Lavoro e libertà nel postfordismo. Le analisi dell'ultimo Bruno Trentin

La tesi centrale di Bruno Trentin in La libertà viene prima è che, anche nel conflitto distributivo, la posta in gioco fondamentale è sempre stata la libertà e non semplicemente una migliore ripartizione del reddito. Questa rivendicazione di libertà si è espressa attraverso la contestazione del principio indivisibile di autorità, inteso come prerogativa del diritto di proprietà. Secondo Trentin molti osservatori e riformatori hanno stentato a comprendere questa dimensione, immaginando che le libertà negate nei luoghi di lavoro, come la possibilità di contestare le decisioni di chi detiene l’autorità e il monopolio dell’informazione, potessero trovare un risarcimento esterno in una più equa distribuzione del reddito.

Storicamente, sin dalle origini del movimento operaio organizzato, l’azione dei lavoratori e dei legislatori si è orientata innanzitutto a ridefinire e ampliare i diritti di cittadinanza dei lavoratori subordinati. Le leggi sul lavoro notturno, sul lavoro femminile e minorile, il riconoscimento del diritto di coalizione sindacale e di sciopero, fino alla conquista del suffragio universale, hanno contribuito in modo determinante a estendere gli spazi di democrazia nelle società moderne. Parallelamente i diritti nei confronti dello Stato, come l’istruzione pubblica gratuita e l’assistenza in caso di disoccupazione e malattia, hanno riequilibrato i termini del conflitto sociale, pur senza intaccare il principio di proprietà-autorità che regolamenta le forme di prestazione del lavoro all’interno dell’impresa. Per Trentin la storia del movimento operaio è stata scandita più da questa espansione della democrazia e dei poteri riconosciuti ai cittadini fuori dal luogo di lavoro che da una sostanziale riduzione delle disuguaglianze tra proprietari e lavoro subordinato.


La diffusione dei sistemi di welfare nell’Europa occidentale, concepiti almeno in Gran Bretagna come strumenti di sviluppo diffuso e come via alla piena occupazione, ha rappresentato un mezzo fondamentale di espansione della democrazia, rimuovendo gli ostacoli che impedivano la piena partecipazione dei cittadini alla vita della comunità. Trentin rileva che proprio per questo i fautori dei poteri indivisi nel mercato e nell’impresa hanno fatto del welfare il bersaglio principale dei loro attacchi all’ordinamento democratico, cercando di sostituire i servizi collettivi universali con assegni da spendere sul mercato, ristabilendo così le disuguaglianze originarie.


Tuttavia, nonostante questi progressi della democrazia nella società civile, l’impresa moderna rimane sostanzialmente chiusa a ogni forma di democrazia e a ogni spazio di libertà. Le conquiste di diritti dei lavoratori non incidono sostanzialmente sull’autorità dell’impresa in campi decisivi come il diritto all’informazione, il diritto alla conoscenza, il diritto alla mobilità professionale verso l’alto e l’uguaglianza di opportunità. Trentin riconosce che un governo efficiente dell’impresa, compatibile con alcune libertà fondamentali della persona, costituisce un problema reale che era stato cancellato dalle teorie dell’autogestione e socialiste, le quali si illudevano che la socializzazione dei mezzi di produzione avrebbe risolto il nodo del potere e del rapporto di oppressione mentre nella fabbrica socialista si ebbe un’esasperazione di tale fenomeno.


Trentin afferma che un potere ultimo di decisione va riconosciuto al proprietario o al manager dell’impresa, pena la paralisi e il fallimento. Questo potere non esclude né forme di controllo sostenute da un sistema di informazione tempestivo, né forme di partecipazione consultiva alle decisioni, sostenute dal diritto alla proposta di soluzioni alternative e dal diritto al conflitto in caso di divergenze radicali. Diventa quindi sempre più decisiva la capacità dei sindacati e delle forze di governo di intervenire con un nuovo bagaglio di conoscenza, così come la capacità del sindacato di definire un nuovo contratto di lavoro che garantisca il diritto alla conoscenza e alla formazione permanente, il diritto all’informazione preventiva e al controllo dell’organizzazione e del tempo di lavoro, il diritto all’uguaglianza di trattamento salariale e normativo per chi esegue la stessa mansione e il diritto al mantenimento dell’occupazione in caso di licenziamento senza giusta causa. Per questa via si può sperimentare una partecipazione non sostitutiva delle scelte del manager che trovi il suo punto di partenza nel miglioramento delle condizioni e dell’organizzazione del lavoro, quindi degli spazi di autonomia e libertà del singolo lavoratore. Il governo del tempo, in particolare, sta diventando un terreno fondamentale di iniziativa per il sindacato.


Trentin analizza le tre rivoluzioni industriali. La prima ha comportato la coercizione al lavoro salariato attraverso le leggi contro il vagabondaggio e le leggi sui poveri, per sottomettere la forza lavoro espulsa dall’agricoltura e dall’artigianato. La seconda, con il fordismo e il taylorismo, ha espropriato il sapere e il saper fare della maggioranza dei lavoratori, riducendoli ad appendice esecutiva delle decisioni del manager. La terza, quella dell’informatica, espropria il controllo di una conoscenza in continua evoluzione, richiede al lavoratore una maggiore responsabilità sui risultati e diffonde insicurezza e precarietà attraverso processi incessanti di ristrutturazione e delocalizzazione.


