Luciano Lama. Il riformista unitario della CGIL

Trent’anni fa moriva Luciano Lama. Nel libro Luciano Lama. Sindacato, “Italia del lavoro” e democrazia repubblicana nel secondo dopoguerra Maurizio Ridolfi ricorda che Lama ha impersonato le sfide e le trasformazioni del mondo del lavoro nell'Italia del secondo dopoguerra ed offre l'opportunità di mettere in correlazione l'azione di un'istituzione sociale di massa come la CGIL con i valori fondativi della Repubblica, l'antifascismo e il primato del lavoro, con le pratiche volte ad elevare i lavoratori a cittadini consapevoli del loro ruolo nella vita democratica. 

Ridolfi osserva un'analogia tra Lama e Giuseppe Di Vittorio, il mitico leader della CGIL nell'immediato dopoguerra, riguardo all'esemplarità nell'interpretare lo spirito di un periodo storico. Se per Di Vittorio la sfida concerneva la costruzione della democrazia, per Lama, dapprima nel gruppo dirigente formatosi attorno a Di Vittorio e poi ad Agostino Novella e successivamente come leader sindacale, la sfida riguardava il ruolo dell’Italia del lavoro nel consolidamento e quindi nella crisi della Repubblica, in una società rurale che si era trasformata in società industriale, con il mutamento delle forme del lavoro e la centralità acquisita dai diritti di cittadinanza nella loro complessiva declinazione sociale, civile e politica. Lama stesso riconobbe in Di Vittorio l'uomo che più contribuì alla formazione della sua personalità e del suo modo di essere e di militare nel sindacato e nel partito, indicandolo come l'artefice di un sindacato capace di esercitare un'effettiva influenza nella vita nazionale, un sindacato pilastro della democrazia e dell'unità del paese. Per entrambi valeva la concezione della necessità dell'impegno politico del sindacato sulle grandi questioni di libertà, della democrazia e delle istituzioni democratiche per salvaguardare i valori fondamentali dello Stato democratico.


Alcuni tra i principali percorsi di ricerca sono individuabili nell'Intervista sul sindacato concessa da Lama a Massimo Riva nel 1976 in cui si faceva il punto sui primi trent'anni della Repubblica e sui dilemmi della crisi di legittimità della democrazia italiana causata dagli effetti congiunti della recessione economica e del terrorismo. Queste riflessioni esprimevano il momento forse più alto nell'ascesa del sindacato come soggetto sociale e politico e nella capacità di leadership di Lama. I temi centrali erano il rapporto tra l'autonomia del sindacato, i movimenti sociali, i partiti e lo Stato nella rivendicazione di un ruolo nazionale, la democrazia nel sindacato e le possibili forme dell'unità sindacale, il necessario orizzonte europeo per il mondo del lavoro, il nesso tra diritti e doveri nei comportamenti dei lavoratori che si fanno cittadini e il rapporto tra sindacato e mondo della cultura e dell'informazione.


Un esempio significativo dell'impegno di Lama fu quello di legittimare il mondo del lavoro attraverso il pubblico riconoscimento dei diritti sociali contemplati dalla Costituzione. Nella sua prima esperienza parlamentare, tra il 1958 e il 1968, si interessò in particolare al trattamento economico e normativo dei lavoratori del pubblico impiego e alla regolamentazione del licenziamento. Intervenendo nel dibattito sulla legge che regolamentava il licenziamento il 5 maggio 1965, Lama rese tributo a Di Vittorio che nel 1952 aveva avanzato la proposta per uno statuto dei diritti dei lavoratori, evidenziò la contraddizione tra i principi della Costituzione e l'articolo del Codice civile che permetteva il licenziamento senza specificarne i motivi e rivendicò l'urgenza di porre un argine alla grande quantità di soprusi e ingiustizie subiti dai lavoratori. Lo Statuto dei diritti dei lavoratori, entrato in vigore nel 1970, divenne un simbolo della forza del sindacato e della sua influenza nella società italiana. Per Lama aveva allargato le basi della democrazia reale nel paese e accresciuto il potere del sindacato, vincolandolo però a un costante confronto democratico con la propria base, realizzando la concezione di un sindacato libero e volontario per cui si era battuto Di Vittorio.


Nel periodo della contestazione studentesca e delle lotte operaie del 1968-1969, il sindacato fu indotto a una profonda rivisitazione dei suoi caratteri costitutivi. Secondo Lama il sindacato maturò un processo di rifondazione della sua identità di fronte ai Comitati unitari di base e ai Consigli dei delegati, riportando il movimento di contestazione nell'alveo sindacale. Lama respinse l'ipotesi che potesse nascere in fabbrica un'istanza estranea al movimento sindacale generale, una sorta di soviet potenzialmente antagonista verso il Parlamento, il governo, i partiti e le istituzioni repubblicane. Vide nei consigli dei delegati l'occasione per realizzare una svolta storica nel rapporto tra sindacato e lavoratori. Nonostante i ritardi del sistema politico, il sindacato si pose come interlocutore delle istituzioni, prospettando una difesa degli interessi dei lavoratori su scala nazionale, impegnandosi sui problemi generali dell'economia e della società. La forte reazione contro il terrorismo fu ricondotta da Lama alle premesse di valore elaborate a partire dalla metà degli anni ‘60, cioè la riaffermazione del valore della democrazia come fine della società perseguita, l'indicazione del metodo democratico come strumento insostituibile per la modificazione delle strutture economiche e sociali e l'esplicito riconoscimento del pluralismo politico e culturale come valore permanente. La funzione del sindacato a difesa della democrazia repubblicana venne rivendicata da Lama nel segno di un richiamo alle radici antifasciste dell'Italia postbellica e al tessuto connettivo della Costituzione. In occasione dell'uccisione di Aldo Moro, nel maggio 1978, Lama ribadì il nesso tra la democrazia repubblicana e le sue radici antifasciste e costituzionali, collocando Moro tra i martiri della Repubblica, ma lamentò anche la troppa indifferenza di fronte alla violenza.


Negli anni ‘70, accanto al terrorismo, furono il processo inflazionistico e la grave crisi economica a rappresentare il principale terreno di sfida per il sindacato. Costituita nel 1972 la Federazione CGIL-CISL-UIL, il sindacato si candidò a svolgere un'effettiva funzione nazionale, prima con l'accordo del 1975 con la Confindustria sul punto unico di contingenza, poi durante la stagione della solidarietà nazionale con gli indirizzi approvati dall'assemblea dei delegati dell'Eur nel febbraio 1978, sostenendo un programma di moderazione salariale e di responsabilità sociale. Tuttavia la crisi economica e il terrorismo, insieme ai contraccolpi dell'esaurimento della solidarietà nazionale, enfatizzarono le difficoltà del sindacato nel continuare a giocare un ruolo protagonista. Emerse la difficoltà di Lama a comprendere le inquietudini che rendevano complesso il rapporto tra le generazioni e a dare risposte adeguate a temi come l'egualitarismo salariale. La mancata sintonia tra aspettative e realizzazioni unite alla perdita di influenza politica e peso sociale sollevarono domande sul senso dell'autonomia del sindacato rispetto ai partiti e alle istituzioni, alimentando discussioni interne tra tentazioni corporative e massimalistiche e tra spinte della base e cautele dei vertici, tensioni che esplosero con la fine della solidarietà nazionale e lo scioglimento della Federazione sindacale nel 1984.


Ridolfi sottolinea l'importanza di guardare anche allo scenario europeo. Gli anni iniziali della segreteria di Lama videro la CGIL mutare il suo quadro di relazioni internazionali, passando da un rapporto con la Federazione sindacale mondiale di influenza sovietica all’affiliazione con la Confederazione sindacale europea. La contrarietà ad atteggiamenti nazionali e un giudizio più articolato sul Mercato Comune portarono la CGIL a individuare nello scenario europeo il suo obbligato spazio di azione, anche in relazione alla crisi delle politiche di concertazione che avevano sostenuto lo sviluppo economico e il benessere sociale nell'Europa occidentale. Lama stesso sottolineò il mutamento di posizione sul Mercato Comune, passando da un sostanziale rifiuto alla linea della critica dall'interno e della trasformazione della Comunità in una vera Comunità democratica.


La concezione del sindacato delineata da Lama, che contemperava la natura contrattuale con la vocazione politica, fu il frutto di innovazioni e richiami alla tradizione e fece del sindacato un'istituzione sociale in grado di innervare di istanze partecipative la democrazia di massa, esercitando funzioni di mediazione, coesione e integrazione nazionale. Lama distingueva però la funzione sindacale da quella partitica poiché le forze politiche possiedono un'ideologia organica della società che il sindacato non ha né può avere. Il sindacato, secondo Lama, può realizzare una sintesi dei bisogni sociali del presente, un contributo che aiuta le forze politiche a esercitare la funzione di governo nel pieno rispetto delle regole della democrazia. Il suo lascito risiede nella visione del sindacato come istituzione sociale che tutela interessi di classe ma opera per il consolidamento della democrazia repubblicana, assegnando un ruolo centrale alla cultura di massa e alla circolazione delle idee di emancipazione. Lama svolse un compito di educazione civica e sociale anche su problemi come l'assenteismo, denunciando i vuoti di coscienza e le scelte individualistiche contrarie alla maturazione politica delle coscienze, e ricondusse il problema della libertà di stampa alla capacità di creare un'esigenza diffusa di informazione attenta al pluralismo. Come senatore seguì con attenzione la disciplina del sistema radiotelevisivo, denunciando nel 1990 il carattere protezionistico e autarchico della legge Mammì che privilegiava la grande emittenza privata ed evitava clausole di salvaguardia per la concorrenza, prevedendo i gravi processi sociali e culturali di una politica protezionistica sulle idee e sull'informazione. Nella sua seconda esperienza parlamentare manifestò attenzione verso i diritti del lavoro, insistendo sul rinvio alla Costituzione come originario e sempre vivo patto sociale. Come presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di lavoro, istituita dopo tragedie come quella della Mecnavi del 1987, ricondusse la necessità dell'inchiesta all'esperienza del sindacato e alla corrispondenza con la Costituzione che riconosce un sistema di disuguaglianze su cui il potere pubblico deve intervenire.


Resistenza


Il saggio di Massimo Lodovici La formazione culturale e politica, la Resistenza

e la ricostruzione del sindacato unitario esamina la figura di Luciano Lama tra il 1921 e il 1947, prendendo spunto da una lettera che il giovane Lama scrisse il 26 luglio 1947 ai compagni di Forlì sul giornale comunista La Lotta, in occasione della sua nomina a membro della Segreteria nazionale della CGIL, avvenuta l'8 giugno precedente per decisione del Consiglio Direttivo nazionale del sindacato guidato da Giuseppe Di Vittorio. In quella lettera, Lama, che aveva allora 26 anni, tracciava un bilancio del suo percorso iniziato alla fine del 1943 con la scelta resistenziale nell'83ª Brigata Garibaldi, proseguito con la designazione a segretario generale della Camera del Lavoro della provincia di Forlì nell'autunno del 1944, quando la città era ancora occupata dalle truppe nazifasciste, e passando dal Partito socialista al Partito comunista dopo il congresso del PSIUP dell'aprile 1946.


La biografia di Lama è esemplare per comprendere la sua generazione, formatasi nel mito dell'uomo nuovo fascista, che scelse da che parte stare nel vortice della guerra civile. Lama nacque a Gambettola il 14 ottobre 1921 ma la sua famiglia, di origini rurali (i genitori Domenico Lama e Noemi Paganelli erano entrambi di Russi), era costretta a frequenti spostamenti lungo la via Emilia a causa del lavoro del padre come ferroviere. Nonostante le condizioni abitative modeste (a Forlimpopoli, nell'inverno del 1929, l'acqua gelava nella brocca in camera da letto), la famiglia apparteneva a un ceto piccolo-borghese che gli offrì opportunità culturali rare nel contesto romagnolo, dove nel 1921 solo 79 persone su 100 sopra i 6 anni sapevano leggere e a Forlì la percentuale scendeva al 69%. Lama poté così leggere fin dall'infanzia Il Corriere della Sera, libri di storia, i grandi romanzieri russi e la letteratura naturalista francese e inglese. Dopo il liceo Righi a Bologna, dove incontrò insegnanti antifascisti, nel 1939 si iscrisse alla Facoltà di Scienze politiche di Firenze, all'Istituto Cesare Alfieri. La chiamata alle armi arrivò nel febbraio 1941, quando aveva 19 anni. Prestò servizio come ufficiale di complemento nel 12° Reggimento di fanteria a Cesena, senza mai essere coinvolto in combattimenti, e riuscì a laurearsi solo nel novembre 1943, presentandosi sotto falso nome perché ormai ufficiale disertore non avendo risposto alla chiamata dell'esercito della Repubblica Sociale Italiana.


La chiara coscienza antifascista di Lama non maturò prima degli eventi successivi all'8 settembre 1943. Inizialmente, come la maggior parte dei militari, anche lui pensò di tornare a casa. Solo ai primi di dicembre del 1943 raggiunse i gruppi partigiani in montagna, arruolandosi nell'83ª Brigata Garibaldi, dove fu messo a capo di una piccola compagnia a Ridracoli, nei pressi di Santa Sofia, nell'Appennino forlivese. Qui le sue cognizioni teoriche sul marxismo si chiarirono alla luce dell'esperienza vissuta. Una broncopolmonite lo costrinse a tornare in pianura nel febbraio 1944, rifugiandosi a casa per curarsi, scampando così al tragico rastrellamento dell'aprile 1944 in cui perse la vita suo fratello Lelio, ucciso a Stia il 17 aprile. Dopo la guarigione Lama continuò la lotta nei Gruppi di Azione Patriottica (GAP). Il suo arruolamento non fu semplice dato che dovette superare un colloquio con il comandante Fabio Ricci, il quale inizialmente sospettava fosse una spia, e superò una prova partecipando a un'azione contro il circolo fascista di San Vittore a Cesena. Assunto il nome di battaglia Boris, dal protagonista dell'opera lirica di Musorgskij, entrò nello stato maggiore della 293 Brigata GAP nel maggio 1944. In questo periodo, pur considerandosi comunista, non era iscritto a nessun partito. Lama stesso raccontò il disagio per la violenza necessaria, definendo l'atto di uccidere come "ripugnante" e un "dramma segreto", sebbene compiuto come un doloroso dovere.


