Danny Gutwein, professore di storia all'Università di Haifa, è uno dei principali intellettuali della sinistra israeliana di orientamento sionista socialista. Gutwein ripete da decenni, su ogni palco e in ogni intervista, che solo uno stato sociale robusto può sconfiggere l'ordine neoliberista che governa Israele. Molti lo giudicano antiquato, legato al socialismo di un tempo e incapace di comprendere la realtà tecnologica, mediatica e globale in cui viviamo. Lui ascolta queste critiche con un sorriso paziente, convinto che la sinistra israeliana semplicemente non sappia leggere la mappa politica e per questo continui a sbattere contro il muro a ogni elezione.
La sua tesi è che Netanyahu stia trasformando sistematicamente Israele in una settocrazia: uno stato frammentato in settori e segmenti in cui solo i gruppi fedeli al premier ricevono compensazioni e benefici mentre tutti gli altri vengono abbandonati al proprio destino. Questa coalizione settoriale ha cominciato a formarsi circa quindici anni fa, influenzata dalla protesta sociale contro il neoliberismo del 2011, ha preso velocità nel 2015, è esplosa con il tentativo di riforma della giustizia di Yariv Levin il 4 gennaio 2023 ed è ormai così solida da resistere persino al 7 ottobre e successive guerre. Il fattore scatenante della riforma della giustizia, dice, fu la necessità di promuovere gli interessi dei settori che costituiscono la base del potere di Netanyahu, ostacolati dalla Corte Suprema e dal Procuratore generale di Israele.
Il sistema dei meccanismi di compensazione è, secondo Gutwein, l'intuizione politica geniale del Likud. Israele presenta un budget in spesa pubblica civile inferiore di 180 miliardi di shekel all'anno rispetto ai paesi OCSE. Lo Stato investe pochissimo in istruzione, sanità e welfare mentre la spesa privata è tra le più alte al mondo. Netanyahu gestisce così il neoliberismo israeliano ma il processo è iniziato molto prima, con la storica sconfitta laburista del 1977. Secondo Gutwein già con Menachem Begin si diede il via libera alla rivoluzione neoliberista, animata dal desiderio di distruggere l'Histadrut e tutto lo stato sociale che Begin riteneva servisse il potere della sinistra.
Il Likud si trovò però davanti a una contraddizione insolubile poiché il suo elettorato apparteneva ai ceti bassi e una forte opposizione interna (David Levy, Moshe Katsav, David Magen) difendeva i loro interessi. Per risolvere questo problema fu messo a punto un sofisticato sistema di compensazioni settoriali, destinato a premiare i gruppi che sostengono il governo. I primi beneficiari furono gli ultraortodossi e gli abitanti della Cisgiordania. Negli ultimi anni si è aggiunto il cosiddetto meccanismo della lealtà. Quest'ultimo funziona in modo semplice e spietato: le città che si dimostrano fedeli a Netanyahu ricevono finanziamenti e benefici mentre quelle che non lo sono vengono lasciate a se stesse. È proprio questo sistema a spiegare i rigidi e stabili schemi di voto israeliani e anche ciò che l'opposizione interpreta erroneamente come un'anomalia politica, cioè Netanyahu danneggia i suoi stessi elettori eppure loro continuano a votarlo. Non c'è nulla di inspiegabile perché quei ceti ricevono compensazioni reali che, in assenza di uno stato sociale, suppliscono alle loro necessità. Gutwein sta scrivendo un libro che mostra come questo meccanismo abbia plasmato tutte le elezioni israeliane dal 1977 ad oggi.
Analizzando gli strati sociali secondo la classificazione dell'Ufficio Centrale di Statistica, Gutwein osserva che i cluster 8-10, i più benestanti, votano principalmente per il centro-sinistra, i cluster 4-7, che costituiscono oltre metà della popolazione, votano in maggioranza per la destra e i partiti religiosi, i cluster 1-3, i più poveri, votano per i partiti ultraortodossi e arabi. Finché i cluster 4-7 godono dei meccanismi di compensazione, il potere del Likud regge. La sinistra è completamente cieca a tutto questo e non capisce come dopo il 7 ottobre Netanyahu abbia perso solo dieci mandati. La risposta è che le persone votano a partire dalla sicurezza sociale. Il voto a destra dei ceti bassi è quindi un calcolo razionale e non un esempio di falsa coscienza.
Gutwein sostiene che le classi benestanti possono permettersi di parlare di pace e diritti perché hanno stabilità e sicurezza sociale che permettono loro di guardare il mondo con empatia e senso critico. Per chi è in una guerra di sopravvivenza economica quotidiana, la destra offre una visione del mondo coerente: la vita è una giungla e una lotta continua. Per cambiare la società l'unica via è dare alle persone sicurezza sociale e uno stato sociale che fornisca istruzione e sanità per tutti. Gutwein, 73 anni, riprendendo Marx, è convinto che l'essere sociale determini la coscienza e che la storia della società sia storia di lotta di classe.
