ETUC valuta se l'Industrial Accelerator Act (IAA) sia in grado di trasformare la domanda pubblica e regolamentata in capacità produttiva reale, con posti di lavoro di qualità.
Il punto di partenza è la crisi industriale europea. Dal 2007 l'Europa ha perso più di 2.190.000 posti di lavoro manifatturieri, di cui circa 853.000 tra il 2019 e il 2023. La quota manifatturiera sul Pil è scesa dal 17,4% del 2000 al 14,3% del 2024 mentre l'obiettivo della Commissione è tornare al 20%. Ogni perdita dell'1% della domanda finale nelle industrie energivore costa 28.000 posti di lavoro, 2 miliardi di euro di valore aggiunto e 6,4 miliardi di fatturato. La Commissione stima che la sua opzione preferita per l'IAA produca 14,75 miliardi di benefici all'anno contro 6,06 miliardi di costi ricorrenti, con un beneficio netto di 8,69 miliardi e 148.000 posti di lavoro creati o preservati.
ETUC ricostruisce il declino europeo settore per settore. Tra il 2007 e il 2025 l'elettronica è cresciuta del 47% ma l'Electrical equipment (C27) è calato del 7,5%, l'automotive del 9,8%, la chimica del 13,9%, i metalli di base del 26% e i minerali non metallici del 30,7%. L'occupazione manifatturiera è scesa da 32.276.000 a 30.085.000 unità. La quota UE dei brevetti è scesa dal 39% al 34,1%. L'Europa ha ancora un surplus extra UE di 379,8 miliardi ma la meccanica e i trasporti sono calati del 41,5% dal 2015 e gli altri prodotti della nostra industria sono passati da un surplus a un deficit di 49,3 miliardi.
Per ETUC quando chiude uno stabilimento importante, oltre alla perdita di posti di lavoro, si indebolisce tutto l'ecosistema di fornitori e competenze che ruota attorno ad esso. Una volta che quell'ecosistema si è disgregato, ricostruirlo è molto più difficile che mantenerlo in vita. Per dimostrarlo il rapporto porta alcuni esempi concreti di chiusure o ridimensionamenti. In Germania Thyssenkrupp prevede 11.000 tagli. In Svezia la bancarotta di Northvolt ha coinvolto 6486 lavoratori. Altri casi riguardano la Francia, i Paesi Bassi e l'Italia. Sull'effetto di queste chiusure sulle regioni viene citato uno studio tedesco sui grandi licenziamenti che mostra come, dopo 4 anni, il 35% dei posti di lavoro persi nella regione non era nello stabilimento chiuso bensì in altre aziende del territorio. Mostra anche che l'occupazione locale è rimasta sotto i livelli precedenti per almeno 5 anni. Questo conferma che l'impatto di una chiusura si propaga ben oltre i cancelli della fabbrica. Il rapporto passa poi ai dati di due settori in particolare. Nell'acciaio le importazioni hanno raggiunto il 29% del consumo europeo e la produzione è scesa a 125,8 milioni di tonnellate. Nella chimica il CEFIC registra 37 milioni di tonnellate di capacità produttiva chiusa mentre la quota europea sulle vendite globali del settore è scesa dal 27% al 12,6%.
Viene poi analizzato chi può essere considerato "europeo" ai fini dell'IAA che prevede due strade diverse a seconda del tipo di intervento pubblico. La prima strada, l'Articolo 8, riguarda gli appalti pubblici. Un paese terzo può essere trattato come equivalente ad uno europeo se esiste un accordo di libero scambio, un'unione doganale o l'accordo GPA. Inoltre devono esistere obblighi rilevanti dell'Unione nell'ambito di quell'accordo. La seconda strada, l'Articolo 9, riguarda gli altri interventi pubblici, cioè gli schemi di supporto. Qui la condizione è più larga dato che basta un accordo di libero scambio o un'unione doganale, senza bisogno del GPA e senza il filtro degli obblighi rilevanti. Il caso che mostra meglio questa differenza è l'India. Non fa parte del GPA e l'accordo di libero scambio tra UE e India non contiene un capitolo sugli appalti. Questo significa che ai sensi dell'Articolo 8 il contenuto indiano è escluso dagli appalti pubblici ma ai sensi dell'Articolo 9 l'India entra automaticamente negli schemi di supporto, anche se è il maggiore fornitore non UE di acciaio. In pratica l'Articolo 9 è molto più largo dell'Articolo 8 e questo amplia la base di fornitura ammissibile proprio nei settori dove l'Europa è più debole, cioè batterie, veicoli elettrici, acciaio e alluminio.
