Marta Harnecker, nel libro Fidel Castro’s Political Strategy, analizza la genesi del Movimento del 26 Luglio chiarendo innanzitutto il retroterra politico di Fidel Castro all’Università dell’Avana. Pur appartenendo inizialmente al Partito Ortodosso, una formazione populista e antimperialista a direzione borghese, Castro e l’ala sinistra studentesca del partito possedevano già una consapevolezza politica avanzata. Lo stesso Castro riconobbe di aver operato all’interno di un quadro politico marxista, alimentato sia dalla tradizione patriottica cubana (Martí, Céspedes, Maceo) sia da categorie marxiste come la lotta di classe, la concezione materialistica della storia e la necessità di distruggere lo Stato borghese, secondo quanto disse Lenin. Tuttavia, poiché il Partito Socialista Popolare era ridotto a un’influenza minima dalla campagna anticomunista della Guerra Fredda, Castro scelse di lavorare all’interno delle masse ortodosse, reclutando tra i giovani di umili origini i futuri quadri rivoluzionari, senza coinvolgere i dirigenti ufficiali del partito, giudicati riformisti.
La svolta decisiva fu il golpe di Batista del 10 marzo 1952 che chiuse ogni via costituzionale. Castro comprese che il potere sarebbe stato conquistato solo in forma rivoluzionaria. Il Partito Ortodosso si frammentò e i giovani del partito iniziarono i preparativi per l’assalto alla caserma Moncada del 26 luglio 1953. Harnecker chiarisce che l’azione fu una strategia finalizzata a disarmare il nemico per armare il popolo. Per Raúl Castro il piccolo motore (l’azione militare) doveva avviare il grande motore (la mobilitazione di massa). L’azione aveva tre obiettivi: paralizzare i politici tradizionali che cercavano compromessi con il regime, sollevare lo spirito rivoluzionario del popolo e raccogliere risorse. In un bilancio successivo Castro ritenne corretti i primi due punti ma giudicò eccessivo il terzo, ipotizzando che un attacco alla guarnigione di Bayamo sarebbe stato più utile in termini di armamento. In caso di vittoria il potere sarebbe stato affidato ai membri più coerenti del Partito Ortodosso e sarebbe stato attuato un programma radicale: ripristino della costituzione del 1940, assegnazione della terra ai piccoli coltivatori, una quota del 55% dei ricavi dello zucchero ai coltivatori di canna, diritto dei lavoratori a una quota dei profitti, confisca dei beni dei corrotti e destituzione dei funzionari fedeli a Batista.
Nel periodo successivo alla Moncada si sviluppa il rapporto organico tra il Movimento del 26 Luglio e le masse ortodosse. In un messaggio del 1955 Castro definì il movimento l’apparato rivoluzionario dei seguaci di Chibás. Il congresso degli attivisti ortodossi del 1955 approvò all’unanimità questa linea senza opposizione dei dirigenti riformisti. Solo nel 1956, di fronte al tentativo della dirigenza ortodossa di raggiungere un accordo con Batista, Castro ruppe dichiarando che la lotta apparteneva ormai al popolo e che il Movimento del 26 Luglio era l’ortodossia senza i grandi proprietari terrieri, gli speculatori e i corrotti. La caratteristica fondamentale della strategia castrista era la convinzione che non possa esserci rivoluzione senza le masse.
Castro respinge l’accusa di volontarismo rivolte alle sue azioni politiche. In una precisazione del 1961 afferma che una rivoluzione non può scaturire dalla mente degli uomini se non esistono prima circostanze oggettive che la rendano possibile. Un sistema di sfruttamento (latifondo, lavoro stagionale nella canna da zucchero, affitti esosi per i coltivatori di caffè e tabacco, speculazione, disoccupazione endemica) rendeva la vita delle campagne sempre più insopportabile, anche se la coscienza di massa non era ancora pienamente formata. La sua azione, quindi, interpretava correttamente le condizioni oggettive accelerando la maturazione della coscienza soggettiva. Harnecker respinge esplicitamente la posizione del Partito Socialista Popolare che, dopo la Moncada, aveva condannato l’azione come un “putsch” avventurista, contrapponendo ad essa la sola lotta di massa.
Un elemento cruciale dell’analisi è la periodizzazione della crisi economica. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, fino alla fine del 1958 non si verificò una crisi economica congiunturale. Il 1957 fu prospero per l’aumento del prezzo dello zucchero. Solo alla fine del 1958, con il crollo del prezzo dello zucchero e i successi militari dell’Esercito Ribelle che misero a rischio il raccolto (60% delle esportazioni), si determinò una crisi congiunturale. I capitalisti dello zucchero, di fronte all’alternativa tra appoggiare i guerriglieri per cacciare Batista o chiedere l’intervento USA, scelsero la prima opzione, accelerando la caduta del dittatore. I successi militari influenzarono in maniera decisiva la coscienza di massa. Un primo tentativo di sciopero generale nell’aprile 1958 fallì per l’ancora sfavorevole rapporto di forze. Dopo la vittoria dell’Esercito Ribelle nella battaglia di Jigüé (21 luglio 1958) e l’inizio della controffensiva finale, la situazione mutò radicalmente. Alla fine di dicembre, con Batista ormai isolato e molte unità militari distrutte, lo sciopero generale indetto da Castro il 1° gennaio, dopo la fuga del dittatore, riuscì pienamente. Le masse, che fino a quel momento potevano apparire spettatrici passive della guerriglia, divennero protagoniste decisive. Presero d’assalto gli organi repressivi e catturarono informatori e torturatori trasformandosi in un esercito diffuso.
Prima ancora dell’assalto alla Moncada Fidel Castro aveva compreso che l’obiettivo non doveva essere semplicemente rovesciare Batista ma compiere una rivoluzione. Per questo si oppose sempre sia all’assassinio del dittatore sia a un colpo di Stato militare poiché entrambi avrebbero eliminato Batista senza cambiare le fondamenta del sistema. La lotta di liberazione nazionale che intendeva avviare era inseparabile da una profonda rivoluzione sociale di tipo socialista. Tuttavia il Movimento del 26 Luglio non insistette mai pubblicamente sulle misure rivoluzionarie da attuare poiché enfatizzare riforme e leggi rivoluzionarie, date le condizioni della lotta anti-Batista, avrebbe indebolito il fronte delle forze che si opponevano al regime.
