Włodzimierz Brus nel libro The market in a socialist economy, una sorta di manifesto degli economisti riformatori degli anni ‘60 in Polonia, affronta il modello di funzionamento dell’economia socialista e il suo rapporto con i rapporti di produzione socialisti.
Il concetto di modello, in economia politica, viene ripreso da Drewnowski: si tratta di una costruzione mentale che rappresenta in forma semplificata il funzionamento o la crescita di un’economia nazionale, oppure di una sua parte, trascurando gli elementi meno rilevanti per mettere meglio in luce quelli fondamentali. Il grado di aderenza alla realtà varia secondo il livello di astrazione. Drewnowski distingue anche un secondo significato, quello di principi basilari dell’organizzazione economica di un paese entro un dato sistema ma limita il modello ai contenuti quantificabili. Brus non ritiene giustificata questa separazione tra modello economico e modello della teoria economica, né convincente il criterio della quantificabilità. L’astrazione vale anche per problemi strutturali e di organizzazione politico-economica che sono per lo più qualitativi. Più adeguata è la definizione di Oskar Lange secondo cui le teorie economiche precisano le condizioni nelle quali le leggi astratte valgono e si connettono in modo definito. L’insieme di tali assunzioni costituisce un modello economico teorico. In questo senso è legittimo parlare di modello come quadro astratto dei principi fondamentali del funzionamento di un meccanismo economico, purché non lo si confonda con un sistema concreto di funzionamento.
Da qui deriva la distinzione tra modello economico e sistema socio-economico. L’espressione modelli economici socialisti indica varianti dei principi di funzionamento di un’economia di tipo socialista. Originariamente non si distingueva tra tipo di rapporti di produzione e tipo di meccanismo di funzionamento perché i principi elaborati nell’URSS e nelle democrazie popolari erano considerati gli unici possibili per un modello socialista. Quando si è riconosciuta la possibilità e l’utilità di soluzioni diverse, soprattutto quando esse sono state adottate in tutti i paesi socialisti, la necessità di quella distinzione è divenuta evidente e centrale per lo sviluppo della teoria economica marxista. Ogni forma di organizzazione economica della società rientra nei rapporti di produzione ma per differenziare i sistemi socio-economici bastano i tre criteri indicati da Stalin e in linea generale condivisi da Brus: le forme di proprietà dei mezzi di produzione, la posizione dei gruppi sociali nella produzione e i principi di distribuzione dei prodotti determinati dalla proprietà. Un’economia è socialista se i mezzi di produzione fondamentali sono posseduti socialmente, se i rapporti tra gli uomini nel processo economico si fondano sulla cooperazione nell’uso dei mezzi sociali e non sullo sfruttamento dei produttori diretti e se la quota di reddito delle unità o dei gruppi dipende dal lavoro o da criteri sociali generali, non dal controllo privato della produzione. La natura dei rapporti di produzione determina alcuni elementi basilari del meccanismo: l’attività economica diretta è pubblica, il controllo generale dei mezzi di produzione spetta allo Stato e occorre un centro di pianificazione e gestione che assuma almeno le decisioni principali e coordini l’insieme della vita economica. Tuttavia, su un dato tipo di rapporti socialisti, sono possibili meccanismi diversi. Può variare l’organizzazione della proprietà sociale così come gli ambiti di decisione centralizzata e decentralizzata, le forme e i gradi di partecipazione dei lavoratori alla gestione e le forme di incentivo. L’esperienza mostra che l’applicazione di modelli diversi è possibile e necessaria perché un sistema sociale nuovo e radicalmente diverso dai precedenti non trova forme economiche già pronte e adeguate. La libertà di scegliere le forme che garantiscono l’uso ottimale dei mezzi materiali nelle condizioni date è uno dei fattori più importanti del cammino del socialismo, stimola l’attività sociale ed educa ai nuovi principi di relazione reciproca. Brus precisa di non voler mettere in discussione le premesse del sistema socialista ma di voler rompere con una concezione ristretta della gestione economica socialista e con un’applicazione incoerente della dialettica alla fase storica iniziata dopo la vittoria della rivoluzione.
Il problema del modello va poi considerato alla luce delle contraddizioni economiche del socialismo. Il socialismo scientifico era nato dall’analisi delle contraddizioni del capitalismo e la conclusione marxista principale, confermata dalla storia, è che il capitalismo crea barriere allo sviluppo delle forze produttive, superabili solo con la sostituzione rivoluzionaria dei rapporti di produzione capitalistici. Per un certo periodo non si poteva rimproverare all’economia marxista di non offrire soluzioni ai problemi dello sviluppo socialista. Le discussioni sui dettagli del futuro sistema produssero talvolta utopie ingenue ma i tentativi successivi di accantonare la dialettica di fronte al compito di scoprire le leggi di movimento della società socialista sono però difficilmente giustificabili. Per qualche tempo l’unica contraddizione riconosciuta ufficialmente fu quella tra la base economica socialista e i residui del vecchio sistema, visibili nelle vestigia della proprietà privata e nei residui capitalistici nella coscienza. I rapporti di produzione socialisti erano presentati come sostanzialmente privi di conflitti e come forza motrice infallibile. Dalla fine degli anni ‘20 fino alle tesi di Stalin nei Problemi economici del socialismo in URSS prevalse l’idea della completa conformità dei rapporti socialisti con le forze produttive. Paradossalmente fu proprio Stalin, dopo aver portato al perfezionamento il rifiuto di vedere i conflitti reali, a turbare quella quiete teorica. Fu un passo avanti ma non indicò la direzione giusta per le soluzioni. Per definizione i rapporti socialisti potevano invecchiare e trasformarsi da forza motrice in freno. L’economia politica poté così tornare ad analizzare conflitti reali e, dopo vent’anni, affrontare i problemi del modello. Che i rapporti socialisti possano in certa misura non corrispondere più ai bisogni delle forze produttive non significa che ogni volta debbano essere trasformati gli elementi basilari. Si tratta, dice Brus, soprattutto di elementi secondari, non decisivi per la natura del sistema, ma legati all’organizzazione dei processi economici. Da qui presero avvio le discussioni sul meccanismo di funzionamento, centrate sulla produzione di merci e sull’operare della legge del valore.
La concezione staliniana restava però limitata su due punti. Il primo riguarda le condizioni sociali necessarie per risolvere i conflitti. La tesi che il sistema socialista possa evitare contraddizioni tra forze produttive e rapporti di produzione si fonda sull’assenza di classi sociali che difendano interessi contrari ai cambiamenti necessari, salvo resistenze conservatrici dovute a inerzia. Il periodo successivo al 1953, sostiene Brus, mostra che gravi sconvolgimenti non sono affatto esclusi nell’organizzazione socio-politica ed economica socialista. Un problema centrale è l’emergere di gruppi di interesse, favorito da un legame molto stretto, quasi simbiotico, tra autorità politiche, gestione dell’economia e apparato gerarchico. Il secondo punto riguarda la dinamica del socialismo: non è sufficiente dire che i rapporti socialisti passano da freno a forza motrice e che le loro forme concrete devono essere trasformate quando diventano inadeguate. I rapporti socialisti non contengono soltanto elementi positivi poiché in ogni fase ve ne sono anche alcuni che danneggiano lo sviluppo delle forze produttive. Non esistono quindi soluzioni assolute, perfette sotto ogni aspetto. Quando si risolvono le contraddizioni del capitalismo, ne sorgono altre, di tipo socialista. Queste non sono più grandi di quelle già risolte ma sono comunque abbastanza rilevanti da dover essere esaminate con attenzione, soprattutto perché spesso si intrecciano con i residui del vecchio sistema.
Gli esempi proposti da Brus mostrano questa complessità. La distribuzione pianificata del lavoro su scala sociale elimina la concorrenza tra imprese e branche ma indebolisce gli incentivi a migliorare la produzione e l’innovazione, soprattutto nella qualità. La specializzazione produttiva e la concentrazione in una o poche imprese, utili soprattutto ai piccoli paesi, creano rischi di monopolio. Il pieno uso della capacità produttiva è un fatto positivo ma può ridurre la flessibilità nell’adattare l’offerta alla domanda. L’aumento del potere d’acquisto e l’equilibrio di mercato relativamente chiuso possono produrre equilibri parziali e una sorta di “terrorizzazione” del consumatore da parte del produttore. L’eliminazione della disoccupazione strutturale ha un valore indiscutibile però incide sulla disciplina e sulla stabilità della forza lavoro. La socializzazione accresce le tendenze egualitarie nella distribuzione del reddito destinato al consumo che però entrano in conflitto con la necessità di incentivi fondati sulla produttività. Vi sono poi problemi come la burocrazia e l’atteggiamento non socialista verso la proprietà sociale, insieme al difficile equilibrio tra gestione centralizzata, iniziativa dei rami economici e partecipazione attiva delle masse.
