Fa riflettere un commento sulle primarie dei Democratici apparso su uno dei principali quotidiani economici di Israele, ovvero The Marker. Presentano il partito come la futura emanazione della “lobby” di Histadrut nel prossimo governo. Il motivo sono i candidati piazzati nei primi venti posti della lista elettorale. In primis c’è la socialista Naama Lazimi, descritta come il volto della lobby per i diritti dei lavoratori, al quinto posto si è classificato Yaya Fink che nella Histadrut ricopre il ruolo di presidente del dipartimento per la giustizia sociale e l'uguaglianza di genere, al settimo posto si è piazzata Michal Rozin, sostenuta da Tomer Reznik, ex segretario generale di Meretz che in Histadrut presiede il dipartimento per la democrazia industriale. The Marker lamenta che questi candidati, qualora eletti, si impegnerebbero per difendere il protezionismo, antiquate leggi sul lavoro e a limitare le riforme per la concorrenza nei monopoli statali. Nel discorso neoliberista israeliano Histadrut è visto come un potere settoriale, come una qualsiasi lobby economica, che va spezzato. Il Ministero delle Finanze, nel suo lungo conflitto con il sindacato, ha sistematicamente delegittimato Histadrut come un ostacolo corporativo alla razionalità economica. L’idea che ne deriva è che per risolvere i problemi economici di Israele, come il carovita, la soluzione sia più libero mercato tanto contro il clientelismo Likud, che il giornale non manca mai di bersagliare, quanto contro le forze organizzate del lavoro.
Gran parte dell’opposizione al momento si astiene dal presentare un programma economico, organico, di alternativa. Davar ritiene che qualsiasi proposta a favore di un'espansione della spesa pubblica, un intervento più marcato dello Stato o una protezione del mercato interno verrebbe immediatamente bollata come populista e irresponsabile dai principali organi di stampa economica liberale, come Calcalist e The Marker. Per un'opposizione che si rivolge a un elettorato fortemente sensibile al giudizio di queste testate il danno certo e immediato alla propria base sarebbe troppo elevato mentre il guadagno potenziale proveniente da nuovi elettori sarebbe solo una scommessa incerta. Gli stessi media, i cui redattori e lettori auspicano un cambio di governo, contribuiscono, attraverso la loro rigida ortodossia economica, a restringere lo spazio di manovra necessario per realizzarlo.
Che il terreno economico sia decisivo per la vittoria elettorale lo dimostra la campagna vincente di Netanyahu nel 2022 che, dopo una lunga serie di tornate inconcludenti, riuscì a spezzare l'equilibrio tra i due schieramenti. Le sue promesse furono tutto fuorché astratte: istruzione pubblica gratuita per i bambini da zero a tre anni, un nuovo strumento finanziario che legava il rendimento delle obbligazioni statali all'andamento dei prezzi delle case per offrire una copertura a chi non era proprietario e frenare la domanda speculativa e, infine, la netta inversione di rotta rispetto alle riforme sulle importazioni attuate dal governo precedente, con la promessa di proteggere l'agricoltura locale dalla concorrenza straniera. La reazione della stampa liberale a queste proposte fu fulminea e durissima. Calcalist bollò il pacchetto come poco vantaggioso per l'economia nel lungo termine, definì l'obbligazione immobiliare come un'idea populista e il progetto educativo come una misura costosa e potenzialmente dannosa per l'equilibrio del mercato del lavoro. The Marker parlò di promesse di rendimenti da sogno che nascondevano rischi enormi, insinuò che l'istruzione gratuita fosse studiata per compiacere l'elettorato ultraortodosso alleato di Netanyahu e accusò il blocco delle riforme agricole di essere un favore ai produttori a scapito dei consumatori. Buona parte di queste critiche aveva un fondamento tecnico ma il loro impatto complessivo fu quello di tracciare un confine netto: chiunque proponesse maggiore spesa pubblica, servizi universali o difesa della produzione interna si sarebbe attirato l'etichetta di populista irresponsabile o di servo di gruppi di pressione. Netanyahu poteva permettersi di ignorare in larga misura questi attacchi, essendo già un loro bersaglio abituale e avendo un elettorato che concede a quei media un'autorità limitata, ma per le forze di opposizione la posta in gioco è diversa. I loro elettori attribuiscono grande peso alle opinioni di Calcalist e The Marker, perciò anche un tentativo di rivolgersi ai sostenitori del governo con misure economiche non settoriali e tecnicamente valide sarebbe pagato con una sanguinosa emorragia di consensi nel proprio campo, senza la certezza di raccoglierne altrove.
Sarebbe un errore pensare che l'unica economia possibile sia quella del liberismo più ortodosso e che le proposte alternative manchino di un solido fondamento razionale. Esiste un ampio spazio per politiche economicamente sensate e al tempo stesso popolari. Estendere l'istruzione gratuita ai bambini di due e tre anni, per esempio, aumenterebbe significativamente la partecipazione femminile al mercato del lavoro mentre un alleggerimento fiscale per i redditi medi e medio-bassi stimolerebbe i consumi e di conseguenza la crescita. Considerato che il sostegno al governo è particolarmente forte nei decili centrali della popolazione e, ancor più, nei decili più bassi per quanto riguarda i partiti ultraortodossi, una riforma fiscale progressiva che aumenti la tassazione sui redditi da capitale delle fasce più abbienti, specialmente se finalizzata a potenziare istruzione e infrastrutture pubbliche, potrebbe raccogliere ampio consenso e trovare giustificazioni economiche solide persino agli occhi della stampa più liberale. La questione agricola ne è un esempio lampante. La protezione del settore primario non è solo una questione di clientelismo, come dimostrano gli studi della ricercatrice Liron Amdor. La sicurezza alimentare, spiega Amdor, richiede un equilibrio complesso tra importazioni, produzione locale e scorte di emergenza poiché un'eccessiva dipendenza dai mercati esteri espone il paese a rischi geopolitici e climatici. Una volta che la capacità produttiva interna viene erosa non può essere ricostituita rapidamente in tempo di crisi. Il costo apparentemente più basso delle importazioni in tempo di pace non può dunque essere l'unico parametro.