Un episodio cruciale fu la liberazione di Forlì. A fine ottobre 1944 Lama fu scelto come emissario per oltrepassare le linee tedesche e consegnare agli Alleati, stanziati a Meldola, una mappa dettagliata delle postazioni nemiche, cucita nella fodera della sua giacca. Nonostante il colloquio con un generale canadese fosse stato deludente, la notte tra l'8 e il 9 novembre, mentre i tedeschi si ritiravano, i GAP uscirono allo scoperto e occuparono i palazzi del potere fascista. Al mattino del 9 novembre, prima dell'arrivo degli Alleati, Forlì era già presidiata dai partigiani. Dal pomeriggio la Camera del Lavoro di Forlì tornò a funzionare con Luciano Lama come segretario, una nomina avvenuta in quota socialista all'interno del Comitato di Liberazione Nazionale, nonostante le sue simpatie per il comunismo. Lodovici ricorda che esperienze di mobilitazione popolare, come gli scioperi operai del febbraio-marzo 1944 e soprattutto la battaglia del grano dell'estate del 1944, furono formative per Lama. In quell'occasione, di fronte al malcontento dei contadini per il boicottaggio degli ammassi, fu proprio Lama a prendere posizione in favore di una soluzione meno lacerante che prevedeva di mietere il grano ma lasciare i covoni sparsi nei campi, dimostrando una sensibilità che avrebbe caratterizzato la sua futura azione sindacale.


Nel periodo immediatamente successivo alla Liberazione l'intera generazione di lavoratori e lavoratrici che si affacciava alla riapertura delle nuove Camere del Lavoro unitarie non aveva mai sperimentato pratiche e strumenti democratici di dialettica sociale e sindacale, rendendo necessario riallacciare i fili di un patrimonio peculiare di esperienze e tradizioni democratiche, aggiornandolo ai nuovi tempi e recependo le drammatiche istanze sociali rimaste inevase da vent'anni di dittatura ed esacerbate da cinque anni di guerra. Non fu necessario ripartire da zero perché una traccia sottile, dapprima esile e sommersa in clandestinità, poi via via emergente nella fase più tragica del conflitto, aveva rivelato i legami mai completamente recisi con le esperienze sindacali democratiche preesistenti. Già a partire dal 1940, dopo un decennio di calma seguito alla massiccia ondata di arresti di antifascisti del 1930-1932, a Forlì e Cesena aveva ripreso vigore una crescente attività di propaganda sotto la spinta dei lavoratori antifascisti che militavano clandestinamente nella CGIL e che avevano punti di riferimento nelle grandi industrie come l'Arrigoni di Cesena e gli stabilimenti Orsi Mangelli, Battistini e Bartoletti di Forlì. Il periodo dell'occupazione tedesca fu il più tragico per la popolazione civile ma anche in questa fase la riorganizzazione politica e sindacale antifascista compì passi avanti, cercando di saldare profondamente gli ideali della lotta di liberazione alle istanze concrete di lotta dei lavoratori. Nel giugno del 1944 fu intrapresa una nuova fase di lotta sindacale sotto l'impulso morale e organizzativo della costituzione a Roma della Confederazione Generale del Lavoro, sottoscritta con il patto di Roma da Giuseppe Di Vittorio, Oreste Lizzadri e Achille Grandi. Luciano Lama venne a sapere del patto di Roma alla fine di giugno del 1944 attraverso le pubblicazioni clandestine, anche se se ne parlava poco perché nelle formazioni militari la questione essenziale era la guerra, fatta di colpi di mano, attacchi alle caserme dei tedeschi e ponti da far saltare. Operava tuttavia un'altra organizzazione clandestina che teneva i rapporti con le masse operaie e contadine, preparando le azioni di massa e gli scioperi. Nelle industrie aveva, in quella fase, rafforzato la sua presenza all'interno delle fabbriche con l'obiettivo di trasformare il malcontento operaio in azione politica. Nell'autunno del 1944, quando le grandi fabbriche del nord tornarono in sciopero, anche in Romagna l'organizzazione sindacale clandestina era sostanzialmente già strutturata, quantomeno nelle industrie più grosse, e riconosciuta come tale anche dalla parte padronale, divenendo interlocutrice delle direzioni aziendali. Quando Luciano Lama assunse la guida del sindacato della provincia molte premesse fondamentali erano già state gettate. La designazione avvenne prima della Liberazione, nell'estate del 1944, quando il CLN gli affidò l'incarico di segretario generale della neonata CGIL, scegliendolo per la sua preparazione culturale e il suo carisma, nonostante non avesse mai lavorato in fabbrica tranne tre campagne estive a Ferrara e Pontelagoscuro a sedici, diciassette e diciotto anni, e senza sapere nemmeno cosa fosse un sindacato, ritrovandosi a 23 anni responsabile di un'organizzazione che raggiunse in pochi mesi i centodiecimila iscritti. Il passaggio del fronte, il cui eco continuava a sentirsi poco più a nord di Forlì, lasciava in eredità una quantità di problemi drammatici: la ricostruzione, la disoccupazione, il rientro dei reduci, l'approvvigionamento dei prodotti alimentari e di altri generi di prima necessità, la presenza degli sfollati. Nell'adesione di massa al sindacato unitario vi era una forte spinta ideale, la volontà di voltare pagina rispetto al ventennio fascista, di tornare protagonisti del destino del Paese e di costruire una democrazia compiuta che avesse fra i suoi astri di riferimento la giustizia sociale. La gente veniva a iscriversi a migliaia e alla fine del 1945 la CGIL forlivese contava oltre centomila iscritti su una popolazione che allora non arrivava alle 450.000 unità, un fenomeno spontaneo e incredibilmente massiccio che manifestava il desiderio di tagliare ogni ponte col fascismo e di ricostruire il paese. Le prime azioni sindacali avvennero in un clima di emergenza, con il fronte pochi chilometri più a nord e gli Alleati che presidiavano il governo delle città. Il primo incontro con i padroni avvenne una quindicina di giorni dopo la Liberazione del 9 novembre 1944 a Forlì, quando i rappresentanti dei lavoratori, ancora armati, andarono a prendere una quindicina dei maggiori industriali e con loro fecero un contratto di lavoro, negoziando con il mitra lasciato fuori dalla porta e senza incontrare grosse difficoltà, anche perché i livelli salariali fondamentali erano stabiliti dall'amministrazione alleata che era il maggiore datore di lavoro per la ricostruzione di strade, ponti, campi, caserme e sedi amministrative. Il primo sciopero organizzato dalla Camera del Lavoro fu diretto a ottenere un contratto dall'amministrazione militare alleata e in questo caso non avevano il mitra dietro la porta anche se non erano stati disarmati, raggiungendo subito l'accordo per una paga di 125 lire al giorno con un aumento sensibile rispetto alla situazione precedente, adeguando poi le paghe degli operai delle fabbriche a quelle date dagli alleati. La verità era che chi, come Lama, aveva partecipato alla lotta armata pensava che non sarebbe finita lì, ritenendo che dopo essersi sbarazzati dei fascisti lo avrebbero fatto anche con i padroni. C'era la convinzione che dopo i fascisti si dovesse liquidare la società capitalista fondata sullo sfruttamento di classe ma la realtà immediata premeva con migliaia di disoccupati e fu per questo che si andò a cercare i padroni per fare un contratto di lavoro, in una contraddizione fra tensione rivoluzionaria e pragmatismo che caratterizzò la prima fase dell'impegno sindacale del ventitreenne Luciano Lama. Nel sindacato si pensava essenzialmente alla necessità di ricostruire e questa fu la spinta fondamentale che muoveva le grandi masse. Il problema centrale era uscire dalla crisi drammatica in cui la guerra aveva precipitato il paese anche sul piano morale e il sindacato diede un contributo decisivo a questa esigenza generale. Al primo convegno delle Camere del Lavoro del Forlivese del 30 luglio 1945 la mozione conclusiva esaltò l'unità sindacale e tracciò un'agenda d'emergenza che prevedeva la costituzione di commissioni annonarie per il controllo dei prezzi e il ribasso del costo della vita, il controllo dell'attività dei mulini con l'eventuale municipalizzazione di quelli fuori legge, il provvedimento immediato per il rifornimento di legna ricorrendo al sequestro dei camion che si rifiutavano di trasportare legname o erano adibiti al mercato nero e la garanzia dell'ingresso di rappresentanti del mondo sindacale nel CLN e nelle giunte comunali. Il sindacato, in questa fase di crescita e legittimazione, scelse di essere un sindacato di tutti i lavoratori, ricreando un asse di solidarietà fra tutte le categorie del mondo del lavoro, a partire dagli operai e dai lavoratori della terra che erano i ceti prevalenti della società forlivese. Sui temi del carovita e dell'approvvigionamento riuscì a coinvolgere i maggiori industriali forlivesi e il Governo Militare Alleato, ottenendo aumenti tariffari tangibili anche se insufficienti. La penuria di generi di prima necessità fu affrontata con l'autorganizzazione dei lavoratori attraverso le cooperative di consumo che replicavano un modello solidaristico sperimentato fin dagli albori del movimento sindacale in Romagna, insieme agli Enti comunali dei consumi e ai provvedimenti di regolamentazione dei mercati locali come il divieto di esportazione di bestiame, pollame, prodotti ortofrutticoli e altri alimenti, e il calmieramento dei prezzi. Per quanto riguarda la disoccupazione, l'Ufficio di collocamento fu lo strumento di equilibrio per distribuire le giornate lavorative sulla base di una precisa graduatoria del bisogno e le amministrazioni comunali democratiche subordinarono il rilascio dei libretti di lavoro al parere scritto della Camera del Lavoro competente, delegando al sindacato il delicato compito di mediare fra istanze potenzialmente conflittuali all'interno del mondo del lavoro. Nell'agosto del 1946 un accordo provinciale stabilì un aumento del 30% su stipendi e salari base dei lavoratori dell'industria a partire dal primo aprile 1946, risultato di una mobilitazione capillare nelle fabbriche in alternativa allo sciopero generale, mentre l'accordo per l'imponibile di manodopera del 12 agosto 1946 prevedeva l'attivazione di un milione e ottocentomila giornate agricole da realizzarsi tra l'autunno 1946 e la primavera successiva, con il divieto per i coloni di sostituire i braccianti per i lavori previsti. L'aumento dell'emigrazione fu l'indicatore più evidente dell'incapacità di garantire lavoro a tutti, tanto che a livello regionale era prevista la partenza di cinquantamila minatori verso le miniere del Belgio, con quasi 1300 minatori che sarebbero partiti entro l'anno dalla sola provincia forlivese. Il risultato più importante conquistato dalla CGIL di Luciano Lama fu il contratto di mezzadria del 28 giugno 1945 che infranse il tabù plurisecolare della divisione a metà dei prodotti dell'azienda fra contadino e padrone. Le trattative con l'Associazione Agricoltori per il rinnovo dei patti colonici erano cominciate nel gennaio 1945 e a fine maggio, di fronte alla resistenza degli agrari, la Camera Confederale del Lavoro proclamò ufficialmente la mobilitazione contadina. Oggetto del contendere era, fra l'altro, la richiesta di riconoscere i danni di guerra, sulla base della lettura che erano i proprietari, sostenitori del fascismo e quindi responsabili della catastrofe, a doversi fare carico dei danni risarcendo i contadini. Il CLN accolse l'impostazione dei mezzadri, autorizzando la Camera Confederale del Lavoro a comunicare ai lavoratori della terra che si consideravano accettate le rivendicazioni di guerra da molti mesi avanzate. Il testo delle norme relative all'applicazione delle rivendicazioni di guerra fu pubblicato integralmente come contratto ufficiale il 24 maggio 1945 sulla rivista La Lotta, pur in assenza della firma della controparte, e prevedeva l'abolizione delle regalie e dell'obbligo di conferire al padrone la percentuale tradizionale di animali di bassa corte, la riparazione e sostituzione a spese del proprietario degli attrezzi di proprietà contadina danneggiati o asportati durante la guerra, la sistemazione a carico della proprietà terriera dei poderi rovinati, il diritto a un premio per il bestiame allontanato dalle stalle quantificato da centocinquanta a cinquecento lire per quintale, il rimborso dei costi sostenuti dalla famiglia contadina per sostituire componenti rastrellati o prigionieri di guerra e della quota intera per familiari arruolati nelle formazioni partigiane, nonché indennizzi per i danni al parco bestiame. L'accordo venne sottoscritto il 28 giugno 1945 al termine di un'estenuante giornata di agitazione conclusa da alcune migliaia di manifestanti sotto i locali della prefettura di Forlì e la clausola più avanzata contemplava l'accantonamento del 12% in denaro sulla quota padronale dei prodotti della terra venduti, da gestire direttamente dal colono per l'assunzione di braccianti, intaccando il principio stesso della mezzadria fondato sulla ripartizione a metà. Fu lo stesso Di Vittorio, segretario generale della CGIL, a sottolineare la portata storica dell'accordo forlivese definendolo equanime e misurato, stigmatizzando l'atteggiamento della Confida che, in base al principio feudale e schiavistico della divisione a metà, istigava gli agrari forlivesi a rigettare il patto. La rinascita del sindacato si misurava sulle conquiste concrete ma non meno importanti furono gli elementi rituali, le emozioni collettive, la riconquista di spazi pubblici e di forme di socialità temporaneamente conculcate dal fascismo. Dopo oltre vent'anni di repressione un significato particolare assunse la giornata del primo maggio 1945, con folle nelle piazze che consacrarono il significato liberatorio della festa collegandolo al mito dell'insurrezione contro il nazifascismo. Un'imponente manifestazione accompagnò la sottoscrizione del contratto di mezzadria del 28 giugno 1945, con cinquemila dimostranti che restarono per quattro ore in piazza del Duomo a Forlì dove, sotto il patrocinio del prefetto, si svolgevano le trattative. Per quattro volte i rappresentanti sindacali si affacciarono al balcone della prefettura per invitare alla calma la folla sotto il sole, poi finalmente Lama e Alberti insieme ai rappresentanti della Federterra si affacciarono per l'ultima volta dando lettura dell'ordine del giorno che chiudeva la trattativa. L'evento più significativo fu forse quello del 9 agosto 1945, definito la prima manifestazione legale dei lavoratori forlivesi, la prima protesta organizzata senza la minaccia dei moschetti nazifascisti o senza la paterna sorveglianza degli Alleati. Nel corso della mattinata la piazza si affollò di quindicimila scioperanti e dal balcone del palazzo comunale i rappresentanti delle forze politiche che avevano guidato la liberazione, fra cui molti giovani come Luciano Lama che rappresentava il Partito socialista e la Camera del Lavoro, scandirono i tempi della manifestazione sotto gli sguardi degli operai e dei contadini convenuti dalle aziende cittadine. Nella corsa al sindacato dell'immediato dopoguerra vi erano l'entusiasmo per la libertà ritrovata, il desiderio di riscatto e la necessità di affrontare gli immani problemi del dopoguerra ma dopo la fase entusiasmante dei mesi successivi alla liberazione vi era da rimettere in piedi un'organizzazione che restituisse unità a un mondo del lavoro frammentato e irreggimentato dal sindacato fascista, senza concentrazioni industriali importanti e con un elevato tasso di dispersione sul territorio. Le prime tensioni interne cominciarono ad affiorare già alla fine del 1945 e una delle ragioni di insofferenza era l'egemonia comunista. Un altro motivo di contrasto fra la componente socialcomunista e quella cattolica era il rapporto fra rivendicazioni economiche e lotta politica, tema che porterà di lì a due anni alla rottura della CGIL unitaria. Su questo punto la posizione di Luciano Lama era in linea con coloro che non ritenevano attuabile una svolta sociale ed economica senza un preciso orientamento del potere politico, riponevano nella Costituente e nella partecipazione democratica le aspettative di trasformazione e ritenevano che i lavoratori avrebbero avuto il pane soltanto quando la situazione politica italiana avesse subito la svolta auspicata dalle classi lavoratrici, parlando di Costituente, riforma agraria, nazionalizzazione delle banche e delle grandi industrie. Il 1946 fu il primo vero banco di prova per la democrazia e la CGIL non rimase alla finestra ma Luciano Lama si guardò bene dal trascinare il sindacato nella competizione fra i partiti, esortando i lavoratori all'unità contro il capitale, la corona e i residui del fascismo. Le elezioni amministrative tenutesi fra marzo e aprile avevano dimostrato l'egemonia politica ed elettorale dei partiti socialista e comunista che conquistarono la maggioranza dei voti in quasi tutti i comuni della provincia mentre nel referendum del 2 giugno la Romagna assegnò alla Repubblica una valanga di consensi con una percentuale media assestata oltre l'84% rispetto al dato nazionale del 54,3%. Poche settimane prima Luciano Lama aveva lasciato il Partito socialista e si era iscritto al PCI, dopo il congresso di Firenze del PSIUP che si era tenuto dall'11 al 17 aprile 1946, quando fu eletto segretario Ivan Matteo Lombardo. Nella sua testimonianza Lama spiegò che all'epoca la differenza fra i due partiti era molto esigua e nella sua formazione partigiana per il 90% si trattava di comunisti ma per lui era inapprezzabile la differenza negli orientamenti politici. Nella seconda metà del 1946 il clima politico romagnolo appariva già molto cambiato, con i gravissimi problemi ereditati dal conflitto ancora irrisolti e le relazioni sindacali improntate a una crescente tensione. Quasi quotidianamente gruppi di disoccupati sfilavano per le vie e le piazze cittadine e in settembre a Meldola i lavoratori proclamarono lo sciopero generale chiedendo la riapertura delle industrie locali inattive dalla guerra mentre a Forlimpopoli furono fermati dai carabinieri e condotti in caserma il segretario della Federazione comunista Zanelli e il socialista Gardelli, dirigente della Camera del Lavoro. Di fronte alle difficoltà e ai problemi irrisolti, le posizioni di socialisti e comunisti nei confronti della maggioranza del governo De Gasperi si fecero via via più intransigenti e il solco con la componente democristiana del sindacato si accentuò progressivamente. Lama denunciò la consorteria reazionaria che minacciava le conquiste dei lavoratori emiliani con una strategia di provocazione che vedeva mobilitate le forze dell'ordine a difesa degli interessi dei più forti e rivendicò il diritto di organizzare squadre ausiliarie con compiti di verifica e repressione sui prezzi. Nel dicembre 1946 Lama colse il pericolo più grave per la neonata Repubblica nelle affermazioni qualunquistiche, secondo cui la Repubblica non aveva dato nulla, che coglieva dapprima sulla bocca di nostalgici del ventennio ma poi anche su quella di autentici lavoratori. Secondo la sua analisi esisteva lo stesso pericolo dell'ascesa del fascismo, quando le forze politiche e il sindacato non avevano saputo dare risposta al malessere degli ex combattenti e dei disoccupati. Dal 28 al 30 aprile 1947 si svolse a Forlì il primo Congresso provinciale, l'ultimo unitario, della CGIL, in cui venne eletta all'unanimità la nuova Commissione esecutiva guidata da Luciano Lama, composta da nove comunisti, tre repubblicani, due socialisti e un democristiano. La CGIL forlivese arrivava al primo appuntamento congressuale contando su centodiecimila iscritti, un quarto della popolazione, e nel corso del dibattito Lama intervenne sul ruolo delle Commissioni Interne riconoscendo che la loro funzione aveva talvolta travalicato il suo alveo nei primi tempi quando il sindacato era ancora debole e disorganizzato. Un elemento fortemente innovativo fu la partecipazione femminile al congresso con diritto di voto deliberativo e diritto di essere elette e fra i documenti più importanti votati vi fu la Carta della lavoratrice che chiedeva l'eliminazione della sperequazione fra paga maschile e femminile, la parificazione dell'indennità di contingenza senza distinzione di sesso ed età, la soppressione delle limitazioni che impedivano alle dipendenti statali di accedere ai gradi superiori e alle insegnanti di sviluppare le loro possibilità di carriera, l'elevazione del trattamento delle donne sul piano provvidenziale e assicurativo al livello di quello degli uomini, l'assicurazione alle gestanti delle provvidenze per tutelare la maternità e l'infanzia, l'appoggio statale alle cooperative di lavoro femminile, il riconoscimento della qualifica di capo famiglia alle nubili e vedove e l'eliminazione per le lavoratrici dei campi delle ingiustizie salariali, delle prestazioni di lavoro obbligatorio, come pulizie casalinghe e bucato, e delle regalie al padrone. Nonostante le tensioni e le incipienti fratture, Luciano Lama riuscì a impostare il congresso con una forte impronta unitaria, guadagnandosi gli elogi anche delle correnti di minoranza, e la mozione conclusiva stilò l'agenda di lavoro che prevedeva la richiesta di un maggiore impulso ai lavori pubblici per la ricostruzione, la necessità di dare precedenza alla ricostruzione delle case per alleviare i problemi dei numerosi senzatetto, l'adeguamento di salari, stipendi e pensioni rispetto al costo della vita, la richiesta di nazionalizzazione delle più importanti industrie del paese fra cui quelle del settore elettrico, dei trasporti e dell'attività mineraria, e, per il mondo dei campi, la liquidazione del latifondo, la limitazione della grande proprietà capitalistica, la trasformazione in legge del lodo De Gasperi, un nuovo capitolato colonico, l'applicazione del decreto Gullo sulla mezzadria impropria e la riduzione dei canoni d'affitto.


