L’ultimo rapporto curato da Ires Toscana, con la collaborazione del Centro Studi Fiom Cgil nazionale e il supporto grafico della Fisac Cgil Toscana, è un’analisi approfondita e criticamente orientata delle trasformazioni intervenute nel sistema manifatturiero toscano tra il 2015 e il 2024, con aggiornamenti che arrivano fino a maggio 2026. L’obiettivo è esplicativo e valutativo: si intende verificare come si è distribuito il valore creato dall’industria in un decennio segnato da grandi shock economici, dall’inflazione, dalla pandemia e dalle tensioni internazionali e quali conseguenze abbiano avuto queste dinamiche sui lavoratori, sui salari e sulla struttura produttiva regionale.
Il contesto di fondo è un mutamento strutturale della regione iniziato già negli anni ‘90, con la fine delle partecipazioni pubbliche nell’industria. Da allora la Toscana ha visto progressivamente ridursi il peso dell’industria e crescere quello dei servizi. Non si tratta, però, di un terziario avanzato e ad alta intensità di conoscenza. Nel rapporto si usa il concetto di terziarizzazione debole per descrivere un modello di sviluppo in cui la contrazione dell’occupazione industriale qualificata viene compensata, solo in parte e con esiti problematici, dall’espansione del terziario a basso valore aggiunto, spesso caratterizzato da precarietà, discontinuità contrattuale e salari medio-bassi. Questo modello si accompagna a una crescente concentrazione della ricchezza, a un aumento della rendita finanziaria e immobiliare e a una polarizzazione sociale e territoriale sempre più marcata. La fotografia scattata dallo studio mostra una regione che, da laboratorio politico e socioeconomico di primo piano nel secondo dopoguerra, è scivolata dal cinquantunesimo al novantanovesimo posto nella classifica delle regioni europee per Pil pro capite tra il 2000 e il 2021. Solo l’Umbria ha fatto peggio in Italia.
Dentro questo quadro macroeconomico preoccupante il rapporto si concentra sulla manifattura. Tra il 2008 e il 2025 le unità di lavoro nell’industria toscana sono diminuite in media del 3,9%, con l’eccezione della sola provincia di Prato. Nel 2025, inoltre, si è registrato un forte aumento delle ore di cassa integrazione, concentrate per il 90% proprio nel settore industriale. Non si tratta di una semplice storia di declino lineare. Ciò che rende la vicenda toscana paradossale e degna di attenzione è che, nonostante la contrazione relativa del peso dell’industria, il valore prodotto dalle imprese manifatturiere è cresciuto in modo impressionante nell’ultimo decennio. Tra il 2015 e il 2024 il valore della produzione è quasi raddoppiato, passando da 39 miliardi a oltre 73 miliardi di euro, con un incremento dell'86,5%. A fronte di questa espansione, però, i costi del personale sono aumentati molto meno, passando da 4,6 a 7 miliardi, con una crescita del 51,6%. Ne consegue che l’incidenza del lavoro sul valore della produzione si è ridotta di oltre due punti percentuali, scendendo dall'11,74% al 9,54%. Quindi le imprese hanno prodotto molto di più ma hanno destinato al lavoro una fetta più piccola della torta.
Questa dinamica diventa ancora più chiara se si guarda al valore aggiunto, cioè la ricchezza effettivamente creata dall’attività produttiva al netto dei consumi intermedi. Qui la distribuzione tra capitale e lavoro rivela una tendenza di fondo inequivocabile. Il profitto lordo delle imprese, l'EBITDA, che rappresenta la liquidità generata prima di ammortamenti, interessi e imposte, è cresciuto complessivamente dell'87,2%. In alcuni settori, come l'automotive (+613%), gli altri mezzi di trasporto (+295,9%) e la gioielleria (+217,9%), l’aumento è stato a tre cifre. Gli utili netti, al netto di tutti gli oneri, sono aumentati complessivamente del 70%, raggiungendo il picco di oltre 4 miliardi di euro nel 2022. Nel decennio considerato le imprese manifatturiere toscane hanno realizzato utili netti complessivi per quasi 28 miliardi di euro. Di fronte a questo mare di profitti la quota del valore aggiunto destinata al lavoro è scesa dal 58,3% al 53% mentre quella destinata al capitale è salita dal 39,7% al 44,6%. Negli anni 2021, 2022 e 2023, la situazione è stata ancora più squilibrata, con la quota del lavoro scesa addirittura al di sotto del 50% del valore aggiunto. Per la prima volta dal secondo dopoguerra, in Toscana, i lavoratori dell’industria hanno ricevuto meno della metà della ricchezza che hanno contribuito a creare. Il differenziale tra capitale e lavoro ha raggiunto il suo massimo nel 2022, con un vantaggio del capitale di 13,26 punti percentuali.