Tuttavia, al di là di queste considerazioni, l'opposizione appare strutturalmente incapace di fare propria questa prospettiva, con l’eccezione dei Democratici. Partiti come Yesh Atid hanno scelto di reclutare ex alti funzionari del Ministero delle Finanze che hanno in passato promosso politiche di contenimento della spesa e si identificano completamente con l'establishment economico, ignorando la mole di studi empirici che dimostrano come la spesa pubblica possa contribuire alla crescita e come i tagli, soprattutto in periodi di rallentamento dell’economia, raramente migliorino il rapporto debito/Pil. La loro proposta politica si riduce a una promessa di maggiore efficienza gestionale, meno corruzione e minori sprechi, tutti temi importanti ma che non toccano le corde più sensibili dei cittadini, come il costo della vita, il mutuo o la qualità dei servizi. In questo contesto un possibile spiraglio viene suggerito dalla proposta, moderata, dell'Israel Democracy Institute, elaborata dall'ex governatrice della Banca d'Israele Karnit Flug, che prevede un graduale aumento del carico fiscale e della spesa civile, accompagnato da una riallocazione delle risorse attraverso tagli mirati ai budget settoriali. Proprio perché proviene da un'istituzione rispettata e da una figura che incarna l'ortodossia economica, questa proposta consentirebbe all'opposizione di ampliare il proprio raggio d'azione senza oltrepassare i confini del consenso liberale, offrendo finalmente una risposta concreta e articolata agli elettori. Finché l'autorità in campo economico rimarrà saldamente nelle mani di un coro di voci che impongono limiti strettissimi all'intervento dello Stato e finché gli elettori dell'opposizione continueranno a prestare loro orecchio, le forze della sinistra si troveranno a rinunciare volontariamente a uno degli strumenti più potenti per allargare il proprio consenso, condannandosi a una perenne difficoltà nel competere ad armi pari con il Likud.
Ci sono degli esempi nel campo dell’opposizione che rafforzano questa lettura. La campagna elettorale di Gadi Eisenkot e della sua lista Yashar! è un tentativo di incarnare l'alternativa di centro a Netanyahu, forte del credito accumulato da generale in materia militare e nelle questioni legate alla sicurezza. Leggendo il suo programma economico ci sono, però, delle questioni problematiche da affrontare. Shaul Meridor, ex capo capo della Divisione Bilancio del Ministero delle Finanze tra il 2017 e il 2020, è il suo autore e rivela una filosofia di stampo liberale classico incentrata sulla riduzione della spesa pubblica, sul taglio delle tasse e sull'apertura del mercato alle importazioni. Il documento programmatico parla di sbloccare il potenziale di crescita attraverso l'integrazione di ultraortodossi e arabi, di investire in reti ferroviarie veloci, di riqualificare il servizio pubblico e di combattere il carovita ma il suo impianto generale si basa su una concezione contrattuale e meritocratica dello stato sociale. Il ruolo dello Stato si limita a rimuovere ostacoli e distorsioni, un approccio anacronistico e inadeguato alla nuova realtà emersa dopo il 7 ottobre, dove la domanda di protezione e intervento statale è cresciuta in modo esponenziale. Il programma economico si rivela vago e, in alcune sue parti, palesemente irrealizzabile. Ad esempio, la promessa di ridurre l'imposta sul reddito finanziandola con nuove tasse su prodotti come i bicchieri di plastica e le bevande zuccherate è un conto che non torna. L'ultima modifica delle aliquote, che ha alleggerito il carico fiscale sui ceti più abbienti di soli 400 shekel al mese, è già costata ad Israele 5 miliardi di shekel all'anno mentre le accise sui prodotti monouso e sulle bevande zuccherate, prima della loro abolizione, fruttavano appena 1,3 miliardi. Per finanziare una vera riforma fiscale sarebbero necessari molti altri prelievi simili, che il programma non menziona, rendendo l'idea di una riduzione generalizzata delle tasse una pia illusione.
Ancora più insidioso è l'effetto regressivo di queste misure. Rischiano di colpire in modo sproporzionato le fasce più deboli e, in particolare, la popolazione ultraortodossa, un segmento che la lista di Eisenkot dichiara di voler integrare. Meridor sa bene che un aumento del prezzo di un bene produce un effetto di sostituzione e un effetto di reddito. Un consumatore con un reddito elevato potrebbe passare a prodotti alternativi ma un consumatore povero o appartenente a una comunità con abitudini radicate, come quella ultraortodossa, continuerà ad acquistare lo stesso prodotto di base, vedendo ridursi il proprio reddito disponibile. In questo modo la manovra di Meridor rischierebbe di trasformarsi in una penalizzazione indiretta per i ceti più indigenti, proprio mentre si usa il gettito per abbassare le tasse ai contribuenti più ricchi, un meccanismo poco fattibile e soprattutto iniquo. La stessa ambiguità si ritrova nelle proposte di Orit Farkash-Hacohen per un "rifugio fiscale" pensato per gli ebrei anziani con elevato patrimonio che facciano aliyah, una misura che è di fatto un'agevolazione per capitali stranieri.