La novità su cui Gutwein punta per le prossime elezioni è l'emergere di un ceto in rovina: riservisti, famiglie che hanno perso attività economica, sfollati, studenti economicamente devastati. Non essendo un settore definito, lo Stato non li considera e non hanno meccanismi di compensazione su cui fare affidamento. Il centro, da Lapid ad Eisenkot, non sa parlare con loro e propone come soluzione più libero mercato mentre Netanyahu offre un neoliberismo con compensazioni per la sua base di massa. Nella lotta tra i due modelli, il neoliberismo settoriale vince sempre su quello puro. Se l’opposizione continuerà a offrire solo la difesa dello stato di diritto, senza contenuto sociale, resterà bloccato intorno ai 53 mandati. Occorre una leadership capace di offrire a questo ceto in rovina una vera rete di sicurezza e un percorso di riabilitazione totale. Decisive saranno anche le dinamiche di voto dei cluster 4-7, dove esiste molta gente logorata dal governo della "lealtà" settoriale, persone che cercano un'alternativa fondata su investimenti concreti in istruzione, sanità e welfare. Gutwein elogia i candidati dei Democratici come Naama Lazimi, Gilad Kariv, Moshe Redman, Yaya Fink e Avi Dabush ma critica il partito perché lo ritiene bloccato negli errori di Laburisti e Meretz e si lascia trascinare verso soluzioni di facciata, come la creazione di indirizzi scolastici settoriali invece di offrire un'istruzione pubblica di qualità per tutti. Il suo consiglio è di non farsi impressionare dai sondaggi che fotografano soltanto ciò che esiste nel presente. Una vera leadership politica, sostiene, deve saper creare ciò che ancora non esiste e parlare direttamente di sicurezza sociale è l'unica strada per un cambiamento reale.
Israele ha bisogno di un New Deal focalizzato sulla costruzione di uno stato sociale che fornisca uguaglianza di opportunità e vera sicurezza. A destra c'è chi prende le distanze da Netanyahu a causa del lato oppressivo dei meccanismi di compensazione. Quei meccanismi, infatti, creano dipendenza, impongono punizioni a chi non si allinea e condannano chi ne usufruisce a un'esistenza di basso livello. Sono questi gli elettori che il Likud ha perso e che, a suo tempo, resero possibile il governo del cambiamento. Se la sinistra non saprà proporre loro un'alternativa di tipo economico, una parte di loro tornerà a votare Netanyahu e la destra, magari turandosi il naso. E potrebbero essere proprio quei voti a decidere le prossime elezioni.
Riflessioni economiche
L'indice dei prezzi al consumo riflette le variazioni dei prezzi di beni e servizi ma nel dibattito pubblico isrealiano viene usato anche come indicatore del carovita. Una ricerca del Taub Center mostra il limite di questo uso. L'indice, infatti, non include il costo del denaro, cioè gli interessi su prestiti e credito, e in certi periodi il divario con un indice complementare che lo include può arrivare fino a cinque volte. La voce più pesante per una famiglia israeliana è l'abitazione, il 27% dell'indice, di cui due terzi per i servizi di abitazione dei proprietari. L'interesse sul mutuo invece non è incluso. Quindi una variazione annua dell'1,5% dell'indice può non rappresentare il reale aggravio per gli israeliani. Negli Stati Uniti, con l'indice al 6%, le spese sono cresciute in media del 18% ma i costi di finanziamento erano esclusi. Includerli ha spiegato il 75% del divario con la percezione dei consumatori. L'indice complementare è più volatile e non è sempre più alto o più basso. Tra il 2008 e il 2021 è stato per lo più inferiore all'indice dei prezzi al consumo ma dal 2021, con l'aumento dei tassi fino al 4,75%, è schizzato. Mentre il picco dell'inflazione annua era al 5,4% a febbraio 2023, l'indice complementare segnava il 25%, quasi cinque volte tanto. Tra il 2007 e il 2021 l'indice dei prezzi al consumo è cresciuto il doppio dell'indice complementare ma nei tre anni successivi quest'ultimo è passato dal 10% al 65% rispetto al 2007. Nel 2022 gli interessi sui mutui sono aumentati del 42% e nel 2023 del 68%. La ricerca non indica un difetto dell'indice dei prezzi al consumo, il cui scopo è misurare i prezzi di beni e servizi, e ricorda che nel 1983 negli Stati Uniti e poi in Israele i costi delle abitazioni e dei mutui furono rimossi per stabilizzare l'indice. Si suggerisce, tuttavia, di considerare il divario perché una politica monetaria basata sull'inflazione può aumentare i costi delle famiglie senza che l'indice lo rifletta e, nei casi di indicizzazione di salari, sussidi e accordi di lungo termine, l'indice può non riflettere l'erosione della capacità di consumo.