Di fronte a queste rivoluzioni, fallite le forme primitive di rivolta e sconfitta l’illusione di sovvertire il cuore della macchina capitalistica con azioni salariali incompatibili con le altre variabili economiche, il movimento socialista e il sindacato hanno ripiegato su posizioni di resistenza e nella ricerca di un riequilibrio dei poteri sul piano della società attraverso l’intervento pubblico e il welfare state ma non sono riusciti a riequilibrare i poteri all’interno dell’impresa né a intaccare, se non in minima parte, il monopolio di conoscenza e di decisione della casta manageriale. Trentin osserva che l’obiettivo dell’uguaglianza dei risultati ha sempre sopravanzato, nei fatti, quello del rifiuto all’oppressione e dell’affermazione della libertà e dell’autodeterminazione. Si chiede se questa aporia possa durare a lungo poiché l’evoluzione culturale di milioni di lavoratori, potenzialmente capaci di nuove conoscenze, li porta a non sopportare più di essere esclusi da questa possibilità e di vedersi negati il diritto a un uguale salario per uguale lavoro e a una mobilità professionale che richiederebbe nuove conoscenze. Da questa contraddizione irrisolta nasce la necessità di un profondo ripensamento della concezione del progresso poiché non è concepibile se non prende in conto il primato della libertà attraverso la conoscenza. Citando Amartya Sen, Trentin afferma che la libertà e la conoscenza vengono per prime e che non è sempre la miseria la causa dell’oppressione ma lo sradicamento, l’esclusione e l’oppressione sono sempre la causa della miseria. Una democrazia non potrà dirsi pienamente tale fino a quando, nella parte della vita dedicata al lavoro, non siano restituiti quegli spazi di libertà essenziali per l’autorealizzazione.


Trentin prosegue osservando che la crisi del comunismo e il crollo del socialismo reale hanno quasi disarmato l’intero movimento socialista. La débâcle del pensiero critico e il potere di penetrazione delle ideologie neoliberiste in una parte consistente della sinistra europea hanno portato a ripetere posizioni autoritarie, come la campagna per l’abolizione dell’articolo 18 o la difesa di leggi che frammentano il mercato del lavoro. Questa egemonia si fa sentire anche nell’approccio alle pensioni, dove si propone di ridurre le pensioni future invece di riadattare il sistema, e nella diffusione della tesi secondo cui la riduzione del salario contrattuale dei nuovi assunti faciliti l’occupazione mentre in realtà accelera l’espulsione della mano d’opera più anziana e suscita la rivolta dei giovani discriminati. Trentin rileva che il movimento dei lavoratori e i sindacati hanno svolto un ruolo insostituibile nell’arginare questa degenerazione anche se il loro limite è stato l’assenza di un progetto e la mancanza di una grande autonomia culturale nel valutare gli effetti della Terza rivoluzione industriale, cosa che ha impedito loro di essere veri interlocutori dei movimenti nati nella società civile. Il ripiegamento su una linea salarialista, dettato dalla paura dei licenziamenti, ha avuto un prezzo altissimo: la perdita di contatto con le trasformazioni in atto e la rinuncia a mantenere una politica di controllo delle forme tayloristiche di organizzazione del lavoro, di governo del tempo e di governo della mobilità professionale. A queste sconfitte si aggiungono il risorgere di una vecchia cultura settaria che nega le trasformazioni in atto e la riscoperta di rivendicazioni difensive e omologanti che segnano un divorzio con la parte nuova del mercato del lavoro. La rinuncia all’autonomia culturale porta a una regressione che impedisce la costruzione di un progetto di trasformazione della società capace di dare più libertà e potere alle forze sociali subordinate.


Osserva che la rivoluzione informatica tende a fare del lavoro il fattore decisivo di una politica di sviluppo e da ciò dovrebbe discendere una concentrazione degli investimenti verso la valorizzazione del lavoro e delle conoscenze. Tuttavia la flessibilità e la mobilità del lavoro tolgono alle imprese l’interesse a investire in formazione mentre il mercato lasciato a se stesso limita la crescita della popolazione attiva, riducendo i salari per i nuovi occupati e accelerando l’espulsione dei lavoratori anziani. Per questo si impone un intervento della collettività che incentivi l’aumento volontario dell’età pensionabile e scoraggi i licenziamenti dei lavoratori maturi, attraverso una politica di formazione e reimpiego, specialmente nel terzo settore. Un altro ostacolo è rappresentato dalla diffusione delle nuove tecnologie nei mercati finanziari che hanno spinto gli azionisti ad affermare una concezione dell’impresa basata sulla redditività a breve termine, travolgendo il ruolo del manager e portando a una politica di investimento speculativa. Ecco perché una politica industriale degna di questo nome deve assumersi la responsabilità di un intervento pubblico per incentivare le imprese a investire in formazione, ricerca e sviluppo e per socializzare i risultati a favore delle piccole e medie imprese, specialmente nel Mezzogiorno. Queste considerazioni valgono anche per le grandi opere e per l’ecologia che deve diventare una questione fondamentale della ricerca e della formazione, superando i fallimenti del mercato.