Il secondo tema riguarda le deroghe e i divari di prezzo. L'IAA prevede due deroghe diverse, una per gli appalti con soglia del 25% e una per gli schemi di supporto con soglia del 30%. Queste due deroghe non vanno confuse perché misurano cose diverse. La prima si occupa del costo di ciò che viene acquistato nella procedura di appalto, la seconda misura l'aumento di costo del prodotto finale o della tecnologia sottostante. Il rapporto insiste su questa distinzione perché un divario di prezzo può essere letto a 3 livelli: il costo di produzione, il prezzo di acquisizione o di mercato e l'impatto sul costo del prodotto finale. Un divario molto grande al livello del costo di produzione può diventare molto piccolo al livello del prodotto finale.
Il terzo tema, e forse il più importante del rapporto, è che le quote di contenuto low-carbon previste dall'IAA per 3 materiali: acciaio, alluminio e cement sono calibrate sulla pipeline, cioè su ciò che sarebbe comunque accaduto, e non sopra di essa. La Commissione stessa calcola ogni quota dividendo la capacità low-carbon già impegnata per la produzione prevista al 2030. Per l'acciaio la quota del 25% è solo 3 punti sopra il 22% già previsto. Per l'alluminio è 2,5 punti sopra. Per il cemento è 4 punti sopra una base molto bassa. La Commissione ammette che a questo livello non c'è valore aggiunto. Il rapporto confronta poi il pavimento, cioè l'opzione preferita dalla Commissione, con il tetto, cioè l'opzione più ambiziosa che la Commissione ha modellato ma poi accantonato per costi a valle e rischi commerciali, non per mancanza di efficacia. Il tetto creerebbe 270.629 posti di lavoro contro 148.352, 18,3 miliardi di valore aggiunto contro 10,4, e 48,65 milioni di tonnellate di CO2 evitate contro 30,58, ma ci sarebbe un beneficio netto negativo di 8,25 miliardi di euro perché presuppone che tutti i costi aggiuntivi ricadano sui consumatori e sulle imprese a valle.
Viene esaminata l'occupazione per settore senza convertire meccanicamente i divari di prezzo in posti di lavoro. Per l'acciaio la sensibilità è di 1945 posti per ogni punto di perdita di domanda, per l'automotive sono già stati annunciati 76.000 tagli presso i fornitori, per le batterie circa 85.000 dei 128.000 posti della pipeline sono a rischio, per il solare 2.663 posti per gigawatt, per l'eolico 478.000 posti di cui 110.000 nella manifattura. Per rete ed elettrolizzatori il settore è segnato come non valutato.
ETUC sottolinea un limite del test di origine. Una regola che misura il contenuto europeo solo sull'assemblaggio finale può essere soddisfatta mentre le parti più importanti, come le celle delle batterie, il powertrain, la proprietà intellettuale e la ricerca, restano fuori dall'Europa. Il contenuto UE di un'auto elettrica è sceso al 70%. I componenti per veicoli elettrici sono la misura più grande dell'IAA per valore aggiunto modellato, 9,7 miliardi, eppure la valutazione d'impatto conta 0 posti di lavoro per essa. Questo mostra che il vero contenuto industriale della misura non viene catturato da un test basato sull'assemblaggio. Il rapporto rileva anche che la leva dell'IAA è piccola rispetto al bisogno di investimenti clean-tech che ammonta a 480 miliardi all'anno..
Sono elencate le capacità strategiche che l'Europa dovrebbe mantenere, espandere o mettere in sicurezza. Tra quelle da mantenere ci sono acciaio, alluminio, cemento, chimica e componenti automotive. Tra quelle da espandere ci sono rete, batterie, eolico, solare, elettrolizzatori, pompe di calore e ferrovia. Tra quelle da mettere in sicurezza ci sono semiconduttori e farmaceutica.
