La didattica di Mario Lodi

La didattica di Mario Lodi nasce da una scelta politica prima che pedagogica. Formatosi negli anni della Resistenza e convinto che a una società nuova dovesse corrispondere una scuola nuova, ricercò strumenti capaci di liberare le capacità espressive, logiche e critiche del bambino. Il riferimento per questo lavoro è Freinet, da cui riprende le tecniche del testo libero, della corrispondenza, della tipografia, delle attività grafico-figurative e della ricerca, convinto che il bambino sia il vero soggetto dell'educazione e non l'oggetto di un sapere da trasmettere.

In Cominciare dal bambino parla dell'abolizione del tema. Lodi ne analizza la funzione nella scuola autoritaria e sostiene che nel momento stesso in cui si insegna a leggere e a scrivere si dice anche cosa leggere e cosa scrivere. Confrontando i temi di scolaresche diverse osserva che quando l'argomento imposto è vicino all'esperienza dei bambini questi hanno molto da raccontare e lo fanno con vivacità mentre, quando è lontano, racimolano poche idee e ne viene il solito tema scarso. Da qui la domanda che orienta la sua didattica: se partendo dal mondo del bambino lo studente ha idee e racconta con ricchezza, perché non partire sempre dalla sua vita? Al tema si sostituisce così il testo libero che il bambino realizza quando ha qualcosa da comunicare agli altri. Non va confuso con il tema libero che l'alunno è costretto a scrivere quando vuole il maestro anche se non ha nulla da dire. Il testo libero porta naturalmente i bambini a esprimersi, a discutere, a rivelarsi per quello che sono, a mostrare i loro condizionamenti e i loro interessi.

Da qui nascono problemi di organizzazione. La scuola non è più strutturata secondo i programmi e le materie stabilite dall'insegnante ma sugli argomenti che i bambini portano in classe e che riguardano la vita familiare e sociale. Dal testo libero si passa così alla ricerca che Lodi considera la tecnica fondamentale per la formazione della mentalità critica e che distingue nettamente dalla cosiddetta ricerca sulle enciclopedie, ridotta a un esercizio di copiatura. La ricerca sul campo comporta la raccolta dei dati, la loro lettura e interpretazione, la visualizzazione per mezzo di grafici, la formulazione di ipotesi e la loro verifica. Sviluppa la capacità critica perché parte dall'ambiente, dal presente, da ciò che non si trova sui libri e che siamo noi a dover scoprire. In una società capitalista qualsiasi ricerca che parta dal presente finisce per urtare contro le contraddizioni della società. Quando a scuola vengono portati e discussi i problemi del tempo in cui si vive, il bambino comincia a prendere coscienza del mondo in cui è immerso e ad agire di conseguenza, a operare delle scelte perché la ricerca serve a rilevare le contraddizioni della realtà e a cercare con quali strumenti gli uomini possono superarle.

Accanto ad essa c’è la conversazione che diventa la qualità di fondo dell'uomo sociale grazia alla discussione e alla necessità di difendere le proprie idee. In questo modo si arriva a socializzare il problema di uno facendolo diventare il problema di tutti. Lodi insiste sul fatto che il bambino ha bisogno di parlare mentre la scuola tradizionale lo tiene quasi sempre in silenzio, facendolo scrivere e interrogandolo. Per questo nella sua classe si parla, si discute, si fanno progetti e piani di lavoro. I bambini imparano a dire direttamente e pubblicamente quello che pensano, senza bisogno di cartelle in cui scrivere ciò che vogliono dire all'insegnante.

Tutto questo richiede un ambiente senza timore perché se il bambino ha paura la chiave se la tiene lui e la consegna solo quando si fida. Lodi vuole realizzare una comunità in cui i bambini si sentano uguali, compagni, fratelli, senza qualcuno sopra che comanda e umilia ma con un maestro che li guida all'esplorazione della vita. In questa comunità non c'è il voto, esiste la motivazione in tutto ciò che si fa e tra i fini delle attività c'è la felicità. Il voto viene sostituito con una soddisfazione interiore che passa attraverso il consenso sociale. La pagella rimane solo una formalità perché Lodi considera il bambino non giudicabile con un numero. Se alla fine dell'anno gli obiettivi non sono stati raggiunti ritiene che il giudizio debba cadere sul maestro e sulle condizioni oggettive del suo lavoro, da rimuovere insieme ai genitori.

