Lavoro e ambiente dalla prospettiva dei sindacati americani

Todd E. Vachon nel libro Clean Air and Good Jobs studia le relazioni, storicamente complesse e spesso contraddittorie, tra i sindacati e i movimenti ambientalisti negli Stati Uniti a partire da un episodio divenuto emblematico. Alla fine degli anni ‘70 gli attivisti contrari alla costruzione della centrale nucleare di Three Mile Island si scontrarono con i lavoratori locali. Il sindacato della zona rispose distribuendo un adesivo con la scritta "Hai fame e sei senza lavoro? Mangia un ambientalista", una provocazione che incapsula perfettamente la percezione di un conflitto insanabile tra la difesa dei posti di lavoro e la protezione dell'ambiente. Questo tipo di scontro che contrappone lavoro e ambiente si è ripresentato in diverse forme e contesti, dal settore del carbone alle restrizioni alla sviluppo urbano, ma la realtà dei fatti è molto più sfumata. Le posizioni di sindacati e ambientalisti sono infatti mutevoli e talvolta convergenti. Alcuni gruppi ambientalisti si sono alleati con i sindacati per opporsi al NAFTA mentre il sindacato United Steelworkers ha sostenuto il Protocollo di Kyoto sul riscaldamento globale, una posizione che il sindacato dei minatori (United Mine Workers of America) ha invece fermamente contrastato, riuscendo a convincere la centrale sindacale AFL-CIO a fare altrettanto. La stessa AFL-CIO, pur riconoscendo la realtà del cambiamento climatico e sostenendo genericamente politiche di crescita verde, ha attivamente fatto pressione affinché gli accordi internazionali, incluso lo storico Accordo di Parigi del 2015, non includessero obiettivi di riduzione delle emissioni giuridicamente vincolanti, preferendo impegni volontari stabiliti dalle singole nazioni.

Per comprendere questa storia contraddittoria è necessario esaminare tre fattori strutturali che spiegano l'opposizione sindacale alle misure di protezione ambientale. Il primo e più immediato è la paura della perdita del posto di lavoro. I lavoratori del settore dei combustibili fossili temono che le regolamentazioni ambientali possano eliminare posti di lavoro ben retribuiti, spesso in assenza di alternative valide. La realtà è che, sebbene in media le politiche ambientali creino più posti di quanti ne distruggano, per il singolo lavoratore licenziato la situazione è drammatica. I nuovi impieghi nel settore delle rinnovabili, come l'installatore di pannelli solari, offrono salari notevolmente inferiori rispetto a quelli di un operatore di centrale a carbone e sono spesso privi della copertura sindacale e dei benefit che caratterizzano i posti di lavoro nel settore fossile. La deindustrializzazione e la globalizzazione hanno, inoltre, ridotto le opportunità per i lavoratori senza laurea, rendendo chi ancora possiede un impiego sindacalizzato estremamente riluttante a metterlo a rischio. A ciò si aggiungono le specificità geografiche. Molte piccole città dipendono economicamente da un unico impianto fossile e la transizione verso le rinnovabili potrebbe non offrire risorse alternative nel medesimo territorio.


Il secondo fattore è l'inadeguatezza del sistema di protezione sociale statunitense. A differenza delle economie coordinate di mercato come la Germania, dove la contrattazione è la norma, gli Stati Uniti rappresentano l'idealtipo di economia liberale di mercato, caratterizzata da un welfare state debole. Quando un lavoratore americano perde il posto di lavoro, contestualmente viene meno anche l'assicurazione sanitaria per sé e la propria famiglia. La formazione per un nuovo impiego è costosa e ricade interamente sul singolo, spesso accumulando debiti senza alcuna garanzia di ricollocazione. Programmi governativi come il Trade Adjustment Assistance si sono rivelati del tutto inadeguati, lasciando molti sindacati profondamente scettici verso le promesse di transizione giusta formulate dal governo.


Il terzo fattore, i sindacati hanno tradizionalmente sostenuto l'espansione economica come mezzo per raggiungere la piena occupazione e migliorare le condizioni di vita mentre gli ambientalisti ne hanno sempre evidenziato le conseguenze negative in termini di inquinamento e cambiamento del clima. Questa dicotomia è particolarmente evidente nei sindacati dell'edilizia, la cui attività lavorativa è per sua natura intermittente e dipende da un flusso continuo di nuovi cantieri. Per questo motivo molti di questi sindacati sostengono sia progetti legati alle energie rinnovabili che infrastrutture fossili, come oleodotti e gasdotti, spesso in cambio di contratti di pre-costruzione. 


Nonostante i frequenti conflitti tra ambiente e lavoro, esiste una solida tradizione di cooperazione. Un esempio è il ruolo del sindacato United Auto Workers nella nascita del primo Earth Day del 1970. L’UAW fu il maggiore contributore finanziario e stampò e spedì a proprie spese tutti i materiali, persino quelli critici verso le auto inquinanti. Il leader sindacale Walter Reuther sostenne anche il Clean Air Act che le grandi case automobilistiche cercavano di affossare.


Vachon individua sei modalità principali attraverso cui i sindacati hanno storicamente sostenuto le misure ambientali. La prima è il prolungamento della tutela della salute e sicurezza sul lavoro agli effetti esterni dei processi industriali. Nel 1948 a Donora, in Pennsylvania, una nube tossica di fluoro proveniente dagli impianti della U.S. Steel uccise venti persone e ne fece ammalare centinaia. Il sindacato United Steelworkers, costituito da poco, riconobbe lo stretto legame tra sicurezza in fabbrica e ambiente circostante, diventando un forte sostenitore delle protezioni ambientali e del Clean Air Act del 1963. Un altro caso è lo sciopero della Shell Oil del 1973. Il sindacato Oil, Chemical and Atomic Workers, guidato da Tony Mazzocchi, chiese un accordo nazionale su salute e sicurezza che avrebbe anche ridotto l’inquinamento ambientale. Il Sierra Club e altri undici gruppi ambientalisti sostennero lo sciopero, riconoscendo che i lavoratori sono tra i più colpiti dall’inquinamento. Il presidente dell’OCAW affermò che il lavoro organizzato doveva sostenere la bonifica senza opporvisi per presunte difficoltà economiche, chiedendo al massimo nuovi impieghi o compensazioni. Nel 1975 nacque Environmentalists for Full Employment per contrastare la paura che la protezione ambientale causasse perdita di posti di lavoro e nel 1979 sindacati e gruppi come il Sierra Club formarono l’OSHA Environmental Network che contribuì a leggi sulle sostanze tossiche.


La seconda modalità è la conservazione della natura. L’AFL-CIO sostenne la creazione del National Wilderness Preservation System nel 1958. Nel 2007 è stata lanciata la Union Sportsmen’s Alliance, con diciotto sindacati tra cui Boilermakers e International Association of Machinists, per proteggere gli habitat della fauna selvatica e garantire l’accesso a cacciatori e pescatori. Lo storico Scott Dewey ha osservato che il movimento sindacale fu tra i primi a unire la preoccupazione per la conservazione e la riduzione dell’inquinamento, anticipando sia molti ambientalisti sia i sostenitori della salute pubblica.


La terza modalità è la giustizia ambientale. Lo storico Josiah Rector spiega che il concetto fu popolarizzato negli anni ‘70 da attivisti dell’UAW e di altri sindacati, in coalizione con i movimenti per i diritti civili e i gruppi ambientalisti, per affrontare il degrado ambientale, la povertà urbana e la paura della chiusura degli impianti. Sostennero politiche federali per ridurre simultaneamente inquinamento e disoccupazione, inclusa la creazione di posti di lavoro in energie rinnovabili, riciclaggio e bonifiche, con priorità per le comunità più inquinate e povere. A metà degli anni ‘80, con la chiusura degli impianti, il disinvestimento urbano e gli attacchi dell’amministrazione Reagan, questa coalizione si indebolì. I sindacati si concentrarono su concessioni per salvare i posti di lavoro, abbracciando talvolta la narrativa posti di lavoro contro ambiente. Organizzazioni come la Just Transition Alliance e, più recentemente, il Labor Campaign for a Green New Deal hanno ripreso queste rivendicazioni.


