1. Quadro macroeconomico
Ogni periodo storico è accompagnato da un concetto che dovrebbe incarnare la questione economica fondamentale del suo tempo. In Israele nel 2026 questo concetto è il trilemma che guida il dibattito economico in vista dei bilanci statali dei prossimi anni. Un trilemma è un problema con tre alternative tra cui scegliere. In questo caso debito pubblico, qualità della vita e budget per la difesa. La logica è semplice: non si può avere tutto. Se si vuole un debito basso e una spesa militare elevata, bisogna aumentare le tasse o tagliare i servizi. Se si vuole che il tenore di vita e il budget per la difesa aumentino, è necessario accrescere il deficit e il debito nazionale. Se si vuole contenere il debito senza colpire il tenore di vita, occorre moderare la spesa militare. Dal 7 ottobre, con le successive campagne militari in Libano e Iran, i bisogni di sicurezza sono cresciuti mentre la spesa civile si trova ai minimi tra i paesi occidentali comparabili. Così è nato il trilemma che è in realtà una situazione con una sola possibilità. L’obiettivo è fornire un contrappeso alle richieste del sistema di difesa. La spesa pubblica israeliana è ai minimi e non può scendere ulteriormente mentre il Ministero delle Finanze e la Banca d’Israele non diranno mai che si può aumentare il debito pubblico. In assenza di una vera opposizione economica, la sola battaglia per il bilancio 2027 sarà sulle spese per la difesa. La quota sul Pil del budget della difesa è raddoppiata ma è ancora lontana dalle dimensioni relative della maggior parte degli anni di esistenza di Israele fino agli anni ‘90.
Il problema più profondo del trilemma è il presupposto ideologico in esso incorporato, essendo un gioco a somma zero. A livello contabile può essere corretto ma l’economia di un paese è materia più complessa. Israele non è una famiglia che deve bilanciare entrate e uscite, né un’azienda che deve pareggiare i conti. Inquadrare la questione in questi termini è il risultato dell’egemonia della visione neoliberista dell’economia che non vede lo Stato come un attore proattivo che persegue obiettivi e modella le regole del gioco ma come un giocatore che deve adattarsi alle condizioni del mercato. L’onere del debito è solo una componente tra molte. Il successo di un paese dipende dalla sua capacità di fornire buoni servizi ai cittadini, guidare un’economia competitiva a livello globale, svilupparsi tecnologicamente e così via. Israele potrebbe decidere di trasformare il dito della Galilea in un hub tecnologico, creando condizioni che generano posti di lavoro di qualità nell’area, aumentando la riscossione fiscale e riducendo i trasferimenti dallo Stato. Può costruire un sistema di trasporti efficiente, investire in infrastrutture per l’intelligenza artificiale per migliorare la produttività, formare medici per ridurre le liste d’attesa. L’obiettivo dello Stato è rafforzare la propria potenza economica, sociale, culturale e di sicurezza, di cui la struttura del debito è solo una componente.
Nell’ultimo anno lo shekel si è rafforzato rispetto al dollaro e ad altre principali valute estere, con un apprezzamento del dollaro vicino al 20%. Poiché l’82% delle transazioni delle esportazioni israeliane avviene in dollari, per gli esportatori industriali e high-tech si tratta di una grave perdita di entrate che in alcuni casi può portare le aziende in perdita. Il presidente degli industriali di Israele ha avvertito che le aziende stanno chiudendo e i lavoratori vengono licenziati, con un danno stimato di 31 miliardi di shekel per le esportazioni, 17 miliardi per il Pil e 3 miliardi per le entrate fiscali. Il 40% degli esportatori e il 50% delle aziende high-tech hanno segnalato un impatto significativo. Sono state proposte soluzioni come investimenti in produttività, capitale umano e competitività mentre la Banca d’Israele ha acquistato 800 milioni di dollari a maggio per influenzare il tasso di cambio. Uno studio del centro di ricerca della Knesset ha rilevato che la spesa pubblica israeliana per aumentare l’occupazione e migliorare il capitale umano è solo lo 0,13% del Pil, rispetto a una media Ocse dello 0,62%, e che gli investimenti in infrastrutture pubbliche sono inferiori alla media Ocse.