Trentin distingue tra la democrazia economica per tutelare il risparmiatore e la democrazia industriale per stimolare il management a una politica fondata sull’innovazione, la ricerca, la formazione e la salvaguardia degli interessi ecologici. Sostiene che per una sinistra che scommette sul lavoro non esistono alternative a quest’ultima e che gli interessi degli stake holders (sindacati, movimenti ecologisti, istituzioni locali, lavoratori disoccupati) non possono essere confusi con gli interessi a breve termine degli share holders. È su una nuova generazione di diritti civili, come il diritto alla formazione permanente, il diritto a partecipare al governo del tempo, il diritto alla tutela ambientale, il diritto all’informazione preventiva sulle trasformazioni dell’impresa e alla concertazione sui processi di ristrutturazione, che è possibile ricostruire solidarietà e un rapporto dialettico tra politica e società civile.


Trentin conclude affermando che su queste questioni ineludibili un programma deve scegliere, senza sommare priorità contraddittorie. Su tutto ciò si misurerà la solidità delle alleanze politiche e la possibilità per il sindacato di conquistare una nuova rappresentatività. La dignità e la libertà della persona umana sono oggi la ragione fondamentale di una solidarietà tra diversi. Solo riconquistando un’autonomia culturale e una lettura critica delle trasformazioni sociali sarà possibile uscire dalla “farsa” dei programmi che si succedono per morire subito, sostituendo la paura di dividersi con un dibattito laico su quali riforme attuare. A suo avviso il socialismo non è più un modello di società compiuto bensì una ricerca ininterrotta sulla liberazione della persona e sulla sua autorealizzazione, introducendo nella società elementi come le pari opportunità, il welfare della comunità, il controllo sull’organizzazione del lavoro e la diffusione della conoscenza come strumento di libertà. Questo è il movimento di cui scriveva Marx, un dispiegarsi di sempre nuovi spazi di libertà che comincia dalla persona che lavora ed implica un misurarsi quotidianamente con il problema di conciliare il rapporto tra governanti e governati con l’espansione degli spazi di autonomia creativa. La centralità del lavoro, nel suo rapporto con la conoscenza, è la condizione per non avere una frattura sociale tra chi possiede il sapere e chi ne è escluso e da qui nasce l’importanza di definire una nuova frontiera dei diritti, una riforma del welfare state centrata sulla formazione permanente. 


In Lavoro e conoscenza, Lectio doctoralis all’Università Ca’ Foscari del 13 settembre 2002, Bruno Trentin affronta con profondità e spirito critico il tema del rapporto tra lavoro e conoscenza, individuando in questo nesso la sfida centrale per il mondo all'inizio del nuovo secolo. Trentin parte dalla constatazione che il lavoro ha il potenziale per diventare sempre più conoscenza e, quindi, capacità di scelta, creatività e libertà ma sottolinea che si tratta solo di una potenzialità, di un esito possibile e non certo, la cui realizzazione rappresenta la grande sfida per superare vecchie e nuove disuguaglianze e forme di miseria, legate soprattutto all'esclusione di miliardi di persone da una comunità condivisa. Osserva che la grande trasformazione del lavoro e del mercato del lavoro, innescata dalla rivoluzione delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione e dalla mondializzazione a partire dagli anni ‘70 e ‘80 non è stata inizialmente compresa in modo puntuale dalla letteratura economica e sociale. Pochi osservatori, come Robert Reich, colsero il tramonto dei modelli fordisti di produzione rigida e di massa e il mutamento del contributo del lavoro alla ricchezza delle nazioni mentre molti furono gli apologeti acritici della società postmoderna o, al contrario, i profeti di sventura. In Europa e in Italia, in particolare, ebbe grande fortuna una letteratura catastrofica e liquidatoria, con best-seller come La fine del lavoro di Jeremy Rifkin che decretavano la fine del lavoro e di qualsiasi progetto di società incentrato sul mondo del lavoro e sulle classi lavoratrici. Trentin interpreta questo successo come un segno del ritardo con cui gran parte della cultura politica europea percepì la qualità del cambiamento che segnò la fine dell'era fordista.


Contrariamente a queste tesi, Trentin sostiene che non si è trattato di una fine del lavoro ma di un cambiamento epocale. Paradossalmente, proprio nella fase delle ristrutturazioni e dei licenziamenti di massa, si è assistito a un'espansione mondiale di tutte le forme di lavoro, inclusi quello subordinato e salariato, a un ritmo mai raggiunto in passato. Il cambiamento ha investito, sebbene in misura crescente, una minoranza di prestatori d'opera ma i suoi effetti si sono estesi anche ai lavori esecutivi meno professionalizzati, riproponendo il lavoro come fattore di identità per un numero sempre maggiore di persone. La qualità e la creatività del lavoro si sono riaffermate come condizione della ricchezza delle nazioni e come fattore insostituibile della competitività delle imprese, rendendo sempre più fallimentare una strategia aziendale basata sulla svalorizzazione del lavoro e sulla mera riduzione del suo costo. L'uso flessibile delle nuove tecnologie, il mutamento nei rapporti tra produzione e mercato, la rapidità dell'innovazione e la conseguente obsolescenza delle competenze, la necessità di compensare questi fenomeni con la conoscenza e la responsabilizzazione del lavoro esecutivo per garantire la qualità fanno del lavoro stesso, almeno nelle attività più innovative, il primo fattore di competitività. Questo processo segna il tramonto del concetto di lavoro astratto, privo di qualità, tipico del fordismo per fare del lavoro concreto, pensato e quindi della persona che lavora, il punto di riferimento di una nuova organizzazione dell'impresa. Sebbene questa tendenza sembri destinata a prevalere, si scontra con le forti contraddizioni nella gestione aziendale che in molti casi rimane ancorata a un'organizzazione tayloristica, incapace di socializzare la conoscenza, e infatti Trentin precisa che, se il fordismo è morto, il taylorismo è vivo e vegeto.