Quella di Lodi è una didattica della decondizionalizzazione. Sa che la spontaneità è in parte un mito perché quando il bambino si libera dalle inibizioni quello che dice sono concetti assimilati dall'ambiente. Il suo lavoro consiste nel mettere i bambini in situazioni tali che essi debbano esprimere idee e giudizi su molti e diversi argomenti, in un lavoro continuo e paziente che si svolge nella normalità e nel rispetto. Solo così il bambino si libera di ogni impaccio e racconta le sue esperienze e l'insegnante può mettersi al suo fianco per scoprire tendenze e attitudini e indirizzarlo verso attività congeniali. Lodi mette in guardia dalla confusione tra scuola attiva e semplice lasciar fare. Lasciare il bambino in balia di se stesso, senza stimolarlo e senza tendere alla creazione di un collettivo che coinvolge, significa rinunciare al compito formativo di personalità equilibrate e creatrici. Poiché la società influisce sul bambino in modo negativo, l'insegnante deve influire in modo positivo.

Lodi riceve ogni anno gli alunni bocciati del collega che lo precede. Racconta di Roberto, bocciato perché turbolento, diventato un maestro per la classe perché figlio di un agricoltore, quindi capace di guidare il trattore ed esperto di coltivazioni e macchine, oppure di Nadia, timida e insicura, che dopo alcuni mesi si è aperta fino a diventare equilibrata e responsabile. Il suo è un lavoro di recupero dentro la comunità, non isolando i bisognosi nel gruppo dei simili. 

Per quanto riguarda i contenuti, Lodi ritiene sbagliato spiegare a bambini piccoli fatti molto lontani nel tempo o concetti troppo complessi perché il loro sviluppo non è ancora completo e finirebbero per collocare tutto in un tempo irreale, ripetendo degli episodi come storielle, senza capire davvero la storia. Lo stesso vale per la coscienza di classe che secondo Lodi non si trasmette attraverso le spiegazioni dato che nasce dall'esperienza diretta. Il bambino la impara vivendo il rapporto con il maestro, così come l'operaio la impara in fabbrica e il contadino nei campi, di fronte al padrone che li tratta come servi. La presa di coscienza passa dunque dall'esperienza concreta e, in secondo luogo, dai fatti di vita che i bambini portano a scuola. Un esempio è la storia di Giancarlo, il quale, dopo aver preso un quattro per aver aiutato un compagno prestandogli il quaderno, decide di non tornare più a scuola e si mette a lavorare in fabbrica, arrivando a dire che la fabbrica è meglio della scuola. Attraverso la conversazione su questa storia i bambini capiscono come un ragazzo intelligente possa non realizzare se stesso e finire emarginato, semplicemente perché i sentimenti in cui crede, come la solidarietà, non vengono riconosciuti.

Lodi utilizza anche i mezzi audiovisivi e il cinema ma con un fine preciso: non fare dei bambini dei piccoli registi, bensì far capire come la tecnica audiovisiva possa essere usata per suggestionare gli altri, come avviene con Carosello e la pubblicità. Il lavoro alla moviola, il montaggio, la scelta delle scene fondamentali in cui inserire quelle secondarie diventano occasioni di ragionamento, di scoperta del ritmo e di apprendimento della sintassi del linguaggio cinematografico. Portano i bambini a smontare i meccanismi con cui la pubblicità costruisce i suoi effetti.

Lodi sostiene che la lingua si apprende esercitandola direttamente. I ragazzi imparano a parlare parlando e a scrivere scrivendo. Questo avviene soprattutto in forma collettiva. Il punto di partenza sono i fatti, cioè l'esperienza concreta dei bambini. Chi scrive progetta il proprio racconto pensando a chi lo leggerà o lo ascolterà, cioè all'interlocutore, e questo lo porta a rendere il testo comprensibile. Da qui deriva una concezione diversa dell'errore: sbagliato è soltanto ciò che impedisce la comunicazione o la rende più difficile mentre non è errore il semplice allontanarsi da un modello linguistico come quello di Manzoni o del professore. L'obiettivo diventa possedere il vocabolario più ampio possibile e saperlo usare in modo creativo, non imitare un modello. Poiché il lavoro si svolge insieme, gli alunni correggono collettivamente gli errori di ortografia, acquistano sicurezza e assimilano la struttura del linguaggio. Lodi aggiunge che, una volta padroneggiati i meccanismi più generali e astratti della lingua, si imparano a maneggiare anche le strutture più superficiali come l'ortografia, un risultato che viene da sé quando si lavora sulla comunicazione reale.

