Cronache economiche da Israele #16

Contesto macroeconomico 

In uno dei suoi ultimi studi Adva Center si interroga sulla reale evoluzione della disuguaglianza in Israele, concentrandosi sull'effetto della correzione dei redditi da capitale nelle rilevazioni statistiche. L'analisi parte da una premessa fondamentale: i tradizionali sondaggi sulle famiglie, come quelli dell'Ufficio centrale di statistica israeliano (CBS), sottostimano sistematicamente i redditi da capitale, specialmente quelli delle fasce più ricche della popolazione. Ciò è dovuto a una combinazione di fattori come la difficoltà di campionare in modo rappresentativo le famiglie ad altissimo reddito, la loro minore propensione a rispondere ai sondaggi e la mancata inclusione di alcune voci di reddito come i dividendi, gli interessi, gli affitti e, soprattutto, le plusvalenze realizzate dalla vendita di attività finanziarie o immobiliari. La letteratura internazionale conferma che questo fenomeno è comune a molti paesi, sebbene con intensità variabile.


A differenza dei sondaggi, i dati amministrativi dell'Agenzia delle Entrate israeliana offrono una copertura molto più ampia e accurata dei redditi da capitale. Un recente rapporto di questa agenzia ha rivelato uno scarto impressionante infatti, nel 2022, il totale dei redditi da capitale dichiarati risultava superiore di ben 100 miliardi di shekel rispetto a quanto riportato nei dati CBS. Per fare un esempio concreto, il reddito da capitale medio mensile per individuo nel decile più ricco, secondo l'Agenzia delle Entrate, era di circa 24.000 shekel, mentre lo stesso dato, ma per famiglia (non per individuo) e sempre nel decile più alto, secondo CBS era di soli 5200 shekel. Questa discrepanza, anche considerando la diversa unità di analisi, suggerisce una forte sottostima nei dati dei sondaggi.


Proprio per valutare l'impatto di questa sottostima sulle misure di disuguaglianza, Adva Center presenta una simulazione. L'obiettivo è aggiustare i dati CBS per gli anni 2015-2021, utilizzando le stime più ampie dell'Agenzia delle Entrate. Per ogni anno è stato calcolato un coefficiente di correzione uniforme, pari al rapporto tra il totale dei redditi da capitale secondo l'Agenzia delle Entrate e il totale secondo CBS. Questo coefficiente è stato poi applicato al reddito da capitale di ogni singola famiglia nel sondaggio, moltiplicandolo per lo stesso fattore. Di conseguenza le famiglie che già dichiaravano redditi da capitale più elevati (tipicamente quelle nei decili superiori) hanno ricevuto un incremento assoluto maggiore mentre quelle nei decili inferiori, che ne dichiarano poco o nulla, hanno subito variazioni minime.


L'analisi dei risultati è inequivocabile. Nel 2021 il reddito medio lordo pro-capite standardizzato del decile più ricco è aumentato del 36% dopo la correzione, passando da 22.347 a 30.291 shekel al mese. Nei decili intermedi, come il settimo e l'ottavo, si sono registrati incrementi minori mentre quelli inferiori sono rimasti pressoché invariati. Questo effetto si riflette drammaticamente sugli indicatori di disuguaglianza. Il rapporto tra il reddito del decile più ricco e quello del decile più povero (90/10) è salito da 13,7 a 18,2 mentre il rapporto tra il decile superiore e la mediana (90/50) è cresciuto del 29%, passando da 4,1 a 5,3. Al contrario, il rapporto tra la mediana e il decile più povero (50/10) è rimasto sostanzialmente stabile. Questi dati dimostrano che l'effetto della correzione si concentra interamente nella parte alta della distribuzione, allargando il divario tra i ricchi e il resto della popolazione.


La conseguenza più significativa riguarda l'andamento temporale della disuguaglianza. Secondo i dati originali CBS l'indice di Gini per il reddito lordo pro-capite standardizzato mostrava una lieve diminuzione tra il 2015 e il 2021, scendendo da 0,406 a 0,400. Tuttavia, dopo aver applicato la correzione per i redditi da capitale, il quadro si capovolge completamente. L'indice di Gini corretto non solo è più alto in ogni singolo anno ma mostra anche una chiara tendenza all'aumento, passando da 0,431 nel 2015 a 0,444 nel 2021, con un incremento del 3,1%. In pratica la disuguaglianza, che sembrava in lieve calo, risulta invece in crescita se si tiene conto correttamente dei redditi da capitale.


