Gianni Rodari: maestro, partigiano, scrittore


Gianni Rodari nacque a Omegna il 23 ottobre 1920. Il padre Giuseppe era fornaio, originario della Valcuvia, mentre la madre Maddalena Aricocchi, nata a Gemonio, aveva lavorato fin da bambina come operaia e domestica. Con Gianni Rodari crescevano il fratello minore Cesare e Mario, figlio di un precedente matrimonio del padre, più grande di dodici anni e poco presente nella sua vita.

Per Lorenzo Iervolino in Gianni Rodari. Vita, utopie e militanza di un maestro ribelle, il forno di via Mazzini è il cuore dei ricordi d'infanzia, un luogo familiare e accogliente, dominato dalla figura del padre, uomo severo e ironico, estraneo al fascismo. Da lui, e dalle sue mani capaci di impastare e trasformare, Rodari sembra aver ereditato la spinta creativa che avrebbe poi applicato alle parole. Nelle casse di legno per la pasta il bambino cominciò a leggere con voracità libri come Cuore di De Amicis e i testi di Jules Verne, preferito a Salgari.

La madre Maddalena rappresenta per Rodari un esempio di tenacia e di curiosità culturale, il sapere come strumento di libertà. La sua infanzia di stenti (cartiera a sette anni, filanda a dieci, servizio presso famiglie signorili per più di vent'anni) viene raccontata con orgoglio dal figlio. Le giornate a Omegna scorrono tra il lago, la scuola, l'oratorio lungo la Nigoglia e le domeniche nelle sagre. Il lago resterà per Rodari una presenza costante, un orizzonte cercato anche in età adulta. In quarta elementare compare il primo componimento poetico, versi scritti su carta assorbente, raccolti in un quaderno illustrato da un compagno. La maestra li mostra al direttore che ne pubblica uno sul giornale dei commercianti dell'alto Novarese. Rodari avrebbe poi commentato con falsa modestia di aver smesso di scrivere poesie dopo aver conosciuto Montale, Saba, Ungaretti, Gatto e Quasimodo. In realtà continuò sempre a scriverne in forma privata ed esistenziale, dice Iervolino, testi dolorosi sul senso della vita e sulla memoria, quasi tutti inediti. Il fratello Cesare lo descrive come un bambino tendente a isolarsi, preferendo la luce di un lampione per leggere in solitudine piuttosto che unirsi ai coetanei.

Il 22 novembre 1929, a nove anni appena compiuti, la vita di Rodari cambia per sempre: il padre muore di broncopolmonite dopo essersi bagnato sotto un temporale per salvare un gattino. L'ultima immagine che conserva di lui è quella di un uomo che cerca invano di scaldarsi la schiena contro il forno. Nell'opera di Rodari i padri sono figure rare mentre i gatti, tanto cari a Giuseppe, ricorrono spesso con ruoli eroici e generosi, quasi per compensazione affettiva.

Dopo la morte del padre, Maddalena decide di trasferirsi a Gavirate, oltre il confine lombardo, accanto a nonna Maria. Gianni Rodari viene affidato temporaneamente alla zia Emma che lavora presso il capostazione Giuseppe Mancuso. Nella casa sulla linea delle Ferrovie Nord il bambino trova conforto nell'affetto della zia e nelle fantasie suggerite dal passaggio dei treni che resteranno per sempre cari a Rodari. In questi mesi scopre anche la musica. In casa del capostazione c'è un pianoforte a coda e Nino, nipote del signor Mancuso, gli dà lezioni di violino. Gianni Rodari si appassiona, costruisce strumenti improvvisati e da adulto diventerà un raffinato conoscitore di musica classica, con una predilezione per Mozart e Schubert.

Nell'autunno del 1930 la famiglia si riunisce a Gavirate, in via Domenico Bertacchi. Ad accoglierli ci sono i vicini De Bernardi che li fanno sentire a casa e stringono con loro un'amicizia destinata a durare tutta la vita. Ad Apollonia, per affetto e gratitudine, Rodari avrebbe dedicato la favola Apollonia della marmellata in Favole al telefono, riconoscendole la qualità della solidarietà verso chi non ha nulla. Grazie a questa accoglienza, dal Lago d'Orta a quello di Varese, la vita può ricominciare.

A Gavirate Rodari frequenta la quinta elementare e, pur ottenendo ottimi risultati, ricorderà con dolce terrore il primo giorno di scuola, quando si accorse di aver dimenticato la cartella e si mise a piangere in dialetto piemontese, sentendosi quasi straniero. L'incontro e lo scontro tra il suo dialetto nativo e quello varesotto stimola probabilmente l'attenzione alle espressioni altrui che sarà poi presente nella sua scrittura. Gli amici d'infanzia ricordano che, quando si apriva, Rodari era uno spasso. Raccontava le storie tradizionali modificandole, facendo parlare i personaggi in tutti i dialetti. In questi mesi nasce anche la passione per il teatro e per il burattinaio, mestiere che avrebbe definito il più bello del mondo.

Nel 1931 le condizioni economiche della famiglia peggiorano a causa della politica di economia militare del regime fascista e delle sanzioni estere. Per Maddalena si presenta un'opportunità preziosa, ovvero il Seminario che garantisce vitto, alloggio e studi pagati almeno a uno dei figli. Il 5 agosto 1931 Gianni Rodari scrive, sotto dettatura del parroco don Vittorio Brunetti, una lettera di supplica al cardinale di Milano Alfredo Ildefonso Schuster, dichiarando di sentirsi chiamato al sacerdozio. Il cardinale acconsente e il 1° ottobre 1931 Rodari entra nel Seminario di San Pietro Martire a Seveso, a ventidue giorni dal suo undicesimo compleanno.

