Cronache economiche da Israele #17

Questioni sindacali

Nel corso delle ultime due settimane sono stati siglati due distinti accordi collettivi di rilevante importanza per il mondo del lavoro israeliano, coinvolgendo i settori delle telecomunicazioni e della manutenzione aeronautica. Per quanto riguarda la società Hot Mobile, l'accordo, che coprirà 260 dipendenti per il biennio 2027-2028, è stato firmato da Histadrut, dal comitato aziendale e dalla direzione in un contesto particolare come la vendita dell'azienda al gruppo Delek, Leumi Partners e Keystone. Introduce una serie di miglioramenti sostanziali nelle retribuzioni e nelle condizioni di welfare. Il nuovo contratto prevede l'estensione di tutti gli accordi collettivi precedenti, garantendo così continuità normativa, e introduce aumenti salariali annuali medi del 3%, ampliando anche numerosi diritti esistenti. Tra i punti salienti figurano un'indennità speciale, proporzionale all'anzianità di servizio, che sarà erogata ai lavoratori aventi diritto dopo il completamento dell'operazione di vendita e al passaggio di proprietà, un incremento del numero di giorni di riposo per ferie e del relativo valore monetario, un aumento del budget destinato alle attività sociali e ricreative, un maggior importo dell'indennità annuale per l'anzianità, un ampliamento della partecipazione aziendale al costo dell'assicurazione dentale e, infine, l'assorbimento in organico di lavoratori precedentemente impiegati tramite appaltatori esterni.


Histadrut, la direzione di Arkia e i rappresentanti del comitato aziendale hanno siglato un nuovo accordo collettivo che disciplina le condizioni di lavoro dei dipendenti del settore della manutenzione degli aeromobili fino alla fine del 2028, con significativi miglioramenti economici e sociali. L'accordo prevede aumenti salariali sostanziali distribuiti in tre fasi durante il periodo di vigenza, integrati nello stipendio base influenzando così anche altri componenti della retribuzione e diritti derivanti, e un ampliamento dei versamenti previdenziali per pensione, indennità, perdita di capacità lavorativa a partire da gennaio 2026, estesi anche a voci aggiuntive come i supplementi per turni serali, notturni, del venerdì e altre ore di lavoro. Viene introdotta un'indennità specifica per i tecnici in possesso di due licenze professionali, aumentata la diaria per i soggiorni all'estero, migliorate le condizioni di pensionamento con l'anticipazione del diritto all'indennità speciale da trentacinque a venticinque anni di servizio continuativo e incrementato il rimborso per le spese automobilistiche. 


Per quanto riguarda le vertenze, abbiamo il caso del comitato dei lavoratori di AIG Israele che affonda le sue radici in un negoziato per il rinnovo del contratto collettivo che va avanti da quasi un anno senza esiti concreti. Questa tensione emerge in un contesto economico florido per la compagnia. Nel primo trimestre del 2025 ha registrato un utile di 35,6 milioni di shekel contro i 33,8 milioni dello stesso periodo dell'anno precedente mentre i dati annuali completi della filiale israeliana non sono ancora stati pubblicati. A rendere la situazione particolarmente incandescente è un altro elemento di forte frizione, ovvero un progetto pilota che prevede l'utilizzo dell'intelligenza artificiale per simulare le attività dei dipendenti, con l'obiettivo di eliminare posti di lavoro e minare la stabilità occupazionale. Il comitato dei lavoratori vuole che l'introduzione di questa tecnologia venga regolata all'interno del nuovo contratto collettivo, rifiutando ogni imposizione unilaterale senza garanzie per il personale. Nel messaggio inviato ai colleghi il comitato ha spiegato di aver fatto tutto il possibile per evitare di arrivare a questo punto di rottura ma purtroppo non è rimasta altra scelta data l'enorme distanza tra ciò che la dirigenza è disposta a concedere e ciò che invece costituisce la norma nel panorama sindacale israeliano. La posta in gioco è altissima perché la società occupa 850 lavoratori, di cui ben 574 impiegati nel centro servizi e vendite, proprio quelle figure che risulterebbero più esposte alla sostituzione tecnologica. 


