All’Eli Hurvitz Conference on Economy and Society è stato presentato un documento molto interessante dell’Israel Democracy Institute dal titolo Mangeremo la spada? Budget 2026 all'ombra dell'onere della sicurezza e delle priorità future. Gli autori sono Karnit Flug, ex governatrice della Banca d'Israele, e il ricercatore Roe Kenneth Portal. Questo paper esamina il bilancio dello Stato di Israele per il 2026 sullo sfondo di due anni e mezzo di conflitto quasi ininterrotto, iniziato il 7 ottobre 2023 e proseguito con scontri diretti contro l'Iran. L'analisi si concentra sulle conseguenze dell'aumento della spesa militare e del debito pubblico sui principali aggregati fiscali degli anni a venire. La conclusione è che l'incremento persistente delle spese per la difesa, combinato con una riduzione delle imposte in piena guerra e anno elettorale, rende molto probabile un nuovo superamento del target di deficit. Questo porterà a una drastica riduzione della spesa civile, in particolare servizi sociali e investimenti infrastrutturali, oppure a un ulteriore aumento del rapporto debito/Pil che graverà pesantemente sulle generazioni future e sui servizi ai cittadini.
Il bilancio 2026, approvato dalla Knesset a marzo dopo un significativo incremento delle spese militari reso necessario dal secondo conflitto con l'Iran, viene analizzato nelle sue priorità. Particolare attenzione è dedicata al confronto tra le raccomandazioni della commissione Nagel e il programma del primo ministro che prevede un aumento della spesa per la difesa ancora maggiore nel prossimo decennio. Viene dimostrato che fissare le uscite militari ai livelli previsti, mantenendo le attuali regole fiscali, si tradurrebbe inevitabilmente in minori investimenti in infrastrutture, istruzione e capitale umano, danneggiando il potenziale di crescita e ampliando le disuguaglianze economiche e sociali. Si propone un percorso alternativo per i prossimi dieci anni, articolato in tre componenti: taglio dei finanziamenti settoriali per ricostruire la fiducia pubblica, graduale aumento del carico fiscale e rafforzamento della spesa civile. Questo approccio consentirebbe di evitare il collasso della spesa civile, potenziare i servizi sociali, stabilizzare il debito e poi ridurlo moderatamente, investendo in infrastrutture, ricerca, sviluppo e integrazione lavorativa.
L'analisi dell'andamento economico mostra che, nonostante una ripresa durante i periodi di minore intensità del conflitto, la guerra ha lasciato cicatrici profonde. Rispetto al trend pre-crisi il Pil del 2025 risulta inferiore del 5,5%, con una perdita di 70 miliardi di shekel nel solo settore privato. La spesa pubblica è aumentata del 5,8% oltre il trend (principalmente per scopi militari) mentre i consumi privati sono crollati del 9,9% e gli investimenti del 17,9%, con un forte declino nell'edilizia residenziale che rischia di far salire i prezzi delle case. La perdita cumulata di investimenti in beni strumentali non residenziali ha raggiunto i 45 miliardi di shekel, un danno che rischia di compromettere la crescita futura. Il 2026, iniziato con l'aspettativa di essere il primo anno senza combattimenti, ha visto invece a febbraio l'inizio di una nuova guerra con l'Iran, costringendo a rivedere le previsioni di crescita dal 5% al 3,6-3,7%, nell'ipotesi che i combattimenti cessino ad aprile. Il bilancio approvato a marzo si basa su previsioni di crescita già rivelatesi troppo ottimistiche, tanto che subito dopo l'approvazione sia il principale economista del ministero delle Finanze sia la Banca d'Israele hanno diffuso stime più caute, prevedendo un deficit del 5,3% del Pil invece del 4,9% programmato. In un contesto di elevata incertezza il rischio di un impatto ben peggiore sulla crescita è concreto a causa dell'aumento dell'inflazione legato ai rincari energetici, dei blocchi alle vie di trasporto, come lo Stretto di Hormuz, e dell'innalzamento dei tassi d'interesse dovuto al maggior rischio paese.