Il congresso di Firenze della CGIL, tenutosi dal 1° al 7 giugno 1947, fu di fatto il primo e ultimo congresso della CGIL unitaria, segnato dalla rottura politica intervenuta con la formazione del quarto governo De Gasperi l'11 maggio 1947, il primo senza socialisti e comunisti. Il conflitto principale tra la componente socialcomunista e quella democristiana si incentrò sull'articolo 9 dello Statuto che consentiva lo sciopero politico. I democristiani chiesero di abolirlo per evitare che il sindacato divenisse uno strumento di lotta contro il governo mentre Luciano Lama, intervenendo su La Lotta del 14 giugno 1947, ne difese la necessità come arma a tutela del blocco democratico e contro possibili svolte reazionarie, accusando la DC di voler battere la classe lavoratrice. Un fragile compromesso introdusse la regola della maggioranza qualificata per proclamare tali scioperi. Inoltre il congresso decise di attribuire i posti dirigenti in proporzione rigorosa alla forza numerica di ciascuna corrente politica, una scelta che Lama stesso riconobbe in seguito come non lungimirante poiché finì per avallare la tesi della scissione. Dopo il congresso, l'8 giugno, Lama fu chiamato alla Segreteria nazionale come vicesegretario. L'asprezza della polemica politica si intensificò nell'estate del 1947 e la rottura dell'unità sindacale si consumò nel biennio 1947-48, chiudendo la fase in cui il sindacato aveva edificato le sue fondamenta sui valori della Resistenza.


Lama sindacalista 


Alexander Höbel apre il suo saggio Organizzazione e lotte sindacali (1948-1969) analizzando il contesto di partenza dell’Italia. La fase che si apre nel 1948 è caratterizzata da un'accentuazione del conflitto e da una prima partecipazione di massa alla vita sindacale. L'Italia è economicamente arretrata. Ci sono due milioni di disoccupati e quasi tre milioni e settecentomila poveri. Il rapporto di forza tra le classi è debole e il padronato è in offensiva, usando riduzioni di orario, sospensioni e licenziamenti che colpiscono spesso gli attivisti. Lama, giovane e da poco in Segreteria, viene coinvolto da Di Vittorio nelle discussioni più importanti, anche con funzione pedagogica.


All'inizio del 1948 la CGIL lancia una vertenza su rivalutazione salariale, revisione della scala mobile (Lama parla di blocco della contingenza per evitare che la scala mobile faccia scendere i salari) e conglobamento, cioè la creazione di un'indennità unica che comprenda contingenza, cottimi e incentivi. La Confindustria accetta la rivalutazione solo per gli impiegati e la concede il 14 aprile, quattro giorni prima delle elezioni politiche. La vittoria schiacciante della DC segna una svolta. A giugno i dirigenti democristiani della CGIL Pastore, Parri e Canini firmano un patto che, come chiarisce il vicesegretario della DC Taviani, mira a preparare un 18 aprile sindacale: una scissione.


La vertenza sulla rivalutazione intanto prosegue. Alla radio Lama sostiene che la scala mobile ha appiattito le retribuzioni e che il problema non può essere risolto solo per gli impiegati. Alla Confindustria, che chiede più produttività in cambio degli aumenti, replica che l'arretratezza italiana dipende dai macchinari, non dai lavoratori. Propone poi uno sciopero dell'industria e la sua idea viene accolta. Il 14 luglio l'attentato a Togliatti provoca uno sciopero generale spontaneo e imponente. Lama ricorda che si consultarono subito con il partito che consigliò di assumere la direzione dello sciopero e di sospenderlo il giorno dopo ma il governo accusa la CGIL di sciopero insurrezionale. I democristiani del Direttivo intimano la fine dello sciopero entro la mezzanotte, pena la loro uscita. L'Esecutivo decide di concluderlo anche se la scissione è ormai inevitabile. Il 22 luglio le ACLI dichiarano che serve una nuova organizzazione. L'Esecutivo CGIL dichiara che i dirigenti democristiani si sono messi fuori dall'organizzazione. Lama chiede di allontanare solo i responsabili della scissione. La sua reazione istintiva, racconterà, fu di sollievo mentre Di Vittorio lo rimproverò duramente dato che la divisione sindacale è sempre debolezza. Lama non dimenticherà mai questa lezione.


Nonostante la scissione la politica della CGIL diventa più dinamica. Nel gennaio 1949 Lama propone azioni differenziate per categoria, coordinate dalla CGIL. La situazione sociale è tesissima. Polizia e squadre armate degli agrari reprimono le lotte (Isola Liri, Terni, Lavello). In agosto si raggiunge un accordo preliminare con la Confindustria che riconosce un anticipo monetario e blocca la scala mobile in discesa. Al II Congresso della CGIL a Genova nell'ottobre 1949 Di Vittorio lancia il Piano del lavoro: nazionalizzazioni, enti per l'edilizia e le trasformazioni fondiarie, partecipazione dei lavoratori alla gestione delle grandi imprese, opere pubbliche. Per Accornero il Piano serviva a dare un alveo ai movimenti di massa. Per Lama voleva dare lavoro ai disoccupati ma fallì perché non coinvolgeva gli operai del nord e perché il rapporto di forza era inadeguato di fronte allo sviluppo capitalistico.


