Questa settimana è stato pubblicato un documento congiunto della Cgil e dei sindacati tedeschi della DGB con la collaborazione della Fondazione Di Vittorio e della Fondazione Friedrich Ebert dal titolo Industrial Policies in Europe: Crises and Perspectives. Si tratta di un tentativo ambizioso e sistematico di offrire una diagnosi approfondita e una proposta programmatica alternativa per affrontare quella che i due sindacati definiscono una crisi strutturale e poliedrica dell'industria europea. La loro analisi risale alle cause profonde di un declino che minaccia la competitività, la coesione sociale e la prosperità a lungo termine del continente, con un focus particolare su Italia e Germania che vengono analizzate come casi esemplari di vulnerabilità diverse ma convergenti. La tesi di fondo, ribadita più volte nel corso del rapporto, è che la crisi attuale va letta come la conseguenza diretta e prevedibile di decenni di sottoinvestimento cronico, di un graduale ma inesorabile smantellamento delle politiche industriali pubbliche e di una fiducia mal riposta nelle capacità autocorrettive dei soli meccanismi di mercato.
L’Europa è esposta a shock esterni di varia natura e afflitta da dipendenze strategiche che ne limitano gravemente l'autonomia. Il dato forse più impressionante riguarda il deficit di investimenti che caratterizza l'Unione Europea ormai da anni. Sulla base di studi citati nel rapporto si stima che entro il 2030 l'Unione si troverà a dover fronteggiare un buco annuale di investimenti nei soli domini strategici della digitalizzazione, della decarbonizzazione e della resilienza geoeconomica pari a 321 miliardi di euro, una cifra che corrisponde all'1,8% del reddito nazionale lordo complessivo. Si tratta solo dell'aspetto più visibile di un problema molto più ampio perché a questo deficit si aggiungono un divario di investimento pubblico nazionale stimato in 442 miliardi di euro all'anno e un divario di investimento privato di 512 miliardi di euro all'anno. La capacità dell'Europa di trasformare il proprio apparato produttivo per renderlo più pulito, più digitale e più resiliente è minata alla radice da una mancanza endemica e strutturale di risorse finanziarie destinate al futuro, un limite che il prossimo Quadro Finanziario Pluriennale per il periodo 2028-2034, con il suo aumento marginale e irrisorio, rischia di aggravare ulteriormente.
A questa debolezza strutturale si accompagna una pericolosa dipendenza energetica, con le importazioni di energia che sono salite dal 52% nel 1995 al 63% nel 2022, che espone l'Europa a shock dei prezzi e a ricatti geopolitici. La riduzione della dipendenza dal gas russo, resa necessaria dalla guerra in Ucraina, non ha affatto risolto il problema ma lo ha semmai trasformato in una nuova forma di dipendenza, quella dal gas naturale liquefatto statunitense e dalle tecnologie verdi prodotte in Cina, un paese che oggi fornisce quasi tutti i pannelli solari e una quota significativa dei componenti per l'eolico utilizzati in Europa. La stessa vulnerabilità si osserva per quanto riguarda le materie prime critiche, dove la capacità di estrazione e raffinazione dell'Unione è limitatissima, costringendola a importare volumi enormi da pochi paesi dominanti, come la Cina, la Repubblica Democratica del Congo, il Brasile, il Sudafrica, il Cile e l'Indonesia, che in alcuni casi hanno già dimostrato di essere disposti a utilizzare questa dipendenza come arma negoziale, imponendo restrizioni alle esportazioni o addirittura nazionalizzando interi segmenti della catena di fornitura.
Di fronte a questa crisi poliedrica la risposta prevalente delle istituzioni europee e di alcuni governi nazionali, tra cui spiccano proprio quelli italiano e tedesco, è stata quella di lanciare una crociata ideologica contro la burocrazia e la regolamentazione. Il rapporto cita a questo proposito un documento congiunto dei governi italiano e tedesco, pubblicato alla vigilia del vertice informale dei leader europei del 12 febbraio 2026, che si limitava a chiedere freni di emergenza all'attività legislativa e la rimozione di presunti oneri burocratici, senza alcuna menzione di un piano di investimenti o di una strategia industriale coerente. I tanto decantati pacchetti legislativi omnibus, che la Commissione Europea presenta come strumenti di semplificazione e rilancio della competitività, genererebbero, secondo le stime della Commissione stessa, un risparmio per le imprese di appena 12 miliardi di euro, una cifra ridicola se paragonata ai 321 miliardi di deficit di investimento annuale, e pari allo 0,06% del Pil europeo, dimostrando così l'inanità e la natura essenzialmente ideologica di un approccio che sacrifica le tutele dei lavoratori e dell'ambiente sull'altare di una competitività malintesa e sostanzialmente inesistente.
