I’m from Nir Oz: storia orale di un kibbutz dentro la tragedia. Voci, memoria collettiva e ricostruzione dopo il 7 ottobre

Mercoledì Israele ha ricordato i tre anni dall’attacco terroristico del 7 ottobre. La giornata è cominciata alle 6:29, l'ora dell'attacco. Si sono tenute cerimonie in molti luoghi: alla residenza del presidente Herzog, a Sderot e nel sito del Nova festival. A Kfar Aza, dove 62 abitanti sono stati uccisi e 19 rapiti, circa 500 persone si sono riunite nell'armeria. Sette dei quindici membri della squadra di pronto intervento del kibbutz sono morti quel giorno. Un'altra cerimonia, con circa mille presenti, si è svolta al cimitero. A mezzogiorno c'è stato un minuto di raccoglimento, promosso dal Consiglio d’Ottobre, a cui hanno aderito ospedali, università, comuni e aziende. 

Il Consiglio d’Ottobre, assieme a movimenti della società civile, ha chiesto una commissione d'inchiesta statale. Sono state bloccate le corsie dell'Ayalon a Tel Aviv, la fontana di piazza Dizengoff è stata colorata di rosso e davanti alla Knesset è stata esposta un'auto bruciata. C'è stato un corteo a Cesarea, con presìdi davanti alla casa di Netanyahu, mentre altre manifestazioni si sono tenute sotto le abitazioni di diversi ministri del governo uscente. I familiari delle vittime hanno parlato con rabbia dell'assenza dello Stato. Ofri Bibas-Levy ha detto che senza riconoscimento delle responsabilità non ci sarà guarigione. Aharon Truan, fratello di Shachar Matias, uccisa a Holit, ha detto che nessun rappresentante del governo è mai venuto a trovare la sua famiglia. Il padre di Shay Ashram, osservatrice caduta a Nahal Oz, ha chiesto all'esercito una decorazione ufficiale per le ragazze dell'unità. Sulla “collina delle osservatrici” si sono radunati fin dal mattino presto i familiari delle giovani uccise e quelle che oggi prestano servizio nell’esercito. Tzameret, madre di Shiral Haim Pur, ha passato a lungo un panno su ogni foto e sui fiori di ceramica piantati sul posto. Il marito Eli le ha fatto notare che aveva pulito tutto tranne l’angolo dedicato alla loro figlia. Lui restava fermo, con un nodo alla gola. Pensare che la figlia facesse ogni giorno quella strada verso la postazione maledetta, ha detto, gli basta per sentirsi soffocare. 

Sulla strada 232, nel punto dove tre anni fa fu uccisa Libby Cohen Meguri insieme all’amica Adi Maizel, la madre Shelly ha fissato all’asfalto uno dei bossoli che l’avevano colpita e ha disegnato con la vernice la sagoma della figlia, come sulle scene di un omicidio. Da tempo lotta senza sosta per sostituire l’attuale governo e ottenere una commissione d’inchiesta statale. Ritiene che i leader politici hanno perso la dimensione morale e il rispetto per le famiglie in lutto e non sentono alcuna responsabilità per la tragedia del 7 ottobre. 

La cerimonia nazionale si è tenuta in serata nel Parco Yarkon, a Tel Aviv, per il terzo anno su iniziativa del movimento Komu. È stata finanziata con una raccolta fondi popolare mentre decine di migliaia di biglietti sono stati distribuiti gratuitamente. L’hanno condotta Eli Sharabi, ex ostaggio, e l’attrice Shani Cohen, aprendo con un minuto di silenzio. Sharabi ha invitato a indagare fino in fondo, senza smussare gli angoli e senza riscrivere la storia, perché solo ricordando davvero si può imparare, correggere e costruire un luogo più sicuro.

Omri Shapruni, sopravvissuto al massacro di Be’eri, dove ha perso quattro familiari, ha detto che per ricostruire la fiducia serve la verità. Senza un’inchiesta non si potrà riparare la società né evitare che accada di nuovo. L’indagine, ha aggiunto, non deve diventare una disputa politica perché è un dovere morale. Il rabbino Benny Kalmanzon, padre di Elchanan, ucciso a Be’eri, ha recitato il kaddish. Aviva Chana ha parlato del fratello Israel, ucciso a Ofakim, che uscì di casa con una pistola e un solo caricatore per affrontare i terroristi entrati in città. La sera prima avevano festeggiato insieme i suoi trent’anni mentre poche ore dopo si trovò da solo davanti ai terroristi. Adi Marciano, madre della osservatrice Noa, rapita e uccisa a Gaza, ha chiesto perdono alla figlia per non essere riuscita a salvarla. Ha ricordato i trentotto giorni di angoscia e il fatto che Noa fu l’unica delle sette osservatrici rapite a non tornare viva. 