Trentin opera una distinzione fondamentale tra flessibilità del lavoro come ideologia e flessibilità come realtà. L'introduzione delle nuove tecnologie e la rapidità dei processi di innovazione impongono un uso flessibile della forza lavoro e una grande adattabilità che può realizzarsi in due modi: attraverso un arricchimento e una riqualificazione costante, con una mobilità sostenuta da un forte patrimonio professionale, oppure con un ricambio sempre più frequente di manodopera non qualificata o aggiornata. In Italia, purtroppo, prevale il secondo tipo che si traduce in uno spreco di risorse umane e professionali, in forme di occupazione precaria e in una regressione delle competenze, creando un vero e proprio secondo mercato del lavoro, quello dei poor works. Trentin sottolinea che questo diventa un problema grave per la coesione sociale quando i poor works creano un ghetto di lavoratori precari, stagionali e disoccupati strutturali, esclusi dalla mobilità verso attività con maggiori contenuti professionali e autonomia decisionale. A ciò si aggiunge la critica a una nutrita letteratura che associa ostinatamente la flessibilità, specialmente quella in uscita, alla piena occupazione, ignorando le evidenze che dimostrano come la flessibilità sia neutra rispetto al volume complessivo dell'occupazione. Questa ideologia ha contribuito a consolidare le resistenze al cambiamento e a nascondere la questione cruciale della socializzazione della conoscenza, necessaria per impedire che il digital divide crei un fossato sempre più profondo tra inclusi ed esclusi, un problema maggiore per il futuro della democrazia.


Di fronte a questa sfida e alla minaccia di una profonda frattura sociale, Trentin invita a riflettere sui contenuti di un nuovo contratto sociale, di un nuovo statuto di base per tutte le forme di lavoro. Il vecchio contratto sociale, basato sullo scambio tra salario e una quantità di lavoro astratto e sulla stabilità del rapporto, è ormai superato. Le trasformazioni in atto ne mettono in crisi i presupposti poiché il tempo non è più la misura esclusiva del salario e la qualità della prestazione e l'intervento del lavoratore variano. Cresce l'importanza dell'autonomia e della responsabilità del lavoratore sul risultato e viene meno la prospettiva di un'occupazione stabile come corrispettivo di una disponibilità passiva. Diventa quindi necessario riflettere su un nuovo tipo di contratto che coinvolga tutte le forme di lavoro. Si può pensare a uno scambio tra un salario correlato a un'occupazione flessibile e l'acquisizione da parte del lavoratore di una impiegabilità, garantita da un investimento in formazione permanente e riqualificazione che assicuri una mobilità professionale e una nuova sicurezza. Inoltre è fondamentale riconoscere alla persona concreta, diventata soggetto attivo e responsabile, un diritto allo sguardo, cioè all'informazione, alla consultazione e al controllo sull'oggetto del lavoro, estendendo le forme orizzontali di organizzazione e intrecciando l'attività lavorativa con quella formativa e di ricerca per creare organizzazioni che apprendono e generano conoscenza. Infine si deve garantire a tutti i soggetti, anche a quelli con contratti a tempo determinato, il principio della certezza del contratto che non può essere revocato senza gravi mancanze.


Trentin affronta poi la sfida demografica dell'invecchiamento della popolazione in Europa e in Italia che mette a rischio la sostenibilità dello Stato Sociale. La soluzione, prospettata da molti governi, di ridurre la sicurezza e l'assistenza è considerata insostenibile a meno di non voler spaccare il mercato del lavoro e aumentare l'esclusione sociale. L'unica alternativa percorribile è l'aumento della popolazione attiva, attraverso l'incremento dell'occupazione femminile e di un'immigrazione qualificata oltre alla promozione di un invecchiamento attivo, con un aumento volontario e incentivato dell'occupazione dei lavoratori anziani e dell'età pensionabile. Per realizzare questo obiettivo e garantire un processo di inclusione è necessario uno sforzo straordinario nella formazione e riqualificazione lungo tutto l'arco della vita che includa anche la ricostruzione di una cultura di base per immigrati e anziani. Questo richiede un radicale cambiamento nella struttura della spesa pubblica e nell'organizzazione del sistema formativo, in particolare in Italia, che resta in coda agli investimenti per ricerca e formazione. In primo luogo bisogna aumentare le risorse pubbliche per la formazione e la ricerca e incentivare gli investimenti privati delle imprese, superando la loro riluttanza a investire nel fattore umano, prevedendo anche una partecipazione dei lavoratori al finanziamento e al controllo dei programmi formativi, integrando la contrattazione salariale con la formazione come salario in natura. In secondo luogo è fondamentale definire rapporti trasparenti tra scuola, università e imprese, sperimentando stages per studenti e docenti, aprendo le scuole a docenti dal mondo del lavoro e dotando le università di mezzi per promuovere esperimenti imprenditoriali.