Nel mese di maggio il salario medio in Israele ha raggiunto i 14.263 shekel, registrando un incremento del 6,6% rispetto allo stesso mese dell'anno precedente. Al netto dell'aumento dell'indice dei prezzi al consumo, il salario medio reale è cresciuto del 4,6%, segnale di un miglioramento del potere d'acquisto dei lavoratori. Parallelamente il numero di posti di lavoro dipendenti è salito a 4,168 milioni, con un aumento del 2,5% rispetto ad aprile e dello 0,5% su base annua, indicando una lieve espansione del mercato del lavoro. Un'analisi più approfondita rivela una marcata disparità settoriale poiché ben il 66,95% dei dipendenti lavora in settori in cui il salario medio è inferiore alla media generale, evidenziando una struttura occupazionale fortemente polarizzata. Tra i settori a basso reddito, l'istruzione impiega 645.300 lavoratori con un salario medio di 10.091 shekel, i servizi sanitari, di welfare e assistenza sociale contano 633.300 addetti con 9.815 shekel, il commercio all'ingrosso e al dettaglio e la riparazione di veicoli a motore danno lavoro a 507.700 persone con 11.432 shekel, i servizi amministrativi e di supporto impiegano 268.300 lavoratori a 8.850 shekel, i servizi di alloggio e ristorazione coinvolgono 248.900 dipendenti con soli 6.652 shekel, l'edilizia occupa 219.800 lavoratori a 13.705 shekel, gli altri servizi contano 145.800 addetti a 7.230 shekel, l'arte, l'intrattenimento e il tempo libero impiegano 77.300 persone a 8.378 shekel mentre l'agricoltura, la silvicoltura e la pesca danno lavoro a 44.200 lavoratori con 10.187 shekel. Al contrario, i settori ad alto reddito mostrano salari notevolmente superiori alla media. L'industria impiega 350.900 lavoratori con 21.743 shekel, i servizi professionali, scientifici e tecnici contano 269.200 addetti a 21.131 shekel, l'informazione e la comunicazione danno lavoro a 256.000 persone con un salario medio di 32.767 shekel, l'amministrazione pubblica, locale, la difesa e la previdenza sociale occupano 160.600 lavoratori a 20.208 shekel, i servizi di trasporto, magazzinaggio, posta e corriere impiegano 151.600 persone a 14.772 shekel, i servizi finanziari e assicurativi contano 114.600 addetti con 26.123 shekel, le attività immobiliari danno lavoro a 34.700 persone con 16.114 shekel e la fornitura di elettricità, acqua, servizi fognari, depurazione e gestione dei rifiuti impiega 34.700 lavoratori con 23.828 shekel. Un caso particolarmente significativo è quello dell'hi-tech, dove il salario medio mensile per un posto di lavoro dipendente ha raggiunto i 35.760 shekel, con un balzo del 13,7% rispetto a maggio dell'anno precedente, a fronte di un numero di posti di lavoro quasi stagnante, pari a 397.100, con un incremento dello 0,2% rispetto ad aprile e sostanzialmente invariato su base annua, rappresentando il 9,5% del totale dei posti di lavoro dipendenti nell'economia, in leggero calo rispetto al 9,7% di aprile 2026, il che suggerisce che la crescita dei salari in questo settore non è accompagnata da una corrispondente espansione occupazionale.