Al sito del Nova festival a Re’im, prima ancora dell’alba, le auto sfilavano lentamente verso il parcheggio dell’area. Molti venivano da Abu Qrinat, un villaggio beduino. Tra loro c’era Tarifi Abu Rashed che tre anni fa era fuggito dai terroristi con la moglie Suad, al nono mese e gravemente ferita. Fu la prima ferita ad arrivare all’ospedale Soroka quella mattina. La loro bambina nacque quel giorno ma visse solo quattordici ore ed è la vittima più giovane del massacro. Da allora sono nate altre due figlie ma niente, dice, può far dimenticare la piccola che non hanno mai potuto conoscere. Poco dopo si sono radunate le famiglie di Shon Deutschwili, Yevgeny Postel e Lior Tkach, tre amici arrivati insieme alla festa e uccisi dai terroristi. Volevano far partire l’ultima canzone suonata prima degli spari. Per lunghi minuti hanno discusso sull’orario esatto, come se riprodurre con precisione l’ultimo minuto di normalità potesse far tornare indietro l’orologio. Alla fine la sorella di Lior ha detto che erano le 6:29 e la musica è stata sostituita dal pianto.

Presso il cassonetto dei rifiuti dove si nascose con sedici persone, e dove fu ucciso alle 11:47, i familiari di Ron Yehudai hanno tenuto una cerimonia intima. Per circa cinque ore i presenti udirono spari, urla e suppliche. Solo sette si salvarono. Le famiglie hanno ricostruito da sole gli ultimi momenti, cercando i sopravvissuti, i combattenti, i video e i messaggi. Il padre Yoram ha ritrovato il cassonetto a Zikim, poco prima che tornasse in uso, e lo ha riportato al sito. Da allora porta avanti più battaglie civili insieme. La principale è quella per una commissione d’inchiesta statale, in quanto membro del Consiglio d’Ottobre. La rabbia lo fa alzare dal letto ogni mattina e gli ha impedito di iniziare a elaborare il lutto per il figlio.

Quanto al ritorno nei kibbutz, a Kfar Aza quasi ogni casa fu colpita. Su 362 abitazioni solo sei non hanno richiesto lavori e 97 edifici sono stati destinati alla demolizione e ricostruzione, di cui 48 nel quartiere Dor Tza’ir, uno dei luoghi principali del massacro. Il rientro è cominciato a fine agosto e finora sono tornate circa quaranta famiglie. Il budget per la ricostruzione è di 211 milioni di shekel, speso per il 45%. A Be’eri sono state distrutte o destinate alla demolizione 130 costruzioni su 350. A fine 2025 i membri hanno deciso di abbattere tutte le case bruciate nei quartieri devastati e di ricostruirle, salvo quella della famiglia Dabouri, che resta come testimonianza e sarà in futuro integrata in uno spazio commemorativo. Il rientro graduale dovrebbe cominciare a dicembre e il trasferimento ufficiale concludersi a luglio 2027. Il budget è di 473 milioni, speso per il 37%. La maggior parte della comunità vive ancora in alloggi temporanei a Hatzerim.

Nir Oz è il caso più estremo perché il kibbutz va ricostruito quasi del tutto mentre la comunità è ancora sfollata, soprattutto a Kiryat Gat. Solo in sei case non erano entrati i terroristi. 190 delle 229 abitazioni da sistemare verranno rifatte da zero. Il rientro è previsto da fine agosto 2027, con un budget di 232 milioni. Oggi vivono lì circa cento persone mentre il 70% dei residenti è ancora a Kiryat Gat. Il presidente Tzviki Tessler spiega che la vera sfida è restituire vita al luogo e che alcuni sanno già di non voler tornare mentre altri non riescono ancora a decidere. Lo Stato, a suo avviso, non offre una risposta adeguata a chi il trauma non consente di rientrare. I tre kibbutz hanno presentato un ricorso alla Corte suprema ma finora non esiste una proposta organica. Tessler dice che la decisione stessa di tornare non era scontata e che il kibbutz ha previsto un piano decennale, con un nuovo quartiere a est. L’obiettivo dell’amministrazione di Tkuma è raddoppiare la popolazione dell’area entro il 2033. Orly Ram, del movimento kibbutzico, sottolinea però che i fondi sono legati alla crescita demografica e a scadenze precise ma i tempi della guarigione sono diversi. Accogliere nuovi membri è difficile quando un terzo della comunità non rientra e il gruppo non è ancora ricompattato. 

I’m from Nir Oz, scritto da Sivan Klingbail e Shanee Klingbail Shiloh, parte da un ricordo familiare. Nel kibbutz i genitori non seguivano i figli nei compiti ma una volta loro padre le aiutò a preparare un tema per la bar mitzvà sul libro della Genesi. Ne uscì una riflessione sull'euforia dopo la guerra del 1967 e sul trauma del 1973, ancora doloroso quindici anni dopo. Da qui deducono che i nati negli anni ‘70 sono cresciuti sul contraccolpo della guerra del Kippur che portò un'ondata di nascite. A un certo punto Nir Oz aveva più ragazzi di qualunque kibbutz vicino. Cinquant'anni dopo quel dato si è rivelato prezioso. Il giorno dopo il 7 ottobre, mentre i superstiti aspettavano gli autobus per Eilat, anche chi se n'era andato da decenni si è offerto di organizzare funerali, aiutare le famiglie dei rapiti, parlare con stampa ed esercito, raccogliere fondi e tenere in piedi l'azienda agricola del kibbutz. Le autrici osservano che l'educazione ricevuta li aveva abituati a trasformare la difficoltà in azione e a lavorare per la comunità.