Nella sua relazione sull'organizzazione propone di trasformare gli iscritti in militanti, estendere l'organizzazione capillare, costituire Camere del Lavoro affidate a lavoratori dirigenti e non a funzionari, sviluppare la vita democratica e una buona politica di quadri. È contrario ai sindacati di azienda, i quali rischierebbero derive corporativistiche, e propone invece comitati di attivisti. Anni dopo lo stesso Lama giudicherà questa posizione errata. La sottovalutazione delle strutture di fabbrica e la limitazione a compiti puramente organizzativi causarono il ritardo della CGIL nella presenza nei luoghi di lavoro. Le piattaforme nazionali divennero inadeguate e la CGIL fu tagliata fuori dalla contrattazione aziendale sui premi di produzione mentre la CISL vi si lanciava.


Nei giorni successivi al Congresso l'eccidio di Melissa segna la repressione delle lotte per la terra. Lama conclude un ottimo accordo per le pensioni dei lavoratori elettrici ma Di Vittorio lo richiama: un'avanguardia che va troppo avanti si isola e non giova alla lotta comune. Il 1950 si apre con l'eccidio di Modena (6 morti, 51 feriti). Il nuovo governo De Gasperi con Scelba agli Interni viene giudicato negativamente da Lama. La trattativa sulla rivalutazione è in stallo. Propone di assorbire la contingenza nel salario, abolendo la scala mobile e riducendo i premi di incentivo che definisce una forma di supersfruttamento. Di Vittorio pare d'accordo ma la decisione finale non viene presa. Il governo vara provvedimenti che limitano l'azione sindacale: divieto di comizi per tre mesi, divieto di vendita porta a porta della stampa. Seguono repressioni e uccisioni (Lentella, Parma, San Severo). Grazie all'unità d'azione con CISL e UIL si raggiunge un'intesa sul principio della giusta causa per i licenziamenti. Lama la definisce una breccia nella fortezza dei poteri padronali e sottolinea il ruolo fondamentale dell'unità d'azione, anche alla base, dove sono scomparse barriere che sembravano incrollabili.


All'inizio del 1951 Lama, che è nell'Ufficio Contratti e Vertenze, si occupa della revisione della scala mobile. Sottolinea l'esigenza di estenderla anche all'agricoltura. L'accordo del 21 marzo, con quattro punti di contingenza, viene considerato una delle più grandi conquiste sindacali. Poi dirige la vertenza degli statali che con uno sciopero nazionale unitario senza precedenti costringe il governo a trattare. Il suo metodo è vincente: coinvolgimento massiccio dei lavoratori, andare oltre la categoria, attenzione alle ricadute parlamentari, unità d'azione. Il governo viene battuto in Parlamento e gli statali ottengono aumenti significativi. Nel 1952 la CGIL chiede aumenti salariali del 15%. Lama deve spiegare a due Commissioni Interne che un aumento uguale per tutti danneggerebbe i più qualificati e quindi l'intera classe. Il 14 giugno viene siglato un accordo su assegni familiari e indennità di licenziamento. Sugli assegni familiari è passata la linea della CGIL che voleva aumenti anche per mogli e genitori a carico e la parificazione tra operai e impiegati. Alla vigilia del III Congresso CGIL Lama scrive due articoli in cui insiste sulla necessità di critica e autocritica interna. Afferma che l'unanimità è auspicabile solo se non è frutto di passività e inerzia e che i lavoratori devono potersi esprimere liberamente sull'operato dei dirigenti. Un'organizzazione che vuole correggere i propri errori deve avere il coraggio di un esame completo e scrupoloso.


Tra il 1952 e il 1957 Luciano Lama assume la guida della FILC, la federazione dei chimici. Il settore chimico è dominato da monopoli come la Montecatini (definita la piovra), la SNIA Viscosa e la Farmitalia, caratterizzati da bassi salari e cattive condizioni ambientali. Il IV Congresso della FILC pone tra gli obiettivi la nazionalizzazione della Montecatini e rivendica il diritto di controllo su ogni iniziativa che aumenti la produttività. Si decide il rafforzamento dell'organizzazione di fabbrica attraverso i Comitati Sindacali ma soprattutto si insiste sul metodo di direzione collegiale e sullo sviluppo della democrazia sindacale.


Per il rinnovo del contratto Lama promuove una consultazione dei lavoratori. Chiederà loro l'approvazione o meno di ogni proposta e, in caso di disapprovazione, di scrivere sulla stessa scheda la controproposta. La consultazione coinvolgerà iscritti e non iscritti. Rispondono circa 150.000 lavoratori. Lama dichiara che l'adesione di massa dimostra la volontà di partecipare alla vita sindacale e che attorno a questi problemi è più facile ricomporre l'unità. Anni dopo definirà la consultazione un tentativo embrionale di stabilire un raccordo, riconoscendone il successo anche se la piattaforma risultò sfasata rispetto ai rapporti di forza.


L'altro asse portante della strategia di Lama è l'unità operativa con le altre organizzazioni. Avvia un dialogo con la Uilchimici e, in una circolare, critica duramente i sindacati provinciali. La loro iniziativa sull'unità d'azione, dice, è povera. Si seguono schemi fissi più per polemizzare che per realizzare l'unità. Bisogna muoversi al vertice e alla base, con un'opera chiara, appassionata, non settaria. Le tre sigle sindacali proclamano un primo sciopero nazionale di categoria, con una partecipazione operaia che raggiunge punte del 95-100%. Poco dopo CGIL, CISL e UIL accettano lo sciopero generale dei lavoratori dell'industria che sancisce un'unità d'azione completa.


La trattativa con gli imprenditori chimici è difficile. Quando questi rifiutano di trattare la FILC propone l'unificazione delle piattaforme ma la Federchimici ripiega su una piattaforma più modesta. Si raggiunge comunque un accordo di massima con aumenti salariali, indennità di nocività e periodi di malattia più lunghi. Lama parla di importante successo ma il raffronto con la piattaforma iniziale mostra i limiti dell'accordo, volto probabilmente a evitare un accordo separato.


Il convegno di organizzazione della CGIL del dicembre 1954 segna una svolta perché pone l'esigenza di un più diretto collegamento con le masse attraverso l'azione aziendale che arricchisce gli obiettivi e favorisce la mobilitazione. Si decide la costituzione delle Sezioni Sindacali di Fabbrica. Secondo Cella e Pepe la relazione di Novella lega l'azione articolata al problema della democrazia sindacale, spunti già emersi nell'elaborazione di Lama, che, secondo Foa, nella sua categoria anticipava la svolta.


L'aprile 1955 segna un momento traumatico perché avviene la sconfitta della FIOM nelle elezioni per le Commissioni Interne alla Fiat, la più grave incrinatura fra sindacato e classe di tutto il dopoguerra. Di Vittorio denuncia i 1200 sorveglianti della Fiat e il ricatto sui lavoratori anche se riconosce le responsabilità del sindacato. Il Direttivo del 6 aprile, grazie all'impostazione autocritica di Di Vittorio, è una vera e propria svolta. Si accetta l'andata alla fabbrica per recuperare un contatto più diretto con i lavoratori e promuovere una politica rivendicativa più centrata sul livello aziendale. Lama è tra i più decisi innovatori. Ricorderà che quella sconfitta fu un campanone che li svegliò da un torpore. Di Vittorio indusse a rivedere le scelte precedenti, consentendo alle sezioni sindacali di fabbrica di contrattare con il padrone. Fu una metamorfosi radicale che portò un vento nuovo nell'organizzazione, spostando il baricentro dei poteri.


Nel 1956, al V Congresso della FILC, Lama sottolinea il contrasto tra aumento della produzione e calo dell'occupazione nell'industria chimica. Precisa che il protagonismo dell'azione di fabbrica è cosa diversa dall'aziendalismo della CISL. Non si può accettare un rapporto diretto tra dinamica dei profitti e dinamica dei salari perché in caso di crisi si dovrebbe rinunciare agli aumenti o subire diminuzioni. Alla Conferenza nazionale sui fertilizzanti Lama propone un vasto fronte antimonopolistico che coinvolga operai, tecnici, contadini e consumatori perché la controparte abbia un peso almeno pari a quello dei padroni nella fissazione dei prezzi. Riconoscerà che furono primi conati con scarsa incidenza immediata ma si ottenne almeno una commissione d'inchiesta sui prezzi.


Nell'ottobre 1956, in un articolo sull’Unità, Lama anticipa le decisioni dell'VIII Congresso del PCI. Afferma che i comunisti devono agire di conseguenza sull'autonomia e indipendenza del sindacato dai partiti: la politica dei quadri deve essere opera del sindacato, l'orientamento deve essere elaborato unitariamente dagli organi direttivi e non precostituito in riunioni di corrente. Aggiunge che è persino discutibile l'opportunità che continuino ad esistere correnti organizzate nel sindacato. Chiude l'anno con un articolo sulla formazione dei quadri. Ritiene che la formazione di nuovi dirigenti provenienti dalla classe operaia è stata stentata e insoddisfacente. I quadri di fabbrica operano per lo più come esecutori ma questo rapporto può e deve essere rovesciato. La lacuna fondamentale è lo scarso legame con la fabbrica e l'insufficiente peso dei lavoratori in essa. Questa gap si colma solo intensificando l'attivismo volontario e ponendo in maggiore responsabilità i lavoratori che restano alla produzione. Con queste riflessioni Lama anticipa sia le esigenze di protagonismo operaio che emergeranno anni dopo, sia il rischio di una visione tecnicistica e professionistica del sindacato. Poco dopo lascia la segreteria della FILC per entrare nella Segreteria confederale della CGIL.


Luciano Lama diventa segretario della FIOM nel novembre 1957, subito dopo la morte di Giuseppe Di Vittorio, un evento che la CGIL vive come un trauma emotivo, organizzativo e politico. In quel periodo, dopo anni di lotte puramente difensive, è iniziata una fase di decisa ripresa sindacale. I metallurgici sono già la categoria più combattiva, con 8 milioni di ore di sciopero nel solo 1957, e le vertenze hanno ormai un carattere prevalentemente offensivo. Il distacco delle aziende a partecipazione statale dalla Confindustria e la nascita dell'Intersind offrono inoltre alla CGIL l'opportunità di sperimentare trattative differenziate, con l'obiettivo dichiarato da Lama di ristabilire un rapporto di lavoro democratico e la piena cittadinanza del sindacato dentro la fabbrica. Già nel marzo 1958 viene firmato un accordo per la riduzione dell'orario a parità di salario nel settore siderurgico che Lama considera un modello per il prossimo rinnovo del contratto dell'intera categoria metalmeccanica. Nello stesso anno, alla Fiat di Mirafiori, nonostante un opuscolo intimidatorio della dirigenza che equiparava la candidatura nelle liste FIOM al licenziamento, il sindacato riconquista la maggioranza relativa mentre le elezioni politiche vedono una crescita della sinistra e lo stesso Lama viene eletto deputato per Bologna. La FIOM disdice il contratto e avvia una consultazione dei lavoratori su una piattaforma che chiede aumenti salariali del 15%, parità salariale e riduzione dell'orario, concependo la consultazione stessa come uno strumento di democrazia e unità. I risultati sono incoraggianti. La FIOM ottiene il 51,5% dei voti nelle elezioni delle Commissioni Interne di 266 aziende. In un contesto economico che tende verso il basso, Lama afferma che le lotte salariali diventano ancora più necessarie per allargare il mercato interno e riavviare l'economia mentre, di fronte alle ondate di licenziamenti, come i 1500 annunciati dalla Lancia, parla di un uso capitalistico dell'ammodernamento produttivo e rivendica il blocco dei licenziamenti ottenuto nelle aziende dell'IRI.


Nel 1959 la tensione esplode. Il 16 aprile si tiene il primo sciopero nazionale unitario dei metalmeccanici, un evento epocale perché, come scrive un dirigente FIOM, erano anni che non si aveva più una dimostrazione con tanta capacità combattiva. La trattativa, però, non si sblocca e un secondo sciopero unitario raggiunge adesioni tra il 95% e il 100%. Lama spiega in un'intervista il nuovo metodo. Si è voluto sfuggire alla stretta della tradizione che vedeva trattative prolungarsi all'infinito, riprendendo il dialogo solo a fronte di proposte concrete. Di fronte all'intransigenza della Confindustria vengono indetti scioperi regionali, uno sciopero nazionale dei siderurgici e la sospensione degli straordinari. La polizia interviene più volte con violenza e in una di queste occasioni Lama viene colpito a sangue a Milano. A luglio, dopo quattro giorni di sciopero, avverte che la vertenza non andrà in ferie. A settembre, dopo altri cinque giorni di sciopero nazionale, la polizia carica pesantemente a Milano e Trieste, con feriti e arresti, ma la mobilitazione continua con percentuali altissime. Lama definisce la vertenza una delle più importanti lotte sindacali mai effettuate dalla classe operaia italiana perché in gioco c’era anche il potere sindacale della classe operaia e la sua capacità di pesare nella vita nazionale. L'accordo finale, raggiunto nell'ottobre del 1959, prevede aumenti solo del 5,5% e un giorno in più di ferie. La FIOM lo giudica modesto ma lo considera una tappa importante verso la fine della guerra fredda sindacale. Tuttavia le lotte lasciano un diffuso malumore perché i salari reali in settori chiave come quello siderurgico e automobilistico scendono sotto i livelli del 1953 mentre la produttività industriale aumenta dell'84%.