La centralizzazione deriva dallo sviluppo stesso delle forze produttive. La socializzazione progressiva, la concentrazione in grandi fabbriche, la distribuzione sociale del lavoro e la formazione di reti economiche complesse richiedono unità di direzione, coordinamento e criteri estesi di razionalità. Nel capitalismo ciò si manifesta attraverso concentrazione del capitale, cartelli, intervento statale e tentativi di integrazione internazionale ma i rapporti capitalistici non soddisfano i bisogni di una gestione centralizzata e pianificata richiesta dallo sviluppo moderno. Il socialismo, al contrario, fornisce le condizioni per tale gestione e può attingere alle sorgenti del progresso economico. Al tempo stesso è decisivo il ruolo dell’iniziativa di chi partecipa alla produzione a tutti i livelli. Eliminando lo sfruttamento, il socialismo rende possibile rimuovere anche questi ostacoli e non utilizzare tale potenziale significherebbe sprecare una grande forza di progresso. Il sistema socialista deve quindi soddisfare insieme una gestione centralizzata e pianificata e il fiorire dell’attività creativa delle masse. Entrambe le esigenze sono oggettivamente giustificate ma nascono dalla stessa radice e devono coesistere, il che costituisce una contraddizione di fondo. La partecipazione attiva richiede una democrazia economica profonda, con ampia indipendenza dei rami e reale influenza sulle questioni generali. La centralizzazione concentra, invece, le decisioni al centro a scapito dei livelli inferiori. Queste contraddizioni derivano, almeno in parte, dai rapporti di produzione socialisti. Non sono però una categoria basilare che minaccia la natura del sistema, bensì sottoprodotti di un sistema fondamentalmente progressivo che non dovrebbero provocare gravi sconvolgimenti né rallentare lo sviluppo. Risolverle significa valorizzare gli aspetti positivi dei rapporti socialisti e ridurre al minimo quelli negativi, sfruttando le forze progressive innate nel sistema. Un aspetto di questo compito è l’applicazione di principi corretti di funzionamento dell’economia socialista.
Brus analizza il modello centralizzato di funzionamento dell’economia socialista partendo dal dibattito su piano e mercato e su accentramento e decentramento delle decisioni economiche. Questi due temi rappresentano due aspetti dello stesso problema perché ampliare lo spazio decisionale delle imprese comporta inevitabilmente un maggiore peso del mercato come fonte dei criteri di scelta. La questione centrale consiste nel definire il modo in cui piano e mercato si collegano e nel fissare l’ampiezza ottimale delle decisioni centralizzate e di quelle decentrate. Anche la contrapposizione tra crescita economica e allocazione ottimale delle risorse risulta apparente, dal momento che un criterio di ottimo deve includere l’esigenza della crescita e una crescita di lungo periodo richiede un uso razionale delle risorse disponibili. La coesistenza di piano e mercato e di decisioni centrali e decentrate costituisce il tratto caratteristico di un’economia socialista. Un sistema socialista deve affrontare direttamente a livello centrale i grandi problemi macroeconomici, come il ritmo e le direzioni principali dell’espansione e i criteri di fondo della distribuzione del reddito. Nello stesso tempo, nel futuro prevedibile, esso richiede qualche forma di relazione di mercato, almeno per i beni di consumo e per il lavoro. Le decisioni economiche si possono raggruppare in tre insiemi. Il primo comprende le decisioni macroeconomiche fondamentali, di norma riservate agli organi centrali. Il secondo riguarda il consumo personale, la scelta della professione e il luogo di lavoro, ambiti nei quali opera il mercato, salvo periodi eccezionali. Il terzo comprende le decisioni residuali, spesso chiamate correnti, relative a dimensione e composizione della produzione e degli input nelle singole imprese e nei settori, aree di vendita e approvvigionamento, investimenti minori e forme particolari di retribuzione. I modelli di funzionamento dell’economia socialista si distinguono soprattutto per il grado di centralizzazione o decentramento di quest’ultimo gruppo. Le differenze sono significative e producono conseguenze importanti ma restano entro limiti definiti. Appare perciò discutibile il metodo di chi costruisce varianti che vanno dalla completa centralizzazione al puro mercato senza fissare confini di validità.
Il punto di partenza più corretto resta una generalizzazione astratta dell’esperienza del sistema che è stata l’unica forma di economia socialista dalla fine degli anni ‘20 all’inizio degli anni ‘50, con l’eccezione della Jugoslavia. Da questa esperienza deriva il modello centralizzato. In esso la caratteristica principale è la concentrazione di quasi tutte le decisioni economiche al centro, salvo le scelte individuali di consumo e di impiego. È secondario se l’organo di pianificazione abbia anche poteri esecutivi oppure si limiti alla pianificazione perché il fattore decisivo è che le decisioni finali e il controllo dell’esecuzione restino agli organi amministrativi centrali. Le scelte centrali più importanti fissano le proporzioni di base: il tasso di accumulazione e di investimento, quindi il ritmo di crescita, la distribuzione dei fondi di investimento tra i settori, che plasma la struttura produttiva futura, la divisione del fondo di consumo tra parte collettiva e individuale e le principali proporzioni della produzione corrente in coerenza con la distribuzione del reddito. Tali decisioni riflettono una scala di preferenze nazionale e di lungo periodo e non intendono anticipare le reazioni microeconomiche. Spesso l’assunto è che il massimo tasso di crescita possibile rappresenti il mezzo principale per soddisfare i bisogni economici e politici. Da qui deriva l’individuazione di obiettivi prioritari, ai quali tutto il resto viene subordinato. Il metodo dei bilanci diventa allora lo strumento per garantire coerenza interna. Oskar Lange divide la teoria della programmazione in due parti: la coerenza interna dei programmi e la ricerca del programma ottimale. Il metodo dei bilanci, nella forma semplice o come analisi input-output, permette di stabilire che cosa può essere prodotto. Una volta fissati gli obiettivi prioritari, diventa uno strumento sui generis per calcolare l’optimum perché consente di selezionare tra le alternative quelle che meglio servono gli obiettivi primari ed eliminare le meno efficaci. Può anche fungere da strumento di scelta quando la capacità produttiva è pienamente o quasi pienamente utilizzata.
A questo punto il piano viene spinto fino al livello dell’impresa, con assegnazione diretta di compiti, controllo del lavoro e dei materiali, sincronizzazione temporale e allocazione dei mezzi. I livelli inferiori svolgono funzioni esecutive e dispongono di margini di scelta assai stretti. Con il passare del tempo le decisioni centrali tendono a moltiplicarsi e a diventare sempre più dettagliate perché si preferisce trattare quantità concrete e individuali invece di aggregati che potrebbero sfuggire al controllo. Il modello centralizzato presenta così una fisionomia in cui i piani si dispongono secondo una struttura gerarchica e i legami verticali prevalgono su quelli orizzontali. Gli obiettivi vengono trasmessi verso il basso in forma imperativa mentre, accanto agli strumenti economici, trovano largo impiego misure amministrative. L’adempimento quantitativo del piano tende a diventare il principale indicatore dell’efficienza. Gli incentivi materiali, pur presenti, restano subordinati e possono produrre effetti distorti, per esempio quando si cerca un vantaggio personale sfruttando le incoerenze degli indici. Allo stesso modo, il calcolo e la pianificazione in unità fisiche occupano una posizione dominante: i bilanci materiali, le norme tecniche dettagliate e la specificazione dei prodotti riducono lo spazio della sostituzione economica e spingono il piano verso un grado crescente di minuziosità.
Nel settore statale il denaro svolge un ruolo passivo. Nei rapporti tra autorità centrale e imprese e tra le imprese serve a registrare e verificare l’esecuzione delle decisioni, senza orientare attivamente la destinazione delle risorse. L’impresa calcola prima di ricevere la decisione, così il profitto o la perdita appaiono come riflessi passivi degli indici e dei prezzi fissati. Una buona gestione non dà diritto a mezzi aggiuntivi e un deficit non limita automaticamente l’attività. Il calcolo economico aziendale ha soprattutto la funzione di controllare l’attuazione del piano. Un ruolo attivo il denaro lo mantiene invece nel mercato del lavoro e in quello dei beni di consumo. La libera scelta del posto di lavoro richiede un “prezzo del lavoro”, cioè salari differenziati che influenzano la mobilità, anche se la politica salariale resta centralizzata e deve confrontarsi con esigenze di flessibilità. La libera scelta dei consumi richiede prezzi capaci di equilibrare domanda e offerta, con possibili ricorsi a razionamenti o a prezzi non di equilibrio. Nel settore statale, tuttavia, l’equilibrio si persegue soprattutto mediante l’allocazione fisica diretta e il denaro tende a seguire i movimenti dei fattori materiali.