Sappiamo che i tassi della Fed influenzano tutto il mondo e Israele non fa eccezione. Il 16 settembre ha alzato i tassi di un quarto di punto, al 3,75%-4%, primo aumento da oltre tre anni, deciso con l'inflazione ancora sopra il 2%. Molti vertici della Fed prevedono almeno un altro aumento entro fine anno, quindi potrebbe essere un cambio di direzione duraturo. Quando i titoli di Stato americani rendono di più, ogni altra attività deve offrire un compenso maggiore per il rischio. Stati e imprese con debito in dollari pagano di più o vedono i capitali tornare verso il dollaro. In Israele la Banca d'Israele va nella direzione opposta visto che a settembre ha tagliato i tassi per la terza volta al 3,25%, con l'inflazione all'1,5%, e due settimane dopo la Fed li ha alzati. In questo modo il debito pubblico a breve termine in dollari rende più del debito in shekel. Il divario rende il dollaro più attrattivo, pur se il cambio dipende anche da sicurezza, politica, hi-tech, coperture valutarie, premio di rischio e interventi della Banca d'Israele. Lo shekel resta relativamente forte, intorno a 3,03 per dollaro, ma il divario dei tassi è un problema. L'inflazione bassa giustificherebbe altri tagli ma questi allargherebbero il divario con gli Stati Uniti e potrebbero indebolire lo shekel. Israele importa energia, materie prime, macchinari e beni di consumo legati al dollaro, quindi uno shekel debole riaccenderebbe l'inflazione. Se la Fed continua ad alzare i tassi, la Banca d'Israele potrebbe fermare i tagli o rialzare, con effetti sul mercato dei mutui. Il credito più caro ridurrebbe il potere d'acquisto e potrebbe accelerare il calo dei prezzi mentre gli imprenditori indebitati farebbero fatica a vendere e a rifinanziarsi. Il pericolo maggiore è però il bilancio statale perché, con il denaro più caro nel mondo, anche Israele paga di più sul nuovo debito, soprattutto con disavanzo in crescita, spese di sicurezza in aumento e instabilità politica. Ogni shekel in più per gli interessi viene tolto a istruzione, sanità e infrastrutture, così una decisione di Washington può diventare un taglio silenzioso e tardivo al bilancio israeliano. Israele non controlla i tassi americani ma può decidere quanto esserne danneggiato: bilancio credibile, istituzioni stabili e premio di rischio basso danno alla Banca d'Israele la libertà di agire per l'economia locale mentre disavanzo e incertezza trasformano ogni rialzo americano in una crisi importata.
Nel mentre, il 49% dei datori di lavoro israeliani prevede di aumentare l'organico nei prossimi mesi, contro solo il 15% che prevede riduzioni, mentre il 33% pensa di mantenere invariati i livelli di personale. È quanto emerge dal rapporto globale sulle previsioni occupazionali di ManpowerGroup per il quarto trimestre del 2026, basato sulle risposte di 40.000 datori di lavoro in 42 Paesi, con 756 intervistati in Israele a luglio. La previsione occupazionale netta in Israele, cioè la quota di chi prevede aumenti meno quella di chi prevede riduzioni, è del 34%, in crescita di 8 punti rispetto al trimestre precedente e di 16 rispetto allo stesso periodo dell'anno prima. Le previsioni più alte sono nei settori costruzioni e immobiliare al 64% e logistica e commercio al 51%. Il turismo e l'ospitalità, molto colpiti dalla guerra con l'Iran, mostrano l'aumento più forte, dal 6% del trimestre precedente al 40%. In calo, invece, l'hi-tech e la tecnologia, sceso di 6 punti al 36%, e l'industria, anch'essa giù di 6 punti al 24%. Le previsioni più alte sono nel Centro al 58% e a Tel Aviv al 42%, seguono il Nord al 37%, Gerusalemme al 31% e il distretto Sud al 22% mentre a Haifa si registra una previsione negativa dell'1%. Il sondaggio mostra anche un aumento dei datori che dichiarano disponibilità ad assumere junior e lavoratori all'inizio della propria storia lavorativa. Il 44% segnala un aumento delle assunzioni di junior contro il 16% che segnala una diminuzione, con costruzioni e immobiliare al 68% contro l'8%, hi-tech al 43% contro il 20% e comunicazioni e servizi informativi al 40% contro il 21%. Le ragioni principali dell'espansione sono la crescita delle aziende, la creazione di nuovi posti di lavoro e progetti che richiedono personale dedicato. Quelle della riduzione sono soprattutto l'automazione che rende superflui alcuni ruoli e cambi di mercato che riducono la domanda. Tra chi ha ridotto le assunzioni di junior si citano come cause automazione, riduzione di compiti destinati alle figure junior, meno assunzioni in generale e disallineamento tra aspettative dei candidati e requisiti.