Il ministero delle Finanze israeliano sta esaminando, dice The Marker, attraverso una task force dedicata le possibili modalità per sostenere il settore hi-tech. Emerge una soluzione parziale basata sull’importanza delle dichiarazioni ufficiali. Un alto funzionario del sistema economico israeliano afferma che, sebbene sia cruciale fornire un sostegno finanziario mirato alle aziende in grave difficoltà per evitare che chiudano e ridurre i tassi di interesse, anche le semplici dichiarazioni sulla disponibilità di strumenti da parte del Ministero delle Finanze e della Banca d’Israele rivestono un ruolo fondamentale. L’assunto di fondo è che se il mercato ha la certezza che gli strumenti esistano e che vi sia la volontà di usarli, forse non sarà nemmeno necessario ricorrervi.
Una prova concreta di questo meccanismo è il programma attivato dalla Banca d’Israele dopo il 7 ottobre 2023, quando si temeva un crollo dello shekel rispetto al dollaro che aveva già raggiunto quota 4,07. La banca centrale annunciò un piano per vendere 30 miliardi di dollari ma alla fine fu sufficiente venderne solo 8,2 miliardi per calmare i mercati. Da allora lo shekel ha intrapreso un lungo percorso di rafforzamento e ora il problema si è invertito. Gli operatori economici ritengono che il mercato debba adattarsi al nuovo contesto del tasso di cambio, senza aspettarsi che la Banca d’Israele o il Ministero delle Finanze cerchino di far risalire il dollaro verso un livello specifico. Sul tavolo della task force del ministero ci sono numerose idee ma le soluzioni più semplici sembrano essere gli aiuti finanziari alle aziende più colpite dall’indebolimento del dollaro per concedere loro il tempo di riorganizzarsi prima di prendere decisioni irreversibili. Tra le proposte esaminate, poi respinte, c’è l’idea di permettere alle aziende hi-tech di pagare le tasse in dollari. È stata valutata anche la possibilità di coprire il debito pubblico in dollari per beneficiare del tasso di cambio sfavorevole riducendo il debito stesso, creando al contempo pressione per indebolire lo shekel. Il Ministero delle Finanze ritiene che questa soluzione, simile alla conversione del debito in dollari in debito in shekel, sarebbe percepita negativamente dai mercati. Il ministero attribuisce grande importanza al mantenimento di un debito in dollari per diversificare le fonti di finanziamento pubblico e preservare il dialogo con i mercati internazionali, non essendo convinto che tale operazione di copertura produrrebbe benefici duraturi.
Il governo israeliano ha approvato anche un programma nazionale per l'intelligenza artificiale, un piano ambizioso che mira a posizionare il paese tra i leader mondiali del settore con l'obiettivo di garantire l'indipendenza tecnologica e consolidare il ruolo di Israele come potenza globale nell'IA. Il documento, ottenuto dal quotidiano Davar, delinea una strategia articolata su più livelli che abbraccia energia, potenza di calcolo, modelli, dati, capitale umano e regolamentazione, seguendo uno schema concettuale simile a quello adottato da Nvidia. La spina dorsale è la creazione di infrastrutture di calcolo sovrane, con l'obiettivo di raggiungere le centomila unità di elaborazione GPU, un balzo significativo rispetto alle diecimila attualmente operative in Israele che il programma giudica insufficienti per un paese che ambisce a essere all'avanguardia. Per sostenere questa crescita si prevede di espandere la capacità energetica nazionale dagli attuali 20-23 gigawatt a 30 gigawatt mentre si valuta la realizzazione di un computer quantistico basato il più possibile su tecnologia nazionale.
Dovrebbe essere creato un nuovo organismo, l'Istituto Nazionale per l'Intelligenza Artificiale, che agirà come catalizzatore per la creazione di strumenti pratici in settori chiave come la salute e i trasporti attraverso "acceleratori" che coinvolgeranno risorse accademiche, industriali e governative.
Nel campo del capitale umano il programma dedica ampio spazio sia ai "creatori" (ingegneri e ricercatori che sviluppano le infrastrutture) sia ai "realizzatori", ovvero tutti i lavoratori che utilizzeranno gli strumenti dell'IA per ottimizzare il proprio impiego. Le azioni previste spaziano dall'aggiornamento dei metodi di insegnamento nelle scuole, con un'enfasi sulle materie STEM, all'espansione delle borse di studio universitarie, fino a programmi di formazione e riqualificazione per i lavoratori nei settori più esposti alla trasformazione tecnologica.