Analizzando le condizioni oggettive di Cuba, un paese capitalista dipendente con sviluppo industriale moderato e una classe operaia di una certa consistenza, specialmente nelle campagne, Castro distinse tre forze fondamentali. La prima era costituita dai grandi latifondisti, dall’alta borghesia e dai loro accoliti, dai gangster, dai mujalistas (strumenti della reazione e dell’imperialismo nel movimento operaio), dal clero reazionario e dalle multinazionali operanti a Cuba. Questi settori conservatori e benestanti, che il giorno dopo il fallito attacco al Palazzo Presidenziale del 13 marzo 1957 si erano prostrati davanti a Batista, controllavano tutte le risorse finanziarie ed economiche, l’intera stampa, tutte le radio, le grandi stazioni televisive, i grandi giornali, le migliori tipografie e tutte le riviste americane. La seconda forza era la borghesia nazionale, cioè i settori capitalisti in contraddizione con l’imperialismo. Castro era convinto che, nelle condizioni di Cuba e dell’America Latina in generale, questo settore non potesse guidare la lotta contro l’oligarchia e l’imperialismo perché paralizzato dalla paura della rivoluzione sociale e spaventato dal grido delle masse sfruttate. Solo i suoi strati più progressisti sarebbero stati disposti a sostenere il processo rivoluzionario. La terza forza, l’unica capace di portare avanti la rivoluzione in modo coerente, era il popolo cubano. In La storia mi assolverà Fidel Castro definì il popolo come le masse irredente: i seicentomila cubani senza lavoro, i cinquecentomila braccianti che vivevano in baracche miserabili e lavoravano quattro mesi all’anno, i quattrocentomila operai industriali con i fondi pensionistici sottratti e i salari che passavano dal padrone all’usuraio, i centomila piccoli contadini che lavoravano terre non loro come servi della gleba, i trentamila insegnanti mal pagati, i ventimila piccoli commercianti rovinati dalla crisi e dalla corruzione e i diecimila giovani professionisti che, dopo gli studi, si trovavano senza prospettive.
Castro ricorse alla lotta armata solo come ultima risorsa, dopo che Batista aveva annullato la legalità con il colpo di Stato del 10 marzo 1952. Scrisse su Bohemia il 25 maggio 1955 che non era un sostenitore cieco della violenza, che non avrebbe mai promosso una guerra civile evitabile ma, dopo il colpo di Stato dell’11 marzo, era impossibile aggirare il nodo della ribellione. Dopo le elezioni truffaldine del 1954 Fidel Castro uscì di prigione nel maggio 1955 e decise che la cosa più importante era dimostrare che gli sforzi del regime erano pura demagogia. Dichiarò di essere favorevole a una soluzione democratica basata su elezioni generali immediate ma sapeva che le condizioni che poneva non sarebbero mai state realizzate. Sette settimane dopo essere uscito di prigione dovette lasciare il paese perché la dittatura gli aveva chiuso tutte le porte: gli fu negato l’accesso alle stazioni radio, furono vietati i comizi in cui doveva parlare e fu chiuso il giornale La Calle su cui scriveva. Dall’esilio, dopo aver esaurito tutti i mezzi legali, scrisse che il regime non era assolutamente disposto a indire elezioni generali immediate e che Cuba si trovava a un bivio: le elezioni di medio termine, gli accordi con il regime, la fame e il tradimento del popolo oppure la rivoluzione, l’esercizio del diritto dei popoli a sollevarsi contro l’oppressione, la giustizia per il popolo affamato. Pochi giorni prima dello sbarco della Granma diede a Batista un ultimatum sul quotidiano filogovernativo Alerta: se entro due settimane non ci fosse stata una soluzione nazionale, il Movimento del 26 Luglio avrebbe dato inizio alla lotta rivoluzionaria. In tal modo allertò il nemico ma guadagnò la fiducia del popolo. Contrariamente al Direttorio Rivoluzionario, che riteneva L’Avana il centro nevralgico della lotta, Castro scelse la provincia di Oriente perché lì il regime era molto più debole e la popolazione possedeva grandi tradizioni rivoluzionarie.