La vita seminariale è raccontata dagli stessi ragazzi sul giornalino Lilium, dove il nome di Rodari compare per ben tre volte grazie ai suoi meriti di studente. Da questa piccola pubblicazione ha inizio la sua lunga familiarità con la scrittura giornalistica. Il vicerettore don Bernardo Citterio lo descrive mingherlino, palliduccio, timidino ma con occhi vivacissimi. Il rettore don Umberto Oriani lo considera aperto e intelligente, tra i migliori. I voti sono tutti dieci, tranne un sette più in italiano scritto. Rodari si dedica agli studi e alla preghiera ma vive una forte instabilità interiore, tormentato da un sogno ricorrente: un ragno enorme e giallo che scende dal soffitto verso il suo letto senza mai toccarlo.

Nell'autunno del 1933, a tredici anni, Rodari abbandona il Seminario. In un documento autobiografico destinato al PCI avrebbe scritto di esserne uscito perché trovava umiliante la disciplina, odiava la ginnastica, i saggi ginnici, i cortei e le divise. Preferiva leggere. I superiori, che lo avevano elogiato, modificano il giudizio, descrivendolo come un po' superbo, di ingegno distinto, di contegno educato ma venuto in Seminario poco disposto a rimanervi. Da questo momento le sue letture si spostano verso la poesia, la filosofia tedesca, le biografie di Lenin e Trotsky, i compendi di Marx e il Manifesto del partito comunista.

Conclude il terzo anno di ginnasio da privatista a Varese, dove nella biblioteca civica, grazie alla complicità di un direttore rimasto socialista, allarga i suoi orizzonti. Nell'autunno del 1934, pur ammesso brillantemente al ginnasio superiore, lascia il liceo e si iscrive all'istituto magistrale Alessandro Manzoni di Varese. Qui fonda un giornaletto scolastico, La Naja, con una rubrica umoristica sui professori, presto chiusa dal preside con una reazione spropositata. Si distingue per originalità e anticonformismo in tempi di autoritarismo e disciplina.

In questi anni continua a coltivare la fede in Azione Cattolica, dove è attivista già dalla fine del 1933 con il fratello Cesare. Nel 1936 frequenta a Milano il corso per propagandista e si dedica all'apostolato. Su L'Azione Giovanile e Luce pubblica undici racconti di stampo realistico che gli aprono le porte del giornalismo cattolico. Tra il 1936 e il 1937 si allontana però da Azione Cattolica e da quegli ambienti. Due sono i motivi secondo Iervolino. Il primo è la riflessione sul rapporto tra fede e impegno morale che lo porta a maturare una scelta laica di impegno per gli altri. Il secondo è l'amicizia con due coetanei, Nino Bianchi e Amedeo Marvelli. Con Nino condivide la passione per la musica, formando un trio che suona per bettole e strade, mentre Amedeo gli apre gli occhi politicamente. Nel 1936, durante la guerra in Abissinia, matura le prime critiche coscienti al fascismo sotto l'influenza di Nietzsche, Stirner e Schopenhauer. Le amicizie nate a sedici anni, come quelle con Nino e Amedeo, incidono in profondità sulla sua crescita e accompagnano la nascita di una nuova consapevolezza. Lo stesso Rodari, in Grammatica della fantasia, avrebbe osservato che i legami costruiti in quella età lasciano tracce destinate a durare tutta la vita.

Tra il 1937 e il 1942 Rodari attraversò una fase decisiva della sua formazione, segnata dall’insegnamento e da incontri umani destinati a pesare a lungo sulla sua sensibilità. Nella grande tenuta di Cascina Piana e Cascina Molino, tra Lentate, Sesto Calende e Taino, la famiglia Sauer, esule dalla Germania hitleriana perché di origine ebraica, gli affidò l’istruzione dei figli Eva e Franco. Il giovane maestro arrivava in bicicletta all’alba, con libri e giornale nella sporta, e dedicava alla mattina le lezioni di italiano, storia e letteratura. Il resto della giornata si perdeva tra passeggiate nei boschi di Mercallo, Comabbio, Osmate e Capronno e letture intense, Dostoevskij in particolare. Il paesaggio era dominato dal cilindro bianco del silo che sovrastava campi, castagni e tetti rossi. In quella cascina brulicante di braccianti e attività, con un insolito allevamento di tacchini, passavano anche famiglie costrette ad attraversare l’Europa contro la propria volontà. Rodari, chiedendo ai bambini di parlargli in tedesco, lingua dei suoi filosofi prediletti, ne apprendeva i rudimenti con passione disordinata e vorace.

L’idillio durò sei mesi. Le leggi razziali volute da Mussolini resero necessario un nuovo esilio per i Sauer che riuscirono a vendere l’azienda e a trasferirsi in Canada. Sarebbero tornati in Lombardia solo vent’anni dopo. Quell’esperienza rimase indelebile nella memoria di Rodari che avrebbe poi citato Cascina Piana in un suo racconto politico. Nell’estate del 1938 continuò a lavorare saltuariamente con lezioni private, in attesa della chiamata ministeriale. A Gavirate partecipava intanto alla costituzione di gruppi clandestini di giovani comunisti. Nell’anno scolastico successivo divenne supplente a Brusimpiano, Ranco di Angera, Cardana di Besozzo e Uboldo, trasformandosi in un maestro con la valigia.

A Ranco di Angera, come ricordò Franco Brovelli, allora alunno di terza elementare, Rodari si distingueva per pazienza e attenzione. Ripeteva i concetti finché tutti avessero compreso, teneva sulla cattedra il Corriere della Sera e libri portati da casa. Amava condurre la scolaresca nei campi per spiegare la natura e si rammaricava quando in primavera qualcuno marinava la scuola per catturare uccelli. Al sabato organizzava con i bambini l’orto di guerra e una volta fece germogliare in classe una pianta di riso da un batuffolo di cotone, gesto che ai più piccoli sembrava miracoloso. Ben voluto dai ranchesi, che a fine anno lo omaggiavano con i prodotti della campagna, trovava nel Lago Maggiore un luogo dell’anima. Nella pausa pranzo si sedeva sulle panchine a conversare con Brunin, figlio della bidella, e con suo padre, pescatore di fede socialista. Queste figure sarebbero riaffiorate nella sua fantasia nel testo Il naso che scappa, dove immagina che sia proprio un pescatore di Ranco a tirar su con la rete il naso finito nel Lago Maggiore. Il ritratto che ne emerge è quello di un ragazzo schivo e solitario, poco socievole con gli estranei, serio e diligente. Era ben visto dalle famiglie e aveva un rapporto autentico con i bambini.

