"ipocrisia di un grasso Klal Yisrael socialista". Il Bund, invece di avvicinarsi alle masse ebraiche nell'ora del pericolo, fece l'esatto opposto rifugiandosi in un separatismo di classe ancora più acuto, sostenendo che l'unica speranza per gli ebrei perseguitati era la lotta del proletariato internazionale, non un illusorio fronte ebraico unitario. Il cerchio si chiuse tragicamente: più la situazione degli ebrei polacchi peggiorava, più il Bund negava il Klal Yisrael, fino a sostenere la tesi assurda che esistessero due nazioni ebraiche inconciliabili, condannandosi all'impotenza politica di fronte all'ascesa dei fascismi.
All’indomani della Prima Guerra Mondiale e della Dichiarazione Balfour il movimento operaio sionista si trovò a dover gestire una tensione fondamentale, ereditata dalla Seconda Aliya, tra due visioni del klal (la totalità nazionale ebraica). Da un lato il klal sionista, che promuoveva un lavoro del presente volto a bilanciare la costruzione di una nuova società con il sostegno alla vita ebraica nella diaspora. Dall’altro il klal halutsi (pionieristico) che insisteva per concentrare ogni risorsa nazionale esclusivamente in Palestina, attraverso il compimento personale dell’aliya e del lavoro agricolo. Tre entità rappresentavano questo fronte halutsi: il partito Ahdut ha’Avoda (nato nel 1919), il partito Hapoel Hatzair e il movimento giovanile apartitico HeHalutz, attivo soprattutto in Polonia. Nonostante la loro pretesa di guidare la nazione, questi gruppi dipendevano economicamente e politicamente dall’Organizzazione Sionista, creando un paradosso di fondo perché maggiori erano le loro ambizioni nazionali e sociali, maggiore diventava la loro dipendenza dal klal sionista che criticavano.
La figura di David Ben Gurion emerse come portatrice di un’alternativa radicale. Già dai tempi della Seconda Aliya aveva teorizzato una distinzione netta tra i realizzatori (coloro che compivano il sionismo personalmente) e i donatori (chi forniva solo risorse). Nei primi anni ‘20 spinse questa logica fino a prospettare la creazione di un’organizzazione separata dall’Organizzazione Sionista che avrebbe visto la Histadrut trasformarsi in una confraternita del lavoro disciplinata e centralizzata. Secondo Ben Gurion l’Organizzazione Sionista si era dimostrata totalmente inetta nella costruzione del paese e agiva come un intermediario inutile e di disturbo tra il popolo e i realizzatori. Le risorse nazionali, sosteneva, dovevano fluire direttamente dai finanziatori ai costruttori, senza mediazioni. Questa visione utopica, che flirtava con l’idea di sostituire il Congresso Sionista con un congresso ebraico mondiale, non trovò però attuazione pratica.
A moderare queste pulsioni radicali intervenne Berl Katznelson che rimaneva ancorato ad una dimensione molto pratica. Katznelson considerava il Congresso Sionista, nonostante tutti i suoi difetti, l’unica istituzione ebraica capace di sostenere l’immigrazione, l’acquisto di terre e l’insediamento. Il conflitto tra queste anime emerse con chiarezza al XIII Congresso Sionista del 1923, quando Chaim Weizmann propose di espandere l’Agenzia Ebraica cooptando al suo interno ebrei facoltosi non necessariamente sionisti, scavalcando le procedure democratiche. Nonostante le forti riserve (temevano un’alternativa borghese e antidemocratica che avrebbe scavalcato la classe operaia), Ahdut ha’Avoda, incluso Ben Gurion, fu costretta a un compromesso e votò l’astensione. L’intero progetto costruttivista del movimento operaio, la sua stessa base politica, dipendeva dai fondi dell’Organizzazione Sionista e dalla leadership di Weizmann.
Negli anni successivi due sviluppi esterni spinsero il movimento operaio ad abbandonare definitivamente le sue velleità alternativiste. La Quarta Aliya portò in Palestina una consistente borghesia ebraica, offrendo un potenziale modello alternativo di costruzione nazionale basato sul capitale privato, mentre la fondazione del Partito Revisionista da parte di Ze’ev Jabotinsky nel 1925 rappresentò una sfida concorrenziale alla leadership di Weizmann ma anche al ruolo del movimento operaio. Di fronte a questa doppia minaccia Ahdut ha’Avoda accelerò il riavvicinamento a Weizmann. La svolta ideologica venne fornita da Moshe Beilinson, il quale teorizzò che lo scopo supremo, la costruzione del paese, giustificasse il sacrificio di altri principi, inclusa la purezza della democrazia formale e persino la lotta di classe. Beilinson introdusse il concetto di socialismo organico sostenendo che il movimento operaio era una parte integrante e naturale del Klal Yisrael. Quando la crisi economica fece crollare l’alternativa borghese della Quarta Aliya, la via fu spianata. Nel 1930 Ahdut ha’Avoda e Hapoel Hatzair si fusero nel Mapai e il movimento operaio siglò un’alleanza politica duratura con Chaim Weizmann.