Il modello astratto non coincide mai pienamente con la realtà, infatti le imprese conservano margini di scelta in questioni minori, influenzano indirettamente la formazione del piano, possono operare limitate sostituzioni e talvolta sfruttano incoerenze del sistema. Si tratta però di fenomeni marginali rispetto all’impianto complessivo. La critica storica al modello centralizzato mostra che esso fu funzionale a una fase di industrializzazione accelerata, caratterizzata da forte concentrazione degli investimenti su pochi obiettivi e dalla capacità di selezionare settori strategici anche a costo di squilibri. Con il tempo emersero rigidità produttive, costi elevati, scarsa attenzione al progresso tecnico e all’autosviluppo delle imprese, incentivi deboli o contraddittori, burocratizzazione e decisioni di investimento poco razionali a causa dell’assenza di prezzi adeguati. Il dibattito sovietico e polacco dopo il 1953 mise in discussione l’identificazione tra pianificazione socialista e centralizzazione estrema, portando a riforme e a un maggiore riconoscimento del ruolo della legge del valore e dei rapporti mercantili, tra ambiguità teoriche e resistenze. Per progredire nell’analisi dei modelli occorre chiarire il funzionamento della legge del valore nel socialismo e definire con precisione i concetti usati, evitando semplificazioni e fraintendimenti che bloccano soluzioni pratiche e razionali.
Brus si chiede che cosa significhi in senso stretto “funzionamento della legge del valore” e fino a che punto essa agisca davvero nel socialismo. Vuole anche chiarire se l’esistenza di rapporti merce-denaro implichi di per sé la vigenza di questa legge. Precisa di non indagare le cause della produzione mercantile nel socialismo. Ricorda però le discussioni sovietiche seguite all’ultimo lavoro di Stalin. In quella sede la maggioranza degli economisti ha abbandonato la tesi per cui i rapporti merce-denaro nel settore statale sarebbero solo il riflesso esterno della legge del valore. In seguito prevalse l’idea che tali rapporti derivino anche da caratteri interni della proprietà statale socialista. Brus distingue lo scambio con passaggio di proprietà dallo scambio senza mutamento di proprietario. Tra imprese statali manca una vera redistribuzione del reddito, in più i rapporti merce-denaro costituiscono uno dei mezzi della divisione sociale del lavoro e, in certi casi, svolgono un’altra funzione. La formulazione letterale di Stalin, secondo cui la legge del valore influenza la produzione attraverso i beni di consumo, appare inadeguata. Conserva però uno spunto: collega il mercato statale ai mercati dei beni di consumo e del lavoro. La definizione generale accolta è quella marxista secondo cui le merci si scambiano in base al lavoro socialmente necessario per produrle. In un’economia mercantile-monetaria ciò significa che i rapporti di prezzo tendono a corrispondere ai rapporti di valore. Questa corrispondenza si realizza come tendenza continua. Sweezy amplia la nozione e vede nella legge del valore la sintesi delle forze che regolano i rapporti di scambio, le quantità prodotte e l’allocazione della forza lavoro tra i rami produttivi. Per l’economista americano si tratta quasi di una teoria dell’equilibrio generale ma Brus insiste sul fatto che la legge incide sulla riproduzione sociale attraverso la regolazione dei prezzi. Un prezzo uniforme avvantaggia chi produce a costi minori. La tendenza a portare il prezzo al livello del costo socialmente necessario stimola la riduzione dei costi, elimina i produttori inefficienti e favorisce il progresso tecnico. Gli scostamenti dei prezzi dai valori provocano spostamenti di lavoro sociale. Dove il prezzo è basso rispetto al valore il lavoro defluisce mentre, dove è alto, affluisce. La convergenza tra rapporti di prezzo e rapporti di valore resta legata alla regolazione della divisione sociale del lavoro e all’equilibrio tra domanda e offerta. Nel capitalismo concorrenziale tutto ciò avviene spontaneamente ma con il suo ulteriore sviluppo opera in forma modificata, attraverso il prezzo di produzione, che sostituisce il valore come perno delle oscillazioni. Nel capitalismo monopolistico le deviazioni diventano più ampie e durature e la non equivalenza tende a diventare regola. Occorre perciò distinguere tra violazione della legge e trasformazioni oggettive che ne limitano l’operare. Per il socialismo Brus rifiuta l’idea che la sola esistenza di categorie di merce e denaro dimostri l’operare della legge. Quando il controllo delle risorse è concentrato nello Stato e la produzione è pianificata, differenze tra prezzi e valori volute consapevolmente non possono essere chiamate utilizzo della legge del valore. Considerare qualsiasi sistema di prezzi come prova della sua vigenza priva la legge di oggettività e non offre alcuna base a una politica nazionale dei prezzi. La tesi diffusa dopo Stalin è che la legge conservi un ruolo regolatore limitato nello scambio e che i prezzi dei beni di consumo debbano eguagliare domanda e offerta. L’equilibrio di mercato può però raggiungersi anche a prezzi diversi dal valore. I prezzi di equilibrio coincidono con i valori solo per le teorie più rozze. Tali prezzi possono dirsi parte dell’operare della legge solo se inducono, mutando la produzione, una convergenza tra rapporti di prezzo e rapporti di valore. Brus cita Kurowski che descrive un meccanismo in due fasi: prima il prezzo tende a eguagliare domanda e offerta, poi il produttore modifica il lavoro impiegato o sposta le risorse. Senza la seconda fase non vi è movimento verso il valore. Da qui nasce una contraddizione poiché risulta impossibile affermare insieme che la legge opera nel socialismo e che essa non regola la produzione. Se regola la produzione, essa ripartisce tutto il lavoro sociale in modo che le quantità prodotte consentano, tendenzialmente, l’equilibrio tra domanda e offerta e la convergenza dei prezzi ai valori. Le alternative coerenti sono tre. La produzione socialista può essere totalmente regolata dalla legge, può esserlo solo in parte, e allora l’operare è limitato, può non esserlo e allora per coerenza si deve dire che la legge non opera, pur potendo usare forme mercantili e monetarie. Nella misura in cui opera, la legge è regolatrice anche nel socialismo. Le leggi sociali sono mutabili e violazioni temporanee possono non mostrare subito sintomi ma l’oggettività della legge si rivelerebbe in sprechi, sottoccupazione delle risorse, bisogni insoddisfatti o impossibilità di raggiungere l’ottimo. L’operare della legge non è dimostrabile sperimentalmente. Richiede una prova teorica, resa difficile dal concetto stesso di allocazione ottimale. Strumilin dà alla legge un significato ampio dato che la considera la forma assunta in un’economia di merci dalla legge generale del risparmio di tempo che regola la divisione del lavoro. Ritiene che l’equivalenza dello scambio, cioè la proporzionalità dei prezzi ai valori, sia una richiesta diretta della legge. Essa si raggiunge quando la struttura produttiva e la distribuzione del lavoro corrispondono ai bisogni espressi dalla domanda effettiva, data la distribuzione del reddito. La legge dello sviluppo proporzionale pianificato diventa così l’incarnazione socialista della legge del valore. Il socialismo, conoscendo i bisogni e soddisfacendoli pianificatamente, realizzerebbe questa legge meglio del capitalismo. Strumilin ammette eccezioni per preferenze sociali e ragioni politiche, tuttavia insiste che l’osservanza stretta della legge e l’eliminazione delle sproporzioni garantiscono il massimo sfruttamento delle forze produttive e una soddisfazione equilibrata dei bisogni. Brus riconosce elementi utili in questa posizione e si chiede se ciò risolva davvero l’allocazione delle risorse e se ogni deviazione sia spreco.
Distingue due livelli nell’analisi della legge del valore nel socialismo. Il primo è ristretto e segue da vicino il primo libro del Capitale: il valore è determinato solo dal lavoro vivo e il costo di riferimento è quello medio del ramo produttivo. Il secondo è più ampio e si chiede se esista una necessità oggettiva di distribuire il lavoro sociale in modo che i rapporti di prezzo corrispondano ai rapporti tra una grandezza di base determinata dalle condizioni di produzione. Brus sceglie questo secondo livello.
Nell’analisi con apparato produttivo dato si presuppone una struttura data dei beni di consumo finali e valori dati. Il valore complessivo dell’offerta coincide con la domanda effettiva. Poiché i consumatori scelgono liberamente, i prezzi devono scostarsi dai valori, quindi alcuni beni avranno profitti superiori alla norma, altri inferiori. La legge del valore dovrebbe spostare la produzione verso l’equalizzazione della redditività. Aumenta la quota dei beni più redditizi, diminuisce quella dei meno redditizi finché si raggiunge un equilibrio in cui i prezzi corrispondono ai valori. Questo riduce la spesa totale ed è compatibile con gli scopi socialisti se la sovranità del consumatore è intesa come adattamento ai bisogni manifestati dalla domanda effettiva nelle condizioni date.