Scendendo nel dettaglio dei due paesi analizzati, l'analisi dell'Italia è particolarmente severa e riccamente documentata. Fa risalire le radici del declino tecnologico italiano a scelte politiche precise compiute a partire dalla fine degli anni ‘80. L'abbandono di politiche industriali mirate e la graduale liberalizzazione dei mercati, culminati con la liquidazione dell'IRI e la privatizzazione di giganti pubblici come STET, poi diventata Telecom Italia, e Montedison, hanno smantellato un sistema di innovazione tecnologica che un tempo era vivo e competitivo. Le conseguenze sono ancora oggi perfettamente visibili nei dati statistici. L'Italia, ci dice il rapporto, registra la quota più bassa di valore aggiunto proveniente dai settori manifatturieri ad alta tecnologia, quelli che la letteratura economica chiama science-based, come la chimica avanzata e l'elettronica, rispetto al totale della produzione industriale, posizionandosi al di sotto di Germania e Francia, che rappresentano il cuore tecnologico d'Europa, e addirittura al di sotto della Spagna, un paese che tradizionalmente ha una struttura industriale meno competitiva di quella italiana. La Spagna, dal 2002 a oggi, ha costantemente aumentato il peso di questi settori ad alta tecnologia nella propria economia mentre l'Italia ha visto un lento ma inesorabile declino, un arretramento che non è mai stato recuperato nemmeno dopo la crisi del 2008, con la quota italiana che si è attestata stabilmente intorno all'11% del valore aggiunto manifatturiero totale. Ancora più grave, e forse meno noto al grande pubblico, è il dato relativo al valore aggiunto domestico incorporato nelle esportazioni dei settori ad alta tecnologia. Questa quota ha iniziato a diminuire già nel 1995, in coincidenza con le ondate di privatizzazioni, e da allora non ha fatto che contrarsi, ampliando il divario con Germania e Francia. Questo significa che l'Italia esporta sempre meno valore realmente prodotto al proprio interno e sempre più componenti e semilavorati che vengono invece importati dall'estero per essere assemblati e poi rivenduti come made in Italy, un fenomeno che impoverisce il paese e lo rende dipendente dalle catene globali del valore.
A livello macroeconomico questa debolezza strutturale si traduce in una stagnazione che dura ormai da un quarto di secolo. Nel 2023 il Pil reale pro capite italiano era solo di poco superiore a quello dell'anno 2000 mentre il divario con la Germania si è allargato di un terzo, con il Pil pro capite tedesco che oggi supera i 40.000 euro annui contro i poco più di 31.000 dell'Italia. La causa principale di questa impressionante divergenza è individuata nel crollo degli investimenti. Tra il 2010 e il 2019, mentre in Francia e Germania gli investimenti fissi lordi in termini reali aumentavano rispettivamente del 16% e del 20%, in Italia diminuivano di otto punti percentuali. Un dato che da solo spiega gran parte delle difficoltà odierne perché senza investimenti non si creano nuovi posti di lavoro di qualità, non si innovano i processi produttivi, non si aumenta la produttività. Il rapporto nota anche che la struttura dell'economia italiana, dominata da microimprese con meno di dieci dipendenti che rappresentano il 94,8% delle aziende attive e impiegano il 43,2% dei lavoratori, costituisce un ulteriore fattore di debolezza perché hanno minore capacità di innovare, minore accesso al credito e minore forza contrattuale nei confronti dei grandi acquirenti e dei fornitori esteri. Le conseguenze di tutto questo sul mercato del lavoro e sui salari sono devastanti. Tra il 2008 e il 2024 i salari reali in Italia sono crollati del 9%, il peggior calo registrato nell'intera area dell'Ocse, mentre nello stesso periodo in Germania aumentavano del 14% e in Francia del 5%. Non stupisce quindi che la quota di lavoratori che vivono in povertà, i cosiddetti working poor, abbia raggiunto il 9,9% nel 2023, con un picco del 16,5% tra gli operai, e che lo stipendio medio annuo italiano a tempo pieno, pari a 32.749 euro, si collochi ben al di sotto della media europea di 37.863 euro.