La sua carriera ufficiale di maestro elementare si consumò in questo breve arco giovanile, tra il 1937 e l’inizio dell’estate 1943. Per intraprenderla aveva accelerato il diploma all’Istituto Manzoni di Varese, sostenendo da privatista gli esami degli ultimi due anni. I risultati furono brillanti in filosofia, pedagogia, canto corale e chimica, con sufficienza in educazione fisica e matematica. Il bisogno e il desiderio di lavorare, di guadagnarsi il pane, si intrecciavano all’orgoglio del lavoro appreso dal padre fornaio e dalla madre operaia e governante. In lui maturava una consapevole appartenenza alla classe lavoratrice. La riflessione successiva sul sé maestro sarebbe stata ricca di autoironia. Confessò di essere stato troppo giovane, poco preparato, distratto da interessi infiniti che andavano dalla linguistica indoeuropea al marxismo.

Nel gennaio 1940, attraverso Prospettive di Curzio Malaparte, conobbe il surrealismo francese e le sue tecniche di disgregazione del linguaggio. Nella provincia di Varese si guardava con interesse ai metodi alternativi e sperimentali legati alla pedagogista Gina Pedotti Vaj. Da quel terreno nacque il Quaderno di Fantastica, ironicamente definito scartafaccio o manuale per scrittori e guardie campestri. Ritrovato dopo la morte, contiene appunti in tedesco, il frammento di Novalis sull’Arte d’inventare e tracce di un saggio sulla Fantastica. Nel quaderno si trova la ricetta per inventare un racconto partendo da due parole come pianta e pantofole, la storia dell'albero delle pantofole affidata in seguito al contadino Pietro e una serie di esercizi linguistici, sintattici e grafici. Questi materiali rappresentano il primo nucleo di quella che sarebbe diventata, molti anni dopo, la Grammatica della fantasia.

Con l’ingresso dell’Italia in guerra il 10 giugno 1940 Rodari, giudicato rivedibile per costituzione esile e salute cagionevole, non fu chiamato alle armi. Nel luglio sostenne l’esame di ammissione alla Facoltà di Lingue e Letterature straniere dell’Università Cattolica di Milano, risultando ammesso il 16 novembre. Per due anni affiancò all’insegnamento gli studi universitari, sostenendo nove esami scritti e quattro orali con voti alti in Letteratura francese, Cultura militare e Storia dell’arte. Il 12 ottobre 1942 passò l’esame di Letteratura spagnola, ultimo di un percorso che si interruppe senza laurea. La crescita intellettuale, le letture voraci e l’avvicinamento al marxismo si scontravano con le regole imposte dal fascismo. Per continuare a lavorare Rodari accettò incarichi serali di contabilità al fascio di Gavirate, vissuti con tristezza e senso di colpa. Si iscrisse alla GIL e nel 1941 al Partito fascista, forzature che avvertì come umilianti. Al termine dell’anno scolastico 1942/43 il suo operato fu giudicato insufficiente mentre un alunno ricordava che alle sfilate scolastiche il maestro non indossava mai la divisa fascista.

Nel frattempo la guerra gli strappava gli amici più cari. Amedeo Marvelli, sottotenente alpino, fu disperso in Russia il 27 gennaio 1943. Antonino Bianchi detto Nino naufragò con la Calipso nel Mediterraneo. Il fratello Cesare, arruolato a Roma, rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale Italiana, fu arrestato e deportato in Germania. Tornò a casa traumatizzato e malato di tubercolosi, iscrivendosi poi al PCI. I bombardamenti del 1943, la caduta del fascismo il 25 luglio e l’armistizio dell’8 settembre precipitarono il Paese nel caos. Rodari, dopo aver assistito al dolore di una nazione intera, maturò la scelta definitiva iscrivendosi al PCI. L’appoggio di Alessandro Realini, Francesco Furega e Carlo De Bernardi fu determinante. Prese parte alle prime azioni popolari antifasciste a Gavirate.

Richiamato alle armi dalla Repubblica Sociale e inviato al reparto Sanità dell’ospedale militare di Baggio, disertò e si unì alla Resistenza. Nel maggio 1944 entrò nel battaglione Bartolomeo Baj della Centoventunesima Brigata d’assalto garibaldina, intitolata a Gastone Sozzi e poi a Walter Marcobi. La sua scelta di campo divenne irreversibile. Tra depositi di armi nel cimitero di Gavirate, gruppi di ricognizione collegati alla Montagna, prelievi di armamenti in via Ferrari e punti di scambio a Cocquio-Trevisago, Rodari operò con prudenza e fiducia nei compagni. L’aneddoto della pietra tombale sollevata mentre lui fumava tranquillo, sicuro che gli amici sarebbero tornati a cercarlo, restituisce l’immagine di un partigiano lucido e quasi sognante.

Nell’inverno del 1944, operato d’urgenza di appendicite in clandestinità e sotto falso nome, trovò rifugio a Regusella di Uboldo. Qui era protetto da una rete di conoscenze e accolse anche paracadutisti inglesi. Una bambina di allora ricordò il teatrino di legno costruito da lui e dagli altri partigiani per far giocare i più piccoli. Nei giorni della Liberazione, mentre era impegnato in posti di blocco e sorveglianza, Rodari fermò sull'autostrada Milano-Como il pittore Mario Sironi che era stato legato al fascismo. Gli firmò il lasciapassare in nome dell'arte, dopo aver consegnato John Amery, figlio di un ministro inglese e propagandista nazista. Commentò poi quella scelta osservando che un Sironi valeva molto più di quattrocentomila Amery. Coerente con una visione egualitaria, pacifista e antimilitarista, non impugnò mai le armi e affidò alla scrittura la condanna della guerra. 

