Il dibattito teorico intorno alla centralità del lavoro nella società contemporanea si articola spesso attorno ad un confronto serrato tra due prospettive radicalmente opposte. La prima, detta post-lavorista, muove da una denuncia dell'etica del lavoro di matrice weberiana e si innesta sulle letture più radicali del pensiero di Marx che promuovono un comunismo dell’abbondanza dove la scarsità è stata abolita. Rivendica la necessità di emanciparsi da un'attività identificata prevalentemente con il lavoro salariato, alienante e strumentale. La seconda prospettiva, quella difesa da chi scrive, difende un'etica del lavoro che riconosce il valore intrinseco, sociale e perfino emancipatorio dell'attività lavorativa, a patto che venga organizzata secondo criteri di giustizia e libertà. Questa contrapposizione investe il cuore stesso delle nostre società, interpellando il modo in cui intendiamo la libertà, la giustizia distributiva e il senso della vita collettiva.
Gli argomenti contro la centralità del lavoro si sviluppano lungo due direttrici principali. La prima, ispirata a Max Weber, vede nell'etica del lavoro un dispositivo ideologico finalizzato a disciplinare le coscienze e a legittimare lo sfruttamento, trasformando un'attività spesso gravosa e ripetitiva in una sorta di vocazione morale. La seconda, che attinge a una lettura sofisticata di Marx, si concentra sui concetti di lavoro astratto e di valore come forma sociale per sostenere che lo studioso tedesco, tradizionalmente considerato il pensatore del lavoro per eccellenza, avrebbe in realtà fornito gli strumenti teorici per dimostrare l'impossibilità di parlare positivamente della centralità del lavoro. Secondo Jean-Philippe Deranty l'opera di Marx è così complessa e stratificata da non permettere una lettura univoca. Alle interpretazioni che lo leggono come un critico radicale del lavoro si contrappongono quelle che, al contrario, individuano nell'emancipazione attraverso e nel lavoro la vera via alla liberazione umana.
La critica post-lavorista, come dicono Keith Breen e Jean-Philippe Deranty in Work and the Work Ethic. A Critique of Postwork Arguments, prende di mira quella che viene definita la società del lavoro, ovvero l'organizzazione sociale tipica delle democrazie capitalistiche moderne dove il lavoro salariato occupa un ruolo centrale nella produzione di ricchezza, nell'integrazione sociale, nella formazione dell'identità individuale, nell'allocazione delle risorse e nella concessione di status e stima sociale.
Secondo questa prospettiva un simile assetto finisce per negare la libertà in modi profondamente pervasivi, costringendo la stragrande maggioranza delle persone a sottoporsi a occupazioni spesso dannose o prive di significato pur di sopravvivere mentre, al contempo, impone forme di dominio che si estendono ben oltre i confini fisici del luogo di lavoro. David Graeber ha descritto il fenomeno dei lavori senza senso, occupazioni prive di un contributo utile alla società che assorbono gran parte del tempo e delle energie potenzialmente utilizzabili per la cura, il gioco, l'amore o il riposo. A questa critica sociale si salda una riflessione più radicale sulla natura stessa dell'attività lavorativa. Per pensatori come Peter Frase il lavoro sarebbe per sua essenza incompatibile con la libertà autentica, proprio in quanto determinato dalla necessità e da fini strumentali, mentre la vera emancipazione comincerebbe solo dove il lavoro finisce. La società del lavoro produce, inoltre, esclusioni ingiuste, marginalizzando chi non può partecipare al lavoro salariato, come le persone con disabilità, i residenti in aree depresse o i caregiver, mentre allo stesso tempo sfrutta e penalizza sistematicamente donne, minoranze etniche e migranti, relegandoli in settori caratterizzati da bassa retribuzione, scarso status sociale e condizioni lavorative precarie. L'etica del lavoro che sorregge questo sistema, nelle sue varie incarnazioni storiche che vanno dall'etica protestante weberiana fino alla più recente etica post-industriale incentrata sull'autenticità e l'autoespressione, viene interpretata come un'ideologia il cui scopo è disciplinare i lavoratori e renderli soggetti docili alle esigenze del capitale. I tentativi di riformare l'etica del lavoro vengono guardati con profondo sospetto poiché sono cooptati dal discorso manageriale contemporaneo, trasformando l'aspirazione a un lavoro più significativo in uno strumento per una maggiore intensificazione del lavoro e in auto-sfruttamento.
