I problemi della scuola in Israele
Nel corso di un convegno dei dirigenti dei dipartimenti educativi delle autorità locali tenutosi a Haifa la presidente dell'Associazione degli insegnanti israeliana (Histadrut HaMorim), Yaffa Ben David, ha ricordato il principio che il sistema educativo deve rimanere pubblico e statale, opponendosi in modo implicito al piano del Ministero delle Finanze che prevede un decentramento dell'istruzione. Ben David ha sottolineato che la sua battaglia mira a impedire che lo Stato abbandoni il sistema educativo nelle mani di terzi, affermando che la sovranità deve rimanere saldamente nelle mani del Ministero dell'Istruzione. Il piano del Tesoro, già anticipato dal quotidiano TheMarker ma non ancora pubblicato ufficialmente e riconducibile alle idee del think tank Kohelet, prevede una riduzione delle competenze del Ministero dell'Istruzione e il trasferimento della responsabilità su asili nido, scuole elementari e medie inferiori, i cui insegnanti sono attualmente inquadrati nell'organizzazione di Ben David, dallo Stato alle amministrazioni locali. Il sistema educativo israeliano, nonostante un incremento vertiginoso del budget, pari al 177% in termini nominali tra il 2010 e il 2025, vede crollare i risultati degli studenti in modo drammatico, portando Israele a precipitare nelle classifiche internazionali. Nei test internazionali TIMSS del 2023 Israele è crollata dal 9° al 23° posto in matematica e dal 16° al 25° posto in scienze tra i paesi OCSE, registrando il peggior calo di tutti i paesi membri e raggiungendo i punteggi più bassi dal 2007. A questi dati si aggiungono i risultati dei test nazionali (Meitzav) in scienze per le classi none che hanno visto solo il 3% degli studenti raggiungere gli standard ministeriali e oltre la metà essere bocciata. Inoltre i punteggi in lettura, matematica e scienze nei test PISA si mantengono costantemente al di sotto della media OCSE. Questa crisi è ulteriormente aggravata dai dati sull'istruzione degli adulti. Israele è scesa dal 3° al 20° posto nell'OCSE per quota di giovani laureati.
Esistono anche profonde sperequazioni e inefficienze strutturali. I finanziamenti sono distribuiti in modo iniquo tra i diversi settori (statale, statale-religioso e arabo) con un impatto diretto sulle risorse a disposizione degli studenti e sui loro risultati. Ne sono prova i divari nei test. Solo il 38% degli studenti ebrei della nona classe raggiunge gli standard in lingua madre, contro il 19% degli studenti arabi, e il dato è ancora più drammatico per l'inglese. A tutto ciò si somma il fatto che Israele ha alcune delle classi più sovraffolate dei paesi OCSE (27 studenti contro una media di 20,6) e una spesa annua per studente inferiore alla media, nonostante l'incidenza complessiva della spesa per l'istruzione sul Pil sia tra le più alte al mondo. Questo paradosso è spiegato dalla crescita demografica eccezionalmente rapida del Paese che diluisce le risorse su una popolazione studentesca in aumento del 49% dal 2005. Tuttavia l’espansione del budget è stato molto superiore alla crescita demografica, sollevando il dubbio su dove siano finiti i fondi extra, probabilmente assorbiti dall'inflazione, da riforme politiche frammentarie e da inefficienze amministrative, piuttosto che da un miglioramento sostanziale della qualità dell'insegnamento. Infine il sistema soffre di una grave crisi di attrattività per gli insegnanti. Si registra un elevato tasso di abbandono della professione nei primi anni, con un quarto dei nuovi insegnanti che lascia entro il terzo anno e solo la metà dei laureati in materie educative che rimane nel sistema a lungo termine. Per sopperire alla carenza cronica di personale il ministero assume migliaia di insegnanti con contratti individuali e stipendi più alti, spesso privi di formazione pedagogica o esperienza, il che compromette ulteriormente la qualità dell'istruzione. La combinazione di classi sovraffollate, stipendi bassi rispetto alla media OCSE e un carico di lavoro elevato rende la professione poco appetibile, innescando un circolo vizioso che mina alla base l'intero sistema. Il fallimento educativo rappresenta un rischio esistenziale per il futuro economico e sociale di Israele, minacciando il settore hi-tech, che è il motore dell'economia, e ampliando le disuguaglianze.