Per quanto riguarda le entrate fiscali, che negli ultimi due anni hanno sorpreso positivamente grazie ai rialzi dei mercati globali e locali, il rapporto avverte che non è affatto certo che questa euforia possa continuare in piena incertezza bellica ed economica. Se le previsioni del governo si rivelassero troppo rosee il deficit sarebbe ancora più alto. Inoltre, se i combattimenti dovessero riprendere in una qualsiasi delle attuali aree di cessate il fuoco, i 30 miliardi di shekel già aggiunti al bilancio della difesa per il 2026 (che lo portano complessivamente a 175 miliardi, di cui 142 al ministero della Difesa e 26 ai servizi segreti, più una riserva di 7 miliardi per scopi bellici) potrebbero rivelarsi insufficienti, come dimostrano i 20 miliardi spesi nel primo conflitto con l'Iran durato solo 12 giorni. Le richieste delle forze armate per ulteriori 40 miliardi e il raddoppio delle chiamate di riservisti suggeriscono che questo rischio è concreto. Un deficit più alto del previsto farebbe salire il rapporto debito/Pil, già al 68,5% nel 2025, invece di iniziare a diminuire come pianificato, accrescendo il premio al rischio e gli interessi sul debito che già oggi assorbono il 12% del bilancio statale a fronte di un'impennata della spesa per interessi di mezzo punto percentuale di Pil rispetto al 2022 con cui viene cancellato un decennio di calo del relativo peso.
Nonostante le crescenti necessità della difesa, il governo ha mantenuto due decisioni che aggravano il deficit: l'adeguamento delle aliquote dell'imposta sul reddito (costo di 4,25 miliardi di shekel per il 2026, non compensato dall'annullamento dell'aumento dell'imposta sulla proprietà terriera che avrebbe dovuto finanziarlo) e l'innalzamento a 130 dollari del tetto per l'esenzione dall'IVA sugli acquisti personali all'estero, per una perdita complessiva di 5,5 miliardi di shekel all'anno. Contemporaneamente il bilancio include 5 miliardi di shekel di finanziamenti di natura coalizionale (come sovvenzioni a istituzioni religiose che non insegnano materie fondamentali, buoni pasto distribuiti con criteri settoriali e attività extrascolastiche per istituti senza insegnamento del nucleo curricolare) mentre vengono tagliati fondi essenziali per infrastrutture, istruzione, sanità e per l'ente che gestisce la ricostruzione delle zone colpite. La spesa civile israeliana, già molto bassa rispetto alla media OCSE (33,1% del Pil contro il 43% dei paesi avanzati), sconta un divario di 10 punti percentuali che corrisponde a 220 miliardi di shekel, risorse che in altri paesi vengono destinate a servizi pubblici di qualità.
Se si esclude il pagamento degli interessi sul debito, la spesa dell’amministrazione pubblica allargata, in cui sono incluse voci come l’Istituto nazionale di assicurazione e le autorità locali, risulta inferiore di dieci punti percentuali di Pil rispetto al valore mediano dei paesi più avanzati dell’OCSE. Questa differenza corrisponde a 220 miliardi di shekel nel 2026. Tale dato strutturale dovrebbe costituire il presupposto fondamentale per ogni decisione in merito alle priorità di bilancio, specialmente alla luce dell’aumento della spesa militare e della conseguente scelta se finanziarla tramite tagli alla spesa civile oppure attraverso un inasprimento fiscale.
A livello aggregato i budget civili in Israele sono aumentati dallo scoppio della guerra. Tuttavia l’incremento complessivo, pari a un punto percentuale di Pil rispetto ai budget precedenti il conflitto, non riflette un cambiamento sostanziale nell’ordine delle priorità. I budget per l’istruzione e per la sicurezza interna sono lievemente cresciuti in rapporto al Pil, così come la spesa per le infrastrutture, sebbene in misura ancora insufficiente. Per contro, i budget per l’istruzione superiore si sono leggermente contratti e lo stesso è accaduto per i trasferimenti al sistema di sicurezza sociale. Quest’ultima riduzione si è verificata nonostante un aumento di due miliardi di shekel all’anno nelle indennità per le vittime di atti ostili, a causa della contestuale diminuzione dei pagamenti destinati alla popolazione evacuata e ai programmi di risarcimento. L’unica categoria che ha registrato un cambiamento significativo è quella delle “altre spese”, cresciuta di mezzo punto percentuale di Pil. Questa voce include gran parte delle spese belliche non strettamente militari, per un ammontare vicino ai dieci miliardi di shekel, comprendendo una riserva per esigenze civili di 5,8 miliardi e 3,3 miliardi per l’Autorità per la ricostruzione del Sud e del Nord.