Questa sovranità è però relativa. La produzione determina il volume della domanda, la distribuzione del reddito ne influenza la struttura mentre i gusti dipendono da fattori economici e sociologici. Possono sorgere conflitti con preferenze sociali, per esempio nel caso di beni socialmente dannosi o quando si vuole correggere la distribuzione del reddito attraverso i prezzi. Il socialismo può praticare una politica attiva dei prezzi più del capitalismo perché non deve difendere interessi privati di proprietari o monopoli e può compensare perdite e profitti tra settori. Deve però valutare guadagni e perdite, evitare abusi redistributivi e limitare gli effetti collaterali. Già in questa fase l’operare della legge del valore è limitato da preferenze sociali sulla struttura dei consumi e sulla distribuzione del reddito.
Per gli oggetti del lavoro la struttura produttiva dipende dalla domanda dei produttori finali, influenzata dai prezzi dei beni di consumo. Se accumulazione e consumo sono decisi ex ante, i materiali vanno divisi tra beni di consumo e investimento. Nascono problemi di sostituti, colli di bottiglia e ritardi. Il punto decisivo resta il rapporto tra legge del valore e investimenti. Se il ruolo regolatore della legge non si estende agli investimenti, diventa impossibile un equilibrio con prezzi corrispondenti ai valori.
La regola semplice sarebbe investire dove la redditività supera la norma e disinvestire dove è inferiore ma il rapporto marginale capitale-prodotto non è colto dai differenziali di profitto calcolati sul valore. I prezzi di produzione lo esprimono meglio ma riflettono coefficienti passati. Inoltre l’investimento cambia le condizioni produttive e i valori. Un investimento che riduce molto il costo di un bene può renderne conveniente la produzione anche se inizialmente meno redditizio. Se gli investimenti sono considerati come insieme pianificato, cambiano tecnica, capacità, reddito, costi e domanda. L’equilibrio va quindi visto in condizioni nuove e con orizzonte lungo.
Joan Robinson osserva che i profitti possono guidare le priorità e che equalizzare i saggi di profitto attesi è logicamente corretto. Brus accetta il profitto come metro ma avverte che l’equalizzazione va applicata alla struttura prevista, non a quella iniziale. La legge del valore assume così un senso prospettico: la capacità futura deve permettere di adattare la produzione alla domanda futura e di realizzare l’equivalenza. L’equalizzazione dei profitti resta però un criterio insufficiente per le autorità di piano e non le obbliga a seguire un modello concorrenziale. L’equilibrio basato sul valore è determinato per un apparato dato, non nel momento in cui si scelgono le linee fondamentali del futuro.
La scelta della direzione dello sviluppo non si riduce alla legge del valore. Criteri basati su di essa possono essere introdotti solo entro il sistema degli obiettivi. Agire secondo il modello concorrenziale per gli investimenti di base significherebbe subordinare lo sviluppo ai segnali del mercato presente e riprodurre il modo capitalistico di crescita. Nel capitalismo le decisioni private sono legate al mercato da costi, prezzi, profitti, orizzonte limitato e rapporti di produzione che escludono un’attività consapevole coordinata. La concentrazione e i monopoli allentano questi limiti, senza eliminarli.
Brus richiama la controversia sovietica degli anni ‘20 tra approccio genetico e teleologico. Il primo partiva dalla struttura iniziale, il secondo privilegiava la struttura-obiettivo. Brus preferisce il teleologico che sottolinea la natura attiva del piano, purché eviti arbitrarietà e rispetti la fattibilità. L’approccio genetico, tuttavia, conserva una parte di verità perché la struttura economica di partenza va tenuta presente. La necessità di eliminare gli squilibri esistenti non basta a stabilire in quale direzione devono andare gli investimenti. Resta comunque uno dei criteri da considerare. Se le altre condizioni non cambiano, è più vicina all’ottimo la soluzione che, senza danneggiare l’economia nel lungo periodo, contribuisce a eliminare gli squilibri strutturali attuali dato che sono proprio questi a produrre la non equivalenza tra prezzi e valori. Inoltre il passaggio dalla struttura iniziale a quella finale è tanto più agevole quanto più avviene in modo equilibrato.
Gli investimenti complementari per i colli di bottiglia seguono regole simili a quelle della struttura produttiva con capacità data e, salvo preferenze sociali, si basano sulla legge del valore nel suo aspetto corrente, tenendo conto dei coefficienti di capitale. Il rapporto tra struttura iniziale e struttura-obiettivo è una questione di priorità. L’importanza della struttura iniziale dipende da quanto essa differisce da quella che si vuole raggiungere. Quando la struttura-obiettivo coincide in larga misura con quella di partenza, le decisioni di investimento basate sulla legge del valore sono corrette. Quando invece la struttura-obiettivo se ne allontana radicalmente, la pianificazione degli investimenti può richiedere di rompere la struttura esistente e di violare le condizioni di equivalenza. Questo non accade soltanto nei periodi di rapida industrializzazione. Con il progresso tecnico e con la pianificazione a lungo termine è normale che in un’economia socialista si formino ex ante strutture-obiettivo molto diverse da quelle iniziali. Affidarsi soltanto alla legge del valore renderebbe la crescita lenta e tortuosa.
La formula di espandere i beni il cui prezzo supera il valore per allineare prezzi e valori non risolve la scelta razionale degli investimenti. La deviazione corrente dei prezzi dai costi può avere un ruolo, pur restando inadeguata come indicazione primaria per le decisioni fondamentali e può portare a errori. La pianificazione assorbe i criteri della legge del valore come elementi subordinati a una proposizione più sviluppata, propria di un’economia in cui decisioni macroeconomiche consapevoli determinano le distanze e i movimenti delle componenti del processo. Il piano definisce in parte autonomamente un insieme di proporzioni. Entro tale quadro, se sono possibili diverse strutture finali conformi agli obiettivi, torna in primo piano l’armonia tra prezzi di equilibrio e rapporti di costo, cioè la legge del valore in aspetto prospettico. Solo preferenze sociali giustificano deviazioni.
Quindi per Burs la posizione di Strumilin contiene elementi utili ma non esaurisce la complessità. Se la legge è intesa in senso stretto come equivalenza dello scambio, non c’è una risposta semplice. Il suo operare resta inseparabile dal controllo della struttura produttiva affinché domanda e offerta si bilancino a prezzi corrispondenti ai valori. Questo esige che il ruolo regolatore sia rispettato nelle decisioni di investimento. La subordinazione dei principali flussi di investimento alla legge non può però essere accettata come necessità oggettiva. Le decisioni fondamentali delle autorità centrali devono essere autonome. Questo non implica che debbano differire dalle soluzioni della legge. Occorre esaminare i risultati economici della direzione di sviluppo, della struttura-obiettivo e della transizione. L’autonomia significa che le autorità centrali possono non vincolarsi a una struttura che assuma la legge del valore come criterio primario di razionalità. Decisioni conformi alle regolarità fondamentali del socialismo possono andare altrove senza perdite e avvicinarsi all’ottimo sociale.
La legge del valore resta dunque un regolatore relativo delle proporzioni di produzione e scambio. Conserva tale ruolo entro limiti fissati da decisioni autonome centrali, soprattutto sugli investimenti e su certe preferenze correnti. Entro quei limiti, l’allocazione del lavoro è tanto più razionale quanto più produzione e scambio si conformano all’equivalenza. Quindi la legge opera nel socialismo entro certi limiti il cui aspetto dinamico lascia intatti i problemi di allocazione. La legge così intesa non predetermina direttamente la struttura del meccanismo di funzionamento dell’economia socialista. L’analisi dei fattori che regolano la divisione socialista del lavoro indica piuttosto le condizioni che un meccanismo efficiente deve soddisfare. Deve permettere di trascendere la legge del valore e, insieme, di conformarsi alle sue esigenze dove essa resta fattore regolatore della divisione del lavoro. Questi sono i criteri per valutare i modelli di funzionamento di un’economia socialista.