Contrattazione
Histadrut, il comitato dei lavoratori della società Amidar e la direzione aziendale hanno sottoscritto un nuovo accordo collettivo che interesserà 400 dipendenti. Amidar, fondata nel 1949, è una società governativa israeliana che si occupa di edilizia popolare e housing sociale, svolgendo un ruolo cruciale per decine di migliaia di famiglie in tutto il Paese. L'accordo, frutto di una lunga trattativa, introduce una serie di importanti miglioramenti in diversi ambiti fondamentali per i lavoratori, tra cui la retribuzione, il trattamento pensionistico, la sicurezza occupazionale e il benessere economico generale. Si tratta di un risultato significativo che, secondo le parti firmatarie, riconosce il valore del lavoro svolto quotidianamente dai dipendenti e garantisce che i frutti del successo aziendale si traducano in benefici per chi vi lavora. Tra le disposizioni più rilevanti del nuovo contratto spicca innanzitutto un sostanzioso indennizzo retroattivo per il periodo compreso tra il 2019 e il 2025. Questo riconoscimento economico va a coprire componenti salariali e benefit che in passato non erano stati corrisposti integralmente, rappresentando un importante risarcimento per i lavoratori. L'accordo prevede un bonus alla firma di 1000 shekel per ogni dipendente a tempo pieno, un incremento mensile fisso di 125 shekel sulla retribuzione base e aumenti percentuali graduali del salario scaglionati nel tempo. Il testo dell'intesa aggiorna e potenzia anche diverse voci retributive già esistenti, con un miglioramento significativo delle indennità per vitto e alloggio (ASHAL) e per le spese di soggiorno (calcolate in base al costo della vita). Sul fronte previdenziale l'accordo prevede un aumento dei contributi versati dal datore di lavoro ai fondi pensione e ai piani di risparmio gestiti dalle Kupat Gemel, estendendo questi versamenti anche a componenti retributive per le quali in precedenza non venivano effettuati accantonamenti. L'accordo disciplina l'abbassamento dell'orario settimanale, un obiettivo molto atteso dai sindacati, e vengono migliorate le condizioni retributive e di lavoro per il personale impiegato nelle attività sul campo.
L’amministrazione comunale di Tel Aviv, guidata dall’iniziativa della vicesindaca Meital Lehavi, sta promuovendo un disegno di legge volto a introdurre una forma di responsabilità oggettiva in materia di sicurezza stradale per le piattaforme di delivery, in relazione agli incidenti causati dai corrieri. L’obiettivo è superare un vuoto normativo finora emerso in sede giudiziale. I tribunali hanno respinto ripetutamente i ricorsi contro le società di consegne proprio perché tra queste e i fattorini non esiste un rapporto di subordinazione lavorativa. La proposta di Lehavi intende ancorare la responsabilità al controllo effettivo esercitato dalla piattaforma sulle modalità operative del servizio attraverso algoritmi che assegnano gli ordini, stabiliscono tempi di percorrenza, incentivano la rapidità con premi e penalizzano i ritardi con sanzioni. In questo modo, secondo la vicesindaca, le aziende gestiscono di fatto un vero e proprio sistema di trasporto, perciò devono rispondere dei rischi che quel sistema genera. Si intende attribuire alle piattaforme digitali una responsabilità specifica per i danni a persone o cose causati a terzi dalla guida pericolosa dei corrieri, qualora tali danni derivino da scelte operative riconducibili alla piattaforma stessa, ad esempio l’assegnazione di consegne con tempistiche irrealistiche oppure l’utilizzo di sistemi di navigazione che suggeriscono percorsi particolarmente rischiosi. Il principio ispiratore, come spiega Lehavi, è che chi ha il potere di governare e ridurre un rischio debba anche farsi carico delle conseguenze.
La proposta introduce numerosi obblighi per le aziende. In primo luogo le piattaforme sarebbero tenute a fornire formazione e supervisione in materia di guida sicura e a raccogliere e conservare dati dettagliati sulle prestazioni dei corrieri: velocità di percorrenza, ore di guida cumulate, pattern di affaticamento, percorsi effettuati e infrazioni rilevate come l’attraversamento di incroci con il semaforo rosso o la guida sui marciapiedi. In caso di mancato adempimento di questi doveri, la responsabilità per i danni potrebbe scattare automaticamente. Inoltre i corrieri dovrebbero essere identificabili attraverso giubbotti e numeri di riconoscimento. Gli ispettori comunali sarebbero autorizzati a richiedere tali dati e a comminare sanzioni amministrative alle piattaforme, fino alla sospensione o revoca dell’autorizzazione a operare sul territorio comunale, con possibilità di estendere la responsabilità anche ai dirigenti aziendali in via personale. Il disegno di legge vieta espressamente l’utilizzo dei tempi di consegna come parametro per punire i corrieri e impone alle aziende la redazione di report trimestrali sulla sicurezza, contenenti analisi dei rischi e l’individuazione di punti critici e pericolosi della viabilità urbana, senza tuttavia identificare singoli fattorini.