La quarta modalità è l’opposizione agli accordi commerciali internazionali. Nel 1999 sindacati ed organizzazioni ambientaliste protestarono insieme a Seattle contro la riunione inaugurale del WTO. La Battaglia di Seattle bloccò il vertice. Sindacati e ambientalisti si opposero a NAFTA e ad altri accordi perché permettono alle aziende di sfidare le normative nazionali in nome del libero scambio, innescando una corsa al ribasso tra i paesi.


La quinta modalità è la promozione della crescita verde. Dopo Seattle nel 2003 nacque l’Apollo Alliance, seguita nel 2006 dalla BlueGreen Alliance fondata da Sierra Club e United Steelworkers per promuovere i green jobs. Nel 2012 le due organizzazioni si fusero. Dopo la Grande Recessione del 2007-2008 molti sindacati sostennero il piano di stimolo del presidente Obama, con investimenti in posti di lavoro verdi, veicoli elettrici, solare ed eolico. In Rhode Island il consiglio dei mestieri edili sostenne il primo parco eolico offshore nazionale, seguito da Connecticut, Massachusetts, New Jersey e New York. 


La sesta modalità è lo sviluppo sostenibile. Al di fuori degli Stati Uniti, a partire dagli anni ‘90, i sindacati, specialmente europei, hanno sviluppato una visione integrata. Victor Silverman documenta l’attivismo dei leader sindacali nelle politiche ambientali delle Nazioni Unite dal 1950 al 1980, con partecipazione alle conferenze di Stoccolma del 1972, Rio del 1992 e Johannesburg del 2002. 


Alcuni sindacati sono più inclini di altri a vedere la protezione ambientale come una questione sindacale. Erik Loomis, studiando l’industria del legname, mostra come automazione e commercio globale abbiano ridotto l’occupazione, rendendo difficile per i sindacati sostenere la conservazione. L’International Woodworkers of America, con una politica più radicale, rimase a favore della conservazione mentre altri sindacati, come lo United Brotherhood of Carpenters, si opposero a questa linea.


Viene introdotta, allora, una distinzione teorica tra due forme opposte di sindacalismo. Da un lato il business unionism puro e semplice. I sindacati sono visti come un gruppo di interesse tra tanti. Sono organizzazioni burocratiche, con leadership oligarchica, che cercano di integrarsi nel sistema capitalista anziché trasformarlo. Questo modello spiega perché molti sindacati si oppongono alle misure per ridurre le emissioni e sostengono l’industria dei combustibili fossili.


Dall’altro lato, il social movement unionism. Questo modello, emerso a partire dagli anni’70 e ‘80 in risposta al declino sindacale e all’ascesa del neoliberismo, vede il movimento operaio come un movimento sociale di classe. Le sue caratteristiche includono: democrazia di base e partecipazione diretta degli iscritti alle decisioni, lotta per il bene comune e per l’intera classe lavoratrice, collaborazione con altri movimenti sociali, forte impegno nell’organizzazione di nuovi iscritti e uso di tattiche innovative e non istituzionali. 


Il movimento del Labor Campaign for a Green New Deal presenta molte caratteristiche del social movement unionism. Affronta il cambiamento climatico e la giustizia ambientale al di là degli interessi immediati degli iscritti, con attivisti di base che lavorano per trasformare i propri sindacati dall’interno, sfidando la narrativa dominante che contrappone i posti di lavoro e l’ambiente, promuovendo invece la contro-narrativa aria pulita e buoni posti di lavoro. Se alcuni sindacati edili sostengono oleodotti come Keystone XL e Dakota Access per i posti di lavoro, un numero crescente di sindacati denuncia questi progetti come contributi al cambiamento climatico, una minaccia per tutti i lavoratori. 


Vachon esamina il rapporto tra il mondo del lavoro e il cambiamento climatico. Questa questione possiede specificità strutturali uniche. Innanzitutto il settore industriale in cui operano i sindacati influenza profondamente la loro posizione. Alcuni si oppongono fermamente a qualsiasi misura di protezione del clima, altri sostengono una crescita economica verde, altri ancora promuovono programmi complessi come il Green New Deal. Come prevedibile i sindacati i cui iscritti sono direttamente impiegati nell’industria fossile sono i più riluttanti ad accettare misure climatiche restrittive. Le culture e le ideologie specifiche di ciascun sindacato giocano un ruolo altrettanto cruciale nel determinare la loro comprensione del problema. Un aspetto spesso trascurato è come e perché i sindacati che non operano nel settore dei combustibili fossili scelgano di impegnarsi o, al contrario, rimangano in silenzio sul tema.


Gli impatti del cambiamento climatico tendono a danneggiare in modo sproporzionato i soggetti già più vulnerabili, dando origine al movimento per la giustizia climatica che pone al centro le questioni di equità. Questi impatti sono distribuiti in modo diseguale anche tra i diversi sindacati, in relazione alla geografia e alla demografia dei loro iscritti, caratteristiche strettamente legate al settore di impiego. Per esempio, molti dei sindacati destinati a perdere posti di lavoro a causa della decarbonizzazione sono tra i meno diversificati come demografia mentre altri sindacati, come quelli dei servizi o del settore pubblico, non minacciati dalla decarbonizzazione, hanno una composizione sociale più eterogenea e subiscono già le conseguenze del cambiamento climatico nei loro luoghi di lavoro e nelle loro comunità.


Oltre agli interessi materiali legati ai singoli settori l’ideologia prevalente di determinati leader o sindacati può orientare il loro approccio al clima. L’ideologia, in termini semplici, è un sistema di idee che aspira sia a spiegare il mondo sia a preservarlo o trasformarlo. I sindacati che abbracciano il business unionism accettano l’ideologia capitalistica dominante e operano all’interno di questa cornice per migliorare gli interessi materiali dei propri iscritti. Al contrario, i sindacati orientati al social movement unionism sviluppano una coscienza di classe, anziché una coscienza limitata al solo posto di lavoro, e cercano di sfidare le strutture sociali che producono e perpetuano disuguaglianza e ingiustizia. Per ragioni ideologiche, quindi, alcuni sindacati sono più propensi di altri a considerare il cambiamento climatico come una questione sindacale.


Per fornire una visione d’insieme che tenga conto di tutti questi fattori, Vachon costruisce una rappresentazione che definisce spettro lavoro-clima, collocando i sindacati per settore in base alla loro tendenza a sostenere il frame dominante posti di lavoro contro ambiente oppure il contro-frame aria pulita e buoni posti di lavoro. Le categorie considerate sono: sindacati dell’edilizia, dell’istruzione, dell’estrazione (miniere e trivellazioni), sanitari, manifatturieri, dei dipendenti pubblici, dei servizi, dei trasporti e le confederazioni sindacali.


All’estremità più conservatrice dello spettro si collocano i sindacati estrattivi che rappresentano i lavoratori delle miniere di carbone e delle trivellazioni di petrolio e gas. Sebbene rappresentino numericamente una piccola parte del movimento sindacale, occupano una posizione storicamente potente e influente. Nonostante il cambiamento climatico renda il loro lavoro già pericoloso ancora più rischioso, questi sindacati hanno generalmente assunto una posizione contraria alla protezione del clima, sostenendo candidati politici che promettono di riportare indietro i posti di lavoro persi a causa delle regolamentazioni ambientali. Hanno sostenuto tecnologie come la cattura e lo stoccaggio del carbonio, viste dagli ambientalisti come un espediente per ritardare le vere soluzioni. La loro posizione riflette pienamente il frame del lavoro contro l'ambiente.