Il 7 ottobre Hamas conquistò il kibbutz. Gli abitanti resistettero per ore nelle stanze protette, la squadra di difesa combatté duramente ma l'esercito arrivò solo quando gli assalitori se n'erano già andati. Circa un quarto della comunità fu ucciso o rapito e gran parte delle case fu bruciata o saccheggiata. Quando il libro andò in stampa quattordici persone erano ancora a Gaza. Scrivere la storia di un luogo ancora dentro la tragedia ha tre difficoltà. Le informazioni sono incomplete, circolano versioni opposte guidate da interessi ideologici e tutto viene letto alla luce di ciò che è successo dopo. Si corre il rischio di descrivere il kibbutz come un luogo perfetto e per questo le autrici dicono di voler offrire un ritratto lucido e sfaccettato.

Di conseguenza hanno scelto la storia orale, cioè le interviste a persone nate e cresciute nel kibbutz. Ogni ricordo è parziale e soggettivo ma più voci insieme ricostruiscono un quadro d'insieme e una memoria collettiva. Le interviste sono anche un dovere morale verso un luogo distrutto. Le autrici hanno lasciato parlare liberamente gli intervistati, contando sulla fiducia nata dal passato comune, e hanno riportato i racconti in forma poco rielaborata per frenare la nostalgia. Vogliono che Nir Oz non venga ricordato solo come luogo di lutto e fallimento. Prima del massacro quasi nessuno ne conosceva il nome e ora in molti lo associano soltanto all’attacco terroristico di Hamas.

Il profilo storico spiega prima perché il kibbutz fosse così esposto. Si trova a ridosso di Gaza perché negli anni ‘40 e ‘50 il movimento operaio fondava villaggi agricoli lungo i confini del paese. Nir Oz nacque nel 1955 come avamposto agricolo-militare vicino a Khan Yunis. Nel 1957 diventò il settantesimo kibbutz dell'Hashomer Hatzair, con il motto "non stanchi del cammino ma tracciatori di sentieri". I pionieri erano in maggioranza nati in Israele, spesso di origine urbana o provenienti da movimenti giovanili, e costruirono un kibbutz fortemente ideologico. Le porte senza serratura simboleggiavano la forte fiducia reciproca. Molti membri si impegnarono per cause pacifiste, dall'opposizione allo sgombero dei beduini di Rafah alle proteste contro la guerra del Libano. Mentre gli altri kibbutz si privatizzavano, Nir Oz mantenne i suoi principi di uguaglianza. Il prezzo fu l'abbandono di molti giovani, tra la fine degli anni ‘80 e i primi Duemila, per la crisi economica e per la rigidità ideologica. Da vent'anni a questa parte alcuni sono tornati, quasi sempre come semplici residenti, proprio mentre arrivavano razzi e palloni esplosivi da Gaza.

Shai Levinson, nata nel 1972 e andata via nel 1997, parte dal 7 ottobre, quando sua madre è stata uccisa nella propria camera da terroristi che filmavano e diffondevano la scena su Facebook, mentre lei e la famiglia guardavano senza poter intervenire. Da anni, tornando in visita nel kibbutz, temeva razzi e infiltrazioni. Racconta un'infanzia segnata dall'assenza del padre, andato a vivere a Tel Aviv dopo il divorzio. Aspettava invano le sue telefonate nella sala mensa e a sei anni fu colpita da una paralisi improvvisa, con due settimane di ricovero, che attribuisce all'angoscia dell'abbandono. Il gruppo di coetanei, Ofarim, diventò la sua vera famiglia. Descrive il kibbutz come un luogo di ragazzi diligenti e un po' noiosi, educati a rispettare le regole e a nascondere le proprie opinioni. Pur ricordando con affetto la casa dei bambini e la scuola di Maale HaBashor, parla di una solitudine profonda per la mancanza di adulti a cui rivolgersi. Di quegli anni le restano la sensazione di una rete di salvataggio, il bisogno di appartenenza e una mentalità di scarsità legata alla povertà del kibbutz che condiziona ancora il suo rapporto con il denaro. Non se ne andò per fuggire da quella realtà. Conobbe il suo compagno e si scontrò con il kibbutz perché gli voleva impedire di lavorare come assistente di volo. Dopo il massacro, a Eilat, i compagni del kibbutz e la presidente Asnat Peri le hanno fatto capire che Nir Oz resta casa sua.

Mor Belhassan Tzarfati, nata nel 1982, è la più legata al luogo, dove dice di essere sempre stata semplicemente sé stessa. Lasciò il kibbutz dopo l'esercito per ragioni economiche e vi tornò nel 2014 per stare vicino alla madre malata e agli amici, convinta da un colloquio con Shlomo Margalit, responsabile dell'accoglienza. Apprezza la cura per gli spazi comuni e considera genitori quasi tutti gli adulti. Riconosce però che lo stare sempre insieme non lasciava posto a chi era diverso. Mor, cresciuta senza padre e con genitori arrivati al kibbutz dall'esterno, sentiva di avere bisogno di essere come tutti, e questo la aiutò a trovare il proprio posto. Ricorda anche un certo disagio legato alle origini. Da bambina Nir Oz le sembrava un kibbutz molto ashkenazita, soprattutto rispetto alla famiglia paterna, e solo più tardi capì che non era così perché molti membri provenivano da famiglie di origine mizrahim. Quando tornò, il percorso per diventare membra del kibbutz fu teso. Alcuni veterani scrissero lettere durissime nei confronti suoi e degli altri rientrati. Quando rispose a uno di quegli scritti, offesa, nacque un vero scontro, aggravato dal fatto che il gruppo aveva assunto un'avvocata. Alla fine si raggiunse un accordo e la firma era prevista per il primo novembre 2023. Il 7 ottobre i terroristi entrarono in casa, forzarono la porta, la crivellarono di colpi e diedero fuoco all'abitazione. Nella stanza protetta, piena di fumo, lei si congedò due volte dai figli, mise delle bombole sui loro volti per aiutarli a respirare e attese per ore. Alla fine un soldato d'élite li portò fuori in braccio. Dice che chiederle se tornerà è come chiedere a una vedova del marito, perché Nir Oz è il posto più terribile e insieme il più bello, e lei si sente ancora chiusa là dentro.