Sempre su questi temi la società di consegne Volt ha raggiunto un accordo in una causa collettiva promossa da un ex corriere, Golan Hazanovitz, il quale sosteneva che tra i fattorini e l'azienda esiste un rapporto di lavoro subordinato e non di collaborazione autonoma. Per questo rivendicava diritti come pensione, ferie, rimborsi spese, malattia, indennità di congedo e trattamento di fine rapporto. L'accordo, depositato al tribunale regionale del lavoro di Tel Aviv e in attesa di approvazione, prevede che Volt paghi complessivamente 34,3 milioni di shekel a 82.500 corrieri che hanno lavorato per la piattaforma dal suo lancio in Israele nel novembre 2018, con un importo individuale che parte da 50 shekel per chi ha effettuato una sola consegna e cresce in base al numero di spedizioni, arrivando per esempio a 329 shekel per 2500 consegne e a 2094 shekel per 12.000 consegne, con un meccanismo tariffario che prevede 0,2 shekel per ogni consegna oltre le 7000. Tuttavia i corrieri continueranno a essere considerati lavoratori autonomi e non dipendenti. Il pagamento una tantum viene definito come un indennizzo transattivo. Per il futuro l'azienda si impegna a garantire che il compenso orario medio non scenda al di sotto del salario minimo, calcolando mensilmente il tempo effettivo di consegna e integrando eventuali differenze con un controllo affidato a un revisore esterno che esaminerà un campione casuale di cento corrieri ogni due trimestri. Volt offrirà anche un incentivo per il risparmio pensionistico, coprendo il 50% dei versamenti effettuati dai corrieri che soddisfano determinati requisiti, come avere almeno 21 anni, un'attività minima e presentare un rapporto annuale dell'ente pensionistico, e fornirà una copertura assicurativa contro gli infortuni per tre anni oltre a corsi di sicurezza stradale e la possibilità per il corriere di essere ascoltato prima della rescissione del contratto, salvo casi eccezionali che consentono la risoluzione immediata. L’accordo è stato raggiunto dopo sei anni di battaglia legale durante i quali, nell'agosto 2022, il tribunale regionale aveva accolto la richiesta di class action ritenendo possibile che fosse riconosciuto un rapporto di lavoro mentre Volt aveva fatto appello alla Corte nazionale sostenendo che i criteri tradizionali non tengono conto della flessibilità e autonomia dei corrieri. Nel luglio 2024 la Corte nazionale ha invitato le parti alla mediazione che ha portato a questo accordo che evita al tribunale di pronunciarsi sulla questione di principio. Pur rappresentando un passo avanti significativo, l'intesa lascia i fattorini esclusi dalla maggior parte delle tutele previste dalla legge e la partecipazione dell'azienda alla previdenza resta inferiore a quella obbligatoria per i dipendenti mentre la possibilità di organizzarsi sindacalmente rimane preclusa.