Il quadro che emerge dall'analisi della situazione tedesca è meno drammatico sotto certi aspetti ma non per questo meno preoccupante. Descrive un paese che sta mostrando tutte le crepe del suo modello economico tradizionale basato sull'export industriale e su una specializzazione in pochi settori core come l'automotive, la chimica e la meccanica. La quota del manifatturiero sul Pil della Germania è scesa dal 20,1% del 2015 al 18% del 2024, un declino che potrebbe sembrare modesto ma che in realtà segnala un'erosione della base industriale del paese. La produzione industriale ha continuato a contrarsi, con una perdita di 143.000 posti di lavoro nel solo 2025, e i sondaggi citati dal rapporto indicano che quasi un quarto della capacità produttiva industriale tedesca rimane oggi inutilizzata mentre più di un terzo delle imprese, precisamente il 38,6% nell'agosto 2025, denuncia una persistente carenza di ordini, un segnale di debolezza della domanda che non si vedeva da anni. Le industrie ad alta intensità energetica, come la chimica, la metallurgia, la plastica, il vetro e la carta, sono particolarmente esposte ai prezzi elevati dell'energia che non sono mai tornati ai livelli precedenti alla crisi ucraina. Molte di esse stanno valutando o hanno già avviato piani di riduzione della capacità produttiva e di delocalizzazione. Il rapporto cita a questo proposito tre casi esemplari. Nell'industria siderurgica Thyssenkrupp Steel Europe ha annunciato piani per tagliare 11.000 posti di lavoro entro il 2030, pari al 40% della sua forza lavoro complessiva, nel settore automobilistico tra il terzo trimestre del 2024 e il terzo trimestre del 2025 sono stati persi 48.700 posti di lavoro, un'emorragia che colpisce sia le case automobilistiche che l'indotto dei fornitori mentre nell'industria chimica la produzione è diminuita del 10,6% nel biennio 2023-2024, raggiungendo il livello più basso dalla metà degli anni ‘90.
Sul fronte del mercato del lavoro la Germania ha mostrato per lungo tempo una resilienza sorprendente, nonostante la stagnazione economica, ma questa resilienza ha cominciato a incrinarsi. All'inizio del 2026 il rapporto segnala che la disoccupazione ha superato i 3 milioni di persone, il livello più alto in dodici anni, un dato che ha un forte impatto psicologico e politico oltre che economico. Ancora più significativa è però la trasformazione della struttura occupazionale. La crescita dei posti di lavoro si è concentrata quasi esclusivamente nel settore dei servizi, che nel 2025 è cresciuto di 164.000 unità, pari a uno 0,5%, portando la sua quota sull'occupazione totale al 75,9%, mentre il settore produttivo al di fuori delle costruzioni ha perso 143.000 posti di lavoro, corrispondenti a un -1,8%. Questa sostituzione di posti di lavoro industriali con posti di lavoro nei servizi non è affatto neutrale dal punto di vista della qualità e della sicurezza perché i posti di lavoro che si perdono nell'industria sono tradizionalmente quelli meglio pagati, più tutelati dalla contrattazione collettiva, con maggiore protezione sociale e maggiori opportunità di carriera mentre quelli che si creano nei servizi sono spesso più precari, meno coperti dalla contrattazione e più eterogenei in termini di condizioni di lavoro. A questo si aggiunge un problema strutturale di lunga data, ovvero la crescente carenza di manodopera specializzata con stime che indicano una forbice tra il 25% e il 30% delle aziende che segnala difficoltà di reperimento, soprattutto nei settori più innovativi come la transizione energetica e la tecnologia ambientale. Si stima che serviranno da 150.000 a 200.000 lavoratori qualificati aggiuntivi nei prossimi anni, una carenza che rischia di diventare un collo di bottiglia insormontabile per qualsiasi tentativo di rilancio industriale.