La vicenda che coinvolge i lavoratori di Pazgas, l'azienda israeliana di distribuzione del gas, invece, si sta facendo sempre più tesa, con i dipendenti che hanno iniziato a tenere assemblee in tutto il paese dopo aver dichiarato lo stato di conflitto di lavoro già sei mesi fa e aver annunciato che nei prossimi giorni inizieranno a intraprendere sanzioni per ottenere il rinnovo del contratto collettivo. L'azienda occupa 500 lavoratori che servono 200mila famiglie. Il comitato aziendale si oppone fermamente alla chiusura di filiali e a qualsiasi misura che possa minare la stabilità occupazionale dei suoi membri che, in larga maggioranza, sono dipendenti con molti anni di servizio. La presidente del comitato, Rahli Saadia Gol, accusa l'amministratore delegato di Paz di aver fatto saltare il tavolo delle trattative, prevedendo future interruzioni del servizio. La protesta si fonda su dati economici che appaiono inequivocabili: l'azienda guadagna milioni ma solo i dirigenti di alto livello ne beneficiano, distribuendo dividendi ingenti, mentre i lavoratori continuano a percepire stipendi miseri che non bastano nemmeno ad arrivare a fine mese. Nel 2025 Pazgas ha registrato un profitto di 174 milioni di shekel mentre l'intero gruppo Paz ha superato il mezzo miliardo di shekel di utili, rendendo ancora più inaccettabile agli occhi dei dipendenti la disparità di trattamento. I rappresentanti del comitato hanno spiegato che stanno visitando ogni impianto e ogni distretto per illustrare dettagliatamente le ragioni della loro battaglia. Oltre al salario ci sono temi come la mobilità dei lavoratori, le chiusure dei punti vendita e la sicurezza del posto di lavoro. La dirigenza, dal canto suo, respinge categoricamente le accuse sostenendo che non c'è alcuna intenzione di chiudere filiali né piani di riduzione del personale. Negli ultimi anni nessun dipendente è stato licenziato nel quadro di riorganizzazioni aziendali, quindi le preoccupazioni per la stabilità occupazionale sarebbero infondate.