Trentin conclude che l'obiettivo di Lisbona di costruire una società della conoscenza non è solo una questione di risorse o organizzazione visto che richiede una vera e propria "rivoluzione" capace di superare numerose inerzie: quelle delle forze politiche che non pongono la formazione al centro della politica economica, quelle di molte imprese che privilegiano la flessibilità in uscita, quelle dei lavoratori che vedono con avversione la formazione in età adulta, quelle del mondo della scuola e quelle dei sindacati che non mettono la formazione al centro della contrattazione. Nonostante questi ostacoli Trentin trae conforto da due convinzioni. La prima è il fallimento ormai evidente delle politiche per l'occupazione che non passano attraverso la promozione di un'attività formativa, come dimostra il sistema di apprendistato tedesco che ha ridotto la disoccupazione giovanile. La seconda deriva dall'esperienza positiva degli anni ‘70 con l'accordo sulle 150 ore di formazione che liberò energie e sperimentò una nuova pedagogia per la formazione degli adulti. Trentin è convinto che oggi sia possibile liberare energie simili, consapevoli che non esiste alternativa credibile per l'economia e la società.


Commenti


Nel libro collettaneo Bruno Trentin. Lavoro, libertà, conoscenza Enzo Rullani sostiene che Bruno Trentin abbia scelto il rapporto tra lavoro e conoscenza come chiave di volta della sua riflessione matura perché in esso si gioca la possibilità di restituire al lavoratore ciò che la modernità industriale gli ha sottratto, cioè la capacità di scegliere, di essere creativo, di agire da soggetto libero e non da ingranaggio di un meccanismo che lo sovrasta. Questa intuizione parte da una constatazione paradossale. Il fordismo, che pure ha rappresentato il momento di massima espansione dell'investimento in conoscenza nella produzione e nella vita sociale, con l'istruzione di massa, la ricerca scientifica e lo sviluppo manageriale, ha rotto il legame tra lavoro e sapere che avrebbe potuto emancipare le persone. La conoscenza veniva prodotta e concentrata al vertice delle organizzazioni mentre alla base restava l'esecuzione di compiti sempre più parcellizzati e privi di discrezionalità, tanto che la catena di montaggio, pur incorporando un sapere tecnologico avanzatissimo, finiva per banalizzare e svuotare di giudizio operazioni che in precedenza richiedevano abilità e competenza. La separazione tra chi pensa e chi esegue è la condizione stessa dell'economia della conoscenza riproducibile. Per ottenere i vantaggi della replicazione a costo zero e delle economie di scala era necessario standardizzare i processi, espellere la variabilità e affidare le scelte complesse a un nucleo ristretto di specialisti.


Questa logica si innesta nella più ampia contraddizione della modernità, nata come un progetto di liberazione dell'uomo dai vincoli della natura e della tradizione che finisce per realizzarsi attraverso una batteria di automatismi impersonali che tolgono spazio alla soggettività. La scienza, la tecnica, il mercato, il calcolo economico, le procedure organizzative e le norme giuridiche universali costruiscono un mondo artificiale in cui le sfere di azione vengono separate e affidate a sistemi specializzati che giudicano secondo criteri propri e incommensurabili tra loro. In economia, ad esempio, conta solo il valore prodotto e il lavoro viene ridotto a tempo-lavoro astratto, intercambiabile, svincolato dalla persona che lo presta, tanto che il lavoratore diventa una merce che si scambia sul mercato e la sua intelligenza e la sua unicità non contano perché ciò che rileva è la conformità alle prescrizioni tecniche dell'automatismo che lo governa. La conoscenza riproducibile è più redditizia di quella pratica e informale che nasce dall'esperienza e proprio per questo si impone ma la sua efficienza si paga con la subordinazione e la spersonalizzazione del lavoro.


Il patto sociale del fordismo si regge su questo scambio: benessere, stabilità e welfare in cambio di obbedienza e di una cittadinanza che Trentin definisce monca perché sacrifica ciò che dovrebbe essere irrinunciabile. I lavoratori ottengono partecipazione al reddito e riduzione del rischio perdendo la possibilità di esprimere la propria intelligenza e di coltivare la propria differenza. La sinistra stessa, secondo Trentin, finisce per accettare questo compromesso, abbassando il proprio orizzonte strategico alla sola distribuzione del reddito e dimenticando che l'uguaglianza non può significare appiattimento delle differenze e negazione delle capacità individuali. La libertà, ripete, viene prima, e non può essere rimandata a un futuro indefinito né compensata da un risarcimento materiale, tanto che la sua posizione si rivela scomoda perché rifiuta sia il ribellismo utopistico che vorrebbe contrapporre i lavoratori al potere organizzativo in nome di un'autonomia assoluta, sia la deriva di una sinistra accomodante che ha perso di vista la dimensione soggettiva del lavoro.


La crisi del fordismo negli anni ‘70 cambia radicalmente lo scenario perché l'aumento della complessità, dovuto alla globalizzazione, alla rivoluzione informatica, all'irrompere di nuovi attori competitivi come il Giappone e poi i paesi emergenti, mette in crisi i modelli di controllo e standardizzazione. Le imprese si trovano a dover gestire varietà, variabilità e indeterminazione mentre la conoscenza riproducibile non è più sufficiente per affrontare un ambiente che diventa ogni anno più fluido e imprevedibile. Diventa necessario recuperare l'intelligenza fluida delle persone, la loro capacità di adattarsi, di innovare, di rispondere creativamente a situazioni non programmabili. Serve un lavoro che esplora il possibile, si assume rischi, esercita autonomia e coltiva competenze non riducibili a mere prescrizioni tecniche, tanto che la qualità e la creatività del lavoro si ripropongono come fattore insostituibile della competitività delle imprese.