Negli anni compresi tra il 2023 e il 2025 l'economia israeliana ha offerto un quadro estremamente composito e in parte controintuitivo, dove i dati macroeconomici aggregati raccontano solo una parte della storia, mentre lo spaccato settoriale rivela disparità profonde e squilibri strutturali. Il biennio 2023-2024 è stato caratterizzato da una crescita quasi nulla, con un Pil pro capite addirittura negativo a causa della turbolenza legata alla riforma giudiziaria e poi, in misura preponderante, dello scoppio della guerra. Il 2025 ha sorpreso con un'accelerazione significativa tanto che nel complesso del triennio si è registrata una crescita nominale complessiva positiva. Tuttavia, se si osserva il dato pro capite su questo stesso arco temporale, ci si avvicina pericolosamente allo zero, segno che l'aumento della produzione non ha tenuto il passo con l'incremento demografico. A rendere la fotografia ancora più sfumata è la natura stessa di questa crescita che non è stata trainata da un'espansione generalizzata dell'intero sistema produttivo ma da pochi motori specifici. In primo luogo c’è lo strapotere della spesa pubblica legata al conflitto che ha gonfiato il Pil senza corrispondere a un reale rafforzamento della base produttiva. Secondariamente, la pronta e vigorosa ripresa del settore hi-tech, alimentata a sua volta da un fenomeno globale senza precedenti, ovvero l'ondata di investimenti mondiali nell'intelligenza artificiale, che ha favorito in modo particolare un ristretto numero di aziende israeliane operanti nei campi dei chip e della cybersecurity. Un contributo decisivo a questa spinta è venuto da Nvidia Israel, la cui sola attività ha inciso per circa l'1,3% sulla crescita del 2025, arrivando a rappresentare secondo alcune stime quasi il 45% dell'intero aumento del Pil di quell'anno, mentre un altro pilastro è stato rappresentato dal boom dell'industria della difesa, alimentato dalla corsa agli armamenti in Europa a causa della guerra in Ucraina e dal successivo riarmo delle forze israeliane per i conflitti locali. Parallelamente, però, vaste porzioni dell'economia, come l'edilizia, l'industria tradizionale, il commercio e le piccole imprese, hanno continuato a lottare contro una domanda debole, una cronica carenza di manodopera, costi di finanziamento elevati e un'incertezza legata alla sicurezza che ha portato al collasso di numerose attività nella zona del confine settentrionale mentre nel resto del Paese la maggior parte degli imprenditori è rimasta in una fase di stanca stagnazione. Se si guarda al dettaglio dei singoli anni, il 2023 aveva già mostrato un'anemia di fondo con una crescita dell'1,8% che di fatto equivaleva a uno zero pro capite e il 2024 è stato ancora più debole con un +1% che si traduce in una contrazione della ricchezza individuale, segnando uno dei rari momenti nella storia israeliana in cui il tenore di vita è sceso. È solo nel 2025 che si è registrato un balzo al 2,9% ma anche in questo caso l'impennata non è frutto di una ripresa omogenea. La spesa pubblica è schizzata del 13% in termini reali, un tasso record tra i paesi Ocse, trainata da spese militare e assistenza agli sfollati, mentre gli investimenti privati sono crollati del 9,8%. Già prima del 7 ottobre, peraltro, l'economia aveva imboccato una fase di rallentamento prolungato a causa dei rialzi dei tassi di interesse, del calo degli investimenti globali nel tech e dell'incertezza generata dalla controversa riforma giudiziaria, tanto che la Banca d'Israele, l'Ocse, il FMI e le agenzie di rating avevano ripetutamente messo in guardia sui rischi di una riduzione degli investimenti esteri e di un aumento del premio al rischio. Con lo scoppio della guerra la contrazione dei consumi privati e delle esportazioni è stata compensata solo dall'enorme espansione della spesa pubblica ma si tratta di una crescita che, pur contribuendo al Pil, non aumenta la produttività né la capacità produttiva futura perché basata su munizioni, giorni di riserva, sfollamenti e alloggi temporanei. Nel 2024 il quadro è ulteriormente peggiorato con centinaia di migliaia di riservisti mobilitati, centri commerciali deserti al nord, un collasso del turismo e un'edilizia in ginocchio per la mancanza di manodopera. La ripresa è arrivata solo nella seconda metà dell'anno spinta dall'onda lunga dell'IA che ha riportato gli investitori nelle aziende israeliane di chip e cyber ma ancora una volta senza coinvolgere il resto del tessuto imprenditoriale. Il 2025, quindi, se da lontano sembra un ritorno alla normalità, da vicino rivela una dipendenza pericolosa da pochi attori. Le gigantesche acquisizioni, come quelle di Wiz, CyberArk e Artemis, hanno iniettato liquidità e gettito fiscale ma non sono conteggiate direttamente nel Pil mentre il settore dei chip, trainato da Nvidia, ha generato un'impennata delle esportazioni di servizi R&S e delle entrate fiscali, con stime che attribuiscono a questa sola azienda un contributo di almeno 1,5 miliardi di dollari alle casse dello Stato. Ciò che emerge con chiarezza è che la crescita del 2025 riflette in larga misura fenomeni globali piuttosto che una politica economica interna efficace o un miglioramento diffuso del tessuto produttivo mentre il governo ha aumentato la spesa pubblica e il deficit destinando risorse insufficienti a infrastrutture, formazione professionale e produttività, trascurando i fattori che potrebbero garantire uno sviluppo sostenibile nel lungo periodo. Quindi, sebbene Israele sia tornato a crescere, la qualità e la composizione di questa espansione contano almeno quanto il tasso di crescita stesso perché il motore dell'economia appare oggi affidato a pochi settori d'eccellenza mentre il resto del sistema produttivo arranca, gravato dalle conseguenze della guerra, da un deficit elevato e da scelte di bilancio che non favoriscono l'innovazione diffusa, lasciando presagire che il divario tra i pochi vincenti e i molti perdenti potrebbe continuare ad ampliarsi anche negli anni a venire.