Far produrre in Europa non basta a garantire che i posti di lavoro creati siano di qualità. Una regola sul Made in Europe può spostare la produzione dentro i confini europei ma non dice nulla su come vengono trattati i lavoratori. Per questo l'ETUC sostiene che l'accesso ai sostegni pubblici previsti dall'IAA debba essere condizionato al rispetto di una serie di obblighi sociali. In concreto, questo significa che un'azienda che riceve un appalto o un sussidio pubblico deve rispettare condizioni verificabili, come garantire contratti stabili, rispettare la contrattazione collettiva, pagare salari equi, offrire formazione durante l'orario di lavoro e coinvolgere i rappresentanti dei lavoratori nelle decisioni che li riguardano. Queste condizioni devono essere accompagnate da prove, monitoraggio e conseguenze reali in caso di violazione, altrimenti restano dichiarazioni di intenti.
Per mostrare che le condizioni vincolanti fanno la differenza, il rapporto confronta 2 casi. Il primo è l'Ungheria. Nel 2016 il governo lanciò il Piano Irinyi, un programma per riportare l'industria nel paese. Il piano non imponeva alle aziende beneficiarie nessun obbligo su ricerca o sull'uso di fornitori locali. Il risultato è stato che le regioni ungheresi dove si erano concentrati gli investimenti esteri non sono riuscite a recuperare il divario di produttività con il resto del paese. Il secondo è la Spagna. A Barcellona, sull'ex sito Nissan chiuso nel 2021, l'azienda cinese Chery ha investito in una joint venture con Ebro. In questo caso l'accordo prevedeva impegni precisi: ricreare 1250 posizioni, coinvolgere fornitori locali e svolgere attività di ricerca direttamente sul posto. La differenza tra i 2 casi sta proprio qui. In Ungheria non c'erano condizioni vincolanti e l'investimento non ha prodotto l'effetto duraturo sperato. In Spagna le condizioni c'erano ed è stato possibile ricreare occupazione e legare la produzione al territorio..
ETUC propone un pacchetto negoziale articolato in 5 priorità. Per ciascuna indica un esito preferito e, nel caso non sia raggiungibile, un fallback, cioè una soluzione di ripiego che salvi almeno il punto essenziale. La prima priorità riguarda l'equivalenza, cioè il trattamento riservato ai paesi terzi i cui contenuti vengono considerati come europei. L'esito preferito è limitare questa equivalenza ai casi in cui la copertura è dimostrabilmente rilevante e condizionare i partner aggiuntivi al rispetto di 3 requisiti: reciprocità, creazione di valore e diritti. Il fallback, se l'ambito non può essere ristretto, è introdurre controlli su strumento, prodotto e soglia, con programmi pubblici, esclusioni delegate e revisione periodica. La seconda priorità riguarda l'origine. L'esito preferito è aggiungere, accanto all'origine doganale, delle fasi di produzione critiche specifiche per settore, la creazione di valore UE, la tracciabilità e controlli anti-elusione. Il fallback è richiedere almeno fasi di produzione definite, con registrazioni verificabili dei componenti e delle trasformazioni. La terza priorità riguarda le deroghe, cioè le scappatoie che permettono di aggirare gli obblighi quando i costi sono troppo alti. L'esito preferito è usare la soglia del 40% proposta dall'ETUC oppure una robusta salvaguardia basata sul costo del prodotto finale, accompagnata da prove comparabili, un denominatore causale, motivazioni esplicite, un limite di tempo, revisione e un registro pubblico. Il fallback è mantenere le soglie attuali ma aggiungere controlli rigorosi su prove, pubblicazione e audit. La quarta priorità riguarda il mercato guida, cioè la domanda pubblica che dovrebbe trainare la produzione. L'esito preferito è aumentare progressivamente le quote ed estendere le catene del valore strategiche coperte, attraverso revisioni trasparenti basate sulla capacità effettivamente commissionata. Il fallback è preservare le quote attuali ma aggiungere date di revisione obbligatorie e meccanismi di adeguamento al rialzo basati su prove. La quinta priorità riguarda i posti di lavoro di qualità e i territori. L'esito preferito è rendere vincolanti una serie di obblighi: occupazione, contrattazione collettiva, competenze, uguaglianza, sicurezza e condizioni lungo la catena di fornitura. Il fallback minimo è garantire conformità alle norme sul lavoro, un piano occupazionale e di competenze, informazione ai lavoratori, indicatori annuali e recupero dei fondi in caso di violazione grave.