Sul fronte internazionale il programma israeliano sceglie consapevolmente di concentrare i propri sforzi quasi esclusivamente sull'alleanza con gli Stati Uniti, in particolare attraverso l'iniziativa Pax Silica, una partnership per la catena di approvvigionamento di tecnologie avanzate che mira a ridurre la dipendenza dalla Cina, diversamente da quanto fanno l'Unione Europea e l'India che cercano partner più diversificati. Il piano menziona anche il ruolo della diaspora ebraica come ponte per le collaborazioni, con un occhio di riguardo alla grande comunità ebraica negli Stati Uniti che rappresenta un asset strategico per rafforzare i legami bilaterali. Per quanto riguarda la tempistica, il 2026 sarà dedicato alla pianificazione e alla consultazione pubblica, il 2027 segnerà l'avvio del pieno finanziamento mentre dal 2027 al 2033 si concentrerà l'implementazione operativa per raggiungere gli obiettivi infrastrutturali, con il dettaglio dei costi che verrà definito solo dopo che il capo del team nazionale presenterà un piano di lavoro specifico, basandosi sui 2,6 miliardi di shekel già stanziati ma con la consapevolezza che saranno necessarie risorse aggiuntive per il traguardo delle centomila GPU.
Lo scenario e le prospettive di crescite sono ostacolate dalle conseguenze dell’ultima guerra con il regime iraniano. L'Ufficio Centrale di Statistica israeliano ha pubblicato la seconda stima delle variazioni del Pil per il primo trimestre del 2026, rivelando un quadro economico più grave rispetto alle previsioni iniziali. Il Pil è diminuito a un tasso annuo del 3,8%, corrispondente a una contrazione dell'1% su base trimestrale, peggiorando la stima precedente che indicava un calo del 3,3%. Se si considera il Pil pro capite la flessione è stata ancora più marcata, attestandosi al 5% su base annua, segno che l'impatto sulla popolazione è stato particolarmente pesante. Il dato riflette in larga misura l'effetto della guerra contro l'Iran che ha paralizzato per settimane interi settori produttivi, mobilitato numerosi riservisti e ridotto drasticamente i consumi, come confermato anche dai dati sulle spese con carte di credito. L'economia reale ha subito contraccolpi diffusi. Il Pil delle imprese è sceso del 3,8% su base annua mentre la spesa delle famiglie ha registrato un crollo del 5%, con una contrazione particolarmente severa nei beni di consumo corrente, come alimentari e carburanti, che hanno segnato un -10,2% a fronte di un sorprendente aumento del 31,6% nei beni durevoli come auto ed elettrodomestici, probabilmente legato a effetti di compensazione o a politiche di incentivazione.
Il commercio estero ha mostrato andamenti contrastanti. Le esportazioni di beni e servizi sono cresciute dell'1,9% su base annua mentre le importazioni sono esplose, con un incremento del 32,7%, segnale di una domanda interna che, pur in contrazione su alcuni fronti, ha continuato a richiedere approvvigionamenti dall'estero, forse anche per ragioni legate all'emergenza bellica. Sul fronte della spesa pubblica i numeri rivelano uno squilibrio profondo tra settore civile e militare. La spesa per la difesa è aumentata del 9,6% ma la spesa dei ministeri civili è crollata del 26,9% su base annua, evidenziando un sottoutilizzo delle risorse pubbliche non militari e una contrazione dei servizi che ha certamente inciso sulla qualità della vita dei cittadini. In controtendenza gli investimenti in beni strumentali hanno registrato un balzo del 12,8% su base annua, trainati in particolare dal settore delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione che ha visto un'impennata del 61,6%, mentre anche macchinari e attrezzature non hi-tech hanno segnato un +15,4%. L'unica nota negativa in questo ambito è stata la flessione degli investimenti nel settore edile, scesi del 12,8%, probabilmente a causa dell'incertezza geopolitica e dei rinvii nei progetti infrastrutturali. Nel complesso l'economia israeliana si trova ad affrontare una recessione tecnica aggravata dal conflitto, con segnali di resilienza solo in alcuni comparti avanzati, mentre il tessuto produttivo tradizionale e i consumi delle famiglie pagano un prezzo elevato per l'instabilità regionale.