Una conferma di queste analisi viene dal rallentamento del mercato immobiliare residenziale. I costruttori detengono un invenduto di circa 83mila unità abitative e, secondo i dati CBS, nel periodo marzo-maggio 2026 sono state vendute 21.390 abitazioni, con un calo del 5,7% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente e una flessione del 10,6% rispetto ai tre mesi precedenti, da dicembre 2025 a febbraio 2026. L'indice TA Costruzioni, che raccoglie principalmente le società di sviluppo residenziale, ha risposto di conseguenza scendendo del 6% negli ultimi dodici mesi. Nello stesso arco temporale l'indice TA 125 è salito del 33%, evidenziando una netta divergenza di performance tra il comparto edilizio e il mercato azionario generale. Un alto funzionario del mercato finanziario osserva a The Marker che gli operatori non prevedono un cambiamento di tendenza nei prossimi mesi poiché il tasso d'interesse è già sceso nell'ultimo anno, alimentando l'aspettativa che il trend attuale persista. Anche qualora alcuni investitori possano ritenere attraenti i prezzi attuali dei titoli, si comportano in modo simile agli acquirenti di case restando in attesa di un'inversione di tendenza e preferendo acquistare solo quando i prezzi sono già in salita, per non rischiare di anticipare il movimento. Nonostante questa tendenza generale, esistono differenze sostanziali tra le performance dei singoli titoli all'interno dell'indice. Le società concentrate nel settore delle infrastrutture, come Rimon e il Gruppo Oron, hanno registrato forti rialzi, trainati dalle aspettative di un'ondata di appalti infrastrutturali nei prossimi anni in Israele, mentre anche le aziende attive in Europa nel settore residenziale, come Haggai Europe o Luzon Ronson, hanno beneficiato di incrementi significativi nell'ultimo anno. Shikun & Binui, la maggiore società dell'indice con una capitalizzazione di 10 miliardi di shekel, è salita del 10% grazie al suo portafoglio diversificato che include sia lo sviluppo residenziale che le infrastrutture, oltre a iniziative per valorizzare il business come la vendita dell'attività energetica e la trasformazione della propria divisione affitti in un fondo REIT quotato per beneficiare di agevolazioni fiscali. Le società di sviluppo residenziale attive esclusivamente in Israele, come i due giganti Deneri, con una capitalizzazione di 8,5 miliardi di shekel, e Israel Canada, valutata 5,7 miliardi, hanno comunque sovraperformato l'indice pur senza registrare rialzi a doppia cifra. Deneri è scesa del 2,2% ma mantiene un rapporto debito netto/patrimonio non elevato, pari al 57%, mentre Israel Canada è salita dell'1%, anche grazie all'annuncio della fusione con il gruppo Akro nell'ultimo anno. Entrambe hanno retto relativamente bene il rallentamento delle vendite, riportando addirittura un aumento degli appartamenti venduti nel primo trimestre del 2026 nonostante il conflitto con l'Iran. Tra le società che hanno invece subito flessioni superiori al 30% nei dodici mesi figurano Aura, Azorim, Tzilo Blue, Levinsky Ofer, Wey Box, Av Gad, Netanel Group e Tzarfati. Aura, con una capitalizzazione di 4,6 miliardi di shekel e considerata uno dei maggiori operatori nel settore del rinnovamento urbano, ha risentito del rallentamento che spinge le imprese a lanciare campagne promozionali e ha persino venduto appartamenti a un fondo REIT per locazione ma va ricordato che, nonostante le recenti perdite, in cinque anni il titolo è salito del 440% grazie alla domanda in aree ad alta richiesta. Azorim, valutata 3,4 miliardi di shekel, è nota per le sue promozioni finanziarie come i prestiti costruttore e i piani 20/80, ma il rallentamento delle vendite si fa sentire soprattutto tra coloro che cercano di migliorare la propria abitazione. Molti di loro avevano acquistato anni fa con piani 20/80, differendo l'80% del pagamento alla fase finale del progetto, e ora faticano a vendere la loro vecchia casa sul mercato dell'usato al prezzo sperato per finanziare l'acquisto della nuova. L'elevata esposizione di Azorim a tali schemi finanziari, dice The Marker, scoraggia gli investitori. 