Trentin coglie con straordinaria lucidità l'ambivalenza di questa transizione perché da un lato il postfordismo apre spazi inediti per la soggettività, dal momento che le imprese hanno bisogno di lavoratori che pensino, decidano e coinvolgano emotivamente e cognitivamente nei problemi dell'azienda, ma dall'altro porta con sé nuovi rischi e nuove forme di esclusione, tanto che il ritorno al mercato, che molti leggono come il trionfo del neoliberismo e la fine del capitalismo organizzato, è solo la prima metà del film. La seconda metà è quella della ricostruzione che utilizza in forme nuove i materiali resi disponibili dalla decostruzione fordista, come reti, comunità territoriali, condivisione di significati, progetti comuni, idee motrici capaci di generare valore simbolico ed economico. Questa ricostruzione è ancora fragile e incompiuta perché il capitale finanziario, liberato dai vincoli della regolazione fordista, tende a privilegiare il breve periodo e a sacrificare investimenti in ambiente, formazione e innovazione mentre il digital divide minaccia di creare una nuova discriminazione tra chi sa e chi non sa. Le imprese, trovando più comodo adattarsi al mercato che costruire un nuovo modello di relazioni, rischiano di riprodurre forme di taylorismo autoritario esercitate su singoli individui precarizzati mentre il sindacato fatica a elaborare un progetto adeguato, resistendo alla frammentazione e alla ri-personalizzazione del lavoro in nome di un egualitarismo che finisce per ostacolare la diversificazione e la libertà individuale.


Il progetto di democrazia industriale che Trentin prefigura per un postfordismo abitabile si fonda sulla socializzazione attiva della conoscenza per contrastare il divide cognitivo, sul riconoscimento di spazi di autonomia e di diritti per il lavoratore-persona, tra cui il diritto all'impiegabilità, ossia la possibilità di mantenere e accrescere la propria professionalità nel tempo, e su una concezione della responsabilità sociale che coinvolga imprese, lavoratori e società civile in un dialogo trasparente e orientato al bene comune. Questo disegno richiede di ripensare radicalmente il concetto stesso di lavoro, distinguendo il lavoro esecutivo, delegabile agli automatismi della conoscenza riproducibile, dal lavoro esplorativo che genera valore nella complessità postfordista e che si caratterizza per l'assunzione del rischio, l'esercizio dell'autonomia e l'impiego dell'intelligenza. Richiede, inoltre, di mettere al centro l'auto-realizzazione, favorendo l'investimento a rischio sulle proprie capacità e costruendo un circuito sociale che renda conveniente e riconoscibile questo investimento attraverso contratti di partnership, certificazione delle competenze e comunità professionali aperte. Infine richiede di ricongiungere lavoro e vita, utilizzando le eccedenze cognitive prodotte dall'esperienza personale e sociale come risorsa per l'innovazione, integrando la conoscenza riproducibile con il senso che ciascuno attribuisce al proprio agire.


Giovanni Mari ricostruisce il cuore teorico e politico del pensiero di Bruno Trentin a partire dalla sua tesi strategica più ambiziosa riguardante la fine del lavoro astratto, ovvero il superamento della storica scissione tra attività lavorativa e contenuti di conoscenza che aveva caratterizzato l'intera epoca industriale. Questa tesi è un giudizio storico che investe le trasformazioni produttive, culturali e tecnologiche successive alla crisi del fordismo ed implica una ridefinizione complessiva del programma e dell'organizzazione sindacale. Al centro di questa prospettiva si colloca il nodo della libertà, espressione che compare già nell'Introduzione del 1976 a Da sfruttati a produttori e che indica l'impossibilità di concepire qualsiasi forma di libertà laddove persista il lavoro astratto, inteso come lavoro senza qualità. Per Trentin la libertà non ha natura ideologica né si riduce a un valore individuale da esercitare nel tempo libero, essa deve diventare un elemento costitutivo delle stesse attività lavorative, sostanziandosi nella persona che lavora e trasformando il lavoro in occasione di crescita ed elevamento personale.


L'originalità di questa posizione risiede in una vera e propria rottura epistemologica che Trentin introduce nella cultura della sinistra, spostando il baricentro dell'analisi e dell'azione sindacale dalla rivendicazione salariale alla centralità delle condizioni personali del lavoratore. Questo spostamento non comporta una sottovalutazione della questione economica però consente di spezzare la chiusura del conflitto capitale-lavoro entro il circolo della sola perequazione retributiva e di aprirlo a temi più complessi, come l'organizzazione del lavoro, i diritti e infine la libertà. Si tratta di un percorso che, attraversando tre decenni di riflessione e azione, accentua progressivamente l'attenzione sulla persona, fino a fare del nodo della libertà il punto più alto di questa traiettoria. In tal modo Trentin opera una discontinuità profonda anche nei confronti della tradizione marxista, ridescrivendo radicalmente la relazione tra tempo di lavoro e tempo libero. In Marx il tempo libero è il tempo emancipato dal lavoro alienato, per Trentin il lavoro subordinato stesso può conquistare, sia pure in modo non lineare e differenziato, elementi crescenti di libertà e diventare direttamente, nella società postfordista, fattore di sviluppo personale, anche all'interno dei rapporti di produzione capitalistici.