Studiare la legge del valore in una economia socialista non significa studiare le forme storiche e istituzionali con cui le risorse vengono distribuite. Categorie come merce, moneta, prezzo, scambio e credito possono esistere senza che la legge del valore governi l’allocazione. Nel comunismo di guerra, per esempio, il prezzo serviva soprattutto a registrare la produzione complessiva e a fini statistici mentre nel settore statale non si realizzavano veri acquisti e vendite e i beni passavano direttamente dal produttore al consumatore. Anche i prezzi costanti usati per misurare l’adempimento del piano svolgono una funzione prevalentemente contabile. In linea di principio qualunque sistema di prezzi, compresi quelli correnti, può avere un ruolo puramente registrativo se non è collegato a scambi o a flussi monetari, anche se un rapporto, almeno genetico, con i reali rapporti mercantili-monetari sembra esistere sempre e ciò giustifica l’uso del termine prezzo. Nel modello centralizzato, tuttavia, la moneta non guida attivamente i movimenti dei mezzi materiali ed esprime input e output rispetto a obiettivi e tecniche già decisi. Le grandezze monetarie servono a controllare l’esecuzione delle decisioni centrali, a fornire incentivi e a registrare ciò che accade. Occorre perciò distinguere le situazioni in cui le forme monetarie hanno un ruolo ausiliario e passivo da quelle in cui diventano strumento fondamentale e attivo dell’allocazione. Anche nel modello centralizzato la moneta è attiva nel mercato del lavoro e dei beni di consumo perché salari e prezzi influenzano le scelte di decisori, lavoratori e consumatori. Se le forme monetarie vengono usate in modo analogo per orientare le decisioni delle imprese statali, allora si può parlare di allocazione mediante forme mercantili-monetarie. Per evitare ambiguità Brus chiama impiego del meccanismo di mercato la situazione in cui queste forme sono strumento di base e attivo dell’allocazione. Il modello centralizzato usa il mercato per lavoro e beni di consumo senza contenere un vero meccanismo di mercato. Il khozraschot sovietico non coincide con il meccanismo di mercato, sebbene entrambi comportino l’uso di forme monetarie. Il meccanismo di mercato in senso pieno si incontra in un’economia socialista di tipo jugoslavo. Il khozraschot, non eliminando il carattere diretto e imperativo della pianificazione, lo collega a particolari categorie monetarie rimanendo parte dei metodi amministrativi tipici del modello centralizzato. Con il meccanismo di mercato, al contrario, la pianificazione orienta dall’esterno le decisioni di unità autonome, mettendo a loro disposizione alternative di scelta.
A questo punto Brus si pone il problema centrale: distinguere la legge del valore dalle forme monetarie e, quindi, anche dal meccanismo di mercato. Si parte dai beni di consumo finali, supponendo che non vi siano ostacoli sociali a modellare l’offerta per garantire equivalenza nello scambio, cioè dal caso in cui le proporzioni regolate dalla legge del valore coincidono con le preferenze sociali e con l’allocazione ottimale data la capacità esistente. Questa struttura può essere raggiunta sia con il meccanismo di mercato sia con decisioni amministrative dirette. Nel primo caso le imprese scelgono liberamente e, cercando il profitto, reagiscono a differenze di redditività. Se i prezzi dei beni di consumo bilanciano domanda e offerta, le sproporzioni si traducono in profitti maggiori o minori e gli spostamenti dell’offerta portano a un equilibrio fondato sul valore. Quindi è possibile distinguere mercato libero, in cui lo Stato non interviene e i prezzi si formano secondo domanda e offerta dentro un quadro generale fissato dal centro, soprattutto per volume e distribuzione del reddito consumato, e mercato regolato, in cui lo Stato interviene e i prezzi non sono fissati dalle imprese secondo l’andamento spontaneo del mercato ma da autorità statali o misure di politica economica. In teoria entrambi dovrebbero avvicinare l’economia alle proporzioni conformi alla legge del valore. Ci si può chiedere se l’intervento statale abbia senso quando chi fissa i prezzi vuole rispettare l’equilibrio di mercato. La giustificazione principale del mercato regolato è però il rischio che grandi imprese sfruttino posizioni monopolistiche. L’intervento è in difesa del mercato perfetto poiché il conflitto con l’interesse sociale nasce dagli ostacoli al funzionamento del mercato. Oltre a limitare il monopolio, il mercato regolato rende i prezzi meno esposti a fluttuazioni temporanee che possono ingannare i produttori. Il suo difetto può essere una scarsa flessibilità dei prezzi e quindi risposte ritardate. Nel secondo caso l’autorità centrale, o agenti inferiori che agiscono per suo conto, decide direttamente i volumi di produzione con istruzioni quantitative. Anche così si può raggiungere un equilibrio fondato sul valore perché calcoli centrali appropriati e ordini di modificare la produzione possono allineare prezzi e valori. Brus non discute l’opportunità pratica dei due metodi visto che il suo intento è mostrare che l’allocazione del lavoro può essere conforme alla legge del valore sia con il mercato, libero o regolato, sia con misure amministrative. Passando al caso in cui la struttura dei beni di consumo conforme alla legge del valore si oppone all’ottimo perché esistono preferenze sociali diverse, si suppone che tali preferenze si esprimano in una struttura originaria in cui i prezzi di equilibrio non coincidono con i valori. Allora i prezzi che bilanciano domanda e offerta devono stare a un livello diverso dai valori e occorre impedire che l’offerta si muova verso il bene più redditizio fino a far coincidere prezzo e valore. Il mercato libero sarebbe inutile perché aumenterebbe il bene redditizio e ridurrebbe quello meno redditizio e di conseguenza serve l’intervento pubblico, economico o amministrativo. L’intervento economico usa il mercato regolato per influenzare decisioni autonome. Per esempio si fissa il prezzo di A a 8 mentre il valore è 5 e si impone una tassa di 3 per unità, oppure si fissa il prezzo di B a 7 mentre il valore è 10 e si concede un sussidio di 3 per unità. La redditività continua a guidare le imprese e l’uguaglianza delle redditività si ottiene a livelli di produzione diversi. Nascono due sistemi di prezzi separati da tassa o sussidio: quello per l’acquirente, che equilibra domanda e offerta a prezzi divergenti dai valori, e quello per il produttore, che corrisponde al valore e assicura l’equilibrio. È un equilibrio peculiare perché il bene più caro diventa più economico per chi compra e viceversa. Una parte del reddito viene redistribuita attraverso il bilancio tra acquirenti e produttori. Si potrebbero usare anche altri strumenti, come fissare solo tasse o sussidi lasciando formare il prezzo, oppure prezzi minimi o massimi o sistemi fiscali complessi. Ciò che conta è che il mercato opera contro, non secondo, la legge del valore. Lo stesso risultato si può ottenere con ordini amministrativi che limitino la produzione di A e aumentino quella di B, nonostante la diversa redditività. Da qui segue una conclusione importante: non c’è un rapporto necessario e stretto tra ambito della legge del valore e uso delle forme monetarie. La legge può operare anche con forme dirette e imperative di allocazione. Il mercato regolato può invece servire a raggiungere proporzioni diverse da quelle che si svilupperebbero spontaneamente sotto quella legge. L’autorità centrale raggiunge i suoi fini attraverso il mercato formulando le alternative per unità autonome. Questo vale anche per i mezzi di produzione. Adattare l’offerta dei mezzi di produzione alla domanda, che dipende dalla produzione finale di beni di consumo e di investimento e dalle tecniche, può avvenire con misure amministrative o economiche, sia quando la domanda finale segue la legge del valore sia quando segue preferenze sociali diverse. Usare il mercato per pianificare l’offerta dei mezzi di produzione richiede però condizioni nuove. Infatti i prezzi negli scambi tra imprese devono riflettere, oltre ai costi, anche le condizioni di scambio, cioè la scarsità relativa dei beni rispetto agli obiettivi di piano correnti e di lungo periodo. Devono essere una sorta di prezzi di equilibrio che bilanciano offerta e domanda e devono costituire indici corretti per produttori e consumatori nella scelta tra alternative. In sostanza i prezzi devono deviare dal valore dove l’offerta non è bilanciata dalla domanda a prezzi corrispondenti ai valori. In tali casi i prezzi degli scambi tra imprese vanno trattati come strumenti di politica economica, non come semplici unità di misura. Come forma di esecuzione delle preferenze sociali pianificate il mercato aiuta sia la scelta del modo di realizzare un investimento sia la direzione degli investimenti supplementari destinati a rimuovere strozzature. Essi sono di solito decentralizzati e possono essere influenzati con forme monetarie, soprattutto dal tasso di interesse. Il mercato però non è adatto a fissare le linee fondamentali dello sviluppo. La scelta degli indirizzi generali e di lungo periodo degli investimenti deve essere diretta in una economia pianificata. Tali decisioni formano il quadro entro cui agiscono le unità economiche e forniscono criteri per valutare l’importanza relativa dei vari elementi del processo produttivo. Una volta fissati quadro e criteri con decisioni centrali, il mercato può diventare strumento di gestione pianificata. Per Brus è un errore considerarlo adatto solo a situazioni spontanee o sinonimo di un’economia in cui i processi macroeconomici derivano solo da attività microeconomiche. Il mercato regolato va visto come una delle forme teoricamente possibili di razionalità socio-economica, capace di integrare obiettivi settoriali e fine comune. Brus ricorda che la letteratura marxista ha cercato di distinguere operare della legge del valore e applicazione di forme monetarie. Alla fine degli anni ‘30 questa distinzione sembrò giustificare la tesi che, dopo la transizione, la legge del valore sarebbe stata eliminata ma le forme monetarie conservate. Gli esempi sono il mercato per beni di consumo e forza lavoro, il khozraschot nel settore statale e i rapporti di merce legati alla proprietà cooperativa. Il problema però non ebbe soluzione chiara. Il pensiero marxista non si liberò mai del tutto dalla convinzione che applicare il mercato nel socialismo significhi subordinarsi alla legge del valore e aprire la porta alla spontaneità. Per la pianificazione sarebbero più adatte forme dirette e imperative. Di qui le richieste di eliminare le forme monetarie dall’economia sovietica dopo l’assoggettamento della legge del valore. Un’estensione è la rivoluzione teorica avviata da Stalin nel 1941, quando respinse la tesi che la legge del valore dovesse essere superata nel socialismo: se eliminare le forme monetarie è irreale e scorretto, allora la legge del valore va rianimata. Tuttavia Stalin non ne definì chiaramente contenuto e sfera. Da allora gli equivoci crebbero e anche dopo il 1953 e il XX Congresso del PCUS restò confuso il rapporto tra legge del valore e mercato. Un esempio è la critica all’eccessiva centralizzazione. L’abbandono dell’ipercentralizzazione e l’uso del mercato furono presentati come maggiore spazio alla legge del valore ma i due postulati non coincidono. Il primo riguarda la forma, il secondo la sostanza dell’allocazione delle risorse di lavoro. Pianificando la struttura economica socialista entro limiti definiti si deve tener conto della legge oggettiva del valore e, per evitare perdite, rispettare l’equivalenza. Il secondo postulato fissa invece a un altro livello l’ambito del mercato. L’ambito della legge del valore e quello potenziale del mercato non sono la stessa cosa. Il mercato può servire sia a raggiungere le proporzioni conformi alla legge del valore sia altre proporzioni, coerenti con le preferenze sociali e con i principi di razionalità socio-economica del socialismo. Questo non decide se usare l’uno o l’altro meccanismo, né implica indifferenza, né che entrambi soddisfino il duplice requisito di un meccanismo efficiente socialista, cioè operare fuori dei termini della legge del valore e insieme realizzarne le esigenze entro i suoi confini. Una conclusione consolidata è che in teoria nessuna forma può essere dichiarata a priori coerente o incoerente con una economia pianificata socialista. Non ci sono basi per idolatrare le direttive amministrative come sinonimo di pianificazione, né per idealizzare il mercato come sinonimo di armonia con le leggi economiche oggettive. Non si può negare che le esigenze delle leggi economiche possano realizzarsi con comandi diretti, né che gli obiettivi del piano possano raggiungersi attraverso il mercato. In particolare la teoria del mercato regolato, attaccata su basi dottrinali, non contiene nulla di estraneo al socialismo o di incompatibile con le sue premesse. Le dispute sul ruolo delle misure economiche e amministrative resteranno fondamentali e saranno decise solo sul piano realistico dell’opportunità e dell’utilità.