Dopo vent’anni di oppressione, il Primo Maggio 1945 fu celebrato in libertà. A Gavirate Rodari parlò come oratore principale dalla finestra di un avvocato sulla piazza gremita nonostante il nevischio. Aveva grande gioia e grande paura nel cuore. Ricordò le celebrazioni clandestine, le bandiere rosse sugli alberi e le canzoni proibite come Vien qui Ninetta, il cui motivo era quello di Bandiera Rossa. Stabilitosi con la madre Maddalena a Gavirate, abbandonò l’insegnamento e divenne funzionario della Federazione di Varese del PCI. Fu attivo nel Fronte della Gioventù e responsabile della sezione di Agitazione e propaganda. Ideò e gestì il quindicinale ciclostilato Cinque Punte, con un giornale murale affisso all’esterno della sezione. In quegli articoli militanti si riconoscono già alcuni tratti dello scrittore. All'inizio dell'estate del 1945, chiamato a dirigere L'Ordine Nuovo a Varese, il giovane Rodari muoveva i primi passi verso la carriera di giornalista e scrittore.

Il foglio era nato il 5 maggio 1945 con molto entusiasmo e scarsa organizzazione. Proprio per rimediare a tale debolezza Angelo Leris, segretario della Federazione varesina del PCI, aveva chiamato un direttore giovane capace di imprimervi rigore e precisione. Rodari vi entra alla fine di quella prima estate di pace con un progetto meditato, fondato sulla convinzione che gli articoli dovessero essere brevi e accurati, arricchiti da immagini e disegni per raggiungere anche i lavoratori agricoli poco scolarizzati che non leggono l'Unità. I titoli dovevano essere grandi e chiari, capaci di unire informazione e curiosità mentre le corrispondenze locali dovevano essere numerose perché ogni lettore si sentisse rappresentato. Le rubriche settoriali, invece, avevano come scopo restituire il profilo sociale e culturale del territorio con una lingua esatta e accessibile, senza forzature ideologiche, così da trasformare il giornale in uno strumento popolare capace di penetrare la complessa composizione sociale varesina. È nelle rubriche che si riconosce subito la vena narrativa del direttore. La domenica del contadino adotta lo schema del dialogo socratico tra Peder e Paul, due contadini con diversa coscienza di classe che discutono di canoni d'affitto, prezzi e concimi in termini semplici e con inserti di dialetto bosino. Peder, il più politicizzato, conduce l'interlocutore verso la Federterra, l'iscrizione alla Camera del Lavoro e la solidarietà di classe intesa come risposta alle crisi individuali imposte dal sistema agrario capitalista.

Nella rubrica I discorsi del Cavalier Bianchi, ispirata ai Dialoghi sopra i due massimi sistemi di Galileo, Rodari dialoga con un personaggio immaginario di mentalità qualunquista e nostalgica del fascismo. Attraverso questo scontro di opinioni difende i contadini sul prezzo dei prodotti e indica nei grandi proprietari terrieri i responsabili del mercato della terra. Il registro è spesso ironico, come nella battuta “Ho ragione o parlo bene?”, con cui durante lo sciopero del latte del febbraio 1947 cerca la complicità dei lettori. Sul fronte delle fabbriche segue invece le lotte operaie in varie aziende del territorio, dalla SIAI Marchetti di Sesto Calende alla CEMSA e all'Isotta Fraschini di Saronno, fino alla Caproni di Vizzola Ticino e all'Aeronautica Macchi di Varese. In un'area a forte densità industriale, la crisi del dopoguerra si manifestava con licenziamenti e famiglie ridotte in povertà.

Alle corrispondenze dai quartieri e dai paesi Rodari attribuisce un'importanza decisiva, al punto da conoscere personalmente i corrispondenti, compresi quelli occasionali e improvvisati, e da legarsi ad Ambrogio Vaghi, giovane maestro del rione Belforte che nel 1945 ha rinunciato all'insegnamento come lo stesso Rodari e al quale affida la correzione linguistica dei pezzi senza alterarne impianto ed emozione. Attraverso la sua testimonianza si vede Rodari alla tipografia La Tecnografica apprendere struttura e linguaggio della pagina e divertirsi a spostare il piombo sul telaio per bilanciare l'impaginazione, con la sigaretta in bocca, fino ai bozzoni per le ultime correzioni. 

Parallelamente all'attività giornalistica Rodari scrive racconti per il Corriere Prealpino, poi Prealpina, firmandoli con pseudonimi come Francesco Aricocchi, Franco Ciocchi, Giro e Giovanni Grazioso. Sono testi surreali e stranianti, influenzati da Buzzati, Pirandello, Kafka e Bontempelli. Tra questi c'è Il granduca che racconta il funerale del generale Luki disturbato dalla mela che il Granduca tiene in mano. In Il celebre scrittore, pubblicato il 4 giugno 1946, Rodari anticipa le tecniche che esporrà in Grammatica della fantasia: l'incipit folgorante, il metodo del “che cosa succederebbe se” e la casa volante del signor Venceslao che riutilizzerà nel 1949. Dalla realtà quotidiana trae spunti fantastici, come l'idea dei nasi intercambiabili immaginata su un treno da Gavirate a Varese. In questo periodo vive anche alcune storie d'amore, tra cui quella per Ada Campi, figlia dell'ex deputato socialista Paolo Campi. Per lei stampa poster con la lettera A e progetta un romanzo mai realizzato, La figlia del Deputato. Per le elezioni del 1946 crea il manifesto di Marchetto elettore perfetto, realizzato nello stile del Corriere dei Piccoli con otto formelle su fondo ocra e didascalie in quartine a rima baciata che spiegano il voto agli analfabeti e si chiudono con l'immagine del fabbro che raddrizza il gambo di una margherita. Nei suoi articoli emerge uno sguardo partecipe verso i bambini, come nel resoconto dell'arrivo a Varese dei cento orfani di Cassino, episodio che anticipa Piccoli Vagabondi. Nel marzo 1947 lascia Varese per l'Unità di Milano, dove dopo quattro mesi firma gli articoli sul naufragio di Loano del 17 luglio 1947, in cui muoiono circa cinquanta bambini orfani di guerra. A Milano incontra Felice Platone, collaboratore storico di Gramsci, e lavora come corrispondente annonario, poi come inviato, seguendo la Fiera campionaria e le manifestazioni per la pace del 1948. La sua scrittura si distingue per onestà intellettuale, chiarezza, rifiuto della retorica e andamento narrativo che fonde realtà e fantasia. Nel 1949 il direttore gli chiede testi per una pagina domenicale che diventa La Domenica dei piccoli che esordirà il 7 aprile con la Filastrocca per Susanna firmata Lino Picco, prima tappa della sua produzione per l'infanzia.