Lavoro e vertenze in Israele


Dentro le turbolenze del settore hi-tech isrealiano, dove per esempio Monday ha annunciato di voler tagliare il 20% della propria forza lavoro globale, con effetti anche in Israele, unendosi a realtà come Wix, Artlist, Elementor, Hilo e Mobait, spicca positivamente il caso Sap Israel grazie alla presenza di Histadrut. I lavoratori si sono sindacalizzati nel 2014, dopo che la direzione aveva deciso unilateralmente di chiudere il sito di Karmiel. Da allora sono stati firmati tre accordi collettivi che hanno posto l'accento sulla sicurezza occupazionale e sull'equità, garantendo ai dipendenti una voce nei processi di cambiamento organizzativo che li riguardano direttamente. All'inizio di quest'anno la direzione di SAP ha chiesto di avviare un processo di efficientamento. Il comitato dei lavoratori si è seduto al tavolo per discutere come farlo nel modo migliore ma la direzione ha compiuto una mossa rarissima dichiarando unilateralmente la cancellazione di tutti gli accordi collettivi in azienda. Questa posizione si è scontrata con un muro legale poiché il commissario per i rapporti di lavoro ha chiarito che la richiesta di annullamento era stata fatta in modo illegittimo e in violazione delle stesse disposizioni degli accordi ma, soprattutto, la direzione ha incontrato una determinazione inaspettata da parte dei lavoratori che hanno intrapreso azioni organizzative, manifestato davanti alla casa dell'amministratore delegato e ricordato che sono loro i veri artefici del successo e dei profitti aziendali accumulati negli anni. Il messaggio è stato chiaro: i dipendenti sono il patrimonio più prezioso e i licenziamenti di persone che possiedono conoscenze essenziali e nelle quali sono stati investiti ingenti risorse dovrebbero essere l'ultima opzione da perseguire per un’impresa. 


I lavoratori hanno ottenuto una vittoria schiacciante con la firma di un nuovo accordo collettivo che conferma tutti quelli precedenti, valido per i prossimi tre anni e applicabile a tutti gli 800 dipendenti di SAP Israel. Il nuovo accordo consente alla direzione di realizzare l'efficientamento necessario ma la obbliga a farlo in modo intelligente, limitando il numero di lavoratori che possono essere licenziati e stabilendo che qualsiasi processo di questo tipo debba iniziare con l'offerta di piani di pensionamento volontario a condizioni favorevoli e, solo successivamente, se non ci saranno abbastanza candidati, si potrà procedere ai licenziamenti, anch'essi con condizioni generose. L'accordo preserva l'intero complesso dei diritti e dei risultati già acquisiti, tra cui meccanismi di incremento salariale, assicurazioni sanitarie e dentistiche a carico del datore di lavoro, clausole che regolano la sicurezza occupazionale in caso di licenziamento e un aumento del 4,5% del budget per il benessere dei dipendenti mentre, per quanto riguarda il futuro, ogni lavoratore che lascia l'azienda volontariamente o viene licenziato nell'ambito dei processi di efficientamento avrà diritto a un pacchetto di uscita molto generoso che include un'indennità speciale fino a 33 stipendi più bonus, indennità aggiuntive in base all'età e al numero di figli e tre mesi di preavviso. Inoltre sono state modificate diverse procedure organizzative in materia disciplinare, acquisti, sistemi informativi, infrastrutture e processi di miglioramento delle prestazioni per allinearle alle policy globali dell'azienda ed è stato regolato il lavoro da remoto, permettendo ai dipendenti di lavorare due giorni a settimana da casa. 


