Lo stato del dibattito sul problema dell’apprezzamento dello shekel
Negli ultimi mesi il tasso di cambio del dollaro rispetto allo shekel ha registrato un calo eccezionale, stabilizzandosi intorno a 2,91 shekel, un livello record che non si vedeva da oltre 30 anni. Dopo l’attacco del 7 ottobre lo shekel si era inizialmente indebolito fino a superare brevemente la soglia dei 4 shekel per dollaro, per poi rientrare in pochi mesi nell’intervallo 3,6-3,8. A partire da aprile dell’anno scorso il dollaro ha iniziato a scendere, fino a quando il mese scorso ha superato al ribasso la soglia dei 3 shekel per la prima volta in 30 anni. Sebbene a livello globale il dollaro si sia leggermente indebolito all’inizio del 2025, nell’ultimo anno non ha subito variazioni significative rispetto ad altre valute mentre lo shekel si è rafforzato rispetto al paniere delle valute mondiali, indicando che la sua forza dipende anche da cause interne. Il tasso di cambio è determinato dalla domanda e dall’offerta. Un calo del dollaro riflette un’elevata domanda di shekel rispetto alla domanda di dollari. Questa maggiore domanda deriva principalmente dal crescente interesse di chi detiene dollari ad aumentare gli investimenti in Israele rispetto a chi detiene shekel e vuole investire negli Stati Uniti. Il rafforzamento dello shekel penalizza pesantemente le esportazioni e i settori industriali che da esse dipendono. Il dollaro è sceso di quasi il 20% nell’ultimo anno mentre i costi per i produttori israeliani (elettricità, affitti, tasse) sono aumentati, riducendo i ricavi in shekel della stessa percentuale. L’industria high-tech, pur essendo colpita perché i suoi servizi diventano più cari in dollari per le aziende multinazionali, ha margini di profitto elevati e può assorbire meglio il calo a differenza della maggior parte dei settori industriali tradizionali che operano con margini ridotti e subiscono un impatto immediato. Il direttore generale di IBI, Ori Ben Dov, ha avvertito che se il dollaro scendesse a 2,5 shekel in Israele non rimarrebbero più aziende high-tech. Le importazioni diventano più economiche ma, a causa della concentrazione in molti settori, gli importatori possono mantenere prezzi elevati e non si sono viste riduzioni significative. Al contrario le vacanze all’estero e gli acquisti online, che costituiscono importazione di servizi turistici e beni digitali, sono diventati più convenienti. Le cause principali sono varie. Ci sono le politiche tariffarie e la volontà espressa da Trump di indebolire il dollaro, anche se l’impatto su Israele appare limitato. Dall’operazione dei cercapersone in poi si è registrato un rialzo della borsa israeliana, degli investimenti nel paese e della domanda di shekel, con una riduzione del premio per il rischio di Israele, tanto che l’indice TA-125 è salito del 150% dall’inizio della guerra, più di qualsiasi altro indice globale.Tuttavia il fattore più rilevante riguarda i grandi investitori istituzionali (fondi pensione, Keren Hishtalmut, fondi comuni, compagnie assicurative) che gestiscono oltre 3 trilioni di shekel, quasi la metà degli asset finanziari pubblici in Israele. Nell’ultimo anno questi istituti hanno deciso di ridurre la quota relativa dei loro investimenti in valuta estera, in particolare in dollari. Nei tre trimestri più recenti hanno venduto complessivamente l’equivalente di 27,2 miliardi di dollari (circa 80 miliardi di shekel), aumentando la domanda di shekel. Inoltre, per coprirsi dal rischio di cambio sui loro enormi investimenti nei mercati azionari americani, gli investitori istituzionali acquistano automaticamente più shekel proprio quando i mercati salgono, creando un meccanismo perverso per cui l’aumento dei titoli azionari USA porta a un indebolimento del dollaro. Per far risalire il dollaro servirebbe un calo dei mercati finanziari globali, che ridurrebbe l’effetto di copertura, oppure un aumento dell’incertezza come un ritorno di conflitti tra Stati Uniti e Iran che spingerebbe alla ricerca del dollaro come valuta rifugio. La Banca d’Israele potrebbe intervenire acquistando dollari (soluzione temporanea) o tagliando i tassi d’interesse per ridurre la domanda di shekel, anche se quest’ultima misura aiuterebbe soprattutto le imprese indebitate. Gli industriali hanno chiesto sia un taglio dei tassi sia un sostegno diretto agli esportatori tramite pacchetti di aiuti e investimenti attivi nell’economia israeliana. Non c’è certezza su un ritorno del dollaro ai livelli precedenti. Alcune previsioni per i prossimi sei mesi vedono il tasso stabilizzarsi sui valori attuali, il che lascia intravedere il pericolo di un cambiamento reale e duraturo nella forza dello shekel, con conseguenze gravi per l’industria, l’high-tech e l’intera economia israeliana.