2. La speranza riformista di Lazimi
Il dibattito politico di queste settimane in Israele si è acceso attorno a un manifesto, pubblicato dal leader dell'opposizione Yair Lapid, che elogia il capitalismo e critica il socialismo sostenendo che l'uguaglianza assoluta non è desiderabile, ponendo domande provocatorie sulla qualità dell'istruzione e sull'eredità materiale che si intende lasciare ai propri figli. A questa visione ha prontamente replicato la deputata Naama Lazimi, figura di spicco dei Democratici, che ha ribattuto sostenendo che la disuguaglianza estrema è ciò che permette di erodere la democrazia e che la socialdemocrazia rappresenta il vaccino contro la tirannia, proponendo una politica di welfare universale che restituisca fiducia ai cittadini.
Lazimi è una parlamentare molto attiva sui temi economico-sociali. Il suo obiettivo è diventare ministro dell'Istruzione, un ruolo che considera fondamentale per garantire servizi sociali essenziali e che, nella sua prospettiva, dovrebbe essere finanziato attraverso uno spostamento di risorse dai meccanismi di finanziamento settoriali a un investimento statale trasparente, superando quella che lei definisce settocrazia, ovvero la distribuzione di fondi pubblici attraverso accordi politici e fondi di coalizione che alimentano corruzione e disuguaglianza.
Per Lazimi la fiducia dei cittadini è la premessa indispensabile per qualsiasi politica di welfare perché solo se i contribuenti vedono che le loro tasse tornano in servizi, come sanità e istruzione, e non finiscono in corruzione sono disposti a pagarle. Questa visione si contrappone alla logica neoliberista che, secondo lei, ha creato "isole settoriali" il cui costo per l'economia israeliana è molto più alto di quanto si creda. Un esempio di questa miopia è l'abolizione della Commissione per le Generazioni Future, un organo che tra il 2002 e il 2006 avrebbe dovuto vigilare sugli effetti a lungo termine delle politiche pubbliche, e che Lazimi vorrebbe ristabilire per contrastare la logica dei risultati immediati che caratterizza le riforme dell'ultimo decennio e le rende dannose per i giovani e per le generazioni a venire. La sua attenzione al lungo periodo si traduce in proposte concrete come la bonifica del golfo di Haifa, gli investimenti in energie rinnovabili e il rilancio dei servizi per la prima infanzia, settori che richiedono una pianificazione strategica e che la politica attuale trascura.
Al centro del suo programma c'è l'istruzione che considera un pilastro della democrazia e dell'uguaglianza. Lazimi ha presentato un piano che prevede un finanziamento equo per tutte le scuole che insegnano il nucleo fondamentale di studi, con un taglio dei fondi per quelle che non lo fanno, e punta a rafforzare il sistema dell'istruzione statale-haredi che a suo dire ha già mostrato un crescente consenso nella società ultraortodossa. Ritiene che molti parlamentari, per mere ragioni politiche, sono disposti a negare ai bambini haredi l'opportunità di un'istruzione che garantisca loro un futuro professionale. Il suo impegno a favore del nucleo fondamentale e contro il finanziamento di scuole che non lo insegnano è un servizio reso alla comunità haredi. La sua visione si estende anche al mondo del lavoro, con la convinzione che una legge sul reclutamento equo faciliterebbe l'ingresso degli ultraortodossi nel mercato del lavoro, trasformandoli da assistiti a contribuenti.
Un'altra battaglia di Lazimi è la ricostruzione del prestigio della professione docente che ha subito un declino drammatico negli ultimi anni. Sposata con un insegnante, conosce da vicino le difficoltà economiche dei giovani docenti, i quali guadagnano tra i 6.700 e i 7.000 shekel al mese, la mancanza di prospettive e il divario salariale che non incoraggia né l'ingresso né la permanenza in questo settore. Propone un piano che prevede aumenti salariali per i nuovi insegnanti e un riconoscimento economico più adeguato per i ruoli di maggiore responsabilità.
Per quanto riguarda la governance scolastica, Lazimi è favorevole a un decentramento delle competenze pur sostenendo che il ministero debba fissare standard chiari e rigorosi per garantire pari opportunità. Ritiene che i presidi debbano avere la libertà di sviluppare percorsi didattici unici e che vadano premiati per queste iniziative. La sfida è definire un giusto mix tra controllo centrale e autonomia pedagogica, un compito che richiede un serio lavoro di commissione.