Poco oltre, sempre sul lato conservatore, si trovano i sindacati dell’edilizia. Discendenti delle antiche corporazioni di mestiere, praticano un sindacalismo basato sulla coscienza del posto di lavoro. La loro struttura li spinge a sostenere qualsiasi progetto di costruzione per garantire occupazione ai propri membri, compresi impianti inquinanti o oleodotti, spesso localizzati in comunità povere, creando attriti con gli attivisti della giustizia ambientale. Anche se a livello locale alcuni sindacati hanno mostrato maggiore apertura sostenendo progetti legati all’energia rinnovabile, a livello nazionale si oppongono generalmente alla riduzione delle emissioni e sostengono l’espansione dei combustibili fossili. 


Al centro dello spettro si collocano i sindacati manifatturieri. Un tempo grandi sostenitori del modello industriale basato sulla solidarietà all’interno della fabbrica, oggi hanno una posizione mediana sul clima. Temono che l’aumento dei costi energetici derivante dalle politiche climatiche possa portare a un’ulteriore delocalizzazione dei posti di lavoro all’estero ma rappresentano molti lavoratori che producono tecnologie verdi come turbine eoliche, pannelli solari e batterie. Alcuni, come lo United Steelworkers, hanno riconosciuto il riscaldamento globale come la questione ambientale più importante della loro generazione e collaborano con gli ambientalisti nella BlueGreen Alliance, vedendo negli investimenti verdi un’opportunità per rafforzare l’occupazione manifatturiera nazionale.


Sul lato aria pulita e buoni posti di lavoro si collocano innanzitutto i sindacati dei dipendenti pubblici. Nati principalmente tra gli anni ‘60 e ‘70, hanno una composizione relativamente diversificata. Molti lavori pubblici sono direttamente legati alla protezione ambientale e i dipendenti subiscono le conseguenze del cambiamento climatico, come il caldo estremo per i postini o gli incendi per i vigili del fuoco, oltre alle pressioni sul bilancio che ne derivano. Hanno sostenuto misure di riduzione delle emissioni e leggi per le energie rinnovabili partecipando a marce per il clima e mostrando caratteristiche da social movement unionism.


Anche i sindacati dell’istruzione si collocano su questo lato. Rappresentano oltre quattro milioni e mezzo di lavoratori negli Usa, in prevalenza donne e con un alto livello di istruzione. Il loro lavoro non è legato ai combustibili fossili e molti sono scienziati o insegnanti di scienze. Subiscono il degrado degli edifici scolastici causato dal clima e le pressioni sui bilanci locali. Hanno adottato risoluzioni a favore del clima, sostenuto il Green New Deal e promosso iniziative per scuole più sane e sostenibili. Sono stati all’avanguardia nel cosiddetto common good bargaining, cioè una contrattazione che include richieste sociali ampie che vanno oltre le condizioni contrattuali immediate.


I sindacati dei servizi sono tra i più progressisti. Rappresentano lavoratori a basso reddito in un settore in rapida crescita ma difficile da organizzare. Molti vivono in aree già soggette a ingiustizia ambientale e subiranno le conseguenze peggiori del cambiamento climatico. Hanno avviato programmi di gestione verde degli edifici, hanno scioperato chiedendo azioni concrete per il clima e il Service Employees International Union è stato il primo sindacato nazionale a sostenere il Green New Deal. Sono chiari sostenitori della posizione aria pulita e buoni posti di lavoro.


I sindacati dei trasporti rappresentano un settore che è il secondo maggiore contributore alle emissioni di gas serra dopo la produzione di elettricità. Alcuni di essi hanno preso posizioni ferme a favore del clima, chiedendo investimenti pubblici in infrastrutture sostenibili e opponendosi a progetti come l’oleodotto Keystone XL. Hanno promosso iniziative come il Transit Equity Day, una giornata di azione nazionale per rivendicare il trasporto pubblico come diritto civile e questione di giustizia climatica. Anche i Teamsters, dopo aver sostenuto le trivellazioni in Alaska, hanno cambiato rotta e si sono uniti alla BlueGreen Alliance.


All’estremità più progressista dello spettro si trovano i sindacati sanitari. Composti in maggioranza da donne, con una composizione sociale diversificata e un alto livello di istruzione, sono in prima linea nel subire gli impatti del clima sulla salute pubblica, come la diffusione di malattie infettive, i colpi di calore e le patologie respiratorie. Per questo motivo sono stati particolarmente attivi, sostenendo il bando del fracking, l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie per finanziare la transizione verde e il sistema sanitario pubblico. Nonostante il cambiamento climatico potrebbe aumentare la domanda dei loro servizi, la loro missione è proteggere la salute pubblica, non accrescere l’occupazione. 


Infine le confederazioni sindacali come l’AFL-CIO sono storicamente collocate sul lato conservatore dello spettro. Essendo organismi ombrello che includono sindacati di tutti i settori, la loro posizione è stata storicamente plasmata da un ristretto gruppo di sindacati estrattivi e dell’edilizia che esercitano un’influenza sproporzionata. L’AFL-CIO non ha mai sostenuto obiettivi scientificamente fondati di riduzione delle emissioni come quelli del Protocollo di Kyoto e si è opposta al Green New Deal. La nuova leadership nazionale lascia intravedere possibili cambiamenti futuri. 


Il 21 settembre 2014 oltre trecentomila manifestanti scesero nelle strade di New York per prendere parte alla People’s Climate March, la più grande protesta sul cambiamento climatico mai organizzata fino a quel momento. L’evento fu promosso da organizzazioni comunitarie, gruppi ambientalisti e sindacati provenienti da tutto il paese e venne programmato in concomitanza con un vertice globale sul clima convocato per il 23 settembre dal Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, il quale aveva espresso frustrazione per la lentezza dei progressi nella mitigazione della crisi. Manifestazioni di solidarietà si svolsero in altre città del mondo, da Parigi alla Papua Nuova Guinea, portando il numero complessivo di partecipanti a livello globale a superare le seicentomila unità. L’invito alla marcia riprendeva il titolo del bestseller di Naomi Klein This Changes Everything e chiedeva un’economia che funzioni per le persone e per il pianeta, un mondo al sicuro dalla devastazione climatica, un futuro con posti di lavoro dignitosi, aria e acqua pulite e comunità sane.


La partecipazione fu straordinariamente ampia e variegata. Accanto ad attivisti ambientalisti, studenti e sostenitori della giustizia climatica, la presenza dei sindacati fu inequivocabile e costituì, per molti osservatori, il contingente più numeroso dell’intera marcia. Migliaia di iscritti di sindacati dei servizi, dei trasporti, della sanità, dell’istruzione, del settore pubblico, dell’industria manifatturiera e dell’edilizia arrivarono da numerosi stati, unendosi agli attivisti sindacali newyorkesi. Molti giunsero con pullman noleggiati da attivisti affiliati a Unions for a Sustainable Economy mentre altri approfittarono dei servizi di trasporto pubblico potenziati e delle tariffe ridotte ottenute grazie alla collaborazione tra sindacati, gruppi religiosi e attivisti climatici nell’ambito della State Partnership for Employment and Climate. In una conferenza stampa la presidente della AFL-CIO statale dichiarò che l’obiettivo era smascherare la falsa contrapposizione tra posti di lavoro e ambiente.