Questa riflessione si articola in tre tappe fondamentali, corrispondenti ad altrettanti momenti storici e testi chiave. La prima, rappresentata dall'Introduzione del 1977 a Da sfruttati a produttori, si concentra sull'analisi delle lotte per l'organizzazione del lavoro e per un maggiore potere in fabbrica, ponendo al centro le condizioni di lavoro e non solo la perequazione retributiva. La seconda, contenuta nella Relazione alla Convenzione programmatica della CGIL del 1989, allarga lo sguardo all'umanizzazione del lavoro e alla proposta di un sindacato generale delle diverse persone, capace di promuovere nuovi diritti, tra cui quello fondamentale a un lavoro scelto. La terza, infine, trova la sua espressione più compiuta nella Lectio doctoralis del 2002 e nel libro La libertà viene prima dove la fine del lavoro astratto viene collegata alla possibilità, aperta dall'economia della conoscenza, di una ricomposizione tra lavoro e sapere personale che getta le basi per una inedita capacità di scelta, creatività e libertà. A queste tre tappe corrispondono altrettante fasi storico-sociali: il secondo biennio rosso del 1968-69, il dibattito sull'età dei diritti degli anni ‘80 e, infine, la crisi matura del fordismo, la globalizzazione e il dispiegarsi della società della conoscenza negli ultimi due decenni del Novecento.


È proprio in questa terza fase che Trentin individua la sfida più significativa. La società contemporanea ridisegna molecolarmente il rapporto tra conoscenza e lavoro, facendo sì che la conoscenza rientri in misura cospicua in molte attività lavorative, rendendo le persone che le svolgono padrone inedite del tempo di lavoro, della sua organizzazione e dei suoi obiettivi, consentendo loro di scegliere il lavoro a partire dai gradi di conoscenza posseduti. Poiché la conoscenza non ha limiti e non si consuma con l'uso, ma si accresce, il lavoro che su di essa si basa si apre a gradi di libertà e di sviluppo personale senza precedenti, almeno in linea di principio, un principio che le lotte sindacali possono tradurre in realtà investendo nei luoghi di lavoro e in quelli della formazione e dell'educazione, riconfigurando persino il rapporto tra lavoro e ozio. Questa ricomposizione avviene in un quadro dominato dal neoliberismo che sfrutta le esigenze di mobilità e flessibilità in termini di precarizzazione e neotaylorismo, lasciando sguarniti gli spazi aperti dalla crisi del vecchio patto sociale e delle conquiste di sicurezza e diritti ottenute in due secoli di lotte. Di fronte a questa contraddizione il modello alternativo proposto da Trentin muove dal presupposto che il lavoro possa divenire sempre più conoscenza e quindi capacità di scelta, creatività e libertà, divenendo esso stesso fattore di identità personale. Da questa premessa deriva che l'apporto del lavoro alla ricchezza delle nazioni dipende sempre più dallo straordinario intreccio tra conoscenza e lavoro mentre il tempo cessa progressivamente di essere la misura del salario. La fine del lavoro astratto e l'affermazione del lavoro concreto, pensato, fanno della persona che lavora il punto di riferimento per una nuova divisione del lavoro e per una nuova organizzazione dell'impresa, a partire dalla distinzione fondamentale tra chi è padrone di un sapere e chi ne è escluso. Sebbene il taylorismo non sia morto, la competizione tra le imprese si gioca ormai sul terreno della qualità e della creatività del lavoro e non semplicemente su quello della produttività. L'importanza crescente della qualità, dell'autonomia e della capacità di decidere comporta anche per i lavoratori esecutivi una responsabilità del risultato che incombe direttamente sulla persona del lavoratore. La flessibilità del lavoro diventa un imperativo per l'impresa, quindi viene meno la prospettiva di un'occupazione stabile e di un rapporto di lavoro indeterminato. Questo impone il superamento del vecchio contratto sociale, basato sullo scambio equo fra salario e quantità di tempo di lavoro astratto e che presupponeva la disponibilità passiva della persona che lavora e la durata indeterminata del rapporto per scoraggiare la mobilità e premiare la fedeltà. Al suo posto si rende necessario un nuovo patto sociale capace di intrecciare la flessibilità con la crescita delle competenze professionali attraverso la formazione lungo tutto l'arco della vita e la socializzazione della conoscenza, garantendo al contempo la certezza del contratto e costruendo una nuova sicurezza personale imperniata sulle competenze e sulla maggiore forza contrattuale che ne discende per affrontare il mercato del lavoro.