Per The Marker il rafforzamento dello shekel al di sotto dei 3 shekel per dollaro, e il danno che questo apprezzamento causa all’economia e agli esportatori, ha generato forti pressioni sul governo e sulla Banca d’Israele affinché intervengano. Dal Ministero delle Finanze è emersa una nuova idea che potrebbe risolvere il problema alla radice: ridurre il volume del risparmio nell’economia israeliana. Lo shekel si sarebbe rafforzato così tanto perché i grandi fondi pensione hanno venduto nei mesi scorsi azioni all’estero e quindi hanno venduto dollari e acquistato shekel. Secondo la Banca d’Israele queste vendite sono la causa del rafforzamento eccezionale dello shekel ma si tratta solo del sintomo del problema di fondo. La dimensione smisurata degli investitori istituzionali li rende troppo grandi per il mercato dei capitali e per il mercato dei cambi israeliano. Questi enormi patrimoni rappresentano l’entità del risparmio pensionistico in Israele che è molto elevato. Secondo i dati della Banca d’Israele a fine 2025 il risparmio privato in Israele era pari al 27,3% del Pil, in calo rispetto a circa il 30% del 2024 ma ancora uno dei tassi di risparmio privato più alti tra i paesi Ocse. Gli israeliani risparmiano molto per la pensione e di conseguenza gli istituti diventano giganti finanziari, creando distorsioni. Al Ministero delle Finanze si sta ora valutando di ridurre l’entità del risparmio privato nell’economia. Il risparmio privato elevato deriva principalmente dalla pensione obbligatoria, imposta a ogni lavoratore con reddito fino alla media nazionale (circa 14.000 shekel al mese). Si stanno esplorando due direzioni. La prima, molto radicale, è ridurre l’entità dei versamenti per la pensione obbligatoria o addirittura abolirla. Ad esempio, ridurre i versamenti dal 18% al 14% dello stipendio. Questo ridurrebbe il risparmio e aumenterebbe il netto in busta paga dei lavoratori, una misura potenzialmente popolare, anche se difficile da attuare in un governo di transizione. La Banca d’Israele sostiene da anni la riduzione della pensione obbligatoria ma nel Ministero ci sono forti oppositori che temono di compromettere un sistema che garantisce una pensione a ogni israeliano. Nel Mercer Pension Index del 2025 Israele è tra i primi cinque paesi al mondo per qualità del sistema pensionistico, insieme a Paesi Bassi, Danimarca, Islanda e Singapore. La seconda direzione è ridurre il risparmio che supera la pensione obbligatoria, cioè i versamenti per la parte di stipendio oltre la media nazionale e quelli per il Keren Hishtalmut. Si pensa di ridurre l’attrattività di questi versamenti tagliando i benefici fiscali. Attualmente ci sono agevolazioni fiscali per la pensione fino a 2,5-3,3 volte lo stipendio medio. A settembre 2024 l’Ufficio del Capo Economista del Ministero delle Finanze ha pubblicato un’analisi che mostra come i benefici fiscali per la pensione ammontino a 34 miliardi di shekel all’anno, un terzo di tutti i benefici fiscali in Israele, il livello più alto tra i paesi Ocse per i risparmiatori con stipendio medio. La parte maggiore di questo beneficio va ai due decili più ricchi che ricevono il 47% del totale. Il decile più alto riceve un beneficio medio mensile di 2.400 shekel, cento volte quello del decile più basso. Nell’arco della vita questo beneficio si accumula a 740.000 shekel nel decile superiore, 40 volte quello del decile inferiore. Si tratta di un beneficio fiscale regressivo e poco efficiente. Il Capo Economista ha raccomandato di limitare le agevolazioni fiscali pensionistiche fino al solo stipendio medio, riducendo i benefici di 5-10 miliardi all’anno, con un impatto minimo sul risparmio dei decili alti che probabilmente continuerebbero a risparmiare a proprie spese. Un ulteriore studio dell’ottobre 2025 sui Keren Hishtalmut ha mostrato agevolazioni fiscali per circa 11 miliardi di shekel all’anno, anch’esse molto regressive. Solo il 9% dei lavoratori nel decile più basso versa ad un Keren Hishtalmut contro l’88% nel decile più alto. Un lavoratore nel decile superiore gode di un beneficio fiscale di 6.000 shekel all’anno, contro 1.000 per quello nel decile inferiore. La raccomandazione è stata di ridurre del 25% lo stipendio che dà diritto all’agevolazione. Queste proposte di tagliare i benefici fiscali al risparmio pensionistico e ai Keren Hishtalmut circolano da anni a causa del loro alto costo per il bilancio statale, della loro natura regressiva e della loro inefficacia data l’esistenza della pensione obbligatoria e degli alti tassi di risparmio. Ora ricevono nuovo vigore alla luce della crisi dell’apprezzamento dello shekel e della consapevolezza che l’enorme dimensione dei fondi istituzionali distorce i mercati.