Amit Ben-Tzur, direttore generale dell’Arlozorov Forum di Histadrut, critica la proposta di Avi Simhon, capo del Consiglio economico nazionale israeliano, di abolire fino ai 40 anni l'obbligo di versamento pensionistico a carico del lavoratore, pari al 6% dello stipendio, per aumentare il netto di circa 500 shekel al mese. Ben-Tzur riconosce il problema reale delle giovani famiglie schiacciate dai costi di casa, istruzione e servizi ma giudica la soluzione sbagliata. Invece di contrastare il carovita con investimenti pubblici, si prende denaro dal futuro per finanziare il presente, scaricando sui lavoratori un rischio che dovrebbe affrontare la politica.
Secondo gli stessi calcoli del Consiglio, la pensione media netta scenderebbe da 16.600 a 14.800 shekel al mese, circa l'11% in meno, e la previsione che la pensione resti adeguata presuppone di lavorare fino a 70 anni. Inoltre il risparmio pensionistico ha senso avviarlo presto perché uno shekel messo da parte a 25 anni ha decenni per rendere mentre rinunciarvi all'inizio della carriera non equivale a farlo a 55. Si colpisce proprio il denaro con il periodo di accumulo più lungo. Il sollievo immediato si sente subito, il costo arriva fra decenni e quindi è facile ignorarlo.
La misura creerebbe nuove disuguaglianze perché chi guadagna bene continuerebbe a risparmiare, chi fatica a causa di affitto, asili e bollette userebbe quei soldi per vivere oggi ma arriverebbe alla pensione con meno risorse. Proprio per questo esiste la pensione obbligatoria. In Israele lo Stato non garantisce da solo un reddito elevato in vecchiaia e quindi il risparmio da lavoro è centrale. La proposta sposta semplicemente più rischio sui lavoratori. Nata da un accordo collettivo tra Histadrut e datori di lavoro ed estesa a tutto il sistema, la pensione obbligatoria è uno dei principali risultati ottenuti dal movimento sindacale in Israele. Non si deve scegliere tra vivere dignitosamente a 35 anni o a 75 poiché una buona politica sociale deve rendere possibili entrambe.
I problemi della casa
Secondo l'Ufficio centrale di statistica israeliano i prezzi degli appartamenti sono scesi dell'1%, la diminuzione bimestrale più marcata dall'inizio del 2018, anche se si tratta di un calo moderato e non di un crollo del mercato. Questo singolo punto percentuale ha un significato importante perché segna il momento in cui l'ufficio statistico ha iniziato ad ammettere, almeno temporaneamente, una realtà che aveva negato nell'ultimo anno. Infatti il calo reale dei prezzi è molto più difficile da vedere nell'indice generale perché gran parte del mercato ha imparato a mascherarlo. I costruttori non abbassano sempre il prezzo ufficiale ed offrono finanziamenti generosi, rinvio dei pagamenti, esenzione dall'indicizzazione, sussidi sugli interessi, prestiti del costruttore e condizioni di pagamento che sembrano promozioni ma economicamente equivalgono a una riduzione del prezzo. Il luogo dove è molto più difficile nascondere i cali è il mercato delle case usate, dove non esistono uffici marketing, sussidi sugli interessi o possibilità di impacchettare una riduzione di prezzo in una serie di artifici finanziari. Ci sono solo venditore, compratore, banca e mutuo. Se il compratore non può pagare, l'affare non si chiude mentre se il venditore vuole vendere deve abbassare il prezzo. Per questo il mercato dell'usato è oggi l’indicatore più importante. L'ufficio statistico non pubblica un indice separato per le case usate ma il fatto che l'indice generale sia sceso dell'1% mentre i prezzi delle case nuove sono calati solo dello 0,1% indica che la maggior parte della discesa riguarda il mercato dell'usato. Escludendo le case nuove con sussidio governativo, i prezzi delle case nuove vendute sul mercato libero sono saliti dello 0,2%, dato che rafforza l'idea che i costruttori stiano semplicemente "ingegnerizzando" i prezzi. I costruttori si trovano in una trappola perché un taglio ufficiale dei prezzi li danneggerebbe rispetto agli acquirenti precedenti, alle banche, al valore dei terreni e al mercato finanziario, quindi preferiscono giocare con il prezzo. Questo gioco riesce solo finché ci sono tempo e denaro. Quando i tassi sono alti, il tempo costa e gli appartamenti invenduti pesano. Rinviare gran parte del pagamento costa e lo stesso vale per il credito concesso per farlo. Un discorso identico si può fare per un terreno comprato a caro prezzo. Ogni mese in cui l'appartamento resta invenduto rende sempre più difficile continuare a far finta che il prezzo non sia cambiato. Quindi, sotto il calo appena registrato, c'è un mercato che già da tempo valuta gli appartamenti in modo diverso, con compratori più cauti, mutui più pesanti, venditori più sotto pressione e costruttori che nascondono gli sconti dentro le offerte di finanziamento. Quando il mercato smetterà di chiamarla promozione, dovrà parlare di calo dei prezzi.