Questa integrazione nel klal sionista comportò una profonda riconsiderazione del rapporto con la democrazia. Sia Katznelson che Beilinson manifestarono un profondo fastidio per il parlamentarismo formale, visto come una “malattia” che consumava il tempo in chiacchiere invece di condurre all’azione efficace. Beilinson, in particolare, elaborò una giustificazione teorica, la quale richiamava la volontà generale di Rousseau, secondo cui il movimento sionista era democratico perché la sua idea corrispondeva ai bisogni profondi del popolo ebraico. Di conseguenza l’avanguardia halutsica esprimeva la volontà democratica del popolo anche senza il suo consenso formale.
Parallelamente a questi sviluppi interni al movimento operaio, Gorny analizza brevemente la posizione di HeHalutz e del Bund. HeHalutz, specialmente in Polonia, rappresentava la forma più estrema di negazione dell’esilio, descrivendo gli ebrei della diaspora come schiavi. Proprio mentre rifiutava radicalmente la vita diasporica, HeHalutz ne diveniva sempre più parte integrante, finendo per cooperare con l’Organizzazione Sionista pur criticandola. L’unica eccezione fu la Brigata del Lavoro Trumpeldor, la cui scissione e ritorno collettivo in Unione Sovietica rappresentò una conversione dal sionismo socialista al comunismo bolscevico, abbandonando di fatto la nazionalità ebraica. Il confronto conclusivo con il Bund è illuminante poiché entrambi i movimenti erano attraversati da tensioni e pensieri di secessione dalle rispettive organizzazioni nazionali ma mentre il Bund si unì alla Conferenza delle Comunità Ebraiche con l’obiettivo dichiarato di combatterne le componenti sioniste e religiose dall’interno, frammentando ulteriormente Klal Yisrael, il movimento operaio sionista, grazie al suo costruttivismo pionieristico, fu sempre percepito come una forza che agiva per l’intero popolo ebraico, attirando simpatie anche al di fuori del sionismo.
La fine delle illusioni
La tragica illusione che pervade l’intera vicenda del Bund nel periodo che va dall’ascesa di Hitler (1933) alla rivolta del ghetto di Varsavia (1943) consiste in questo: il partito, che per decenni aveva rifiutato il principio di Klal Yisrael, cioè l’idea di una collettività ebraica mondiale unita al di là delle divisioni di classe, si trovò paradossalmente a marciare con Klal Yisrael verso la morte. Questo epilogo trovò una duplice espressione simbolica. Nel tardo 1942 il Bund accettò di unirsi all’Organizzazione di Combattimento Ebraica (ZOB), costituita e guidata dai movimenti giovanili halutz. Nel maggio 1943, invece, il rappresentante del Bund a Londra, Szmuel Zygielboim, si suicidò in segno di identificazione attiva con i compagni periti nella rivolta del ghetto di Varsavia e con i milioni di ebrei assassinati nei campi di sterminio, lanciando al contempo un grido di protesta contro il mondo illuminato e il governo polacco in esilio che avevano abbandonato gli ebrei al loro destino.
L’atteggiamento del Bund alla fine di questo periodo non dice nulla del suo atteggiamento all’inizio e non si tratta di affermare che i bundisti fossero inconsapevoli del disastro incombente. I loro leader compresero per primi, già nella prima metà degli anni ‘30, che per la prima volta nella storia dei popoli era sorto uno stato (la Germania nazista) che dichiarava l’ebraismo mondiale suo nemico nazionale. Questa situazione nuova costringeva segmenti dell’ebraismo a una solidarietà per negazione, nata da pressioni esterne e non necessariamente da una coscienza interna. Il problema è che il Bund, pur avvertendo costantemente e con veemenza nella sua stampa della minaccia fascista, lo faceva più per ragioni ideologiche che come prodotto di un’analisi politica. Il Bund vedeva l’antisemitismo come un aspetto del fascismo globale. Pertanto, poiché trattava la guerra al fascismo principalmente come un problema generale, non cambiò le sue opinioni sull’opportunità di organizzare Klal Yisrael su base politica per difendere l’ebraismo europeo. Questo aggravò la contraddizione interna al partito tra la teoria (che annoverava gli ebrei tra le vittime del fascismo) e l’azione politica (in cui non avveniva alcun cambiamento). Nella gerarchia delle questioni che interessavano il Bund si procedeva come se nulla fosse. Tra il 1934 e il 1935, ad esempio, si svolse un dibattito pubblico sulla questione del progetto di insediamento ebraico a Birobidžan, in cui alcuni partecipanti vi videro un intento di stabilire un territorio culturalmente autonomo come soluzione alla questione ebraica sotto il dominio sovietico, mentre altri erano disposti ad accettare l’impresa purché non trascendesse una soluzione parziale al problema dell’occupazione dei lavoratori ebrei. Ciò che emerse da questo dibattito fu un principio cardine del Bund, cioè la ferma obiezione ideologica a qualsiasi legame tra l’autonomia nazionale e culturale ebraica e un qualsiasi pezzo di territorio (l’emigrazione per ragioni economiche era un’altra questione).