I partecipanti sindacali con cui l’autore parlò durante la marcia spiegavano che il cambiamento climatico deve essere considerato una questione sindacale perché è causato dal capitalismo e genera sofferenze ai lavoratori. Molti citarono l’uragano Sandy, che colpì il Nord-Est degli Stati Uniti nell’ottobre 2012, come evento che rese il cambiamento climatico una realtà concreta e devastante. Venne sottolineato come, analogamente a quanto accaduto con l’uragano Katrina a New Orleans, i membri più vulnerabili della società furono quelli che subirono le conseguenze più gravi. Sandy rivelò e aggravò le disuguaglianze preesistenti, colpendo in modo sproporzionato proprio coloro che avevano tratto minori benefici dagli investimenti nei combustibili fossili e che subivano maggiormente l’incuria ambientale. Per questo motivo gli attivisti per la giustizia climatica chiedevano un sistema energetico pulito, sostenibile e democraticamente controllato, capace di rispondere ai bisogni dei lavoratori e di quanti erano disoccupati o sottoccupati.


Non tutti i sindacati sostennero o parteciparono alla marcia. La posizione dei diversi sindacati sullo spettro che va dalla contrapposizione netta tra posti di lavoro e ambiente alla convergenza tra aria pulita e buoni impieghi corrispondeva fedelmente alla loro presenza o assenza alla manifestazione. I sindacati con forme organizzative più tradizionali, spesso aderenti al business unionism, erano assenti mentre la maggior parte dei sindacati con caratteristiche del social movement unionism costituirono il contingente sindacale della marcia.


All’interno dei sindacati che parteciparono alla People’s Climate March esiste un movimento di attivisti che cerca di affrontare la crisi climatica dal punto di vista della classe lavoratrice: il Labor–Climate Movement (LCM). Composto da dirigenti sindacali consapevoli della questione climatica e da membri di base, questo movimento cerca di creare migliori opportunità di lavoro per i lavoratori oggi e un ambiente migliore per le comunità e per il pianeta in futuro. Fu proprio l’attivismo di questi soggetti a spingere i rispettivi sindacati a partecipare alla marcia e a chiedere azioni immediate per affrontare le crisi gemelle del cambiamento climatico e del lavoro. LCM rappresenta la voce organizzata all’interno del movimento sindacale che spinge per la sostenibilità ecologica e per la protezione dei lavoratori e delle comunità danneggiati dagli effetti del cambiamento climatico, nonché dai cambiamenti necessari per abbandonare i combustibili fossili e transitare verso le energie rinnovabili.


Tali movimenti sociali emergono solo quando si verifica una trasformazione della coscienza e del comportamento tra i potenziali partecipanti. Per quanto riguarda la coscienza, il punto chiave è la percezione che l’ordine sociale esistente abbia perso la propria legittimità e che gli attuali assetti siano ingiusti e sbagliati. Quanto al comportamento, la partecipazione è più probabile quando le persone arrivano a credere che il cambiamento sia possibile e che il loro impegno possa fare la differenza. Per crescere e prosperare i movimenti devono educare i leader affinché conseguano questo duplice cambiamento, operando principalmente attraverso il processo di costruzione collettiva dei frame. Nonostante molte caratteristiche strutturali del sistema capitalistico statunitense complichino questi sforzi, gli attivisti di LCM scelgono di confrontarsi con il quadro strutturale esistente anziché adattarsi ad esso. Attraverso l’atto del framing questi attori sociali usano la propria capacità di azione per tentare di ridefinire la situazione, modificare la prospettiva ideologica dei sindacati e costruire un percorso alternativo.


Il frame dominante associato all’ideologia liberista del libero mercato è quello che contrappone i posti di lavoro all’ambiente. Per decenni questo è stato il mantra dei media mainstream quando si trattava di lavoratori sindacalizzati e questioni ambientali, alimentato da casi emblematici come la storica lotta tra i taglialegna e i difensori del gufo maculato nel Nord-Ovest del Pacifico o dalle più recenti controversie sugli oleodotti Keystone XL e Dakota Access. In questi casi le imprese di costruzioni e le compagnie petrolifere hanno spesso stretto accordi sindacali per garantirsi il sostegno politico, riattivando il potente frame della contrapposizione che affonda le sue radici nell’ideologia neoliberista, la quale assume come dato di fatto che in un’economia capitalista si possa avere o posti di lavoro o protezioni ambientali, presentando la questione come una scelta obbligata tra due beni in conflitto. 


Il controframe di LCM è invece quello dell’aria pulita e dei buoni posti di lavoro che rifiuta la falsa scelta offerta dai capitalisti ai lavoratori. Il semplice passaggio retorico dalla congiunzione avversativa “contro” alla coordinante “e” sfida la legittimità degli attuali assetti sociali arrivando a proporre come soluzione il Green New Deal. Per guadagnare consenso LCM utilizza vari processi di allineamento dei frame. La costruzione delle crisi climatica e della disuguaglianza come due elementi interconnessi di una stessa ingiustizia rappresenta un caso di amplificazione del frame che ispira l’azione da parte di potenziali partecipanti che valorizzano fortemente la giustizia sociale. Il collegamento tra la salute e la sicurezza sul lavoro e le più ampie questioni ambientali costituisce un esempio di collegamento tra frame volto a sviluppare una sovrapposizione con le organizzazioni ambientaliste mainstream. Gli sforzi degli attivisti all’interno dei propri sindacati per costruire sostegno all’azione sindacale sul cambiamento climatico rappresentano un chiaro esempio di estensione del frame. Il tentativo di spostare i sindacati più tradizionali dal frame della contrapposizione a quello dell’aria pulita e dei buoni posti di lavoro è un’operazione di trasformazione del frame, con l’obiettivo di portare l’intero movimento sindacale nel dominio della convergenza tra protezione ambientale e giustizia sociale ed economica.


Un concetto centrale per LCM è quello di comunità in prima linea che viene utilizzato per designare due gruppi sociali diversi ma accomunati dalla vulnerabilità. Si intendono le popolazioni più povere, spesso residenti in aree già pesantemente colpite dai disastri climatici e meno preparate ad affrontarli, come esemplificato dalle immagini dei residenti di New Orleans dopo l’uragano Katrina. Il termine si riferisce anche alle comunità colpite dalla deindustrializzazione, alle aree rurali spopolate e a quelle dove i posti di lavoro sono messi a rischio dalle misure governative per ridurre le emissioni di carbonio, di cui l’esempio tipico sono i minatori di carbone che perdono il lavoro. LCM unisce questi due gruppi sotto un’unica etichetta per enfatizzare l’idea di interessi condivisi tra tutti i lavoratori. 


Proprio questo focus sulla classe lavoratrice distingue LCM dall’ambientalismo mainstream. Gli attivisti esprimono profondo scetticismo verso molte soluzioni proposte da ambientalisti e politici liberali, ritenute concepite per aiutare i più abbienti o, peggio, per minacciare direttamente i mezzi di sussistenza dei lavoratori. Le misure di mitigazione, come le protezioni contro le inondazioni o i pannelli solari, tendono a partire dai quartieri ricchi e a non raggiungere mai le comunità povere. Una minaccia più diretta viene dall’eliminazione dei posti di lavoro nella transizione verso le energie rinnovabili. La riduzione dell’estrazione del carbone ha avuto effetti devastanti su molte comunità della classe operaia in Appalachia, dove il carbone è anche un’identità culturale radicata da più di un secolo, con un suo patrimonio orale, musicale e letterario. Sebbene molte perdite di posti di lavoro siano state causate da automazione e forze del mercato, molti lavoratori incolpano le regolamentazioni ambientali, alimentando il sostegno politico a candidati che promettono di far rivivere l’industria del carbone. Al di là delle miniere, la crisi colpisce anche le comunità che ospitano centrali a carbone, spesso i maggiori datori di lavoro e contribuenti in aree remote e povere, dove la chiusura di un impianto riduce il potere d’acquisto e le entrate fiscali per scuole e servizi sociali.