Breen e Deranty ribattono a questa posizione muovendo da una constatazione che ne smonta le fondamenta: l'analisi post-lavorista si basa su una concezione del lavoro eccessivamente ristretta, riducendolo pressoché esclusivamente al lavoro salariato nei contesti capitalistici di mercato. Se invece si adotta una definizione più ampia, che considera il lavoro come qualsiasi attività strumentale finalizzata a soddisfare bisogni o desideri altrui e a sostenere i processi fondamentali della vita sociale, diventa immediatamente evidente come il lavoro non possa essere semplicemente eliminato o considerato non centrale. Il lavoro può assumere forme sia retribuite che non retribuite, coinvolgere occupazione, autoimpiego o non impiego ed essere svolto tanto nell'economia formale quanto in quella informale, così come in contesti domestici e non domestici. L'aspirazione post-lavorista a rimuovere il lavoro dalla sua posizione centrale appare sociologicamente implausibile poiché il lavoro è fondamentalmente connesso alla riproduzione sociale stessa e alla soddisfazione dei bisogni, come dimostrano le evidenze storiche ed etnografiche che attestano il ruolo cruciale del lavoro in tutte le società conosciute, siano esse capitaliste o no.
Le tesi sulla fine del lavoro dovuta all'automazione e all'intelligenza artificiale sono giudicate iperboliche o speculative. Inoltre sarebbe eticamente discutibile automatizzare completamente il lavoro di cura, come l'educazione dei bambini o l'assistenza infermieristica, poiché ciò minerebbe profondamente il significato delle nostre relazioni sociali. Anche se alcune forme di lavoro dovessero scomparire, rimarrebbero comunque domande normative fondamentali sulla distribuzione del lavoro, sulla giustizia nelle relazioni lavorative, sulla remunerazione, sui diritti individuali e sulla proprietà dei mezzi di produzione, il che dimostra che il lavoro conserva una rilevanza centrale anche dal punto di vista normativo. Il vero conflitto è solo tra diverse visioni alternative della società del lavoro.
Proprio per questo la difesa di un'etica del lavoro si basa sul riconoscimento dei beni reali che il lavoro può e deve fornire, beni che vanno oltre la mera sussistenza e che sono stati storicamente riconosciuti in contesti diversi, ben prima dell'avvento del capitalismo. Lavorare permette di raggiungere l'eccellenza umana attraverso lo sviluppo di capacità, conoscenze e abilità, consente di dare un contributo sociale e trovare un posto significativo all'interno di una divisione del lavoro complessa sentendosi utili e necessari agli altri, offre l'ottenimento di riconoscimento sociale sia in termini di rispetto che di stima per i propri risultati e, infine, rende possibile l'esperienza di una comunità intesa come fare cose insieme con persone con cui si intrattengono relazioni relativamente libere ed eguali. Questi beni emergono con chiarezza in un'ampia varietà di contesti storici ed etnografici, dalle società di cacciatori-raccoglitori dove la caccia rappresenta l'attività centrale che occupa corpo e mente, alle società antiche dove il biasimo sociale colpiva chi non contribuiva alla riproduzione sociale, fino alle società tribali, come quella dei Trobriandesi, dove i giardinieri competono intensamente tra loro nella coltivazione degli orti e il lavoro agricolo è anche un'attività carica di significato sociale e prestigio, tanto che persino la fatica viene valorizzata. Proprio perché il lavoro riguarda la necessità, qualcosa a cui nessuna società e nessun individuo può completamente sottrarsi, non può che plasmare corpi, menti e relazioni in modo profondo e duraturo, rendendolo uno dei modi fondamentali per realizzare i beni umani.
La maggior parte dei difensori dell'etica del lavoro adotta un approccio pluralista in cui i beni del lavoro vengono coltivati insieme ad altri beni umani come il tempo libero, la vita familiare e la comunità. La richiesta di un lavoro migliore procede assiema alla richiesta di una riduzione dell'orario di lavoro. Storicamente il movimento operaio ha preteso meno tempo di lavoro per ottenere salari più alti e maggiore controllo sulle condizioni lavorative, rendendo il lavoro più prezioso piuttosto che degradarne il significato.