Il rapporto cerca di capire che fine abbiano fatto quei profitti. A prima vista sembrerebbe che le imprese abbiano aumentato gli investimenti perché la quota di EBITDA destinata agli ammortamenti è passata dal 31,25% al 43,5%. Questa interpretazione è criticata con tre argomenti che costituiscono uno dei passaggi analiticamente più raffinati del rapporto. Innanzitutto la crescita media nazionale nasconde una realtà settoriale frammentata. Ad eccezione del tessile quasi tutti i comparti hanno registrato una variazione negativa o molto modesta del peso degli ammortamenti sui profitti, come nel caso dell'automotive (-23,8 punti percentuali) o della chimica (-5,6 punti). In secondo luogo l’aumento delle immobilizzazioni è stato trainato in misura schiacciante dalle immobilizzazioni immateriali, cioè marchi, avviamento, costi di sviluppo e altre voci contabili che non corrispondono a investimenti produttivi fisici. In molti settori le immobilizzazioni immateriali sono cresciute di decine o addirittura migliaia di punti percentuali mentre quelle materiali (macchinari, impianti, fabbricati) sono aumentate molto poco. Nel tessile, per esempio, le immobilizzazioni materiali sono cresciute del 62,8% ma quelle immateriali sono aumentate del 5.823,7%. Nella gomma-plastica le materiali sono cresciute del 58%, le immateriali del 1.475,7%. In terzo luogo nel 2020 le imprese toscane hanno approfittato del Decreto Agosto per effettuare massicce rivalutazioni patrimoniali. La riserva di rivalutazione è passata da 972 milioni a oltre 19,2 miliardi di euro in un solo anno, un incremento del 1.453,3%. Una volta depurate le immobilizzazioni da questo artificio contabile emerge che, dopo il 2021, il valore reale degli investimenti è diminuito anno dopo anno. Gli ammortamenti hanno eroso il capitale più di quanto le imprese abbiano reinvestito. La crescita dei profitti non si è tradotta in un rinnovamento del parco macchine, in nuovi impianti o in innovazione produttiva ma in operazioni finanziarie e di bilancio che hanno gonfiato i valori aziendali senza corrispondere a reali incrementi di capacità produttiva.
Sul fronte occupazionale i dati sono in apparenza positivi. L’industria manifatturiera toscana ha creato posti di lavoro, con un aumento complessivo degli occupati del 14,7% nel decennio. I comparti che più hanno trainato questa crescita sono stati i prodotti in metallo (+93,7%), l'automotive (+91%) e gli altri mezzi di trasporto (+50%). Anche il tessile, nonostante le sue note criticità, ha visto aumentare l’occupazione, seppure in misura più modesta (+7,7%). Solo la metallurgia ha perso lavoratori (-11,6%). Questo aumento dell’occupazione non è stato accompagnato da un corrispondente aumento dei salari reali. In sette comparti su tredici i lavoratori hanno visto erodersi il proprio potere d’acquisto. La retribuzione lorda media nell’industria toscana è passata da circa 24.150 euro a poco più di 29.000 euro, con un incremento nominale del 20,4%, ma il tasso di inflazione cumulata nello stesso periodo è stato del 19,4%. L’aumento reale medio è stato di solo 1 punto percentuale e questa media nasconde disparità profonde. Ci sono comparti, come la metallurgia (+16,6% reale) e la farmaceutica (+6,2% reale), dove i salari reali sono cresciuti in modo significativo ed esistono comparti, come i prodotti in metallo (-10,1% reale), la chimica (-8,1% reale), gli altri mezzi di trasporto (-6,7% reale) e la carta (-4,6% reale), dove i lavoratori hanno perso tra il 4 e il 10% del proprio potere d’acquisto. In settori come la gomma-plastica (-0,6% reale), la gioielleria (-0,6% reale) e i macchinari-impianti (-0,8% reale), i salari reali sono rimasti sostanzialmente stabili o sono leggermente diminuiti. Nel tessile, tradizionale serbatoio di occupazione manifatturiera della regione, il guadagno reale è stato molto contenuto, pari al 2,4% reale. L'automotive è l’unico comparto in cui la crescita nominale (19,4%) ha esattamente eguagliato l’inflazione, mantenendo invariato il potere d’acquisto.
Quindi l’occupazione cresce del 14,7%, la produzione cresce dell'86,5%, i profitti crescono dell'87,2% ma i salari reali ristagnano o addirittura diminuiscono in 7 comparti su 13. Le imprese hanno adottato un modello di crescita estensiva del lavoro, cioè hanno aumentato il numero degli occupati senza tradurre questa crescita in una crescita intensiva del salario. I lavoratori sono diventati più numerosi ma non sono diventati più ricchi, né hanno beneficiato in misura adeguata della ricchezza che contribuiscono a produrre. Esiste un’evidente e documentata mancata convergenza tra redditività e dinamica salariale. I margini per un aumento adeguato dei salari ci sono, e sono ampi. Il fatto che questi margini non siano stati utilizzati deriva da precise scelte distributive da parte delle imprese che hanno preferito destinare i profitti a dividendi, attività finanziarie, rivalutazioni contabili e immobilizzazioni immateriali, piuttosto che ai lavoratori o a investimenti produttivi reali.