Le analisi di The Marker questa settimana sono state criticate da Tali Goldring su Rosa Media. Meirav Arlosoroff, in un articolo del 28 aprile su The Marker, affronta il problema dell’apprezzamento dello shekel che danneggia l’industria locale, in particolare l’high-tech, dove i salari degli ingegneri diventano più cari in dollari, riducendo i profitti e portando alla cancellazione di progetti, con effetti negativi anche su altri settori esportatori e di servizi. Secondo Arlosoroff i responsabili sono gli investitori istituzionali (società di gestione pensionistica e assicurativa) che detengono 3,5 trilioni di shekel in asset pensionistici e 800 miliardi in fondi comuni. Per proteggersi dal rischio di cambio quando investono all’estero attuano una copertura del rischio. Quando l’S&P 500 sale, il valore dei loro asset in dollari aumenta tecnicamente, superando la quota di investimento estero desiderata. Per rientrare nei limiti vendono dollari e comprano shekel, causando l’apprezzamento della valuta locale. Goldring riconosce che Arlosoroff ha ragione nel descrivere il meccanismo ma critica la soluzione implicita di limitare o vietare tale copertura perché proteggerebbe i risparmi dei cittadini. Senza hedging un investitore che acquista azioni americane quando il dollaro vale 3,6 shekel e le rivende quando il dollaro è sceso a 3,0 shekel, pur avendo guadagnato in termini di azioni, subirebbe una perdita in shekel. I dati mostrano che nei Keren Hishtalmut, nel periodo febbraio 2025-febbraio 2026, i rendimenti dei fondi esposti al dollaro sono stati solo del 3,4% contro il 29,4% di quelli gestiti in shekel, a dimostrazione dell’importanza della copertura. Un successivo articolo di Arlosoroff del maggio 2026 riprende le tesi estreme di Yannay Spitzer (lo abbiamo analizzato qualche settimana fa), il quale propone di tassare le operazioni di copertura. Goldring critica questa posizione, definendola una sorta di multa imposta dallo Stato su politiche di investimento che proteggono i risparmi e si chiede se lo stesso principio sarebbe accettabile in altri contesti (ad esempio gli investimenti in gioco d’azzardo). Tuttavia riconosce che l’apprezzamento dello shekel è pericoloso per le esportazioni, i posti di lavoro e le imprese. La radice storica del problema risale al luglio 2002, quando al vertice di Cesarea il Ministero delle Finanze e la Banca d’Israele decisero di introdurre i fondi pensione nel mercato azionario, nonostante l’allora commissario delle imposte Moshe Gavish avvertisse che sarebbero stati troppo grandi rispetto al mercato e avrebbero potuto squilibrarlo. Negli anni ’50 erano state create grandi casse pensionistiche con sistema a punti e la statalizzazione dei risparmi avveniva tramite obbligazioni statali garantite. Dagli anni ’70 iniziò la privatizzazione ma, dopo lo scoppio della bolla bancaria e le nazionalizzazioni, le casse rimasero in deficit. Nel 1995 si chiusero le casse vecchie e si aprirono quelle nuove, con il 70% dei fondi ancora in obbligazioni statali e il resto in borsa. Nei primi anni 2000, su pressione di Banca d’Israele e Ministero delle Finanze, si ridussero drasticamente le obbligazioni garantite e la maggior parte dei risparmi fu trasferita ai mercati privati. Durante la crisi del 2008 i fondi persero tra il 12% e il 30% e i cinquantenni videro la pensione prevista contrarsi drammaticamente. Si dovette creare una rete di sicurezza per gli over 57 che poi costò poco grazie alla rapida ripresa dei mercati. Goldring si chiede se in un contesto di guerra, tagli di bilancio e indifferenza pubblica per i danni ai risparmiatori si possa davvero rinunciare alla copertura del rischio di cambio per salvare gli esportatori e chi proteggerebbe i fondi pensione in caso di crollo. Al contempo osserva che anche l’attuale strategia