Le sue idee sullo sviluppo del paese sono state messe nero su bianco in un documento dal titolo un New Deal per Israele. Lazimi constata che Israele spende per i servizi sociali 171 miliardi di shekel in meno all'anno rispetto alla media dei paesi Ocse, un divario che si traduce in classi affollate, liste d'attesa infinite per le visite specialistiche, ingorghi quotidiani, un sistema di assistenza sociale al collasso e un carico crescente sulle famiglie, costrette a sostituire con assicurazioni private e servizi a pagamento ciò che lo Stato non offre. A ciò si aggiungono tassi di povertà e disuguaglianza tra i più alti del mondo occidentale, l'erosione del ceto medio e un costo della vita che non accenna a diminuire. Questa situazione è il risultato di una precisa scelta politica. Per decenni, e in particolare sotto i governi di Netanyahu, le risorse pubbliche sono state dirottate verso meccanismi di sostegno settoriali e discriminatori, dando vita alla già citata settocrazia, un sistema in cui lo Stato non agisce come uno Stato sociale universale ma come una macchina che trasferisce miliardi ai gruppi vicini al potere. Questa politica genera ingiustizie sociali mentre danneggia l'intera economia. Lungi dall'attenuarsi, dopo il 7 ottobre si è addirittura intensificata. Il bilancio statale riflette perfettamente questa logica. Esso è privo di elementi che possano aumentare la produttività e non offre alcuna prospettiva alla maggioranza dei cittadini. Il Likud, dice Lazimi, mira a istituire una democrazia illiberale, simile all’Ungheria di Orban, in cui la ricompensa ai fedelissimi diventa lo strumento per consolidare il potere. Lo sperpero delle risorse pubbliche è parte integrante di questo processo.
Parallelamente il degrado sociale alimenta la polarizzazione che la destra populista sfrutta per delegittimare le istituzioni presentandosi come portavoce del "vero popolo". Lazimi, che proviene da una famiglia mizrahi, conosce da vicino la periferia di Israele e respinge questa strumentalizzazione. Si tratta di una macchina del veleno che ha alzato muri nella società israeliana per seminare odio e discordia. Il rimedio viene da una politica che curi le ferite della società, senza negarle, e che si ispiri ai grandi movimenti storici per l'uguaglianza, come i moti di Wadi Salib e la storia delle Pantere Nere di Israele, che univano rivendicazioni socio-economiche universali e antisettarie. Oggi, invece, i membri della coalizione si presentano come combattenti per la giustizia contro le élite ma non esitano a privilegiare i loro interessi di parte. Questa retorica cinica dimostra ciò che anche numerosi studi confermano: una società frammentata e polarizzata è più facilmente esposta all'estremismo politico e al nazionalismo. In tutto il mondo si riconosce sempre più lo stretto legame tra l'erosione della sicurezza sociale e l'ascesa della destra populista che sfrutta le disuguaglianze come leva per dividere la società. Per questo ricostruire la fiducia nella democrazia liberale in Israele è impossibile senza sanare le ferite da cui istigatori e seminatori di veleno traggono la loro forza: in altre parole, la versione più stabile della democrazia liberale è la socialdemocrazia.
Il cuore della proposta economica della Lazimi è quindi un New Deal per una politica universale che mira a ridurre le disuguaglianze. La lezione fondamentale che si deve trarre è che uno Stato come Israele non può permettersi di fare affidamento su iniziative private, per quanto generose, né sull’austerità. Deve, invece, essere uno Stato che interviene attivamente nell'economia. Il mercato è importante ma la mano invisibile non ricostruirà il Sud e il Nord del paese, non stenderà una rete di sicurezza sociale a lungo termine, non salverà il sistema di assistenza sociale in ginocchio, né rafforzerà l'istruzione pubblica. Per fare tutto ciò è necessaria l'assunzione di responsabilità da parte dello Stato. Pertanto una politica economica keynesiana è una condizione indispensabile per la ricostruzione. Il prossimo governo dovrà scegliere alcune missioni bandiera e impegnarvisi con tutte le forze. In primis c’è la ricostruzione del Nord e del Sud di Israele, quindi un investimento per colmare i divari tra il centro e la periferia nel suo complesso perché la riduzione delle disuguaglianze è la chiave per una società più solidale e democratica e la base della resilienza sociale e nazionale. Si tratta di porre fine alla sensazione che alcune fette della popolazione vengano lasciate indietro e di rendere l'uguaglianza delle opportunità un principio cardine del nuovo patto tra Stato e cittadini. Ciò significa migliorare lo status di insegnanti, assistenti sociali, psicologi e di tutti i lavoratori essenziali, rafforzare il sindacato e i diritti dei lavoratori, intervenire attivamente nel mercato immobiliare, sviluppare il trasporto pubblico e adattare il mercato del lavoro alle famiglie più giovani. Lazimi, citando l'economista Mariana Mazzucato, sostiene che non bisogna chiedersi "quanti soldi abbiamo e cosa possiamo farci?" ma "cosa bisogna fare e come possiamo costruire bilanci che ci permettano di raggiungere questi obiettivi?".