Il nodo centrale per la Germania è tuttavia un altro ed è di natura fiscale e istituzionale. Si tratta del famoso freno al debito, quel vincolo costituzionale introdotto nel 2009 che limita l'indebitamento strutturale del governo federale allo 0,35% del Pil e che di fatto ha impedito per anni qualsiasi politica fiscale espansiva. Il risultato di questa austerità costituzionale è sotto gli occhi di tutti: un arretrato di investimenti a livello comunale che, secondo i dati della KfW Bankengruppe citati nel rapporto, ha raggiunto la cifra record di 215,7 miliardi di euro nel 2025, con un aumento di quasi 29,6 miliardi di euro in un solo anno, pari a un incremento del 15,9%, il livello più alto mai registrato dall'inizio delle rilevazioni. Questo arretrato riguarda infrastrutture essenziali come le scuole, i trasporti pubblici e le infrastrutture digitali, e rappresenta un freno enorme alla crescita e alla modernizzazione del paese. Per aggirare i limiti del freno al debito il governo tedesco ha fatto sempre più ricorso a fondi speciali fuori bilancio, come un fondo da 100 miliardi per le spese militari e uno da 500 miliardi per le infrastrutture e il clima, ma questi strumenti, per quanto utili in via temporanea, non sono sufficienti a colmare un divario strutturale di investimenti stimato tra i 600 e i 780 miliardi di euro nel prossimo decennio e sollevano seri problemi di pianificazione a lungo termine e di coordinamento con gli investimenti dei comuni e dei lander. Per questo i sindacati e molti economisti chiedono da tempo una riforma permanente del freno al debito che lo renda compatibile con le esigenze di investimento di un paese che deve affrontare una triplice transizione, climatica, digitale e demografica.
Di fronte a questa diagnosi, che è insieme economica, sociale e politica, la parte propositiva del rapporto delinea un sistema coerente e articolato di politica industriale, articolato in sette pilastri fondamentali, in cui lo Stato diventa un attore che plasma attivamente il mercato. Il primo e più importante pilastro è la richiesta di un'agenda di investimenti pubblici e privati su scala europea. Viene innanzitutto chiesta la creazione di un Fondo Futuro europeo permanente, una sorta di Next Generation EU 2.0, finanziato attraverso debito comune europeo, destinato a sostenere investimenti a lungo termine in infrastrutture transfrontaliere e in settori strategici come le batterie, i semiconduttori, le materie prime critiche e l'intelligenza artificiale. Si chiede un sostanziale aumento delle risorse del Quadro Finanziario Pluriennale per il periodo 2028-2034, giudicato allo stato attuale del tutto inadeguato rispetto alla scala delle sfide, e una riqualificazione del proposto Fondo Europeo per la Competitività che deve essere ribilanciato dalla difesa verso la decarbonizzazione e la modernizzazione industriale e, soprattutto, deve essere dotato di una specifica e adeguatamente finanziata finestra di bilancio per le competenze e la qualificazione dei lavoratori perché senza lavoratori qualificati non c'è innovazione possibile. A questo si aggiunge la richiesta di introdurre un sistema obbligatorio e trasversale di condizionalità sociali e del lavoro per tutti i fondi europei, per fare in modo che i soldi pubblici servano effettivamente a rafforzare la contrattazione collettiva, a salvaguardare l'occupazione di qualità, a promuovere la partecipazione dei lavoratori e a finanziare la formazione mentre vengono nettamente rigettate le condizionalità di riforma strutturale, quelle che subordinano i finanziamenti a tagli delle pensioni, della sanità o a flessibilizzazioni del mercato del lavoro perché queste, secondo il rapporto, indeboliscono la coesione sociale e non generano crescita sostenibile.
Il secondo pilastro riguarda la necessità di rafforzare la domanda interna e di approfondire il mercato unico europeo, due obiettivi strettamente collegati tra loro. Per troppo tempo le strategie di crescita in Europa hanno fatto affidamento in modo sproporzionato sulla domanda esterna mentre la moderazione salariale, il consolidamento fiscale e il sottoinvestimento hanno depotenziato i consumi interni e le infrastrutture pubbliche. In un contesto di incertezza globale e di guerre commerciali questo modello è sempre più insostenibile. Serve quindi una politica salariale espansiva che rafforzi il potere d'acquisto delle famiglie e crei una domanda stabile e prevedibile per i prodotti europei. Serve una contrattazione collettiva forte e diffusa, in linea con gli obiettivi della Direttiva europea sui salari minimi, e investimenti pubblici massicci in infrastrutture transfrontaliere e nella transizione energetica che hanno l'effetto di stimolare la domanda nel breve termine e di aumentare la produttività nel lungo termine. Il terzo pilastro è dedicato alla salvaguardia dei posti di lavoro di qualità. Il rapporto prende una posizione molto netta contro l'approccio della Commissione Europea che, sotto l'insegna della riduzione degli oneri amministrativi, rischia di indebolire i diritti dei lavoratori, la contrattazione collettiva, la cogestione e gli standard di protezione consolidati. Il rapporto cita esplicitamente Mario Draghi per ribadire un punto essenziale: la competitività non si costruisce abbassando i salari o indebolendo le tutele ma elevando i livelli di competenza e la produttività. I posti di lavoro di qualità sono motore di produttività, innovazione ed equa distribuzione della ricchezza. Viene quindi chiesta una rapida e piena attuazione della proposta di Direttiva sulla Transizione Giusta presentata dal Parlamento Europeo che dovrebbe stabilire un quadro vincolante per affrontare in modo proattivo l'impatto occupazionale delle transizioni verde e digitale, garantendo diritti concreti alla formazione, alla riqualificazione e al passaggio da un lavoro all'altro senza cadere nella disoccupazione.