di copertura espone i risparmi a bolle immobiliari e bancarie e ai rischi politico-militari israeliani. La soluzione proposta da Arlosoroff, investire ancora di più all’estero per ridurre le vendite di dollari, viene definita sfacciata. Goldring suggerisce di tornare parzialmente a considerare la pensione come un diritto pubblico: aumentare la quota di risparmio garantita con rendimenti certi (oggi esiste già una garanzia del 5,15% reale su circa il 30% degli asset delle casse), orientare più fondi verso investimenti sociali a lungo termine in Israele e reintrodurre obbligazioni statali dedicate. Pur riconoscendo che gli israeliani sono generalmente soddisfatti dei rendimenti azionari degli ultimi due decenni, avverte che i giornalisti economici non includono mai nei calcoli dei rendimenti il momento in cui i risparmi pensionistici smettono di servire gli interessi dei grandi capitalisti iniziando a minacciarli, a cui segue l’invito a “mettersi sotto la barella” (espressione ebraica che indica essere sacrificati o messi in secondo piano) accanto a insegnanti, lavoratori autonomi e residenti del nord sotto i missili dei terroristi.
Il lavoro di fronte alla guerra e l’occupazione dei giovani della società araba
Nel corso di un’audizione della Commissione Economia della Knesset è emersa una situazione gravissima relativa agli stipendi degli autisti di autobus israeliani durante la guerra. È stato rivelato dai rappresentanti dei comitati dei lavoratori che, sebbene il denaro fosse già stato trasferito dal ministero dei Trasporti alle compagnie di autobus per coprire le retribuzioni, molti conducenti che hanno effettivamente lavorato sotto i missili non avevano ancora ricevuto un soldo mentre alcuni autisti mandati in congedo non retribuito (halat) avevano regolarmente percepito i sussidi dal Bituach Leumi. La ragione di questo stallo, secondo i rappresentanti del ministero dei Trasporti, risiede in un ritardo nei negoziati tra lo stesso ministero e le aziende di trasporto. A causa della guerra numerose linee erano state cancellate o operavano con un numero irrisorio di passeggeri, riducendo drasticamente le entrate aziendali che si basano sia sui biglietti sia sui pagamenti statali per l’operatività delle tratte. Molti autisti non necessari furono quindi messi in congedo percependo regolarmente i sussidi mentre chi ha continuato a lavorare ha effettuato solo quattro o sei ore di servizio senza essere pagato per la maggior parte della giornata, creando l’assurdo per cui chi è rimasto a casa ha ricevuto il denaro e chi ha rischiato la vita attende ancora il proprio salario. Hagar Yahav, direttrice del Forum delle aziende di trasporto pubblico, ha puntato il dito contro il governo affermando che il meccanismo di indennizzo per le compagnie non era stato ancora completato, impedendo così i pagamenti, ma Itai Amir, rappresentante del ministero dei Trasporti, ha contraddetto questa versione dichiarando che oltre l’80% dei fondi destinati specificamente agli stipendi degli autisti era già stato trasferito alle società, le quali avevano quindi i mezzi per pagare ma non lo facevano a causa di divergenze tecniche sul resto del pacchetto di indennizzo. Il deputato Bitan ha duramente criticato le aziende, proponendo di tagliare gli acconti se non avessero pagato immediatamente i dipendenti e ha sottolineato che gli autisti non possono diventare ostaggio delle dispute tra privati e Stato. Uri Matoki dell’ufficio trasporti della Histadrut ha portato l’esempio toccante di un autista ferito da un razzo a Kiryat Shmona che continua comunque a presentarsi al lavoro ogni giorno mentre Abdul Mahdi, presidente del comitato dei lavoratori di Kavim, ha avvertito che senza una giusta ricompensa per chi ha rischiato la vita la prossima volta nessuno si presenterà a lavoro.