A differenza di alcuni sindacati che assumono una posizione reazionaria di contrapposizione tra posti di lavoro e ambiente, gli attivisti di LCM vedono i due problemi come intrecciati. Sono inoltre delusi dal fatto che il movimento sindacale statunitense abbia fatto poco per sviluppare una soluzione che incorpori gli interessi della classe lavoratrice, citando come esempio il tiepido sostegno al Green New Deal. La loro convinzione è che se il movimento sindacale non lotta per questi interessi, nessun altro lo farà, e la questione è se i lavoratori avranno voce in capitolo o subiranno solo i costi della transizione necessaria.


Per quanto riguarda l’attribuzione delle colpe, LCM identifica tre bersagli. Il primo è lo Stato, per la sua inazione o risposta insufficiente all’emergenza climatica, che ha spesso posto il peso della mitigazione sui lavoratori. Gli attivisti riconoscono che le singole imprese sono colpevoli ma sostengono che non si possa pretendere che cambino spontaneamente in un sistema capitalistico volto al profitto. Di conseguenza è necessario un intervento statale che alteri le regole del mercato. LCM ritiene che il libero mercato sia incapace di affrontare la crisi ma, dato che lo Stato tende a schierarsi con il capitale, è necessario esercitare pressione. Il secondo bersaglio è il movimento ambientalista mainstream, con la sua cultura da classe media, che ha spesso ignorato gli interessi dei lavoratori chiedendo la chiusura di impianti senza dialogare con i dipendenti, alimentando così il falso conflitto tra posti di lavoro e ambiente. L’obiettivo è culturale: educare l’ambientalismo ad allargare il proprio quadro includendo tutele per i lavoratori dislocati. Il terzo bersaglio è il movimento sindacale stesso, in particolare la sua cultura del business unionism. A differenza dei bersagli esterni, questo è interno. LCM si presenta come un movimento nel movimento che cerca di spostare il sindacalismo verso il modello social movement unionism. Molti leader sindacali si preoccupano della sopravvivenza dei posti di lavoro dei loro iscritti. L’obiettivo è far sì che il sindacato smetta di lottare per posti di lavoro destinati a scomparire e inizi a lottare per i lavoratori, indebolendo così un pilastro fondamentale del sostegno ai combustibili fossili.


Il cambiamento climatico rappresenta una minaccia reale e immediata ma molte delle proposte mainstream per ridurre le emissioni di carbonio mettono a rischio il sostentamento e il benessere dei lavoratori e delle loro comunità. Di fronte a questa situazione la domanda è cosa fare? Una possibile risposta è il concetto di Just transition. Il significato esatto di questa espressione varia notevolmente a seconda del contesto e degli attori coinvolti, tanto da diventare un terreno di contesa e di lotta per la produzione di significato. Nonostante queste differenze, tutte le definizioni condividono un requisito fondamentale che costituisce il confine esterno dell’appartenenza al movimento: la decarbonizzazione dell’economia, ovvero la riduzione delle emissioni di gas serra.


L’origine del concetto viene comunemente attribuita al leader sindacale e ambientalista Tony Mazzocchi e alla sua rete di attivisti negli anni ‘90, con la prima apparizione pubblica del termine nel 1995. L’idea di transizione richiama gli studi sui cambiamenti sociotecnici di lungo periodo che richiedono complesse riconfigurazioni di politiche, tecnologie, infrastrutture e pratiche sociali. Parlare di transizione consente di incanalare le aspirazioni alla sostenibilità verso obiettivi di lungo termine come un’economia a zero emissioni. L’aggettivo “giusta” introduce le domande politiche ed economiche fondamentali: chi soffre attualmente o ha sofferto storicamente a causa dell’estrazione e dell’uso dei combustibili fossili? Chi ne trae beneficio? Chi sopporterà i costi sociali ed economici della decarbonizzazione e chi ne raccoglierà i maggiori benefici? Perché una transizione possa dirsi giusta è necessario analizzare i suoi effetti distributivi e predisporre un piano per mitigare le conseguenze negative, in particolare per i lavoratori e le comunità più vulnerabili. Si tratta inevitabilmente di un progetto politico poiché il mercato da solo non produrrà un sistema senza carbonio in tempo utile per evitare la catastrofe climatica. È quindi richiesto un intervento statale sotto forma di nuove leggi, regolamenti, una tassa sul carbonio, un sistema di cap-and-trade o la nazionalizzazione del settore energetico. Tali cambiamenti possono essere orchestrati solo attraverso processi politici e istituzioni statali. Incorporare domande di giustizia sociale politicizza ulteriormente il processo, richiedendo un grado di pianificazione economica e sociale che è estraneo agli attuali assetti neoliberisti dello stato americano.


All’interno di LCM sono state identificate due distinti frame interpretativi della transizione giusta, alle quali si aggiunge un frame oppositivo. La prima è quella protettiva, un Superfund per i lavoratori. L’idea, ripresa direttamente da Tony Mazzocchi, si basa su un principio elementare di equità: il peso delle politiche necessarie per il bene comune, come la protezione dell’ambiente e del clima, non dovrebbe ricadere sui lavoratori che, senza alcuna colpa, diventerebbero vittime degli effetti collaterali di quelle stesse politiche. Il frame protettivo si concentra quindi sulla creazione di una rete di sicurezza per i lavoratori dei settori vulnerabili, come minatori, operai delle centrali a carbone e delle raffinerie. Questa rete dovrebbe includere un fondo che garantisca sostegno finanziario, benefici sanitari e opportunità di istruzione superiore per i lavoratori dislocati, assicurando loro salario pieno e benefici fino al ritrovamento di un lavoro comparabile. Vachon sottolinea che, sebbene le politiche ambientali tendano a creare più posti di lavoro di quanti ne eliminino, questo dato è di scarso conforto per chi perde effettivamente il lavoro. Proteggere questi lavoratori è giusto dal punto di vista morale ma anche necessario per costruire il consenso richiesto per l’implementazione di misure climatiche efficaci. Senza una rete di sicurezza i lavoratori dislocati possono alimentare una reazione negativa che minaccia l’intero sforzo di salvare il pianeta. Viene citato un precedente storico, come il Trade Act del 1974 e i programmi di assistenza successivi al NAFTA, sebbene questi siano stati resi insufficienti da finanziamenti inadeguati, requisiti restrittivi e cattiva amministrazione. I sostenitori del frame prottetivo, provenienti soprattutto dai sindacati dell’edilizia e manifatturieri, propongono un programma migliore, paragonabile al GI Bill of Rights del dopoguerra, che fornisca istruzione, formazione, garanzia di salario pieno e pensione con assistenza sanitaria. Particolare attenzione è posta anche alle comunità colpite con piani di sviluppo economico locale e sostegno alla base imponibile dei comuni che perdono le centrali o le miniere.


Il secondo frame è quello proattiva associato al Green New Deal. Include tutti gli aspetti di quello protettiva ma li supera aggiungendo due elementi chiave. Il primo è un piano lungimirante che richiede massicci investimenti pubblici e intervento statale nell’economia per spostarsi verso un modello sostenibile di sviluppo, con progetti di infrastrutture verdi, riforestazione, efficienza energetica e creazione di buoni posti di lavoro sindacalizzati nel settore delle energie rinnovabili. Il secondo elemento è la garanzia di un ruolo per i sindacati nello sviluppo e nell’amministrazione della transizione. La visione proattiva cerca di riconquistare una possibilità di pianificazione economica e politica per i lavoratori. Molti partecipanti al movimento hanno invocato una “mobilitazione stile Seconda Guerra Mondiale” dell’economia, paragonabile agli sforzi del governo statunitense prima del conflitto. Un leader sindacale del settore pubblico ha espresso la preoccupazione che, senza un piano pronto, nei momenti di crisi (uragani, inondazioni, incendi) si affermi il “disaster capitalism”, ovvero la concentrazione di potere e ricchezza nelle mani di pochi attraverso privatizzazioni e deregolamentazione, come già visto con l’uragano Katrina. Il frame proattivo immagina invece l’esatto opposto: un piano che aumenti il potere dei lavoratori e delle comunità nelle scie delle catastrofi. 