Il programma parla di razionalizzare il caotico sistema di esenzioni e agevolazioni fiscali che attualmente frammenta la società israeliana in categorie separate, spesso basate su appartenenze settoriali piuttosto che su reali condizioni di bisogno. In Israele esistono decine di sgravi fiscali diversi, molti dei quali sono stati negoziati nel corso degli anni come contropartite politiche per garantire la sopravvivenza delle coalizioni. Questo mosaico ha di fatto creato un sistema in cui due cittadini con lo stesso reddito possono godere di trattamenti fiscali radicalmente diversi a seconda della propria comunità di appartenenza, alimentando risentimenti e una percezione di ingiustizia diffusa. La proposta di Meridor mira a sostituire questo groviglio con un unico criterio, oggettivo e trasparente: lo stato socioeconomico del nucleo familiare, determinato attraverso la verifica della effettiva capacità di produrre reddito che è un parametro già utilizzato dal Ministero delle Costruzioni e dell'Abitazione. Si tratterebbe di stabilire che ogni famiglia, a prescindere dalla sua origine etnica, dal grado di osservanza religiosa o dalla zona di residenza, riceva lo stesso trattamento fiscale se si trova nello stesso decile di reddito, dopo aver accertato che le sue entrate potenziali non superano una certa soglia. L’obiettivo è ridurre il divario di trattamento tra la popolazione ultraortodossa e quella laica che appartengono allo stesso livello di reddito. Una famiglia haredi numerosa beneficia di una serie di esenzioni e assegni familiari che una famiglia laica con lo stesso reddito non riceve, creando un ingiustificato vantaggio per la prima. Unificando i criteri si eliminerebbe questo privilegio settoriale e si garantirebbe che le risorse pubbliche siano allocate in base al bisogno reale e non all'appartenenza comunitaria, un passo che i sostenitori della riforma considerano essenziale per incentivare l'integrazione degli ultraortodossi nel mercato del lavoro e nella società civile. La semplificazione amministrativa, invece, ridurrebbe gli enormi costi di gestione di un sistema frammentato e opaco, restituendo trasparenza al rapporto tra cittadino e fisco. Questa apparente razionalità nasconde insidie profonde. La prima è che la verifica della capacità di generare reddito è uno strumento delicato che richiede un apparato burocratico efficiente e incorruttibile per essere applicato in modo equo. In un paese come Israele, dove l'economia sommersa è fiorente e il rapporto tra cittadini e amministrazione è spesso conflittuale, il rischio è che questo meccanismo finisca per penalizzare proprio le fasce più deboli e meno alfabetizzate che non sono in grado di navigare la complessità burocratica per dimostrare la loro effettiva condizione di bisogno. Il secondo problema riguarda l’unificazione dei benefici fiscali. Per quanto tecnicamente razionale, rischia di essere un'operazione di facciata se non accompagnata da un serio piano di investimenti per aumentare la capacità di reddito effettiva delle comunità più svantaggiate perché senza istruzione, formazione professionale e infrastrutture la verifica della capacità di reddito si trasforma in un certificato di povertà piuttosto che in un trampolino per l'emancipazione. Yashar! promette investimenti colossali in infrastrutture per il nord e il sud ma prospetta una riduzione delle entrate fiscali, senza che venga indicata una fonte di finanziamento chiara e sostenibile, se non un generico e vago contrasto all'economia sommersa, una chimera che ogni governo insegue senza mai raggiungere. Il tentativo di accontentare tutti con un programma che mescola buoni propositi sociali e vecchie ricette liberiste potrebbe rivelarsi un boomerang. La campagna di Eisenkot si trova così a dover dimostrare di essere qualcosa di più di una semplice raccolta di personalità competenti, deve mostrare di avere il coraggio e la lucidità per proporre una visione economica coerente e all'altezza della crisi, di saper parlare anche a quegli elettori del blocco avversario che sono stanchi del populismo economico del Likud.
Naftali Bennett, invece, si muove lungo due direttrici principali: la lotta al carovita e lo smantellamento dei monopoli nel settore alimentare. Il primo e più vistoso impegno è la riduzione della concentrazione nell'economia israeliana che si traduce in una serie di divieti. Agli importatori esclusivi di grandi marchi verrebbe impedito di distribuire ulteriori marchi concorrenti, ai monopoli sarebbe vietato di gestire accordi commerciali per conto di fornitori più piccoli o fungere da distributori al loro posto mentre le aziende sarebbero obbligate a pubblicare rendiconti finanziari dettagliati per categoria di prodotto. L'obiettivo è abbassare i prezzi del 30% smantellando i monopoli del mercato alimentare come Tnuva, Strauss, Diplomat, Schestowitz e Shufersal. In particolare punta il dito contro la catena Shufersal, proponendo una legge che definisca il concetto di monopolio regionale per impedire che un singolo operatore controlli l'intera distribuzione al dettaglio in una data area geografica. Accanto a queste misure il programma prevede una riduzione della regolamentazione e la rimozione delle barriere all'importazione che include un sostegno finanziario diretto agli agricoltori e l'incoraggiamento all'uso dei terreni agricoli per scopi diversi, il tutto mentre si apre il mercato di frutta e verdura alle importazioni e si aboliscono i dazi doganali. Il partito Beyachad sostiene che questi interventi saranno affiancati da piani per affrontare la crisi abitativa, promuovere la concorrenza nel settore bancario e tagliare la spesa pubblica. Molti di questi provvedimenti, va notato, riprendono decisioni già assunte durante il suo precedente governo e mai attuate. Oppure sono iniziative già promosse da precedenti esecutivi guidati dal Likud.
