Ho ascoltato con interesse il discorso del Primo Maggio del segretario generale della Cgil Maurizio Landini a Porto Marghera e ho individuato tre punti su cui voglio soffermarmi.
1. Landini ha parlato della necessità di un sistema di rivalutazione annuale dei salari rispetto all’inflazione reale. Nel libro L'inflazione. Falsi miti e conflitto distributivo ci sono molti dati per valutare la cornice in cui il sindacato si muove per gestire il problema. L'Accordo separato del 22 gennaio 2009 ha sostituto la vecchia inflazione programmata con l'IPCA, ovvero l'Indice armonizzato dei prezzi al consumo depurato dalla dinamica dei prezzi dei beni energetici importati. Questo indice andrebbe rivisto dato che esclude i rincari energetici e di conseguenza il meccanismo contrattuale si priva della capacità di reagire alla principale fonte di inflazione odierna. Nel libro c’è un capitolo molto importante di Stan De Spiegelaere che offre una panoramica comparata dei diversi sistemi di indicizzazione salariale attualmente in vigore nel continente europeo. La contrattazione collettiva deve affrontare la sfida di negoziare in un ambiente di inflazione elevata e imprevedibile, dove gli accordi stipulati per periodi pluriennali rischiano di essere rapidamente erosi dall’aumento dei prezzi. La risposta a questa sfida è rappresentata, in molti casi, dalla reintroduzione o dal rafforzamento di clausole di adeguamento automatico o semi-automatico dei salari all’inflazione, note come clausole COLA (Cost-of-Living Adjustments), che erano state quasi abbandonate negli anni di stabilità dei prezzi. Il meccanismo di adeguamento del salario all’inflazione in Europa non è uniforme ma si articola in una vasta gamma di sistemi, ciascuno con caratteristiche specifiche che riflettono il contesto nazionale e la forza contrattuale dei sindacati. Ad esempio in Belgio c’è un sistema quasi universale di indicizzazione automatica dei salari, dove la copertura della contrattazione collettiva è prossima al 100% e quasi tutti i lavoratori beneficiano di un adeguamento periodico delle retribuzioni all'andamento dell'inflazione. Il meccanismo belga presenta però una particolarità degna di nota perché l'indice di riferimento non è il generico indice dei prezzi al consumo ma un indice sanitario smussato dal quale vengono esclusi i prodotti considerati non salutari come tabacco e alcolici, nonché i prodotti altamente volatili come la benzina. Questo indice viene ulteriormente smussato calcolando la media dell'aumento dei prezzi degli ultimi quattro mesi, con l'obiettivo dichiarato di rallentare l'indicizzazione ed evitare che improvvisi shock dei prezzi si traducano in altrettanto improvvisi aumenti salariali. Questo sistema, pur garantendo una protezione diffusa, ha un costo politico significativo perché lo spazio per ulteriori aumenti salariali negoziati al di là dell'indicizzazione è estremamente ridotto e una norma nazionale limita l'incremento supplementare a cifre intorno all'1% da oltre dieci anni, di fatto congelando la dinamica contrattuale al solo meccanismo di adeguamento automatico. Un altro esempio significativo è quello della Spagna, dove non esiste un sistema generale di indicizzazione ma le clausole di garanzia salariale vengono negoziate caso per caso a livello di contratto collettivo settoriale o aziendale. Il libro riporta un dato molto interessante sulla ciclicità di questi strumenti. Nel periodo compreso tra il 2001 e il 2007, quando l'inflazione era relativamente sostenuta, oltre il 70% dei lavoratori spagnoli era coperto da un contratto collettivo con clausole di indicizzazione. Con il calo dell'inflazione negli anni successivi, questa percentuale era scesa fino a circa il 14% nel periodo 2014-2021 ma con la nuova impennata inflazionistica del 2021-2022 circa un contratto collettivo su quattro stipulato in Spagna nel 2022 include nuovamente una clausola di questo tipo. La maggior parte di queste clausole prevede un adeguamento annuale dei salari all'inflazione e introduce anche tetti o soglie che limitano la misura dell'adeguamento, per cui l'inflazione viene compensata solo entro certi limiti prestabiliti.