A queste posizioni si somma quella oppositiva, diffusa soprattutto tra i lavoratori dei settori estrattivi e tra molti sindacalisti manifatturieri che hanno alle spalle esperienze negative con promesse governative di riqualificazione che hanno portato all’eliminazione di posti di lavoro sindacalizzati e ben retribuiti, sostituiti da impieghi malpagati nel settore dei servizi. L’ex presidente dell’AFL-CIO, Richard Trumka, le cui origini sono nel sindacato dei minatori del carbone, definì la Just transition niente più che “un invito a un funerale di lusso”. Per molti lavoratori il termine è diventato un codice per indicare la perdita del lavoro e promesse false che non si materializzeranno mai. Alcuni leader sindacali, pur sostenendo la necessità di affrontare il cambiamento climatico, scelgono di appoggiare iniziative di crescita verde opponendosi a qualsiasi misura di riduzione delle emissioni che porti alla chiusura di impianti. I sindacalisti di altri paesi a capitalismo avanzato sono meno ostili al concetto perché i loro paesi hanno una storia di programmi statali efficaci, con sistemi di sicurezza sociale universali che includono sanità universale, istruzione gratuita o a basso costo e pensioni pubbliche. 


Approfondire il tema del Green New Deal 


Il Green New Deal, a seconda di chi lo interpreta, assume significati diversi ma nella sua accezione più comune indica una transizione energetica dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili da realizzarsi attraverso una massiccia politica industriale finalizzata a riconvertire le infrastrutture energetiche e a incrementare la produzione di tecnologie pulite come pannelli solari e turbine eoliche. Leggendo il libro collettaneo The Green New Deal and the future of work emerge come i sostenitori di questa visione sostengono che tale transizione creerà un enorme numero di green jobs destinati a sostituire i posti di lavoro persi nell’industria dei combustibili fossili. Già nel 2008, in occasione di una precedente ondata di interesse per il Green New Deal, il consigliere di Barack Obama, Van Jones, descriveva i green jobs come una versione aggiornata dei tradizionali lavori operai, potenziati per rispettare il pianeta, evocando l’immagine di un operaio con il casco e la scatola del pranzo o di Rosie la Rivettatrice intenta a produrre componenti per autobus ibridi o turbine eoliche.


A distanza di quasi vent’anni questa visione di rivitalizzazione industriale rimane l’asse portante della maggior parte dei piani per il Green New Deal. La proposta dell’ex presidente degli Usa Joe Biden per una rivoluzione dell’energia pulita, ad esempio, puntava a rendere gli Stati Uniti la superpotenza mondiale del settore, configurando l’energia verde come uno strumento per ricostruire la capacità manifatturiera americana, ripristinare i posti di lavoro nell’industria manifatturiera ed esportare tecnologia verde nel mondo. Anche a sinistra di Biden figure come Robert Pollin sottolineano la necessità di un programma mondiale di investimenti compreso tra l’1,5 e il 2 per cento del Pil globale annuo per migliorare l’efficienza energetica ed espandere le forniture di energia rinnovabile mentre Bill McKibben invoca una mobilitazione simile a quella della Seconda Guerra Mondiale per costruire fabbriche in grado di produrre enormi quantità di pannelli solari, turbine eoliche lunghe come campi da football e milioni di auto e autobus elettrici.


È assolutamente indispensabile abbandonare i combustibili fossili il più rapidamente possibile e ciò richiederà una produzione industriale su larga scala che creerà un numero enorme di posti di lavoro, almeno nel breve termine. Il Green New Deal arriva come proposta politica in un momento di profonda crisi del lavoro. Già prima della pandemia, nonostante un tasso di disoccupazione apparentemente basso, 12 milioni di persone erano disoccupate o sottoccupate negli Usa e 10 milioni di lavoratori risultavano inattivi tra il 2000 e il 2020. Oltre il 94% di tutti i posti di lavoro aggiunti al mercato del lavoro dal 2000 al 2015 riguardano lavoratori temporanei, appaltatori indipendenti e freelance. I salari medi settimanali sono stagnanti da quasi quarant’anni, nonostante la costante crescita della produttività, e il 44% di tutti i lavoratori degli Usa guadagna salari bassi, con una mediana di 10,22 dollari l’ora e 18.000 dollari all’anno. Il lavoro è anche pericoloso con 5.333 infortuni mortali sul lavoro e 2,8 milioni di infortuni non mortali nel 2019. Le ragioni di questa situazione risiedono nella finanziarizzazione dell’economia che ha portato a una ristrutturazione massiccia delle imprese con esternalizzazioni e ricorso a lavoratori temporanei. In più il tasso di sindacalizzazione è sceso a un lavoratore su dieci.


Di fronte a questa crisi il Green New Deal deve ripensare la natura stessa del lavoro in quattro direzioni fondamentali. Innanzitutto deve creare lavori di cura, espandendo la definizione di green jobs per includere l’intera gamma dei bisogni umani: riproduzione sociale, assistenza sanitaria, istruzione e lavoro sociale. Ci sono oltre 11 milioni di lavoratori in occupazioni di cura a basso salario negli Usa, con l’assistenza domiciliare che è l’occupazione in più rapida crescita nel paese e quasi la metà dei suoi lavoratori che dipende dall’assistenza pubblica per sopravvivere. Un Green New Deal deve pretendere salari più alti per questi lavoratori e investire per aumentarne il numero.


In secondo luogo il lavoro dovrebbe essere appagante e funzionale allo sviluppo della persona. In terzo luogo deve ridurre e localizzare il lavoro. Abbandonare la settimana lavorativa di quaranta ore è essenziale e un numero crescente di paesi e aziende sta sperimentando o discutendo la settimana lavorativa di quattro giorni. La pandemia ha anche mostrato che non è necessario che così tante persone facciano la spola per andare al lavoro ogni giorno. C’è spazio per accordi di lavoro più flessibili che potrebbero giovare sia all’ambiente che all’equilibrio tra lavoro e vita privata. 


La richiesta di “posti di lavoro per tutti” fu per la sinistra americana, negli anni ‘30 e ‘40, un punto fermo del proprio programma politico. Nel dopoguerra questa rivendicazione venne sistematicamente accantonata e, con il declino della sinistra, l’idea di un’economia senza disoccupazione scomparve dalla memoria collettiva per quasi mezzo secolo. Oggi, grazie soprattutto a Bernie Sanders, il diritto al lavoro sta tornando a guadagnare terreno. Nel dibattito sul Green New Deal, in particolare, la garanzia federale di un impiego viene vista come uno strumento efficace per affrontare insieme le sfide economiche e ambientali. La stampa economica l’ha liquidata come assurda e impraticabile mentre gli ambienti liberali hanno invitato alla cautela. Una reazione prevedibile dato che un programma del genere costerebbe oltre cinquecento miliardi di dollari e non viene discusso seriamente dagli anni ‘70. Inoltre minerebbe la logica di un mercato del lavoro spietato, metterebbe in discussione il potere assoluto dei datori di lavoro e rafforzerebbe enormemente il potere contrattuale dei lavoratori. 


