Luz y Fuerza: Agustín Tosco e il sindacato come strumento di liberazione

Agustín José Tosco, conosciuto affettuosamente come Gringo, rappresenta una delle figure più complesse e importanti del movimento operaio argentino del XX secolo. Nato il 20 maggio 1930 (sebbene il certificato di nascita rechi la data del 22) nella piccola località di Coronel Moldes, nella provincia di Córdoba, la sua vita si svolse, come si legge nel libro Agustín Tosco. Una trayectoria ejemplar, interamente all'insegna di una coerenza esemplare tra pensiero e azione, tra la militanza sindacale e una profonda riflessione politica e umana. Cresciuto in una famiglia di origine piemontese, la sua infanzia fu segnata dalla povertà e dal duro lavoro, elementi che forgiarono il suo carattere e la sua inestinguibile sete di giustizia. La sua casa, con il pavimento di terra e priva di elettricità, non gli impedì di costruirsi una piccola biblioteca personale, testimonianza di un precoce e irrefrenabile amore per la lettura che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita, anche nei momenti più bui della prigionia. La sua timidezza giovanile si trasformò in una straordinaria capacità oratoria che gli permise di emergere come leader carismatico già durante gli anni della scuola, dove, insieme alla sorella Lucy, divideva il tempo tra lo studio, l'aiuto al padre nell'orto, la gestione del bestiame all'alba e la distribuzione del latte, senza tralasciare la laboriosa preparazione dei salumi. Fu proprio una macchina per tritare carne a causargli la perdita di parte dell'indice della mano sinistra.

Il suo percorso formativo proseguì con l'ingresso alla Escuela Presidente Roca (allora Escuela del Trabajo) di Córdoba. Qui, oltre a studiare per diventare elettricista, la sua personalità da leader si affermò definitivamente. Tosco si fece portavoce delle istanze studentesche, mostrando un precoce spirito critico verso l'autorità costituita. Un episodio emblematico fu la sua protesta contro un atto di vandalismo compiuto da alcuni studenti ai danni di un busto di Sarmiento, occasione in cui tenne il suo primo vero discorso pubblico. Il culmine della sua militanza studentesca si ebbe quando, eletto Presidente del Centro de Estudiantes nell'ultimo anno di corso, pronunciò un discorso alla cerimonia di chiusura dell'anno scolastico in cui attaccò duramente il sistema educativo e l'operato della direzione, rifiutandosi di ricevere il diploma dalle mani del direttore, venendo per questo calorosamente applaudito dai compagni. Le vacanze estive le trascorreva tornando a Coronel Moldes, riprendendo i lavori agricoli e accompagnando un camionista radicale che lo influenzò profondamente a livello ideologico, spingendolo, secondo quanto affermato dalla sorella, a diventare un peronista. Al termine degli studi le difficoltà nel trovare un'occupazione stabile a Córdoba lo costrinsero a passare alcune notti tra la scuola e le panchine del Parque Sarmiento, prima di trovare alloggio nel Barrio Clínicas. Questo periodo, denso di letture eterogenee, di conversazioni con gli amici e di lunghi momenti di sconforto, trovò espressione in una produzione poetica giovanile caratterizzata da un profondo senso di disillusione.


Nel 1949, a diciannove anni, Tosco entrò nella SPEC (poi EPEC), l'azienda elettrica statale, assegnato al Taller Electromecánico, Sección Baterías. Fu l'inizio di una carriera lavorativa da operaio che si sarebbe subito intrecciata con l'attività sindacale. Contemporaneamente riprese gli studi, frequentando i corsi della futura Universidad Tecnológica, ma il servizio militare prima e l'impegno sindacale poi lo portarono ad abbandonare definitivamente gli studi a pochi passi dalla laurea, scegliendo la strada della militanza attiva. Nel 1959 sposò Nélida Bonyuán, sua compaesana, e si stabilì in una casa del Barrio Los Naranjos, costruita con un mutuo del Banco Hipotecario. Dalla loro unione nacquero due figli, Malvina nel 1961 e Héctor nel 1964, per i quali Tosco piantò, con un gesto simbolico di profonda sensibilità, un albero per ciascuno di loro: un alloro per la figlia e una palma per il figlio. Sul piano ideologico Tosco si collocò inizialmente nell'area delle 62 organizaciones sindacali ma la sua riflessione politica maturò rapidamente, portandolo a dichiararsi, negli ultimi anni, marxista-socialista, specificando che i suoi fondamenti teorici erano elaborati a partire dal materialismo dialettico. Nonostante ciò, rifiutò di unirsi ad un partito politico, difendendo con forza la sua posizione di unità delle forze popolari e respingendo ogni tentativo di strumentalizzazione partitica del movimento sindacale, arrivando a proibire persino il canto di inni politici durante le sue mobilitazioni alle quali era accettato unicamento quello del Sindicato de Luz y Fuerza di Córdoba a cui apparteneva. 