Osservando la spesa civile reale pro capite emerge che, a causa della crescita demografica e degli aumenti dei prezzi previsti, nel 2026 si attende un’erosione in termini reali per abitante in diversi settori rispetto all’anno di bilancio precedente, anche se non rispetto ai budget precedenti la guerra. La contrazione è particolarmente marcata nei settori dell’istruzione, dei trasferimenti alla sicurezza sociale e delle infrastrutture, nonché in voci minori come l’occupazione e l’istruzione superiore. In complesso, tra il 2025 e il 2026, la spesa civile reale pro capite dovrebbe diminuire del 3,3% o del 6% se si escludono le altre spese che sono aumentate sensibilmente a causa delle emergenze civili. Di conseguenza, sebbene in termini percentuali di Pil non si registri un cambiamento significativo nelle priorità al di là del finanziamento aggiuntivo per la ricostruzione, la crescita lenta del periodo bellico e i nuovi bisogni civili per la riabilitazione fisica e mentale implicano che, anche a parità di peso relativo della spesa civile sul Pil, la spesa reale per cittadino in molti ambiti ha cominciato a erodersi. Di fronte a una spesa civile già di per sé bassa e a divari infrastrutturali significativi, risulta difficile imporre tagli estesi alla spesa civile complessiva per finanziare gli oneri della difesa.
Questa erosione si manifesta anche nella riduzione dei salari nel settore pubblico. Il rapporto tra i salari del settore privato e quelli dei servizi pubblici è aumentato bruscamente negli ultimi anni, passando da un divario medio del 6–8% a favore del settore privato nei decenni precedenti a un divario del 25% alla fine del 2025. Anche considerando solo i lavoratori con simile istruzione ed esperienza, il divario salariale orario è salito del 10%, un fenomeno inesistente un decennio fa. Anche se l’ampliamento del divario fosse iniziato durante gli anni del COVID, negli ultimi anni la situazione è peggiorata a causa dell’annullamento di aumenti salariali programmati e dei congelamenti dei salari attuati per finanziare la guerra. Nel breve periodo queste misure hanno alleviato l’onere fiscale del conflitto ma nel lungo periodo il persistente ampliamento del divario salariale tra pubblico e privato creerà crescenti difficoltà di reclutamento per il settore pubblico, specialmente nelle professioni ad alta domanda.
Passando all’analisi delle priorità di bilancio per il 2026, emergono due questioni centrali: la settorializzazione del budget, con particolare attenzione ai fondi coalizionali e alla compromissione delle regolari procedure di bilancio, e il capitale umano e lo sviluppo economico delle minoranze, ovvero il finanziamento dei programmi di sviluppo per il settore arabo e dei quadri educativi haredi che non incoraggiano né l’arruolamento né l’insegnamento delle materie di base nella misura richiesta.
Per quanto riguarda la settorializzazione, indica risorse destinate a popolazioni specifiche senza criteri economici chiari o finalità di lungo periodo. Spesso il dibattito si è concentrato sui fondi coalizionali, ossia quelli garantiti dagli accordi di governo. Questi fondi hanno un forte impatto sullo spazio delle priorità di bilancio perché spesso assorbono gran parte della flessibilità di spesa. A seguito di molte critiche il governo ha avviato una serie di decisioni volte a restringere la definizione di fondi coalizionali al minimo legalmente possibile, probabilmente per ridurre il dibattito pubblico su di essi. Di conseguenza i fondi coalizionali espliciti nel budget 2026 rappresentano solo una parte delle allocazioni settoriali aggiuntive. Il resto è stato incorporato nella base del bilancio per occultarne la natura settoriale e garantirne la permanenza anche negli anni futuri.