Più sorprendente è lo scetticismo di alcuni settori della stessa sinistra, persino tra i sostenitori del Green New Deal. C’è chi sostiene che il programma non metterebbe in discussione il lavoro salariato, chi lo ritiene logisticamente impossibile, chi teme che si trasformi in campi di lavoro forzato o in una versione aggravata del workfare clintoniano. Gran parte di questo scetticismo viene da chi propone il reddito di base come soluzione ai problemi del mercato del lavoro. Ironia della sorte, ciò che la stampa economica capisce correttamente della garanzia del lavoro è proprio ciò che i suoi critici di sinistra fraintendono: irrigidire il mercato del lavoro aumenterebbe la pressione sui datori di lavoro privati per alzare i salari e farebbe crescere enormemente il numero di dipendenti pubblici federali. 


Le radici dei programmi di lavoro garantito risalgono al New Deal. Realtà come il Civilian Conservation Corps, la Tennessee Valley Authority e la Works Progress Administration furono i primi esperimenti americani di successo nell’occupazione pubblica civile. Nati come progetti assistenziali durante la Grande Depressione, furono possibili grazie alla debolezza della classe capitalista interna in quegli anni. Già nel 1940 Walter Reuther cercò di renderli permanenti, proponendo che il governo federale riconvertisse gli impianti manifatturieri per le necessità belliche. L’obiettivo del Congress of Industrial Organizations era ristrutturare le relazioni economiche, assumere masse di lavoratori e imporre un massiccio intervento federale nell’economia. Idee simili ispirarono i rapporti del National Resources Planning Board di Roosevelt che nel 1943 pubblicò due studi in cui si chiedevano programmi sociali generosi e un’agenzia federale per il lavoro capace di impiegare tutti i disposti e capaci di lavorare. Nel 1944 Roosevelt parlò del diritto a un lavoro utile e remunerato. Il culmine fu il Full-Employment Bill del 1945, il primo tentativo americano di garantire la piena occupazione come diritto legale. Il progetto prevedeva un bilancio annuale dell’occupazione e l’intervento federale qualora il settore privato non fosse riuscito a raggiungere i posti necessari. I padroni si stavano riprendendo dalla crisi e dalla guerra, riorganizzandosi politicamente. Come osservò Michał Kalecki, i padroni resistono ai programmi di lavoro garantito perché temono che, in un regime di piena occupazione permanente, il licenziamento cessi di funzionare come misura disciplinare. La Camera di Commercio, la National Association of Manufacturers e l’American Farm Bureau Federation capirono il messaggio e si mossero di conseguenza, organizzando la società civile, i tribunali e il Congresso per affondare quella che vedevano come una minaccia. Vinsero loro e la ricerca della piena occupazione fu affossata.


Negli anni ‘60 la questione della povertà riportò in primo piano la richiesta di posti di lavoro. La domanda di una soluzione alla disoccupazione fu così forte da diventare il cuore della marcia su Washington per il lavoro e la libertà del 1963. I programmi ambiziosi proposti da A. Philip Randolph e Bayard Rustin nel loro Freedom Budget furono nuovamente vanificati. Questa volta, oltre all’opposizione degli industriali, la sinistra sindacale dovette fare i conti con un nuovo concorrente: i liberali dell’agenda contro la povertà. Costoro insistevano sul fatto che programmi come Community Action avrebbero alleviato gli effetti della povertà senza un’intrusione massiccia del governo nelle imprese private. Le élite liberali videro nella lotta alla povertà un’alternativa alla richiesta di posti di lavoro e aumenti salariali, non una strada verso l’assicurazione dell’occupazione. La sinistra, dal canto suo, non capì che un’agenda incentrata sulla povertà la metteva in una posizione subalterna. I poveri di lungo periodo sono difficili da organizzare e un linguaggio moralistico che parlava di tappare i buchi in fondo faceva ben poco per sfidare l’immenso potere al vertice della società. I sindacati non videro vantaggi in programmi che non offrivano aumenti salariali per la stragrande maggioranza dei lavoratori. Le richieste per contrastare la povertà rimasero senza una base di massa, sostenute solo dalla sinistra liberale di classe media, da intellettuali e da grandi fondazioni. Non sorprende che i programmi risultanti finirono per puntare a cambiare le caratteristiche culturali dei poveri, non la struttura dell’economia. I liberali si trovarono in coalizione con la grande impresa e la sinistra sindacale si ritrovò isolata. Alla fine del decennio la visione a favore dei posti di lavoro per tutti fu nuovamente accantonata.


Negli anni ‘70, con la disoccupazione al 10%, una politica a favore dell’occupazione divenne inevitabile. Nel 1973 il Comprehensive Employment and Training Act (CETA) fu approvato da Nixon. Era una pallida imitazione di un programma di lavori pubblici: assumeva solo disoccupati con l’intento di riqualificarli e rispedirli nel settore privato. Fungeva più da sussidio alle imprese che da garanzia per i lavoratori e, poiché era stato concepito in modo decentralizzato e antifederale, fu afflitto da malagestione locale e clientelismo. Il fallimento nel fornire lavoro permanente e finalizzato portò molti a vederlo come un simbolo dell’incapacità del governo. Alla fine del decennio Jimmy Carter cedette alle pressioni degli industriali e ridusse un programma già inadeguato. L’Humphrey-Hawkins Full Employment Act del 1979, largamente simbolico, limitò l’impiego pubblico a posizioni a bassa qualifica e basso salario per non competere con le imprese private. Con Reagan anche l’impegno retorico per un’agenda del lavoro fu abbandonato.


L’interesse contemporaneo per una garanzia del lavoro si concentra su un insieme di politiche che mirano a rimediare sia alla disoccupazione strutturale che a quella ciclica attraverso l’impiego diretto da parte dello stato. Le buone proposte combinano grandi progetti di infrastrutture pubbliche, che creano occupazione pubblica permanente o semipermanente, con una soluzione più flessibile per le recessioni. Il principio guida è il datore di lavoro di ultima istanza, per cui lo stato si espande per assorbire i disoccupati nelle fasi di crisi e si contrae durante la ripresa. Una buona proposta fissa anche un salario minimo ben superiore a quello attuale, impedisce la pressione al ribasso con clausole salariali e limita i posti di lavoro ridondanti. La combinazione tra creazione di lavoro anticiclica e un grande programma di lavori pubblici è importante sia per il successo politico che per l’efficacia pratica. Il punto debole del CETA furono i cosiddetti “lavori fasulli” ma, se si combinano le due cose, si può dimostrare che i posti di lavoro generati dallo stato non servono solo ad assorbire il lavoro in eccesso dato che svolgono anche una funzione utile per l’intera società, come costruire infrastrutture, telecomunicazioni e trasporto pubblico. Dal punto di vista economico la garanzia del lavoro, fornendo reddito a chi non ne ha, aumenterebbe il potere d’acquisto e la domanda aggregata e gli effetti potrebbero essere ancora maggiori se si usasse il programma per riorganizzare la struttura industriale con massicci investimenti pubblici nel manifatturiero e nell’industria pesante per creare posti di lavoro permanenti e aiutare ad alzare i salari in tutto il mercato del lavoro.


Analizzando il legame tra crisi degli alloggi e crisi climatica si capisce che un vero Green New Deal non possa ignorare anche l'emergenza abitativa. Alexandria Ocasio-Cortez, nel 2018, durante la campagna per le primarie contro il democratico Joe Crowley, affrontò il carovita nel suo distretto causato dall'aumento degli affitti e dalla gentrificazione. Nel febbraio 2019 la sua risoluzione sul Green New Deal ha unito le due crisi, affermando che ogni americano ha diritto a un alloggio “accessibile, sicuro e adeguato”. 


Il costo schiacciante della casa è centrale per la sofferenza economica dei lavoratori almeno quanto i salari bloccati. Dal 2000 i redditi medi sono stagnanti, un'ondata di pignoramenti ha distrutto i risparmi di milioni di famiglie dopo la pandemia e gli affitti medi nelle città sono aumentati del 50%. Solo un americano su cinque che avrebbe diritto riceve effettivamente sussidi per l'alloggio. Nell'estate del 2021 sei milioni di inquilini rischiavano lo sfratto. 