Questo esordio occasionale, sollecitato dal redattore capo Fidia Gambetti con la richiesta di qualche pezzo allegro per il giornale della domenica, si trasforma rapidamente in un percorso consapevole. Le filastrocche piacciono, mamme e bambini scrivono per chiederne altre, e La Domenica dei piccoli esce per quarantuno numeri tra il 13 marzo 1949 e il 5 febbraio 1950 con fiabe, giochi, vignette, corrispondenza e un dialogo affettivo che coinvolge anche fisicamente gli adulti, come nella Filastrocca per Ciccio, scritta per un bambino che vive in una cantina milanese, alla cui madre Rodari rivolge parole di fiducia e di invito alla lotta. Dopo l'eccidio delle Fonderie Riunite di Modena del 9 gennaio 1950, in cui restano uccisi sei operai e oltre duecento restano feriti, Rodari pubblica Bambino di Modena, dove la voce del cronista, dell'uomo politico e dello scrittore per l'infanzia si fondono in versi schierati. All'Unità è ormai l'uomo dai due volti, cronista e Lino Picco per i figli dei lavoratori. Collabora anche a Vie Nuove con Piccolo mondo moderno, popolato di cenciaioli, strilloni, figli di ferrovieri, partigiani greci, operai coreani e cinesi, fornai e muratori. Nell'estate del 1950, su richiesta di Giancarlo Pajetta, diventa co-direttore del Pioniere, inserto de l'Unità per ragazzi, e si trasferisce a Roma. Il settimanale, nato il 3 settembre 1950, è il primo periodico italiano a parlare ai giovani di pace, solidarietà e uguaglianza rendendoli protagonisti attivi, con fumetti come Sitar, La città sepolta, Uomini di ghiaccio e Mario, il figlio dell'emigrato. Rodari riflette organicamente sul proprio ruolo e nel maggio 1952 si chiede come un giornale nuovo possa legarsi agli interessi dei ragazzi, divertire senza illudere, educare senza annoiare. La Chiesa avversa il Pioniere, bruciato in piazza dopo la scomunica dei comunisti del 1949. All'interno del partito, invece, si accende una polemica sull'uso del fumetto come strumento educativo. Nilde Jotti sostiene che il fumetto distrae dalla lettura e propone argomenti orripilanti, ricordando che è stato lanciato dal magnate imperialista Hearst. Rodari difende la distinzione tra forma e contenuto, sostenendo che ogni storia può essere raccontata attraverso linguaggi diversi senza che il mezzo determini di per sé la qualità del messaggio. Il confronto, duro ma possibile nella dialettica interna al partito, si svolge pubblicamente sulle pagine di Rinascita, la rivista il cui direttore è Palmiro Togliatti, segretario del PCI e compagno di vita della Jotti. Togliatti interviene in modo netto dichiarando di non condividere il punto di vista di Rodari e ribadendo che il fumetto resta uno strumento di carattere antieducativo. Ammette però che lo si possa utilizzare per storie dal contenuto istruttivo. Per rafforzare la propria posizione aggiunge che la storia del Partito Comunista o della Rivoluzione russa non sarà mai raccontata a fumetti. La polemica si chiude con una sostanziale sconfitta delle tesi di Rodari ma senza che questo arresti la sua sperimentazione sul Pioniere, dove continua a servirsi del fumetto per raccontare ai ragazzi temi come la pace, la solidarietà e l'uguaglianza.

Nel 1950 esce Il libro delle filastrocche, prima pubblicazione in volume, seguita nel 1952 da Il treno delle Filastrocche e dal Romanzo di Cipollino, poi Le Avventure di Cipollino, scritto in un mese a Gaggio di Piano presso Modena, allegoria di una sollevazione popolare contro il principe Limone che ottiene grande successo soprattutto in Unione Sovietica grazie alla traduzione di Marshak e porta a Rodari diritti d'autore e migliori condizioni economiche. Nel 1953 sposa Maria Teresa Ferretti e a Roma lo raggiunge la madre Maddalena. Escono poi Le avventure di Scarabocchio, Cipollino e le bolle di sapone, Il libro dei mesi e Il viaggio della Freccia Azzurra. Rodari si definisce costruttore di giocattoli più che poeta e considera i suoi libri strumenti per insegnare giocando, capaci di impegnare sensi, immaginazione e sentimenti dei bambini. Nei primi anni ‘50 il suo immaginario fantastico appare finalmente sbocciato.

Rodari, tra il 1957 e il 1962, passa da giornalista e autore per l’infanzia già noto a scrittore stabile della Einaudi. Il punto di partenza è una lettera del 1952 a Italo Calvino, in cui Rodari propone un saggio su Pinocchio, letto come esempio di favola e di realismo e come possibile strada per una narrativa non solo infantile. Calvino si interessa all’idea ma il progetto monografico non va in porto subito, anche perché Rodari è allora poco conosciuto negli ambienti critici. Nel 1956 Pietro Ingrao lo chiama alla redazione romana de l’Unità, dove per circa due anni fa l’inviato, il responsabile della pagina culturale, il capocronista e cura La posta dei perché, rubrica da cui nascerà Il libro dei perché, curato da Marcello Argilli. In quelle pagine risponde ai bambini con filastrocche e canzonette, affrontando domande sulla nascita, sulla Luna e su tanti altri temi. Il 1957 è l’anno dell’iscrizione all’Albo dei giornalisti e soprattutto della nascita della figlia Paola, chiamata in famiglia Paoletta, alla quale dedicherà poesie e libri. Nel dicembre 1958 Rodari passa a Paese Sera, scelta che orienta il resto della sua vita. Accanto alla scrittura per l’infanzia porta avanti un giornalismo politico non partitico, con un progressivo allontanamento dai vertici del PCI dopo la crisi d’Ungheria. Su Paese Sera resta vent’anni, stringe amicizia con Marco Cesarini Sforza e Alfredo Orecchio e firma con lo pseudonimo Benelux corsivi su politica, attualità, musica e sport. In questi anni Rodari pubblica per Editori Riuniti Gelsomino nel paese dei bugiardi, la storia di un bambino dalla voce potentissima e del gatto Zoppino, ambientata in un mondo alla rovescia in cui i bugiardi chiamano il verde rosso e i cani miagolano. Presso Mursia esce invece Gip! Una favola in orbita che racconta le avventure di Gianpiero Binda, detto Gip. Caduto dentro il televisore, il ragazzo resta intrappolato nei programmi e vive vicende intergalattiche insieme al gatto astronauta Garibaldi Primo. A questo libro segue Il pianeta degli alberi di Natale.