Eran Smilansky, nato nel 1995, si definisce coltivatore di patate di Nir Oz. Il kibbutz è ora ospitato a Kiryat Gat e la lontananza lo deprime. Ricorda un'infanzia libera, con il padre responsabile dell'irrigazione automatica che lo portava con sé a riparare i guasti. Alle medie e alle superiori frequentò prima una scuola regionale e poi Maale HaBashor, da cui fu espulso dopo aver rubato una bottiglia di vodka. Eran capì che il diploma non sarebbe arrivato e smise di frequentare le lezioni. Passava invece le giornate, e spesso le notti, nell'officina di meccanica agricola del kibbutz, dove lavorava a vari progetti. Prestò servizio nel genio, divenne ufficiale, viaggiò in Sudamerica e infine tornò per fare l'agricoltore, resistendo alle pressioni dei fratelli laureati che volevano portarlo a Tel Aviv. Non crede più nei principi egualitari perché pensa che scoraggi l'impegno ma ama la gente e la vita del posto. Il 7 ottobre, solo nella stanza protetta, si nascose in un armadio e sparò ai terroristi che lo aprirono, poi si spostò di continuo, facendo credere che ci fosse un cecchino nel kibbutz. Con Beni Avital, disarmato, evacuò in silenzio i vicini e trovò in tempo la famiglia Kuniyo, padre, madre e due figlie in condizioni critiche, che si salvarono. Quando arrivarono i commando della Shayetet li guidò casa per casa, aiutò a radunare i superstiti nella casa dei bambini e a compilare l'elenco di vivi, dispersi e morti. Dice di restare per orgoglio e per non lasciare la casa ad altri, anche se a volte immagina il kibbutz come un museo. Aggiunge di aver capito solo ora il valore di una casa perché non l'aveva mai lasciata prima mentre ora ne è stato strappato senza poter scegliere.

Ron Bahat, nato nel 1966, entrò nei reparti corazzati nel 1985 e dopo cinque anni si congedò come comandante di compagnia carri. Lavorò poi nel kibbutz, che gli pagò gli studi in cambio di giornate di lavoro, e in fabbrica passò dalla manutenzione alla direzione della produzione. Ron fu mandato in Olanda per mettere in funzione un piccolo stabilimento appena acquistato dalla fabbrica del kibbutz. L'incarico, previsto di tre mesi, durò due anni e, dopo il primo anno, lasciò il kibbutz. Tra i motivi c'erano alcune scelte della comunità che non riusciva a comprendere e la lentezza con cui Nir Oz si decideva a cambiare il proprio modello di vita collettivista. Dopo alcuni anni in altre località israeliane si trasferì negli Stati Uniti, dove rimase quasi dodici anni. Nel 2022 tornò con la famiglia affinché le figlie crescessero vicino a nonni, zii e cugini. Ricorda un'infanzia di libertà quasi assoluta, tanto che da adolescente gestiva l'azienda agricola della scuola e vendeva formaggi e capre. Pensa però che mancassero obiettivi e stimoli e coloro che avevano talento non fossero spinti a coltivarlo. A scuola fu espulso per aver appeso alla torre del kibbutz vicino un'insegna del suo gruppo collegandola alla corrente elettrica. Per rientrare nel kibbutz accettò di vedere uno psicologo. Il 7 ottobre trascorse dieci ore nella stanza protetta, difendendo la famiglia mentre rispondeva alle telefonate del comune di Yeruham che chiedeva blocchi di cemento per chiudere la città. Evacuato a Sde Boker, il 9 ottobre era già tornato al kibbutz, convinto che qualcuno dovesse custodirlo. Collaborò con le forze di sicurezza per il prelievo del DNA e le identificazioni, poi per il riavvio dell'azienda. Affronta il trauma agendo e deve questo modo di fare all'educazione ricevuta.

Lior Peri, nato nel 1973, se ne andò nel 1993. Si è sempre sentito un outsider, spesso in compagnia di ragazzi più grandi o di volontari, senza però provare estraneità. Ricorda un'educazione che incoraggiava a contestare ma non a rompere gli schemi. La sorveglianza di molti adulti gli ha lasciato un bisogno quasi istintivo di compiacere e la paura del rimprovero. Il ricordo più felice è una bravata nel frutteto di mango, quando lui e un amico manomisero il tubo del carburante dell'auto del responsabile per poi ripararlo, finché una spiata li costrinse a chiedere scusa. Dopo il servizio da ufficiale lasciò il kibbutz per Tel Aviv ma per anni fu accusato di restare un kibbutznik. Se ne andò perché lo viveva come un paradiso della mediocrità. Per lui casa è il posto dove sai di poter sempre tornare e distingue tre Nir Oz. Il primo è quello dell'infanzia, il secondo quello visto con gli occhi delle figlie, il terzo quello dopo il 7 ottobre, dove ha ritrovato persone che non frequentava da trent'anni e ha capito che il kibbutz sono le persone cresciute lì. Il padre Haim, attivista per i diritti dei palestinesi, fu rapito. Lior racconta due momenti distinti legati al padre Haim. Il primo momento è il periodo in cui la famiglia lottava per riportarlo a casa dopo il rapimento. In quei giorni Lior pensava che il padre, a parti invertite, avrebbe fatto di tutto per liberare i suoi cari e si sentì quindi chiamato a essere all'altezza di quell'impegno e di quella determinazione, come se il padre fosse un modello da raggiungere.