Resta il fatto che in Israele comprare una casa è diventato sempre più difficile. Per dimostrarlo basta analizzare le annualità di stipendio che servono per comprare un appartamento medio. Nel 2015 servivano circa 12 anni di stipendio intero, senza mangiare né pagare affitto o bollette. Nell'aprile 2026 ne servivano quasi 14. Il prezzo medio di una casa è passato da 1,31 milioni di shekel a 2,33 milioni mentre il salario medio è salito da 110.000 a 169.000 shekel all'anno. I prezzi sono cresciuti del 78% ma gli stipendi del 54%. Il divario si è allargato di 24 punti a sfavore di chi compra che ha bisogno di due anni di stipendio in più rispetto a dieci anni fa solo per partire dallo stesso punto. Quei due anni valgono 338.000 shekel. Anche il capitale iniziale necessario, il 25% del prezzo, è quasi raddoppiato, passando da 328.000 a 583.000 shekel, ma la capacità di risparmiare non è cresciuta altrettanto perché buona parte dell'aumento salariale è stata assorbita da affitti, cibo, istruzione e carovita. Il dato nazionale di 13,8 anni è una media che nasconde grandi differenze. A Tel Aviv servono circa 27 anni di stipendio, a Be'er Sheva 7 e tra centro e periferia il divario è quasi quadruplo. Inoltre il salario medio è gonfiato da chi guadagna molto nell'hi-tech e nella finanza mentre il salario mediano è molto più basso. Per un lavoratore mediano, senza aiuto dei genitori, il rapporto si avvicina a 20 anni. Il mercato reagisce a politiche su terreni, costruzioni, tassi e pianificazione. Chi aspetta che il mercato si corregga da solo si illude e se la tendenza non verrà invertita, nel 2036 si arriverà a 16 anni di stipendio, il punto in cui una casa in Israele diventa impossibile da comprare senza aiuto.
Politiche pubbliche varie
In Israele c'è carenza di medici. Nel 2023 erano 3,5 ogni mille abitanti, contro una media di 3,9 nei Paesi sviluppati dell'OCSE, quindi il 10% in meno. Da allora molti medici sono partiti e la carenza è peggiorata. I parametri del personale negli ospedali pubblici non vengono aggiornati dagli anni ‘80, oltre quattro decenni di crescita demografica, perciò alcuni medici disponibili non hanno un posto autorizzato. Il divario dipende soprattutto dal fatto che la popolazione cresce più rapidamente del ritmo di formazione dei medici e dal fatto che molti medici sono anziani. Nel 2020 un quarto dei titolari di licenza aveva superato i 67 anni e quasi la metà aveva 55 anni o più. Il problema è grave soprattutto in periferia. Nel 2022 a Tel Aviv c'erano cinque medici ogni mille abitanti, nel Sud meno di due e anche il Nord e Gerusalemme soffrivano di una carenza acuta. La riforma Yitziv entrata in vigore quest'anno ammette all'esame di licenza solo chi ha studiato in università riconosciute dal ministero della Salute. Secondo la Banca d'Israele questo ridurrà le nuove licenze di 400-600 unità all'anno e colpirà in particolare la periferia perché i medici di Nord e Sud vengono in percentuale maggiore proprio dagli istituti che saranno esclusi.
Uno studio dell'università di Tel Aviv, guidato da Itay Eter, ha incrociato i dati dell'Ufficio centrale di statistica con le licenze del ministero della Salute e ha ricostruito l'andamento delle partenze nette dei medici, cioè il numero di chi parte meno il numero di chi torna. Nel decennio 2009-2020 la media era compresa tra 0 e 130 partenze nette all'anno, poi si è saliti a 116 nel 2021, 135 nel 2022, 181 nel 2023 e 328 nel 2024 che è il picco e si tratta di quasi due volte e mezzo il dato del 2022. La crescita comincia nel 2023, prima del 7 ottobre, e lo studio la lega soprattutto alla crisi politica intorno alla riforma giudiziaria, quando molti medici scesero in piazza contro il governo. Cambia anche il profilo di chi parte, infatti negli ultimi anni il 20% ha 45 anni o più mentre nel decennio precedente era solo il 14%. Segno che non se ne vanno soltanto giovani in cerca di formazione ma medici esperti a metà carriera.