A mettere in discussione l'efficacia di questo approccio è un esempio concreto che getta un'ombra lunga sulle promesse di Bennett. Durante il suo governo, quando Avigdor Liberman era ministro delle Finanze, venne firmato un decreto che, dal 1° gennaio 2022, aboliva il controllo sul prezzo del burro per il consumatore finale. Secondo un rapporto del Ministero dell'Agricoltura da allora il prezzo del burro importato è schizzato del 74% a causa di margini di intermediazione e profitti elevati da parte delle catene di distribuzione e dei commercianti. Quanto al burro locale, che l'importazione avrebbe dovuto rendere più economico, il suo prezzo è aumentato del 23%. La lezione che si trae è che l'apertura dei mercati, senza una regolazione efficace della filiera distributiva, finisce per avvantaggiare gli intermediari invece dei consumatori.
La crociata di Bennett contro i monopoli rappresenta una svolta retorica per un politico che ha sempre incarnato l'ala più radicale del capitalismo neoliberale. Ex imprenditore hi-tech, capo di gabinetto di Netanyahu tra il 2006 e il 2008, Bennett ha costruito la sua carriera fondando e smantellando una serie di partiti senza mai mutare la propria visione economica, saldamente ancorata a un liberismo di matrice americana. Già ministro dell'Economia e dell'Industria nel 2013, si adoperò per indebolire il potere dell'Histadrut promuovendo la costruzione di porti marittimi privatizzati a Haifa e Ashdod e la privatizzazione di quelli esistenti. Inoltre ha caldeggiando legislazioni per limitare il diritto di sciopero nei servizi essenziali. Bennett, coerentemente con questa visione, sostiene la riduzione delle imposte sulle società e per i redditi più alti al fine di "incentivare gli investimenti" e propone una "dieta dimagrante per il settore pubblico", cioè una contrazione dell'apparato statale in nome dell'efficienza del privato che si traduce in una spinta alla privatizzazione dei servizi, costringendo i cittadini a pagare per ottenere diritti sociali che lo Stato non garantisce più. Nel 2013 Bennett promosse tagli agli assegni familiari mentre in passato ha espresso pieno sostegno al drastico piano di austerity del 2002-2003, varato da Ariel Sharon con Benjamin Netanyahu ministro delle Finanze, che ridusse in modo drammatico le prestazioni sociali e, secondo i dati dell’Adva Center, aumentò in modo significativo i tassi di povertà per oltre un decennio.
L'ammirazione di Bennett per il modello americano si fa ancora più esplicita nel confronto con Donald Trump e Elon Musk. In una recente intervista ha dichiarato di trovare un "comune denominatore" con Trump poiché entrambi provengono da un background imprenditoriale e ha portato nella sua campagna elettorale il sondaggista e consigliere di Trump, Tony Fabrizio. Bennett ha definito "straordinaria e ispiratrice" l'azione del DOGE istituito da Trump per Elon Musk, elogiando il metodo con cui scandagliano il bilancio dello Stato e "tagliano ogni stupidaggine". Come Netanyahu, Bennett ha dichiarato che "dobbiamo farlo anche in Israele". La sua filosofia, che chiama muro di ferro economico, si riassume nell'idea che senza un capitalismo in crescita, trainato dall'hi-tech, lo Stato di Israele non sarebbe in grado di sostenere le spese militari in continua espansione.
Sondando le alternative economiche
Il costo della vita in Israele è da tempo elevato, sia in relazione ai salari interni che rispetto a molti paesi sviluppati. Le misure adottate dai governi negli ultimi due decenni, come riforme per aumentare le importazioni e stimolare la concorrenza, hanno prodotto risultati limitati. Il controllo dei prezzi, nonostante sia spesso oggetto di critiche, andrebbe rivalutato come uno strumento potenzialmente efficace, soprattutto in mercati concentrati e per prodotti di base.
Il dibattito teorico sul tema è dominato da critiche valide principalmente in condizioni di concorrenza perfetta, dove il prezzo riflette il costo marginale di produzione e l'imposizione di un prezzo massimo può generare scarsità, deterioramento della qualità, distorsione dei segnali di mercato e costi di applicazione elevati. In mercati monopolistici, oligopolistici o di concorrenza monopolistica, dove i produttori hanno potere di mercato e i prezzi sono superiori ai costi marginali, il controllo dei prezzi può ridurre i prezzi finali, limitare il potere dei produttori e aumentare il benessere dei consumatori. Per questo motivo l’Arlozorov Forum propone di valutare il controllo in base alla redditività dei produttori e considerando il markup, ovvero il divario tra prezzo al consumo e costo di produzione che segnala la presenza di potere di mercato.
L’Arlozorov Forum introduce tre criteri aggiuntivi per determinare l'applicabilità del controllo dei prezzi. Dal punto di vista del consumatore la priorità va ai prodotti che incidono significativamente sulla spesa delle famiglie, soprattutto quelle a basso reddito, e a quelli salutari che possono incoraggiare abitudini di consumo positive. Sul piano pratico sono preferibili prodotti omogenei, con prezzi trasparenti e costi di produzione stabili, venduti in mercati concentrati e quindi più facili da monitorare. L'analisi storica del controllo dei prezzi in Israele mostra che la sua rimozione è stata seguita da aumenti significativi dei prezzi mentre il suo ripristino ha portato a riduzioni altrettanto rilevanti. Ad esempio, il ritorno al controllo del formaggio bianco nel 2014 ha determinato una riduzione del 21% del prezzo, con un risparmio stimato di 142,5 milioni di shekel all'anno per i consumatori, per la panna il risparmio è stato valutato in circa 61 milioni di shekel all'anno.