La soluzione proposta è un programma pubblico di edilizia popolare: dodici milioni di nuove case pubbliche a zero emissioni di carbonio in dieci anni. Non è un numero folle perché gli Stati Uniti costruiscono già oltre un milione di alloggi all'anno. Milioni di persone avranno bisogno di nuove case perché il clima estremo renderà inabitabili vaste aree del paese. Oltre alle nuove costruzioni servono ristrutturazioni verdi profonde delle case esistenti, soprattutto quelle della classe operaia, per renderle a zero emissioni, energeticamente efficienti, sane e moderne. Un buon isolamento richiede ventilazione e filtri per l'aria, creando una sovrapposizione utile: le stesse misure che rendono le case più sane durante un'epidemia respiratoria le rendono efficienti tutto l'anno. Servono anche riforme della zonizzazione e controllo degli affitti per permettere ai lavoratori di vivere in quartieri pedonali, ben serviti dai trasporti, con spostamenti brevi per lavoro e svago.


Storicamente l'edilizia abitativa è stata trascurata nei dibattiti di sinistra sul clima. Dove clima e casa si incontrano è spesso nelle proposte di personaggi come Elon Musk: pannelli solari su ogni casa suburbana e un'auto elettrica in ogni vialetto. Le proposte sui lavori verdi parlano di riqualificare gli edifici esistenti ma ignorano la necessità di nuove costruzioni che è invece il punto centrale del Green New Deal per la casa. Una massiccia costruzione di alloggi pubblici di alta qualità creerebbe per decenni centinaia di migliaia di posti di lavoro qualificati nel settore delle costruzioni a zero emissioni. La maggior parte del lavoro sarebbe nella produzione di materiali, nella gestione degli appalti e nell'amministrazione. La graduale industrializzazione della costruzione sostenibile su larga scala porterebbe l'intero settore edilizio verso standard lavorativi più alti. I quartieri densi e operai vicini ai trasporti pubblici hanno impronte di carbonio ridotte e sono piacevoli da abitare. Oggi, però, i nodi di trasporto pubblico ben progettati in mercati immobiliari troppo caldi fanno aumentare i prezzi delle case e spostano i residenti poveri altrove.


I meccanismi di mercato non sono sufficienti a risolvere il problema. La gentrificazione produce traumi culturali ed economici. Lo sfratto minaccia il 17% delle famiglie di inquilini che pagano oltre la metà del reddito per l'affitto mentre un altro 21% ne paga più di un terzo. In nessuno stato americano un lavoratore a tempo pieno con il salario minimo può permettersi di affittare o comprare un monolocale. L'attuale meccanismo principale per costruire alloggi a basso reddito con soldi federali è un sistema di crediti d'imposta per i costruttori privati, una classica partnership pubblico-privata che è diventata un regalo alle imprese, con una efficienza in calo da anni. Altri rimedi, come i voucher per l'alloggio, migliorano la vita individuale ma concentrano la povertà e lasciano intatto il mercato. Serve abbandonare i crediti d'imposta per attuare un piano di garanzia abitativa tramite l’edilizia pubblica.


Gli ostacoli principali sarebbero la resistenza locale nelle aree più appetibili e i prezzi alti del suolo. La soluzione sono tasse fondiarie punitive, come nella Vienna Rossa. Le inevitabili battaglie locali sarebbero in realtà positive perché renderebbero i risultati più adatti alle esigenze specifiche. I finanziamenti dovrebbero permettere anche esperimenti come cooperative e trust fondiari comunitari. 


La garanzia di alloggi a basso impatto ambientale si legano con la garanzia di un lavoro. Decarbonizzare significa elettrificare tutto (fornelli, scaldacqua, pompe di calore) e un programma di costruzione di case a zero emissioni potrebbe formare decine di migliaia di lavoratori nelle competenze necessarie per eliminare il carbonio da ogni edificio del paese. Viene citato il Green New Deal for Public Housing Act del 2019 di Ocasio-Cortez. Prevedeva la ristrutturazione di un milione di unità di edilizia popolare, rimuovendo materiali tossici, elettrificando le abitazioni e abolendo un emendamento che di fatto vietava ai comuni di costruire nuovi alloggi popolari. Una ricerca per questo progetto stimava un costo tra 119 e 172 miliardi in dieci anni, con la creazione fino a 240.000 posti di lavoro all'anno. 


Sui trasporti si ricorda che il settore è responsabile del 29% delle emissioni di gas serra, più della metà delle quali da auto e camion leggeri. Senza una riduzione drastica dei chilometri percorsi dalle auto private non si raggiungono gli obiettivi climatici. La metropolitana pesante produce il 76% di emissioni in meno per miglio rispetto a un'auto con un solo occupante. Gli autobus il 33% in meno. A New York otto milioni di persone usavano la metropolitana ogni giorno prima della pandemia, riducendo l'impronta di carbonio della regione di diciassette milioni di tonnellate all'anno. Investire nel trasporto pubblico produce il 31% di posti di lavoro in più per dollaro rispetto alla costruzione di nuove strade. Se venti aree metropolitane trasferissero metà dei fondi autostradali al trasporto pubblico si creerebbero oltre un milione di nuovi posti di lavoro in cinque anni. I lavori nei trasporti hanno il 40% di probabilità in più di essere sindacalizzati. L'elettrificazione delle flotte, con veicoli prodotti in larga parte negli Usa, può rilanciare la produzione interna.


Per i trasporti, la proposta si basa su quattro azioni concrete: costruire una rete ferroviaria ad alta velocità tra gli stati, elettrificare auto, autobus e treni, aumentare la produzione nazionale di veicoli elettrici e potenziare il trasporto pubblico locale.


Questa visione si regge su cinque principi fondamentali. Primo, servono investimenti così grandi da avere un impatto reale sull’economia nazionale. Secondo, i posti di lavoro creati devono essere di qualità, con diritti e tutele, non semplicemente lavori verdi senza garanzie. Terzo, l'approccio deve essere pubblico: lo stato spende quasi 2000 miliardi di dollari all'anno in appalti e può usare questa leva per orientare il mercato nella direzione giusta. Quarto, il trasporto deve essere equo. Bisogna eliminare le zone senza servizi e risolvere il problema del cosiddetto primo e ultimo miglio, cioè il tragitto tra casa e fermata e tra fermata e destinazione, con marciapiedi sicuri e piste ciclabili. Quinto, chi perde il lavoro a causa della transizione deve essere sostenuto con una transizione giusta fatta di indennità di disoccupazione, contributi pensionistici, copertura sanitaria e corsi di riqualificazione che portino a un nuovo impiego con la stessa paga e gli stessi benefit di prima.


Per concludere, resta il nodo del settore energetico. Secondo l'Agenzia Internazionale per l'Energia la transizione globale verso le fonti rinnovabili costerà 70 trilioni di dollari. Una cifra enorme che però rappresenta anche un'occasione unica. Un Green New Deal per l'energia dovrebbe perseguire due obiettivi fondamentali intrecciati tra loro. Innanzitutto porre fine alla povertà energetica. Oggi le famiglie più povere spendono tra il 30 e il 50% del loro reddito per pagare luce, gas e carburante. Spesso sono costrette a scegliere se pagare le bollette o comprare da mangiare. Secondo, correggere le disuguaglianze mostruose che le economie energetiche del Novecento hanno creato. Basti un dato: nove delle prime dieci aziende del mondo per fatturato, nella classifica Fortune Global 500, sono società petrolifere, elettriche o automobilistiche.


La vera sfida del Green New Deal, però, è più profonda. Se fatto bene può rafforzare la democrazia, ridurre la povertà estrema, diminuire i conflitti e rendere le comunità molto più resilienti di quanto non siano oggi.