Il Comitato dei Rettori delle Università e il Consiglio di Coordinamento delle Organizzazioni del Personale Accademico Junior hanno firmato un nuovo accordo collettivo che riguarda i ricercatori e i docenti a contratto (delle principali università israeliane: Tel Aviv, l'Università ebraica di Gerusalemme, Bar-Ilan, Haifa e Ben-Gurion del Negev. Si tratta di un'intesa di ampio respiro che introduce cambiamenti significativi in diversi ambiti, dalla retribuzione alla stabilità occupazionale, passando per la gestione dei fondi di ricerca e le condizioni di lavoro. Per quanto concerne gli aspetti economici, l'accordo prevede aumenti salariali scaglionati dal luglio 2025 fino all'aprile 2029, per un incremento complessivo dell'11%. A questa cifra si aggiunge un ulteriore 3% del costo del lavoro, destinato a finanziare intese locali specifiche che ogni ateneo potrà negoziare separatamente con le proprie rappresentanze. Sul fronte delle progressioni di carriera viene estesa la scala di anzianità per i docenti associati (che corrispondono ai ricercatori a tempo determinato o con contratti di insegnamento stabili) e per il personale del cosiddetto percorso parallelo che avevano finora raggiunto il tetto massimo di anzianità dopo sei anni. Questo limite viene superato, consentendo ulteriori scatti economici. Vengono migliorate le condizioni per i docenti esterni (insegnanti a contratto) con il riconoscimento del diritto al bonus per le ferie, secondo le tariffe previste per il settore pubblico, e viene incrementato il contributo pensionistico a carico del datore di lavoro, che sale dal 7% al 7,5%, mentre la quota a carico del dipendente passa dal 6,5% al 7%. Un punto centrale dell'accordo riguarda la sicurezza del posto di lavoro. I docenti associati e il personale del percorso parallelo potranno ottenere una lettera di impegno (una sorta di precontratto a tempo indeterminato) dopo soli sei anni di servizio, invece degli otto richiesti in precedenza, a condizione che negli ultimi tre anni abbiano lavorato con un carico orario pari o superiore al 50%. Uno dei cambiamenti più rilevanti, e probabilmente il più delicato, riguarda i fondi denominati Kesher Mada, storicamente utilizzati per finanziare attività accademiche come partecipazione a convegni o missioni di ricerca. Fino ad oggi avevano una caratteristica particolare perché, al termine del rapporto di lavoro, il personale junior e quello del percorso parallelo potevano convertirne il saldo residuo in denaro contante, di fatto incassando le somme non spese. Su pressione del Ministero delle Finanze, che ha giudicato questa pratica non conforme alle finalità dei fondi, l'opzione di riscatto in contanti verrà gradualmente abolita. Per evitare di penalizzare i dipendenti che avevano già programmato le proprie finanze su questa possibilità, è stato previsto un periodo transitorio piuttosto articolato. I lavoratori potranno ancora riscattare i fondi accumulati fino al giugno 2025 e, a determinate condizioni, potranno continuare ad accumulare somme che rimarranno riscattabili fino al giugno 2028. Trascorso questo periodo le regole cambieranno radicalmente perché qualsiasi budget accantonato per questo scopo dovrà essere obbligatoriamente speso per finalità di ricerca o partecipazione a congressi. Se un dipendente concluderà il proprio incarico, senza aver utilizzato il fondo per queste attività, non potrà più trasformarlo in liquidità. Contestualmente, per compensare in parte questa limitazione, l'accordo prevede un incremento del budget che i docenti associati potranno richiedere all'università specificamente per viaggi e partecipazione a convegni durante il periodo del loro incarico.
Dopo un lungo e complesso negoziato svoltosi sotto il peso degli eventi bellici nel nord di Israele, è stato firmato il primo contratto collettivo nello stabilimento Sasatech, situato nel parco industriale di Dalton, a pochi chilometri dal confine libanese, mettendo fine a un periodo difficile durante il quale i dipendenti hanno continuato a far funzionare le linee di produzione e a garantire la continuità del lavoro nonostante le gravi sfide alla sicurezza. L'accordo, che riguarda circa cento lavoratori e avrà validità fino al 2028, introduce una serie di conquiste significative, tra cui aumenti salariali complessivi del 10% nei prossimi tre anni, l'istituzione di un fondo per la formazione, budget per il welfare, un'assicurazione sanitaria per i dipendenti e i loro familiari, oltre a vari bonus. Come riconoscimento per l'impegno profuso durante il periodo di guerra, la direzione aziendale ha inoltre concesso un bonus per un totale di diverse centinaia di migliaia di shekel, pari a più di 5000 shekel per lavoratore. Una somma di 350.000 shekel, assegnata alla Histadrut nell'ambito di una procedura legale durante la fase iniziale di sindacalizzazione, sarà interamente devoluta ai dipendenti dello stabilimento come ulteriore bonus. Sasatech è uno dei centri occupazionali più importanti dell'Alta Galilea e si occupa della produzione di detergenti, disinfettanti e prodotti per la manutenzione, commercializzandoli sia sul mercato privato che su quello istituzionale in tutto Israele.
Histadrut, la direzione del Porto del Sud (HCT Ltd.) e la rappresentanza dei lavoratori hanno firmato il primo accordo collettivo da quando il porto ha completato le fasi di costruzione e avviamento. L'intesa adegua salari e condizioni di impiego ai risultati raggiunti negli ultimi anni e punta a sostenere la crescita e lo sviluppo dello scalo. I lavoratori ottengono aumenti salariali significativi e maggiori benefit: più contributi per asili nido e campi estivi dei figli, budget del welfare aziendale ampliato, vacanze aziendali garantite e altri vantaggi per dipendenti e famiglie. Viene introdotto un modello retributivo legato alla produttività, con premi per chi amplia formazione e abilitazioni professionali.