Il quarto pilastro riguarda l'uso strategico degli appalti pubblici e degli strumenti di preferenza europea, il Buy European. I mercati europei sono sempre più esposti a concorrenti stranieri che beneficiano di sovvenzioni pubbliche massive, di capacità produttiva sovrabbondante e di dumping sociale e ambientale. Per contrastare queste pratiche sleali e ridurre le pericolose dipendenze strategiche è necessario introdurre clausole vincolanti di preferenza europea negli appalti pubblici, nei finanziamenti pubblici e nei meccanismi d'asta, compresa l'assegnazione dei siti per i progetti di energia rinnovabile. L'Industrial Accelerator Act, attualmente in fase di proposta da parte della Commissione, viene giudicato al di sotto delle aspettative dei sindacati perché contiene troppe esenzioni e una copertura tecnologica troppo limitata. Necessita quindi di essere rafforzato. Il quinto pilastro affronta il tema cruciale della stabilizzazione dei costi energetici e degli altri fattori localizzativi che determinano la competitività dell'industria europea. La proposta più innovativa e radicale in questo ambito è la richiesta di una riforma fondamentale del mercato elettrico europeo che disaccoppi finalmente il prezzo dell'elettricità dai prezzi volatili del gas, i quali continuano a determinare il prezzo all'ingrosso dell'energia nonostante rappresentino solo il 14% della produzione, creando così picchi artificiali dei prezzi che penalizzano in modo sproporzionato le industrie ad alta intensità energetica. Viene inoltre chiesta l'introduzione di un prezzo europeo dell'elettricità per l'industria che garantisca costi prevedibili, equi e competitivi a tutte le imprese del continente, indipendentemente dalla loro localizzazione geografica.
Il sesto pilastro sottolinea la necessità di responsabilizzare le parti sociali e di democratizzare la politica industriale, un punto che per Cgil e DGB è assolutamente centrale. Senza la partecipazione attiva dei sindacati alla progettazione e all'attuazione delle politiche industriali la trasformazione economica non potrà essere né giusta né sostenibile. Viene quindi chiesta la rappresentanza formale dei sindacati nelle strutture di governance strategica dei principali strumenti di investimento dell'Unione Europea, a cominciare dal consiglio di amministrazione strategico del Fondo Europeo per la Competitività, e il pieno rispetto del principio di partenariato per quanto riguarda i fondi di coesione. Infine, il settimo e ultimo pilastro è una netta presa di posizione a favore di una riforma regolatoria mirata e non di una deregolamentazione indiscriminata. Il rapporto attacca frontalmente i pacchetti omnibus, i tentativi di armonizzazione attraverso il cosiddetto ventottesimo regime e gli attacchi al gold-plating, cioè al diritto degli stati membri di adottare standard nazionali più elevati rispetto ai minimi fissati dall'Unione Europea. La posizione dei due sindacati è molto chiara: l'accelerazione delle procedure autorizzative per i progetti di trasformazione è auspicabile ma non deve essere ottenuta a scapito delle tutele dei lavoratori, dei consumatori e dell'ambiente. Gli obiettivi quantitativi generici di riduzione degli oneri burocratici, come quelli propagandati da alcuni governi nazionali e dalla Commissione, sono pericolosi e fuorvianti perché senza una attenta valutazione dei costi sociali e ambientali di una regolamentazione insufficiente, rischiano di distruggere diritti e tutele senza alcun beneficio economico reale. Ridurre la burocrazia non risolverà le debolezze strutturali dell'economia europea, ciò di cui c'è bisogno invece è di prezzi dell'energia più bassi e stabili, di un mercato interno rafforzato e riequilibrato, dello sviluppo e della protezione dei settori industriali strategici e della promozione attiva dell'occupazione di qualità.