Grazie a queste decisioni governative 302 milioni di shekel di risorse settoriali sono entrati stabilmente nella base di bilancio. La parte principale di questi fondi “riciclatì” è destinata all’istruzione haredi, nonché a istituzioni educative del sionismo religioso, già sovrafinanziate rispetto alla loro consistenza demografica, e a edifici e istituzioni religiose. La procedura che ha portato all’incorporazione di questi fondi nella base di bilancio è ancora più grave del loro contenuto poiché impegna lo Stato a lungo termine in spese settoriali prive di giustificazioni economiche. Sono stati introdotti tre importanti cambiamenti: un nuovo meccanismo, detto “percorso verde”, che ha evitato di sottoporre a parere legale molte voci già approvate in passato nonostante il mutamento delle circostanze e una regola per cui i fondi coalizionali inclusi negli accordi per nove anni su dieci entrano nella base di bilancio. Infine troviamo il passaggio a un “finanziamento normativo” per le reti educative haredi, basato su parametri fissi come numero di alunni e insegnanti ma senza una reale vigilanza, con un conseguente aumento di un miliardo di shekel nel budget 2026 rispetto all’originale del 2025. I fondi coalizionali del budget 2026 sono simili per entità ai due accordi precedenti, attestandosi su un livello elevato rispetto ai governi passati. Considerando anche gli stanziamenti per gli insediamenti nei territori palestinesi (1,1 miliardi di shekel nel 2026) e i benefici fiscali per i loro residenti (400 milioni), il totale delle aggiunte ai fondi coalizionali e settoriali nel budget 2026 è stimato tra 6,5 e 8,1 miliardi di shekel, nonostante la necessità di disciplina fiscale in tempo di guerra.
Quanto agli investimenti nei motori di crescita, il livello di spesa in istruzione di base, istruzione superiore, formazione professionale e infrastrutture non è cambiato in modo sostanziale nel budget 2026. Risulta basso rispetto ai paesi OCSE, è simile ai budget prebellici e la spesa per l’istruzione superiore è addirittura diminuita in percentuale del Pil.
Per sostenere le elevate spese militari e prevenire un deterioramento del tenore di vita materiale, Israele deve crescere rapidamente. Nei decenni passati è riuscito ad aumentare la spesa per la difesa in termini reali pur riducendone il peso relativo sul Pil grazie a una crescita economica più rapida. Per questo il rafforzamento dei motori di crescita è particolarmente cruciale proprio in tempo di guerra.
In questo contesto due questioni sono centrali: la riduzione delle disuguaglianze e lo sviluppo economico delle minoranze, con particolare attenzione ai programmi quinquennali per il settore arabo e alla mancata integrazione nel mercato del lavoro di qualità del settore haredi. L’economia israeliana è caratterizzata da un’alta disuguaglianza e da ampi divari tra gruppi di popolazione, un ostacolo di natura etica e allo sviluppo economico. L’integrazione della minoranza araba, il principale gruppo minoritario in Israele, può contribuire in modo rilevante alla crescita. I governi hanno avviato programmi quinquennali che sono stati valutati come efficaci ed economicamente vantaggiosi. Negli ultimi dieci anni il divario di spesa per alunno tra il settore arabo e quello ebraico statale si è ridotto dal 14% a favore del secondo al 9% ma questa media maschera divari più ampi tra scuole simili per livello socioeconomico (21% oggi contro 28% dieci anni fa). Anche gli adulti arabi hanno iniziato a integrarsi nel lavoro e nell’istruzione a un ritmo crescente, specialmente le donne. Tuttavia il budget 2026 non risponde alle esigenze di promozione del settore arabo. Negli ultimi anni il governo ha tagliato i budget per le autorità locali arabe e lo sviluppo in modo sproporzionato rispetto ad altri tagli. L’ultimo programma quinquennale è stato ridotto di almeno il 10% negli ultimi due anni (2,5 miliardi di shekel) con un parallelo calo dell’attuazione degli obiettivi programmatici dal 90% nel 2021 al 72% nel 2024. Questa politica di tagli mirati danneggerà l’uguaglianza e la crescita economica, con evidenze di un aumento significativo della criminalità e di un ampliamento del divario di investimento nell’istruzione di base, invertendo la tendenza positiva dell’ultimo decennio. Si tratta di spese che avrebbero un’alta probabilità di ripagarsi da sole in futuro, quindi da evitare di tagliare il più possibile.