Mentre gran parte dell’attenzione pubblica di Israele è catalizzata dai profondi sconvolgimenti e dalle trasformazioni in atto nel settore hi-tech, l’industria farmaceutica israeliana sta attraversando la scossa più violenta tra tutti i comparti dell’industria ad alto valore aggiunto. I dati, elaborati da Sergey Somkin dell’Istituto Aaron per la Politica Economica dell’Università Reichman sulla base delle rilevazioni dell’Ufficio Centrale di Statistica israeliano, dipingono un quadro allarmante. Nel primo trimestre del 2026 il numero di posti di lavoro nel settore della produzione di farmaci è crollato di 2200 unità, segnando una riduzione del 15,6% rispetto al totale occupazionale del 2025 che si attestava intorno alle 15.000 unità. Questa contrazione occupazionale si accompagna a un dato altrettanto preoccupante sulla produzione che è diminuita del 9,6% tra il 2024 e il 2025, un dato in contrasto con la crescita di quasi il 12% registrata nell’anno precedente. Le proiezioni per il 2026 sono tutt’altro che rosee, considerando che nei primi cinque mesi dell'anno la produzione è crollata del 27% rispetto allo stesso periodo del 2025, suggerendo che, a meno di un'improbabile inversione di tendenza, l'anno in corso si configurerà come un altro esercizio di forte calo. Gli addetti ai lavori attribuiscono la diminuzione del tasso di occupazione complessivo tra il 2025 e l'inizio del 2026 a una combinazione letale di fattori: licenziamenti veri e propri, chiusura di linee produttive e di stabilimenti sussidiari e una sistematica mancata sostituzione dei lavoratori che lasciano volontariamente l'azienda, fenomeno che non rappresenta una sorpresa e lascia presagire un futuro cupo. La cronaca recente è costellata di annunci che confermano questa tendenza. A fine luglio è stato reso noto che il kibbutz Ma'abarot avrebbe chiuso l'attività produttiva di Thrima, con 130 lavoratori, trasferendo l'attività di importazione a un'altra società del gruppo mentre nello stesso mese il gruppo tedesco Merck KGaA ha avviato una riorganizzazione nei suoi dipartimenti di ricerca e sviluppo in tre sedi israeliane, tagliando posizioni ma assorbendo parte del personale in altri reparti, sebbene con alcuni esuberi. A giugno Teva ha licenziato 250 dipendenti nel settore dei principi attivi e ha definitivamente chiuso lo stabilimento di Plantex a Netanya come parte di una ristrutturazione globale della divisione che era già stata messa in vendita senza successo. A ciò si aggiunge la pratica, segnalata dai lavoratori stessi, dei licenziamenti silenziosi e a goccia, con riduzioni significative anche nei reparti di ricerca e sviluppo. The Marker riporta la testimonianza di un operatore del settore secondo cui la capacità produttiva del paese sia in diminuzione. Ron Tomer, proprietario di Unipharm, da anni mette in guardia le autorità governative su questa tendenza e definisce il restringimento del settore come un pericolo per il futuro di Israele, affermando che la sua conoscenza diretta gli fa prevedere la chiusura di ulteriori stabilimenti, il che lascerebbe il paese con una capacità produttiva farmaceutica estremamente ridotta. Si tratta di uno scenario futuro problematico in quanto Israele, essendo un mercato piccolo e non strategico per le grandi aziende, in periodi di carenza globale di farmaci o di future epidemie non sarebbe considerato prioritario. Somkin invita a una riflessione più ampia, notando che, nonostante l'eccellenza accademica, Israele fatica a commercializzare i frutti della ricerca e a creare un'industria farmaceutica robusta e in crescita. Gli operatori del settore aggiungono un'altra importante ragione alla contrazione occupazionale: l'apprezzamento dello shekel che ha eroso la redditività delle aziende esportatrici che fatturano in dollari ma pagano gli stipendi in valuta locale, con un impatto drammatico sul valore delle esportazioni e sulla redditività operativa. Il problema, secondo un sondaggio dell'Autorità per l'Innovazione, ha spinto molte aziende hi-tech a licenziare o ridurre le assunzioni. Un altro operatore evidenzia come le difficoltà operative dei produttori di generici di medie dimensioni e la decisione di chiusura di Thrima mettano in luce l'incapacità degli attori piccoli e medi di sopravvivere nel mercato locale, prefigurando una necessaria consolidazione che, se da un lato rafforzerebbe un attore locale, dall'altro comporterebbe inevitabilmente un'ulteriore riduzione dell'occupazione per l'unificazione dei quartieri generali e il taglio di posizioni doppie. La preoccupazione per il futuro si estende anche a Teva che ha già ridotto il suo organico in Israele da 6200 dipendenti nel 2022 a circa 3000, con voci di mercato che ipotizzano la possibile chiusura dello stabilimento di Kfar Saba nel 2027, alla scadenza dell'accordo collettivo, e un ulteriore ridimensionamento dell'impianto di Ramat Hovav se non si troverà un acquirente per la produzione di principi attivi. Fonti vicine all'azienda smentiscono tali voci affermando che lo stabilimento ha già ricevuto ordinativi per il 2027 mentre Teva ha dichiarato di aver comunicato con trasparenza il processo di trasformazione della sua divisione TAPI, destinato a durare due anni o fino alla vendita del ramo produttivo.


Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ordinato l'espulsione dal Likud di Pinchas Idan, presidente del comitato dei lavoratori dell'Autorità per gli Aeroporti, in seguito a quello che è stato definito uno sciopero "selvaggio e illegale" presso l'aeroporto Ben Gurion. La protesta, scoppiata senza alcun preavviso, ha portato alla chiusura degli sportelli del check-in e alla sospensione dei controlli di sicurezza, causando ritardi nei voli e aggravando i già critici problemi di attesa per la riconsegna dei bagagli. Decine di migliaia di passeggeri sono rimasti bloccati nel terminal, costretti a fare file interminabili che non si sono mosse per oltre tre ore. Alcuni hanno ricevuto notifiche di cancellazione dei loro voli. Il Ministero delle Finanze ha stimato i danni tra i 25 e i 30 milioni di shekel, considerando la perdita di tempo dei viaggiatori, i costi operativi per le compagnie aeree, il mancato guadagno per l'Autorità Aeroportuale e per gli operatori dello scalo, l'interruzione del traffico merci, dei corrieri e della catena di approvvigionamento, oltre ai danni al turismo e al settore alberghiero. Idan, che è a capo del comitato dei lavoratori da quarant'anni, precisamente dal 1986 dopo essere entrato nell’Autorità nel 1979, è un veterano del Likud ed è stato anche sindaco di Lod tra il 1998 e il 2000. Nel corso degli anni è stato protagonista di numerosi accordi salariali e conflitti sindacali. Il suo comitato è noto per la grande capacità di influenzare le operazioni dello scalo grazie alla rapidità con cui i dipendenti possono interrompere le attività. Le azioni dei lavoratori di giovedì hanno immediatamente cambiato il tono dei comunicati ufficiali dell'Autorità Aeroportuale riguardo ai ritardi estivi. Dopo lo sciopero l'ente ha annunciato un impegno significativo per aumentare l'organico e rispondere alle esigenze operative ma solo pochi giorni prima, venerdì scorso, la portavoce aveva diffuso una nota in cui si negava categoricamente qualsiasi carenza di personale, attribuendo i disguidi a fattori esterni come la congestione dello spazio aereo greco, la presenza di aerei cisterna americani e il normale carico di passeggeri estivo. Il Likud ha giustificato la decisione sottolineando il danno arrecato ai cittadini e all'economia nazionale mentre Netanyahu ha dichiarato che l'aeroporto continuerà a funzionare regolarmente e che chiunque si metta di traverso "tornerà a casa". 