Per concludere, Davar pubblica un reportage su un processo di sindacalizzazione nel Sud di Israele.
Ran Sabach ricorda con chiarezza il giorno in cui invitò i colleghi dello stabilimento Elbit Arad a sindacalizzarsi presso Histadrut, raccontando di essere entrato con le borse dell'organizzazione e aver annunciato la costituzione del comitato e l'inizio della raccolta firme. L'episodio avvenne una settimana e mezza prima di Rosh Hashanah dello scorso anno e, nel giro di una sola giornata, dopo una fase di sondaggi e contatti, quasi il 70% dei dipendenti aderì alla sindacalizzazione. Il percorso, guidato da Sabach insieme a un gruppo di giovani lavoratori, era iniziato dietro le quinte e in meno di un anno portò alla firma di un primo contratto collettivo che migliorò sensibilmente le condizioni di lavoro, trasformando i membri del comitato da semplici dipendenti in leader capaci di generare cambiamento. Lo stabilimento Elbit di Arad produce sistemi di comunicazione per la difesa e impiega 100 lavoratori residenti nel Sud, in prevalenza ad Arad, Be'er Sheva e Dimona, molti dei quali veterani. Rafael Ben Mocha, tecnico elettronico, spiega a Davar che la spinta a organizzarsi nacque dalla conoscenza di altre aziende del gruppo Elbit dove i dipendenti sono già sindacalizzati. Ben Mocha e Sabach si unirono a Shai Nagan e Amir Nadaoker, tutti giovani tecnici elettronici assunti negli ultimi anni, e insieme decisero di prendere l'iniziativa, cominciando a parlare in modo discreto con i colleghi più giovani per timore di una scarsa adesione tra i più anziani. Incontrarono Dana Bar-Lev della Divisione per la Sindacalizzazione dei Lavoratori dell’Histadrut e costruirono insieme un piano per la raccolta delle firme di tutti i dipendenti. Natalia Kartnikov, presente nello stabilimento da otto anni e aderente al percorso in quella stessa giornata, descrisse il clima come emozionante e al tempo stesso spaventoso per l'incertezza sulla reazione della direzione, precisando, però, che i timori si trasformarono rapidamente nella sensazione che finalmente stesse accadendo qualcosa di positivo. In seguito compì un ulteriore passo unendosi al comitato d'azione e al negoziato come rappresentante della generazione più anziana di lavoratori. La sindacalizzazione rappresentò solo l'inizio. I membri del comitato dovettero affrontare il confronto con la direzione dello stabilimento con l'accompagnamento di Tomer Marziano, direttore di Histadrut nella regione del Negev centrale. L'ingresso di Kartnikov nel team negoziale, grazie alla sua conoscenza dell'azienda e dei lavoratori anziani, rafforzò la fiducia nel processo. Kartnikov descrisse l'incarico come una grande responsabilità, consistente nel rappresentare i colleghi di fronte alla direzione, sollevare richieste e parlare a loro nome, con il dovere di essere degna della fiducia ricevuta. Secondo Sabach ogni membro del comitato portò un contributo personale al tavolo negoziale: Kartnikov la conoscenza dello stabilimento, la lingua russa e la capacità di interpretare i bisogni dei lavoratori anziani, Amir le competenze tecnologiche, Shai l'abilità di trarre vantaggio da ogni conversazione e di individuare la via maestra nei dibattiti. Sabach ci mise la capacità di tracciare linee rosse quando necessario. Durante gli incontri si instaurò un clima di fiducia tra comitato e direzione. Ben Mocha riconobbe alla direzione di Elbit di conoscere il lavoro organizzato e di sapervi interagire, ammettendo che per la direzione locale non fu necessariamente semplice accettarlo ma che alla fine dell'anno risultava chiaro come comitato e direzione non fossero due parti contrapposte. Il 23 luglio il percorso si è concluso con la firma del contratto collettivo che stabilisce un salario minimo aziendale di 6800 shekel e una soglia di 10.000 shekel in base al ruolo, consolida aumenti salariali con un'indennità speciale per i lavoratori a basso reddito e aumenta i contributi pensionistici, oltre a prevedere budget per vacanze e welfare di migliaia di shekel per dipendente.