Nel 1960 arriva il primo titolo Einaudi, Filastrocche in cielo e in Terra, selezione delle poesie scritte tra il 1949 e il 1960 curata da Giovanni Arpino. Rodari commenta la scelta in una lettera a Giulio Bollati. La definisce varia e robusta mentre in un’altra lettera a Giulio Einaudi esprime soddisfazione per un’edizione che gli sembra un riconoscimento del decennio precedente e una vetrina di un mondo fantastico e linguisticamente sovversivo. Nel 1962 esce il secondo titolo Einaudi, Favole al telefono, dedicato a Paoletta Rodari e ai suoi amici di tutti i colori, con il ragionier Bianchi, alter ego dell’autore, rappresentante di medicinali che ogni sera alle nove telefona alla figlia per raccontarle una favola. Favole al telefono tiene insieme brevità, invenzione e vita quotidiana. Rodari mostra come si può scrivere, divertire e far riflettere partendo da spunti molto diversi come un errore grammaticale, due parole lontane che si incontrano, un gioco di numeri, un episodio della storia italiana recente o un pianeta fantastico. Per questo è un libro che si presta a essere letto insieme, da tutta la famiglia. Nel novembre 1962 propone un libro tutto sugli errori che diventerà poi Il libro degli errori. Intanto, grazie alla liquidazione del lavoro della moglie e ai diritti d’autore nei paesi del blocco sovietico, acquista con Maria Teresa un terreno a Manziana, vicino al lago di Bracciano, e costruisce una casa che gli permette di tornare sul lago, ricucendo un paesaggio emotivo infantile segnato dalla morte del padre e dai trasferimenti. La moglie Maria Teresa Ferretti è la persona che più si carica delle sfumature del carattere di Gianni, sacrificando la propria carriera, facendo la dattilografa e poi dedicandosi a Paoletta mentre Rodari lavora moltissimo e non stacca mai, tra giornalismo, libri e viaggi. In una lettera ai bambini ammette che i grandi spesso trascurano i figli per il lavoro ma che il segreto sta nell’interessarsi insieme di musica, pittura, libri e questioni sociali. 

Nel 1964 esce Il libro degli errori, pubblicato da Einaudi. In quelle pagine Rodari difende il valore dell'errore che considera necessario come il pane e spesso bello come la torre di Pisa. Il volume raccoglie errori visibili e nascosti, in versi e in prosa, non tutti infantili. Il libro era pronto già da un anno ma l'uscita era stata rinviata per non sovrapporsi a Favole al telefono. Contiene quasi cento racconti brevi e filastrocche, popolati da figure come il Professor Grammaticus, Giovannino Perdigiorno, i gemelli Marco e Mirko e Pier Tonto. I temi spaziano dagli errori ai giochi di parole, dalle ingiustizie sociali ai migranti italiani che in treno si lamentano dei soprusi subiti in Germania o in Svizzera, dagli uomini a motore alle insalate sbagliate, fino alle lettere dell'alfabeto che fuggono o vengono rubate. L'atmosfera ricorda il primo Rodari, segnata da egualitarismo e giustizia sociale.

Da una filastrocca contenuta nel libro, in cui un malfattore fallisce l'esplosione atomica e provoca invece una torta al cioccolato, nasce La torta in cielo. La storia prende forma nella classe quarta della maestra Maria Luisa Bigiaretti, alla scuola Collodi del Trullo, a Roma, in un ambiente legato al Movimento di Cooperazione Educativa e alle idee di Célestin Freinet e Mario Lodi. Rodari arriva in classe, legge i capitoli dattiloscritti e li interpreta, osserva le reazioni dei bambini e chiede loro critiche e suggerimenti. I bambini collaborano con entusiasmo, sentendosi coinvolti e importanti. La vicenda racconta di uno scienziato che vuole fabbricare una bomba, sbaglia la formula e crea una torta. I protagonisti sono Paolo e Rita, nomi di due bambini della classe, insieme ad altri personaggi della borgata. Il finale, suggerito dagli alunni, prevede un pezzettino di torta per chi verrà in borgata. Quando Rodari legge l'ultimo passaggio scandendo che ce ne sarà per tutti quando si faranno le torte al posto delle bombe, scoppia un applauso spontaneo. 

Per Rodari gli incontri con le scuole non sono soltanto occasioni per parlare dei suoi libri: diventano un vero metodo di lavoro. Prende appunti, abbozza una storia, la legge ai bambini, poi torna in studio e la riscrive seguendo le loro indicazioni. Da questo ciclo nasce anche una fitta corrispondenza con classi di Volvera, Ascoli, Trullo, Giugliano e altre località. Nel 1968 pubblica su Riforma della Scuola l'articolo Un autore tra gli alunni, dove spiega che gli incontri ripetuti sono i più fruttuosi perché i ragazzi si informano su ciò che lo scrittore sta inventando e i loro giudizi indiretti, fatti di risate, silenzi e difficoltà, indicano la strada da seguire. Testimonianze come quella di Luciano Marucci lo descrivono come un improvvisatore formidabile e un comico nato che si faceva chiamare Gianni, si metteva allo stesso livello dei bambini, creava il bisogno di sapere, trasformava l'aula in un laboratorio di invenzioni fantastiche e faceva della scuola un momento di vita.