Sulla base di questi elementi viene sviluppata una metodologia sistematica per classificare 58 prodotti selezionati dai panieri ufficiali del Ministero dell'Economia e del Ministero della Salute, utilizzando cinque parametri: concentrazione del mercato, margine al dettaglio, incidenza della spesa, profilo salutare e omogeneità del prodotto. L'analisi rivela che oltre il 75% di questi prodotti viene venduto in mercati non competitivi e altamente concentrati. Dopo aver escluso i prodotti dannosi per la salute e quelli in mercati già competitivi, Arlozorov Forum raccomanda di mantenere il controllo sui prodotti attualmente soggetti a regolamentazione e di valutare un'estensione graduale a un numero limitato di nuovi prodotti. Le stime indicano che l'introduzione del controllo su 10 prodotti selezionati potrebbe far risparmiare alle famiglie 1,3 miliardi di shekel all'anno mentre l'estensione a 21 prodotti potrebbe portare il risparmio a 1,8 miliardi di shekel all'anno. La conclusione è che il controllo dei prezzi, se applicato in modo selettivo, basato su dati concreti e mirato ai prodotti giusti, può rappresentare uno strumento efficace e desiderabile per contribuire a ridurre il carovita in Israele, a condizione che venga gestito con attenzione per preservare la fiducia tra governo e produttori e per evitare distorsioni come la scarsità o l'aggiramento del controllo attraverso modifiche marginali dei prodotti.
L'esperienza storica israeliana fornisce prove evidenti dell'efficacia del controllo. L'analisi di alcuni casi (lo yogurt, gvina levana e labneh) mostra come la rimozione del controllo, avvenuta nel 1996 per lo yogurt e nel 1999 per la ricotta gvina levana, abbia portato a un aumento dei prezzi molto più rapido rispetto al labneh che rimase sotto controllo. Tra il 1996 e il 2024 il prezzo dello yogurt è aumentato del 218%, quello della ricotta del 75% mentre il labneh è salito solo del 65%. Il ripristino del controllo sulla ricotta nel 2014 ha determinato una riduzione del prezzo del 21%, generando un risparmio stimato di 1,5 miliardi di shekel per i consumatori in un decennio. In modo simile la panna da montare, rimossa dal controllo nel 2009, ha visto il suo prezzo aumentare di quasi il 30% nei cinque anni successivi. Il suo ripristino nel 2014 ha portato a un calo del 29,5%, con un risparmio annuo stimato di 61 milioni di shekel, pari a oltre mezzo miliardo in dieci anni. Questi risultati sono coerenti con studi precedenti che mostrano come la rimozione del controllo su altri latticini, come il formaggio giallo, abbia causato rincari dal 29% al 41% rispetto a uno scenario di controllo del prezzo. Il caso dei fiocchi di latte è particolarmente istruttivo. Il suo forte aumento di prezzo scatenò una protesta dei consumatori su Facebook nel 2011 che portò a un calo immediato del 24%. L'effetto fu duraturo poiché la minaccia credibile di un ripristino del controllo ha dissuaso le aziende da ulteriori aumenti.
Per selezionare i prodotti su cui applicare il controllo Arlozorov Forum traduce i criteri astratti in indicatori misurabili per 58 prodotti. Il potere di mercato viene misurato attraverso l'indice di concentrazione HHI e si osserva che oltre il 75% dei mercati analizzati presenta un'elevata concentrazione, con un HHI medio di 3123 e un quarto dei prodotti che supera quota 5000, indicativo di una concentrazione estrema. La redditività viene approssimata tramite il margine tra prezzo al consumo e prezzo all'ingrosso. La giustificazione dal lato del consumatore si basa sull'entità della spesa totale per il prodotto, stimata dai dati di vendita, mentre quella sanitaria si basa sulla classificazione dei prodotti secondo la piramide alimentare del Ministero della Salute. La fattibilità pratica è misurata dalla quota di mercato dei tre codici a barre più venduti, che indica l'uniformità del prodotto, e dall'indice HHI stesso. Questi indicatori vengono combinati in un indice ponderato dove la spesa totale ha un peso triplo per enfatizzare l'impatto sul benessere delle famiglie. Dopo aver escluso i prodotti dannosi per la salute, come le bibite gassate, e quelli con mercati non sufficientemente concentrati, come la farina integrale o le uova, la lista si restringe a 42 prodotti.
I prodotti attualmente sotto controllo, come il formaggio giallo, il latte, il labneh, la ricotta, la panna acida, la panna da montare e le uova, vengono valutati e si conferma la loro idoneità al controllo. Per alcuni di essi si suggerisce di rimuovere il controllo poiché la loro similarità con altri prodotti che rimarrebbero controllati potrebbe prevenire aumenti ingiustificati.
Per i prodotti proposti per un nuovo controllo l'analisi identifica dei candidati ideali. Il gas domestico, nonostante non siano disponibili dati di vendita dettagliati come quelli forniti da Storenext per i prodotti alimentari e di consumo, viene incluso a causa della sua indiscutibile rilevanza per le famiglie israeliane, con una spesa annua complessiva stimata in 1,7 miliardi di shekel, una cifra che lo colloca tra i prodotti con il maggiore impatto sul bilancio domestico e che giustifica pienamente l'attenzione regolatoria.
Ciò che rende il caso del gas particolarmente significativo è la presenza di differenze di prezzo drammatiche e ingiustificate tra fornitori e regioni, come documentato sul sito del Ministero dell'Energia e delle Infrastrutture. Esistono scostamenti superiori al 100% nel prezzo al metro cubo e nelle tariffe complessive tra diverse aree geografiche, all'interno della stessa città e tra diversi fornitori. Queste disparità persistono nonostante i numerosi tentativi del ministero negli ultimi anni di promuovere la concorrenza in questo settore. Un controllo dei prezzi che allineasse le tariffe ai livelli più bassi già esistenti sul mercato potrebbe generare un risparmio di centinaia di milioni di shekel all'anno per le famiglie israeliane.