Pinchas Idan ha inviato una lettera al primo ministro Benjamin Netanyahu e alla ministra dei Trasporti Miri Regev in cui contesta la versione della direzione. Idan sostiene che non si è verificato alcun sciopero o azione organizzata da parte dei dipendenti. La direzione avrebbe chiuso volontariamente i banchi del check-in per creare artificialmente una crisi, addossando la colpa ai lavoratori che invece, secondo lui, hanno tenuto in piedi lo scalo nonostante le condizioni estreme. Nella lettera descrive una situazione umanitaria e fisicamente insostenibile. Da settimane i facchini e il personale addetto alla movimentazione dei bagagli lavorano su turni massacranti di tredici ore consecutive a causa di una grave carenza di personale, più volte segnalata da Histadrut. Molti di loro hanno riportato infortuni e problemi di salute ma nessuno ha abbandonato il posto di lavoro, continuando a garantire il funzionamento dell'aeroporto nonostante le ripetute dichiarazioni pubbliche della direzione che smentivano la carenza di organico. Idan sottolinea che non vi era alcuna richiesta economica in ballo ma solo un limite fisico dei lavoratori, esausti dopo aver superato le nove ore di lavoro. Accusa la direzione di aver trasformato i dipendenti in capri espiatori, lasciando migliaia di passeggeri senza assistenza e chiede a Netanyahu e Regev di intervenire immediatamente per fermare le azioni unilaterali, potenziare l'organico con un piano d'emergenza e tutelare la salute e la dignità dei lavoratori, avvertendo che senza soluzioni strutturali il periodo delle festività autunnali rischia di essere ancora più critico. Anche il presidente di Histadrut, Arnon Bar-David, ha preso posizione precisando di essere stato informato sulla crisi ma di non aver promosso alcuna interruzione del lavoro. Ha criticato chi scarica sui dipendenti il costo della mancata preparazione ai picchi estivi, esprimendo piena fiducia nel comitato dei lavoratori e nel suo leader, con cui ha parlato chiedendo di fare il possibile per risolvere la crisi nell'interesse degli stessi lavoratori e dei passeggeri.