La necessità di seguire simili lungimiranti indicazioni viene dalle ultime vertenze industriali scoppiate nel nostro paese. Electrolux ha recentemente annunciato ai sindacati Fiom, Fim e Uilm 1700 esuberi, pari al 40% dei 4500 addetti in Italia. I rappresentanti dei lavoratori hanno giudicato il piano inaccettabile, si sono alzati dal tavolo dell'incontro a Venezia Mestre proclamando lo stato di agitazione permanente e un primo sciopero di 8 ore in tutti gli stabilimenti, chiedendo al Governo un intervento urgente con una convocazione al Mimit. Il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha risposto dicendo di seguire la situazione con massima attenzione, intendendo svolgere attività di monitoraggio e mantenere un confronto costante. Il piano della multinazionale svedese prevede l'ottimizzazione dell'assetto produttivo in Italia, con il ridimensionamento di tutti i siti, la chiusura di uno (Cerreto D'Esi, dove lavorano 170 persone) e la fermata di alcune produzioni, come le lavasciuga a Porcia e i piani cottura a Forlì. L'operazione dovrebbe chiudersi entro l'anno. Le sedi interessate dalla riduzione di organico sono Porcia (Pordenone), Susegana (Treviso), Forlì e Solaro (Milano). Tra gli esuberi ci sono anche 200 addetti con contratto a termine. A Susegana una terza linea della serie Genesi per frigoriferi di livello medio-alto non è stata attivata e si presume che 150 addetti possano rientrare nel taglio.
C’è anche la crisi dell'azienda Natuzzi, storico marchio del mobile imbottito, tornata al centro dell'attenzione dopo il rinvio del tavolo ministeriale al 19 maggio, slittamento dovuto alla consapevolezza che le distanze tra le parti restavano incolmabili. Questo rinvio, ricorda Il Sole 24 Ore del 13 maggio, offre sette giorni aggiuntivi per cercare un compromesso su una cassa integrazione che l’azienda vorrebbe portare all'80% (rispetto all'attuale 45%) e su incentivi all'esodo più vantaggiosi in una corsa contro il tempo per evitare strappi che metterebbero a repentaglio la sostenibilità stessa dell'impresa. La vertenza coinvolge 1700 dipendenti diretti e altre 600 imprese del distretto del mobile imbottito, diventando una spada di Damocle per l'economia dell'Alta Murgia, un territorio fragile tra Bari e Matera. Durante un'audizione in Commissione Attività produttive della Camera, i sindacati Fillea Cgil, Filca Cisl, Feneal Uil e Ugl hanno chiesto l'ingresso dello Stato nel capitale dopo oltre vent'anni di finanziamenti pubblici. L'azienda, come anticipato dal Sole 24 Ore, ha presentato istanza per il fondo di Salvaguardia e Invitalia ha avviato la due diligence ma i tempi sono imprevedibili e il presente è occupato dalla trattativa in corso. La riunione al Ministero del Lavoro è stata segnata da discussioni tese. I vertici Natuzzi, con Marco Natuzzi figlio del patron, hanno confermato la necessità di aumentare la cassa integrazione straordinaria fino all'80% a causa del calo degli ordini e delle ripercussioni internazionali su un'azienda quotata al Nyse. Tuttavia i sindacati hanno opposto un muro contro muro, collegando il quasi raddoppio della cigs all'aumento della lavorazione in Romania, come ha dichiarato Tatiana Fazi della Fillea Cgil davanti ai parlamentari. La Commissione parlamentare porrà domande specifiche su questo punto direttamente ai proprietari della Natuzzi. Ora l'attenzione si sposta sul bilaterale tra azienda e sindacati previsto per il 18 maggio a Roma, alla vigilia della nuova riunione ministeriale. Un possibile aiuto potrebbe venire dalla Regione Puglia che già per l'ex Ilva ha utilizzato incentivi a sostegno dei lavoratori a rischio di espulsione dal mercato. L'assessore regionale Eugenio Di Sciascio spiega che si tratta di un intervento per ridurre l'impatto sociale della cigs, prevedendo un contributo economico giornaliero da tradurre in formazione. Al tavolo si parla di una possibile soglia di cassa integrazione al 55% ma nessuno si sbilancia. Rilevante anche il nodo degli incentivi all'esodo. L'azienda, sollecitata dal Ministero, non avrebbe escluso una riflessione sulla sua ultima offerta di 50mila euro in cinque anni per le uscite volontarie con licenziamento, condizioni definite inaccettabili dai sindacati, specialmente per i quasi 400 dipendenti prossimi alla pensione che perderebbero la Naspi. Un'eventuale intesa tra azienda e sindacati è condizione per la convocazione, il 27 maggio, del tavolo permanente istituito dal ministro Urso. Nel frattempo sono programmate assemblee davanti agli stabilimenti, dove le molte lavoratrici, soprattutto cucitrici, temono di perdere lavoro e autonomia in un territorio privo di altre opportunità professionali se non in un opaco sottobosco di laboratori.