La storia insegna che in tempi di crisi sono stati adottati strumenti della tradizione socialdemocratica, dal New Deal di Roosevelt al piano Beveridge nel Regno Unito, e Israele, dopo la pandemia e questi anni di guerra, anela a un suo New Deal. L'alternativa proposta affonda le radici nella storia del sionismo socialista e si ritrova anche nella solidarietà mostrata dai cittadini dopo il 7 ottobre e nelle proteste degli ultimi anni. Queste mobilitazioni, per il ritorno degli ostaggi e per la commissione d'inchiesta statale, sono espressioni di un'unica lotta per l'ethos israeliano fondato sulla reciprocità e sull'impegno a non lasciare indietro nessuno. Il risveglio civico ha posto le basi per la riparazione di Israele e la missione più urgente è il cambio di governo che richiede unità con le forze più varie del blocco del cambiamento ma senza rinunciare ai propri valori fondamentali perché il nuovo statalismo israeliano non sarà scritto da chi cerca il compromesso a tutti i costi bensì dalle forze politiche capaci di indicare una via alternativa che costruisca resilienza nazionale a lungo termine.
Le divergenze con i potenziali alleati del blocco del cambiamento esistono. Lazimi, oltre ad aver polemizzato con Lapid, criticò l’entusiasmo di Bennett per il modello DOGE di Elon Musk e per i suoi tagli aggressivi alla burocrazia.
Il programma di Naftali Bennett promette una "correzione" complessiva dello Stato ma dietro le grandi promesse ci sono molti interrogativi sul futuro del modello sociale israeliano, sulla responsabilità dello Stato verso i suoi cittadini e, soprattutto, sul prezzo che pagheranno proprio coloro che già occupano i gradini più bassi della società. Il programma si basa in larga misura su raccomandazioni provenienti dall'area della destra economica, se non della sua ala più estrema, come testimonia la partecipazione di istituti quali il Kohelet Policy Forum, mentre sono rimasti sostanzialmente esclusi rappresentanti della visione socialdemocratica. Tra le proposte più importanti ci sono la condizione che il servizio militare e il "raggiungimento del pieno potenziale reddituale" diventino requisiti per il sostegno pubblico alla comunità ultraortodossa, l'abolizione del reddito pro capite come criterio per l'erogazione dell'assistenza sociale, l'istituzione di un sistema educativo unico con un ampio decentramento delle competenze a favore delle autorità locali e dei dirigenti scolastici e, infine, la stesura di una costituzione per Israele. Queste idee, però, mettono in discussione i fondamenti stessi di un moderno Stato sociale. La richiesta che il "raggiungimento del pieno potenziale reddituale" sia un prerequisito per il sostegno pubblico solleva una serie di questioni pratiche e etiche di non facile soluzione: chi stabilirà se lo sforzo di un individuo per trovare un'occupazione è sufficiente? Un cittadino sarà obbligato ad accettare qualsiasi lavoro offerto, indipendentemente dalla distanza da percorrere o dalla compatibilità con le sue condizioni personali? Dovrà lavorare a tempo pieno, anche se ha una disabilità parziale che, pur non configurando i requisiti per una pensione di invalidità, limita oggettivamente la sua capacità di "esprimere appieno" le proprie competenze sul mercato del lavoro? E che dire di chi si prende cura di familiari malati o di coloro che lo Stato ha erroneamente identificato come non bisognosi? Questa impostazione, per Miri Endeweld Sabag dell’Adva Center, ignora completamente il lato della domanda di lavoro. In molte aree periferiche decine di migliaia di persone non riescono a "esprimere appieno il proprio potenziale reddituale" per l'assenza di opportunità occupazionali sul territorio. Un'applicazione rigorosa di tali criteri genererebbe una burocrazia mastodontica e farraginosa, proprio ciò che i redattori del programma dichiarano di voler combattere. Ancor più radicale è la proposta di eliminare il reddito pro capite dai parametri per l'assegnazione dei sussidi, una misura che non ha precedenti nei Paesi sviluppati e che rappresenta una vera e propria negazione dei principi dello Stato sociale, equivalente alla chiusura delle porte della sicurezza sociale per i più bisognosi in un Paese che detiene tra i più alti tassi di povertà e disuguaglianza tra le nazioni occidentali.