Altri prodotti con un'elevata spesa e mercati altamente concentrati includono i fiocchi di latte, con una spesa annua di 680 milioni di shekel, il formaggio giallo confezionato, con 680 milioni, i pannolini, con 690 milioni e un mercato dominato da poche aziende, la carta igienica, con una spesa di 860 milioni e il latte di soia, dove un'azienda detiene l'88% del mercato. La lista include anche prodotti come i piselli surgelati o il riso integrale, dove il controllo potrebbe renderli più accessibili. Sulla base di questa graduatoria Arlozorov Forum propone di introdurre il controllo sui primi 10 o 21 prodotti della lista.
La stima del risparmio per le famiglie è significativa. Assumendo una riduzione media del 20% del prezzo, il controllo sui primi 10 prodotti, che hanno una spesa annua complessiva di 6,6 miliardi di shekel, potrebbe generare un risparmio di 1,3 miliardi di shekel all'anno, corrispondente a 450 shekel per famiglia. Estendendo il controllo a 21 prodotti, con una spesa totale di 9 miliardi, il risparmio annuo potrebbe raggiungere 1,8 miliardi di shekel, pari a 600 shekel per famiglia. Per contestualizzare, la rimozione dei dazi doganali sul tonno in scatola ha prodotto un risparmio di soli 21,8 milioni di shekel all'anno, pari a 7,5 shekel per famiglia.
Arlozorov Forum esplora brevemente strumenti di policy alternativi o complementari, come l'IVA differenziata, i sussidi diretti, l'acquisto centralizzato da parte del governo e la produzione statale ma sottolinea che il controllo mirato dei prezzi rimane lo strumento centrale della loro analisi. L'IVA differenziata, sebbene possa ridurre il costo dei beni essenziali, è considerata inefficiente e costosa da amministrare e rischia di distorcere il principio di neutralità fiscale. I sussidi diretti, invece, sono spesso criticati perché parte del beneficio potrebbe non arrivare al consumatore finale e finirebbe per avvantaggiare anche le fasce più abbienti. L'acquisto centralizzato da parte del governo, come avviene per i farmaci, potrebbe essere applicato anche a prodotti alimentari essenziali come il latte in polvere per neonati o il pane integrale, sfruttando il potere contrattuale dello Stato per ottenere prezzi più bassi. La produzione statale, infine, è un'opzione più radicale ma potrebbe essere considerata per quei prodotti in cui il controllo diretto del mercato si dimostra complesso.
Simili azioni sono giustificate anche a causa della difficoltà di accesso a un'alimentazione di qualità che si manifesta in modo particolarmente acuto per alcuni beni di prima necessità, come i frutti estivi freschi, il cui acquisto è stato tagliato dal 57,8% degli intervistati in un sondaggio della Histadrut, seguiti da noci e mandorle con il 51,2%, dal pesce con il 47,5% e dall'olio d'oliva con il 41,4%, prodotti che rappresentano pilastri di una dieta mediterranea e bilanciata. Il sondaggio ha esplorato la propensione dei cittadini a sostenere un costo aggiuntivo per privilegiare la salute, rivelando che, mentre l'83% si dichiara disposto a pagare di più per un articolo ritenuto più sano, questa disponibilità è strettamente condizionata dall'entità del differenziale di prezzo. Ben il 69% degli intervistati ha fissato un limite massimo di tolleranza, dichiarandosi pronto a spendere fino al dieci per cento in più ma non oltre, dimostrando che la buona volontà dei consumatori si scontra con i limiti oggettivi posti dalla stretta economica che caratterizza il costo della vita.
Un altro settore interessante da analizzare è quello dell’elettricità. L’Adva Center analizza le conseguenze della privatizzazione del settore, con particolare focus sulla riforma del 2018. Presentata come strumento per aumentare la concorrenza, l'efficienza e ridurre le tariffe per i consumatori si è invece trasformata in un meccanismo che ha trasferito miliardi di shekel dai consumatori a un ristretto gruppo di investitori privati.
Il processo di privatizzazione ha visto un incremento costante della quota di produzione privata, passata dal 16% del 2014 al 59% del 2024. Nel 2024 i soggetti privati detenevano il 73% della capacità installata complessiva delle centrali a gas. La proprietà di queste centrali è estremamente concentrata. Sei principali attori privati controllavano il 90% della capacità privata totale delle centrali a gas.
L'indice dei prezzi dell'elettricità applicato dai produttori privati, che misura la loro redditività al netto del costo del gas e dell'inflazione, ha mostrato una drastica inversione di tendenza. Tra il 2016 e il 2020 si era registrata una lieve flessione ma dal 2021 l'indice è salito rapidamente. Nel 2025 l'indice dei prezzi per i produttori privati era superiore del 67% rispetto al livello del 2020.
Questa impennata dei prezzi è stata resa possibile da due fattori strutturali. Il primo è la riduzione del margine di riserva della capacità di produzione convenzionale, cioè il rapporto tra la capacità di produzione massima e il picco di domanda di elettricità. Questo margine è sceso dal 137% del 2014 al 116% del 2024. La riduzione del margine di riserva ha aumentato il potere contrattuale dei produttori privati che possono imporre prezzi più elevati in assenza di alternative di produzione disponibili.
Il secondo fattore è legato alle dinamiche della produzione da fonti rinnovabili. In Israele la produzione solare raggiunge il picco a mezzogiorno mentre i consumi raggiungono il picco nel tardo pomeriggio e alla sera. Questo squilibrio costringe il gestore della rete ad attivare la produzione convenzionale proprio nelle ore in cui la produzione solare cala, creando finestre temporali in cui i produttori privati possono applicare prezzi particolarmente elevati.