Il governo ha provato a intervenire sull'offerta di medici. Nel 2024 i posti nelle facoltà di medicina sono saliti a 1228, con l'obiettivo di arrivare a 1700 entro il 2027, e sono stati concessi prestiti agli israeliani che studiano medicina all'estero. Secondo la Banca d'Israele questi passi attenueranno in buona parte l'effetto restrittivo della riforma Yitziv ma restano lontani dal risolvere il problema poiché agiscono solo sul numero complessivo di medici nel paese e non toccano la carenza in periferia. Finché i parametri di impiego negli ospedali pubblici non vengono aggiornati, più laureati in medicina da soli non colmeranno i divari. La conseguenza più concreta si vede nei tempi di attesa. Secondo il rapporto del controllore dello Stato del novembre 2024, un residente del Sud aspetta in media 20 giorni per una visita, contro 5,7 giorni a Tel Aviv. Per la reumatologia si va da 53 a 71 giorni mentre per l'endocrinologia da 47 a 53. In periferia non si aspetta solo di più perché a volte bisogna spostarsi per cure che nella propria città non esistono. Il caso limite è Eilat, 57mila abitanti, dove i servizi sanitari offrono soltanto quattro specializzazioni. Il risultato è che nel 2025 circa 1,1 milioni di israeliani hanno atteso più di un mese per uno specialista e circa 1,2 milioni si sono rivolti alla sanità privata.
Il ministero delle Finanze ha presentato la sua posizione sulla richiesta della compagnia Zim di procedere alla fusione con la tedesca Hapag-Lloyd e con il fondo Fimi. Per il ministero nel formato attuale dell'operazione i rischi economici, operativi e di sicurezza superano nettamente i vantaggi. Rileva tra l'altro che i governi del Qatar (12,3%) e dell'Arabia Saudita (10,2%) detengono una quota significativa delle azioni di Hapag-Lloyd e questo crea un rischio strategico concreto di pressioni politiche e influenza straniera in momenti di crisi ed emergenza. Sostiene inoltre che la nuova società, Zim Israel, dipenderebbe completamente da una concorrente, quindi non sarebbe una compagnia di navigazione indipendente poiché si appoggerebbe quasi interamente alle infrastrutture di Hapag-Lloyd. Allo stesso tempo competerebbe con Hapag-Lloyd sulla linea verso gli Stati Uniti, creando un conflitto di interessi strutturale. Il ministero ha detto che qualsiasi formato futuro richiederà un riesame delle esigenze della navigazione nazionale da parte dell'autorità per la navigazione e i porti e dovrà essere valutato solo se ridurrà nettamente la dipendenza da attori ostili, garantirà la continuità di un approvvigionamento marittimo indipendente e presenterà un modello finanziario solido e stabile nel lungo periodo. Il ministero si è soffermato sul fatto che Hapag-Lloyd acquisirebbe il 90% delle navi, dei contratti, degli asset e delle linee di Zim, fondendoli, mentre il resto, 16 navi e due linee di navigazione, resterebbe in una Zim ridotta che passerebbe al fondo Fimi dell'imprenditore israeliano Yishai Davidi. La golden share resterebbe solo nella Zim ridotta. Questa proposta ha suscitato un'ampia opposizione, tra cui quella del direttore dell'autorità per la navigazione Zadok Garner, del presidente della commissione Economia della Knesset David Bitan e del comitato dei lavoratori della compagnia guidato da Oren Caspi. Da Hapag-Lloyd hanno fatto sapere che la posizione presentata riguarda la proposta originale e non tiene conto dei miglioramenti significativi introdotti da allora nell'operazione. Hapag-Lloyd e Fimi hanno ascoltato con grande attenzione le obiezioni sollevate dallo Stato di Israele e proprio per rispondervi è stato messo a punto e presentato un formato migliorato in modo significativo e invitano gli organi competenti a esaminarlo, dichiarandosi disponibili a proseguire il dialogo e a illustrare le modifiche introdotte. Nello stesso tempo stanno lavorando ad ulteriori miglioramenti significativi, tra cui l'ampliamento dei poteri dello Stato nell'ambito di una golden share aggiornata e il rafforzamento della flotta di navi di proprietà di Zim Israel con nuove navi portacontainer più grandi ed efficienti.
Il sindacato dei trasporti della Histadrut si è rivolto al presidente del consiglio di amministrazione di Zim, Yair Saroussi, e agli altri membri del consiglio chiedendo una riunione urgente con la rappresentanza dei lavoratori prima di qualsiasi decisione sul formato di vendita della società. Si tratta di un passo di grandissima portata che può incidere in modo diretto e significativo sulla società, sui suoi dipendenti e sui loro diritti. Decisioni di questo tipo non si possono prendere al buio, aggirando la rappresentanza dei lavoratori e ignorando le conseguenze sui dipendenti. Se si procederà in modo unilaterale, la rappresentanza dei lavoratori non accetterà questo comportamento e agirà con tutti i mezzi a sua disposizione per difendere i diritti dei lavoratori e il loro futuro.