Le implicazioni politiche di questo dibattito sono profonde e riguardano tanto le rivendicazioni avanzate quanto le stesse basi del cambiamento sociale. La prospettiva post-lavorista, concentrandosi principalmente su richieste come la riduzione dell'orario di lavoro, il reddito di base universale e la piena automazione, finisce per trascurare questioni fondamentali come la proprietà dei mezzi di produzione, l'organizzazione del lavoro e il controllo dei luoghi di lavoro. La mancanza di attenzione a tali dimensioni rende il programma politico post-lavorista una fuga dalla realtà.
Il punto è ben spiegato da Ernesto Screpanti nel suo Comunismo libertario. I sostenitori del post-lavoro ritengono che possa esistere il paese di Cuccagna, quel luogo mitico dove regna l'abbondanza e il lavoro è bandito. Per capire i problemi di una simile impostazione occorre concentrarsi esclusivamente sui problemi allocativi, produttivi e distributivi. La prima e più evidente implicazione economica riguarda il rapporto tra forze produttive e scarsità. Uno sviluppo tecnologico tanto potente da rendere la produttività del lavoro enormemente elevata potrebbe, in linea di principio, eliminare l'eccesso di domanda sui beni poiché se le forze produttive crescono all'infinito non dovrebbero permanere situazioni di scarsità. Nel paese di Cuccagna l'abbondanza risolve alla radice ogni problema di inefficienza allocativa. Marx, nel Capitale e in Critica al programma di Gotha, ricorda come anche in una società che ha abolito lo scambio di mercato, quindi i valori di scambio, la determinazione del valore in termini di lavoro incorporato continua a dominare. La regolazione del tempo di lavoro, la distribuzione del lavoro sociale tra i diversi gruppi di produzione e la contabilità a ciò relativa diventano più importanti che mai, il che implica economicamente che anche il comunismo non è un regime di costo nullo o di assenza di scarsità. Esso sarebbe un sistema in cui il lavoro necessario rimane il fondamento della ricchezza e richiede un calcolo razionale e una pianificazione delle risorse umane, esattamente come in qualsiasi economia che deve far fronte a risorse limitate. Da questa tensione deriva un'altra implicazione economica cruciale, quella relativa alla misura del valore e della ricchezza. Nei Grundrisse Marx distingue nettamente tra ricchezza come abbondanza di beni reali e valore come quantità di lavoro incorporato. Quando dice che il tempo di lavoro cessa di essere la misura della ricchezza intende semplicemente che, in un contesto di altissima produttività, esprimere il prodotto netto in termini di lavoro vivo darebbe un risultato paradossale, riducendo a un valore numericamente basso una ricchezza enormemente grande. Ciò non significa che il costo di produzione sia azzerato né che i beni non abbiano un costo in termini di lavoro, bensì che il valore di scambio cessa di essere la misura del valore d'uso perché i beni non sono più merci vendute sul mercato. Economicamente questo implica che l'abolizione del mercato non coincide con l'abolizione della scarsità o del costo. Si tratta solo di un diverso regime di allocazione e contabilità.
L’intera impostazione del post-lavoro ignora che la storia delle lotte del movimento operaio dimostra come la base che ha reso possibile il cambiamento nei luoghi di lavoro è stata la solidarietà generata dalle persone che cooperano nell'attività lavorativa e fanno esperienze comuni. Nel cercare di sminuire la centralità e il significato sociale del lavoro, nel respingere o svalutare tutte le etiche del lavoro e nell'invocare una "vita oltre il lavoro", indeboliscono proprio quella base di solidarietà che è stata storicamente la radice dei movimenti cooperativi e sindacali. Riconoscere la persistente rilevanza politica positiva del lavoro è essenziale per promuovere un cambiamento progressivo che possa realmente trasformare il mondo del lavoro in direzioni più giuste e libere, valorizzando quelle solidarietà che solo la cooperazione nel lavoro può generare in modo così potente.