Durante la prigionia e l’esilio la propaganda fu l’anello decisivo della strategia di Fidel Castro. Era convinto che il popolo cubano, che non comprendeva le radici dello sfruttamento, sarebbe stato educato politicamente dalla stessa lotta rivoluzionaria. Nel ventesimo anniversario dell’assalto alla Moncada spiegò che la maggioranza delle masse non era cosciente dello sfruttamento e credeva che la corruzione fosse la causa principale dei mali sociali ed era, inoltre, spaventata e piena di pregiudizi a causa della continua propaganda anticomunista. La lotta rivoluzionaria stessa, con obiettivi concreti che coinvolgevano i loro interessi essenziali, li avrebbe educati politicamente e la lotta di classe generata dalla rivoluzione avanzante avrebbe spazzato via i pregiudizi. La prima grande iniziativa in carcere fu di mettere per iscritto il suo discorso La storia mi assolverà e di farlo uscire. Diede istruzioni di stamparne centomila copie e di distribuirle in tutta Cuba entro quattro mesi, inviandole a tutti i giornalisti, alle organizzazioni degli insegnanti, agli studi legali e ad altri gruppi professionali. Riteneva che la propaganda fosse vitale perché senza di essa non ci poteva essere movimento di massa e senza movimento di massa non ci poteva essere rivoluzione. In prigione sostenne che il compito immediato era raccogliere l’opinione pubblica a proprio favore, promuovere le proprie idee e guadagnare il sostegno delle masse. Sempre dal carcere sviluppò l’idea di mobilitare il popolo per chiedere l’amnistia per i combattenti della Moncada e per tutti i prigionieri politici. La campagna per l’amnistia scosse il paese a tal punto che Batista fu costretto a liberare tutti i prigionieri politici. Successivamente, in esilio in Messico, continuò a dedicare una considerevole parte del suo tempo alla propaganda, lavorando a una serie di manifesti al popolo cubano. Il primo manifesto, stampato in cinquantamila copie, uscì il 16 agosto 1955. Il secondo manifesto criticava le precedenti forme di lotta e proponeva i primi slogan sull’insurrezione e lo sciopero generale. Raccomandò che fosse stampato in centomila copie. Scrisse che la stampa e la distribuzione della propaganda dovevano essere organizzate per non vacillare mai perché i manifesti che circolavano clandestinamente mantenevano il morale e facevano il lavoro di migliaia di attivisti, trasformando ogni cittadino entusiasta in un militante che ripeteva i loro argomenti e le loro idee. Più tardi, nella Sierra Maestra, il giornale Revolución e successivamente Radio Rebelde svolsero un ruolo chiave nel fornire informazioni accurate sugli scontri e nell’educazione politica del popolo. Infine, come Fidel Castro aveva previsto, la migliore propaganda per le idee rivoluzionarie fu la vittoria della stessa rivoluzione e i provvedimenti che attuò a beneficio del popolo cubano. Le leggi rivoluzionarie contrapposero sfruttatori e sfruttati in tutti i campi. I grandi latifondisti, i capitalisti, i proprietari terrieri, i banchieri, i grandi uomini d’affari e tutti i loro lacchè, in combutta con l’imperialismo, reagirono immediatamente contro il potere rivoluzionario ma gli operai, i contadini, gli studenti e gli intellettuali rivoluzionari dovettero prendere le armi per difendere le loro conquiste. La coscienza di classe si sviluppò in modo incredibile e il 16 aprile 1961, alla vigilia dell’invasione della Baia dei Porci, la classe operaia cubana proclamò il carattere socialista della rivoluzione. Nessun popolo delle Americhe era stato sottoposto dall’imperialismo a un processo così intenso di indottrinamento reazionario e di distruzione della propria nazionalità ma quel popolo si sollevò come un gigante morale, spazzando via in pochi anni tutto quel fardello ideologico e tutta la sporcizia maccartista e anticomunista.
Fin dall'inizio della preparazione del gruppo iniziale che sarebbe poi diventato il Movimento del 26 Luglio, Fidel Castro stabilì che la rivoluzione non poteva essere il ritorno al potere di uomini moralmente e storicamente finiti, responsabili della difficile situazione del paese. La vittoria doveva basarsi sulla certezza che il popolo avrebbe sostenuto uomini integerrimi capaci di formulare fin dall'inizio le loro leggi rivoluzionarie. Questa preoccupazione per l'onestà e la dedizione agli interessi popolari, anche a rischio della propria vita, fu dimostrata dai giovani coinvolti nell'attacco alla Moncada e dalla loro difesa davanti ai tribunali di Batista, rompendo con i metodi dei politici tradizionali. Per questo, durante la prigionia all'Isola della Gioventù, Castro considerò una grave deviazione ideologica la tendenza di alcuni membri della sua organizzazione a cercare un patto con il Partito Autentico. In una lettera del 18 giugno 1954 a Haydée Santamaría e Melba Hernández, Castro scrisse che sarebbe stata una follia fare un patto con quei leader, ricordando la rovina che avevano portato a tanti dirigenti ortodossi. Sottolineò la necessità di mantenere il movimento indipendente, come nei momenti più difficili. Nello stesso periodo, riguardo ai firmatari del Patto di Montreal, scrisse che avevano dovuto lottare da soli prima, durante e dopo gli eventi del 26 luglio e che ora rappresentavano un ideale alto e immacolato con il diritto di essere l'avanguardia del futuro. Affermò che non dovevano vendere l'anima per un piatto di lenticchie poiché questi signori non erano cambiati e il loro unico obiettivo era il potere mentre il loro era una vera rivoluzione. Scrisse che nessun accordo poteva essere raggiunto se non avessero prima accettato il loro programma, l'unica rivoluzione possibile, che includeva la confisca della proprietà di tutti i ladri di tutte le amministrazioni.
Un piccolo nucleo di quadri e un'ampia propaganda tra i settori più diversi del popolo sarebbe stata la strategia di Fidel Castro per costruire l'avanguardia della rivoluzione. Il fattore unificante del Movimento del 26 Luglio non era l'ideologia marxista-leninista, assimilata solo dai suoi quadri più avanzati, ma la lotta contro Batista in una nuova forma armata che portava a trasformazioni radicali nella sfera sociale e politica e alla conquista della vera sovranità nazionale. Castro realizzò che nel clima maccartista e anticomunista esistente a Cuba e nel mondo dichiarazioni di fede marxista-leninista sarebbero state assurde.
Che Guevara inizialmente pensava che Castro avesse sostenuto il Patto di Miami, un accordo molto conservatore, e che fosse solo un leader borghese radicale. In una lettera del dicembre 1957, a René Ramos Latour, Guevara scrisse che aveva sempre considerato Fidel Castro un genuino leader della borghesia di sinistra, sebbene eccezionale per la sua brillantezza che lo poneva molto al di sopra della sua classe, e che non pensava che la lotta potesse andare oltre la liberazione del paese. Ciò che non gli era mai venuto in mente era il cambiamento radicale fatto da Castro nelle sue dichiarazioni sul Patto di Miami. Nella sua lettera d'addio a Castro dell'aprile 1965 Guevara scrisse che il suo unico serio fallimento era stato non aver confidato di più in lui dai primi momenti nella Sierra Maestra e non aver capito abbastanza rapidamente le sue qualità di leader e rivoluzionario.