Il comitato dei lavoratori di Mip, ha recentemente comunicato la sospensione del lavoro da remoto presso le filiali del gruppo First International Bank of Israel, il blocco delle operazioni sul sistema di gestione dei progetti e il divieto di scambiare messaggi nei gruppi di lavoro al di fuori dell’orario d’ufficio. La decisione è stata annunciata nel corso di un’assemblea dei dipendenti durante la quale il sindacato ha avvertito che potrebbe valutare un ulteriore inasprimento delle proteste, in reazione alla scelta della direzione di avviare la ricollocazione del personale nelle sedi fisiche, abbandonando così la modalità di lavoro agile che era in vigore. Le tensioni non sono nuove. Le prime misure organizzative erano già state attivate circa due settimane fa, quando il comitato aveva denunciato che le trattative per un nuovo contratto collettivo erano giunte a un punto morto. Al centro del conflitto vi è proprio la richiesta aziendale di modificare le regole del lavoro a distanza, ampliando la presenza obbligatoria in ufficio, nonostante il sindacato sostenga di aver proposto, nel corso della negoziazione, diverse alternative che sarebbero state tutte respinte. A complicare il quadro, secondo i rappresentanti dei lavoratori, vi è una disparità di trattamento: mentre per i dipendenti di Mip si vorrebbe ridurre lo smart working, i colleghi esterni e quelli impegnati in progetti specifici continuerebbero invece a beneficiare di due giorni settimanali di lavoro da casa. 


Arlozorov Forum, in un suo position paper, affronta tutte queste crisi del settore hi-tech israeliano interpretandole come una trasformazione strutturale del mercato del lavoro che richiede interventi mirati sul capitale umano. La proposta sostiene la necessità di istituire un meccanismo settoriale congiunto per la formazione, la riqualificazione e il reinserimento dei lavoratori sulla base di modelli internazionali consolidati.


La crisi descritta è di portata globale e riconducibile a due ordini di fattori convergenti. In primis il rialzo dei tassi d'interesse e l'incertezza geopolitica hanno ridotto la disponibilità di capitale di rischio, costringendo le aziende tecnologiche a contenere i costi e a privilegiare la redditività immediata. In secondo luogo l'avvento dell'intelligenza artificiale sta determinando un cambiamento profondo nella composizione delle mansioni, con una contrazione dei ruoli amministrativi e di supporto a favore degli investimenti in infrastrutture IA. A titolo esemplificativo viene citato il caso di Microsoft che nel 2025 ha annunciato un taglio del 4% della forza lavoro (9000 dipendenti) per riorientare le risorse verso l'IA, confermando una tendenza osservata a livello globale.


I dati quantitativi offrono un quadro preciso dell'entità del fenomeno. Nel 2025, a livello mondiale, si sono persi circa 245.000 posti nel hi-tech, con un'accelerazione nei primi mesi del 2026 che ha portato il totale a oltre 185.000 licenziamenti, a un ritmo superiore a 1000 al giorno. L'IA è indicata come la causa principale in una quota crescente di questi tagli, con un incremento rispetto all'anno precedente. Per Israele la situazione è altrettanto critica. La percentuale di dipendenti di società hi-tech private occupati fisicamente nel Paese è scesa dal 69% del 2019 al 62% all'inizio del 2026, a testimonianza di una delocalizzazione delle posizioni verso hub esteri. Parallelamente il numero di lavoratori israeliani nella ricerca e sviluppo si è contratto di circa 3500 unità rispetto ai picchi precedenti. L'impatto più preoccupante riguarda i giovani. Nel 2024 solo 360 junior sono stati assorbiti nel settore, a fronte di 6500 laureati annuali, evidenziando uno scollamento significativo tra formazione accademica e domanda di competenze. I dati del Servizio per l'Impiego confermano questa tendenza, mostrando un incremento del 226% nel numero di cercatori di lavoro nel settore hi-tech rispetto al 2022, contro un aumento generale del 110%.


Per affrontare questa sfida il centro studi di Histadrut propone di ispirarsi a modelli di intervento già sperimentati in altri Paesi, ponendo al centro le parti sociali. L'Ocse e l'Organizzazione Internazionale del Lavoro raccomandano, infatti, che i programmi di formazione e riqualificazione siano progettati con il coinvolgimento diretto di sindacati e associazioni datoriali al fine di garantire maggiore aderenza alle esigenze reali del mercato e tassi di partecipazione più elevati. 