Il secondo momento è la settimana di lutto, il rito ebraico dei sette giorni dopo la morte di una persona. I membri del kibbutz, guardandolo, gli dicevano quanto somigliasse al padre. Lior rispose, tra sé o ad alta voce, che da quel momento il padre sarebbe diventato un ricordo, un'immagine, l'uomo dello spirito e del lavoro, e che lui, nell'aspetto e nei gesti, gli sarebbe somigliato sempre di più. La perdita del padre lo spinge a raccoglierne l'eredità nei valori e nella coerenza morale che l'uomo aveva incarnato.

Rachel Lavi-Doron, nata nel 1959, fu la prima bambina di Nir Oz. Racconta che l'educazione collettivista in pratica non esisteva perché i coetanei erano pochi e di età diverse e a lungo arrivarono e ripartirono famiglie da Ein HaShofet e bambini accolti dall'esterno. Frequentava la scuola nel vicino Magen, raggiunta con trattore e carro, e lì si svolgevano la vita culturale e le feste. Gli autisti di Nir Oz la dimenticavano spesso e lei andava dai genitori di un'amica. Da piccola chiese di dormire sotto la finestra occidentale perché sapeva che dava verso Gaza e temeva spari di infiltrati ma non ebbe mai paura vera. Da adulta lavorava nei campi di cotone vicino alla barriera alle quattro del mattino. Ricorda un'infanzia felice. Nel reparto irriguo, considerato maschile, le fu negata la patente per mezzi pesanti e fu indirizzata verso lavori nelle mense e con i bambini del kibbutz. Con il compagno Ehud, direttore della fabbrica e arrivato a dodici anni come bambino esterno, ottenne un permesso speciale per studiare insieme. Se ne andarono nel 1997 dopo un anno sabbatico. Il 7 ottobre il figlio Ishai chiamò dal Vietnam alle sette per chiedere della nonna, che era nella stanza sicura e scriveva di spari, bossoli sul tetto e case incendiate. La madre, la sorella, il cognato e il nipote furono salvati ma di due figli della terza sorella, Dolev e Arbel Yehud, non si sapeva nulla. Per la famiglia “mancanti” divenne una parola da decifrare mentre organizzavano cibo, abiti e telefoni per gli sfollati.

Arnon Lipshitz, nato nel 1961, lasciò il kibbutz nel 1998. Faceva parte della prima classe elementare di Nir Oz, osservata da tutta la comunità e accolta con case dei bambini nuove. Ricorda educatori stabili, un kibbutz ideologico e laico fino in fondo e genitori giovanissimi, la madre di 23 anni e il padre di 21. Da ragazzi avevano libertà totale nei campi, passavano il tempo nell'officina costruendo motorini a tre ruote. Fu tra i primi a sostenere l'esame di maturità, con una ricerca sulle radici di nove varietà di erba. Dopo l'anno di servizio a Bat Yam entrò in un'unità d'élite, poi tornò al kibbutz e nel 1988 nacque il figlio Daniel. Partì dopo il divorzio. Il 6 ottobre i genitori di Arnon, Yocheved e Oded, si trovavano a Nes Ziona, in visita ad alcuni amici, quando il padre ebbe un malore, un problema di pressione che gli capitava di tanto in tanto. Arnon, che viveva nel centro del Paese, li raggiunse. L'ambulanza arrivò e il padre si riprese ma rifiutò il ricovero e i due vollero tornare al kibbutz. Arnon insistette per accompagnarli di persona, li lasciò a Nir Oz e rientrò a casa sua. La mattina del 7 ottobre Arnon dormiva mentre i genitori erano già stati portati via dai terroristi. Furono tra i primi a essere rapiti, verso le otto e mezza. Per due giorni nessuno seppe dove fossero: nei registri del kibbutz risultavano non presenti perché la loro auto era rimasta nel centro di Israele e si sapeva che erano andati a trovare degli amici. Arnon insistette con il kibbutz, sostenendo che dovessero trovarsi in casa e mandò un amico a controllare. L'amico riferì che non si vedeva nulla perché la casa era completamente bruciata. Arnon arrivò a Nir Oz il lunedì, due giorni dopo l'attacco, e decise di fermarsi. Il kibbutz era nel caos. La fabbrica continuava a bruciare, c'era un odore terribile che gli è rimasto impresso, e c'erano molti compiti urgenti da assolvere: prelevare il DNA per poter identificare le vittime e cercare le persone di cui non si sapeva nulla, sia nelle case sia nei dintorni. In quei giorni né lo Stato né l'esercito erano presenti.