Brus passa ora a delineare il modello decentralizzato, cioè un’economia pianificata in cui il mercato è incorporato. Il tratto distintivo è che le decisioni economiche si distribuiscono su livelli diversi. Per semplicità, Brus ne considera due: l’autorità centrale e l’impresa socializzata, oppure le associazioni di imprese.
L’autorità centrale elabora il piano nazionale sulla base di preferenze sociali e criteri di razionalità di lungo periodo. Sotto questo aspetto non c’è una differenza sostanziale rispetto al modello centralizzato. Anche qui il piano centrale affronta i grandi problemi dell’economia. Cambia piuttosto il grado di dettaglio perché nel modello decentralizzato alcuni indici, soprattutto quelli relativi agli assortimenti, sono meno particolareggiati. Il piano centrale riguarda la crescita della produzione e del reddito, la divisione tra accumulazione e consumo, la ripartizione dell’accumulazione tra capitale fisso e scorte, i principali indirizzi di investimento per branche e regioni, la divisione del consumo tra collettivo e individuale, le variazioni nella struttura dei redditi, le strutture produttive per branche e regioni, la produzione dei beni più importanti in unità fisiche, l’occupazione e la produttività, il commercio estero.
La differenza vera sta nel modo in cui il piano viene eseguito e nel rapporto tra piano centrale e piani delle imprese. Nel modello centralizzato, inserire un indice nel piano equivale a prendere una decisione diretta e a trasmettere un ordine. Nel modello decentralizzato, invece, la maggior parte degli indici centrali non è obbligatoria e non coincide con una decisione diretta. Il centro decide direttamente solo in alcuni campi. Stabilisce la divisione del reddito nazionale, la quota dei redditi individuali e lo schema di base delle retribuzioni, distribuisce il reddito netto delle imprese tra fondi centralizzati e fondi controllati dalle imprese, ripartisce i fondi centralizzati tra consumo collettivo e accumulazione, in particolare il fondo centrale di investimento. Inoltre sceglie i principali indirizzi di investimento, allocando il fondo centrale tra le branche e prescrivendo incrementi di capacità e modi per realizzarli. Può anche decidere direttamente il metodo migliore per raggiungere una data capacità, senza però entrare necessariamente nei dettagli. Queste aree sono decisive per i grandi schemi economici ma non esauriscono la divisione del reddito né la scelta degli investimenti perché una parte di decisioni resta all’impresa. Nasce così il problema dell’influenza indiretta del centro.
Un’altra decisione diretta riguarda la creazione o la liquidazione delle imprese. L’iniziativa non spetta ai singoli, bensì a organi che ricevono il mandato della proprietà sociale. A parte questo, nel modello decentralizzato le altre decisioni economiche sono prese dall’impresa. Dotata di capitale fisso e circolante, l’impresa organizza il processo riproduttivo, sceglie gli obiettivi correnti, la dimensione e la struttura dell’output, i metodi di produzione e la struttura degli input. Sul mercato si presenta come acquirente dei mezzi di produzione e sceglie le fonti di approvvigionamento. Come venditore dei prodotti finiti decide dove collocarli. Stabilisce come dividere il reddito dopo le imposte e quale dimensione e direzione dare agli investimenti. Per ampliare la capacità può contare sul fondo di ammortamento o sul credito. Anche nei progetti avviati centralmente può scegliere i metodi effettivi di realizzazione. L’organizzazione interna, il sistema salariale entro le regole fissate dal centro e la struttura dell’occupazione rientrano nella sua autonomia.
Il criterio che guida le decisioni autonome è la redditività. È l’unico principio possibile per imprese che scelgono fini e metodi. Nel modello centralizzato, dove le decisioni sono prese fuori dall’impresa, si può massimizzare solo il volume di un dato assortimento, mentre tecnica e coefficienti di input sono determinati da vincoli fisici e finanziari. Dove si minimizzano gli input, l’effetto è un output predeterminato, e ogni confronto tra input e prodotto avviene al centro. Quando la scelta dei fini e delle tecniche scende al livello dell’impresa, sarebbe illogico usare standard unilaterali per valutare separatamente prodotti e input. Il criterio può essere solo una grandezza sintetica che confronta risultati finali e input in moneta. La redditività può assumere forme diverse, per esempio massimizzare il valore aggiunto se i pagamenti di lavoro sono fissati, ma in definitiva si riduce alla massimizzazione del profitto o alla differenza tra ricavi e spese.
Il profitto di un’impresa socialista decentralizzata non va però identificato con quello di un’impresa capitalistica. Cambia la natura sociale del profitto e cambia il suo ruolo: nell’impresa capitalistica è il fine ultimo, nel socialismo è subordinato ai fini primari del piano. Anche il principio di redditività non coincide con un sistema di incentivi basato sul profitto. Il profitto può misurare l’efficienza senza che i salari vi siano legati, anche se in genere, quando esistono incentivi materiali, i redditi personali sono in qualche modo collegati allo standard di efficienza e la crescita dell’impresa dipende dai risultati. Se l’impresa va bene, migliora le prospettive di espansione e i redditi. Se va male, perde fondi, i redditi scendono fino a un minimo legale e in casi estremi può fallire. La redditività come criterio e base degli incentivi mira a una gestione razionale della produzione e dello scambio.
Poiché le imprese sono guidate dal profitto, non possono creare nuove imprese. Qualora direttori e dipendenti fornissero il capitale e partecipassero ai profitti, si violerebbe la natura socialista dei rapporti di produzione. Il motivo del profitto può influenzare solo l’uso efficace dei fattori affidati all’impresa. Non si ammette un libero flusso di capitale tra imprese o branche e questo è fondamentale per la concorrenza in un’economia di mercato pianificata.
Nel modello decentralizzato esistono piani costruiti indipendentemente a livelli diversi. Il piano centrale è elaborato nell’interesse nazionale e tiene conto di fattori economici e non economici. I piani delle imprese non sono formalmente parti del piano centrale, sia perché contengono troppi dettagli, sia perché sono elaborati autonomamente e non possono essere conformati automaticamente ad esso. La distribuzione del reddito determina la domanda dei consumatori e la struttura dei redditi mentre la scelta degli investimenti determina capacità produttiva e crescita. Così il centro fissa le linee guida e crea il quadro entro cui le imprese guidate dal profitto compiono le loro scelte.