Nello stesso anno Rodari vive il suo Sessantotto soprattutto in favore della scuola. Partecipa al Movimento di Cooperazione Educativa e dirige dal 1968 al 1977 il Giornale dei Genitori, dopo la scomparsa di Ada Gobetti. Dalle sue pagine lancia i suoi celebri Nove modi per insegnare ai ragazzi a odiare la lettura, un elenco costruito con ironia rovesciando il punto di vista: sono tutti comportamenti che, invece di avvicinare i ragazzi ai libri, finiscono per allontanarli. Tra questi ci sono il presentare il libro come alternativa alla tv o al fumetto, il sostenere che i bambini di una volta leggevano di più, il dare la colpa ai bambini stessi, il trasformare il libro in uno strumento di tortura, il rifiutarsi di leggere ad alta voce, il non offrire loro alcuna scelta e, infine, l’ordinare di leggere. Sempre nel 1968 scrive la prefazione a Un anno a Pietralata di Albino Bernardini, intitolata Scuola e civiltà, in cui elogia il maestro che porta intera la sua umanità nella scuola e riesce a coinvolgere bambini emarginati, figli di operai e disoccupati. Da quel libro Vittorio De Seta trarrà un film televisivo in puntate nel 1973. Il 1968 è però anche un anno di dolore per la morte della madre Maddalena, cattolica fervente che in vecchiaia ritrova la strada della fabbrica e vota comunista.

Dopo gli incontri nelle scuole Rodari porta lo stesso spirito di gioco e di sperimentazione anche alla radio. Tra l'ottobre del 1969 e la primavera del 1970 scrive e conduce per Radio Rai Tante storie per giocare, dove propone a un gruppo di bambini argomenti fantastici e costruisce con loro storie che hanno tre finali diversi, tra i quali scegliere o ai quali aggiungerne di nuovi. Le trasmissioni vengono poi riprese sul Corriere dei Piccoli e raccolte in volume. Nello stesso periodo, nel 1969, collabora anche alla scrittura televisiva di Il paese del Giocagiò, la versione italiana del format BBC Giocagiò, con la regia di Marcella Curti Gialdino e autori come Teresa Buongiorno e Marcello Argilli. Per il programma scrive le parti del cavallo parlante che sentenzia in filastrocca, del signor Coso e le storie di Elettronico Alomini e dei gemelli Marco e Mirko, diffondendo anche in tv una cultura democratica, egualitaria e antimilitarista, con le armi bandite persino dalle parole, come ricorda Teresa Buongiorno. Grazie alla radio e alla televisione Rodari porta così il suo mondo nelle case di migliaia di italiani e diventa una figura di riferimento per l'Italia riformista e democratica, per le famiglie, gli insegnanti e i piccoli lettori ai quali continua a rispondere con lettere, come quelle inviate ai bambini di Volvera. In una di queste confessa che, se dovesse scegliere un solo mestiere, sceglierebbe quello di camminatore nei boschi.

Nel 1970 Gianni Rodari ottiene a Bologna, in occasione della Fiera del Libro per ragazzi, l'Hans Christian Andersen Award, il più alto riconoscimento internazionale per la letteratura dedicata all'infanzia, diventando il primo autore italiano della sezione scrittori a ricevere la medaglia con il volto dello scrittore danese. Il premio corona una carriera interamente spesa a promuovere il bambino come soggetto attivo del processo creativo e dell'apprendimento. Nel discorso di ringraziamento Rodari prende spunto dall'episodio di Newton sotto il melo per smontare l'idea che serietà e immaginazione appartengano a sfere separate: è proprio la capacità di immaginare ciò che ancora non esiste, sostiene, a rendere possibile ogni scoperta scientifica e ogni progetto di trasformazione del mondo. Alla fiaba riconosce un ruolo educativo centrale, definendola alleata dell'utopia e non della conservazione, perché l'utopia stessa ha valore pedagogico in quanto passaggio obbligato dall'accettazione passiva della realtà alla capacità di criticarla e di impegnarsi per cambiarla. Sono gli anni in cui questi temi trovano spazio sulle testate con cui collabora e in una nuova rubrica, Dialoghi con i genitori, aperta nel 1970 su Paese Sera, mentre si moltiplicano gli incontri pubblici con insegnanti ed educatori. Il culmine di questo percorso arriva nel marzo del 1972 a Reggio Emilia, dove Rodari trascorre quella che definirà una delle settimane più felici della sua vita. Sono gli Incontri con la Fantastica, cinque conversazioni organizzate dal comune insieme a Loris Malaguzzi, pedagogista e anima del progetto dei nidi d'infanzia reggiani. Davanti a una cinquantina di maestre, insegnanti, animatori e studenti, Rodari espone a braccio, con il suo taccuino nero aperto sulla scrivania, i materiali elaborati in oltre trent'anni di riflessione sull'arte di inventare storie, muovendosi tra Novalis, i surrealisti, Gramsci e Kant, insistendo sulla necessità di restituire all'immaginazione il valore di strumento liberatore e di espressione totale. Da quelle conversazioni, registrate e sbobinate, nasce il materiale per il libro che Einaudi pubblicherà nel 1973 con il titolo Grammatica della fantasia, progetto che Rodari accarezzava da almeno un decennio, quando lo chiamava La macchina per inventare le favole. Il volume, che Tullio De Mauro salutò definendolo un classico per l'equilibrio tra densità teorica e radicamento personale, è un insieme di strumenti offerti alla scuola per trasformare il ruolo del bambino da ricettore passivo a creatore e ricercatore. Sempre dal medesimo bacino di appunti nasce, nello stesso 1973, Novelle fatte a macchina, raccolta di trentasette favole scritte per Paese Sera e concepite come satira del presente, in cui la tradizione favolistica si misura con i linguaggi della modernità e con il tempo presente, quello dei fumetti e della televisione. L'anno vede anche l'uscita di Turista in Cina e un nuovo viaggio in Unione Sovietica mentre i dolori alla gamba sinistra cominciano a farsi sentire con insistenza e le condizioni di salute si avviano verso un peggioramento irreversibile.