Proprio dalla Puglia, da Bari, vengono altri campanelli d’allarme. Li lancia la Fiom Cgil alla sua assemblea dei delegati e delle delegate dell’industria metalmeccanica. Le informazioni che seguono possono essere trovate navigando sul sito Collettiva.
Secondo il rapporto dello Svimez presentato dal vicepresidente Stefano Prezioso l'industria manifatturiera del Mezzogiorno si conferma essere piccola in relazione ai bisogni della popolazione, con soli 3,2 addetti per abitante a fronte di una media nazionale di 6,5, un valore aggiunto che rappresenta appena il 12% di quello nazionale e esportazioni pari all'8,9% del totale, nonostante le unità locali siano il 24,8% di quelle italiane. Negli ultimi 25 anni, mentre il Nord ha visto una modesta crescita nelle produzioni medium-high tech come la meccanica specializzata, il Sud è rimasto ancorato a settori low-technology, con entrambe le macroaree che mostrano una persistente marginalità nei settori high-tech. Il restringimento della base produttiva si è concentrato tra il 2008 e il 2014 ma il sistema industriale superstite ha subito una metamorfosi, con uno spostamento di produzione ed export verso imprese più strutturate come multinazionali, a scapito delle imprese singole. Al Sud le imprese singole rappresentano il 22,9% del totale italiano ma solo il 4,3% del fatturato mentre le multinazionali straniere (0,2% del totale) generano il 4% del fatturato nazionale e le multinazionali italiane (0,2%) il 3%. Questa differenza è esplosiva nell'export, dove le imprese strutturate del Mezzogiorno assorbono l'85,3% delle vendite all'estero. Lo Svimez segnala inoltre una questione salariale. L'Italia ha un'incidenza del costo del personale sul fatturato inferiore di 2 punti rispetto alla Francia e di 3,5 rispetto alla Germania mentre negli ultimi 20 anni le retribuzioni reali per dipendente nella manifattura meridionale non hanno mai superato il 76% di quelle del Centro-Nord.
Il segretario generale della Fiom Cgil Michele De Palma ha dichiarato che l'industria metalmeccanica è a un passo dal collasso economico, con oltre 100 mila posti di lavoro persi dal 2008 e 132 mila lavoratori a rischio nei primi mesi del 2026, chiedendo un piano straordinario di investimenti e un intervento sul costo dell'energia. Sulla vertenza Electrolux ha chiesto il ritiro del piano di 1700 licenziamenti. Ha infine lanciato un appello alla presidente del Consiglio Meloni e all'intera politica, offrendo la disponibilità a discutere a Palazzo Chigi per evitare che l'Italia perda la sua sovranità industriale mentre il presidente di Federmeccanica Simone Bettini ha concordato sulla necessità di tavoli di settore e ha aggiunto che senza una politica industriale europea, un singolo Paese non può resistere alle devastazioni globali.
Una ricerca del Centro studi Fiom presentata da Matteo Gaddi, infine, offre un'analisi strutturale della crisi. La crescita europea è nettamente inferiore a quella di Stati Uniti, Cina e India ed è trainata in modo schiacciante dai servizi mentre la manifattura continua a perdere peso. A ciò si aggiunge il rischio di una nuova compressione dei salari che rischiano di non tenere il passo con l’inflazione prevista dalla Bce, deprimendo ulteriormente la domanda interna. Il modello economico europeo appare così viziato alla radice, fondato com’è sull’illusione di una crescita trainata dalle esportazioni, sulla moderazione salariale e su vincoli fiscali restrittivi che impediscono qualsiasi politica espansiva.