Questioni sindacali
Proseguono le azioni sindacali dei dipendenti AIG, sullo sfondo dello stallo nel negoziato sul contratto collettivo. A metà settembre hanno scioperato i lavoratori del reparto servizi nei settori auto, casa, mutui e operations dopo lo sciopero in tutti i call center AIG. La vertenza nasce dal fallimento del negoziato tra azienda, comitato dei lavoratori e Histadrut dopo quasi un anno di trattative per un nuovo contratto collettivo. Secondo il comitato il divario tra la proposta della direzione e le condizioni tipiche dei contratti collettivi di settore resta ampio, nonostante i risultati economici ottimi dell'ultimo anno e della prima metà del 2026. Uno dei nodi centrali è l'intenzione dell'azienda di introdurre un agente vocale, pensato per simulare il lavoro dei rappresentanti del servizio clienti e, per il comitato, capace di incidere sui posti di lavoro e sulla sicurezza occupazionale. I lavoratori chiedono che l'introduzione della tecnologia e le sue conseguenze sul personale passino dal contratto collettivo.
L'Histadrut, il gruppo OPC Energia e i comitati dei lavoratori hanno firmato contratti collettivi per regolare i rapporti di lavoro nel settore privato della produzione di elettricità in Israele. È stato rinnovato l'accordo della centrale OPC Hadera e, per la prima volta, sono stati firmati contratti collettivi a OPC Zomet Energy e OPC Sorek 2. Gli accordi rafforzano le relazioni sindacali, migliorano salario, pensione e welfare e danno all'azienda stabilità e tranquillità industriale di lungo periodo. I lavoratori avranno aumenti annuali del 4%-4,5% e 400 shekel in più sullo stipendio base, oltre a premi annuali in media pari a 2,5 stipendi base per dipendente e premi per l'avvio commerciale a Hadera e Sorek 2. I versamenti pensionistici arrivano alla percentuale massima, con base pensionistica ampliata per chi lavora a turni e più diritti su ferie, riposo, trasferte, mensa e welfare. Il contratto alla Zomet Energy scade a dicembre 2029, a Sorek 2 a marzo 2030 mentre quello a Hadera è prorogato a dicembre 2030. OPC Rotem ha già un contratto collettivo e il rinnovo sarà negoziato nei prossimi mesi. Gli accordi rientrano in un percorso nazionale guidato dall'Histadrut nel settore delle centrali private. Su iniziativa del segretario Arnon Bar-David è stato creato un gruppo di lavoro per definire una politica di settore. Bar-David desidera che tutti i dipendenti delle centrali private siano sindacalizzati sotto l'Histadrut.
Il tribunale del lavoro di Gerusalemme, invece, ha respinto la richiesta di Rafa Laboratories di bloccare lo sciopero dei dipendenti. Per il tribunale la tesi dei lavoratori, ovvero che l'IPO e relativa trasformazione in società quotata in borsa possano incidere sulle condizioni di lavoro, merita di essere ascoltata e non si può dire che la vertenza sia artificiosa. Lo sciopero non è sproporzionato e non c'è stata mancanza di buona fede da parte dei lavoratori o dell'Histadrut, anche perché il dialogo va avanti da tempo e la rappresentanza dei lavoratori ha mostrato flessibilità. Il tribunale ricorda che chi vende un'azienda deve negoziare con i lavoratori. Non serve un passaggio di controllo per far nascere il diritto al negoziato poiché conta la sostanza del cambiamento. I dipendenti chiedevano il negoziato sugli effetti dell'IPO già dal 24 maggio, la società si è quotata il 13 luglio 2026 con il 30% offerto al pubblico. Dopo uno sciopero di un giorno il 3 agosto, hanno ripreso la lotta il 9 settembre.
Histadrut, Autorità per la Popolazione e l'Immigrazione e Commissario per i Salari del ministero delle Finanze hanno firmato un contratto collettivo storico per 300 dipendenti della direzione per l'applicazione delle leggi su immigrazione e stranieri. È il primo accordo del genere per questo ufficio, dopo anni di trattative, e dura sei anni. Decine di lavoratori passano da contratti personali al contratto collettivo, con tabelle salariali migliori, possibilità di carriera e tutte le indennità del settore pubblico. Sono previsti anche premi di firma e l'ingresso nelle associazioni professionali del sindacato dei dipendenti pubblici.
Nel settore pubblico israeliano gli accordi quadro tra Histadrut e Tesoro coprono con un'unica trattativa gli aumenti di centinaia di migliaia di dipendenti. Il pregio è l'uniformità, il difetto è che proprio l'uniformità lascia indietro chi avrebbe bisogno di risposte mirate. Per risolvere il problema, senza smontare la trattativa nazionale, si è consolidata una particolare soluzione che prevede una quota del budget dell'accordo accantonata in anticipo per finanziare problemi salariali circoscritti. In Israele vale il 3% del costo dell'accordo quadro, in cinque tranche e con altre possibili fonti di finanziamento, per oltre un miliardo di shekel stimati.