Se non esistono preferenze sociali particolari, monopoli o ritardi gravi, il mercato libero dovrebbe portare a un equilibrio conforme alla struttura voluta dal centro, come nel modello di Lange. La differenza è che qui il centro fissa direttamente i principali investimenti invece di usare un tasso di interesse uniforme. Queste ipotesi, però, sono poco realistiche. Inoltre le decisioni dirette non esauriscono la divisione tra accumulazione e consumo perché le imprese possono decidere quale parte del profitto destinare all’una o all’altro. Servono quindi decisioni indirette del centro per orientare costi e ricavi: ammortamenti, interessi, prezzi dei mezzi di produzione, salari, tasse, sussidi, prezzi di vendita. Il mercato regolato serve così ad adeguare le imprese alle preferenze sociali del piano. Resta necessario il bilanciamento fisico per individuare le strozzature che non va confuso con la distribuzione amministrativa perché nel modello decentralizzato l’equilibrio si esprime soprattutto nei prezzi. Il sistema dei prezzi deve riflettere condizioni di produzione e di scambio, scarsità e preferenze sociali. I prezzi devono essere parametri indipendenti per le imprese. Dove il mercato è concorrenziale possono essere lasciati liberi altrimenti servono metodi indiretti o diretti per evitare monopoli e garantire il carattere parametrico.
Brus esamina le obiezioni al suo lavoro che sono di due tipi. Alcuni temono che lasciare spazio al mercato tolga al centro la possibilità di fissare con precisione le proporzioni fondamentali dello sviluppo. Altri dubitano che si possano creare le condizioni perché quel mercato funzioni davvero.
Sul primo timore osserva che, se imprese ed enti locali trattengono una quota del prodotto netto, finiscono per decidere da sé una parte di ciò che va ad accumulazione o consumo, a spese collettive o redditi individuali, e per influire sull'indirizzo degli investimenti. Il fondo di ammortamento pone poi il problema di quanto accantonare rispetto ai reali bisogni di reintegro e di come raccogliere e impiegare le somme. Senza questa libertà verrebbero meno l'elasticità dell'offerta, la spinta a contenere gli input e la capacità di crescere con le proprie forze. Il costo è il rischio di scostarsi dal piano. L'esperienza mostra imprese inclini a far crescere i consumi a danno dell'accumulazione e a gonfiare gli investimenti decentrati, soprattutto non produttivi, fino ad assorbire lavoro e forniture necessari altrove. Brus non ne ricava che il piano sia irrealizzabile perché il centro può orientare le scelte in modo indiretto. Incide sui ricavi con i prezzi, sulla destinazione dei profitti con un fisco differenziato che premia la quota reinvestita, sulle direzioni degli investimenti con le condizioni del credito centrale e sull'uso dei fondi con il tasso d'interesse. Rimane la difficoltà di muoversi tra l'eccesso di vincoli e la perdita di controllo sulla struttura pianificata ed è per questo che il carattere parametrico dei prezzi conta tanto. Poiché le sole leve economiche difficilmente assicurano proporzioni ottimali, soprattutto finché manca esperienza nell'usarle, nemmeno questo modello può fare a meno di qualche misura amministrativa, come un tetto a certi input o il blocco di parte dell'ammortamento. Accanto a queste opera ciò che Brus chiama coordinamento che nasce dalla trasparenza della vita economica socialista. Quando informazioni su innovazioni, linee di sviluppo e politica statale circolano liberamente, ogni unità capisce dove si colloca nel quadro d'insieme e non è condannata a subire l'esito cieco delle forze di mercato. Sono però condizioni favorevoli e non una garanzia, sicché affidarsi solo a esse sarebbe assurdo.
Per quanto riguarda il controllo della produzione, il dibattito dell’epoca si riduceva a quattro obiezioni che conviene seguire insieme alle risposte. La prima sostiene che il mercato corregge a cose fatte, mentre le direttive agiscono in anticipo e non turbano l'equilibrio. Brus vi vede un equivoco perché la regolazione dopo il fatto caratterizza un'economia priva di un centro che persegua fini sociali, non una pianificata che usa il mercato come strumento consapevole. Se il centro stabilisce la struttura desiderata, agisce sulle variabili che controlla direttamente e adegua i prezzi, la procedura è tanto anticipata quanto un ordine. Nessun centro è del resto infallibile nel far combaciare offerta e bisogni, quindi si procede per tentativi e una verifica a posteriori serve in qualunque sistema. Da questo punto di vista il modello centralizzato è il più fragile. I suoi legami sono verticali, una correzione deve risalire le gerarchie di acquirente e fornitore e spesso è possibile solo al vertice perché la logica del sistema esclude rapporti orizzontali diretti e giudica l'impresa sull'esecuzione degli ordini, non sulla soddisfazione della domanda effettiva. L'offerta resta così in ritardo sui bisogni, specie quando i gusti cambiano, e si accumulano scorte invendibili. Nel modello decentrato il fornitore risponde direttamente al consumatore e il centro è liberato dai dettagli purché esista un mercato dell'acquirente, siano definiti i limiti entro cui l'aggiustamento non contraddice le preferenze sociali e si verifichi la rapidità del meccanismo nei casi che richiedono pochi cambiamenti grandi e prioritari.
La seconda obiezione considera improprio agire in due tempi, decidendo la nuova struttura produttiva e poi ritoccando i prezzi, con un doppio rischio d'errore e con l'affidamento a reazioni dei produttori non prevedibili. Anche se ciò fosse sempre necessario, risponde Brus, il mercato avrebbe il pregio di lavorare con l'interesse dell'impresa e non contro, mentre un ordine di produrre a condizioni sfavorevoli, a prezzi immutati, mette in conflitto interesse aziendale e sociale e viene spesso aggirato. Molti spostamenti si possono decentrare perché il centro ha già fissato in anticipo la struttura dell'offerta, plasmata dagli investimenti precedenti, quella della domanda, frutto della ripartizione del reddito e delle direzioni d'investimento, e quella dei prezzi. Gli aggiustamenti avvengono dentro una cornice predisposta e non c'è il rischio di ricadere nel mercato incontrollato del capitalismo concorrenziale. Ogni adattamento non richiede di variare i prezzi. In un mercato dell'acquirente, se il prodotto più redditizio si vende con difficoltà, l'impresa ripiega su uno meno redditizio ma vendibile. C'è un limite perché nessuna impresa produrrà in perdita e, dunque, di fronte a preferenze sociali precise o a trasformazioni strutturali profonde i prezzi vanno modificati e, nei casi estremi, servono nuovi investimenti. La politica dei prezzi pesa comunque molto più che nel modello centralizzato, per grado oltre che per natura, dato che il denaro svolge una funzione attiva.
Le altre due obiezioni riguardano proprio i prezzi. Nel modello decentrato devono riflettere le reali alternative di scelta dell'intera economia, così che ciò che giova alla collettività giovi anche all'impresa. È un'esigenza sconosciuta sia al capitalismo, dove i prezzi non servono fini sociali dichiarati, sia al socialismo centralizzato, dove non sono uno strumento attivo. Le difficoltà nascono già dalla definizione dei prezzi base che concretizzano il valore ma il punto più delicato è se i prezzi dei mezzi di produzione possano scostarsi dal valore. Bettelheim, ad esempio, lo esclude, distinguendo un valore interno, legato alla produzione, da uno esterno, coincidente col prezzo di equilibrio, e teme che ogni scarto distorca il calcolo perché prezzi uguali finirebbero per esprimere quantità diverse di lavoro. Brus replica che così si ignora una scarsità reale: due beni con lo stesso lavoro incorporato possono differire molto per abbondanza. Richiama Marx, per il quale una merce prodotta in eccesso vale sul mercato meno lavoro di quanto ne contenga, e viceversa, senza per questo confondere i due valori poiché le divergenze vanno spiegate e non cancellate. Nel socialismo esse derivano da decisioni macroeconomiche pianificate. L'obiezione regge solo per squilibri passeggeri dovuti a brevi ritardi di adattamento che sarebbe inutile riflettere nei prezzi. Per scarti ampi e duraturi, legati alla struttura delle capacità o a preferenze sociali come il ricorso a fonti interne in una crisi valutaria, scarsità e abbondanza sono oggettive e il calcolo si distorce ignorandole, non considerandole. Nel capitalismo gli scarti sono spontanei e innescano un livellamento con flussi di capitale invece nel socialismo il piano fissa per anni le aree di espansione e la struttura delle capacità e con esse la scarsità che va assunta come data, pur potendo variare fra le fasi del piano purché in modo previsto in anticipo.