Fidel Castro era convinto che la dispersione delle forze fosse la morte della rivoluzione mentre l'unità di tutti i rivoluzionari fosse la morte della dittatura. Prima di affrontare la costruzione di un ampio movimento civico, come gli propose Luis Conte Agüero nel 1954, Castro sentì che il suo primo obiettivo doveva essere organizzare i membri del Movimento del 26 Luglio e forgiare un'unità indistruttibile tra tutti i combattenti. Una volta raggiunto questo scopo iniziale il compito successivo era la formazione di un movimento civico che dovesse avere forza sufficiente per conquistare il potere con mezzi pacifici o rivoluzionari, altrimenti avrebbe rischiato di vederselo strappare, come era successo al Partito Ortodosso. Non era ottimista riguardo alle possibilità di costruire rapidamente un tale movimento poiché uno dei maggiori ostacoli era l'eccesso di individualismo e ambizione di gruppi e leader. Scrisse che ciò che più ammirava in Martí era l’enorme, eroico e silenzioso compito di unire i cubani per la lotta. Tra le condizioni che considerava indispensabili per la formazione di un genuino movimento civico c'erano un minimo di accordo nella sfera ideologica, buona disciplina e, soprattutto, una leadership riconosciuta. Non si poteva costruire un movimento se ognuno sentiva il diritto di fare dichiarazioni pubbliche senza consultare nessuno. Doveva essere creato un meccanismo per distruggere completamente chiunque tentasse di creare tendenze, cricche, scissioni o di sollevarsi contro il movimento. Sostenne anche che il programma del movimento doveva affrontare pienamente, concretamente e coraggiosamente i problemi economici e sociali del paese per offrire alle masse un messaggio veramente nuovo e promettente.
Una volta consolidato il nucleo iniziale del Movimento del 26 Luglio e rotto definitivamente con la dirigenza del Partito Ortodosso nel marzo 1956, Fidel Castro raddoppiò gli sforzi per unire le forze rivoluzionarie. Nel settembre 1956 questo lavoro culminò nella firma con José Antonio Echeverría della Carta de México in cui entrambe le organizzazioni dichiararono di unire solidamente i loro sforzi per rovesciare la dittatura e realizzare la rivoluzione cubana. I firmatari criticarono coloro che, dopo aver chiesto libere elezioni generali, ora accettavano le elezioni di medio termine proposte dal regime. Entrambe le organizzazioni ritenevano che esistessero condizioni oggettive per una rivoluzione a Cuba e che i preparativi rivoluzionari fossero sufficientemente avanzati per offrire al popolo la loro liberazione nel 1956, attraverso un'insurrezione appoggiata da uno sciopero generale. L’accordo unì ideologicamente i giovani combattenti del Movimento del 26 Luglio e della Direzione Rivoluzionaria per quanto riguardava gli scopi della rivoluzione ma il processo di unità non era ancora abbastanza avanzato per delineare una strategia militare unica. I due leader si concessero a vicenda la libertà di attuare i piani che ciascuno riteneva migliori tatticamente. Fidel Castro avrebbe ripreso la lotta armata prima della fine del 1956, sbarcando a Cuba con un contingente armato e aprendo un fronte guerrillero nelle montagne orientali, mentre la Direzione Rivoluzionaria avrebbe lavorato per un'insurrezione armata con centro L'Avana.
Il primo passo verso l'unità con le forze non rivoluzionarie, e quindi capitaliste, avvenne il 12 luglio 1957, quando l'autorità politica di Castro era già ben stabilita tra la popolazione. Dopo un dialogo con rappresentanti dell'opposizione capitalista, come Raúl Chibás e Felipe Pazos, grazie alla flessibilità tattica di Castro venne firmato il Manifesto della Sierra Maestra. I firmatari espressero la loro disponibilità a partecipare a elezioni veramente libere, democratiche e imparziali, a patto che Batista fosse sostituito da un governo provvisorio neutrale con l'appoggio di tutte le forze dell’opposizione. Le proposte contenute nel manifesto includevano: la formazione di un fronte civile-rivoluzionario con una strategia comune di lotta, la nomina immediata di un individuo a capo del governo provvisorio scelto dalle istituzioni civiche, la dichiarazione che l'unica soluzione possibile era le dimissioni del dittatore, il rifiuto di qualsiasi mediazione o intervento di un'altra nazione, la non accettazione di alcun tipo di giunta militare come governo provvisorio, la rimozione dell'esercito dalla politica, l'impegno a tenere elezioni generali entro un anno e un programma che includeva la liberazione dei prigionieri politici, la piena garanzia della libertà di informazione, la nomina di sindaci provvisori, la soppressione della corruzione governativa, l'istituzione di un servizio civile, la democratizzazione della politica sindacale, una campagna contro l'analfabetismo, le basi per una riforma agraria e una politica finanziaria sana. Il programma minimo di La storia mi assolverà era molto più radicale di quello risultante dall'accordo con i rappresentanti capitalisti ma una lettura attenta del Manifesto della Sierra Maestra rivela l'abilità di Fidel Castro nel formulare misure che, pur essendo di natura democratica, avrebbero aiutato l'espressione istituzionale del sostegno popolare al Movimento del 26 Luglio e sarebbero entrate in conflitto con la politica economica imperialista.
Diverse settimane dopo, a settembre, a Miami, rappresentanti della borghesia come Prío Socarrás e Pazos, utilizzando il loro status di firmatari del Manifesto della Sierra Maestra, insieme a Fidel Castro parteciparono alla formazione di una Giunta di Liberazione Nazionale in mezzo a un'offensiva diplomatica del nuovo ambasciatore statunitense per promuovere l'unificazione delle forze capitaliste contro Batista e isolare il movimento rivoluzionario. Il documento programmatico che emerse dall'incontro di Miami eliminò due punti chiave del Manifesto della Sierra Maestra: il rifiuto esplicito dell'intervento straniero e il ripudio della formazione di una giunta militare per governare provvisoriamente il paese. Il 14 dicembre Fidel Castro dichiarò pubblicamente il suo disaccordo con il Patto di Miami, sottolineando che la rottura derivava dalla violazione dei punti chiave dell'accordo della Sierra Maestra. In una lettera alle organizzazioni dell’opposizione Castro scrisse che l'eliminazione del rifiuto dell'intervento straniero rivelava un tiepido patriottismo e una più eloquente codardia mentre l'eliminazione del rifiuto di qualsiasi tipo di giunta militare era inaccettabile perché il peggio che potesse capitare alla nazione sarebbe stato la sostituzione di Batista con una giunta militare. Dichiarò che se una giunta militare avesse sostituito Batista il Movimento del 26 Luglio avrebbe proseguito risolutamente con la sua campagna di liberazione, preferendo combattere oggi piuttosto che cadere domani in nuovi e insuperabili abissi. Scrisse che l'importante per la rivoluzione erano le fondamenta su cui si basava, il modo in cui veniva attuata e le intenzioni patriottiche che la ispiravano.