Per il settore haredi la situazione è opposta e preoccupante. I processi di integrazione nel mercato del lavoro degli uomini haredi sono sostanzialmente stagnanti mentre le donne haredi, pur con alti tassi di occupazione, lavorano con orari ridotti e salari bassi. A causa dei bassi salari e della ridotta intensità lavorativa anche gli haredi occupati quasi non pagano imposte dirette e, considerando l’ampio consumo di servizi pubblici, ogni famiglia haredi costa allo Stato molto più di quanto paghi in tasse. Questa situazione avrebbe portato a sfide fiscali pesanti già prima della guerra e a notevoli costi in termini di potenziale di crescita. Ciononostante il budget 2026 continua a finanziare in misura ingente l’istruzione haredi che non insegna le materie fondamentali, è scarsamente controllata, non incoraggia l’integrazione sociale ed economica e non prepara al mercato del lavoro, con irregolarità sostanziali e talvolta in violazione della legge. Inoltre l’esenzione di fatto dal servizio militare ha un impatto fiscale rilevante. Si stima che l’onere della riserva sostenuto nelle guerre recenti sarebbe stato in gran parte evitabile se gli uomini haredi si fossero arruolati e il potenziale economico del loro arruolamento per alleviare il fardello fiscale dell’attuale situazione di sicurezza è enorme, con una stima della Banca d’Israele secondo cui l’arruolamento di 7.500 giovani haredi all’anno porterebbe in tre anni a un risparmio di 9 miliardi di shekel l’anno.
Viene fatta un’analisi della spesa per la difesa di Israele nell’ipotesi di un ritorno a una fase di normalità dopo il conflitto, rilevando che, anche qualora la guerra terminasse nell’anno in corso, il livello previsto di tale spesa nei prossimi anni renderebbe impossibile per il governo ridurre l’indebitamento senza ricorrere a ulteriori inasprimenti fiscali o a tagli molto incisivi alla spesa civile. Sebbene non sia stata ancora adottata una delibera governativa in merito alla dottrina di sicurezza e ai conseguenti profili di spesa, il paper prende in esame due scenari di riferimento emersi dal dibattito pubblico: le raccomandazioni della Commissione Nagel, che propongono un incremento di 133 miliardi di nuovi shekel nel prossimo decennio, e il piano del Primo Ministro Netanyahu, che prevede un aumento di 300 miliardi di shekel nello stesso arco temporale, assumendo che metà dei 100 miliardi derivanti da dismissioni di terreni militari e da efficienze possa effettivamente realizzarsi. A ciò si aggiunge l’incognita relativa alla continuazione e all’entità degli aiuti militari statunitensi, il cui accordo corrente ammonta a 3,8 miliardi di dollari annui, pari a 11-15 miliardi di shekel a seconda del tasso di cambio. Nonostante il Primo Ministro abbia recentemente dichiarato l’intenzione di sospendere gradualmente tali aiuti, in aperto contrasto con le raccomandazioni della Commissione Nagel che giudicano importante stipulare un nuovo accordo con l’amministrazione Trump, non è chiaro se tale politica venga effettivamente implementata né è stata accompagnata da un dibattito professionale o da una decisione formale.
Sotto l’ipotesi di una crescita annua del 3,5%, di una conclusione delle operazioni belliche intense e dell’assenza di shock militari aggiuntivi nel prossimo decennio, la spesa per la difesa risulterebbe superiore di circa 1,5-2 punti percentuali di Pil nel breve termine e di 1-1,1 punti percentuali di Pil nell’arco di dieci anni rispetto al trend pre-bellico lineare degli anni 2016-2022. Queste stime sono state elaborate prima delle richieste del sistema di difesa per ulteriori 40 miliardi di shekel per il 2026, richiesta che, se accolta, porterebbe la spesa militare al 10% del Pil, un livello che non si registrava dall’inizio degli anni ‘90, prima del trattato di pace con la Giordania. Viene quindi rilevata una contraddizione di fondo: l’aumento drastico proposto dal Primo Ministro per la spesa in tempo di pace appare incoerente con la dichiarata riduzione delle minacce conseguente all’indebolimento di Hezbollah, al cambio di regime in Siria, all’allontanamento della minaccia nucleare iraniana e all’indebolimento di Hamas, tanto più alla luce delle raccomandazioni della Commissione Nagel per un bilancio molto più contenuto e in assenza di un’elaborazione definita della dottrina di sicurezza. Il paper richiama a questo proposito la relazione del Controllore dello Stato che denuncia l’assenza di una dottrina di sicurezza nazionale approvata formalmente e vincolante e rileva come, in tale vuoto, la capacità del livello politico di indirizzare il bilancio della difesa e stabilire priorità risulti carente o addirittura inesistente.