Già in questo momento Israele spende per il welfare, al netto delle spese militari, una delle percentuali più basse del Pil tra i Paesi sviluppati mentre i tassi di povertà lo collocano stabilmente tra il primo e il terzo posto per incidenza della povertà tra le nazioni sviluppate, con livelli record di lavoratori a basso salario, di disuguaglianza nell'istruzione, di disparità di accesso ai servizi sanitari nelle periferie e di divario retributivo di genere. Il programma di Bennett non sembra tenere in alcuna considerazione questa realtà, né tantomeno la sorte dei poveri e del ceto medio-basso che non appartengono a settori specifici della società. L'esperienza storica dovrebbe insegnare qualcosa. Il piano economico del 2002-2003, che tagliò drasticamente gli assegni familiari e le indennità di reddito minimo, fece schizzare la povertà verso l'alto per oltre un decennio e, anche se in seguito i tassi si sono attenuati, nessuno può quantificare il danno umano e sociale provocato da famiglie intrappolate nella povertà per anni a causa di quei tagli. La domanda che sorge spontanea è se i redattori di questo ambizioso "nuovo patto sociale" abbiano davvero considerato le conseguenze sulle fasce più deboli della popolazione o se, nel loro zelo riformatore, abbiano scelto di gettare il bambino con l'acqua sporca. Giustamente Lazimi ritiene che, dopo il 7 ottobre, è incomprensibile chi vuole ancora ridurre il perimetro dello Stato e indebolire i servizi sociali che hanno già mostrato tutte le loro fragilità dopo anni di tagli e corruzione.
3. Dati sulla povertà
Secondo Eli Cohen, direttore generale dell'organizzazione Pitchon Lev, la situazione sociale in Israele rappresenta la minaccia più grande per lo Stato. In un'intervista ha spiegato che quando aumentano i prezzi dell'elettricità, dell'IVA, delle tasse comunali e dell'acqua l'intera popolazione ne risente ma le persone povere subiscono un impatto molto più grave e sono loro a ricevere il colpo più duro. Recentemente l’organizzazione ha inaugurato un nuovo centro di assistenza a Lod, la città natale di Cohen. Racconta di essere cresciuto nel quartiere dove ora è stato aperto il nuovo centro. A casa sua, da bambino, il cibo non mancava ma il quartiere non è cambiato da allora e questo è parte del problema. Pitchon Lev è stata fondata nel 1998 e gestisce una vasta rete di assistenza per persone e famiglie in povertà attraverso sette centri distribuiti in varie città di Israele. Nel 2024 l'organizzazione ha dichiarato entrate per 196,3 milioni di shekel da donazioni, oltre a un sostegno statale di 10 milioni negli ultimi tre anni. Nel 2025 sono stati distribuiti oltre 100.000 pacchi alimentari e 120.000 capi di abbigliamento.
Oltre alla distribuzione di cibo Pitchon Lev gestisce programmi in collaborazione con le autorità rivolti a tutti i segmenti della società israeliana. Operano secondo la piramide dei bisogni di Maslow: solo quando c'è tranquillità nello stomaco si può progredire verso cose più importanti come la realizzazione dei diritti, l'orientamento al lavoro e l'istruzione. La loro visione è spezzare il ciclo della povertà. Nel nuovo centro di Lod un team di volontari, composto da quattro donne ebree e un uomo musulmano, prepara verdure e frutta fresca e li sistema sugli scaffali. A breve sarà possibile ritirare un pacco alimentare, del valore di almeno 430 shekel per famiglia, contenente prodotti secchi, latte, carne e verdure fresche. Lo spazio è stato progettato come un piccolo negozio dove è possibile acquistare prodotti aggiuntivi a prezzi simbolici, nel tentativo di farlo sembrare più un alimentari di quartiere che un centro di distribuzione di donazioni.