Dopo sette mesi il fronte civile non si era consolidato ma l'Esercito Ribelle sì, avendo respinto l'offensiva generale di Batista di giugno e preparandosi alla controffensiva. Il 1958 si era aperto con prodromi di pace, con elezioni previste per luglio che costrinsero il regime a ripristinare le garanzie costituzionali. La Commissione per l'Armonia Nazionale, istituita dal Consiglio dei Vescovi di Cuba e appoggiata dai più noti proprietari di zuccherifici, mercanti e banchieri, cercò un accordo tra Fidel Castro e Batista con cui l'Esercito Ribelle avrebbe deposto le armi, i prigionieri politici sarebbero stati rilasciati, gli esiliati sarebbero potuti tornare e si sarebbero tenute elezioni libere con la partecipazione del Movimento del 26 Luglio come un qualsiasi altro partito politico. In una lettera aperta del 9 marzo 1958 Fidel Castro denunciò gli obiettivi della commissione, ponendo fine alla sua breve esistenza. Un mese dopo, il 9 aprile, lo sciopero generale fallì. Poi, a giugno, Batista lanciò un'offensiva su larga scala per eliminare l'Esercito Ribelle che si concluse con un completo fallimento, con il nemico che emerse duramente indebolito mentre il movimento rivoluzionario era stato notevolmente rafforzato.
Il 20 luglio 1958 Castro ritenne che il tempo era arrivato per convocare la formazione di un ampio fronte civile-rivoluzionario. I rappresentanti di un ampio spettro di forze politiche e sociali firmarono un documento di unità che divenne noto come Patto di Caracas. Il manifesto descriveva la situazione in cui la ribellione si era diffusa in tutto il paese. Nella Sierra Maestra migliaia di soldati venivano respinti dall'offensiva di Batista, a Oriente la Colonna Numero Sei controllava un terzo della provincia, la Colonna Numero Due combatteva da Manzanillo a Nuevitas, a Las Villas il fronte dell'Escambray della Direzione Rivoluzionaria combatteva da diversi mesi insieme a gruppi di Autentici e del Movimento del 26 Luglio, piccole unità guerrigliere operavano a Matanzas e Pinar del Río. Il Patto di Caracas chiedeva la formazione di un ampio fronte nazionale contro Batista, senza l'esclusione di alcun settore, coordinando sforzi umani, risorse militari e forze civili di tutti i gruppi dell’opposizione. Parlava di una strategia comune di lotta per rovesciare la dittatura attraverso l'insurrezione armata, rafforzando tutti i fronti di combattimento, armando migliaia di cubani pronti a lottare e mobilitando tutte le forze per arrivare a uno sciopero generale. Presentava il tipo di governo da stabilire dopo la caduta del dittatore come un governo provvisorio per guidare il paese lungo canali costituzionali e democratici. Stabiliva i punti principali di un programma minimo che garantisse la punizione dei colpevoli, i diritti dei lavoratori, l'ordine, la pace, la libertà, il rispetto degli impegni internazionali e il progresso economico, sociale e istituzionale del popolo cubano. Affermava la decisione di difendere la sovranità nazionale e chiedeva al governo degli Stati Uniti di porre fine a tutti gli aiuti militari e di altro tipo al dittatore. Diceva ai membri delle forze armate che era arrivato il momento di negare il sostegno al regime dispotico, sottolineando che non era una guerra contro le forze armate ma contro Batista. Esortava lavoratori, studenti, professionisti, uomini d'affari, industriali, coltivatori di canna, proprietari di zuccherifici, agricoltori e cubani di tutte le religioni, ideologie e razze a unirsi a questa lotta. Il documento concludeva esortando tutte le forze rivoluzionarie, civili e politiche a firmare la dichiarazione e chiedeva un incontro di rappresentanti di tutti i settori senza esclusioni di alcun tipo. Il largo fronte politico non fu mai formalmente organizzato. Le uniche risposte organizzative vennero dal Partito Socialista Popolare e dalla Direzione Rivoluzionaria. Batista fu di fatto rovesciato dall'azione congiunta di tutte queste forze. Per raggiungere questo obiettivo Fidel Castro non ebbe difficoltà ad accettare che il nuovo governo risultante dalla rivoluzione sarebbe stato composto da figure di spicco, in maggioranza membri della grande borghesia, e che sarebbe stata una squadra di governo conservatrice. Questo si rivelò di poca importanza perché fu l'Esercito Ribelle ad aver sconfitto le forze militari di Batista e a costringerlo alla fuga, distruggendo così una delle parti più importanti dell'apparato repressivo dello stato capitalista. Il governo, nella sua maggioranza, era in mani reazionarie ma la forza delle masse e la forza delle armi era in mani rivoluzionarie ed era il potere reale della rivoluzione. Fidel Castro credette che fosse corretto aver adottato quella linea nei primi mesi dopo la vittoria, data la relazione esistente tra forze sociali, politiche e ideologiche nel paese, e sottolineò come l’aspetto principale fosse l'appoggio delle masse ai rivoluzionari e al loro Esercito Ribelle.