Gaddi afferma che l’industria europea è sempre più dipendente dall’estero e vulnerabile agli shock a causa di delocalizzazioni e frammentazione delle catene produttive. Nei comparti fondamentali la perdita di capacità autonoma è impressionante. Nella siderurgia la produzione diminuisce mentre aumentano le importazioni, minando la capacità di riprodurre l’intero sistema industriale. Nei semiconduttori la produzione cresce ma le importazioni corrono ancora più veloci, segno che la domanda interna viene soddisfatta sempre più dall’esterno. La contraddizione più stridente emerge però nella cosiddetta doppia transizione, ecologica e digitale. L’Europa si pone obiettivi ambiziosissimi senza possedere la capacità produttiva per realizzarli. Per la transizione digitale l’industria Ue produce meno della metà degli apparati per telecomunicazioni che utilizza e una frazione irrisoria del fabbisogno di smartphone. Per quella ecologica produce appena l’8% degli impianti fotovoltaici che servono e la produzione interna di turbine eoliche e pompe di calore, seppur in crescita, viene surclassata da un’impennata delle importazioni ben più rapida. Nell’automotive, infine, la scelta consapevole di specializzarsi in auto di lusso ha portato ad abbandonare la produzione di massa all’Est Europa e al Nord Africa mentre cresce vorticosamente l’importazione di componenti.
La ricerca non risparmia una critica radicale alle politiche industriali europee, accusate di essere strutturalmente inadeguate perché concepiscono l’intervento pubblico al massimo come un correttivo dei meccanismi di mercato. Il primo limite è il primato della competitività che orienta le politiche verso la redditività del capitale privato anziché verso la piena occupazione e la riduzione delle dipendenze esterne. Il secondo è l’approccio per singoli segmenti (auto elettrica, batterie, semiconduttori) senza mai affrontare il problema decisivo di disporre delle filiere e delle capacità produttive di base. Il terzo è la subordinazione della politica industriale alla logica del mercato unico, dove lo sviluppo industriale è al servizio del mercato e non viceversa. Il quarto è la debolezza del concetto di contenuto locale, basato sulla semplice ultima trasformazione sostanziale che permette di considerare europeo un prodotto realizzato con componenti esteri. Il quinto è l’approccio alla decarbonizzazione come problema di regolazione e incentivi e non di intervento pubblico diretto, nonostante la riconversione richieda risorse enormi e profitti incerti che il capitale privato da solo non può garantire. Il sesto, infine, è la concezione dello Stato come mero facilitatore e sussidiatore con il rischio che eventuali processi di consolidamento industriale finiscano per rafforzare oligopoli privati e nuove delocalizzazioni. L’Europa riconosce i problemi ma non sa trarre le conseguenze, continuando a usare gli stessi vecchi strumenti della competitività e degli incentivi.
Passando all’Italia, il quadro non è meno grave. La ripresa occupazionale nella metalmeccanica dopo la crisi del 2008 è stata fragile e incompiuta. Nel 2024 gli addetti erano ancora inferiori di 100.000 unità rispetto a sedici anni prima e la tenuta dell’occupazione è garantita solo da massicci ammortizzatori sociali, con l’equivalente di oltre 132mila lavoratori full-time in cassa integrazione. La produzione industriale si è ridotta in tutti i principali comparti tra il 1995 e il 2025 e il 2009 ha rappresentato uno spartiacque dal quale nessun settore, a eccezione di quello degli altri mezzi di trasporto, è più tornato stabilmente ai livelli pre-crisi. Siamo davanti ad un ridimensionamento strutturale. Le debolezze dell’industria metalmeccanica italiana sono molteplici. La dimensione media delle imprese è significativamente inferiore a quella europea, il che comporta bassa capacità di investimento e dipendenza dalle grandi imprese capofila Le filiere sono incomplete, come dimostra la siderurgia dove l’Italia ha perso oltre nove milioni di tonnellate di produzione, con quasi la metà dell’acciaio oggi importato. La capacità produttiva è inadeguata rispetto alla doppia transizione, tanto che la produzione domestica di apparati Ict copre un sesto del fabbisogno nazionale, percentuale che crolla a poco più di un decimo se si includono i personal computer. I settori dei beni di consumo di massa sono crollati. La produzione di automobili è diminuita dell’83% dal 2000 e tra il 2014 e il 2024 si sono perse centinaia di migliaia di frigoriferi, milioni di lavatrici e quasi quattro milioni di cappe. Gli investimenti in macchinari e impianti sono rimasti fermi per oltre vent’anni attorno al 2,5% del Pil, collocando l’Italia tra le economie industrializzate con la minore propensione a investire. Infine, il sistema industriale italiano è afflitto da una doppia dipendenza dall’estero: da un lato importa input, componenti e tecnologie perché la struttura produttiva è incompleta, dall’altro la debolezza della domanda interna rende molte produzioni dipendenti dalle esportazioni. Questa doppia dipendenza è una vera e propria vulnerabilità strutturale che riguarda la capacità stessa del paese di riprodurre e orientare il proprio sistema produttivo nel lungo periodo.