Una spesa militare eccessiva può compromettere la stabilità fiscale, i servizi ai cittadini e la crescita economica, finendo per danneggiare la stessa sicurezza nazionale, come dimostrato dal decennio perso successivo alla guerra dello Yom Kippur. Al contrario, preservare una crescita economica stabile costituisce un interesse strategico per la sicurezza, in quanto consente di finanziare nel lungo periodo una spesa per la difesa più elevata. Tra il 2000 e il 2022 la spesa militare è aumentata del 60% in termini reali, pur erodendo la propria incidenza relativa sul bilancio e sul Pil. Si calcola che, anche adottando lo scenario più cauto della Commissione Nagel, si tratterebbe comunque dell’incremento permanente più alto degli ultimi decenni, con un onere fiscale tale da richiedere verosimilmente ulteriori aumenti delle imposte o nuovi tagli alla spesa civile. Simulando il rispetto dei vincoli fiscali previsti dalla legge, ovvero la regola della spesa e il tetto al disavanzo, si otterrebbe una riduzione della spesa civile di 2 punti percentuali di Pil nell’arco di un decennio, con un calo di quasi 2,5 punti nel 2029 parzialmente riassorbito entro il 2036, e una diminuzione del 5% della spesa civile pro capite nel breve termine, con un minimo nel 2029. In termini concreti, la spesa civile pro capite scenderebbe da 52,2 nel 2006 a 45,7 nel 2010, a 39,4 nel 2020, per poi attestarsi intorno a 41,7 nel 2024 e 48,4 nel 2026, prima di ridiscendere nuovamente. Rispetto ai trend pre-bellici si tratterebbe di una contrazione notevole della spesa pubblica civile, un percorso giudicato insoddisfacente alla luce dell’urgenza di colmare i divari di capitale umano e fisico, degli ingenti costi di ricostruzione e del già basso livello di spesa pubblica.
Pertanto è proposto un percorso alternativo per gli aggregati fiscali. Si suggerisce di adottare il profilo di disavanzo in diminuzione graduale già previsto dal bilancio 2026, che lo riduce fino all’1,5% entro il 2030, ma con un aggiustamento: si propone di portare il disavanzo al 2,5% entro il 2029, anziché all’1,5%, consentendo una riduzione molto graduale del rapporto debito/Pil, dal 68% nel 2026 al 65% nel 2036. Si prospetta l’aumento della pressione fiscale in modo che entro il 2029 essa raggiunga il valore mediano dei paesi OCSE sviluppati, pari al 36,7% del Pil, rispetto al 32,9% del 2025. Questa maggiore pressione fiscale, che porta le entrate complessive del governo generale dal 38,5% del Pil nel 2025 al 41,7% nel 2036, dovrebbe servire ad incrementare la spesa civile, portandola dall’attuale 33% a circa il 37% del Pil. In questo percorso raccomandato, con una crescita del 3,5% annuo e una spesa per la difesa allineata alle raccomandazioni Nagel, entro il 2030 il 64% dell’aumento delle imposte si tradurrebbe in maggiore spesa corrente civile: su un aumento di 3,8 punti percentuali di Pil della pressione fiscale, 2,4 punti sarebbero destinati alla spesa civile, e entro il 2036, con l’erosione dell’incidenza della spesa militare sul Pil, il 96% dell’aumento fiscale si tradurrebbe in spesa civile corrente. Al contrario, con la spesa per la difesa secondo il piano Netanyahu e una crescita più lenta del 3%, solo un quarto dell’aumento delle imposte si tradurrebbe in spesa civile entro il 2030 e, anche dopo un decennio, solo il 55%. Il paper avverte che proprio il timore di un aumento delle imposte senza un corrispondente miglioramento dei servizi è ciò che genera una bassa fiducia pubblica nel prelievo fiscale.