L’elemento centrale della strategia di Fidel Castro per la costruzione del blocco anti-Batista e la successiva transizione verso il socialismo risiede nell’identificazione del nemico immediato come anello decisivo della catena. Pur riconoscendo che le uniche forze costantemente rivoluzionarie appartenevano al popolo secondo la sua definizione, Castro era consapevole che le classi dominanti disponevano di mezzi potenti per preservare lo status quo, incluso l’appoggio della maggiore potenza imperialista mondiale. Il suo merito storico fu quindi quello di individuare nella lotta contro Batista l’elemento unificante capace di mobilitare le massime forze sociali. Questo obiettivo richiedeva di unire i settori rivoluzionari, quelli riformisti e persino quelli reazionari che avessero anche una minima contraddizione con il dittatore. Di conseguenza il programma della Moncada propose solo misure di tipo democratico-borghese, senza dichiarazioni formali antimperialiste, sebbene contenesse passi che danneggiavano gli interessi statunitensi. Nel successivo Manifesto della Sierra Maestra furono eliminate persino le misure relative alla nazionalizzazione mentre il Patto di Caracas si limitò a un programma minimo essenziale: punizione dei colpevoli, diritti dei lavoratori, ordine, pace, libertà, rispetto degli impegni internazionali e progresso economico, sociale e istituzionale. Castro non cedette mai su tre questioni fondamentali che avrebbero potuto bloccare lo sviluppo rivoluzionario: il rifiuto dell’interferenza militare straniera, il ripudio di qualsiasi colpo di stato militare e l’esclusione di qualsiasi forza rappresentativa di un settore del popolo.
Le linee guida per un ampio fronte antimperialista e antioligarchico furono formalizzate nella Seconda Dichiarazione dell’Avana del 1962. Dieci anni dopo, preoccupato per la mancanza di unità delle forze democratiche e progressiste in Cile, riprese questi concetti in un discorso del 2 dicembre 1971. Il divisionismo, il settarismo, il dogmatismo e la mancanza di concetti generali nell’analisi del ruolo di ogni strato sociale ostacolano l’unità d’azione necessaria tra le forze democratiche e progressiste. Queste sono malattie infantili del movimento rivoluzionario da superare. Secondo Fidel Castro è possibile organizzare l’immensa maggioranza del popolo, composta da classe lavoratrice, contadini, lavoratori intellettuali, piccola borghesia e settori progressisti della borghesia nazionale in una lotta antimperialista e antifeudale. Dal vecchio militante marxista al cattolico sincero che non ha legami con i monopoli yankee e i latifondisti feudali, tutti possono e devono combattere fianco a fianco. Anche gli elementi progressisti delle forze armate, umiliate dalle missioni militari statunitensi e tradite dalle oligarchie feudali, possono essere inclusi.
Questa politica di ampie alleanze, che fin dall’inizio includeva il tentativo di conquistare il maggior numero possibile di membri dell’apparato repressivo dello stato, fu attuata secondo precise considerazioni strategiche. Fidel Castro cercò prima l’unità con le forze rivoluzionarie e solo dopo chiese un’unità più ampia. Il fallimento nel raggiungere la piena unità tra i rivoluzionari non gli impedì di muoversi verso un’unità più ampia ma fece passi concreti in questa direzione solo quando il Movimento del 26 Luglio era diventato una forza considerevole, con una strategia testata con successo e un peso decisivo sulla scena politica. In caso contrario il movimento avrebbe rischiato di trascinarsi dietro le forze capitaliste. Riflettendo nel dicembre 1961 sul ripudio del Patto di Miami, Fidel Castro spiegò che quando erano solo centoventi in armi, l’unità con tutte le organizzazioni in esilio avrebbe significato una chiara maggioranza per elementi conservatori e reazionari, rendendoli una forza minuscola. Verso la fine della lotta, quando tutte quelle organizzazioni erano convinte della vittoria imminente, allora divennero interessate all’unità e loro erano ormai una forza decisiva al suo interno.
Sulla formazione dell’unità delle forze rivoluzionarie in un colloquio con studenti cileni nel 1971 affermò che l’ideale in politica è l’unità di opinione, dottrina, forze e comando, come in una guerra. Una rivoluzione è come una guerra: è difficile immaginare una battaglia con dieci diverse strategie e tattiche. L’ideale è l’unità ma la realtà è un’altra cosa. Se l’unità totale è impossibile si deve cercare unità su obiettivi e questioni specifiche. Se l’ideale dell’unità assoluta è irraggiungibile, ci si deve accontentare di ciò che si ha e lavorare con la realtà.
L’esperienza cubana fornisce tre insegnamenti sul processo di unificazione delle forze rivoluzionarie. Primo, i leader rivoluzionari devono avere come preoccupazione centrale far avanzare l’unità, partendo da obiettivi minimi e non massimi, come dimostra la Carta de México tra il Movimento del 26 Luglio e la Direzione Rivoluzionaria. Secondo, ciò che più aiuta l’unificazione è l’implementazione di una strategia corretta contro il nemico principale. Se i risultati sono soddisfacenti le altre forze veramente rivoluzionarie si uniranno durante la lotta, al momento della vittoria o successivamente. Cercare l’unità a tutti i livelli troppo presto, prima che le condizioni siano mature, rischia di produrre un’unità puramente formale che si disfa alle prime difficoltà oppure di indurre una minoranza con una strategia corretta a sottomettersi alla maggioranza, con conseguenze negative per l’intero processo rivoluzionario. Terzo, tutti i partecipanti devono avere uguali diritti e qualsiasi complesso di superiorità deve essere combattuto. Questo è essenziale per un’unità duratura e per una corretta valutazione del contributo di ciascuna forza, senza stabilire quote di potere basate sul grado di partecipazione alla vittoria o sul numero di membri.
I contributi più preziosi di Fidel Castro su questo tema emersero nella lotta contro il settarismo, in particolare nel primo processo di Escalante del marzo 1962. Aníbal Escalante, segretario organizzativo delle Organizzazioni Rivoluzionarie Integrate, cercò di occupare tutte le cariche con vecchi militanti marxisti del Partito Socialista Popolare, l’unico partito marxista pre-rivoluzionario. Invece di un’organizzazione libera di rivoluzionari Castro denunciò che si stava creando un giogo, una camicia di forza, un esercito di rivoluzionari domati e sottomessi. Sottolineò la necessità di combattere sia il settarismo della Sierra Maestra sia quello dei vecchi membri del partito marxista. Fidel Castro affermò che la rivoluzione è superiore a ciò che ciascuno ha fatto ed è più importante di ciascuna organizzazione: il Movimento del 26 Luglio, il Partito Socialista Popolare, la Direzione. La rivoluzione è un grande tronco le cui radici, provenienti da direzioni diverse, sono state unite. Le radici sono importanti ma ciò che cresce è il tronco di un grande albero. Tutti insieme hanno fatto il tronco e insieme devono continuare a farlo crescere. Ciò che conta non è ciò che ciascuno ha fatto separatamente ma ciò che faranno insieme. Riferendosi alla sua esperienza personale Fidel Castro disse che anche lui era appartenuto a un’organizzazione però le sue glorie sono di Cuba e del popolo e quindi appartengono a tutti. Il giorno in cui smise di appartenere a quell’organizzazione fu quando avevano fatto una rivoluzione più grande di essa, quando avevano il popolo dalla loro parte, un movimento molto più grande, verso la fine della guerra, con un esercito vittorioso diventato l’esercito della rivoluzione e di tutto il popolo.