Erez Adar, nato nel 1960, arrivò a sette anni da Ramatayim e a Magen era l'unico di Nir Oz della sua classe. Ricorda libertà totale, cocomeri rubati di notte e un giudizio scolastico che lo definiva capace ma poco impegnato. Dopo l'aeronautica tornò al kibbutz, dove l'assemblea lo obbligò a lavorare nel pollaio e poi passò alla fabbrica, accanto a Ehud, nella fase di forte espansione. Se ne andò nel 1995 con la moglie Adriana e le due figlie. Erez e la moglie Adriana avevano due figlie piccole. Quando andarono in Argentina a trovare i genitori di lei per un mese le bambine dormirono con loro per tutto il viaggio. Al ritorno le riaffidarono alla casa dei bambini ma dormendo accanto a loro per qualche notte, affinché si riabituassero. Una sera una bambina chiamò l'educatrice, che era stata richiamata a sorvegliare i bambini, e questa si mise a gridare contro tutti: Perché vi alzate? Adriana, che in quel momento stava accompagnando la figlia in bagno, riportò la bambina a casa. I due decisero allora di non rimandare più le figlie a dormire nella casa dei bambini. La decisione provocò una reazione durissima, anche perché Erez e Adriana erano molto attivi nella vita del kibbutz, lui coordinatore della commissione lavoro e lei responsabile dell'educazione. Nella comunità si era diffusa l'idea che, se due persone così in vista portavano i figli a dormire a casa, il sistema sarebbe crollato e con esso il kibbutz stesso. Arrivarono visite per convincerli, lettere, cartelli e articoli di opinione appesi in sala mensa. Furono portati davanti all'assemblea e si parlò perfino di sanzioni, tra cui togliere loro le tessere per i mezzi pubblici. Decisero di andarsene e restarono ancora sei mesi. Poi si trasferirono a Tamuz, un kibbutz urbano a Beit Shemesh, dove vissero quindici anni. Per molto tempo Erez provò rancore verso Nir Oz e, quando andava a trovare i genitori, vedeva solo loro. Il 7 ottobre lui e Adriana dovevano andare a pranzo al kibbutz. Persero i contatti con la madre e con la sorella Vered che abitava a Nir Oz con la figlia. La casa di Vered fu incendiata e lei fuggì fino al rifugio pubblico. Il padre, intossicato dal fumo, fu portato in ospedale a Be'er Sheva. L'altro nipote, Tamir Adar, che faceva parte della squadra di emergenza del kibbutz, risultò disperso e fu poi trovato ucciso. Di notte il fratello Moshe gli mandò una foto della madre su un motorino diretta verso Gaza: era stata rapita. L'8 ottobre Erez andò a Eilat, dove erano stati evacuati i sopravvissuti, e vi rimase due mesi ad aiutare la comunità in ogni modo. La madre tornò a casa con il primo accordo per gli ostaggi. Tamir, invece, al momento dell'intervista non era ancora stato restituito per la sepoltura. Erez dice che oggi il suo legame con Nir Oz è con le persone.

Boaz Zalmanovitz è nato nel 1966 e ha lasciato Nir Oz nel 1993. Il distacco è stato graduale ed è cominciato con il servizio militare, iniziato nel 1985. Dopo il congedo, nel 1991, è tornato nel kibbutz per un anno e mezzo e ha coordinato la coltivazione del cotone, poi è rientrato nell'esercito. Quando ha deciso di tornare in servizio non ha pensato a dove vivere, ha scelto la moglie Ora che lo ha portato a Haifa. Il padre, arrivato a Nir Oz negli anni ‘50, lavorava nel settore dell'irrigazione e fu per tutta la vita legatissimo a quel lavoro. Salì sul trattore nel 1957 e continuò a lavorare fino a tarda età. Quando Boaz se ne andò ne rimase deluso perché sperava che il figlio gli succedesse. La madre, che faceva la bibliotecaria, era meno affettuosa del padre, anche se riconosce che il ricordo può essere condizionato dagli ultimi anni. Dal padre ha ereditato la laboriosità e dalla madre, in qualche modo, l'amore per la lettura. Legge da sempre e ha una biblioteca personale di circa tremila libri. Nel kibbutz è anche cresciuto con una mentalità da attivista e ricorda le manifestazioni contro la guerra del Libano. Dice di abitare a Haifa ma di essere di Nir Oz. Il 7 ottobre, verso le sei e mezza del mattino, era uscito per una breve escursione vicino a Haifa. Quando sentì le sirene telefonò al padre che gli disse di tornare a casa, cosa insolita. Poco dopo il padre gli scrisse che era nella stanza sicura, poi che c'erano terroristi nel kibbutz e infine non rispose più. Boaz capì che qualcosa di gravissimo stava succedendo ma non comprese subito che cosa significasse l'assenza di notizie. Pochi giorni prima aveva tenuto una conferenza a Nir Oz sulla guerra del Kippur e aveva passato del tempo con il padre. Per questo, quando il padre scomparve, provò il rimpianto di non aver avuto più tempo da passare con lui. Arrivò al kibbutz circa una settimana dopo il massacro, insieme al suo comandante dell'esercito. Non avevano carburante e Ron Bahat, compagno del suo gruppo, propose di prenderlo da un'altra auto. Lo fecero, e Ron lo fotografò, scherzando sul fatto che a scuola Boaz non avesse mai rubato nulla. Dopo alcuni giorni Boaz sentì il bisogno di lavorare nel kibbutz, per restare in un luogo da cui si sentiva staccato e per custodire la memoria di chi lo aveva fondato e gli aveva dedicato tanto tempo ed energie.