Nel 1974 esce Ci vuole un fiore, disco di Sergio Endrigo con testi di Rodari musicati insieme a Bacalov, che diventa un successo nazionale grazie anche all'intuizione di far cantare l'adulto e rispondere i bambini, rovesciando il modello dello Zecchino d'Oro. Nello stesso anno vedono la luce Marionette in libertà e La filastrocca di Pinocchio che testimoniano l'attenzione sempre più consapevole di Rodari per il teatro dei ragazzi, ambito in cui si era cimentato fin dagli anni ‘50 e che considera un esercizio di creatività, aggregazione e democrazia, capace di coinvolgere i bambini in ogni fase della messa in scena. Il progetto più ambizioso di questo periodo è Teatro aperto, percorso triennale realizzato con Emanuele Luzzati e culminato nel 1976 a La Spezia con lo spettacolo La storia di tutte le storie, fiaba teatrale costruita insieme a bambini, insegnanti, genitori e cittadini a partire dai materiali prodotti durante laboratori collettivi, in cui le maschere della tradizione impersonano i momenti della crescita e il viaggio del protagonista diventa metafora del percorso di ogni bambino. Malgrado queste esperienze, l'umore di Rodari resta cupo. Il mancato sostegno del Partito al rilancio del Giornale dei Genitori alimenta un risentimento che si traduce in ripetuti tentativi di dimissioni mentre i taccuini continuano a riempirsi di spunti che faticano a trasformarsi in storie compiute. Nel 1977 si reca in Spagna all'indomani della caduta del franchismo, tenendo corsi nelle scuole estive catalane insieme a Franco Passatore e al burattinaio Mariano Dolci. Partecipa alla Fiera del libro per l'infanzia di Monaco, dove ribadisce che un buon libro per bambini deve funzionare come un buon giocattolo, offrendosi come pretesto per un gioco di cui il bambino stesso diventa protagonista. Nello stesso anno lascia finalmente il Giornale dei Genitori e prende tre mesi di congedo dal Paese Sera per scrivere una lunga favola ambientata nei suoi luoghi d'origine, quel romanzo avventuroso-surrealista che diventerà C'era due volte il barone Lamberto, pubblicato nel 1978. Il libro, secondo romanzo di Rodari dopo Piccoli vagabondi e di fatto ultimo, racconta di un vecchio barone che grazie a uno stratagemma egiziano ringiovanisce facendosi ripetere giorno e notte il proprio nome. Intreccia i luoghi veri dell'infanzia dell'autore con i temi della vecchiaia, della malattia e della paura della morte. Presentato al premio Monza nel 1979, ottiene solo quattro voti su ventuno giurati adolescenti, deludendo le aspettative e spingendo Rodari a chiedere a Einaudi di non inviare più suoi libri a premi letterari. A risollevarlo giunge l'opportunità di un nuovo viaggio in Unione Sovietica, nell'agosto del 1979, da cui nasceranno gli appunti pubblicati postumi con il titolo Giochi nell'Urss. Furono tre mesi faticosissimi tra Mosca e il Mar Caspio che aggravano ulteriormente le sue condizioni di salute. Il 23 ottobre 1979, rientrato a Mosca da Krasnodar, annota sul taccuino la passeggiata sulla via Gorki con il giaccone di pelo, il freddo, la folla nei negozi, i piedi gelati e le gambe che non lo reggono, la telefonata di Nicola della Progress che gli ricorda il compleanno, la neve che cade insistente. Il giorno dopo, con il cielo di piombo e cinque gradi sottozero, scrive che la gamba sinistra lo mette a terra: è un'artrosi coxo-femorale per cui dovrà operarsi. In attesa dell'intervento trova ancora la forza di scrivere agli amici de Lo Strona e di ironizzare sulla bufera di neve che gli ha abbattuto un pino, sull'operazione alla cistifellea della moglie e su quella che attende lui, concludendo che gli pare proprio che non convenga affatto morire. 

Nei primi mesi del 1979, nonostante i dolori alla gamba si facessero sentire, Rodari aveva ancora trovato momenti di vera felicità tra i bambini. Ad Arezzo li aveva coinvolti in un gioco creativo. Mettendo insieme le parole volpe e lampada un ragazzo aveva immaginato volpi luminose, incapaci di catturare le prede perché troppo visibili. Ad Ascoli Piceno, durante il carnevale, aveva passato tre giorni in alcune classi elementari, tra insegnanti e alunni, e da quell'incontro era nata una corrispondenza. Il 20 dicembre 1979 Rodari risponde proprio ai bambini ascolani, ringraziandoli per la lettera che gli hanno inviato. È un periodo in cui i medici gli parlano delle sue arterie e della gamba in termini tutt'altro che rassicuranti, eppure quella lettera gli procura una gioia profonda che lui stesso cerca di spiegare. Quelle righe gli dicono che il suo passaggio in quelle classi non è stato quello di un turista annoiato, che l'incontro ha lasciato qualcosa, che non è al mondo per niente e vale la pena restarci ancora un po'. Pochi mesi dopo, il 10 aprile 1980, si ricovera per l'operazione fissata per il giorno successivo. Durante l'intervento i medici scoprono un aneurisma vicino a una vena. Tre giorni dopo la lunga operazione, il 14 aprile 1980, il suo cuore si ferma. Gianni Rodari ha cinquantanove anni. Il funerale laico si tiene nella sede del Paese Sera, a via del Tritone, e tra i molti necrologi che appaiono sui giornali ce n'è uno di Italo Calvino, il quale scrive che con la morte di Rodari il mondo si è impoverito. Nelle ultime righe di C'era due volte il barone Lamberto Rodari aveva lasciato un'ultima speranza affidata alla parola: ogni lettore insoddisfatto del finale può cambiarlo come vuole, aggiungendo un capitolo o due o anche tredici perché non bisogna mai lasciarsi spaventare dalla parola.