Più la situazione politica diventava complicata e più forti diventavano le tendenze politiche separatiste del partito. Ciò si riflesse nell’opposizione del Bund al Fronte Popolare antifascista, sia nei paesi dell’Europa occidentale che in Polonia, per la preoccupazione di una presa comunista sull’organizzazione e per l’avversione alle alleanze politiche con la borghesia liberale. Il Bund sosteneva invece l’idea di un fronte proletario puro per la lotta antifascista ed era persino disposto a cooptare i comunisti a patto che accettassero i principi della democrazia proletaria. Il paradosso intrinseco nell’approccio separatista fu ancora più evidente nel contesto della nazione ebraica. La leadership del Bund definì il Congresso Ebraico Mondiale, istituito nell’agosto 1936 in Svizzera per combattere la marea antisemita con l’obiettivo dichiarato di assicurare l’esistenza del popolo ebraico e promuovere la sua unità, come un bluff politico di Klal Yisrael, non potendo accettare un’affermazione così sionistica. Il Congresso era guidato da tre individui identificati con il sionismo (Stephen Wise, Nahum Goldmann e Louis Lipsky) ma anche se non fosse stato intriso di sionismo, il Bund, fedele alla sua visione del mondo, non avrebbe potuto aderirvi perché percepiva il problema ebraico in termini puramente locali (do'ikayt) dato che considerava gli ebrei come cittadini con pari diritti nei loro paesi di residenza, contrariamente alla politica di Klal Yisrael.
Il Bund intensificò costantemente i suoi attacchi contro il sionismo, trovando una spada affilatissima nell’accordo Ha‘avara tra l’Agenzia Ebraica e il regime nazista. Il leader del partito, Henryk Erlich, arrivò a definire i sionisti “agenti di Hitler nel mondo libero” e identificò il sionismo con il movimento revisionista di Ze’ev Jabotinsky, arrivando a definire sionismo e antisemitismo gemelli siamesi e ad accusare il sionismo di essere disposto a sacrificare gli ebrei dell’Europa centrale e orientale sull’altare della sua ideologia palestinocentrica. È tuttavia notevole che, quando scoppiò la rivolta araba in Palestina nell’aprile 1936, il Bund rispose con un tono diverso rispetto al 1929 perché la sua leadership era consapevole del ruolo degli agenti fascisti dietro questi eventi. La stampa bundista si astenne dall’attaccare il sionismo come causa principale della violenza, la condanna del terrorismo arabo fu espressa nettamente e persino Shlomo Ben-Yosef (impiccato dagli inglesi) fu trattato con comprensione per i suoi ideali. Questo approccio più equilibrato non attestava alcun cambiamento nell’atteggiamento verso l’impresa sionista in Palestina. Al contrario, i bundisti trovarono prove della somiglianza tra l’incitamento fascista alla violenza e il desiderio sionista di stabilire una casa nazionale ebraica.
Questo atteggiamento, proprio mentre il fascismo si rafforzava e la situazione dell’ebraismo europeo diventava sempre più precaria, originava anche dall’ottimismo utopico che aveva tipizzato il movimento. Più forti diventavano le voci di opposizione all’avanzata del fascismo tedesco, più vigorosamente i leader del Bund si sforzavano di diffondere valutazioni ottimistiche sull’imminente e inevitabile caduta del dominio nazista. Pochi giorni prima che le forze tedesche invadessero la Polonia Erlich espresse la sua fiducia che la Germania potesse essere sconfitta da un’offensiva militare di Francia e Inghilterra a ovest e della Polonia a est. Alter era ancora più ottimista dato che nella sua visione dialettica le conseguenze dell’ascesa del fascismo e i processi sociali e culturali avrebbero portato alla scomparsa del nazionalismo. Nell’aprile 1939 Alter vedeva indicazioni di una Waterloo fascista-hitleriana ed Erlich scopriva che i regimi fascisti stavano perdendo sostenitori nonostante i loro successi politici. Questo ottimismo si riversò sulla scena politica polacca, dove i grandi successi del partito nelle elezioni municipali (maggioranza dei voti ebrei a Varsavia e Łódź) infusero il tradizionale ottimismo politico con spirito combattivo. Il Bund respinse le proposte di un fronte ebraico unito per la guerra all’antisemitismo, proponendo invece un fronte proletario comune. Secondo Erlich e Alter i risultati elettorali dimostravano che le masse ebraiche favorivano l’approccio del partito. Il Bund si oppose al clima di disperazione che, a suo dire, i sionisti stavano inculcando tra gli ebrei polacchi. V. Kossovski definì il XXI Congresso Sionista (tenutosi alla vigilia della guerra) una conferenza della disperazione, riservando speciale disprezzo e scherno per la sinistra di Poale Zion che aveva deciso di tornare nell’Organizzazione Sionista.