Amit Ben-Tzur, direttore generale dell’Arlozorov Forum, chiarisce che quanto accaduto all'aeroporto Ben Gurion è il punto di rottura di un sistema che da tempo regge solo grazie allo sforzo sovrumano dei lavoratori. I dipendenti non hanno smesso di lavorare per fare pressione sulla direzione, hanno semplicemente raggiunto il limite oltre il quale non è più possibile coprire la cronica carenza di personale con turni straordinari e sacrifici fisici. Molti sistemi pubblici possono apparire efficienti finché i lavoratori assorbono il deficit lavorando più ore, riducendo le pause e sostituendo i colleghi mancanti ma esiste un limite invalicabile, specialmente per chi svolge mansioni fisiche pesanti come il carico e scarico dei bagagli sotto il sole e in condizioni estreme. Normalizzare turni di dodici o tredici ore non è sostenibile e, quando il modello crolla, non si possono addossare le colpe sui dipendenti. È qui che entra in gioco il ruolo del comitato dei lavoratori che, oltre a negoziare gli aumenti salariali, è un meccanismo fondamentale per impedire all'organizzazione di risolvere i problemi strutturali attraverso lo sfruttamento illimitato delle persone. Il suo compito è denunciare ciò che la direzione non vuole ascoltare, ovvero la mancanza di organico, l'insostenibilità dei carichi di lavoro e il rischio imminente di collasso. Ben-Tzur critica duramente la reazione politica, in particolare la decisione di avviare la procedura per espellere il presidente del comitato, Pinchas Idan, dal Likud, definendola oltraggiosa perché un rappresentante sindacale non è un'estensione del partito sul luogo di lavoro essendo eletto per tutelare i lavoratori anche quando i loro interessi confliggono con il governo, il ministro o la stessa leadership di partito. Se un capo sindacale deve temere di perdere la tessera ogni volta che si scontra con un ente statale, la sua indipendenza viene meno. Anche uno sciopero vero e proprio è uno strumento legittimo di lotta e talvolta è l'unico modo per portare a conclusione un conflitto prolungato perché solo la minaccia credibile di interrompere il lavoro crea un vero equilibrio negoziale costringendo le parti a cercare un accordo. Quindi, dice Ben-Tzur, lo sciopero non è l'opposto del dialogo ma spesso ne è il presupposto. Conclude il ragionamento affermando che i rappresentanti sindacali sono un pilastro della democrazia per bilanciare i poteri tra lavoratori, datori di lavoro e Stato. 


Casa


Negli ultimi mesi, dopo una moratoria durata cinque anni, i residenti degli alloggi popolari in tutto Israele hanno cominciato a ricevere ordini di sfratto. Davar ha raccolto quattro storie emblematiche di nuclei familiari in condizioni di grave disagio sociale che, nonostante le promesse fatte in passato, si trovano a dover abbandonare le proprie case. Tra questi vi è Moran Amram, una donna di quarant'anni che vive con la sua famiglia in un alloggio popolare a Beit Shemesh, dove già abitavano sua nonna e sua madre fino alla loro morte. Nonostante abiti lì da gran parte della sua vita e versi in una situazione economica disperata, le è stata negata la possibilità di subentrare come avente diritto perché non può esserlo una figlia di una già subentrante. L'ufficiale giudiziario è atteso per eseguire lo sfratto anche se lo Stato riconosce la sua condizione di estrema vulnerabilità. Dopo che le è stato concesso un rinvio di due mesi per trovare una soluzione abitativa, non è riuscita a procurarsi un affitto perché nessuno vuole concederle un contratto senza assegni e si ritrova, quindi, con la prospettiva concreta di finire per strada. Anche Asaf, un uomo di quarantaquattro anni che vive a Tiv'on e cresce da solo suo figlio nell'appartamento in cui abitava sua madre, che ha assistito per anni fino alla morte, ha ricevuto poco dopo il decesso una lettera da Amidar, la società che gestisce le case popolari, in cui lo dichiara occupante abusivo. Shachar Levi, cinquantenne, sposato e padre di tre figli, affetto da diabete e grave deficit visivo, vive con una pensione di invalidità, gran parte della quale è assorbita dalle spese farmaceutiche. Da dodici anni lotta per vedersi riconosciuto il diritto a rimanere nell'appartamento che fu di sua madre. Pur avendo ottenuto un riconoscimento di idoneità, gli è stato revocato a causa di un temporaneo aumento dello stipendio della moglie. Il suo sfratto è programmato per novembre. Avishag Paroui, quarantasette anni, vive a Holon con due dei suoi figli minori ma sta per essere sfrattata tra due settimane dall'appartamento dove risiede da gran parte della vita, un alloggio concesso dallo Stato alla nonna dopo che questa era sopravvissuta al massacro di Kiryat Shmona del 1973. Il suo salario è l'unico sostegno economico della famiglia, non riceve alimenti, è in gravi difficoltà finanziarie e non riesce a trovare una casa in affitto. Sostiene di aver più volte chiesto al ministero di esaminare il suo caso perché ritiene di essere stata trattata ingiustamente nella verifica dei suoi diritti, tanto che lo stress l'ha portata in ospedale e si chiede disperatamente dove vogliano mandarla con i suoi due figli.