Nel marzo del 1960 il XIII Congresso della FIOM si apre con dati positivi: 190.000 iscritti e il 53,7% dei voti per le Commissioni Interne. Nella sua relazione Lama osserva che, a fronte di notevoli aumenti di produttività, le retribuzioni hanno avuto solo modesti spostamenti se non una diminuzione relativa. Propone quindi di superare la tradizionale contrattazione sui cottimi, ormai resa obsoleta dalla velocità prestabilita delle linee e delle macchine complesse, sostituendola con premi di produzione legati al rendimento aziendale e chiede la contrattazione di tutti gli aspetti del rapporto di lavoro per aumentare il potere contrattuale dei lavoratori. Il V Congresso della CGIL, che si tiene subito dopo, secondo Lama restituì all'istanza sindacale di fabbrica il suo valore e fu il momento di partenza per una revisione profonda dell'impostazione sindacale, anche se con il limite di andare a strappare solo quello che le condizioni concrete consentono. La spinta dal basso è fortissima. I metallurgici sono la categoria più mobilitata, con sessanta aziende in agitazione, e Lama concorda che le nuove scelte rivendicative sono destinate a non essere attuate se rimangono racchiuse nella fabbrica e non acquistano un respiro di settore. L'estate del 1960 è segnata dai fatti del governo Tambroni e dalla strage di Reggio Emilia, dove la polizia uccide 5 operai. Lama legge quegli eventi come la chiusura della fase della difficile legittimazione della CGIL che da allora diventa un elemento ineliminabile e largamente condizionante della storia repubblicana. Evidenzia anche l'impetuoso affacciarsi dei giovani alla lotta sindacale, osservando che per i giovani operai il fascismo si identifica con il regime di fabbrica.


Nell'autunno del 1960 la lotta di settore degli elettromeccanici diventa il banco di prova decisivo. In un settore in fase di sviluppo impressionante nell'Italia del boom i salari sono aumentati solo del 3,8%. La vertenza culmina nella clamorosa iniziativa del Natale in piazza del Duomo a Milano, con 100.000 persone e il cardinale di Milano, futuro Paolo VI, che esce dalla chiesa per parlare ai lavoratori. Lama ricorderà che dopo quella manifestazione cambiò il clima e che fu subito chiaro che si era usciti dalla fase delle difficoltà. La vittoria finale viene definita da Lama la lotta più avanzata e moderna del dopoguerra e la prima grande esperienza della politica di settore perché la sua richiesta di fondo era il riconoscimento del ruolo del sindacato in fabbrica e quindi del potere contrattuale dei lavoratori. Molti anni dopo Lama la definirà l'inizio della grande ripresa sindacale in termini di forza e di capacità di affermare un maggiore potere a livello di fabbrica perché la nuova organizzazione del lavoro che il padronato aveva usato per dividere i lavoratori fu riportata sotto controllo e diventò un'arma di lotta. Da quella vertenza nacquero spinte spontanee all'unità sindacale, basate sulla verifica che migliaia di lavoratori compiono della possibilità di battere il padrone attraverso la loro azione unita.


Quando Lama lascia la FIOM nel febbraio del 1962 per entrare nella Segreteria confederale della CGIL il bilancio è largamente positivo. Nel biennio 1960-61 sono stati conclusi oltre 1700 accordi aziendali, la FIOM è il sindacato di categoria che ha concluso il maggior numero di accordi, gli iscritti sono aumentati del 7% e i voti per le Commissioni Interne sono cresciuti di oltre 10.000 unità. Il rientro in Segreteria avviene in un momento di ripresa del conflitto sociale che renderà il 1962 un anno record per le ore di sciopero e coincide con la costituzione del primo governo Fanfani di centrosinistra. Per Lama il sindacato deve salvaguardare la propria assoluta autonomia perché un assorbimento anche parziale della sua libertà d'azione nella politica del governo finirebbe per ridurlo a uno strumento di sostegno privo di potere effettivo. Nei primi mesi del 1962 conduce la trattativa che chiude l'accordo sulla parità di retribuzione per le impiegate dell'industria e partecipa agli incontri triangolari tra governo, sindacati e associazioni imprenditoriali, affermando che possono essere valorizzati dal sindacato solo se ogni organizzazione non rinuncerà a essere se stessa. Tuttavia al Comitato Esecutivo denuncia la stagnazione dell'azione articolata, abbandonata alla spontaneità e divenuta sporadica e frammentaria, e richiama la CGIL a un ruolo dirigente. Le lotte ripartono con slancio alla Fiat, dove si registra un successo senza precedenti con un ruolo trainante dei giovani immigrati, e a luglio i sindacati metalmeccanici firmano con l'Intersind un accordo che riconosce la legittimità della contrattazione articolata. Il 7 luglio 1962 a Torino, in piazza Statuto, la polizia carica i lavoratori della Fiat che protestano contro un accordo separato firmato da UIL e SIDA. Lama coglie i rischi della nuova situazione. Il centrosinistra rischia di produrre un distacco tra le masse deluse e i sindacati, occorre superare i condizionamenti per non spezzare l'unità ai vertici e unirli sotto la pressione delle masse. La sua ricetta è ancora una volta il rapporto più democratico con le masse. Nell'ottobre del 1962 viene firmato un nuovo accordo con l'Intersind che riconosce la legittimità della contrattazione aziendale su vari aspetti, una breccia nel muro dell'intransigenza padronale. Il 9 febbraio 1963 si tiene uno sciopero generale unitario dei lavoratori dell'industria con percentuali altissime di adesione, seguito da un accordo che riconosce la contrattazione articolata ma la conquista più importante per la CGIL è l'unità d'azione stessa.


Le elezioni dell'aprile 1963 vedono un buon successo del PCI e Lama scrive che gli obiettivi della CGIL possono essere conseguiti solo nel quadro di una programmazione democratica. Aggiunge, però, che non basta un programma dato che la leva essenziale rimane la lotta. Nel dicembre del 1963 si insedia il governo Moro-Nenni di centrosinistra organico e nelle stesse settimane la destra economica guidata, dal ministro del Tesoro Colombo e dal governatore della Banca d'Italia Carli, avvia una controffensiva chiedendo il controllo della dinamica retributiva. La Segreteria della CGIL denuncia i tentativi eversivi del padronato e la proposta di stretta creditizia, chiedendo invece il controllo sui prezzi. Nel 1964 la vertenza dei pubblici dipendenti implica un confronto diretto col governo e Lama sottolinea che essa mira al riassetto delle retribuzioni e alla democratizzazione delle strutture della Pubblica Amministrazione. Di fronte all'intransigenza governativa lo sciopero degli statali della sola CGIL riesce tra ferrovieri e autoferrotranvieri e Lama scrive che ciò conferma che in certi casi al ritiro dalla lotta delle altre organizzazioni bisogna rispondere con l'assunzione di responsabilità da parte nostra, collegandosi direttamente con le masse. La congiuntura economica diventa negativa, con licenziamenti e riduzioni di orari e salari sempre più diffusi, e nell'Esecutivo Lama parla di una situazione seria che tende ad aggravarsi, proponendo di nuovo come elemento risolutore le grandi masse degli iscritti. Alla fine di giugno del 1964 la CGIL denuncia la rivolta del capitale in atto e, dopo la grave crisi di luglio che si chiude con la "ritirata" dei socialisti, il nuovo governo Moro ha ormai perso la sua spinta riformatrice. Alla ripresa autunnale Lama rileva sintomi nuovi nel rapporto con gli altri sindacati perché la base spinge e le proposte della CGIL hanno esercitato un'attrazione sull'insieme dei lavoratori. Nel 1965, al VI Congresso della CGIL, Lama sviluppa il tema dell'autonomia. Essa comincia in fabbrica ma non finisce dietro i cancelli perché il dominio capitalistico si estende a tutte le manifestazioni della vita organizzata. Il sindacato è veramente autonomo se alza gli occhi ed è capace di far alzare gli occhi dei lavoratori al di sopra del banco di lavoro per guardare all'ambiente sociale che li circonda e per indurli a trasformarlo, senza dimenticare che anche al di fuori della fabbrica esiste una struttura sociale che lo sfrutta e che va cambiata.


Nel corso del 1966 il processo di unità sindacale accelera. I sindacati metalmeccanici veneziani decidono di costituire comitati intersindacali per la conduzione unitaria della lotta e la stessa CISL non esclude un processo di unificazione organica. Al Consiglio generale della CGIL Lama vede la situazione caratterizzata dallo sviluppo crescente dell'unità d'azione e dall'apertura del dibattito sull'unità sindacale e nelle conclusioni ribadisce che questo processo è figlio legittimo del lavoro fatto in quegli anni. Occorre dare peso a tutto ciò che, pur essendo ancora unità d'azione, tende a diventare qualcosa di diverso, come comitati di unità d'azione permanenti e comitati di consultazione, per costruire l'unità anche dal basso. In un articolo del maggio 1966 scrive che l'unità organica cambierebbe radicalmente l'intera situazione politico-sociale del paese. Negli incontri tra i sindacati, di fronte alla discussione sulle premesse di valore, Lama lancia un appello: bisogna tentare la strada dell'unità sindacale e sentirsi costruttori del nuovo. Nel 1967, tuttavia, emergono i primi segnali di un rapporto più conflittuale tra lavoratori e sindacato. Le ore di sciopero balzano in avanti ma gli iscritti alla CGIL calano. Al Direttivo Lama rileva segni di stanchezza e alcune critiche per la durata delle lotte e propone di utilizzare gli strumenti nuovi che sono stati conquistati (comitati tecnici, antinfortunistici, negoziazione su cottimi e qualifiche) per dare radici più profonde all'unità sindacale. All'inizio del 1968, sulla riforma delle pensioni, la CGIL arriva a rifiutare un accordo dopo una vibrante protesta delle Commissioni Interne che chiedono la consultazione della base. Lama spiega al Direttivo che la proposta è stata comprensibilmente rifiutata perché implica un sacrificio per i pensionati attuali ma sottolinea che ormai non c'è più soltanto l'interesse prevalente dei pensionati perché l'intera classe operaia ne è profondamente investita. Nel dibattito emergono posizioni contrapposte e Lama rifiuta la contrapposizione assoluta tra democrazia dell'assemblea e democrazia dei delegati, affermando che l'una e l'altra, considerate in contrapposizione, sono manchevoli e pericolose. Lo sciopero generale della sola CGIL per le pensioni ottiene vaste adesioni anche di lavoratori iscritti a CISL e UIL ed è per Lama il giro di boa che segna l'inizio di una nuova partecipazione operaia. Nella conferenza stampa annuale annuncia che il 1968 sarà l'anno dell'azione rivendicativa a livello aziendale.


Mentre il movimento studentesco è in pieno sviluppo, nelle fabbriche nascono i primi Comitati Unitari di Base e la contestazione al sindacato si fa più aspra. Al Direttivo del luglio 1968 Lama analizza il fenomeno con realismo. La forte spinta e le insofferenze non sono negative, anzi spesso tendono a mettere in luce insufficienze del movimento sindacale. La contestazione del sindacato è spesso un effetto delle sue lacune e dei suoi burocratismi. Sarebbe errato prendere per sfiducia nel sindacato ciò che è invece sfiducia contro la routine, gli ingorghi, il vecchiume. Le istanze positive che si esprimono in forme nuove vanno canalizzate in quanto lievito della vita del movimento sindacale. Anni dopo Lama rivendicherà questa impostazione, spiegando che il burocratismo e la sclerosi delle strutture sindacali erano mali veri e che la contestazione diede a tutti coscienza che si può uscire allo scoperto e andare avanti con una vita democratica interna che prima non c'era. Nel corso del 1969 la tensione sociale monta in modo inarrestabile. A gennaio la lotta per l'abolizione delle gabbie salariali e per la riforma delle pensioni si intreccia. Su quest'ultima il governo fa passi avanti e Lama al Direttivo parla di una riforma largamente corrispondente alle richieste, enfatizzando il valore decisivo dello sciopero generale del 5 febbraio. La riforma verrà definita da Lama la conquista allora più avanzata dell'Europa occidentale. Sull'abolizione delle gabbie salariali, dopo una durissima resistenza della Confindustria che tenta la tattica delle concessioni unilaterali per disarticolare il fronte, la vittoria arriva il 20 marzo. La lotta non era facile, ricorda Lama, perchè per la prima volta si chiamavano i lavoratori ad azioni coordinate nazionalmente per obiettivi differenziati. Se il fronte fosse crollato, si sarebbe avuta una divisione drammatica tra nord e sud: i lavoratori hanno dimostrato assai più dei padroni il loro spirito di solidarietà.


Al VII Congresso della CGIL nell'aprile 1969, lo scontro è sul tema dell'autonomia e dell'incompatibilità tra cariche sindacali e politiche. Lama è ancora una volta tra gli innovatori, spingendo per l'incompatibilità e per l'unità organica. Ricorderà che Novella era il principale sostenitore della linea del rifiuto dell'incompatibilità rispetto alle cariche politiche ma altri erano dell'opinione che l'unità sindacale valesse di più. Quel meccanismo di incompatibilità conteneva delle esagerazioni tuttavia era il prezzo da pagare per l’unità. Il congresso decide l'incompatibilità e Novella, Lama e Degli Esposti abbandonano la carica di deputato. A luglio, al Direttivo che deve impostare la battaglia d'autunno, Lama delinea la strategia per l'ormai imminente Autunno caldo. Rileva che l'efficacia con la quale i lavoratori hanno partecipato creando difficoltà alle strutture tradizionali è il segno premonitore delle prossime lotte. Tra le conquiste da cui partire pone la conquista dei delegati di reparto come strumento di democrazia diretta. Precisa però che non si concepiscono lotte fondate su occupazioni di fabbrica che trasformano i lavoratori in assediati con il pericolo di un isolamento rapido dall'opinione pubblica e che non si lotterà né per il puro salario né per un rovesciamento delle strutture sociali, bensì per accrescere il potere di contrattazione e di controllo dei lavoratori. L'obiettivo generale è mutare il rapporto di forza tra lavoratori e padroni nella società. Conclude con un avvertimento: si vive in un momento delicato nel quale la volontà della mano forte è certamente presente nel grande padronato e può trovare in strati sociali e forze politiche di destra strumenti disponibili addirittura impazienti di agire.