La Commissione Istruzione, Cultura e Sport ha affrontato la crisi del settore culturale israeliano, chiedendo ai ministeri delle Finanze e della Cultura di creare un meccanismo di supporto permanente che garantisca la continuità delle attività culturali anche durante le future emergenze nazionali. Secondo i dati della Banca d’Israele a febbraio 2026 il numero degli occupati nel settore cultura, arte e intrattenimento ammontava a 80.000 persone, pari al 2,5% di tutti i lavoratori dell’economia israeliana. Nel pieno della guerra, il 26 marzo 2026, il ministero della Cultura ha pubblicato una bozza di criteri di supporto per raccogliere le osservazioni del pubblico, simili a quelli già diffusi dall’ottobre 2023, al fine di aiutare le istituzioni culturali a fronteggiare il crollo delle entrate. Maria Yariv, rappresentante del ministero, ha detto che i criteri sarebbero stati pubblicati entro due settimane, dopo le consultazioni con il ministero della Giustizia a seguito dei cambiamenti richiesti dalle regioni del nord. Omer Cohen, del ministero delle Finanze, ha riconosciuto i bisogni specifici del settore ma ha ammesso che esiste una difficoltà a fornire risposte ai lavoratori autonomi che non appartengono a istituzioni culturali strutturate. La deputata Meirav Ben-Ari, tra le promotrici del dibattito, ha lanciato una critica durissima contro il governo, affermando che dal 7 ottobre il mondo della cultura è sopravvissuto alla giornata, con locali che chiudono e non riaprono, e che i meccanismi di indennizzo non danno risposte adeguate. Il deputato Eitan Ginzburg ha portato una testimonianza drammatica: un cantante gli ha raccontato che due suoi colleghi avevano parlato di togliersi la vita a causa della mancanza di reddito e lavoro, ricordando che non tutti sono grandi star che guadagnano milioni. La maggioranza ha stipendi bassi e meriterebbe un risarcimento immediato. Rami Beja, presidente del forum dei lavoratori autonomi e freelance della Histadrut, ha chiesto di riconoscere il settore culturale come meritevole di un’eccezione (come già fatto per le aziende del nord) concedendo un risarcimento immediato a chi ha subito un calo di fatturato superiore all’80%. Avital Handler, presidente del comitato dei musicisti dell’orchestra sinfonica, ha spiegato che i musicisti, che normalmente guadagnano tra 7.000 e 10.000 shekel al mese, non hanno visto alcun stipendio durante i mesi della guerra e ha confessato di conoscere musicisti che stanno cercando un’altra professione.
Secondo il professor Sami Miari del dipartimento di Studi del Lavoro dell'Università di Tel Aviv, la maggior parte dei giovani definiti come inattivi nella società araba israeliana sono in realtà privati di opportunità a causa di un fallimento strategico del governo rispetto al tema dell’occupazione giovanile. Miari sostiene che, fin dai primi programmi governativi, c’è stato un investimento massiccio e, a suo avviso, corretto nel capitale umano degli arabi per integrarli nel mercato del lavoro attraverso formazioni e qualifiche. Questa strategia è stata appropriata fino a un certo punto perché non si può continuare a investire solo sul lato dell’offerta trascurando la domanda, ovvero la creazione di posti di lavoro. Una simile negligenza costa cara alle autorità locali arabe. Per creare occupazione per giovani e donne all’interno dell’enclave economica della società araba è necessario sviluppare zone industriali che fungano da motore per la generazione di posti di lavoro. Oggi, a causa della carenza di aree industriali sviluppate che forniscano servizi adeguati agli imprenditori, le attività fuggono verso insediamenti ebraici limitrofi, provocando un doppio danno perché i comuni arabi perdono il gettito delle tasse sulla proprietà (arnona) e quelle imprese che, se fossero