La creatività è la forza che secondo Lodi attraversa ogni campo di studio, dalla matematica alla linguistica, dalle scienze naturali all'indagine della realtà sociale, economica e politica in cui il bambino è già protagonista. Si tratta del modo in cui si apprende. Vygotskij, citato dal maestro, spiega che il cervello non si limita a conservare e riprodurre le esperienze poiché le combina e le rielabora creativamente inventando nuove situazioni. Visto che l'immaginazione non esiste senza esperienza, la scuola deve allargare il più possibile ciò che il bambino ha visto, udito e sperimentato. Quanto più ricca è l'esperienza, tanto più feconda risulta l'attività immaginativa. La creatività è quindi una dote che tutti possiedono sin dall'infanzia, una riserva di energie che la scuola e la società dovrebbero indirizzare allo sviluppo complessivo del fanciullo. Lodi osserva che i conservatori la vedono con sospetto mentre serve ai rinnovatori e ai rivoluzionari perché tutto ciò che l'uomo ha realizzato è prodotto della sua immaginazione, nell'arte, nelle scienze e nella tecnica.

Il libro di testo unico è incompatibile con questa impostazione didattica perché condiziona sia gli alunni sia il maestro a muoversi in una direzione già data, impone difficoltà, traguardi e modi operativi uguali per tutti, offre una visione acritica del mondo contemporaneo e predispone i bambini al condizionamento mentale, rendendo l'intelligenza malleabile alle manipolazioni. Lodi rileva anche un contrasto giuridico infatti imponendo il libro di testo lo Stato impone uno strumento che contraddice sia il dettato costituzionale secondo cui l'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento, sia i programmi ministeriali secondo cui lo Stato, pur avendo il diritto e il dovere di richiedere l'istruzione obbligatoria, non ha una propria metodologia educativa. La libertà didattica, precisa Lodi, consiste nella possibilità di scegliere gli strumenti adatti ai fini che l'insegnante si propone. La legge, accordando al maestro la facoltà di prescrivere i libri di testo, gli consente di non usarli e di introdurre altri strumenti come libri, giornali, dischi e documenti.

Anche la valutazione tramite voti è incompatibile con questa impostazione. Il voto numerico è impreciso perché nasce da una miscela di sensazioni basata su un modello di sufficienza che varia da insegnante a insegnante. Le materie sono raggruppate in modo che un solo numero debba sintetizzare attività molto diverse tra loro. Il voto in comportamento, in particolare, dipende dalla concezione che l'educatore ha della scuola e dell'uomo, tanto che lo stesso bambino, cambiando maestro, può cambiare voto. C'è chi premia il bambino zitto e ubbidiente e chi considera buon comportamento quello di chi discute e dà tono alla vita della classe. Soprattutto, il voto confronta i risultati senza tenere conto dei punti di partenza e diventa così strumento di selezione sociale. Lodi dice che in Italia i ragazzi delle famiglie più disagiate, che non possono ricevere stimoli culturali, sono i più bocciati. Per questo motivo cita don Milani: non c'è nulla di più ingiusto che far le parti uguali fra disuguali. Il voto diventa inoltre la motivazione del lavoro, svolto in vista della ricompensa e non per il piacere di conoscere. Tuttavia Lodi avverte che abolire il voto non basta perché esso è l'unico mezzo con cui la famiglia sa come il figlio si comporta a scuola. Occorre quindi sostituirlo con una conoscenza reale del bambino, ricostruita insieme ai genitori attraverso un questionario che raccolga notizie sulla famiglia, sul bambino, sulle persone che lo hanno seguito nella prima infanzia e su altri aspetti della sua vita psicofisica. Solo conoscendo il punto di partenza del bambino, che a sei anni è il risultato di un lungo processo evolutivo, è possibile descrivere la sua storia, i suoi progressi e i suoi problemi e aiutarlo a crescere globalmente con gradualità e armonia. 