La scarsità può entrare nei prezzi di vendita oppure restare confinata nei calcoli centrali, con prezzi di calcolo come le valutazioni oggettive di Kantorovich, mentre le imprese ragionano su prezzi fondati sui costi e i beni sono assegnati fisicamente. Questa seconda soluzione obbliga il centro a fissare le tecniche, a persuadere le imprese a usare sostituti senza compenso e a far produrre in perdita e crea un'incoerenza tra calcolo centrale e aziendale. In più, l'assegnazione fisica spinge a chiedere quote abbondanti con margini di sicurezza e può aggravare le carenze. Un prezzo che riflette deficit o surplus, invece, traduce le preferenze sociali in un linguaggio comprensibile all'impresa e ne allinea l'interesse a quello collettivo. Se una materia scarsa costasse quanto un sostituto abbondante, nessuno avrebbe motivo di preferire il secondo. Con prezzi differenziati conviene risparmiare la prima, sostituirla e produrne di più, mentre il fisco può graduare quanto dello scarto ricada sui produttori. Anche dove la penuria impone distribuzione diretta, i prezzi dovrebbero rispecchiare la scarsità il più fedelmente possibile.
Va ancora considerato il circolo vizioso per cui la scarsità dipende dai coefficienti tecnici e questi dai prezzi. Tradurre carenze in prezzi richiede di conoscere una fitta rete di elasticità. Chi nega la razionalità del calcolo socialista vorrebbe lasciare i prezzi dei mezzi di produzione al mercato spontaneo e lamenta l'assenza di criteri per valutare le tecniche. Brus non condivide il pessimismo perché solo il socialismo consente scelte razionali dal punto di vista dell'interesse generale, grazie a un calcolo diretto, in termini fisici, delle decisioni macroeconomiche che danno cornice e riferimento a tutte le altre. Sostenere che questo calcolo non sappia valutare le tecniche significa applicare al socialismo i criteri del capitalismo dove, mancando fini sociali dati, si procede solo guidati dai prezzi verso un equilibrio spontaneo sempre turbato. Nel socialismo sono le aree di espansione, scelte con criteri sociali, a determinare la scarsità dei fattori e non il contrario, e lo stesso vale per scelte tecniche come l'intensità di lavoro o la quota di centrali idroelettriche e termiche, meglio se coordinate in anticipo, adottando ad esempio metodi che risparmiano manodopera nella fase in cui se ne prevede penuria e materiali in quella successiva. Lo strumento è l'analisi input-output. Il calcolo macroeconomico fissa così a grandi linee la scarsità e spezza il circolo, offrendo un sistema di riferimento ai prezzi e al calcolo indiretto dei livelli inferiori. Questo calcolo, in termini monetari, resta l'unico capace di affrontare la molteplicità dei dettagli e per tale ragione Brus ricorda l'importanza di prezzi, costi e profitti nelle imprese ma rifiuta di farne un demiurgo delle linee di espansione perché ne è un derivato. Il centro può convertire scarsità fisiche in prezzi, infatti se una materia scarsa richiede un input di 10 e il sostituto di 15, il prezzo della prima non dovrebbe scendere sotto 15. Kantorovich osserva che, se il metallo delle imprese arretrate costa 750 rubli la tonnellata contro una media di 505 e sostituirlo con cemento armato costa 300 rubli in più per tonnellata risparmiata, il prezzo può collocarsi tra 750 e 800. Sono esempi grezzi, dato che le soluzioni retroagiscono sui dati e richiedono approssimazioni successive.
Affrontando il tema della conciliabilità fra flessibilità e carattere parametrico dei prezzi Brus rifiuta risposte generali. La flessibilità richiesta non implica prezzi sempre mutevoli perché l'equilibrio tollera margini e vanno seguiti solo i cambiamenti essenziali, ritoccando il prezzo dei beni di prima necessità soltanto dopo aver esaurito ogni modo di accrescerne l'offerta. Il prezzo resta esterno all'impresa senza che lo Stato debba fissarli tutti. Basta impedire manovre per vantaggi indebiti, in particolare monopolistici, con il controllo delle richieste, prezzi massimi o minimi o l'imposta sulla cifra d'affari mentre talvolta è la concorrenza a bastare e per i beni fondamentali serve la determinazione diretta. Inserire la pianificazione dei prezzi nel piano e nei bilanci coordina le variazioni con l'andamento atteso di domanda e offerta ed evita soluzioni destabilizzanti. Un sistema flessibile e parametrico non è teoricamente impossibile, anche se possono occorrere compromessi.
Nel complesso il modello decentrato non contrasta con obiettivi di lungo periodo fissati dal centro e, usando strumenti che fanno leva sull'interesse aziendale, può realizzare le proporzioni volute con più precisione ed efficienza, rispettando meglio la legge del valore dentro il quadro centrale grazie alla flessibilità delle miscele e all'autosviluppo che lega risultati e prospettive di espansione. Le misure amministrative non scompaiono per ragioni che Brus descrive come strati. Quello superficiale è soggettivo perché gli strumenti economici esigono precisione e dipendono dall'esperienza dei quadri, dall'informazione e dalla programmazione, e, pur migliorando, non colmeranno mai le lacune di un sistema di incentivi puramente economico. Più sotto stanno le trasformazioni rapide che creano strozzature in cui gli ordini fisici servono più del mercato, operante per aggregati, e che possono far mancare il mercato dell'acquirente, senza che per questo Brus ritenga l'industrializzazione bisognosa di centralizzazione illimitata. Il livello più profondo vale anche in condizioni normali poiché crescita rapida, alto uso delle capacità, piena occupazione e redditi in aumento producono strozzature parziali e temporanee che riducono la sostituibilità. Negarlo, come alcuni studi jugoslavi, significa fidarsi troppo del mercato, come escluderlo all'inizio è fidarsi troppo dell'amministrazione centrale. Si aggiunge il rischio che imprese in posizione dominante limitino l'offerta per pesare sui prezzi e allora possono servire indici obbligatori di produzione.
Ciò non fa del sistema un ibrido. Unire meccanicamente elementi di modelli diversi è forse la peggiore delle soluzioni poiché ognuno ha una propria logica. Il sistema centralizzato, prevalso fino al 1955 ospitava elementi di mercato subordinati senza perdere coerenza, benché con qualche conflitto, e all'inverso nel decentrato le misure amministrative hanno funzione ausiliaria: la regola sono gli strumenti economici, l'eccezione quelli amministrativi, giustificati da una necessità dimostrata. Le misure economiche, poi, non vanno abbandonate dove non bastano e un'assegnazione fisica non esclude prezzi di scarsità né un ordine sull'assortimento incentivi adeguati. Altrimenti l'attrito fra interessi aumenta il ricorso all'amministrazione per pura inadeguatezza delle condizioni economiche e danneggia il senso di interesse comune.
La concentrazione della produzione moderna impone di inserire tra centro e impresa un livello intermedio. Nel modello centralizzato questo livello è un prolungamento amministrativo dell'autorità centrale che trasmette compiti e vincoli decisi dall'alto. Nel modello decentrato deve invece essere un organismo economico, cioè un'associazione di imprese dello stesso ramo oppure un gruppo verticalmente integrato. A questi organismi spetta cercare soluzioni ai problemi comuni delle imprese associate: la politica degli investimenti, la specializzazione, la cooperazione, la ripartizione ottimale dei programmi produttivi. Devono inoltre fare i propri calcoli di input e output e perseguire il massimo profitto entro le decisioni del centro. Per questo motivo, quando si parla di impresa nell'analisi di Brus, il termine va inteso in senso più ampio, così da comprendere anche le associazioni. Il rischio principale è che queste strutture assumano comportamenti monopolistici ma un numero ridotto di associazioni rende più semplice controllarle. Brus avverte poi che il mercato non fa scomparire l'apparato di gestione poiché può essere più snello che nel sistema centralizzato ma deve essere di qualità superiore. Il modello decentrato, di conseguenza, non si distingue per una maggiore semplicità, dato che gli strumenti economici possono richiedere una precisione più fine. La sua giustificazione va cercata anzitutto nei risultati che produce.
Nelle conclusioni Brus ribadisce che l'economia socialista non ha un unico modello di funzionamento e che il rapporto tra la legge del valore e il meccanismo di funzionamento non è diretto come si era supposto. L'analisi dei fattori oggettivi che regolano la divisione del lavoro impedisce di escludere sia il modello centralizzato che quello decentrato ma offre i criteri per giudicarli. Alla luce di questi criteri, Brus considera preferibile fondare i sistemi concreti sul modello decentrato, pur senza ritenerlo superiore in assoluto. La scelta dipende dai compiti economici del periodo e dalle tensioni delle fasi di rapida trasformazione.
L'intera concezione poggia su due pilastri. Il primo è il centralismo democratico, che tiene insieme due esigenze oggettive del socialismo, il centralismo e la democrazia nei metodi di direzione. Ai livelli inferiori lascia la massima autonomia possibile conservando una capacità di orientare l'economia incomparabilmente superiore a quella di qualunque sistema capitalista, anche misto. Il secondo pilastro sono gli incentivi economici che da soli non bastano ma restano indispensabili finché l'interesse sociale non coincide direttamente con quello di gruppi e individui. Poiché si fondano sulla redditività, rafforzano i motivi non economici e giovano all'autogoverno socialista e al superamento dell'alienazione.
.jpg)