La tragica illusione che pervase queste vicende divenne chiara solo dopo l’Olocausto. I lettori sistematici della stampa bundista, dice Grony, non possono evitare di fare un paragone con il Titanic: la nave che affonda, le limitate possibilità di salvataggio e l’orchestra che continua a suonare surreali valzer ideologici. La leadership del Bund non era cieca ma, dato che la Polonia era sia la patria esistente che quella desiderata, scelse una postura di separatismo e isolazionismo verso Klal Yisrael più severo e consistente rispetto ai rapporti con il mondo socialista. Tre personalità rappresentarono i tre aspetti del pensiero bundista di questa fase: Y. Y. Trunk (cultura), Wiktor Alter (società e politica) e Henryk Erlich (ideologia e politica). Tutti e tre provenivano dalla borghesia medio-alta polacca, erano ampiamente istruiti, amavano la letteratura e la musica polacca e tedesca e costruirono una tripla barriera tra il partito e il popolo ebraico.
Y. Y. Trunk basò la sua idea di nazione ebraica sulla lingua e cultura yiddish, aggiungendo una dimensione all’edificio dei suoi predecessori intellettuali. Se Medem rimase un neutralista prognostico, Trunk era un nazionalista di principio per il quale la nazione ebraica non è condizionata da alcun futuro processo storico. Contro i suoi predecessori (che come Kautsky e Bauer legavano la nazione a lingua, territorio e storia condivisa), Trunk definì la lingua come il fattore predominante nella coalescenza di qualsiasi nazione, citando l’esempio della Svizzera multinazionale e della nazione tedesca frammentata in stati sovrani. La storia ebraica sarebbe una collezione di storie diverse mentre la lingua è l’unica dimensione in cui una mentalità collettiva nazionale prende forma. Tuttavia Trunk non accettò totalmente questa equiparazione perché gli ebrei, a differenza di fiamminghi e valloni, non possono stabilire un cantone nazionale nemmeno dove sono numerosi. Ricorrendo alla distinzione tra nazione e razza (in un momento in cui il razzismo nazista aveva travolto la Germania), accettò parzialmente la definizione di Nietzsche degli ebrei come “razza” senza essere dissuaso dalla pericolosa connessione tra nazione e biologia. La conseguenza fu che circoscrisse la base nazionale ebraica agli otto-dieci milioni di ebrei yiddishofoni, escludendo i sefarditi (definiti minoranza nazionalmente impotente e ramo secco). Da qui derivò uno scontro frontale con il sionismo che Trunk dipinse come un movimento che mina le basi di Klal Yisrael. Il tentativo di fuggire dagli ebrei insieme agli ebrei, di strappare un pezzo di pelle agli ebrei per amore degli ebrei scegliendo la pronuncia sefardita dell’ebraico invece di quella ashkenazita prova, secondo Trunk, l’intento deliberato del sionismo di prendere le distanze, se non di divorziare, dal popolo ebraico.
Anche Wiktor Alter diede prova di tendenze utopiche che influenzarono la sua visione sociale. Descrivendo nel 1932 le fasi di transizione dal governo socialista alla società socialista, Alter immaginava un’economia duale (nazionalizzata e privata) e un regime socialista il cui obiettivo supremo è la libertà come diritto all’autodeterminazione individuale e collettiva, proponendo di scambiare il concetto di dittatura del proletariato con democrazia del proletariato. Riguardo alla questione ebraica in una futura Polonia socialista, Alter prevedeva che l’antisemitismo sarebbe stato gradualmente sradicato, lasciando gli ebrei polacchi a un bivio: assimilazione o autodeterminazione nazionale. Alter divenne il successore del neutralismo di Medem ma mentre quest’ultimo lo trattava come questione teorica, l’esempio sovietico lo rese un problema pratico. Se in URSS stavano avvenendo entrambi i processi (assimilazione e nazione), in una futura Polonia socialista, secondo Alter, non ci sarebbero state le condizioni per l’autonomia territoriale ma si sarebbe trovata una soluzione per chi volesse mantenere cultura e nazione. Propose la creazione di una Histadrut dei lavoratori ebrei in Polonia, un’organizzazione proletaria di base guidata dal Bund che offrisse un’alternativa alle organizzazioni ebraiche moderne da cui sarebbe cresciuta la nuova società ebraica, socialista, democratica e di alto spessore culturale. Il suo pensiero si muoveva in tre cerchi concentrici utopici, quello socialista (libertà individuale e collettiva), quello ebraico (status e livello culturale delle masse povere ebree) e quello rivoluzionario bundista (i nuovi uomini della nuova era ebraica).
Henryk Erlich, leader del partito, era libero da evidenti inclinazioni utopiche ma rafforzò e alimentò le tendenze isolazioniste tramite un atteggiamento da zelante difensore della verità assoluta del Bund. Questa opposizione trovò una drammatica espressione in uno scambio di lettere con il suocero, lo storico Simon Dubnow, nel 1937. Erlich chiese a Dubnow di congratularsi pubblicamente con il partito per il quarantesimo anniversario. Dubnow, che in risposta alla situazione di emergenza (persecuzioni in Germania, Romania, attacchi in Palestina) era diventato un forte sostenitore del sionismo, definì il separatismo anti-Klal Yisrael del Bund eccezionale rispetto a qualsiasi partito socialdemocratico europeo e caratterizzò la sua visione del mondo come un socialismo settario in analogia all’ortodossia separatista dell’Agudath Israel. Dubnow, che per la maggior parte della sua vita aveva disapprovato il sionismo ora ammetteva che aveva ragione, essendo diventato la più ampia manifestazione di base delle aspirazioni delle masse ebraiche. Nella sua replica (sette volte più lunga), Erlich accusò il sionismo di essere un gemello siamese dell’antisemitismo e di essere disposto a sacrificare il destino di milioni di ebrei della diaspora sull’altare dei suoi interessi palestinocentrici mentre il Bund, che rifiuta la prospettiva di Klal Yisrael, difende tutti gli ebrei dall’antisemitismo.