Lotte sindacali
Nel corso del 2025 il numero di giornate lavorative perse in Israele a causa di scioperi è diminuito drasticamente, attestandosi a sole 90.000 unità rispetto alle 762.000 dell'anno precedente. Questo dato segna un calo dell'88% su base annua. La riduzione è stata influenzata in particolare dal fatto che nel 2024 l'organizzazione sindacale degli insegnanti aveva proclamato numerosi scioperi regionali e uno sciopero nazionale di una settimana a settembre come parte della battaglia per gli aumenti salariali. Anche confrontando il dato con anni precedenti, il numero di giornate lavorative perse risulta inferiore. Nel 2023 erano state 266.000 e nel 2022 ben 334.000. Lo stato di emergenza legato alla sicurezza ha costituito un fattore moderatore significativo nell'adozione di iniziative sindacali.
Nel corso del 2025 si sono registrati 25 scioperi che hanno coinvolto circa 216.000 lavoratori. Anche il numero dei partecipanti è sceso del 10%. Le azioni di protesta (le cosiddette sanzioni) sono state 10, contro le sole 3 del 2024, ma i lavoratori coinvolti sono scesi da 80.000 a soli 21.830. Gli scioperi del 2025 sono tendenzialmente stati brevi, con una durata massima di quattro giorni, e molti di quelli indetti per protesta contro episodi di violenza sono durati appena due ore. Le azioni di protesta, al contrario, hanno mostrato una durata maggiore. Si va dalle due settimane in Partner, ai 24 giorni presso la Banca d'Israele, a circa un mese nelle organizzazioni del personale accademico, fino a oltre 320 giorni nella rete educativa Ort.
Il costo complessivo degli scioperi nel 2025 ammonta a 79,3 milioni di shekel per la perdita di salario dei lavoratori e a 125,9 milioni per la perdita di Pil. Per la prima volta è stato valutato anche il risparmio per l'economia derivante dalla risoluzione dei conflitti attraverso la mediazione dell'unità per le relazioni di lavoro del Ministero. Si stima che siano stati risparmiati 157,4 milioni di shekel in perdite salariali e 259,2 milioni in perdite di Pil. In totale, l'unità ha gestito 143 conflitti di lavoro durante l'anno e il risparmio è stato calcolato ipotizzando che il rapporto tra scioperi e azioni di protesta in tali vertenze fosse simile a quello generale e sulla base del costo medio degli scioperi, escludendo i due casi più estremi.
Un dato di particolare rilievo è che il 40% degli scioperi del 2025, ovvero 10 su 25, è stato motivato da episodi di violenza contro i lavoratori, una percentuale eccezionalmente alta rispetto al 12% dell'anno precedente. Tre scioperi sono scaturiti da rivendicazioni salariali, tre da cambiamenti strutturali, uno da riorganizzazioni aziendali, due dal peggioramento delle condizioni di lavoro e gli altri da mancato accordo collettivo, vendita dell'azienda, esternalizzazione, ritardo nei pagamenti o questioni di rappresentanza sindacale. Per quanto riguarda le sanzioni, il 70% è legata a rivendicazioni salariali, il 20% al peggioramento delle condizioni di lavoro e il 10% a cambiamenti organizzativi. Il 69% delle iniziative sindacali e l'80% delle giornate lavorative perse si sono concentrati nel settore pubblico. La ripartizione settoriale mostra che il 34% degli scioperi e delle sanzioni ha riguardato l'istruzione, il 23% il settore impiegatizio e dei dipendenti statali, il 12% l'industria, l'8% i trasporti pubblici, un altro 8% i porti, il 6% la sanità e percentuali minori i servizi di igiene urbana, i bancari e il commercio all'ingrosso e al dettaglio. Per quanto riguarda i soggetti promotori, il 37% delle iniziative è stato portato avanti dall’Histadrut, il 17% dall'organizzazione sindacale degli insegnanti e il 12% dall'organizzazione sindacale del personale accademico junior.
Il comitato dei lavoratori di MATA”P, la società di servizi informatici che fa parte del gruppo First International Bank of Israel, ha annunciato un’intensificazione delle misure organizzative che porta avanti da un mese. Il comitato sostiene che la direzione stia cercando di annullare il contratto collettivo di MATA”P nell’ambito del processo di fusione della società all’interno del gruppo. L’azienda starebbe adottando misure unilaterali per ridurre il lavoro da casa e per danneggiare la retribuzione dei dipendenti. Il presidente del comitato dei lavoratori, Dudu Dahan, ha dichiarato che la direzione sceglie ripetutamente di inasprire e approfondire la crisi invece di giungere a una soluzione e ha ribadito che queste misure non li scoraggeranno. Dice che la lotta si farà sempre più intensa poiché i lavoratori sono uniti e determinati e non rinunceranno al confronto fino al raggiungimento di un nuovo e adeguato contratto collettivo.