L’aumento della pressione fiscale dovrebbe essere realizzato ampliando la base imponibile, riducendo i crediti d’imposta, le agevolazioni geografiche ritenute costose rispetto ai benefici e le agevolazioni fiscali sul risparmio, evitando invece riduzioni dell’IVA, aumenti delle imposte locali e, contrariamente a quanto fatto nel bilancio 2026, riduzioni delle imposte. Si suggerisce inoltre di eliminare le esenzioni come quella dell’IVA sul turismo, introdurre un’imposta patrimoniale, l’obbligo di dichiarazione dei redditi da affitto e potenziare la tassazione sulle esternalità negative come la carbon tax. Contestualmente si raccomanda di tagliare le voci di spesa che frenano la crescita, come i sussidi a istituzioni che non insegnano il nucleo fondamentale delle materie o i finanziamenti settoriali e di coalizione, e di rilanciare i programmi di integrazione delle minoranze per ampliare la base occupazionale e fiscale. La maggiore spesa civile dovrebbe essere indirizzata prioritariamente a infrastrutture, con un investimento annuo di almeno l’1,5% del Pil e preferibilmente del 2%, a un’istruzione che preveda una giornata scolastica lunga per tutti, aumenti degli stipendi degli insegnanti e riduzione dei divari con particolare attenzione all’integrazione della popolazione ultraortodossa nel mercato del lavoro, al potenziamento dell’istruzione superiore e della ricerca scientifica di base per contrastare il declino di Israele negli indicatori internazionali di ricerca, al decentramento delle competenze in materia di welfare, istruzione e trasporti agli enti locali, secondo quanto praticato nei paesi sviluppati, per rafforzare la legittimità del prelievo fiscale e migliorare la qualità dei servizi.
Ancora hi-tech
Davar ricorda che la tariffa dell'elettricità in Israele ha registrato una lieve diminuzione di poco più dello 0,5%, un evento inaspettato dovuto principalmente all'indebolimento del dollaro che ha controbilanciato l'aumento di altri fattori economici. Si tratta del primo aggiornamento tariffario basato sul meccanismo automatico semestrale stabilito dall'Autorità dell'Elettricità otto mesi fa. Questo meccanismo, che si fonda essenzialmente sui prezzi delle materie prime e non lascia spazio a valutazioni discrezionali dell'autorità, utilizza come parametri principali il tasso di cambio del dollaro, l'indice dei prezzi al consumo, i prezzi del carbone e il tasso di interesse reale. Negli ultimi mesi i prezzi del carbone sono aumentati del 18% e i tassi di interesse sono saliti del 12,8% ma la forte flessione del cambio del dollaro ha compensato entrambi gli effetti, portando a una riduzione dell'1,2% della tariffa domestica dell'elettricità e a un modesto rincaro dello 0,6% del canone fisso per la connessione alla rete. Di conseguenza l'Autorità dell'Elettricità stima che il consumatore domestico medio beneficerà di una riduzione molto contenuta dello 0,57%, pari a circa 2,3 shekel al mese.
L'aumento dei prezzi delle materie prime e dei tassi era relativamente atteso ma il forte calo del dollaro non era previsto, rendendo sorprendente il lieve ribasso della tariffa. Se il tasso di cambio del dollaro dovesse stabilizzarsi o aumentare, i rapidi rincari nell'economia potrebbero tradursi in un aumento del prezzo dell'elettricità. La nuova struttura automatica della tariffa lascia poco spazio di manovra all'Autorità o allo Stato, per cui l'unica vera questione è se le turbolenze economiche, legate in particolare alla guerra e alla crisi energetica, continueranno a far salire i prezzi dell'energia. Parallelamente il Ministero delle Finanze ha annunciato mercoledì la creazione di un gruppo di lavoro per sostenere il settore high-tech israeliano, alla luce delle sfide create dal rafforzamento dello shekel nell'ultimo anno e in particolare nelle ultime settimane.
Il tasso di cambio del dollaro è sceso da 3,6 a 2,875 shekel nel giro di un anno e un trend simile si è registrato rispetto al paniere di valute delle principali economie. Il rafforzamento dello shekel ha un impatto diretto sui settori dei servizi e dell'industria high-tech, nonché su altri comparti industriali. Il gruppo di lavoro elaborerà piani di assistenza per le aziende in difficoltà e opererà per ridurre le conseguenze sistemiche del rafforzamento dello shekel sull'economia israeliana, precisando che le sue azioni saranno completamente distinte dalle competenze monetarie della Banca d'Israele. Ciò fa seguito all'annuncio del Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich di voler ridurre le tasse per mitigare gli effetti delle decisioni sui tassi di interesse della Banca centrale. La decisione di costituire il gruppo è stata presa dopo un incontro con i rappresentanti del settore high-tech.