Nel ghetto di Varsavia la leadership del Bund trascorse circa dieci mesi (dall’inizio del 1942 all’ottobre di quell’anno) a discutere se unirsi alla ZOB creata dai movimenti giovanili sionisti, con la decisione finale a favore dell’adesione presa principalmente a causa della pressione dei leader del movimento giovanile bundista Tsukunft che superarono la posizione separatista della vecchia leadership. A Londra, invece, Zygielboim si rifiutò costantemente di collaborare con entità politiche ebraiche, aderendo alla sua posizione separatista per fedeltà all’ideologia del Bund che traeva sostentamento dal presupposto che sarebbe stato il partito a rappresentare la maggioranza degli ebrei polacchi alla fine della guerra. A New York i leader del Bund si rifiutarono di cooperare con le organizzazioni sioniste e religiose, sostenendo che proprio in quel momento di emergenza le fondamenta dell’ideologia bundista si stavano espandendo. Dopo il suicidio di Zygielboim il Bund nominò un nuovo delegato a Londra, Emanuel Szerer che attenuò la posizione separatista.
Erlich e Alter perirono nelle prigioni sovietiche nel 1942. Dopo essere fuggiti nella Polonia orientale controllata dai sovietici a seguito della caduta di Varsavia, furono immediatamente arrestati, condannati a morte nell’estate del 1941, rilasciati nel settembre 1941 per iniziativa di Beria (che voleva stabilire un comitato ebraico antifascista internazionale per aiutare l’URSS in difficoltà bellica) e poi nuovamente arrestati due mesi dopo, morendo in prigione (Erlich per suicidio nel maggio 1942, Alter per esecuzione nel febbraio 1943). Il memorandum che inviarono a Stalin nell’ottobre 1941 proponeva la creazione di un comitato per incoraggiare la totalità della società ebraica a combattere il nazismo, inviare aiuti per le masse ebree nei paesi occupati e per i rifugiati nei paesi liberi e, sorprendentemente, proponeva l’idea di creare dei battaglioni ebraici nell’Armata Rossa, un’idea che strideva con tutto il loro passato internazionalista e che richiamava i battaglioni ebraici nell’esercito britannico della prima guerra mondiale e le brigate ebree in Palestina. Questo memorandum fu una delle più alte espressioni di preoccupazione per Klal Yisrael da parte del Bund.
Nei primi anni ‘30 il movimento sionista socialista acquisì un nuovo status nell'Organizzazione Sionista, passando da una semplice egemonia morale a essere il suo braccio politico. Questo cambiamento ha due cause. Nel 1930 la fondazione del Mapai diede al movimento una solida base di potere nello Yishuv mentre, tra il 1931 e il 1935, le dimissioni di Chaim Weizmann e la secessione dei Revisionisti crearono un vuoto politico colmato dal movimento sionista socialista, il quale ottenne oltre il 40% dei delegati ai Congressi Sionisti fino alla nascita di Israele. Questa conquista politica fu il culmine di un lungo processo iniziato con la Seconda Aliyah, proseguito con l'insediamento rurale cooperativo, la fondazione della Histadrut nel 1920 e il controllo sui movimenti giovanili pionieristici e fu resa possibile dal fatto che il movimento si era guadagnato stima e credito per il suo ruolo di punta nell'insediamento rurale.
A questo punto Gorny pone la domanda centrale: dopo aver acquisito l'egemonia politica, il movimento sviluppò anche una coscienza di responsabilità nazionale verso il Klal Yisrael? E se sì, c'era differenza tra l'élite pionieristica e la leadership politica pragmatica? Nota subito che queste domande non erano centrali nella vita quotidiana del movimento, impegnato in questioni più mondane come la ricerca di risorse finanziarie, la lotta alla disoccupazione, le dispute con i Revisionisti ma è legittimo chiedersi se i leader avessero una visione che andasse oltre queste urgenze immediate.
Le prime risposte arrivano dai discorsi chiave di David Ben Gurion e Yosef Sprinzak al congresso di fondazione del Mapai nel gennaio 1930. Ben Gurion pronunciò un discorso che combinava vecchie idee sulla missione storica della classe operaia con nuovi obiettivi politici. Sottolineò che la classe operaia in Palestina è unica perché la sua missione nazionale prevale sulla coscienza di classe e formulò l'idea del passaggio da una classe lavoratrice a un popolo lavoratore. A differenza del Bund il movimento sionista socialista aveva la funzione di costruire un paese. In modo significativo Ben Gurion dichiarò che la diaspora è la principale fonte di nutrimento da cui il popolo ebraico dipende, indicando così un'unità inscindibile tra la nuova Palestina e la vecchia diaspora. Sprinzak, invece, espresse un elitismo pionieristico radicale.