La sua concezione del sindacato era radicalmente opposta a quella del cosiddetto sindacalismo participacionista che descriveva come un fenomeno dipendente e reattivo al sistema, preoccupato solo di ottenere aumenti salariali in base a quanto concesso dalle autorità. Gli contrapponeva un sindacalismo di liberazione che considerava la classe operaia come un agente fondamentale nel processo di liberazione nazionale e sociale. Questo sindacalismo, per Tosco, doveva lottare contro i tre grandi responsabili dell'ingiustizia e dell'oppressione in Argentina: l'imperialismo, la dittatura e il participacionismo. Al contempo doveva alzare le tre bandiere della giustizia sociale, della sovranità popolare e della liberazione nazionale. 


L’idea di azione sindacale di Tosco si fondava su una pratica democratica che partiva dalle basi. Le assemblee, gli incontri nei luoghi di lavoro, lo scambio costante di opinioni tra lavoratori e dirigenti. Riteneva che ogni rappresentante di un'organizzazione operaia dovesse guardare più verso le basi che verso i vertici, più al contenuto delle rivendicazioni che alle formalità. Questa visione lo portò a uno scontro aperto con la dirigenza della Federación Argentina de Trabajadores de Luz y Fuerza che l'8 novembre 1968 sospese ingiustamente il sindacato di Córdoba con un pretesto statutario. Tosco interpretò questa sanzione come un atto di ritorsione politica, una punizione per essersi unito alla lotta popolare contro la dittatura di Onganía, e denunciò i responsabili come "apéndices del sindicalismo amarillo y cómplices de la penetración del imperialismo yanqui".


Ana Elisa Arriaga in Agustín Tosco y la proyección de un nuevo modelo sindical: la polemica con Jose Rucci analizza la polemica tra Agustín Tosco e José Ignacio Rucci leggendola come lo scontro tra due concezioni antagoniste del sindacato emerse nel contesto di profonda trasformazione del movimento operaio argentino tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio degli anni ‘70. 


Le due biografie sindacali, dopo un iniziale contatto nel congresso normalizzatore del 1957, divergono radicalmente. Rucci, nato nel 1924 ad Alcorta, formatosi nella UOM sotto la tutela di Hilario Salvo, poi di Augusto Vandor e infine di Lorenzo Miguel, rappresenta il sindacalismo peronista verticista. La sua carriera, segnata da un momentaneo allontanamento dalla UOM per presunti illeciti e dal successivo reintegro come commissario straordinario a San Nicolás, dove si distinse per metodi autoritari e persecutori nei confronti delle opposizioni di sinistra, lo portò a essere eletto segretario generale della CGT nel luglio 1970. La sua concezione sindacale, fondata sul principio peronista della conciliazione di classe, era strutturata verticalmente e vedeva nella CGT il vertice dell'unità organica, sulla quale ricadeva la responsabilità di decidere le linee d'azione, promuovendo mobilitazione o negoziazione a seconda delle convenienze politiche. La sua strategia era inseparabile da un progetto politico che subordinava gli interessi immediati dei lavoratori alla costruzione di una piattaforma negoziale per il ritorno di Perón. Tosco, invece, si formò nella cosiddetta Generazione del '53 che iniziò a mettere in discussione il peronismo ortodosso in un contesto di crisi del modello di sostituzione delle importazioni, avvicinandosi progressivamente al socialismo e alla figura di John William Cooke. Vedeva i sindacati come strumento per la liberazione della classe operaia al di là delle appartenenze partitiche, in una prospettiva sempre più socialista rivoluzionaria. La lotta era la strategia da seguire e la democrazia di base, garantita dalla dinamica assembleare, l'unica fonte di legittimità della dirigenza che doveva rimanere a stretto contatto con la base operaia, rifiutando la professionalizzazione e la burocratizzazione.