A questo punto Mari si chiede quale idea di lavoro Trentin intraveda oltre la rivoluzione industriale e il fordismo, quando parla di fine del lavoro astratto e di lavoro concreto. La risposta risiede nella categoria di attività che implica il superamento della plurimillenaria contrapposizione aristotelica tra poiesis (produzione) e praxis (azione), in cui il lavoro manuale era considerato una forma di illibertà. I nuovi lavori della società della conoscenza tendono a rovesciare la situazione industriale, in cui la conoscenza era stata trasferita nella macchina e nella direzione di fabbrica, riducendo l'operaio a mero esecutore di operazioni ripetitive e parcellizzate. Nel nuovo lavoro, invece, la conoscenza e il linguaggio diventano gli elementi centrali, la fatica si fa prevalentemente psicologica e in simbiosi con la macchina informatica, e la responsabilità personale sostituisce l’esecuzione passiva. Sostenere che il nuovo lavoro acquista i caratteri dell'attività significa affermare la fine di una contrapposizione millenaria e l'avvio di un nuovo grado di civiltà in cui la gestione personale e responsabile della conoscenza nel lavoro subalterno apre a spazi di libertà inediti. Questa è la nuova centralità del lavoro intravista da Trentin, una centralità che non si limita a difendere l'occupazione esistente o a rivendicare una equa redistribuzione dei profitti perché fa del lavoro un protagonista attivo nella creazione di un nuovo modo di produrre. 


Sempre Giovanni Mari, però nella riedizione del libro La libertà viene prima pubblicata dalla Firenze University Press, si propone di analizzare e approfondire l'originale concezione del socialismo che Bruno Trentin espone nell'Introduzione al libro, un'idea che definisce come una ricerca ininterrotta sulla liberazione della persona e sulla sua capacità di autorealizzazione. Trentin articola questa visione attraverso una duplice operazione: una presa di distanza dalla tradizione socialista maggioritaria e la fissazione di nuovi capisaldi teorici e politici. La critica alla tradizione si sviluppa su quattro livelli distinti. Innanzitutto Trentin rifiuta l'idea del socialismo come modello di società o come esito necessario di un processo storico, sostenendo invece che esso è un processo attivabile immediatamente nella società concreta, senza attendere premesse economiche o strutturali, poiché la storia non possiede alcun fine predeterminato. In secondo luogo critica l'impresa come mondo a sé che contraddice l'ordinamento democratico del paese poiché in essa il lavoratore cessa di essere cittadino. La soluzione, tuttavia, non risiede nella sola socializzazione della proprietà, che da sola non risolve il rapporto tra governanti e governati, ma richiede una partecipazione fondata sul diritto all'informazione preventiva e sulla codeterminazione. In terzo luogo Trentin nega che la democrazia nelle imprese possa derivare esclusivamente dalla socializzazione della proprietà, uno dei dogmi del socialismo e del leninismo, e rovescia le priorità tradizionali sostenendo che la libertà della persona nel lavoro viene prima e da essa può eventualmente discendere quella della società. Infine rifiuta il primato della classe sulla persona, sostenendo che il perno della convivenza civile deve essere la persona singola, e non solo le classi, perché la libertà produce diversità e il problema consiste nel coniugare queste diversità con una solidarietà che non sia né individualismo egoista né comunità organica.


Sul versante della costruzione teorica Mari individua altrettanti quattro punti fondamentali. Il primo riguarda la forma dell'azione politica. Nessuna conquista del potere in due tempi bensì un processo unico e quotidiano che introduce nella società concreta elementi di socialismo a partire dalle contraddizioni del capitalismo e del mercato, evitando sia l'eversione che il riformismo puramente tattico, perseguendo un'utopia concreta fatta di passi specifici ma coerenti. I quattro elementi di socialismo citati da Trentin sono le pari opportunità, il welfare della comunità, il controllo sull'organizzazione del lavoro e la diffusione della conoscenza come strumento di libertà. Il secondo punto è la liberazione e l'autorealizzazione della persona come fine del socialismo, ciò significa rovesciare l'impostazione tradizionale della sinistra, la quale subordinava la persona allo sviluppo economico e sociale, e concepire la libertà della persona come misura della società, non viceversa. In questo modo Trentin si distingue sia dal liberalismo classico, che basa l'autorealizzazione sui meriti individuali indipendentemente dalle uguali opportunità, sia dal marxismo che faceva dell'essere sociale il determinante dell'essere umano. Il terzo punto è la persona come perno della convivenza civile, una persona senza fondamento metafisico né antropologia fondamentale, il cui unico orizzonte è la libertà conquistata contro le forme di sottomissione. Sul piano politico ciò si traduce in una democrazia partecipativa mentre sul piano economico in una concezione che pone la persona umana e il suo sviluppo come variabili indipendenti dello sviluppo stesso, rompendo con l'idea che il progresso economico sia premessa necessaria del progresso della persona. Il quarto e più importante punto è l'affermazione secondo cui tutto deve partire dalla persona che lavora, dalla quale discende il resto. Mari precisa che questa è la conseguenza dell'analisi delle trasformazioni del lavoro postfordista, dove l'inedito intreccio tra lavoro e conoscenza apre la possibilità che il lavoro diventi sempre più capacità di scelta, creatività e libertà. Si tratta di una potenzialità che può soccombere a una nuova rivoluzione passiva delle forze conservatrici e richiede per realizzarsi un nuovo patto sociale capace di unire tutte le forme di lavoro subordinato o autonomo.


Mari conclude osservando che nella concezione trentiniana mancano riferimenti espliciti alle disuguaglianze redistributive e allo sfruttamento come obiettivi prioritari ma ciò non significa che Trentin li sottovaluti. La battaglia contro questi aspetti non costituisce il punto di partenza, essendo la conseguenza della lotta per la libertà nel lavoro. Il socialismo diventa un processo quotidiano che, partendo dalla costruzione della persona nel lavoro attraverso la conquista di nuovi spazi di autonomia e partecipazione, conduce a forme riformate e non prestabilite di società.