Lo studio ha calcolato il costo aggiuntivo sostenuto dai consumatori a causa della privatizzazione. Questo costo è stato stimato confrontando i prezzi effettivamente praticati dalle centrali privatizzate con il prezzo regolamentato che la società statale Israel Electric Corporation (IEC) avrebbe applicato se le centrali fossero rimaste di sua proprietà. L'analisi si è concentrata su quattro centrali a gas un tempo di proprietà della IEC e successivamente vendute a soggetti privati: Alon Tavor, venduta a Generation Capital e Migdal Shamir nel dicembre 2019, Ramat Hovav, venduta a Keystone e Edeltech nel dicembre 2020, Hagith Mizrach, venduta a Shikun & Binui Energy, Edeltech e Keystone nel giugno 2022 ed Eshkol, venduta a Dalia Energy nel giugno 2024. La capacità complessiva di queste quattro centrali rappresenta il 48% della capacità totale delle centrali a gas private.
Il prezzo medio dell'elettricità applicato dalle centrali privatizzate è stato significativamente più alto del prezzo che la IEC avrebbe applicato in regime regolamentato. Nel 2023 il prezzo medio delle tre centrali già operative (esclusa Eshkol) era di 38 agorot per kWh, contro un prezzo regolamentato per la IEC di 17 agorot per kWh. Il prezzo medio complessivo di tutti i produttori privati convenzionali era di 33 agorot per kWh. Nel 2022 e nel 2024 il prezzo delle centrali privatizzate si è attestato rispettivamente su 36 e 37 agorot per kWh mentre il prezzo regolamentato della IEC è rimasto costante a 17 agorot per kWh.
La ricerca quantifica il costo aggiuntivo totale a carico dei consumatori per effetto della privatizzazione in 1,26 miliardi di shekel nel 2022, 1,50 miliardi di shekel nel 2023 e 1,82 miliardi di shekel nel 2024. Il costo complessivo per il triennio 2022-2024 è stato di 4,58 miliardi di shekel.
Una parte significativa dei ricavi delle centrali privatizzate proviene da meccanismi di garanzia chiamati tariffe integrative che dovrebbero compensare i produttori in situazioni eccezionali ma, in realtà, sono diventati una fonte ordinaria di profitto. Nel periodo 2021-2023 il 36% dei ricavi complessivi di tre centrali privatizzate proveniva da queste tariffe integrative mentre in mercati comparabili, come quello del Nord America, l'incidenza è solo del 3%.
I 4,58 miliardi di shekel di costo aggiuntivo sostenuti dai consumatori tra il 2022 e il 2024 sono paragonabili agli investimenti necessari per lo sviluppo e il potenziamento della rete di trasmissione elettrica, stimati in 17,2 miliardi di shekel per il periodo 2023-2031, pari a una media di 1,9 miliardi di shekel all'anno.
L'impatto di questi rincari è regressivo, colpendo in modo sproporzionato le fasce più deboli della popolazione. Nel 2022 il primo quintile delle famiglie israeliane destinava il 5% del proprio reddito disponibile al pagamento delle bollette elettriche mentre il quinto quintile più ricco vi destinava solo l'1,3%.
L'Autorità per l'Elettricità, l'organismo regolatore del settore, ha avviato procedimenti di consultazione a partire da settembre 2024 riconoscendo che le offerte di prezzo presentate dai produttori privati sono scollegate dai costi di produzione e mirano a massimizzare i profitti attraverso i meccanismi di garanzia. Tuttavia le sue proposte di intervento sono state moderate, anche a causa delle pressioni degli investitori. Ad esempio, la vendita della centrale di Eshkol per 9,2 miliardi di shekel ha creato un precedente che giustifica prezzi elevati per tutte le centrali privatizzate. La banca Hapoalim, che ha finanziato l'acquisto, ha minacciato che alcuni produttori privati sarebbero andati in default in caso di interventi regolatori aggressivi. Di conseguenza le misure regolatorie adottate nel febbraio 2025 sono state più blande rispetto alle proposte iniziali.
La privatizzazione non ha prodotto i benefici promessi in termini di concorrenza e abbassamento dei prezzi e ha creato un sistema che arricchisce un ristretto gruppo di soggetti privati a scapito della collettività. Adva Center propone di bloccare ulteriori privatizzazioni e di riportare la gestione dell'elettricità sotto il controllo pubblico, gestendo la fornitura di elettricità come un diritto fondamentale e un servizio pubblico.