Dall'elezione di Rucci alla segreteria generale della CGT Tosco ne contesta immediatamente la rappresentatività, considerandolo il prodotto di un apparato burocratico a favore della conciliazione di classe. Promuove la costituzione di un fronte sindacale alternativo che si concretizza nel Plenario Sindical Nacional dell'ottobre 1970, per coordinare l’opposizione interna alla CGT, e nelle successive mobilitazioni, come gli scioperi generali nazionali del 9 ottobre, 12 e 13 novembre. Questi vengono, però, bruscamente interrotti da Rucci che negozia con il ministro dell'Economia Aldo Ferrer un aumento del 6% e la convocazione delle commissioni paritarie per l'anno successivo. L'episodio diventa per Tosco il primo esempio del tradimento di Rucci.


È a partire dall'arresto di Tosco nell'aprile 1971 e dalla sua successiva reclusione, prima a Devoto e poi a Rawson, che la polemica assume una dimensione politica decisiva. Privato della possibilità di intervenire direttamente sulla scena sindacale, Tosco trasforma la parola scritta, veicolata attraverso lettere, comunicati e annunci a pagamento pubblicati in modo semiclandestino su Eléctrum e ripresi dalla stampa nazionale, nell'unico strumento per mantenere il proprio ruolo di leader e per proiettare il suo modello sindacale nello spazio pubblico. Questi scritti, che hanno come bersaglio principale acute critiche a José Rucci e al Gran Acuerdo Nacional lanciato dal generale Lanusse, costano a Tosco dure ritorsioni, come la sospensione del regime di visite, il confinamento solitario e la minaccia di trasferimento nel penale di Rawson, senza contare le precarie condizioni di salute.


In questa fase ogni mossa di Rucci viene sistematicamente smontata da Tosco. Quando, a metà maggio 1971, Rucci si incontra con il ministro dell'Interno Mor Roig per sollecitare la liberazione dei prigionieri politici, Tosco e Ongaro rispondono con un comunicato durissimo in cui rifiutano qualsiasi gestione da parte del segretario della CGT, accusandolo di tradimento e di voler usurpare la rappresentanza dei lavoratori, equiparandolo al governo golpista. In luglio denunciano le manovre di Rucci in occasione del decreto del ministro del Lavoro San Sebastián che stabiliva una trattenuta salariale a favore del vertice sindacale, accusandolo di aver utilizzato quei fondi per "allegre vacanze all'estero" con la scusa di partecipare a una riunione dell'OIL a Ginevra. In agosto Tosco pubblica su Eléctrum un editoriale dal titolo Rucci e i suoi discepoli in cui, dietro l'apparente attacco al segretario della CGT, si rivolge in realtà ai suoi alleati all'interno del movimento sindacale, cercando di ricomporre le divisioni interne al fronte cordobese, minacciato dalle tensioni tra il peronismo di sinistra di Atilio López e il nascente movimento classista della Fiat. In novembre, in occasione di una nuova intervista di Rucci con Mor Roig, Tosco emette un comunicato in cui respinge la definizione di "perturbazioni" data da Rucci ai conflitti di Córdoba e lo accusa di esibirsi nei palazzi ufficiali per simulare preoccupazione mentre i sindacalisti cordobesi subiscono la repressione. Nello stesso comunicato esorta la CGT a convocare urgentemente un Comitato Centrale Confederale per approvare un piano di mobilitazione e lotta, respingendo il Gran Acuerdo Nacional come una manovra per istituzionalizzare la Rivoluzione Argentina. Tosco insiste che la lotta del popolo, e non il partecipazionismo di Rucci, è l'unica via per ottenere conquiste. Il ruolo della classe operaia è quello di essere l’avanguardia organizzata e combattiva degli altri settori popolari per la liberazione nazionale e sociale.