rimaste all’interno del villaggio arabo, avrebbero fornito posti di lavoro. Un paper pubblicato dall’Arab Economic Forum, dal titolo Lacking opportunities: Young Arabs Between Wasted Human Capital and a Lack of Local Employment, sostiene le tesi di Miari e chiede un cambiamento di politica significativo. Gli autori del paper affermano che il concetto stesso di inattivi è fuorviante e che quindi anche la stima della loro incidenza sulla popolazione è errata. L’attuale definizione si riferisce a coloro che non studiano e non lavorano ma in realtà una parte di chi viene etichettato come tale sta attivamente cercando lavoro o si sta preparando agli studi ed è quindi attivo nel mercato del lavoro. Da un’analisi più accurata emerge che il tasso di inattivi è del 14% tra i giovani arabi e del 16% tra le giovani donne arabe mentre tra i giovani ebrei (maschi e femmine) si attesta al 9%. Ritengono che il capitale umano nella società araba non viene sfruttato in modo efficiente anche a causa della mancanza di posti di lavoro adeguati nei villaggi arabi. Il paper smentisce l’assunto che non ci siano imprese nei villaggi arabi ma evidenzia un grave problema strutturale: sebbene nel 2023 il numero di datori di lavoro nei villaggi arabi fosse di 36,9 per mille abitanti (contro 34,1 nel resto degli insediamenti), nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di microimprese che occupano fino a 9 dipendenti. Il numero di imprese medie (tra 10 e 49 dipendenti) è inferiore del 35% rispetto al resto degli insediamenti e il numero di grandi imprese (oltre 50 dipendenti) è inferiore del 65%. Ciò significa che l’apparente maggior numero di imprese non si traduce in un numero sufficiente di posti di lavoro. Inoltre la maggior parte delle attività si concentra in edilizia, commercio e trasporti mentre la presenza in settori ad alto potenziale retributivo come servizi tecnici, comunicazioni, immobiliare e servizi finanziari è molto scarsa. Alla luce di ciò chiedono un investimento governativo nello sviluppo di opportunità di lavoro nelle vicinanze dei villaggi, raccomandando una strategia mista che combini una strategia di compensazione (per compensare gli svantaggi della periferia e incentivare gli investimenti) con una strategia di sfruttamento (per valorizzare i vantaggi locali come conoscenza e comunità). Analogamente Miari raccomanda due interventi integrati: lo sviluppo di zone industriali parallelamente all’incoraggiamento dell’ingresso dell’industria avanzata nella società araba, garantendo al contempo una diversificazione dei settori occupazionali. Alla domanda di Davar sul perché lo Stato debba investire nello sviluppo di posti di lavoro nella società araba in un momento di guerra e di crescenti spese per la sicurezza, Miari risponde che l’investimento migliore per moltiplicare il Pil di Israele è quello che porta la maggiore crescita. Tuttavia Miari non risparmia critiche sul modo in cui sono stati attuati i budget nel precedente piano quinquennale (Decisione Governativa 550), spiegando che in ogni programma economico la questione non è quanto si è utilizzato del budget ma quanto impatto sul terreno ha avuto. Quest’ultimo dipende da due elementi. Il denaro deve arrivare a destinazione in modo corretto e adeguato e deve aver provocato un cambiamento. Purtroppo, osserva, ci sono organizzazioni che non hanno utilizzato i budget nella società araba, i soldi non sono arrivati a destinazione e c’è stata corruzione. Ciononostante conclude con un avvertimento contro l’abbandono dei programmi e chiede che vengano istituzionalizzati stabilmente: la società araba ha bisogno di un piano quinquennale ma questo deve essere inserito all’interno della legge di bilancio dello Stato affinché ogni cambiamento politico non sia accompagnato da tagli al programma.