Le riflessioni di Fernando Martínez Heredia
In La noción de pueblo en La Historia me absolverá Fernando Martínez Heredia analizza il discorso pronunciato da Fidel Castro il 16 ottobre 1953 durante il processo per l’assalto alla caserma Moncada, avvenuto il 26 luglio dello stesso anno. Sebbene tale intervento fosse formalmente un atto di difesa giudiziaria, rappresenta in realtà il primo documento fondamentale del processo rivoluzionario cubano contemporaneo, un vero e proprio manifesto rivoluzionario per la forza e la bellezza della sua prosa. Martínez Heredia individua quattro aspetti centrali del discorso. Primo, costituisce il primo programma della Rivoluzione perché definisce gli obiettivi del movimento rivoluzionario, pone il problema della necessità di assumere rivoluzionariamente il potere dello Stato e indica i metodi corretti di lotta. Secondo, il discorso funge da strumento di politicizzazione per i militanti e le masse grazie all’impatto delle sue denunce contro la dittatura e il sistema di oppressione e sfruttamento. Terzo, valorizza l’azione della Moncada rendendo pubblici l’ideologia, i moventi, lo stile di lavoro e le virtù rivoluzionarie degli assalitori, dimostrando come l’eroismo e il sacrificio di un gruppo abbiano scatenato la lotta armata delle masse. Quarto, il discorso fornisce un’analisi della struttura della dominazione di classe esistente a Cuba nel 1953, identificando e separando le forze della rivoluzione da quelle della controrivoluzione, cercando di attirare le prime alla lotta e delineando implicitamente il carattere della rivoluzione stessa.
Heredia si concentra sulla nozione di popolo che percorre l’intero discorso come elemento centrale e di grande valore teorico. Fidel Castro chiarisce che l’assalto alla Moncada fu il primo episodio di una guerra popolare rivoluzionaria. In un contesto in cui molti gruppi e sedicenti leader usavano la lotta armata solo come strumento di pressione politica senza voler realmente rovesciare la tirannia, Castro dimostrò che la falsità non risiedeva nella strategia armata in sé ma in coloro che la sfruttavano. Cercò gli elementi della sua avanguardia tra le migliaia di cubani che desideravano lottare, in particolare tra i più umili, che costituirono il primo nucleo della Rivoluzione. L’organizzazione, sebbene costretta alla clandestinità, interpretò nei suoi fini e nei suoi metodi i bisogni più profondi del popolo cubano. Il mancato successo militare non impedì di mostrare che era possibile attaccare le fortezze della tirannia senza l’intermediazione di politici o dell’esercito. La decisione di non chiamare il popolo alla lotta prima di aver assicurato il controllo della caserma e delle armi certificò l’intenzione di servire il popolo e non di servirsene, permettendo di porre il problema cruciale della presa rivoluzionaria del potere statale.
Heredia affronta anche il problema ideologico. Fidel Castro usa la logica semplice del popolo per portare le esigenze democratiche di libertà, uguaglianza e giustizia sociale oltre i limiti del capitalismo. Sebbene la prima delle cinque leggi da lui proposte prevedesse il ripristino della Costituzione del 1940, Castro chiarisce che il movimento rivoluzionario assume tutte le facoltà inerenti alla sovranità popolare. L’analisi sociale implicita individua il popolo come forza motrice sulla base di due premesse: la descrizione rigorosa dello sfruttamento e dell’oppressione delle masse lavoratrici e umili, dovuta al carattere borghese dei rapporti di produzione, e la fede incrollabile nella capacità di queste masse di trasformarsi attraverso la lotta rivoluzionaria. Questa posizione marxista-leninista, unita alla tradizione rivoluzionaria di José Martí, si concretizza nella convinzione che la rivoluzione sia possibile organizzando la lotta armata delle masse e che l’inesistenza di una coscienza socialista diffusa possa essere risolta dalla stessa rivoluzione. Il ruolo dell’organizzazione rivoluzionaria è quindi guidare e innalzare il popolo, servire da veicolo per conquistare la sovranità e la libertà. Il nemico viene identificato anche negli interessi stranieri, nei grandi possessori di capitale e nei monopoli. Martínez Heredia afferma che l’analisi del popolo come forza motrice della Rivoluzione cubana, così come emerge da La storia mi assolverà, stabilì per la prima volta il significato storico dell’assalto alla Moncada come atto costitutivo dell’avanguardia di quel popolo, fissando una meta coerente con i bisogni della società. Solo successivamente, con lo sviluppo pratico della rivoluzione socialista, è stato possibile comprendere appieno la proiezione sociale del discorso poiché l’avanguardia trascinò la massa del popolo all’azione rivoluzionaria e in essa si forgiò il carattere socialista del processo, realizzando pienamente il programma della Moncada.
Nel saggio Orígenes y vigencia del pensamiento político de Fidel Fernando Martínez Heredia si propone di dimostrare come il pensiero del leader cubano sia uno strumento di analisi e azione ancora pienamente operativo per le lotte in America Latina. Il lascito di Fidel Castro, ovviamente, va "tradotto" nelle situazioni concrete, non ripetuto meccanicamente. Si tratta di assimilarne la capacità di identificare l'essenziale, di distinguere strategia e tattica e di agire con determinazione.