Un elemento centrale dell'analisi di Arriaga è la funzione strategica che le critiche a Rucci assumono nel discorso di Tosco. Esse non sono mai rivolte esclusivamente a lui in quanto individuo ma hanno una duplice finalità. Rucci incarna il prototipo del modello sindacale che Tosco vuole superare: un leader professionalizzato, separato dalla base e che decide senza consultarla, utilizza metodi autoritari e fraudolenti oltre ad anteporre la conservazione del proprio potere e la strategia peronista agli interessi materiali della classe operaia. Le critiche a Rucci permettono a Tosco di fissare i confini tra avversari e potenziali alleati, di fare appello alla base operaia e di mantenere unito il fronte combattivo cordobese in un momento di crescenti tensioni tra le sue diverse componenti. Rucci diventa così un cavallo di battaglia discorsivo, un nemico comune che consente a Tosco di ribadire i principi del suo modello sindacale e di difendere la sua posizione sugli sviluppi politici che investono Córdoba. 


Questa strategia comunicativa si rivela efficace. Nonostante la detenzione, nel 1972 Tosco viene rieletto alla guida del Sindacato Luz y Fuerza e come segretario aggiunto della CGT di Córdoba. La sua leadership viene riconosciuta sia dagli indipendenti che dal peronismo di sinistra, rispetto al quale viene eletto presidente onorario del congresso nazionale delle sue forze nel gennaio 1972. È solo dopo la liberazione di Tosco, il 25 settembre 1972, che Rucci rompe il silenzio e risponde pubblicamente alle accuse con una lettera aperta pubblicata su La Nación il 28 settembre. Rucci accusa Tosco di voler mettere le forze sindacali al servizio di ideologie estranee al peronismo, di essere in combutta con i comunisti e di voler frantumare l'unità organica del movimento operaio per sostituire la bandiera nazionale con la bandiera rossa. Tosco risponde con un discorso infuocato in cui intima Rucci di non mettere piede nella città di Córdoba, sostenendo che le basi operaie lo "schiacceranno". Questo scambio inaugura il celebre dibattito televisivo del febbraio 1973 in cui i due dirigenti ripercorrono le loro rispettive traiettorie e ripropongono le posizioni già ampiamente anticipate da Tosco durante la prigionia.


In Agustín Tosco. Una trayectoria ejemplar viene ricordato che la sua figura è anche indissolubilmente legata al Cordobazo del 29 e 30 maggio 1969, un'insurrezione popolare che segnò una svolta nella storia argentina. Tosco, insieme ad altri leader sindacali come Elpidio Torres e in collegamento con il movimento studentesco e i preti terzomondisti, fu una delle anime della protesta. Dalla prigione di Devoto, nel 1971, scrisse una lunga lettera ai compagni per commemorare il secondo anniversario di quei giorni gloriosi. In essa descrisse il Cordobazo come un evento storico che aveva visto "toda Córdoba popular" sollevarsi eroicamente contro un regime decadente e regressivo. La protesta, nata per rivendicare la dignità e i diritti dei lavoratori, era stata una risposta ai ripetuti soprusi della dittatura che già aveva mietuto vittime illustri. Tosco ricordò il sacrificio dei caduti, come il giovane Máximo Mena, ma sottolineò che Córdoba aveva vinto, scrivendo una pagina indelebile per la patria e per l'America Latina. Nonostante la repressione, la struttura del potere era stata scossa e, per Tosco, l'esempio del Cordobazo avrebbe continuato a illuminare il futuro della liberazione argentina.


La sua vita fu segnata da un'ininterrotta persecuzione politica. Fu arrestato sette volte, con periodi di detenzione che si protrassero per diversi mesi, come nel 1969 nel Penale di Rawson e nel 1971 a Villa Devoto. In ogni circostanza trasformò la prigione in un luogo di riflessione e di resistenza, scrivendo lettere e rilasciando interviste in cui spiegava le ragioni della sua lotta. In una di queste elencò le motivazioni profonde della sua prigionia: non essersi mai seduto a "scaldare le poltrone" degli uffici sindacali ma aver marciato in prima fila con i lavoratori, non essersi mai fatto mediatore tra padroni e operai ma aver sempre assunto la sua parte operaia senza compromessi, aver sempre vissuto del suo lavoro o della solidarietà dei compagni, rifiutando il sindacalismo professionale e, infine, per aver proclamato, lavorato e lottato per cambiare il paese. 