Edilizia in Israele
Tra due settimane scadrà la legge in Israele che impone la nomina di assistenti alla sicurezza nei cantieri edili di grandi dimensioni. Nonostante ciò il Ministero del Lavoro non sta ancora promuovendo il rinnovo della norma, come rivelato dall’Istituto Nazionale per la Sicurezza e la Salute sul Lavoro e da Histadrut durante un’audizione straordinaria della Commissione Lavoro e Welfare della Knesset. Secondo quanto dichiarato da Histadrut, l’obbligo di nominare gli assistenti alla sicurezza nei grandi cantieri faceva parte di un accordo del 2018 tra lo Stato e il sindacato, seguito a una battaglia per la sicurezza promossa dalla stessa Histadrut. La norma è stata introdotta come disposizione temporanea per cinque anni, poi prorogata di altri due. Tutti erano consapevoli della scadenza fissata al 28 maggio e già l’anno scorso Histadrut aveva avvertito il Ministero del Lavoro, cercando di portare avanti la questione. Purtroppo non è successo nulla e migliaia di lavoratori rischiano di rimanere a casa, con un grave danno per la sicurezza nei cantieri. Per questo il sindacato è costretto a promuovere una proposta di legge privata poiché il governo si è ricordato del problema troppo tardi. Anche il vicedirettore generale dell’Istituto Nazionale per la Sicurezza ha sottolineato l’urgenza di modificare la legge per preservare il ruolo degli assistenti alla sicurezza, ricordando che l’obiettivo primario è garantire che ogni lavoratore possa tornare a casa sano e salvo. Durante l’audizione sono emersi anche altri problemi legati alla sicurezza dei lavoratori edili e all’aumento dei morti per infortuni sul lavoro nel settore. Serhiy Marchenko, il cui fratello Anton morì nel 2018 cadendo dal quattordicesimo al quinto piano di un cantiere, ha detto che solo dopo l’incidente i capi cantiere hanno iniziato a distribuire imbracature ai lavoratori. Hadas Tagri, responsabile di un’organizzazione che si occupa di contrasto degli incidenti sul lavoro, ha evidenziato che nonostante le imminenti elezioni alcune norme possono e devono essere approvate nei prossimi due mesi. Negli ultimi cinque anni la percentuale di lavoratori stranieri tra i morti nel settore edile è raddoppiata, passando dal 15% al 33%, mentre il numero complessivo di lavoratori stranieri in Israele è aumentato notevolmente. Le regole che richiedono una formazione sulla sicurezza per i lavoratori stranieri sono già sul tavolo della commissione da tempo. Tagri ritiene necessaria una formazione obbligatoria per tutti gli addetti del settore ma almeno quelle per i lavoratori stranieri sono già pronte e vanno approvate. Histadrut ha aggiunto che anche l’obbligo di formazione sulla sicurezza per tutti i lavoratori edili rientrava tra gli impegni statali del 2018 mai attuati. Tagri ha invitato la commissione a sollecitare i ministri della Giustizia e del Lavoro per promuovere le norme sulla formazione degli operatori di apparecchi di sollevamento e gru, nonché quelle su montaggio e smontaggio delle gru, scritte ma mai approvate. Ha spiegato che pompe per calcestruzzo, gru autocarrate e piattaforme di sollevamento sono responsabili di moltissimi incidenti, come i due operai uccisi questa settimana da casseforme di calcestruzzo sollevate. Le norme sullo smontaggio e montaggio delle gru sono state scritte dopo la morte di quattro lavoratori caduti durante lo smontaggio di una gru nel 2019, senza che fosse presentata alcuna accusa perché la polizia sosteneva che la legge non stabiliva regole in materia. Tali norme potrebbero essere approvate già in questa sessione, compiendo piccoli ma significativi passi per salvare vite umane. Anche Roy Weinstein, presidente del comitato nazionale dei gruisti della Histadrut, ha chiesto che vengano approvate al più presto perché salvano vite. Solo negli ultimi tre giorni due suoi colleghi sono stati coinvolti in incidenti che si sarebbero potuti evitare e non capisce perché le norme siano bloccate da quattro anni. Sulla questione dei dati relativi alle vittime c’è stata una discussione aspra. Secondo Kav LaOved, a partire dai rapporti dei soccorsi, nel 2025 sono morti 82 lavoratori e 122 sono rimasti gravemente feriti. Il responsabile della sicurezza del Ministero del Lavoro ha contestato questi numeri, affermando che secondo i rapporti del suo ufficio i morti sono stati 69, pur ammettendo un aumento rispetto al 2024, quando furono 60. Ha detto di non conoscere i 120 feriti gravi ma ha ammesso che il Ministero del Lavoro non raccoglie dati sulla gravità delle lesioni. Secondo i rapporti dei datori di lavoro nel 2025 sono rimasti feriti 7.721 lavoratori, in calo del 10% rispetto al 2024. Il vicedirettore della sicurezza ha dipinto un quadro drammatico di carenza di personale e budget. L’ufficio conta solo 85 ispettori, di cui 70 sul campo. Avevano chiesto 7 milioni di shekel per il budget operativo ma ne hanno ricevuti solo 1,4, in parte già destinati a spese del 2025. L’avvocata Diana Baron di Kav LaOved ha rivelato che una bozza era già pronta per l’ultima legge di bilancio ma fu rimossa all’ultimo ricordato l’importanza di istituire un database governativo trasparente sugli infortuni sul lavoro, dato che attualmente non esiste un database pubblico accessibile.