Il sindacato dei assistenti sociali, affiliato ad Histadrut, ha indetto uno stato di conflitto di lavoro nel settore degli enti locali, una decisione che coinvolge direttamente circa 7400 assistenti sociali e che arriva all'indomani delle pesanti ripercussioni determinate dall'applicazione della legge sui servizi sociali per le persone con disabilità, sia sulle loro condizioni lavorative che sulla concreta capacità di offrire un servizio professionale e di qualità alla cittadinanza. La normativa, entrata in vigore nel 2024, ha ampliato in modo significativo i diritti delle persone con disabilità a condurre una vita indipendente nella comunità ma ha contestualmente caricato gli assistenti sociali di una lunga serie di nuovi compiti, tra cui l'accompagnamento delle persone trasferite in alloggi comunitari, lo sviluppo di nuove risposte assistenziali, la formazione professionale continua, la modifica dei metodi di lavoro e l'estensione delle procedure di consulenza, il tutto senza che fosse stato assegnato il personale aggiuntivo necessario per un'attuazione ottimale della riforma. 


Anche prima dell'entrata in vigore della legge ogni assistente sociale nel settore della disabilità gestiva in media circa 207 famiglie e, nonostante sia previsto un aumento degli organici, il carico di lavoro è destinato a crescere fino a 213 famiglie per operatore nel 2027 e addirittura a 246 famiglie nel 2030, con conseguenze devastanti perché si comprometterebbe l'effettiva applicazione della legge, si ridurrebbe la qualità del servizio offerto alle persone con disabilità e alle loro famiglie e si aggraverebbe la crisi del personale a causa della probabile fuga di molti lavoratori dal settore. Il sindacato ha più volte lanciato l'allarme sia al Ministero del Welfare che agli Enti Locali già nella fase di elaborazione della legge. Negli ultimi due anni ha tenuto una serie di incontri e inviato solleciti ma finora non è stata trovata alcuna soluzione in grado di arginare i sovraccarichi previsti e la carenza di personale qualificato. Il presidente della Histadrut, Arnon Bar-David, ha dichiarato che lo Stato non può continuare ad ampliare i servizi e ad accumulare compiti senza garantire le condizioni e le risorse necessarie per eseguirli.


I dipendenti della società farmaceutica Rafa Laboratories hanno avviato lunedì scorso uno sciopero a causa del raggiungimento di un punto morto nelle trattative condotte dall'Histadrut per il distretto di Gerusalemme con la direzione aziendale. Il fulcro della controversia risiede nella richiesta dei lavoratori di ottenere un adeguato compenso economico e la possibilità di partecipare al successo dell'azienda, in seguito alla sua prima quotazione in borsa. L'Histadrut esige che la direzione si sieda al tavolo negoziale per discutere le richieste dei dipendenti. Se non si registreranno cambiamenti, lo sciopero è destinato a proseguire. Rafa Laboratories, fondata nel 1948, è stata acquisita nel 2020 dal fondo Fimi che ne è divenuto l'azionista di controllo. Recentemente il fondo ha ceduto circa il 30% delle azioni attraverso un'offerta pubblica in borsa, un'operazione che ha modificato in modo significativo la struttura proprietaria dell'azienda. Secondo i lavoratori, da quando il fondo Fimi ha rilevato la società, si è assistito a un progressivo deterioramento dei loro diritti e delle condizioni di lavoro. Il comitato aziendale ha dichiarato che i diritti dei dipendenti non hanno fatto che diminuire dopo l'acquisizione e che sono stati costretti a svolgere mansioni lasciate scoperte da colleghi che se ne sono andati e a effettuare numerose ore di straordinario in loro sostituzione. Proprio perché Rafa è diventata una società quotata, sarebbe naturale e logico che i lavoratori, parte integrante del successo aziendale, possano acquistare azioni della stessa azienda in cui prestano servizio. Sfortunatamente, secondo il sindacato, l'azienda li ritiene meritevoli solo di un misero bonus, senza alcun legame con l'anzianità, il contributo o gli anni investiti nella costruzione dell'impresa. Le trattative coinvolgono circa 200 lavoratrici e lavoratori con ruoli diversificati, tra cui addetti alla produzione nello stabilimento, magazzinieri e manutentori, personale di laboratorio e di validazione, addetti al controllo qualità, operatori del marketing e delle vendite, impiegati amministrativi, addetti alle pulizie. 