Lo sfratto è una decisione che rischia di gettare interi nuclei familiari in strada, aggravando la povertà e colpendo in particolare bambini, anziani e persone con disabilità, privandoli della sicurezza più elementare. Proprio in circostanze simili ci si aspetterebbe che il tribunale rappresenti l'ultima linea di difesa del cittadino nei confronti dello Stato, andando oltre una mera verifica tecnica dei requisiti legali per valutare se lo Stato abbia agito con correttezza, proporzionalità e responsabilità verso le fasce più deboli della popolazione. Negli ultimi anni i giudici sembrano, invece, accogliere ripetutamente la narrativa proposta dallo Stato e dalle società di gestione degli alloggi popolari secondo cui il parco alloggi è limitato e quindi non si può fare a meno di sfrattare le famiglie che non soddisfano più i requisiti di ammissibilità, un argomento che costituisce una manipolazione pericolosa poiché la carenza di alloggi popolari non è né una calamità naturale né un destino ineluttabile bensì una conseguenza diretta di precise scelte politiche. Per anni lo Stato si è astenuto dall'investire in modo significativo nell'incremento del patrimonio immobiliare pubblico. Il Ministero delle Finanze ha agito per cancellare la decisione di destinare il 5% degli alloggi in ogni nuovo progetto edilizio all'edilizia popolare. Ha anche abolito il programma "Vivere con dignità" promosso dall'ex ministro dell'Edilizia e delle Abitazioni Yoav Gallant che intendeva aggiungere circa 7500 alloggi pubblici ogni anno per un decennio, un'iniziativa che avrebbe potuto quasi eliminare completamente la lista d'attesa per l'edilizia popolare. Sebbene nel corso degli anni siano stati più volte stanziati fondi per l'acquisto di nuove abitazioni nell'ambito di accordi politici e decisioni governative, molti di questi denari non sono mai stati effettivamente trasferiti al ministero competente per gli acquisti.


Il costo dell’abitazione in Israele si colloca tra i più elevati a livello globale. Il salario medio dei lavoratori non è affatto allineato a questi standard, con un incremento dei prezzi che negli ultimi due decenni ha superato il 200%, tanto che una famiglia israeliana con un reddito medio oggi non è in grado di acquistare un appartamento al prezzo medio di mercato. Contrariamente a quanto talvolta sostenuto da politici, economisti e operatori del settore immobiliare, secondo cui i prezzi sarebbero il frutto di forze di mercato incontrollabili e impersonali, le evidenze mostrano che sono direttamente e in modo determinante influenzati dall’attività dello Stato, il quale è il maggior proprietario terriero del paese, controlla il prezzo dei terreni e il ritmo con cui questi vengono resi disponibili. Inoltre stabilisce la velocità dei processi di pianificazione e costruzione. La gestione della maggior parte delle terre in Israele è affidata alla Israel Land Authority e il tasso di commercializzazione dei terreni per l’edilizia abitativa è deciso dalle scelte governative, tanto che, secondo un rapporto trasmesso dai notiziari di Channel 12, l’autorità ha drasticamente ridotto la messa a disposizione di lotti dal principio dell’anno. Gli esperti del settore mettono in guardia sulla creazione di una futura carenza di offerta, sebbene gli imprenditori edili dispongano già di un magazzino di oltre 84.000 nuovi appartamenti invenduti. Infatti è la decisione di fermare ulteriori rilasci di terreno a determinare l’offerta negli anni a venire. Quindi, mentre i prezzi salgono alle stelle e la popolazione giunge a un punto di disperazione, l’ente che ha in mano la chiave per gestire l’offerta agisce nella direzione opposta a quella necessaria, riducendola anziché aumentarla. Uno studio della Banca d’Israele precisa il significato di tutto ciò indicando nella carenza di offerta la causa principale dell’aumento dei prezzi degli alloggi poiché la politica di pianificazione rende difficile adeguare l’offerta alla crescita demografica. Secondo tale ricerca dal 2011 la scarsità spiega il 40% dell’incremento dei prezzi e il 75% dell’aumento dei canoni di locazione. La stragrande maggioranza dei terreni edificabili è di proprietà pubblica e vengono commercializzati ai costruttori. Il prezzo del suolo venduto da questi enti pubblici costituisce una quota rilevante del costo finale degli appartamenti, cosicché una parte sostanziale del prezzo elevato deriva proprio dall’alto costo del terreno, come dimostra il programma governativo Mehir LaMishtaken che concede agli imprenditori uno sconto dell’80% sul prezzo del suolo in cambio dell’obbligo di vendere alloggi a prezzi agevolati a determinati acquirenti, provando che la riduzione del solo costo del terreno può abbassare drasticamente il prezzo della casa e che quindi il terreno, controllato dallo Stato, è un componente centrale del prezzo finale. Oltre al prezzo del suolo, lo Stato applica tasse sull’acquisto e sulla costruzione, presentandosi così a entrambe le estremità della transazione e traendo profitto da entrambi i ruoli, come venditore e come fisco. 