Heredia colloca Fidel Castro all'interno di una tradizione radicale cubana che attraversa l'intera storia nazionale, da Carlos Manuel de Céspedes a José Martí, da Julio Antonio Mella ad Antonio Guiteras. A differenza di questi precedenti, dove la pratica rivoluzionaria tendeva a prevalere sull'elaborazione teorica, Castro costruisce un pensiero radicale di pari statura rispetto alla sua azione, ponendosi accanto al suo maestro Martí. Il giovane Castro assimila precocemente il lascito delle lotte per l'indipendenza e del socialismo cubano, un socialismo originale non copiato dall'Europa. Impara a essere simultaneamente patriota e socialista, nutrendosi di Martí e studiando Marx e Lenin. Comprende che la lotta va condotta contro l'insieme delle dominazioni, vecchie, moderne e recenti, e affronta il problema cruciale di come tradurre questa consapevolezza in pratica, cioè di come creare strumenti organizzativi capaci di coscientizzare le masse e di rompere l'egemonia culturale delle classi dominanti.
Un momento decisivo nella formazione del pensiero fidelista è il colpo di stato del 1952 che interrompe la via democratico-elettorale rappresentata dal Partito Ortodosso di Eduardo Chibás. Fidel Castro trae da questa esperienza una conclusione netta: prendere il potere è requisito indispensabile per cambiare il paese. L'assalto alla Moncada del 1953 rappresenta l'assalto alle oligarchie e ai dogmi rivoluzionari, il motore piccolo che doveva mettere in moto quello grande. La successiva prigionia diventa il luogo della fermezza incrollabile dove elabora, in La storia mi assolverà, un programma rivoluzionario compiuto. Uscito dal carcere fonda il Movimento del 26 luglio. La guerra rivoluzionaria aperta nel dicembre 1956 dimostra che l'impossibile può diventare possibile mentre nella Sierra Maestra Fidel Castro si rivela capo militare e maestro capace di formare una nuova generazione di combattenti e quadri. Già nel giugno 1958, in piena offensiva nemica, Castro scrive a Celia Sánchez che la lotta contro l'imperialismo nordamericano sarà il suo vero destino.
La vittoria del gennaio 1959 abbatte la dittatura e dissolve gli apparati dello Stato borghese. Il giorno dell'ingresso all'Avana avverte che "il più difficile comincia ora" perché la rivoluzione avrebbe potuto deragliare verso una restaurazione delle istituzioni civili e democratiche che avrebbe neutralizzato la mobilitazione popolare. Invece la Rivoluzione cubana realizza un risultato che Heredia definisce come un apporto supremo nell'arte più difficile, quella della rivoluzione autentica: unire in un unico processo socialismo e liberazione nazionale. Per la prima volta in America Latina i più alti valori della lotta patriottica si fondono con quelli della lotta di classe. Fidel Castro e Che Guevara mettono il marxismo e il socialismo in una prospettiva latinoamericana, con un carattere decisamente antimperialista e internazionalista, recuperando la lezione più profonda di Martí, critico radicale di tutti i colonialismi, e riprendendo il socialismo cubano di Mella e Guiteras.
Fidel Castro diventa in questa fase un educatore popolare di massa, utilizzando persino la televisione per una campagna straordinaria di coscientizzazione. Heredia insiste su un tratto specifico della sua leadership: la comunicazione orizzontale per cui il popolo lo chiama semplicemente Fidel, senza titoli. In meno di due anni lo sfruttamento, le umiliazioni e le discriminazioni cessano di essere considerati fatti naturali e diventano crimini. La più grande vittoria di Fidel Castro, secondo Heredia, consiste nell'aver trasformato il popolo stesso, dotandolo di nuove qualità, valori e capacità, al punto che i nomi comunista e fidelista si confondono nella coscienza sociale.
Il saggio dedica poi ampio spazio all'antimperialismo e all'internazionalismo come tratti permanenti e costitutivi del pensiero fidelista. L'antimperialismo è spiegato da Fidel Castro come condizione necessaria per essere cubani. La sovranità nazionale è intangibile e non si negozia. L'internazionalismo è definito come "quel repentino e stupendo fiorire delle qualità umane che dà più a chi lo offre che a chi lo riceve". Cuba ha offerto sostegno solidale senza mai chiedere nulla in cambio e proprio il blocco, invece di isolare il paese, lo ha reso più unito, più forte, più socialista e più cosciente. La coscienza sviluppata, conclude Heredia, è lo scudo e l'arma di un popolo colto.
La conclusione elenca una serie di lezioni o tratti strutturali del pensiero politico di Fidel Castro. Il primo è la capacità di partire dall'impossibile e dall'impensabile per convertirli in possibilità attraverso la pratica cosciente e organizzata. Il secondo è il rifiuto categorico di accettare la sconfitta, con cinque esempi emblematici: la Moncada del 1953, lo sbarco della Granma del 1956, la crisi economica del 1970, la percezione anticipata della crisi dell'URSS nel 1985 e la Battaglia delle Idee del 2000. Il terzo è la determinazione personale a mantenere la lotta in ogni situazione. Il quarto è l'organizzazione. Il quinto è la comunicazione ininterrotta con ogni essere umano e con le masse. Il sesto è l'uso di tattiche creative e strategie impensabili ma fattibili. Il settimo è la lotta per conquistare, mantenere, difendere ed espandere il potere come strumento fondamentale dei cambiamenti. L'ottavo è creare strumenti rivoluzionari e formare i protagonisti, prendendo le istituzioni per metterle al servizio del popolo e non viceversa. Il nono è essere più decisi, coscienti, organizzati e aggressivi dei nemici. Il decimo è insegnare e apprendere simultaneamente. L'undicesimo è essere sempre un educatore, considerando l'educazione come ciò che eleva l'essere umano al di sopra dei suoi bisogni immediati. Il dodicesimo è porre la coscientizzazione e la mobilitazione al centro del lavoro politico. Il tredicesimo è avanzare verso forme di potere popolare. A illustrazione della ricchezza teorica di Fidel Castro Heredia cita una tesi del 1969 che rovescia un assunto del marxismo originario: mentre per Marx il socialismo sarebbe stato conseguenza dello sviluppo capitalistico, nella maggior parte del pianeta colonizzato sarà lo sviluppo a dover essere conseguenza dell'esistenza di poteri socialisti.