Dalla contrattazione collettiva in Italia viene qualche indicazione su come usare questo strumento per contrastare l’inflazione. La parte economica del recente rinnovo del CCNL dei metalmeccanici garantisce un aumento salariale mensile di 205,32 euro per il livello medio di inquadramento, il C3. Questo incremento, pari al 9,64% sui minimi contrattuali e superiore al tasso d’inflazione Ipca-Nei previsto per il periodo, sarà erogato in quattro tranche: una prima rata da 27,70 euro retroattiva al 1° giugno 2025, seguita da 53,17 euro dal 1° giugno 2026, 59,58 euro dal 1° giugno 2027 e 64,87 euro dal 1° giugno 2028. Un risultato fondamentale è stata la piena conferma della struttura di difesa del potere d’acquisto messa a punto nel precedente rinnovo del 2021. Questo sistema si compone della garanzia dell’adeguamento all’Ipca-Nei, di una quota di salario aggiuntivo e, elemento cruciale, del mantenimento di una clausola di salvaguardia che scatta automaticamente per proteggere i salari da eventuali picchi inflazionistici negli anni di vigenza del contratto. A completare il quadro economico si registra un aumento dei flexible benefit che passeranno dagli attuali 200 euro a 250 euro a partire dal febbraio 2026.
Il 15 aprile 2025, invece, è stato firmato con largo anticipo rispetto alla naturale scadenza il rinnovo del contratto collettivo nazionale per i settori della chimica, chimico-farmaceutica, farmaceutica, fibre chimiche, abrasivi, lubrificanti e GPL che coprirà il triennio 2025-2028. Dal punto di vista economico l’accordo prevede per l’intero triennio un aumento del trattamento economico complessivo pari a 294 euro, una somma che include anche l’anticipo già erogato nel gennaio 2024. Viene confermato il meccanismo di salvaguardia dal carovita attraverso l’Elemento Distinto della Retribuzione (EDR) che ha la funzione di riequilibrare le retribuzioni in base all’andamento dell’inflazione nel periodo. La categoria dei chimici era riuscita a rinnovare il giorno precedente anche il contratto del settore energia e petrolio che prevede un aumento di 330 euro. La tradizione di chiudere le vertenze in tempi rapidissimi, a volte in una sola sessione dice Mascini su Il Diario del lavoro ricostruendo le dinamiche delle relazioni industriali del settore, è una caratteristica storica di questo comparto, fondata su una prassi di dialogo continuo istituzionalizzata già nel 1986 con la creazione dell’Osservatorio chimico, un organismo bilaterale permanente dove le parti si confrontano su tutti i temi, dalla retribuzione agli investimenti, costruendo nel tempo una solida consuetudine al confronto.
2. Per quanto riguarda il fisco, il bersaglio degli ultimi anni della Cgil è il fenomeno del fiscal drag rispetto al quale Landini propone da tempo una rivalutazione annua automatica delle detrazioni con modifica degli scaglioni. Il tema è stato sviscerato nell’ultimo libro di Marco Leonardi e Leonzio Rizzo Il prezzo nascosto. Il fiscal drag è l'imposta occulta che scatta quando l'inflazione erode il potere d'acquisto ma il fisco, invece di adeguarsi, premia lo Stato a scapito dei cittadini. L'IRPEF è un'imposta progressiva, quindi più alto è il reddito nominale, più si paga in proporzione. Se l'inflazione fa crescere il reddito nominale ma il reddito reale rimane uguale o addirittura diminuisce, il contribuente si ritrova a pagare più tasse senza essere diventato più ricco. Gli scaglioni IRPEF e le detrazioni restano fermi mentre i prezzi corrono e lo Stato incassa di più senza che alcuna legge abbia mai aumentato le aliquote. È un drenaggio silenzioso, invisibile, che non richiede alcun voto parlamentare. Tra il 2019 e il 2025, con un'inflazione cumulata superiore al 20%, il fiscal drag ha prodotto un aumento strutturale del gettito IRPEF di oltre 25 miliardi di euro annui, 17 dei quali provenienti dai lavoratori dipendenti e 8 dai pensionati.