Negli ultimi anni Israele ha assistito a una trasformazione radicale e rapidissima del proprio mercato del lavoro, trainata dall’emergenza bellica e dalla conseguente chiusura quasi totale all’ingresso di lavoratori palestinesi dopo il 7 ottobre. Per sopperire a questa improvvisa carenza di manodopera, il governo ha scelto di ampliare in modo senza precedenti il reclutamento di lavoratori stranieri, aumentando le quote e aprendo nuovi settori, facendo così salire il loro numero da 110.000 a 190.000 in soli due anni, fino a raggiungere oggi circa 250.000 presenze. Questa espansione quantitativa, dice Haaretz, ha portato con sé conseguenze gravissime e inaspettate. Il numero di lavoratori stranieri riconosciuti dallo Stato come vittime di tratta di esseri umani è schizzato da appena 5 nel 2023 a 30 nel 2025, un aumento di sei volte in due anni, mentre i riconoscimenti totali sono passati da 94 nel 2023 a 73 nel 2024 per poi balzare a 128 nel 2025, con un tasso di accoglimento delle richieste pari al 92% e una prevalenza di donne (77 contro 51 uomini). Questa impennata, che nei primi sette mesi del 2026 ha già visto presentare circa 100 nuove richieste, non è spiegabile solo con la crescita numerica della forza lavoro poiché i riconoscimenti sono aumentati del 500% a fronte di un incremento dei lavoratori del 70%, segno che i rischi e lo sfruttamento sono cresciuti in modo sproporzionato. Le ragioni sono molteplici e si intrecciano con i cambiamenti nelle politiche di reclutamento. L’urgenza ha spinto il governo ad aprire canali di assunzione privati, meno regolamentati rispetto ai tradizionali accordi bilaterali con i paesi di origine, esponendo i lavoratori a costi proibitivi, come dimostra uno studio del Brookdale Institute che ha rilevato che il 73% dei lavoratori edili arrivati tramite canali privati ha pagato oltre 4000 dollari e il 23% almeno 8000 dollari, somme quattro volte superiori a quelle richieste nei percorsi bilaterali, e a debiti ingenti che li rendono estremamente vulnerabili e dipendenti dal datore di lavoro, con conseguenti ritardi nei pagamenti, mancata consegna delle buste paga, trattenuta del passaporto e richiesta di svolgere mansioni diverse da quelle pattuite. A ciò si aggiunge un cambiamento positivo ma ancora insufficiente nell’approccio delle autorità. Dal gennaio 2024 la competenza per il riconoscimento delle vittime è stata trasferita dalla polizia al Ministero della Giustizia, con l’istituzione di una commissione consultiva che riunisce diverse agenzie e organizzazioni della società civile, consentendo uno scambio di informazioni e un’attività proattiva che ha portato alla luce casi che in passato sarebbero rimasti ignoti. La polizia ha aperto 115 indagini nel 2025 contro le 86 dell’anno precedente, con 32 atti d’accusa, ma permangono criticità gravi come la carenza di personale e di budget negli uffici preposti, il sovraffollamento dei rifugi per uomini riconosciuti vittime e la difficoltà di tenere il passo con la crescente diversità di settori, paesi di provenienza e lingue. Un esempio drammatico di questa emergenza è il recente riconoscimento di otto donne cinesi vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale, arrivate in Israele con debiti pesanti e gestite da criminali cinesi, tenute in appartamenti sotto minaccia, drogate e private dei guadagni, con tentativi di farne entrare altre attraverso il valico di Allenby dopo che i controlli all’aeroporto erano stati rafforzati. Nonostante i segnali allarmanti e le raccomandazioni di un comitato interministeriale che ha invitato a potenziare gli accordi bilaterali, rafforzare i controlli e vietare le commissioni abusive, il governo continua ad aumentare le quote e ad aprire nuovi settori senza che i sistemi di vigilanza siano adeguatamente attrezzati per garantire condizioni di lavoro dignitose e un controllo efficace, creando un divario pericoloso tra una politica di reclutamento spinta dall’emergenza e una protezione dei diritti che arranca mentre il numero di lavoratori stranieri che necessitano di assistenza nei rifugi è più che raddoppiato in due anni, passando da 41 a 111, e le critiche internazionali, come quelle del rapporto del Dipartimento di Stato americano che ha declassato Israele al secondo gruppo per la lotta alla tratta, continuano a evidenziare lacune nell’applicazione della legge e nella prevenzione dello sfruttamento.