Questi dati vanno legati ai problemi del ceto medio in Israele. Rientrano nella categoria coloro che hanno un reddito familiare compreso tra il 75% e il 200% del reddito mediano. La realtà quotidiana contraddice i parametri statistici visto che una famiglia che rientra in questa fascia di reddito vive in una condizione di scarsità che un tempo caratterizzava i ceti più bassi, specialmente nelle aree periferiche del paese. La questione rileva una disparità geografica marcata. La maggior parte degli abitanti del nord e del sud del paese guadagna meno rispetto ai residenti del centro e, pur pagando meno per l'abitazione, questa apparente convenienza viene vanificata da una serie di costi nascosti e strutturali. Il costo della vita per beni come cibo, salute, istruzione e trasporti è determinato a livello nazionale, senza alcuna riduzione per chi vive lontano dal centro, cosicché una famiglia a Kiryat Shmona spende per la spesa alimentare, per l'assicurazione sanitaria integrativa e per le attività extrascolastiche dei figli esattamente come una famiglia a Ramat Gan ma con un reddito inferiore. A questo si aggiunge il costo implicito della distanza. La carenza di trasporto pubblico efficiente costringe le famiglie periferiche a possedere almeno un'auto, spesso due, con tutte le spese correlate per l'acquisto, la manutenzione, il carburante e l'assicurazione mentre nel centro città è possibile, seppur con difficoltà, vivere senza un veicolo. I dati sul salario, come emerge dal rapporto del Bituach Leumi per la prima metà del 2025, evidenziano differenze geografiche importanti. Le città dell’hi-tech al centro dominano la classifica mentre quelle periferiche restano molto indietro, con un gap che supera il doppio tra un estremo e l'altro. Se a Herzliya, Modiin o Giv'atayim lo stipendio medio lordo si aggira tra i 21.000 e i 22.500 shekel al mese, in città come Tiberiade, Migdal HaEmek, Zfat o Arad si attesta tra i 10.000 e gli 11.600 shekel, ben al di sotto della media nazionale di 14.000-15.000 shekel. Il dato più significativo è che il salario mediano nazionale, quello attorno a cui gravita la maggior parte dei lavoratori, è di soli 10.586 shekel, a dimostrazione che una piccola popolazione con redditi elevati, principalmente nel settore high-tech e finanziario, tira verso l'alto la media, nascondendo la difficile situazione della maggioranza dei lavoratori. Se la definizione di ceto medio si basa sul reddito mediano familiare e non sulla media e se il salario medio nelle città periferiche si attesta tra gli 8.000 e i 15.000 shekel lordi al mese, il salario mediano in queste aree è di conseguenza molto più basso, escludendo di fatto la maggior parte dei loro residenti dal ceto medio. Ma se l'alloggio in periferia è più economico, dove finisce il risparmio? Il costo della vita in Israele è tra i più alti al mondo, con il paese che si classifica costantemente ai primi posti per carovita tra le nazioni sviluppate Ocse e i prezzi di cibo e alloggio sono particolarmente elevati.
Il costo della vita colpisce più duramente chi guadagna di meno poiché lo stesso paniere alimentare e la stessa assicurazione sanitaria integrativa assorbono una fetta più grande del budget familiare di chi vive in periferia, dove il denominatore, il reddito, è molto più basso. Il risultato è la povertà che, negli ultimi anni, non colpisce più solo le famiglie monoparentali o quelle in cui uno o entrambi i coniugi non lavorano ma sempre più anche le famiglie con due percettori di reddito. I dati del Bituach Leumi mostrano che l'incidenza della povertà tra le famiglie con due o più capifamiglia è aumentata costantemente, passando dal 7,2% nel 2020 al 7,6% nel 2021 fino all'8,7% nel 2024, segnalando che un lavoro a tempo pieno per entrambi i coniugi non è più una garanzia per uscire dalla povertà o per appartenere stabilmente al ceto medio, con un rischio di povertà in questo gruppo cresciuto di circa il 14% tra il 2021 e il 2024. Questa tendenza è aggravata dalle scelte di politica economica del governo. Nonostante le promesse elettorali del 2022, incentrate sulla riduzione del costo della vita con il congelamento delle tariffe comunali, dell'elettricità e del carburante, e l'istituzione di asili nido gratuiti dalla nascita fino ai tre anni, la realtà ha preso una direzione opposta. Nel gennaio 2025 il governo ha aumentato l'aliquota IVA dal 17% al 18% e ha congelato gli scaglioni dell'imposta sul reddito e i punti di credito d'imposta, il che da solo ha eroso il salario reale di circa il 3%. Le tasse comunali sono aumentate del 5,27%, il tasso più alto in 17 anni, e le tariffe elettriche sono salite invece di essere congelate. Il programma per l'istruzione gratuita dalla nascita ai tre anni non è diventato un servizio universale e meno di un terzo dei bambini piccoli frequentano strutture regolamentate. La maggior parte di questi aumenti è stata introdotta per finanziare le guerre e, in parte, gli accordi di coalizione ma per una famiglia media ciò si traduce in un esborso mensile aggiuntivo di 800-1.200 shekel nel 2026, misure che colpiscono proprio le famiglie lavoratrici, incluse quelle in periferia poiché l'IVA e il congelamento degli scaglioni fiscali si applicano al reddito in tutto il paese mentre gli asili nido gratuiti promessi, che avrebbero alleviato le spese per l'infanzia, non sono mai stati realizzati. Questo fenomeno è un'espressione locale e acuta di una tendenza nazionale. L’Adva Center mostra che il ceto medio in Israele è tra i più piccoli delle nazioni sviluppate, rappresentando solo il 54,4% delle famiglie rispetto al 62% medio Ocse, con quasi un quarto dei lavoratori a tempo pieno che guadagnano un salario basso, una percentuale tra le più alte tra le nazioni Ocse. Quasi un quarto delle famiglie israeliane si trova sotto la soglia di povertà o nelle sue vicinanze e il salario reale è rimasto indietro rispetto alla crescita del Pil pro capite per molti anni, crescita che tra l'altro si è fermata a causa delle guerre e delle politiche governative. Il ceto medio si è stabilizzato intorno al 53-55% delle famiglie ma in un arco di tre decenni si è ridotto dal 60% negli anni '80 e '90. L’appartenenza al ceto medio in Israele non garantisce più stabilità economica ed è spesso accompagnata da una costante vicinanza alla povertà e da un pesante onere sul bilancio familiare. La percezione di un peggioramento anno dopo anno è confermata dai dati. Se il paniere di consumo generale è aumentato costantemente, con un'inflazione che ha raggiunto il picco del 5,3% nel 2022 e un incremento dei prezzi delle abitazioni del 17,8% nello stesso anno, il salario reale è rimasto quasi invariato, accumulando un ritardo di circa il 18% rispetto alla crescita del Pil pro capite dal 1995. Il paniere di consumo nazionale si apprezza a un tasso che il salario non riesce a tenere mentre la famiglia della periferia subisce questo divario su un reddito di base più basso.