Il fiscal drag, inoltre, opera in forme meno visibili ma altrettanto insidiose nel welfare e nella finanza locale. Le soglie ISEE per accedere a bonus bollette, asili nido, tariffe agevolate della mensa scolastica restano ferme mentre i prezzi salgono. Una famiglia che ha visto il proprio reddito nominale aumentare a causa degli scatti contrattuali, ma che in termini reali ha perso potere d'acquisto, si ritrova comunque esclusa da benefici che prima le spettavano. L'esempio del Comune di Bologna riportato nel libro è molto utile. La soglia di 35.000 euro ISEE per avere riduzioni sulla mensa, se fosse stata indicizzata all'inflazione del periodo 2019-2025, varrebbe oggi 42.210 euro. Lo stesso meccanismo colpisce la deducibilità dei contributi previdenziali complementari, ferma a cifre risalenti all'epoca della lira, e le agevolazioni per le madri lavoratrici che si azzerano di colpo se un rinnovo contrattuale spinge il reddito oltre una soglia fissa. A questo si aggiunge la finanza locale. I trasferimenti statali ai Comuni e alle Regioni non sono indicizzati e hanno perso valore reale. Per far quadrare i bilanci molti enti locali hanno aumentato le addizionali IRPEF. Così, mentre il governo centrale vanta riduzioni delle aliquote nazionali, gli enti locali scaricano sui contribuenti un prelievo aggiuntivo che vanifica in tutto o in parte il beneficio dichiarato.
L'Italia è una delle poche eccezioni negative in Europa. Circa diciotto Paesi OECD indicizzano automaticamente scaglioni e detrazioni all'inflazione, sterilizzando il fiscal drag alla fonte. Altri grandi Paesi come Francia e Germania, pur senza automaticità, hanno scelto di aggiornare gli scaglioni durante il picco inflazionistico del 2022-2023. L'Italia, insieme a Spagna, Cipro e Malta, non lo ha fatto. La ragione è politica. Il fiscal drag è uno strumento comodo per qualsiasi governo perché permette di incassare maggiori entrate senza dover dichiarare un aumento delle tasse, di tenere sotto controllo deficit e spread senza tagliare la spesa in modo diretto e impopolare e di presentare successive riduzioni selettive di aliquote come generosi tagli fiscali quando in realtà sono solo una parziale restituzione di quanto già prelevato in eccesso. È un meccanismo che riduce la trasparenza del sistema fiscale e scarica il peso dell'aggiustamento proprio sulle categorie meno in grado di difendersi, cioè i lavoratori dipendenti e i pensionati, i cui redditi sono fissi e visibili, a differenza dei redditi da capitale o da impresa che spesso godono di regimi agevolati o forfettari.
Rizzo e Leonardi propongono qualcosa di affine alle idee della Cgil espresse dal Landini, cioè l’introduzione per legge dell'indicizzazione automatica di scaglioni IRPEF, detrazioni e soglie ISEE all'inflazione. L’obiettivo è il rispetto di un principio secondo cui nessuno dovrebbe pagare più tasse per il semplice fatto che i prezzi sono aumentati se il suo reddito reale non è cresciuto. Finché questo non avverrà, ogni futuro episodio inflazionistico continuerà a trasformarsi in un'occasione per un aumento occulto della pressione fiscale, a scapito della trasparenza democratica e del potere d'acquisto di chi vive di lavoro e di pensione.
Una nota finale, Landini ha sostenuto che difendere il potere d’acquisto è anche difendere il welfare, portando l’esempio della necessità di rafforzare il nostro Servizio Sanitario Nazionale. Ritengo il welfare un campo di battaglia tra capitale e lavoro. Si tratta della traduzione istituzionale di questa lotta e allo stesso tempo un meccanismo dialettico che serve contemporaneamente le due parti in conflitto.
Il capitale ha bisogno di una forza lavoro sana, istruita e riproducibile. Il welfare socializza i costi di riproduzione della forza lavoro. Le imprese non devono pagare salari che coprano interamente sanità, istruzione e casa perché lo Stato interviene, abbassando i costi complessivi per il capitale. Allo stesso tempo il welfare è un'arma nelle mani del lavoro dato che la lotta per le riforme sociali non è un tradimento della rivoluzione ma una sua parte costitutiva. Il welfare contrasta la fame, aiuta nei momenti di malattia o di disoccupazione e rappresenta un valore d'uso contrapposto al valore di scambio del mercato. Quando i lavoratori lottano per la sanità pubblica, per la scuola gratuita o per una casa popolare, lottano per la demercificazione dei bisogni fondamentali. La difesa del welfare esistente è, quindi, anche la difesa di un potere d'acquisto indiretto ma fondamentale: la possibilità di non dover vendere la propria forza lavoro a qualsiasi prezzo e in qualsiasi condizione, sapendo che esiste una rete pubblica che impedisce la completa distruzione sociale.