La prigione era una testimonianza concreta della sua fede nei propri ideali. In un'intervista rilasciata dal carcere nel dicembre del 1971 spiegò come il suo equilibrio interiore dipendesse dalle profonde convinzioni e dalla giustizia della causa. Per Tosco le vittorie più importanti e preziose sono quelle che si ottengono sulle proprie debolezze.


Il suo pensiero politico si estendeva a una profonda analisi della realtà nazionale e internazionale. Distingueva tra i peronisti e gli antiperonisti, ritenendo che questa divisione fosse un retaggio delle classi reazionarie e che il vero spartiacque passasse tra sfruttati e sfruttatori, tra coloro che lottano per la patria e coloro che si vendono all'imperialismo. Rispettava le appartenenze partitiche ma con una chiara priorità: l'unità d'azione tra le ali progressiste del peronismo, del radicalismo e della sinistra, al fine di costruire una forza significativa. Nel delineare il suo socialismo, lo descrisse come un progetto eterogeneo, con radici peroniste, marxiste e cristiane (maturate grazie al Movimiento de Sacerdotes para el Tercer Mundo), sempre declinato nella specificità della storia argentina. Sulla questione del ruolo politico dei sindacati Tosco non aveva dubbi. La classe operaia è un agente fondamentale della politica e i sindacati devono portare avanti una politica generale, non partitica, ma essenzialmente politica perché la lotta per la liberazione nazionale è politica.


Parallelamente all'azione sindacale Tosco si distinse per il riconoscimento del ruolo della donna nella società e nella lotta. In un discorso del 1971 celebrò le compagne che avevano condiviso le tribune sindacali e le lotte operaie, vedendo in loro l'eco più risonante di tutte le ingiustizie e la speranza di una nuova era sociale. Il suo ringraziamento era un riconoscimento della presenza massiccia e coraggiosa delle donne che contribuivano a far sentire che si stava vivendo un nuovo momento storico, dove uomini e donne si sentivano fratelli nella lotta per una società più giusta. Interrogato sulla figura di Eva Perón, non esitò a definirla, tra le tante donne che hanno lottato per i diritti del popolo, "quella che ha il posto più importante nella storia". Tosco vedeva il sindacalismo come uno strumento di unità che doveva integrarsi con altri settori popolari, come gli studenti e i movimenti religiosi progressisti, per realizzare un profondo cambiamento delle strutture sociali, ritenute l'unica via per una piena e autentica affermazione dei diritti umani. L'imperialismo, la complicità delle élite locali e la dipendenza economica erano i nemici da sconfiggere. La capacità di autodeterminazione politica ed economica era il processo fondamentale della lotta di liberazione.


Oltre all'attività politica e sindacale, la biografia di Tosco rivela un uomo di profonda sensibilità e integrità morale. Il compagno Oscar Álvarez, che lo conobbe da vicino, rimase colpito dalla sua tolleranza e pazienza nel rapporto con i lavoratori, anche quando questi facevano domande ingenue o inopportune. Sotto la sua guida il sindacato costruì la sede di Deán Funes 672, concepita come un centro di attività culturali per tutta la comunità, e fondò il settimanale Eléctrum, strumento di diffusione del pensiero politico e della lotta sindacale. Nonostante la sua schiettezza, Tosco non era un uomo dogmatico o settario. Al contrario, la sua vita e il suo pensiero sono un monumento alla ricerca dell'unità e al rifiuto del settarismo, come dimostra il suo appello a "non fare della sua dottrina un catechismo chiuso e inconfutabile" ma uno strumento per generare il dibattito e la discussione. L'ultimo periodo della sua vita fu segnato dalla clandestinità e dal peggioramento della sua salute, tormentato da forti mal di testa e da un crescente senso di instabilità fisica, aggravato dalla condanna a morte emessa dalla Triple A (Alianza Anticomunista Argentina). Aveva spesso predetto che non avrebbe superato i quarantaquattro anni di vita. Il cinque novembre del 1975 Agustín Tosco morì. La sua eredità più preziosa rimane quella di un invito a considerare la storia come un filo impossibile da spezzare e a trovare le risposte alle sfide del presente nel solco della sua instancabile ricerca di unità e giustizia.