Il dibattito si intensificò al consiglio del Mapai a Kefar Yehezkel nel 1932. Ben Gurion sviluppò ulteriormente il suo pensiero, affermando che l'idea di Klal Yisrael non era patrimonio esclusivo del sionismo generale borghese e che il movimento laburista in Palestina ne aveva assunto la piena responsabilità. Accusò il sionismo generale di essersi svuotato di contenuto nazionale, diventando un sionismo di interessi di classe, mentre la classe operaia era l'unica in cui l'interesse di classe e l'interesse nazionale coincidevano. Pur ammettendo che sionismo e socialismo sono teoricamente distinti e non si sovrappongono né ideologicamente né tematicamente, Ben Gurion sostenne che l'identità risiede nei loro portatori che devono fare una scelta soggettiva. Era necessario, secondo lui, abbattere due barriere: quella eretta dai pionieri con la loro negazione totale dell'esilio e quella eretta dagli avversari che accusavano il movimento di essere solo di una classe. Il movimento doveva quindi aprirsi alle masse ebree senza condizioni. Berl Katznelson, nel suo intervento di sintesi, pur condividendo gli obiettivi politici di Ben Gurion, prese le distanze dalla sua base ideologica. Difese la sintesi organica tra sionismo e socialismo, sostenendo che il movimento laburista era unico nel socialismo mondiale proprio perché aveva trovato questa sintesi e che rinunciarvi avrebbe ridotto il socialismo a mero sindacalismo. Criticò inoltre la sua estraneità verso gli ebrei orientali. Per Katznelson fu la lealtà al Klal Yisrael a generare la ricerca del Klal sionista e non il contrario. Sprinzak, da parte sua, pur volendo rivitalizzare l'élite pionieristica per guidare le masse, dubitava che il Mapai avesse la forza di guidare l'Organizzazione Sionista mentre Ben Gurion vedeva il momento politicamente opportuno.
Un ulteriore scontro tra la prospettiva "dal popolo alla classe" e quella "dalla classe al popolo" si ebbe nel gennaio 1933, in merito alla ripartizione dei visti d'immigrazione dopo l'ascesa del nazismo. Yosef Aharonowitz sostenne la linea dura dell'elitismo pionieristico in base alla quale Eretz Israel non è per le masse ebree ma solo per coloro che sono capaci di sostenere il peso della costruzione, quindi riservare visti alla borghesia sarebbe stato "un peccato". Ben Gurion, al contrario, sostenne che non era più possibile limitare i visti a un solo tipo di ebreo perché l'immigrazione doveva servire a salvare il paese, non gli immigrati stessi, ribaltando la formula tradizionale. Sprinzak, in posizione mediana, pur ammettendo di identificarsi psicologicamente con i critici di Ben Gurion, avvertì che una linea troppo rigida avrebbe fatto odiare il movimento dalle masse e propose un compromesso che aumentasse l'immigrazione della classe media senza sacrificare gli interessi del movimento pionieristico.
In reazione a queste discussioni, nel novembre 1933, Berl Katznelson tenne un discorso in cui descrisse la terribile condizione dei rifugiati ebrei dalla Germania e la miseria delle masse ebree in Polonia. Ammise che il movimento aveva un tempo giustificato lo sradicamento dei giovani dalla diaspora a favore della costruzione della Palestina ma ora la situazione era cambiata. Yishuv accumulava ricchezze mentre la diaspora declinava, per questo avvertì che la diaspora di oggi è l'Eretz Israel di domani. Di conseguenza la negazione dell'esilio doveva tradursi in piena partnership. Criticò aspramente l'autocompiacimento dell'Yishuv e l'estraneità dei giovani nati in Palestina per la sorte del loro stesso popolo. In un celebre articolo, intitolato Origini eterne, difese l'osservanza del lutto per la distruzione del Tempio il Nove di Av come un modo insostituibile per mantenere il legame con la sofferenza e la storia ebraica, contrapponendosi a chi voleva dimenticare. Queste sue posizioni avevano dietro un calcolo politico, ovvero incoraggiare la collaborazione con i sionisti religiosi e, in una nota polemica con gli abitanti di Kiryat Hayim che si opponevano alla costruzione di una sinagoga, Katznelson dichiarò che avrebbe preferito una cucina kosher con Hapoel HaMizrachi piuttosto che una cucina non kosher senza di loro.
L'ultimo grande dibattito teorico prima che la realtà della guerra e della Shoah imponesse l'abbandono delle dispute ideologiche fu l'accordo Ben Gurion-Jabotinsky del 1934, discusso accesamente dal Mapai. Ben Gurion sostenne che il cambiamento di status del movimento laburista, passato da minoranza a corrente principale nell'Organizzazione Sionista, imponeva una nuova percezione del klal sionista. Affermò che la somma degli interessi della classe operaia non coincideva pienamente con gli interessi storici del sionismo e che la loro missione era al servizio della storia sionista, anticipando la sua futura dottrina del mamlakhtiyut. Riconobbe che il movimento laburista era un quasi-stato con bisogni quasi-statali. Katznelson, pur diffidando di un accordo politico con i revisionisti che considerava incapaci di accettare la disciplina del klal sionista, sostenne la scelta come strumento per rimuovere ostacoli e prevenire una scissione. Yitzhak Tabenkin, il campione dell'ethos halutsico, era contro questa scelta e venne criticato da Katznelson, il quale disse che la forza separatista, un tempo costruttiva, rischiava ora di diventare distruttiva.