3. Un ultimo punto, la scelta di celebrare il Primo Maggio a Marghera non è casuale. Si tratta di un simbolo del declino industriale del nostro paese che investe più settori, dall’auto alla chimica di base. Non entrerò nel dettaglio perché sono temi che meritano ricchi approfondimenti ma è utile ricapitolare la situazione in cui ci troviamo.
L’8 Febbraio Il Sole 24 Ore ricordava che nel corso del 2025 si è consolidato un trend negativo che vede, per il secondo anno consecutivo, una crescita significativa nell'utilizzo degli ammortizzatori sociali, con l'Inps che ha autorizzato un totale di 559,9 milioni di ore di cassa integrazione, un dato in aumento del 10,45% rispetto all'anno precedente. Questa crescita complessiva nasconde dinamiche contrastanti tra le diverse tipologie di Cig e tra i settori economici. Sebbene il mese di dicembre abbia fatto registrare un calo del 9,79% rispetto a novembre e del 12,99% su dicembre 2024, questo miglioramento è attribuibile quasi esclusivamente al crollo della cassa integrazione ordinaria che ha segnato un -38,49% su base annua. La cassa integrazione straordinaria, indicatore di crisi aziendali più profonde, è esplosa con un incremento del 57,94% rispetto al 2024, arrivando a coprire, insieme alla Cigo, oltre il 97% del totale delle ore autorizzate. Le difficoltà si concentrano in modo particolare nel comparto industriale. Il settore meccanico, con oltre 261 milioni di ore autorizzate (+17,35%), si conferma il più pesantemente colpito, seguito dal metallurgico con oltre 50 milioni di ore (+20,26%). Una crescita a tre cifre, addirittura del 124,40%, caratterizza il settore dei trasporti e delle comunicazioni che supera le 28 milioni di ore. Altri comparti, come quello delle pelli e cuoio e quello chimico, mostrano invece una lieve contrazione. Dal punto di vista geografico il peso della crisi si distribuisce in modo disomogeneo sul territorio nazionale. La Lombardia si attesta al primo posto con 102,9 milioni di ore, seguita dal Veneto con 68,5 milioni e dal Piemonte che registra l'incremento regionale più marcato (+19,76%) raggiungendo 62,8 milioni di ore. L'impatto occupazionale e sociale di queste cifre è rilevante. Il monte ore complessivo equivale a un'assenza completa dal lavoro per oltre 261.000 lavoratori, con una conseguente perdita di reddito netto aggregata stimata in oltre 1,7 miliardi di euro, una media di circa 6.000 euro a testa per chi è stato in cassa a zero ore per tutto l'anno. Considerando il cosiddetto tiraggio, cioè la percentuale effettiva di ore utilizzate rispetto a quelle autorizzate, pari al 24,94%, il numero dei lavoratori realmente coinvolti si ridimensiona a circa 65.000 unità, un dato comunque consistente. La composizione interna dei numeri mostra un calo delle ore di Cigo (-13,27% per un totale di 284,2 milioni) e una forte espansione della Cigs (+58,18% per 261,8 milioni di ore). Questo incremento è accompagnato da una riattivazione massiccia di decreti di cassa integrazione straordinaria precedentemente sospesi. Da gennaio a dicembre sono stati 2.666, in aumento del 18,54%, di cui 1.930 sono contratti di solidarietà con riduzione d'orario. Aumentano anche i decreti di sospensione temporanea della Cigs e quelli per crisi per cessazione e crisi aziendale mentre calano quelli per riorganizzazione aziendale. Cesare Damiano, commentando i dati, sottolinea come questi confermino un calo strutturale delle ore lavorate, soprattutto nella manifattura, un segnale preoccupante di potenziale deindustrializzazione che comporta una diminuzione della qualità del lavoro, data la maggiore stabilità e retribuzione tipica di questi settori. Il caso del Piemonte e di Torino, in particolare, è emblematico. La provincia torinese, con oltre 39 milioni di ore, rimane la più cassintegrata d'Italia, una condizione legata indissolubilmente alle oscillazioni del settore automotive. La densità dell'indotto auto rende l'intero tessuto industriale locale estremamente sensibile ai volumi di produzione di Stellantis e dei produttori tedeschi. Questa situazione è destinata a peggiorare a causa delle conseguenze della guerra in Medio Oriente mentre le risposte di Italia ed Europa a sostegno della nostra industria tardano ad arrivare.