Keren Munder, nata nel 1969 e andata via dal kibbutz nel 1997, da bambina fu la mediatrice del gruppo, quella che smussava i conflitti e faceva ciò che ci si aspettava da lei, tanto da rinunciare a un corso di pallavolo per frequentare quello del movimento giovanile. Di notte non chiamava la guardiana, perché sapeva che le chiamate venivano annotate e temeva di passare per una bambina problematica. Lasciò il kibbutz tardi, quando quasi tutti i coetanei erano già andati via, per imparare ad ascoltare se stessa, e il padre, che temeva di ferire, le rispose di desiderare soltanto la sua felicità. Il 7 ottobre era a Nir Oz con il figlio Ohad, di nove anni, e con i genitori. Chiusa nel rifugio, sentì avvicinarsi gli spari e nascose il bambino sotto il letto. Quando i miliziani sfondarono la porta, lasciò il padre in ginocchio e fu portata a Gaza con Ohad e la madre. Dopo alcuni giorni in case private furono trasferiti in una stanza dell'ospedale di Khan Yunis, dove si trovarono con altre donne e con bambini senza genitori. Qui si accorse di ripetere il vecchio ruolo, attenta ai bisogni di tutti, scrupolosa nel non mostrare Ohad più protetto degli altri, prudente nel non alimentare false speranze. Il figlio, appassionato di numeri, calcolava con lucidità le proprie probabilità di tornare a casa. Furono liberati nel primo accordo ma durante la prigionia scoprirono che il padre era stato ucciso e che il fratello Roi era morto già il giorno dell'attacco. 

Ola Metzger, nata nel 1978 e arrivata nel kibbutz nel 1993, è l'unica a non essere nata a Nir Oz. Arrivò a quindici anni dal Kirghizistan con un programma per giovani immigrati, senza i genitori, e fu accolta dalla famiglia Dekel che la trattò come una figlia e le diede ciò che la sua famiglia, rimasta lontana, non poteva offrirle. I rapporti con i coetanei del kibbutz furono a lungo difficili, segnati da barriere linguistiche e culturali e da una reciproca chiusura. Cambiarono solo dopo il servizio militare. Studiò a Be'er Sheva e conobbe Nir Metzger che sposò. Nel 2003 decisero di diventare membri del kibbutz ma dopo la nascita della prima figlia valutarono di andarsene. Alla fine restarono e Nir divenne segretario del kibbutz. Il 7 ottobre i due tennero a turno, per ore, la maniglia della porta del rifugio, mentre i miliziani tentavano quattro volte di entrare, con le figlie e una nipote nascoste sotto il letto. I suoceri Yoram e Tami furono rapiti. Tami tornò dopo 53 giorni, Yoram non è mai tornato. Oggi Ola considera Nir Oz una casa scelta e spera in una ricostruzione che permetta a molti di rientrare.

Ido Ben Zvi, nato nel 1975 e partito dal kibbutz nel 2006, avrebbe voluto vivere a Nir Oz senza esserne membro ma i residenti non erano ammessi e così, dopo un periodo in America, si stabilì nella comunità di Erez. Ricorda un'infanzia fatta di lavoro nell'officina meccanica, dove era entrato in sesta elementare, di biciclette, di musica e di una madre molto presente. Era timido, evitava il contatto con gli adulti e visse con solitudine l'esclusione dal viaggio dell'orchestra negli Stati Uniti perché fu estratta a sorte la gemella. Ai genitori raccontava tutto, anche la notte in cui con altri studenti prese una batteria dal trattore della scuola per andare a Karmiya. Il 7 ottobre Erez fu attaccata mentre il padre, anziano e in sedia a rotelle, si trovava a Nir Oz con l'assistente Jimmy. Dai messaggi del giovane capì che i terroristi erano entrati in casa. Il padre gli fece dire di avvertire i figli del suo affetto, poi fu ucciso mentre Jimmy venne ferito, rapito e restò per cinquanta giorni sordo da un orecchio. Ido pianse alle dieci del mattino, convinto della morte del padre. Dice che si trasferirebbe a Nir Oz se il kibbutz rinascesse.

Inbal Cohen-Zeidenberg, nata nel 1975 e partita nel 2000, inizia la sua testimonianza con scene di infanzia, come i panini con formaggio sciolto sulla stufa del bagno o il pane bagnato schiacciato per gli animali. Con una difficoltà di apprendimento, ricorda di essere stata lasciata sola a ripetere le lettere alla lavagna mentre gli altri riposavano. Studiò terapia occupazionale a Tel Aviv e, sognando una carriera medica, fu ammessa a Be'er Sheva ma il comitato giovani rifiutò di finanziarla perché tutti le dissero che sarebbe stato troppo difficile per lei. Lasciò Nir Oz dopo il rifiuto di rimborsarle il biglietto del treno per andare a vivere con il compagno. Anni dopo le proposero di tornare affinché il marito Itai dirigesse la scuola ma rifiutò per non perdere la propria libertà di scelta. Il 7 ottobre, a Beit Kama, seguì a distanza i genitori chiusi nel rifugio. Nelle ore in cui sono rimasti chiusi nel rifugio sentì per telefono la madre che avvertiva odore di fumo. Insieme stabilirono una specie di scala da uno a dieci per valutare quanto fosse forte, così da decidere se fosse il caso di uscire o di restare dov'erano. Il giorno dopo, quando la madre poté passare brevemente da casa a prendere qualche oggetto, Inbal le preparò una lista precisa e un ordine di azioni da fare, in modo che si concentrasse su quello e non guardasse il disordine intorno. Quando i genitori arrivarono da lei, il padre disse che Nir Oz non esisteva più e si ripromise di dimostrargli che si sbagliava. Mise in piedi un gruppo di volontari per andare ad accudire le mucche rimaste nella stalla e, nei giorni seguenti, si recò a Eilat per stare accanto agli sfollati.