Il 19 novembre 1969 i sindacati tengono lo sciopero generale per la casa e le riforme, uno sciopero immenso di oltre 20 milioni di lavoratori, definito un momento di saldatura dello scontro nella fabbrica con lo scontro nella società. A Milano, durante una carica della polizia, muore l'agente Annarumma e le squadracce fasciste danno la "caccia al comunista". Dopo la strage di piazza Fontana del 12 dicembre, con 17 morti e 88 feriti, Lama al Direttivo denuncia il tentativo di imprimere una svolta a destra e una rivincita contro il grande e vittorioso sviluppo delle lotte sindacali e rivendica che la reazione del movimento è stata calma, unita e forte. Traccia il bilancio dell'Autunno caldo. Il risultato più significativo è l'abbandono della pretesa padronale di limitare il diritto alla contrattazione aziendale. I lavoratori hanno costretto i padroni a trattare con gli scioperi in corso, hanno effettuato scioperi articolati con una gestione di fabbrica mai sperimentata, hanno enormemente dilatato la partecipazione operaia alle decisioni e hanno esercitato un coordinamento complessivo. Due giorni dopo il contratto dei metalmeccanici viene firmato con le conquiste delle 40 ore, degli aumenti salariali generalizzati e del diritto di assemblea. Lama conclude dicendo che il sindacato esce dalle lotte d'autunno certamente più forte, più unito e più prestigioso e che la sua crescita nella società italiana è un dato nuovo e non transitorio nella vita del paese. In una riflessione successiva rivendicherà che la CGIL, in quella fase, seppe cogliere una delle occasioni più felici per realizzare una svolta storica nel rapporto tra sindacato e lavoratori, assumendo delegati e consigli di fabbrica come base del sindacato dotata di potere contrattuale e promuovendo la trasformazione di organi dal forte carattere politico in strutture sindacali.


Alla guida della Cgil


Il saggio di Lorenzo Bertucelli Luciano Lama. Sindacato, società e crisi economica propone l’idea che Lama abbia incarnato, forse come solo Di Vittorio aveva fatto prima di lui, il nucleo culturale e strategico più autentico del sindacalismo confederale italiano: quello che nasce dal territorio, che media tra interessi diversi prima ancora di contrapporli, che pensa la classe come comunità del lavoro e non come aristocrazia operaia e che considera l’unità sindacale un valore costitutivo.


Per comprendere questa tesi Bertucelli risale alle origini emiliano-romagnole di Lama e della sua generazione. Quello in cui Lama si forma è il sindacato delle campagne, dove braccianti e mezzadri hanno interessi spesso divergenti ma devono imparare a stare insieme perché altrimenti non contano nulla. In quel mondo rurale il sindacato è costretto a rappresentare l’intera comunità lavorativa di un territorio, a mediare, a cercare sintesi, a pensare in termini di alleanze sociali prima ancora che di lotta di classe. Questa origine è una chiave interpretativa fondamentale. Quando Lama arriva alla segreteria della CGIL nel 1970 porta con sé un’idea di sindacato che è radicalmente diversa da quella che si sarebbe potuta formare nelle fabbriche di Torino o Milano. Il sindacato è il rappresentante di un intero mondo del lavoro che include disoccupati, precari, meridionali, impiegati, braccianti, pensionati e questa rappresentanza allargata è una necessità strategica dato che, senza di essa, il sindacato può essere anche molto forte ma diventa uno strumento di conservazione perché difende solo chi è già protetto.


Da qui discende tutto il resto della strategia di Lama negli anni ‘70. L’Autunno caldo del 1969 gli consegna una forza contrattuale senza precedenti che non vuole spendere solo in aumenti salariali o in diritti dentro la fabbrica. Vuole usarla per cambiare le regole del gioco a livello sociale, per strappare riforme strutturali che rendano irreversibili gli avanzamenti ottenuti. Per questo si batte per il servizio sanitario nazionale, per la riforma fiscale, per la programmazione economica, per lo sviluppo del Mezzogiorno. Sa che queste battaglie si vincono costruendo consenso nell’opinione pubblica e alleanze con ceti sociali che non sono la classe operaia come i ceti medi, gli intellettuali, persino con settori avanzati del capitalismo che possono avere interesse a rompere le vecchie strutture. Quello che propone Lama è uno spostamento degli equilibri di potere sufficientemente profondo da rendere il paese più giusto, più moderno e sufficientemente realistico da essere negoziabile.


Questa strategia si scontra con due ordini di difficoltà. Il primo è esterno: la reazione del sistema che Lama prevede con lucidità già nell’estate del 1969. Il grande padronato, dice, non accetterà passivamente la sconfitta ma cercherà una “vendetta di classe”, una controffensiva conservatrice che può anche assumere forme autoritarie. Le violenze di estrema destra di quegli anni sono espressione di una precisa volontà di ribaltare i rapporti di forza. Il secondo ordine di difficoltà è interno al movimento operaio. Le categorie più forti, i metalmeccanici delle grandi fabbriche, tendono a fare da sé, a privilegiare i propri interessi settoriali, a disinteressarsi delle sorti dei braccianti o dei disoccupati meridionali. Lama combatte questa deriva con tutti i mezzi perché sa che senza unità del mondo del lavoro non c’è strategia politica che tenga. Se il sindacato si frammenta in corporazioni, diventa facile preda del sistema.


È qui che si colloca la sua battaglia per l’unità sindacale organica con CISL e UIL che lo porta a scontrarsi con il suo stesso partito e con il suo predecessore Agostino Novella. Lama è disposto a sacrificare l’incompatibilità tra cariche sindacali e di partito pur di ottenere un soggetto unitario in grado di parlare a nome di tutti i lavoratori. Il patto federativo del 1972 è per lui un compromesso insoddisfacente, un passo indietro rispetto all’unità organica già raggiunta nelle fabbriche, ma lo accetta come un sacrificio necessario per fermare le tendenze disgregatrici e ripartire. Allo stesso modo difende il primato confederale contro l’autonomismo delle categorie. Solo le strutture orizzontali, i consigli di zona, le confederazioni, possono rappresentare la generalità dei lavoratori, compresi quelli che non hanno una forte rappresentanza di categoria.


Il momento più alto di questa strategia è il congresso di Bari del luglio 1973 che Lama ricorderà come uno dei più felici della sua vita. Qui la CGIL lancia la proposta globale, cioè integrare lotte salariali e lotte per l’occupazione, Nord e Sud, occupati e disoccupati, fabbrica e società. È il tentativo di fare del sindacato un soggetto politico a pieno titolo, capace di supplire alle carenze di un sistema politico lontano e sordo. Proprio quando il disegno sembra compiuto, la crisi economica internazionale cambia tutto. La crescita si arresta, la disoccupazione aumenta, le riforme restano sulla carta. Il sindacato si trova a dover gestire la contrazione e le tensioni tra confederazione e categorie diventano laceranti. Per la prima volta dopo il 1969 si profila una crisi di rappresentanza.


In questo contesto Lama compie una scelta che Bertucelli giudica coerente ma forse non più efficace: punta tutto sul cambiamento degli equilibri politici, appoggia il compromesso storico del PCI, spera che un governo con i comunisti diventi finalmente l’interlocutore che al sindacato è sempre mancato. Dopo questa stagione gli anni ‘80 lo vedono progressivamente emarginato. La sua autorevolezza, costruita sulla forza e sulla chiarezza, si indebolisce. Forse non coglie l’urgenza di un cambio di rotta o forse non è più in grado di imporlo. Quando esce di scena nel 1986 lascia una CGIL che ha perso la spinta propulsiva degli anni ‘70 ma lascia anche un’eredità culturale profonda, l’idea che il sindacato non possa ridursi a tutela corporativa, che la classe è una comunità di destino e che l’unità è una condizione di sopravvivenza. 


Già nell’ottobre del 1970 il segretario Luciano Lama aveva osservato che l’aumento del costo della vita stava cambiando gli orientamenti e le valutazioni dei lavoratori, relativizzando il valore degli obiettivi salariali appena conquistati. Diventava quindi urgente difendere il potere d’acquisto, specie per le fasce più deboli. Di fronte a questa situazione la CGIL non propose un immediato aumento generale dei salari ma scelse di venire incontro a chi stava peggio e di battersi con più convinzione per una politica di investimenti pubblici e privati, capace di generare uno sviluppo diffuso ed equilibrato, specialmente nel Mezzogiorno. Nella primavera del 1973 Lama cercò di imprimere una sterzata alla sua organizzazione, rilanciando la sfida della politica delle riforme come una nuova offensiva dopo i successi contrattuali dell’Autunno caldo, ponendo al centro la difesa e la conquista di nuova occupazione e uno sviluppo produttivo garantito da una programmazione economica democratica. L’impennata del prezzo del petrolio e i segnali di rallentamento economico resero tutto più urgente, assottigliando lo spazio tra rappresentanza sociale e mediazione istituzionale che la CGIL, insieme a CISL e UIL, stava tentando di praticare. La mancanza di una controparte pubblica in grado di offrire garanzie rendeva poco credibile la strategia globale, facendo sorgere problemi di rapporto tra vertici sindacali e movimento di base. Lama percepì questi rischi e si mosse in due direzioni. In primis la salvaguardia dei redditi attraverso un meccanismo di protezione automatica dall’inflazione (il futuro punto unico di contingenza) e secondariamente l’apertura di una riflessione sui limiti della politica delle riforme, privilegiando occupazione e sviluppo e favorendo l’ingresso del Partito Comunista al governo per avere finalmente un governo amico. Lama riconobbe che la crisi era grave e sarebbe stata lunga, l’inflazione e la recessione rendevano più ardua la lotta per le riforme. Con coraggio affrontò il problema dell’eccesso di manodopera nei settori da riconvertire, sostenendo la necessità di una mobilità contrattata e di forme di flessibilità, una svolta radicale rispetto alla rigidità del fattore lavoro su cui si era fondato il potere sindacale dell’Autunno caldo. Alla rigidità nelle fabbriche si sostituiva così la pressione sul mondo politico e istituzionale, con la convinzione che la politica avesse tutti gli strumenti per governare la trasformazione, un errore di valutazione che il sindacato avrebbe pagato caro.


Le rivendicazioni salariali furono subordinate agli obiettivi strategici di occupazione e sviluppo perché non si usciva dalla crisi con qualche aumento in busta paga ma incidendo sui meccanismi di sviluppo del Paese. Questa linea, in anni di alta inflazione, era tanto ardua da suscitare dissensi. Un sindacalista della CISL arrivò a dire che parlare di salario nel movimento sindacale italiano era diventato come parlare di sesso nell’epoca vittoriana. Lama ribadiva che l’elemento determinante era il potere del sindacato di intervenire nei processi di ristrutturazione produttiva, con la difesa dell’occupazione futura che diventava il tema centrale per saldare il fronte con i disoccupati. In questa prospettiva l’accordo del 1975 sul punto unico di contingenza fu un passaggio cruciale, volto a garantire una copertura salariale automatica che permettesse al sindacato di uscire dalla contrapposizione tra lotte salariali e lotte per l’occupazione. Gli effetti distorsivi di quell’accordo, in un contesto di alta inflazione, provocarono in seguito ripensamenti. Lama stesso riconobbe onestamente che la somma dell’egualitarismo salariale ereditato dall’Autunno caldo e del valore del punto di scala mobile uguale per tutti aveva finito per determinare un tale appiattimento dei salari da renderne impossibile il recupero. In quegli anni la popolarità di Lama era al suo apice: veniva descritto come una personalità che emanava vigore e freschezza ma nelle file del sindacato emergeva anche l’immagine di un “grande frenatore” delle lotte operaie, un’immagine che in parte riconosceva, dichiarando di aver cominciato a dare più importanza ai mutamenti nei poteri e nei diritti che alle rivendicazioni salariali.


Il potere del sindacato, fondato sul controllo della rigidità della manodopera, era stato intaccato e la direttrice principale dell’azione sindacale si spostò dal mondo del lavoro alla politica e alle istituzioni. Divenne urgente spingere per un cambiamento degli assetti politici. La prospettiva della solidarietà nazionale e l’ingresso del PCI nell’area di governo divennero un presupposto determinante. Nell’autunno del 1976 l’analisi di Lama era che la crisi aveva carattere strutturale e richiedeva una politica globale che mettesse al primo posto sviluppo e occupazione, prevedendo anche misure di austerità come strumento di risanamento. I lavoratori dovevano dare il loro contributo e i sacrifici dovevano distribuirsi secondo principi di equità sociale. L’austerità, la responsabilità e i sacrifici entravano così a pieno titolo nella strategia della CGIL che chiedeva di essere parte in causa di una politica programmata di investimenti e di riforma della pubblica amministrazione. Lama era in forte sintonia con Enrico Berlinguer, condividendo l’idea dell’austerità come proposta morale “anticapitalista” per incidere sugli stili di vita. Questa visione trovò incomprensioni nel sindacato e tra i giovani che Lama definiva sempre più spesso “corporativi”, “individualistici” o in preda a un “esistenzialismo consumistico”. Nonostante le tensioni Lama ribadiva che “Andreotti non è Danton” e che il governo di solidarietà nazionale era credibile. Riteneva non esserci alternative alla moderazione salariale per difendere la scala mobile e rivendicava il ruolo del sindacato come fattore di coesione sociale, sostenendo che gli organi sindacali dovevano essere rispettati e che i lavoratori dovevano fare la loro parte anche per aumentare la produttività, riconoscendo gli errori dell’egualitarismo che aveva schiacciato i salari e tolto la spinta a qualificarsi.