Il sindacato degli assistenti sociali israeliani ha annunciato l'inizio di una protesta contro il ministero del Welfare per denunciare la grave mancanza di personale e il carico di lavoro eccessivo che, a loro dire, danneggia sia gli operatori che le persone con disabilità. Per questa ragione i lavoratori del settore hanno deciso di sospendere la partecipazione a incontri, corsi e forum organizzati dal ministero ma hanno assicurato che non interromperanno l'assistenza diretta ai pazienti e alle loro famiglie. Questa mobilitazione arriva dopo che la presidente del sindacato aveva già chiesto un intervento dello Stato per aumentare i posti di lavoro, a causa dei nuovi impegni introdotti dalla legge sui servizi sociali per le persone con disabilità, entrata in vigore nel 2024. La norma ha ampliato i diritti di chi vive in comunità ma ha aggiunto numerosi compiti agli assistenti sociali, come l'accompagnamento nei percorsi di autonomia, lo sviluppo di nuovi servizi e la formazione continua. Il ministero, fino ad ora, non ha dato risposte. Il sindacato ha fatto sapere che se i prossimi colloqui non porteranno a soluzioni concrete, le proteste continueranno e potrebbero persino intensificarsi. Secondo i dati forniti dall'organizzazione, ogni assistente sociale segue attualmente più di duecento casi, una cifra quattro volte superiore a quella considerata ideale, e si prevede che il numero possa aumentare ulteriormente.
I dipendenti di AIG hanno tenuto un'assemblea dei lavoratori durante l'orario di lavoro in seguito allo stallo del negoziato per la firma di un nuovo accordo collettivo. Il comitato dei lavoratori ha annunciato che, se non interverranno cambiamenti, dopo la festività saranno messi in stato di fermo il quartier generale dell'azienda e i centri operativi. Histadrut e il comitato dei lavoratori di AIG avevano dichiarato un mese fa uno stato di conflitto di lavoro presso la filiale israeliana del gruppo assicurativo americano, dopo quasi un anno di trattative per un nuovo accordo collettivo che non sono sfociate in intese. Secondo il comitato il divario tra la proposta della direzione e le condizioni abituali negli accordi collettivi del mercato resta significativo, nonostante gli eccellenti risultati economici presentati dall'azienda nell'ultimo anno e nella prima metà del 2026. Una delle questioni centrali della controversia riguarda l'intenzione dell'azienda di introdurre un agente vocale, destinato a simulare il lavoro dei rappresentanti del servizio clienti e che, secondo il comitato, potrebbe incidere sul numero di posti di lavoro e sulla sicurezza occupazionale dei dipendenti. I lavoratori chiedono che l'introduzione della tecnologia e le sue conseguenze sul personale siano regolate nell'ambito dell'accordo collettivo.
Appalti
La madre di Jazi Abu Sbitan, uno dei due operai morti nel febbraio 2022 nel crollo di un ponteggio al progetto Park Baveli a Tel Aviv, ha presentato ricorso contro la decisione della procura di archiviare l'indagine. Nell'incidente persero la vita Abu Sbitan, di 22 anni, e Ahmad Siyad, di 30, entrambi originari di Gerusalemme. I legali della madre sottolineano che le indagini hanno raccolto elementi significativi, tra cui testimonianze e ammissioni di persone coinvolte nella gestione del ponteggio e nella sicurezza del cantiere, e ritengono inaccettabile che una tragedia simile, con due operai precipitati da un'altezza di oltre quaranta piani, venga chiusa senza un esame approfondito delle prove e senza chiarire chi abbia effettivamente responsabilità. L'incidente avvenne il 9 febbraio 2022, quando un ponteggio meccanizzato sospeso cedette al 42º piano, facendo precipitare i due lavoratori. Sul piano civile le società Tidhar Building ed Elad Israel Residences hanno raggiunto un accordo transattivo, convalidato dal tribunale distrettuale di Tel Aviv, che prevede il pagamento complessivo di 3,6 milioni di shekel, di cui 2,66 milioni destinati alle famiglie, ma senza che le imprese abbiano ammesso alcuna responsabilità. Sul piano penale, invece, la procura ha deciso l'archiviazione, nonostante fossero stati interrogati con avvertimento legale nove sospetti e raccolti centinaia di documenti, testimonianze e pareri tecnici. Il ricorso presentato dalla madre contesta questa chiusura, sostenendo che gli atti rivelano una serie di gravi carenze nella sicurezza del cantiere. Il ponteggio sarebbe stato azionato senza un capocantiere qualificato, utilizzando un metodo di sospensione non autorizzato e non conforme agli standard, con formazione inadeguata e controlli insufficienti. Gli avvocati chiedono che si proceda fino in fondo nei confronti del responsabile della sicurezza e del capocantiere, i quali avrebbero dovuto verificare la conformità del ponteggio. La difesa ribadisce che la frammentazione delle responsabilità tra i vari soggetti coinvolti non può tradursi in una assenza collettiva di colpe e chiede che il caso venga riaperto per arrivare a una determinazione giudiziaria definitiva.