Non bisogna, infine, dimenticare che la rata mensile media per un mutuo contratto per l'acquisto di un appartamento medio, nello specifico un quadrilocale a un prezzo medio, ammonta a 10.859 shekel, una cifra che di fatto divora quasi per intero lo stipendio medio netto di un lavoratore dipendente mentre lo stipendio medio lordo è di 14.374 shekel, il che significa che la rata del mutuo assorbe i tre quarti di quest'ultimo, lasciando a un ipotetico nucleo familiare con un unico percettore di reddito appena 1000 o 1500 shekel per tutte le altre spese di sussistenza, un'evidenza che pone immediatamente il problema della reale accessibilità alla casa per il lavoratore medio. Se si considera un nucleo familiare con due percettori di reddito medio, la situazione rimane critica poiché circa la metà del loro reddito complessivo verrebbe assorbita dal solo rimborso del mutuo, ancor prima di dover far fronte alle spese per alimenti, istruzione, trasporti e altre necessità quotidiane. Per scongiurare il rischio che le famiglie contraggano mutui che non siano in grado di rimborsare, la Banca d'Israele ha stabilito regole prudenziali che limitano la rata mensile al 40% del reddito disponibile del nucleo familiare e richiedono un capitale proprio di almeno il 25% del valore dell'immobile per l'acquisto di una prima casa, requisiti che rendono di fatto impossibile per una coppia di lavoratori con stipendio medio ottenere un mutuo per un appartamento medio poiché per rispettare il tetto del 40% sarebbe necessario un reddito mensile disponibile di 27.000 shekel, più del doppio del salario netto medio, e ciò si aggiunge all'ulteriore ostacolo rappresentato dal capitale proprio necessario che per un appartamento del valore di circa due milioni di shekel ammonta a mezzo milione di shekel, una somma che esclude dal mercato chiunque non possa contare su un sostegno patrimoniale familiare. La combinazione di questi due fattori, il tetto di rimborso e la necessità di un ingente capitale proprio, spinge fuori dal mercato dell'acquisto chi non ha alle spalle un capitale familiare, costringendolo a ripiegare sull'affitto, dove una parte significativa del reddito viene comunque spesa senza acquisire un bene patrimoniale, trasformando il divario tra prezzi e salari in una barriera all'ingresso che dipende, oltre che dal risparmio personale, anche dalla situazione economica dei genitori. Sebbene il quadro descritto dall'indice Elrov dell'Università di Tel Aviv mostri un lieve miglioramento rispetto all'anno precedente, con una riduzione media del rimborso mensile del 5,5% nel 2025 in undici delle dodici grandi città esaminate, dovuta a un leggero calo dei tassi di interesse e a una lieve flessione dei prezzi degli immobili, quest'ultima più legata al deterioramento della situazione geopolitica del paese che a un reale aumento dell'offerta, la situazione rimane estremamente critica poiché una riduzione di pochi punti percentuali non può compensare un aumento cumulativo dei prezzi delle abitazioni del 208% dal 2007, un'impennata che ha più che triplicato i valori immobiliari nell'arco di meno di una generazione e che, insieme all'aumento dei tassi di interesse degli ultimi anni, ha reso i mutui ancora più onerosi. Il nocciolo del problema risiede proprio in questo divario strutturale tra prezzi delle case e redditi, una disparità che il leggero calo dei rimborsi non fa che mascherare temporaneamente poiché dipende da variabili fluttuanti mentre il deficit strutturale di offerta di alloggi e i prezzi elevati restano immutati, come confermato dal rapporto del Controllore dello Stato che ha quantificato una carenza di 189.000 unità abitative.