Alla vigilia del congresso di Rimini del 1977 Lama affermò che la strategia delle riforme, impostata nel congresso di Livorno del 1969, era nata dal fallimento della programmazione dei governi di centro-sinistra ma che i risultati erano stati scarsi perché non rientravano in un disegno complessivo di trasformazione della struttura economica e sociale. Questo disegno, per affermarsi, aveva bisogno di una direzione politica che rispecchiasse una volontà di cambiamento. Il cambiamento politico non poteva più essere realizzato dal sindacato, come il forte potere conquistato in fabbrica aveva fatto pensare fino al 1973, ma vedeva ora protagonisti il governo e i partiti. I governi di solidarietà nazionale erano per Lama la sola risposta per uscire dall’impasse e l’ingresso del PCI nell’area di governo rappresentava uno snodo determinante. Giorgio Amendola accusò le organizzazioni del movimento operaio di spinte corporative contrarie alla moderazione salariale, chiarendo che il Partito Comunista non poteva più delegare al sindacato tutta la politica economica: la supplenza sindacale era finita. La replica di Lama fu quasi sconsolata, ricordando che il sindacato deve fare i conti ogni giorno con le spinte reali delle masse lavoratrici e che la sua natura categoriale e territoriale può solo essere corretta da un’instancabile azione di orientamento. La forza combinata della CGIL e del PCI sembrava l’unica speranza ma il fallimento di questo grande disegno strategico avrebbe portato a un declino, con il sindacato che si sarebbe trovato presto a giocare una partita, quella sul costo del lavoro, decisa da altri soggetti.


Nel febbraio del 1978 la CGIL e la Federazione unitaria si accingevano a formalizzare la propria strategia durante l'assemblea dei delegati all'Eur, un appuntamento che, più che rappresentare una svolta radicale, appariva come l'esito coerente e contrastato di una lunga ricerca strategica iniziata negli anni precedenti. Luciano Lama aveva già paragonato il sindacato a un elefante intelligente ma paziente solo fino a un certo limite e alla fine del 1977 aveva segnalato l'insoddisfazione per l'assenza di risultati tangibili nelle trattative con il governo. A pochi giorni dall'apertura dei lavori all'Eur, in un'intervista a Repubblica, Lama tentò di superare le posizioni dissenzienti all'interno del sindacato accentuando la svolta confederale in chiave autocritica, giudicando quel momento come cruciale e lanciando un appello alla ricerca di consenso anche al di fuori dell'organizzazione. Secondo Lama occorreva cambiare perché la vecchia linea era semplicemente sbagliata. Il leader della CGIL propose ai lavoratori una politica di sacrifici sostanziali spiegando che, per essere coerenti con l'obiettivo di far diminuire la disoccupazione, il miglioramento delle condizioni degli operai già occupati doveva passare in secondo piano. Ciò significava che la politica salariale negli anni successivi avrebbe dovuto essere contenuta, che non si potevano più obbligare le aziende a trattenere lavoratori eccedenti le loro possibilità produttive e che non si poteva continuare a pretendere che la Cassa Integrazione assistesse in via permanente i lavoratori in esubero. Lama definì questa una svolta di fondo, riconoscendo che dal 1969 il sindacato aveva puntato sulla rigidità della forza lavoro e che si era reso conto che questo era un errore poiché un sistema economico non sopporta variabili indipendenti. Per queste ragioni l'economia italiana stava piegandosi sulle ginocchia e il sindacato riteneva che le aziende, una volta accertato il loro stato di crisi, avessero il diritto di licenziare. Era necessario favorire l'accumulazione del capitale, opportunamente programmata dallo Stato e indirizzata ad accrescere il più possibile l'occupazione, e una proposta di governo socialmente e politicamente rappresentativo avrebbe facilitato l'approvazione di questa linea. Come si vede non c'erano elementi sostanzialmente nuovi che non provenissero dall'elaborazione degli anni precedenti ma Lama metteva in fila e traeva tutte le conseguenze delle scelte politiche compiute dal 1973, colpendo fortemente l'organizzazione sindacale in un momento decisivo mentre si stava passando dal governo della non sfiducia a quello della solidarietà nazionale. All'assemblea nazionale dei delegati all'Eur la posizione della Federazione unitaria prevalse largamente ma la sua attuazione si rivelò più che problematica anche a causa del rapido mutamento degli equilibri politici e del tramonto della solidarietà nazionale. La fragilità dell'equilibrio raggiunto fu immediatamente denunciata dallo stesso Lama nel primo importante consiglio direttivo della CGIL successivo all'assemblea, dove sostenne che la linea dell'Eur doveva avere un carattere vincolante per le politiche territoriali e contrattuali e che se avessero mostrato incoerenza tra le cose decise e ciò che facevano avrebbero contraddetto e distrutto con le loro mani le decisioni della conferenza. Lama avvertì che pronunciarsi a favore in linea di principio era facile ma che i dolori arrivavano quando si dovevano elaborare le piattaforme contrattuali per la propria categoria, le quali non potevano avere una segreteria confederale che facesse da censore. Ancora qualche mese dopo Lama denunciò serie difficoltà nel far diventare patrimonio di tutta l'organizzazione e soprattutto del movimento dei lavoratori la linea dell'Eur, sostenendo che ciò che li attendeva era un'azione continua più difficile da organizzare e dirigere, una battaglia che sostenesse la strategia della programmazione invece di seppellirla sotto una valanga di rivendicazioni massimalistiche e contraddittorie. Lama rivendicò orgogliosamente la specificità e gli aspetti innovativi delle scelte dell'Eur. Per essere attuate, però, avevano bisogno del concorso di tutte le componenti della società italiana poiché lo strumento contrattuale si manifestava inadeguato e carico di insidie corporative. L'originalità della scelta dell'Eur consisteva proprio nell'aver rifiutato la concezione meccanicamente contrattualistica della politica economica basata su una contropartita di moderazione salariale concessa per ottenere un programma di espansione economica e di occupazione, adottando invece una linea autonoma di politica industriale che impegnava il sindacato ad assumere per sua scelta, e non come contropartita, una politica di responsabilità nei salari. La politica dell'Eur rifiutava un patto sociale classico e una politica dei redditi formale, riconoscendo invece la necessità di una moderazione salariale definita autonomamente nel quadro di una programmazione contrattata tra soggetti diversi. Queste scelte non conducevano perciò ad un patto sociale istituzionalizzato, riuscendo a produrre una certa moderazione salariale, a contrastare le forme più rigide del mercato del lavoro e a favorire la mobilità ma risultando meno efficaci proprio per l'obiettivo principale che si erano poste: la piena occupazione e il controllo democratico sulla programmazione economica. Tuttavia era difficile correggere la percezione di questa politica come un effettivo scambio politico tra moderazione rivendicativa e provvedimenti di politica economica che ci si attendevano dal "governo amico". Il limite a priori era però che si sarebbe trattato davvero di una sola stagione. Pochi mesi dopo il Partito Comunista Italiano uscì dall'area della maggioranza governativa e, pur rimanendo ufficialmente in vita, per la politica dell'Eur si rivelò determinante. Alla fine del 1979 Lama scrisse che senza un punto di riferimento nella direzione politica del paese anche le scelte giuste del sindacato venivano fatalmente annullate. Un anno prima aveva invece affermato che la politica dell'Eur non era morta, ammettendo però una certa unilateralità nell'interpretazione della strategia e sostenendo di non aver sostenuto a sufficienza la linea dell'austerità, lasciando spazio a quanti avevano saputo rappresentare soltanto la faccia del sacrificio e non quella dello strumento per cambiare. Dopo la fine della solidarietà nazionale a Lama non restò che dichiarare che servirebbe ancora un governo impegnato in una politica di programmazione e riforme, sostenuto dal consenso delle forze produttive e in particolare del mondo del lavoro. La linea dell'Eur, confermò Lama, aveva dato buoni risultati nelle vertenze contrattuali ma era andata male sull'occupazione e sulla programmazione a causa della mancanza di un interlocutore pubblico, pur non presentando al momento alternative. Qualche anno più tardi, quando l'agenda sindacale era ormai un'altra, Lama rifletté più distesamente sulle ragioni del fallimento, individuando nell’intempestività rispetto alla situazione politica la ragione principale del suo insuccesso: era venuta tardi, in un momento nel quale le alleanze politiche che avrebbero potuto sostenerla andavano sciogliendosi. Se fosse venuta fuori un anno e mezzo prima forse sarebbe stato diverso. Inoltre, quando si affermano delle priorità come l'occupazione, si determinano reazioni di rigetto da parte di molti soci di varia provenienza e ideologia, i quali, pur non avendo ragione, a poco a poco riuscirono a mettere insieme la forza per distruggere quella proposta. Al termine della sua esperienza di segretario generale della CGIL Lama ricordò il congresso di Bari del 1973 come il momento di maggiore soddisfazione mentre individuò nel "dopo Eur" uno dei periodi di maggiore solitudine, con la sensazione che una buona parte dell'organizzazione e del movimento non condividesse una linea che invece, per avere successo, doveva poter contare sul sostegno e la partecipazione attiva. In ogni caso Lama concluse che non si poteva parlare della politica dell'Eur come di un fallimento. Era una grande incompiuta, una bella pagina scritta in ritardo e non compresa da tutti fino in fondo, laceratasi proprio perché non riuscirono a tradurla in azioni e risultati. Erano tante le resistenze più o meno esplicite, di varia provenienza e ideologia: c'era chi pretendeva di mettere sullo stesso piano la disoccupazione a Milano e quella napoletana, chi poneva la difesa quantitativa del salario davanti a tutto, chi temeva di prestarsi a chissà quale gioco del PCI. Era di moda per molti dirigenti della CISL e della UIL la contestazione da sinistra e neanche nella CGIL l'Eur trovò un sostegno pieno e diffuso. Lama ribadì convintamente che il colpo decisivo l'Eur lo ebbe con il venir meno del suo supporto politico e con lo sfilacciamento di quel quadro politico, all'interno del quale subentrava la diaspora. Probabilmente le valutazioni più importanti sono quelle sul compromesso storico, quando ormai Lama non era più segretario della CGIL, proprio perché ad esso era così strettamente intrecciata la strategia sindacale di gran parte degli anni ‘70. Lama ammise che la strategia di alleanza privilegiata con la Democrazia Cristiana era sbagliata, definendola una grande illusione, e che la fiducia era in tutti, inclusi molti che pensavano che Aldo Moro avesse davvero l'intenzione di arrivare a un'alleanza tra DC e PCI. Secondo Lama furono due i fattori principali che portarono all'insuccesso di quella strategia: l'assenza di precisi e verificabili impegni programmatici e la violenza terroristica. Riguardo al primo, Lama riconobbe che davano molta più importanza al tipo di alleanza e ai conseguenti rapporti politici con la DC che ai contenuti programmatici e che il punto debole era proprio l'assenza di un programma di cambiamento, il quale avrebbe impedito di mettere alla prova quell'alleanza sulle cose da fare e sui mutamenti da apportare alla società. La sottovalutazione dell'elaborazione programmatica era dovuta al fatto che per il PCI era fondamentale entrare nella maggioranza di governo, cosa che ne avrebbe fatto un partito come gli altri, legittimato a governare. Inoltre Lama aveva la sensazione materiale dei cambiamenti che si potevano realizzare giorno per giorno e pensava che la CGIL si rafforzasse con quell'alleanza politica. Non capirono che la DC restava un partito moderato e che non c'è compromesso storico capace di reggere di fronte a questa verità. Il terrorismo, invece, quello di matrice brigatista, fu un ostacolo perché costrinse le forze della solidarietà nazionale ad una lotta senza quartiere che comportò l'accantonamento di una convergenza strategica e perché richiese un impegno totalizzante da parte della CGIL visto che il terrorismo di sinistra portava la bandiera rossa con la falce e martello e aveva parole d'ordine di contenuto rivoluzionario. Lama ricordò che il movimento sindacale in Italia, unico esempio nel mondo, operò per tre o quattro anni quasi soltanto sul fronte della lotta contro il terrorismo, una scelta giusta da rivendicare con orgoglio, ma mentre avvenivano queste cose ne avvenivano anche altre e loro non le vedevano perché erano ipnotizzati da quello scontro mortale. La CGIL, o almeno il suo segretario, non vide arrivare la rivoluzione degli anni ‘80, con le innovazioni, le ristrutturazioni, le riconversioni e la mentalità della gente che cambiava. Già nel 1979 emerge una rinnovata attenzione al lavoro in fabbrica poiché il sindacato aveva completamente mollato su quel terreno da quattro o cinque anni, senza riflettere sulle conseguenze delle nuove macchine, dei nuovi metodi di produzione e di organizzazione del lavoro entrati nei reparti. Si tentava così di correggere una rotta che aveva portato il sindacato ad agire quasi esclusivamente sul terreno istituzionale, cercando di recuperare iniziativa a partire dai luoghi di lavoro. Lama riconobbe che l'iniziativa aziendale, sviluppatasi dal 1970 al 1973-1974, si era spenta negli ultimi anni e che l'impegno della CGIL doveva essere anche sul terreno della produttività, con l'obiettivo di diminuire i costi, rendere migliori le condizioni di lavoro e aumentare l'occupazione, confrontandosi con innovazioni come i robot. Riflettendo sull'ultimo decennio Lama precisò i ritardi e i limiti di una stagione che pure aveva cambiato qualcosa di profondo nella storia d'Italia: un eccesso di permeabilità dell'organizzazione allo spontaneismo radicale del movimento e un attaccamento prolungato all'idea che la rigidità del fattore lavoro fosse l'elemento determinante del potere sindacale. Per un periodo troppo lungo le strutture di base avevano conquistato un potere crescente in fabbrica, utilizzato però in modo rigido, senza avvertire che la situazione economica, la produttività e i bilanci aziendali stavano cambiando. Il bilancio pratico di questa strategia si rivelò magro e se da un lato aveva giovato ad accreditare il sindacato rispetto al potere, ai mass media e all'opinione pubblica, dall'altro creava problemi nel rapporto con i lavoratori.