In Israele i servizi di welfare e i servizi sociali vengono affidati quasi interamente a soggetti esterni allo Stato attraverso gare di appalto nelle quali organizzazioni non profit e società private si trovano a competere sugli stessi bandi pur essendo profondamente diverse per finalità, modalità operative e vincoli normativi. È quanto emerge da una nuova ricerca dell'istituto Yesodot, parte di Arlozorov Forum, commissionata dal Ministero del Welfare, secondo cui l'attuale struttura dei bandi non tiene conto di queste differenze e finisce per avvantaggiare le società private. I ricercatori propongono di rivedere le modalità di acquisto, prevedendo la preferenza per le organizzazioni non profit in determinati bandi e persino la limitazione dell'accesso delle imprese private ad alcuni ambiti dei servizi sociali. Il contesto in cui si inserisce questa riflessione è quello della lunga stagione di privatizzazioni, avviata in Israele dagli anni '80, che ha trasformato lo Stato nel finanziatore e supervisore dei servizi, trasferendo gran parte del know-how dai ministeri agli organismi che li erogano concretamente. Il settore del welfare presenta caratteristiche peculiari che mal si prestano a un modello di concorrenza classica. La qualità del servizio è più difficile da misurare rispetto ad altri ambiti esternalizzati e considerazioni professionali, come il trattamento a lungo termine o il benessere del beneficiario, possono entrare in conflitto con le logiche economiche di un'azienda privata. Il rischio è danneggiare gli stessi professionisti del settore. In Israele non esiste una differenza sostanziale tra i due principali tipi di concorrenti nei bandi di appalto sociale. La ricerca evidenzia invece l'importanza delle organizzazioni non profit, spesso animate da una motivazione più forte nel guidare il cambiamento sociale e sostenute da meccanismi di partecipazione, come donazioni e volontariato, che testimoniano il radicamento nella comunità e ne rafforzano l'impegno. Volontari e donatori contribuiscono a plasmare l'organizzazione secondo il proprio sistema di valori. Anche sotto il profilo giuridico le non profit si distinguono perché i loro beni sono vincolati per legge allo scopo sociale, non possono essere distribuiti come profitti e, in caso di chiusura, devono essere trasferiti ad altre organizzazioni con finalità simili. La ricerca rileva una serie di contraddizioni tra la struttura dei bandi e il bene dei beneficiari. I bandi tendono ad essere di breve durata, non garantendo né continuità terapeutica a chi riceve il servizio né sicurezza ai professionisti. I servizi sociali richiedono risposte rapide e flessibili nelle emergenze ma la rigidità dei bandi ostacola tale flessibilità. Manca, inoltre, l'applicazione del principio "nulla su di noi senza di noi" che imporrebbe il coinvolgimento dei rappresentanti delle popolazioni beneficiarie nei processi decisionali, principio che trova maggiore spazio in alcune organizzazioni non profit. A questi problemi se ne aggiungono altri legati alla natura stessa del mercato. Si tratta di un mercato monopsonistico, con un unico acquirente, o al massimo oligopsonistico, con pochi acquirenti, dal momento che Stato e autorità locali sono i clienti principali e talvolta esclusivi. I beneficiari non influenzano il prezzo né la domanda. In una simile configurazione il prezzo del servizio può risultare basso e può crearsi dipendenza da un numero ristretto di grandi fornitori. Spesso i beneficiari non scelgono il fornitore e, trattandosi per lo più di popolazioni vulnerabili, i divari di conoscenza e potere rendono difficile pretendere un servizio adatto alle proprie esigenze. Secondo la ricerca la struttura dei bandi concede di fatto un vantaggio alle società private poiché sulle non profit gravano restrizioni legali più stringenti, tra cui limiti agli stipendi dei dirigenti, agli investimenti e all'accesso ai prestiti, insieme a obblighi contabili più severi. Tali limiti, pensati per garantire che le non profit perseguano esclusivamente la propria missione, rendono loro più difficile competere con le imprese private.
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