Il rafforzamento dello shekel colpisce direttamente l'high-tech poiché le aziende multinazionali possono assumere personale in diversi paesi e, con uno shekel rafforzato di circa il 20% nell'ultimo anno, il costo del lavoro in Israele aumenta in misura analoga in termini di dollari. La scorsa settimana Wix ha annunciato il licenziamento di 1.000 dipendenti in Israele e si sono registrati licenziamenti anche in Amdocs e altre società. Anche le industrie tradizionali e quelle a tecnologia mista (mid-tech) sono direttamente influenzate dal tasso di cambio del dollaro. A differenza dell'high-tech, operano spesso con margini di profitto più ridotti e, una volta chiusi, gli impianti produttivi sono difficili da riaprire. Il capo del dipartimento economico dell'Associazione degli Industriali ha dichiarato che l'industria è già oltre la fase delle previsioni apocalittiche e che alcuni industriali della periferia hanno iniziato a trasferire la produzione all'estero.
Per The Marker il Ministero sta chiedendo alle aziende high-tech israeliane di tagliare del 20% gli stipendi dei propri dipendenti. La posizione prevalente al suo interno ritiene che la moneta forte è destinata a rimanere tale poiché nessun governo al mondo può combattere efficacemente le forze del mercato. Di conseguenza, se l'apprezzamento del shekel del 20% ha aumentato i costi salariali delle aziende high-tech, l'unica soluzione possibile è ridurre tali costi attraverso un taglio degli stipendi della medesima entità.
Nel 2020 lo stipendio medio mensile per un dipendente nel settore high-tech era di 26.000 shekel mentre oggi, dopo una crescita media annua del 5,8% negli ultimi cinque anni, ha raggiunto i 33.000 shekel al mese. Il rafforzamento rapido del shekel ha eroso i profitti degli esportatori, in particolare quelli high-tech, poiché il costo dei salari, pagati in shekel, è diventato meno competitivo. La velocità di questo cambiamento ha impedito alle aziende di prepararsi adeguatamente. I dati presentati al Ministero delle Finanze mostrano una situazione drammatica: il 62% delle aziende high-tech sta licenziando lavoratori, il 47% sta trasferendo dipendenti all'estero e il 29% ha bloccato nuove assunzioni.
Il Ministero riconosce che si tratta di una crisi reale e che l'alta tecnologia è il motore dell'economia israeliana ma vede pochissimi spazi di manovra. La valutazione condivisa dal Ministero e dalla Banca d'Israele è che il rafforzamento del shekel sia il risultato di processi strutturali di lungo periodo, principalmente legati al fatto che Israele ha un surplus di esportazioni dal 2002. Si prevede quindi che un tasso di cambio di 3 shekel per dollaro, o persino inferiore, sia la nuova normalità nel medio periodo. Le esportazioni annuali israeliane valgono 150 miliardi di dollari ma sono ora erose in media del 20-25%. Compensare gli esportatori anche solo per un punto percentuale costerebbe 1,5 miliardi di dollari (circa 4,5 miliardi di shekel). Un aiuto del 10% costerebbe 45 miliardi di shekel all'anno, una cifra insostenibile e inutile se il tasso di cambio rimarrà stabile a 3 shekel. Pertanto qualsiasi aiuto potrebbe essere solo temporaneo, per dare alle aziende il tempo di adattarsi al nuovo cambio. A complicare ulteriormente le cose due mesi fa la Knesset ha approvato una legge che aumenta l'imposta sulle società high-tech ma compensa le aziende con crediti d'imposta per l'assunzione di personale di ricerca e sviluppo. Il governo ritiene di avere ormai uno spazio di manovra molto limitato per concedere ulteriori agevolazioni fiscali senza violare le regole OCSE. Alcuni funzionari, favorevoli a un intervento, stanno valutando un sostegno diretto e limitato, come un fondo per startup in difficoltà a causa del cambio sfavorevole. Tuttavia ciò non aiuterebbe le grandi aziende o i centri di sviluppo internazionali.
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