Pitchon Lev, insieme ad altre organizzazioni del terzo settore, è stata coinvolta nella battaglia per l'istituzione dell'Autorità per la lotta alla povertà. Sebbene sia stata ufficialmente istituita un anno fa, non ha ancora iniziato un'attività effettiva. Cohen è consapevole che i poveri in Israele non sono organizzati come gruppo di pressione. Si lamenta del fatto che il programma sociale nella maggior parte dei partiti è trascurato, concentrandosi solo sulla sicurezza. Ritiene che l'Autorità per la lotta alla povertà debba fissare un obiettivo nazionale per far uscire le persone dalla povertà ma al momento non c'è alcuna indicazione.
Nel mentre il servizio di riserva prolungato, conseguenza diretta delle guerre che sta combattendo Israele, si sta trasformando in un serio problema per il mercato del lavoro. Come emerso in un'audizione della Commissione Lavoro e Welfare, il problema è ormai strutturale: finché i richiami rimarranno così massicci i datori di lavoro eviteranno di assumere o trattenere i riservisti, creando un circolo vizioso che penalizza proprio coloro che più si sacrificano per la sicurezza di Israele. Lo Stato, ad oggi, non ha ancora predisposto un piano organico per incentivare le aziende a trattenere questi lavoratori, né ha previsto alcuna forma di risarcimento per gli autonomi che, dopo lunghi periodi di assenza, sono stati costretti a chiudere la propria attività.
Secondo i dati del Bituah Leumi il 23% dei riservisti non lavora né come dipendente né come autonomo. Di questi il 78% ha tra i 20 e i 30 anni, una generazione intera che rischia di vedersi compromesse le prospettive professionali agli inizi della propria carriera lavorativa. Il danno economico individuale per ogni soldato chiamato al servizio di riserva è stato stimato dal Ministero delle Finanze in 50.000 shekel mentre il costo complessivo per il sistema produttivo israeliano nel triennio 2023-2026 è previsto raggiungere i 150 miliardi di shekel. Una cifra destinata a gravare sulle casse dello Stato e sulla competitività di Israele per anni.
Il Ministero del Lavoro e il Servizio per l'Impiego hanno cercato di porre rimedio con programmi specifici. Lo scorso anno sono stati assistiti 25.000 riservisti con un investimento di 10 milioni di shekel, raggiungendo un tasso di collocamento del 40%, un risultato ancora largamente insufficiente. Quest'anno il sostegno è stato esteso anche alle mogli dei riservisti, con l'aggiunta di un accompagnamento psicologico. I numeri più allarmanti riguardano l'impatto sull'occupazione. Il 41% dei riservisti ha dichiarato di essere stato licenziato o costretto a lasciare il lavoro mentre il 14% delle mogli lavoratrici ha perso l'impiego o è stata messa in aspettativa forzata. La metà dei riservisti ha effettuato oltre 150 giorni di servizio e il 20% ha superato i 300 giorni. Un simile livello di pressione su un segmento così produttivo della popolazione non è sostenibile nel tempo. Durante il servizio i riservisti non possono lavorare né prendersi cura delle proprie famiglie. Le conseguenze si riversano sui nuclei familiari già provati da anni di conflitto. La richiesta, trasversale alle forze politiche, è chiara: ridurre il carico del servizio di riserva e costruire al contempo una rete di tutele stabili, con incentivi per i datori di lavoro e sostegno psicologico ed economico per i riservisti e i loro familiari.
Un nuovo studio pubblicato dal Servizio per l'Impiego israeliano, invece, rivela che la stragrande maggioranza dei lavoratori che si sono iscritti al servizio durante l’ultima guerra con l’Iran risultava già registrata almeno in un'altra precedente emergenza negli ultimi sei anni, segno che le crisi reiterate colpiscono sempre gli stessi soggetti. I dati mostrano differenze significative tra generi. Il 71,3% delle donne che si sono iscritte al servizio per l'impiego in seguito all'ultima emergenza erano già state registrate in almeno un altro evento di crisi nel sessennio precedente. Il 36,6% di loro era stato registrato in più di quattro diversi eventi nello stesso arco temporale. Tra gli uomini la percentuale scende al 59% per almeno un evento precedente ma rimane comunque molto elevata, con il 28,5% che conta quattro o più emergenze alle spalle. Ciò significa che per queste persone si può parlare di una vera e propria erosione sistematica del loro futuro economico. Ogni crisi interrompe il percorso lavorativo, compromette l'accumulo dei contributi pensionistici, allunga i periodi di sospensione della maturazione dei diritti sociali e mina alla radice la stabilità occupazionale, con effetti che si sommano e si aggravano nel tempo.
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