Su questo inizio di revisione si abbatté però la vertenza Fiat, momento drammatico di un cambiamento di clima generale. Alla fine degli anni ‘70 in tutta Europa si assistette a un'erosione delle politiche concertate tra Stato, sindacati e imprenditori e in Italia, dove questo non era mai avvenuto in modo formale, aumentarono le decisioni unilaterali dei governi e quelle non negoziate nelle riconversioni e ristrutturazioni industriali. I sindacati persero influenza politica e peso sociale in una realtà di grande cambiamento. La produzione di massa basata sull'impiego massiccio di forza lavoro generica cedeva il passo alla produzione di beni specializzati con macchine flessibili e forza lavoro con ampie competenze. Tramontava il modo di produzione incentrato sulle grandi unità produttive e si affermava una differenziazione produttiva basata su qualità, flessibilità e competitività. Analizzando l'esito della vertenza Fiat a ridosso degli avvenimenti Lama sostenne che non era possibile un esito diverso perché la trattativa si era incentrata solo sui licenziamenti e non sui problemi della riconversione e dell'organizzazione del lavoro. L'impostazione della vertenza era stata sbagliata a causa di un divario pauroso tra gli impegni presi e le scelte concrete e il sindacato aveva subito l'influenza di un "massimalismo conservatore", una deviazione e degenerazione della politica dei consigli, una sorta di mitizzazione del movimento. Lama intuì lucidamente che la posta in palio era un nuovo scontro di potere per ridefinire i rapporti di forza nel primo decennio del postfordismo, con il rischio di un mutamento di orientamento del movimento sindacale italiano verso un moderatismo vero, rinunciatario, incapsulato nelle politiche padronali. La vertenza Fiat aveva prodotto gravi lacerazioni tra i lavoratori ed era stata caratterizzata da forme di lotta criticabili per la loro estrema rigidità e per il contenuto oggettivo di divisione ma all'origine di tutto si trovava una sbagliata valutazione sulla gravità e profondità della crisi dell'azienda e del settore. Quindi una sottovalutazione delle esigenze di ristrutturazione. Qualche anno dopo Lama tornò sugli stessi temi spiegando che occorreva arrivare prima a un accordo con la Fiat ed evitare l'occupazione della fabbrica, offrendo ai lavoratori una politica diversa che tenesse conto che la Fiat doveva recuperare competitività e che aveva troppa gente nei reparti, una politica che non erano stati capaci di proporre agli operai di Mirafiori. Il sindacato pagò il ritardo drammatico rispetto all'evoluzione delle strutture industriali, dell'economia e del mercato. Lama ricordò con amarezza l'assemblea a Mirafiori il giorno della conclusione della vertenza, descrivendola come un disastro per l'accoglienza ricevuta, con un'aria e un ambiente deprimenti, dove una coppia di giovani si baciava e si toccava in modo plateale mentre si discuteva, gesto che sembrava simboleggiare la dissoluzione del sindacato attraverso il dileggio.


Quando il primo giugno 1982 la Confindustria comunicò la disdetta dell'accordo sulla scala mobile si aprì uno scontro nel quale la CGIL non riuscì mai a uscire da una logica puramente difensiva, segnale evidente di uno spostamento di potere ormai avvenuto. Lama, pur esprimendo opposizione, cercò di rilanciare spiegando che la posizione della CGIL non era di rifiuto assoluto circa le ipotesi di revisione del meccanismo di calcolo della scala mobile ma solo quando si fosse arrivati a un tasso di inflazione al di sotto del 10%, momento in cui sarebbe stato opportuno rivedere il valore del punto per le categorie più alte mantenendolo invariato per quelle più basse. Tuttavia nel 1986 Lama riconobbe la difficoltà senza uscita in cui il movimento sindacale si trovava. Il padronato aveva scelto il terreno del costo del lavoro per la sua rivincita sulle conquiste degli anni ‘70 e il paradigma del presunto peso determinante del costo del lavoro sui tassi di inflazione era diventato quasi una verità perché il sindacato non era riuscito a far valere le vere cause internazionali e strutturali di quei tassi di inflazione e di una crisi dirompente. Avevano tamponato gli effetti, anche con una certa efficacia come il 22 gennaio 1983, senza aver colto fin dall'inizio tutta la complessità della crisi. L'affanno della rincorsa sulla scala mobile indusse il sindacato a dividersi prima su quale contributo dare alla lotta all'inflazione, poi su tre o quattro punti di scala mobile, lasciandosi condizionare da una politica con il fiato corto, logorandosi in una difesa inattuale di posizioni conquistate sedici anni prima che, col mutare delle professionalità e dell'organizzazione della produzione, diventavano sempre più zavorra. Nei consigli direttivi del 1982 e 1983 Lama tentò con pervicacia di evitare uno scontro tutto difensivo e potenzialmente dirompente per l'unità sindacale ma sembrò sbattere contro rapporti di forza ormai immodificabili. Sosteneva che servisse un orizzonte più ampio nel quale collocare le scelte specifiche sul costo del lavoro perché isolando quella questione si rischiava una ritirata e basta. Lama parlò chiaramente, affermando che il sindacato era al canto del cigno della scala mobile e che bisognava convincersi che il problema era quello di riconquistarla. Anche nel discorso che concluse lo sciopero nazionale del 25 giugno 1982 contro la disdetta, Lama non rinunciò a sostenere che il problema numero uno era l'occupazione, di fronte a un sistema economico incapace di espandersi, dove anche le nuove tecnologie e le riconversioni produttive rischiavano di aumentare le difficoltà dei lavoratori e la disoccupazione, la quale, oltrepassando certi limiti, diventava un pericolo per la democrazia.


Dopo una lunga mediazione il 22 gennaio 1983 si giunse all'accordo Scotti, con cui il sindacato ottenne l'impegno del governo a intervenire fiscalmente e a contenere la crescita dei prezzi al consumo entro un tetto del 13%, il via libera ai contratti e una sterilizzazione della scala mobile del 15%. Oltre alla gestione dell'accordo Lama dovette affrontare la grave situazione determinata dalla divaricazione tra la componente socialista e quella comunista all'interno della CGIL e il suo fronte di lavoro principale diventò quello di evitare in tutti i modi una spaccatura nell'organizzazione. Nel corso del 1983, quando gradualmente emerse il carattere contingente dell'accordo, le valutazioni di Lama diventarono sempre più preoccupate: la mancata risoluzione della crisi economica, le divisioni sempre più profonde tra i partiti della sinistra storica e i sintomi di disgregazione sociale rappresentavano segnali pericolosi. Lama avvertì che, se si fosse andati avanti così, i processi di disgregazione in atto avrebbero potuto portare alla corporativizzazione e alla settorializzazione, contribuendo ad accelerare un processo di decomposizione delle basi democratiche, reso ancora più grave da una caduta di peso del sindacato nella società che era una delle strutture fondamentali della democrazia. Se il sindacato si fosse indebolito oltre misura, fino a perdere il contatto con le masse e il grado di rappresentatività reale, non avrebbe contato nulla, a prescindere dalla frequenza degli incontri con i ministri.


Nel gennaio 1984 il ministro del lavoro De Michelis presentò un'ipotesi di accordo che raccolse il consenso solo di CISL e UIL. Il 13 febbraio i comunisti della CGIL rifiutarono l'ultima proposta del presidente del consiglio Craxi, sancendo la rottura con CISL e UIL, e il giorno successivo il governo firmò l'intesa con CISL e UIL, tradotta in decreto legge, il cosiddetto decreto di San Valentino, il cui cuore era un taglio di tre punti di contingenza. Nei giorni precedenti Lama riassunse la situazione spiegando che dopo l'accordo del 22 gennaio 1983 avevano dovuto continuare a fare discussioni e assemblee per più di un mese per cercare di convincere una parte maggioritaria dei lavoratori, con forti isole di dissenso, il che li aveva paralizzati. Poi erano arrivati i contratti e l'intero anno era stato estremamente complesso e difficile. Nei giorni successivi al decreto si susseguirono manifestazioni di lavoratori contro l'intesa e la CISL, la UIL e la componente socialista della CGIL presero le distanze da quel movimento mentre la componente comunista cercò di barcamenarsi. Il 24 marzo 1983, nel corso della manifestazione nazionale contro il decreto di San Valentino, Lama esplicitò la sua posizione, riconoscendo che negli ultimi anni il rapporto tra l'organizzazione sindacale e molti lavoratori si era allentato fino a diventare apertamente conflittuale anche in alcune grandi imprese. Se la CGIL avesse perso di vista la necessità di adeguare i propri comportamenti al pensiero e alle sensibilità della base, i pericoli sarebbero stati molto più gravi e la frattura del movimento sindacale sarebbe stata forse irreversibile perché un sindacato senza il consenso dei lavoratori perde ogni legittimità. Per Lama la scelta di porsi alla testa del movimento di protesta fu quindi una scelta di sopravvivenza che però non doveva far dimenticare gli errori del sindacato nel non aver capito le trasformazioni produttive, né far perdere di vista il valore più alto per la CGIL: la sua unità.


Da quel momento, entrando anche in conflitto aperto con il proprio partito, Lama profuse le sue energie nel tentativo di evitare il referendum abrogativo del provvedimento sul taglio della scala mobile, guidato da due convinzioni: l'alta probabilità di perderlo e il suo effetto lacerante all'interno dell'organizzazione sindacale. Lama definì il referendum una "pietra che non si schioda" e si batté perché nell'organizzazione nessuno pensasse che fosse la miglior soluzione possibile, tentando fino all'ultimo di trovare una soluzione contrattuale che restituisse al sindacato la piena potestà sulla contrattazione. Sosteneva che le atomiche possono distruggere il mondo esterno e che il problema era tentare di evitare che scoppiassero. Nell'ultimo consiglio direttivo prima del referendum Lama lanciò un appello per l'unità della CGIL, affermando che tutte le discussioni degli ultimi anni valevano zero rispetto a ciò che era e valeva la CGIL. Il tentativo di evitare il referendum fallì e Lama espresse rammarico soprattutto perché erano cinque o sei anni che erano inchiodati su quella questione. Riguardo alla scala mobile spiegò che era uno strumento che, quando serve, si tiene, e quando non serve, si butta. Il meccanismo conteneva il limite di costituire un freno psicologico e pratico alla libertà rivendicativa sul terreno salariale ma dava risultati apprezzabili e un meccanismo di scala mobile che dà una certa garanzia di indicizzazione salariale è omologo a una politica dei redditi assai più di una pratica sindacale senza limiti. Proprio sul referendum Lama concluse che avevano deciso di lasciare libertà ai singoli compagni di fare propaganda per l'una o per l'altra tesi, legittimando entrambe le posizioni, senza eletti e reprobi. Dopo la consultazione, che vide vincente la posizione contraria all'abrogazione dei tagli alla scala mobile, gli effetti non furono quelli della bomba atomica perché l'unità della CGIL era salva. Decisiva per Lama era stata la politica di non schierare la CGIL nella scelta referendaria che aveva consentito all'organizzazione, nella sua unità, di tentare fino all'ultimo di trovare soluzioni capaci di evitare la prova sul campo. Nel 1991, ricordando la vicenda, Lama spiegò che quando il PCI riuscì ad ottenere condizioni migliorative del decreto di San Valentino in Parlamento occorreva valorizzare quel risultato e non arrivare allo showdown del referendum perché tirare la corda era un errore per due motivi: avrebbero compromesso forse definitivamente l'unità sindacale e messo in discussione quella della CGIL e poi perché il referendum lo avrebbero perso. Di fronte alla decisione del PCI l'obiettivo fondamentale diventò la salvezza della CGIL, lasciando parità di condizioni all'interno dell'organizzazione nel fare propaganda, dando un esempio straordinario e unico.


Emerge chiaramente come l'unità sia stata la stella polare di Luciano Lama sindacalista. Nel 1986, indirizzando le sue parole al successore Antonio Pizzinato, gli consigliò di mantenere sempre una volontà unitaria ferma, in un rapporto leale con le altre organizzazioni e nell'autonomia anche dal proprio partito, di non perdere mai il rapporto con i lavoratori, di capire anche ciò che la gente non dice e di avere coraggio di esporsi, rifiutando di camminare sul già fatto, sul già visto, sul già scontato. Al momento di fare un bilancio Lama si definì un riformista unitario, un riformatore che vuole cambiare la società attraverso i valori dell'uguaglianza, della libertà, della democrazia, dello sviluppo, della conoscenza, della giustizia, della salute e della pace.