Davar riporta anche la battaglia condotta dalla deputata sionista socialista dei Democratici Naama Lazimi per il rinnovo della legge Ran Cohen. Questa legge permette di esercitare il diritto di riscatto per gli inquilini dell'edilizia pubblica. Davar ritiene che non potrà certo salvare un settore che i ministeri delle Finanze e dell'Edilizia hanno di fatto già liquidato ma questa legge è comunque preferibile alle alternative perché garantisce che i proventi delle vendite vengano reimpiegati per acquistare o costruire nuovi alloggi pubblici, rallentando così l'erosione del patrimonio esistente, e perché assicura che le case siano vendute solo a inquilini aventi diritto e non a investitori. Lazimi ha accusato il ministro dell'Edilizia Haim Katz (Likud) di ostacolare il rinnovo di una legge che pure gode di un certo sostegno nella coalizione al potere. Curiosamente questa iniziativa di una delle voci socialiste più rilevanti del parlamento israeliano assomiglia molto alla riforma simbolo di Margaret Thatcher, la leader conservatrice britannica che permise la vendita agevolata degli alloggi pubblici contribuendo però a un crollo drammatico del patrimonio abitativo statale. Sia in Israele che nel Regno Unito la legge adotta una logica per cui la casa è prima di tutto un bene economico finalizzato al profitto, contraddicendo il principio fondamentale dell'edilizia pubblica come risposta a un bisogno umano basilare di un tetto sopra la testa. Viene poi spiegato che l'interesse dell'investitore è un aumento il più rapido possibile dei prezzi mentre chi cerca una casa necessità di rincari lenti, una dinamica ben compresa da un ex consulente economico di Netanyahu, Avi Simhon, che propose di emettere obbligazioni legate ai prezzi immobiliari per sottrarre domanda agli speculatori. Il patrimonio dell'edilizia pubblica in Israele è crollato del 70% pro capite e continua a ridursi. Un rapporto del 2011 rivelò che solo il 7,5% dei proventi delle vendite veniva reinvestito mentre la legge è stata ripetutamente sospesa con leggi di accompagnamento al bilancio su iniziativa del Ministero delle Finanze, una pratica criticata persino dal consigliere giuridico della Knesset. Tra il 1998 e il 2013 il patrimonio è sceso da 108mila a 63.800 unità e un rapporto del 2024 ha condannato i ministeri per il loro fallimento nell'aumentare l'offerta nonostante una decisione governativa del 2021. I ministeri si oppongono al rinnovo sostenendo che le vendite agevolate ridurrebbero ulteriormente il patrimonio perché gli sconti rendono i proventi insufficienti a sostituire gli alloggi venduti senza un supplemento del bilancio pubblico. L'esperienza storica mostra che le vendite sono proseguite anche nei periodi di congelamento della legge e i dati indicano che quando la legge era in vigore l'erosione è stata più lenta, infatti tra il 2013 e la fine del 2024 il patrimonio è passato da 63.800 a 47.100 unità, con una riduzione media di 1.500 alloggi all'anno, mentre tra il 1998 e il 2013, quando la legge fu sospesa, la riduzione era di 2.900 alloggi all'anno. Il rinnovo della legge aiuterebbe gli inquilini aventi diritto ad acquistare casa e potrebbe rallentare leggermente la liquidazione di ciò che resta dell'edilizia pubblica in Israele ma non sfida l'approccio dominante che considera la casa più un bene di investimento che un diritto mentre l'opposizione dei ministeri appare poco convincente alla luce della loro stessa politica che ha contribuito a creare la crisi abitativa. Secondo i dati della Banca d'Israele solo il 10% delle famiglie possiede due o più case e poco più del 2% ne possiede tre o più, quindi per la stragrande maggioranza della popolazione l'abitazione rappresenta un peso crescente sul reddito, al contrario di banche e investitori per cui si tratta di una vera e propria cuccagna.