Con l'avvento della guerra e la consapevolezza dell'Olocausto la questione del Klal Yisrael divenne un problema esistenziale. Gorny osserva che tra il 1936 e il 1945 si possono distinguere due periodi. Dal 1936 al 1939, quando la questione della Palestina divenne centrale a causa della rivolta araba e del dibattito sullo stato ebraico, e poi dal 1940 in poi, quando il problema divenne sia del klal sionista che del klal ebraico nella ricerca di modi per salvare gli ebrei e poi per reinsediare i sopravvissuti. Gorny nota come il dibattito sulla spartizione della Palestina trasformò la questione dello stato ebraico in un problema di Klal Yisrael, coinvolgendo attori antisionisti e non sionisti come Agudath Israel, l'American Jewish Committee e lo stesso Bund. Quando scoppiò la guerra il movimento si trovò in uno stato di impotenza di fronte alla Shoah.
Al Quinto Convegno del Mapai nell'ottobre 1942, poche settimane prima che arrivassero notizie esplicite sullo sterminio sistematico, Ben Gurion pronunciò un discorso fondamentale. Smentendo alcuni ideologi che negavano qualsiasi legame tra sionismo e rifugiati, affermò che, sebbene non tutti gli ebrei sarebbero voluti venire in Palestina e molti forse sarebbero fluiti in America, era convinto che l'America non avrebbe aperto le sue porte e che l'unica soluzione al problema dei rifugiati era la Palestina.
Dopo la rivolta del ghetto di Varsavia Yitzhak Tabenkin parlò della responsabilità dell'élite pionieristica verso il popolo ebraico annientato. Sottolineò l'importanza di sostenere la dignità ebraica e affermò che il pioniere non doveva liberarsi del patrimonio storico ebraico né dimenticare la vita ebraica distrutta. In un'affermazione di straordinaria profondità, Tabenkin riconobbe che gli alleati nella difesa della dignità ebraica erano sia i sionisti, da Ahad Ha'am e Bialik ai movimenti pionieristici, sia i bundisti poiché quel partito aveva fatto sua la causa dell'indipendenza ebraica dalla lotta contro lo zarismo fino alla rivolta del ghetto di Varsavia.
Negli ultimi anni della sua vita Berl Katznelson si mostrò sempre più preoccupato che la profezia del Bund, secondo cui il progetto sionista avrebbe portato a un divorzio dalle masse ebree della diaspora, potesse avverarsi. Nel 1944, in un discorso ai giovani del Mapai poco prima di morire, tracciò un bilancio storico del Bund. Criticò aspramente il suo separatismo nazionale, accusandolo di essersi rifiutato di cooperare con i gruppi sionisti nell’autodifesa ebraica durante le violenze del 1905 e di aver continuato a lottare ferocemente contro il sionismo persino mentre l'Europa era in fiamme. Lo accusò anche, storicamente in modo non del tutto accurato, di aver ostacolato l'emigrazione verso gli Stati Uniti, cosa che avrebbe potuto salvare un milione di ebrei. Sostenne che il focus sulla lotta di classe aveva richiesto al Bund di essere in costante lotta con il Klal Yisrael. Tuttavia Katznelson riconobbe il valore dell'azione del partito. Ammise che Hirsh Lekert, che definisce il Trumpeldor del Bund, aveva agito per difendere la dignità del proletariato ma il suo sacrificio fu comunque investito di importanza nazionale. Riconobbe che Shmuel Zygielboim, considerandosi prima di tutto un socialista e un cittadino ebreo di Polonia, con il suo suicidio era diventato un simbolo della sofferenza ebraica, un eroe nazionale. Katznelson lodò anche la cultura rivoluzionaria che il Bund era riuscito a impiantare nelle masse impoverite dell'Europa orientale, introducendo i lavoratori ebrei ai concetti di socialismo, lotta allo sfruttamento e volontà di istruirsi, riconoscendo che il partito aveva avuto un'enorme influenza sulla gioventù sionista. Katznelson, quindi, considerava il Bund l'espressione di una forza recondita che agisce nella storia ebraica, la forza che cerca di sostenere la diaspora e teme il sogno sionista.