Omer Hav, nato nel 1995, ricorda che da piccolo si diceva che il kibbutz fosse quasi un paradiso mentre oggi lo sente come un inferno. La sua infanzia era fatta di libertà senza regole, rifugi improvvisati nei magazzini abbandonati e scorribande con i trattori. Nostalgico del kibbutz collettivista, aveva però capito da tempo che quel modello non reggeva più. Dopo il servizio nel genio, un anno da lavoratore e un viaggio in Sudamerica, durante la pandemia si appassionò ai corsi online di marketing e vendite e si trasferì al centro di Israele per tentare la strada dell'intermediazione immobiliare. La mattina del 7 ottobre era a Holon perché aveva chiesto al fratello di sostituirlo nel turno di guardia. Non riuscì a rientrare e seguì da lontano la progressiva interruzione dei messaggi della squadra di emergenza. In serata la madre gli disse che il padre era stato ucciso mentre difendeva la porta del rifugio e che lei si era salvata restando nascosta. Due ospiti nella sua stanza al kibbutz furono assassinati. Omer racconta di aver previsto da anni una simile tragedia, tanto che la sorella lo chiamava profeta di sventura.

Amit Goren, nato nel 1992, si identifica totalmente con Nir Oz. Era un ragazzo studioso e ben voluto che lavorò fin da giovanissimo in diversi settori del kibbutz sotto lo sguardo di un padre esigente. Combinò anche parecchie bravate, compreso l'incendio di un capanno causato da una coperta elettrica lasciata accesa. Dopo sei anni di servizio militare, in cui fu l'unico del suo gruppo a superare le selezioni delle forze speciali, studiò a Be'er Sheva senza abbandonare il lavoro agricolo e tornò con la compagna Nofar nel luglio 2023 per costruire una casa nel nuovo quartiere. Il 7 ottobre si trovava a Tel Aviv per organizzare le nozze. Si recò alla base della sua unità, guidò i reparti speciali, combatté a Be'eri e fu informato del rapimento della sorella Sheni, avvenuto mentre parlava al telefono con Nofar. Dopo un mese e mezzo di riserva rinunciò al servizio per dirigere l'azienda agricola al posto di Saeed Moshe, ucciso nell'attacco, convinto che lasciare il campo equivalesse a una fuga.

Ziv Shalev, nata nel 1988, ripete che Nir Oz è la sua casa, fatta di persone, radici, sentieri e profumi. Ricorda con piacere i primi anni nella casa dei bambini e poi il convitto giovanile, dove gestiva la produzione dei dolci, e il lavoro nella stalla. Diventata assistente sociale, tornò nel kibbutz dopo anni di viaggi e studi e vi visse otto anni, durante i quali affrontò un difficile percorso di ammissione. Si scontrò con quote comunitarie molto onerose e con l'ostilità di una parte dei membri ma conobbe anche l'appoggio di chi desiderava famiglie giovani. La mattina dell'attacco rimase chiusa nel rifugio con il marito e i due figli mentre gli assalitori provavano a forzare la porta per poi riempire la stanza di fumo. Per ore la famiglia lottò per respirare finché i soldati la portarono fuori. Nel centro di comando Ziv riprese subito il suo ruolo professionale e organizzò attività per i bambini. Suo padre David e suo fratello Tal furono uccisi.

Gal Goren, nato nel 2002, inizia sempre i suoi racconti dicendo che Nir Oz è un posto bellissimo. Nipote di un membro fondatore e figlio di un uomo nato nel kibbutz, è cresciuto con tre fratelli. Dice di essere cresciuto accanto a Hamas, con i primi razzi che risalgono al 2001. Le evacuazioni e le operazioni militari hanno scandito la sua infanzia. Ricorda il lavoro in mensa e in cucina, l'archivio, la piscina, le notti estive e il movimento giovanile. Il 7 ottobre era a Eilat per un corso di immersione. Parlò con i genitori prima che venissero rapiti e di avere la certezza che non si fossero salvati. Seguì le notizie mentre i fratelli Bar e Dekel gli scrivevano ogni venti minuti per segnalare di essere vivi. Furono liberati solo alle cinque del pomeriggio. Per settimane non dormì. In un albergo sul Mar Rosso, dove l'atmosfera era quella di un lungo lutto, fu trascinato nella campagna mediatica per riportare a casa i genitori. Conclude dicendo che Nir Oz resta la sua casa e che, anche se altrove, non ne reciderebbe mai il legame.