Quindi il bambino che arriva a scuola è un soggetto attivo e competente, con una lingua e una cultura già costruite attraverso l'esplorazione sensoriale e corporea del mondo. Il linguaggio, ad esempio, si sviluppa in modo autonomo fin dalla nascita, attraverso tentativi, giochi, associazioni tra suoni e oggetti e costruzione di frasi sempre più corrette, tanto che a tre anni il bambino possiede già gran parte degli strumenti necessari per comunicare. La scuola dell'infanzia e la scuola di base hanno il compito di continuare questo processo, coltivando i rapporti sociali e applicando il metodo della ricerca ai problemi legati ai bisogni essenziali. L'insegnante organizza situazioni in cui i bambini parlano, confrontano le loro esperienze e costruiscono insieme le conoscenze.

Lo strumento centrale è la ricerca che si articola in interesse, progetto, esperienza e controllo. Si parte da un interesse autentico, si progetta un percorso, si raccolgono dati, si stende un resoconto e lo si comunica agli altri. Su questa base nascono testi liberi, libri, giornalini, corrispondenze e soprattutto teatro, inteso come creazione collettiva in cui parole, gesti, immagini e suoni scaturiscono dal vissuto dei bambini. Il teatro delle cose che parlano, per esempio, prende avvio da una scatoletta vuota di pastelli e diventa una storia inventata insieme, poi un libro illustrato realizzato da bambini che ancora non sanno leggere e scrivere. Più avanti il lavoro si allarga al giornale, alla monografia e alla relazione.

Anche la drammatizzazione storica e l'uso del patrimonio popolare, come le fiabe, rientrano in questa didattica. I testi vengono adattati e rifatti mentre il teatro si affida alla fantasia per spostare l'azione in luoghi e tempi diversi. Il fine è la presa di coscienza del ruolo che l'uomo può assumere quando, insieme agli altri, diventa protagonista della storia, capace di tracciare il proprio destino e quello delle generazioni future.

Gli spazi sono flessibili e attrezzati, l'orario rispetta i bisogni dei bambini con studio e lavoro manuale che si alternano. L'obiettivo è rendere la scuola una comunità autogestita, dove il bambino impara a stare con gli altri e a diventare protagonista della propria crescita, con la stessa gioia con cui ha giocato a scoprire tutto. Questa proposta didattica si collega a una più ampia battaglia per la libertà sostanziale dell'uomo. Recuperare il bambino al gioco creativo e alla normalità della crescita significa spezzare dentro di noi anche le altre catene. La scuola tradizionale, al contrario, rifiuta la cultura personale del bambino, parte da nozioni preordinate e libri di testo uguali per tutti, impone la disciplina e la scrittura impersonale, usa il voto come strumento di terrore e allo stesso tempo produce ansia, noia e ribellione. La didattica alternativa descritta da Lodi rappresenta un rovesciamento prospettico: il bambino ha diritto alla felicità e l'uomo libero non possiede né è posseduto. Tanti uomini liberi insieme possono cambiare la società ma per liberare questa forza bisogna cominciare dal bambino che è sotto a tutti e senza difese.

La metodologia della ricerca, con le sue fasi obbligate e la sua apertura ai dati diretti e documentali, permette di realizzare tutto questo, trasformando la scuola in una comunità educante in cui studio e lavoro, pensiero e azione, individuo e gruppo si fondono in un processo unitario di crescita. La biblioteca di lavoro, lo schedario sempre aggiornato, l'ambiente studiato come storia personale e collettiva, la corrispondenza, il teatro e la stampa concorrono a formare un abito scientifico e una cultura organica, intesa come modo di vedere e interpretare i fatti. Il bambino impara così a collocare se stesso e il mondo in una rete di relazioni e processi che continua, anche dopo la scuola, a produrre cultura e a partecipare alla vita del tutto umano e sociale. Questa è la scuola della vita che accompagna l'uomo per tutta l'esistenza e ha il suo fondamento nell'esperienza del bambino e nella fiducia nelle sue capacità.