Conclusioni
Dopo la guerra il Bund compie un lento e graduale riavvicinamento al concetto di Klal Yisrael. Nel primo dopoguerra tiene tre convegni mondiali: Bruxelles 1947, New York 1948 e Montréal 1955. Al primo si discute se creare un’organizzazione mondiale dei partiti bundisti. Gli oppositori temono di cadere nella visione del rivale Poale Zion che considerava il proletariato ebraico come una nazione extraterritoriale. La maggioranza, guidata da Emanuel Szerer, prevale. Szerer sostiene che la distruzione degli ebrei polacchi mette a rischio l’esistenza stessa del popolo ebraico e che serve una mobilitazione per salvare gli ebrei dall’assimilazione. Si sceglie un compromesso istituendo un comitato di coordinamento mondiale, non un’organizzazione centralizzata sul modello sionista. Questo segna una svolta ideologica perché il partito si trasforma da difensore dell’oggettiva nazione ebraica est-europea a difensore del desiderio soggettivo di quei gruppi ebraici che vogliono mantenere la propria identità.
Sul problema della Palestina e del neonato Stato d’Israele la maggioranza dei primi due convegni (1947-1948) ripudia la risoluzione ONU e si oppone al progetto di uno Stato ebraico, pur riconoscendo il diritto degli ebrei in Palestina all’esistenza nazionale. La minoranza, con Jacob Pat, distingue invece tra sionismo (che rifiuta) e statualità ebraica (che accetta). Szerer, da parte sua, ritiene insostenibile questa distinzione e mantiene un rigido antisionismo. Solo nel 1955, al convegno di Montréal, la maggioranza adotta una risoluzione positiva in cui si ribadisce che lo Stato d’Israele è un evento importante nella vita del popolo ebraico. Tuttavia Szerer precisa subito che il Bund si relaziona a Israele solo come fatto storico, non come valore nazionale, e subordina il ruolo di Israele agli interessi del popolo mondiale ebraico, chiedendo pari diritti per lo yiddish e il rifiuto dell’ideologia di Israele come casa unica di tutti gli ebrei.
All’interno del Bund intellettuali come Pesach Liebman Hersch e Y. Y. Trunk sottopongono l’ideologia a un esame critico. Liebman Hersch, già nel 1947, individua tre contraddizioni: tra la dispersione mondiale ebraica e la coscienza territoriale del Bund polacco, tra l’uso dello yiddish come criterio nazionale e l’abbandono di esso da parte di molti ebrei, tra il fatto che sionismo e Bund sono entrambi prodotti della storia ebraica, nonostante la loro lotta. Propone quindi di riconoscere la legittimità del sionismo, purché rinunci alla negazione della diaspora, e di sostenere l’autonomia nazionale in Palestina. Trunk, invece, ritiene che esistano due filoni nella storia ebraica, la decentralizzazione globale (cui appartiene il Bund) e la centralizzazione territoriale (cui appartiene il sionismo). Ammette che il Bund ha sbagliato nel ritenere il sionismo esaurito e riconosce entrambi come storicamente radicati. Al convegno di Montréal del 1955 Liebman Hersch arriva a proporre che le scuole bundiste insegnino anche l’ebraico, suscitando la reazione negativa della leadership. Szerer, infatti, ritiene che gli ebrei sono un solo popolo in esilio, non due entità. Si rafforza così l’idea di un Klal Yisrael con molti centri, non uno solo, e cresce la critica a Israele.
La dottrina Szerer vede nel sionismo una minaccia perché vuole trasformare la diaspora in un retroterra della metropoli israeliana, prosciugando le risorse economiche e culturali delle comunità. La minoranza di Liebman Hersch, però, ottiene un risultato importante, ovvero il consenso a differenziare Israele dal sionismo. Si delinea così una visione nazionale a tre livelli. Al vertice il popolo mondiale ebraico, poi lo Stato d’Israele (a patto che rinunci alla negazione della diaspora e riconosca lo yiddish) e, infine, un sionismo minimalista che possiamo definire come la pretesa bundista di un sionismo castrato. Lo stesso Szerer, pur rimanendo antisionista, finisce per accettare che Israele possa avere un ruolo nel sostenere il Klal Yisrael e nel 1967 arriva a parlare di “comunità di destino”, un concetto che si avvicina a una visione sionista. I successivi convegni (1965, 1972, 1985) vedono un riconoscimento crescente dell’importanza di Israele, fino al settimo convegno (1985) che sancisce la partecipazione del Bund a tutte le istituzioni ebraiche, comprese quelle borghesi e sioniste, e accetta esplicitamente il principio che gli ebrei sono un solo popolo con un destino comune.
Parallelamente a questo riavvicinamento politico il Bund sviluppa una missione utopistica nella difesa della cultura yiddish. Già nel 1944, in Francia, lancia l’allarme contro l’assimilazione. H. S. Kazdan propone una centrale mondiale delle comunità ebraiche con lo yiddish come lingua ufficiale mentre Emanuel Nowogrodzki contrappone all’utopia sionista dello “stato-popolo corporale” l’utopia di un “popolo-mondo spirituale”. Szerer definisce il ruolo del Bund come una rivolta contro la distruzione, una rivolta spirituale contro il materialismo e l’assimilazione. Invoca un idealismo morale come antidoto al realismo socioeconomico e afferma che lo yiddish, pur non essendo l’unico baluardo, è il più alto e importante. In questo modo, capovolgendo il pensiero di Ahad Ha’am (che aveva proposto un centro spirituale in Palestina), il Bund trasforma la cultura yiddish della diaspora nel centro della vita del popolo mondiale.