Uno studio dell’Arlozorov Forum confronta il modello israeliano con quelli di Irlanda e Danimarca. Il caso israeliano si è formato per gradi ed è entrato ufficialmente nell'accordo quadro del 2023. Per l'Histadrut questo sistema permette di affrontare problemi accumulati negli anni senza riaprire ogni volta l'intero accordo. Per il Tesoro fissa in anticipo la spesa e riduce l'incentivo a creare conflitti mentre consente allo Stato di intervenire su problemi reali, anche di categorie senza molta forza contrattuale. È una via di mezzo tra accordo centralizzato e decentramento che rischia però di aumentare le disuguaglianze. Avere i fondi non basta poiché, senza un accordo su come usarli, non vengono spesi e in Israele manca un meccanismo per risolvere le controversie presente invece in Danimarca e Irlanda. C'è anche un rischio politico, infatti ogni somma data a un gruppo non va a un altro e più potere ha il sindacato nella ripartizione, più la responsabilità ricade su di esso. Per questo, osserva Weinblum, la dimensione dei fondi accantonati non è un dettaglio tecnico ma indica quanti e quali problemi si potranno risolvere durante l'accordo, quanto si potrà correggere le distorsioni salariali e rafforzare le categorie più fragili. Lo studio ricorda che il meccanismo non è nato con la firma del 2023. Nell'accordo quadro del settore pubblico siglato da Histadrut e Tesoro nell'aprile 2016 furono previsti aumenti settoriali, nello specifico per gli assistenti sociali e le professioni paramediche. Durante la pandemia gli assistenti sociali scioperarono 16 giorni per i carichi straordinari e l'erosione dello stipendio e lo sciopero si chiuse con un'intesa su una cornice di 200 milioni di shekel per negoziare una riforma della loro retribuzione. Nel novembre 2021 l'Histadrut accettò di rinviare la trattativa sull'accordo salariale generale, viste le pesanti conseguenze economiche del Covid, ma concordò con il Tesoro una cornice di 500 milioni di shekel per categorie specifiche del pubblico impiego che avevano bisogno di una correzione più rapida, tra cui le professioni sanitarie, il personale amministrativo e tecnico degli ospedali, le professioni paramediche, i tecnici radiologi e i microbiologi. Il modello è poi stato formalizzato nell'accordo quadro del 2023. Weinblum rileva che il sistema avvantaggia entrambe le parti, datore di lavoro e sindacati, e proprio per questo può migliorare la regolazione collettiva dei salari dei dipendenti pubblici e il modo in cui si affrontano le complessità di questo sistema retributivo.
Il tribunale del lavoro di Nazaret Illit ha stabilito che l'Histadrut è il sindacato rappresentativo alla Verno Industrial Ottica, che la direzione ha interferito illegalmente nell'organizzazione dei lavoratori e quindi l'azienda deve riconoscere il sindacato, negoziare con esso e pagare 120 mila shekel di risarcimento. I dipendenti avevano iniziato a organizzarsi nel gennaio 2026 e il 18 gennaio l'Histadrut aveva comunicato di essere il sindacato rappresentativo in azienda. L'impresa sostiene che alcuni iscritti non erano dipendenti, altri avevano revocato l'adesione e qualcuno non aveva capito cosa stesse firmando al momento dell’adesione. Il giudice ha respinto queste tesi dicendo che in quel momento la Verno impiegava 64 lavoratori, di cui 37 iscritti ad Histadrut, ben oltre il terzo necessario. Anche considerando tutti i 75 dipendenti, gli iscritti erano 41 e quindi il requisito sarebbe comunque soddisfatto. Il tribunale ha respinto anche l'argomento delle revoche, chiarendo che per quelle successive alla proclamazione vale la presunzione di pressioni illecite del datore di lavoro, il quale deve dimostrare di aver agito in buona fede.
Nel caso Verno le prove indicano un coinvolgimento attivo della dirigenza. Un responsabile aveva limitato l'uscita di un membro del comitato promotore da un reparto e l'azienda non ha portato in aula né lui né il direttore dello stabilimento per smentire. Anzi, proprio i testimoni dell'azienda hanno rafforzato la conclusione finale. Una dipendente ha inviato al direttore lo screenshot della propria revoca, altre hanno informato la responsabile delle risorse umane, un'altra ha riferito che un responsabile le aveva chiesto se avesse revocato l'iscrizione mentre la responsabile delle risorse umane ha ammesso di aver raccolto le revoche e redatto una lista, con versioni diverse su come fossero arrivate. Il tribunale ha concluso che i dirigenti hanno agito per sabotare l'organizzazione sindacale con colloqui individuali, messaggi intimidatori e monitoraggio delle revoche. Il fatto che il proprietario non se ne sia occupato personalmente non esonera l'azienda dalle proprie responsabilità.
